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14/10/2019

La lotta di classe si è fermata a Maastricht

Siamo vicini al varo della prima manovra finanziaria da parte del neonato Governo, la quale, a dispetto degli annunci, si prospetta di nuovo sotto il segno dell’austerità. Se da un lato c’è l’urgenza politica di non dare tregua al nuovo esecutivo (nuovo solo a parole e sempre identico a sé stesso nelle politiche antipopolari applicate), dall’altro non bisogna perdere la prospettiva sulle grandi sfide ideali, da cui ripartire per iniziare a ragionare sull’alternativa e per dotarsi di una cassetta degli attrezzi con cui interpretare il presente. Sganciandoci dalla più stretta attualità, parliamo qui di un punto di vista, radicalmente diverso dal consenso affermatosi, su alcuni snodi cruciali della lotta di classe nei cosiddetti ‘decenni d’oro’ del capitalismo occidentale del secondo dopoguerra.

Nel pezzo che proponiamo, uscito su La Rivista del Manifesto nel marzo 2004 a firma Garegnani, Cavalieri, Lucii, torniamo sui terreni già calcati quando discutemmo le parole, sempre attuali, di un grande economista eterodosso quale Michał Kalecki: la disoccupazione e il ruolo della sinistra. L’economista polacco ci lasciava, all’interno di un pezzo ricco di spunti, un messaggio fondamentale: i capitalisti sono generalmente avversi alle politiche di spesa pubblica e di sostegno pubblico ai redditi in quanto queste aiutano i lavoratori a mettersi al riparo dalla minaccia della disoccupazione, diventando via via meno disciplinati e ‘gestibili’. La disoccupazione è, infatti, un potentissimo strumento di controllo sociale, che i capitalisti usano senza scrupoli per appropriarsi di una fetta maggiore del prodotto sociale. Una necessità intrinseca di un’economia capitalista, alla quale i padroni rinunceranno, ci ricorda Kalecki, solamente nel contesto di regimi fascisti, dove la repressione economica può essere sostituita direttamente dalla repressione politica.

Tornando al pezzo dei tre autori nostrani, perché è importante rileggerlo oggi, in una situazione dove l’austerità la fa da padrona e allo Stato è, di fatto, impedito di attuare politiche espansive? Sono in particolare due le idee, proposte nell’articolo, che troviamo di particolare utilità anche oggi: da un lato la discussione del ruolo della spesa pubblica all’interno della lotta di classe in occidente, dall’altro il ruolo degli assetti politico-istituzionali.

Partiamo dal primo punto, ed è qui che subito il lettore odierno deve forzare un po’ la sua immaginazione per andare oltre le strettoie politiche che oggigiorno limitano in maniera soffocante la capacità di intervento dello Stato. Garegnani, Cavalieri e Lucii, infatti, ci parlano di un mondo nel quale la piena occupazione era ormai molto vicina, e lo era grazie all’aiuto determinante dello Stato nel garantire un ammontare di domanda di beni e servizi tale da rendere necessario, per il funzionamento dell’economia, l’impiego di pressoché tutti i lavoratori disponibili. Apparentemente un altro mondo rispetto al contesto attuale, come uno sguardo ai dati sulla disoccupazione in Europa ci mostra.

A cosa può servirci, oggi, questo scorcio di passato? A darci una guida è il ragionamento degli autori, che ci pongono di fronte ad un apparente paradosso.

