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26/10/2019

Medio Oriente - La pax russa non deve stupire

di Marco Santopadre

Scrivevamo nei giorni scorsi, prima della sospensione di cinque giorni degli attacchi turchi contro il Rojava, che “se i turchi si fermeranno potranno continuare a occupare una consistente striscia di territorio interna alla Siria ed Erdogan potrà vendere alla sua opinione pubblica l’ennesimo colpo inferto “ai terroristi curdi” e il recupero di quella parte di suolo siriano che Ankara rivendica come proprio da quasi un secolo”. L’abilità russa e la confusione totale in cui versa l’amministrazione statunitense – da parecchi anni, ben prima che Trump occupasse la Casa Bianca – hanno consentito a Mosca di segnare un ennesimo punto a favore nello scacchiere mediorientale.

Per parecchi anni, dopo lo scioglimento dell’URSS, la Federazione Russa ha subito una feroce offensiva da parte degli Stati Uniti e poi anche di alcune potenze regionali: mentre la Nato militarizzava e annetteva nuovi territori fin sotto i suoi confini (significativo il golpe filoccidentale in Ucraina) le potenze sunnite e la stessa Washington fomentavano l’integralismo religioso tra le comunità islamiche del Caucaso; contemporaneamente gli Usa, dopo aver fatto saltare l’Iraq, iniziavano la destabilizzazione della Siria facendo esplodere una feroce competizione nell’area con il nuovo blocco regionale riunito attorno all’Arabia Saudita e con i Fratelli Musulmani guidati dalla Turchia.

Una situazione che ha convinto la Russia a intervenire massicciamente in Siria nel 2015, capovolgendo completamente le sorti del conflitto: in pochi anni Mosca ha garantito la sconfitta dei jihadisti, puntellato il regime di Damasco ed evitato l’instaurazione di un regime settario sunnita, evitato l’indebolimento dell’asse sciita e dell’Iran in particolare, ed assicurato la permanenza della sua aviazione e della sua marina nelle basi militari sulla costa del Mediterraneo che l’avanzata dei mercenari al soldo dei Saud metteva a rischio.

Poi, negli ultimi giorni, la vera svolta: le truppe russe e siriane hanno sostituito i soldati statunitensi (e con loro francesi e britannici) occupando le loro basi nel nord della Siria e al confine con la Turchia, recuperando il controllo di una parte del paese e ridimensionando nettamente l’amministrazione messa in piedi dai curdi grazie al vuoto di potere determinatosi negli ultimi anni.

Non sono però solo i curdi a dover ingoiare un boccone amaro, pagando il prezzo più alto. Anche se Assad fa buon viso a cattivo gioco, paradossalmente anche la Siria non può dirsi propriamente soddisfatta del patto siglato da Putin ed Erdogan a Sochi due giorni fa.

Infatti Mosca ha concesso alla Turchia e alle sue milizie mercenarie, zeppe di jihadisti, di continuare ad occupare i territori siriani conquistati durante le tre offensive militari degli ultimi anni ed addirittura altre zone, per un totale di ben 3600 chilometri quadrati circa, in violazione di quella integrità territoriale del paese la cui difesa sembrava rappresentare fino a qualche tempo fa la stessa polare dell’intervento russo. Una occupazione turca senza scadenze concordate che si somma al controllo da parte di Ankara della provincia di Idlib e del cantone curdo di Afrin, dove sono concentrati migliaia di fondamentalisti e terroristi islamici.

Come se non bastasse, i soldati statunitensi che si sono ritirati dal Rojava si sono concentrati in una zona della Siria dove occupano la più consistente area petrolifera del paese anche se pesa lo schiaffo del governo iracheno che ha negato “ospitalità” al migliaio circa di marines appena evacuati dal Rojava.

Non può stupire che la Russia stia badando ora a preservare innanzi tutto i propri interessi geopolitici, militari ed economici esattamente come qualsiasi altra delle potenze mondiali e regionali impegnate nello scacchiere mediorientale (alcune delle quali hanno indubbiamente responsabilità assai maggiori nel macello siriano...). E lo fa gestendo un precarissimo equilibrio che ognuno degli attori in campo può far saltare in qualsiasi momento. Da una parte Mosca garantisce la difesa di Siria e Iran – senza dimenticare il suo ruolo in Libia, a sostegno del generale Haftar – dall’altro però cerca di allontanare sempre di più la Turchia dalla Nato. Per ora sembra con successo: Trump l’altro ieri ha minacciato addirittura una guerra contro Ankara mentre i generali denunciano l’esercito turco per i crimini di guerra commessi nel Rojava e i quotidiani statunitensi accusano il ‘sultano’ di mirare a dotarsi dell’atomica. Da parte sua Erdogan ha comprato un sistema missilistico da Mosca, ha lasciato che uno strategico gasdotto russo – il Southstream – passasse nel suo territorio e minaccia a giorni alterni la permanenza a Incirlik della più importante base aerea della Nato nell’area, obbligando Washington a cercare alternative in Grecia e Giordania.

Pur difendendo Iran e Siria, Mosca intrattiene ottime relazioni con i loro nemici Israele e Arabia Saudita, sfruttando le aspirazioni egemoniche di questi due paesi e la loro ricerca di una maggiore autonomia rispetto agli interessi statunitensi nell’area. Una grana non da poco per la Siria e per l’Iran che negli ultimi anni hanno subito decine di attacchi militari e bombardamenti da parte dei caccia e dei droni con la stella di David.  Alleanze asimmetriche e a geometria variabile in continua evoluzione (toccherà vedere nei prossimi giorni se la Turchia bloccherà davvero la propria avanzata nel nord della Siria), un intricato sistema nel quale i popoli sembrano essere di troppo, pedine di un enorme e spregiudicato Risiko mondiale.

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