Una situazione con bassa disoccupazione e alta domanda di beni sembrava uno scenario idilliaco, sia per i lavoratori che avranno un posto assicurato e verosimilmente remunerazioni dignitose, sia per i padroni che hanno a disposizione mercati sempre floridi nei quali realizzare lauti profitti. Ma dietro questa apparente situazione di pace sociale, il quadro generale e i rapporti di classe restavano profondamente conflittuali. Come è possibile, ci potremmo chiedere, se ambo le parti vedevano i loro benefici accrescersi per mano della spinta continua data dallo Stato all’economia? La questione di fondo risiede nel fatto che per i capitalisti ciò che conta non è solamente quanti profitti fanno, a quanto ammonta la massa di profitti da loro realizzati. Per loro conterà anche e soprattutto il saggio di profitto che riescono ad ottenere, cioè la remunerazione del capitale da loro investito. Nel dettaglio, il saggio di profitto viene calcolato facendo un semplice rapporto tra [i ricavi totali, ai quali sottraiamo i costi per l’usura dei mezzi di produzione utilizzati, il costo delle materie prime e i salari pagati], e [il totale del capitale anticipato ai fini della produzione]. Ed è qui che la presunta armonia di interessi tra le classi svanisce: se i lavoratori riescono a strappare un salario reale più alto, il saggio di profitto rilevante per i capitalisti diminuisce inequivocabilmente. È la lotta di classe, il conflitto che anima il funzionamento della nostra economia. Questo scenario avrà maggiori possibilità di realizzarsi in presenza di bassa disoccupazione, quando quest’arma di ricatto dei capitalisti è spuntata e non è sufficiente a moderare le richieste dei lavoratori. Ecco quindi che la nostra sfida, quella contro i vincoli al bilancio pubblico dati dalla gabbia europea, non deve perdere mai la prospettiva storica, la quale ci mostra che un intervento attivo dello Stato nell’economia non è solamente uno strumento utile a garantire alti livelli di reddito e occupazione, ma può anche essere funzionale a migliorare i rapporti di forza e a tenere a bada il potere contrattuale dei capitalisti.

L’altra questione che ci preme sottolineare è il ruolo che nel contributo dei tre autori viene dato al contesto istituzionale di quegli anni: è vero, i lavoratori erano in grado di strappare condizioni lavorative favorevoli, lo Stato interveniva in maniera continua nelle vicende di mercato, i partiti di sinistra erano radicati nella società. Basta questo per cogliere il quadro di quel periodo? Secondo Garegnani, Cavalieri e Lucii, no: non capiamo davvero la situazione se non allargando lo sguardo e tenendo in considerazione il ruolo giocato dalla presenza dell’Unione Sovietica. Lontani dal becero revisionismo made in UE, il ruolo politico dell’URSS in quegli anni è chiaro: essa costituiva una minaccia ed una fonte di pressione costante sulle classi dominanti dei Paesi occidentali. La prospettiva di un sistema economico alternativo, capace di garantire un lavoro per tutti e uguaglianza nella distribuzione del reddito, alle porte del capitalismo avanzato, obbligava di fatto quest’ultimo a ricercare una qualche forma di compromesso con le classi lavoratrici. Allo stesso tempo, però, i tre autori ci segnalano anche la minaccia insita in questo stato delle cose. Un capitalismo che garantisce un livello minimo di benessere ha il potenziale di ammorbidire il dissenso degli strati sociali meno abbienti, riducendo la carica propulsiva e di rottura necessaria a prendersi tutto e non solo fette leggermente più grandi della torta. È qui che si inserisce il ruolo della sinistra di classe, che deve farsi carico di fare luce sulla natura inerentemente ingiusta di un sistema economico costruito sullo sfruttamento, un sistema economico che concede qualcosa solo se è obbligato dalla pressione della classe stessa. Se questo ruolo della sinistra viene a mancare, si afferma la falsa percezione di essere partecipi di un benessere collettivo e per tutti che altro non è che l’anticamera per una successiva contro-offensiva capitalistica, quella che ancora oggi vediamo dispiegarsi.

Ed è qui che troviamo il secondo punto di connessione con la realtà attuale. Ci troviamo, infatti, nella paradossale situazione di vedere esattamente ribaltato il contesto istituzionale: da un lato l’URSS è ormai un lontano ricordo, mentre dall’altro le classi lavoratrici mostrano segni di risveglio e danno vita a ondate di malcontento e rivolta – come i gilet gialli in Francia – che riescono embrionalmente a portare l’attacco agli interessi materiali delle classi dominanti. Nel momento in cui, però, le masse popolari sembrano mostrarsi più disponibili a lottare contro un sistema fatto di disoccupazione e povertà, questa spinta non ha più un orizzonte politico ultimo, un’alternativa tangibile, che esiste e che dimostra di essere una possibilità concreta, pur tra mille contraddizioni. È innegabile che questo rende un percorso di lotte per l’emancipazione molto più complicato e frammentato, ma non per questo meno urgente e necessario.

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