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30/10/2019

La polveriera libanese

Con le dimissioni del primo ministro, Saad Hariri, la crisi politica e sociale in Libano è entrata in una fase nuova e decisamente delicata. Il capo del governo di Beirut, di fede sunnita, si è ritrovato senza molte altre scelte dopo le quasi due settimane di proteste oceaniche nel paese dei cedri. L’intensità della rivolta in atto contro l’intera classe politica libanese è tale però che cambiamenti cosmetici o trascurabili potrebbero non essere sufficienti a ristabilire l’ordine. Allo stesso tempo, la precarietà dell’economia, le turbolenze regionali e, soprattutto, un’impalcatura costituzionale rigorosamente settaria rendono complicato qualsiasi reale progresso sul piano politico e sociale.

Hariri è apparso martedì in diretta televisiva rilasciando una dichiarazione di meno di un minuto per prendere atto dello stallo politico venutosi a creare di fronte alle manifestazioni di massa. Prima di recarsi dal presidente, il cristiano maronita Michel Aoun, per rimettere il suo mandato, il premier pare abbia cercato senza successo di rimescolare le carte all’interno del governo assieme ai suoi alleati, in modo da provare a mandare un qualche segnale alla piazza.

Già settimana scorsa, Hariri aveva proposto una serie di “riforme” in risposta alla crisi, tra cui il dimezzamento degli stipendi dei politici e un contributo da parte delle banche alla riduzione del gigantesco debito libanese. Le misure erano state però giudicate tardive e insufficienti dai manifestanti, del tutto contrari inoltre al fatto che a implementarle avrebbero dovuto essere gli stessi politici responsabili della situazione odierna del Libano. Alla fine, le dimissioni di Hariri sono apparse inevitabili a un’élite che per il momento non vede altre soluzioni per mantenere una stabilità necessaria a evitare la radicalizzazione dello scontro e a garantire la conservazione dei propri privilegi.

A rendere esplosivo il quadro libanese odierno è in primo luogo il carattere unitario e non settario delle proteste. Ciò mette i dimostranti su posizioni diametralmente opposte a quelle della classe politica, la cui legittimazione deriva da un sistema basato invece proprio sulle divisioni confessionali, stabilite dall’ex potenza coloniale francese al termine del primo conflitto mondiale.

La rigida spartizione delle strutture del potere, assieme alla creazione di un apparato clientelare nel paese da cui i principali clan traggono la propria autorevolezza, è sempre servita alle potenze regionali e internazionali a mantenere il Libano debole e a farlo diventare un terreno di scontro su cui combattere per la supremazia nel Medio Oriente. Nella sua espressione più macroscopica, l’architettura settaria del Libano prevede che l’incarico di presidente sia assegnato a un esponente della comunità cristiana maronita, quello di primo ministro a un musulmano sunnita e quello di presidente del parlamento a uno sciita.

Le proteste di questi giorni hanno visto invece uniti i libanesi di tutte le confessioni, impegnati precisamente a chiedere la fine delle divisioni settarie, strettamente collegate al monopolio del potere politico e delle ricchezze del paese da parte di un numero ristretto di famiglie e di ultra-ricchi. I leader e i partiti sunniti e quelli sciiti, incluso Hezbollah e gli alleati di Amal, sono stati così spesso presi di mira dalle proteste proprio nelle loro roccaforti. La stampa occidentale ha raccontato anche in varie occasioni di episodi nei quali esponenti del “partito di Dio” avrebbero attaccato i manifestanti nelle strade.

Il numero uno di Hezbollah, Hassan Nasrallah, era intervenuto pubblicamente per riconoscere le ragioni della protesta, ma aveva chiesto anche moderazione e si era detto contrario allo scioglimento del governo Hariri, di cui fa parte il suo partito-movimento. Nasrallah si rende conto perfettamente che un eventuale vuoto politico minaccerebbe non solo la stabilità del Libano, ma esporrebbe il paese a interferenze di potenze, come Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, che puntano a indebolire l’asse della “resistenza” in Medio Oriente. Un Libano ancora più debole e diviso è utile in altre parole a limitare l’influenza su di esso dell’Iran, soprattutto dopo il sostanziale fallimento dell’operazione di cambio di regime in Siria orchestrata da Washington e Riyadh.

La delicatezza della situazione libanese risiede nel fatto che gli spazi di cambiamento sono drammaticamente ristretti. In assenza di una prospettiva efficace dell’opposizione di piazza, gli scenari ipotizzabili non sembrano incoraggianti. Un nuovo governo o nuove elezioni riproporrebbero in sostanza gli stessi scenari odierni, senza contare che la formazione di un esecutivo o il raggiungimento di un accordo su questioni importanti per il paese richiedono solitamente mesi, se non addirittura anni, di discussioni e trattative.

L’unica soluzione è per molti la fine del sistema settario, intrecciato agli indirizzi economici neo-liberisti adottati dopo la fine della guerra civile (1975-1990), che domina la vita politica e sociale del paese. Un passo in questa direzione richiederebbe però decisioni fin troppo coraggiose per una classe politica che nel settarismo trova la sua stessa identità e grazie a esso può continuare a soddisfare i propri interessi.

Con i manifestanti che ritengono insufficienti i passi fatti finora, dopo le dimissioni di Hariri toccherà al presidente Aoun, uno dei bersagli principali delle proteste, decidere i prossimi sviluppi della crisi. L’anziano leader cristiano-maronita potrebbe ridare l’incarico allo stesso Hariri, anche se, al di là del nome del capo del prossimo governo, si stanno moltiplicando le richieste per un gabinetto di tecnici.

Ufficialmente, questa scelta dovrebbe servire a superare almeno in parte e per il momento i vincoli settari e permettere l’apertura di un percorso di “riforme” che rispondano alle richieste dei libanesi scesi nelle piazze. In realtà, non appena dovesse esserci una qualche stabilizzazione politica, ritorneranno le pressioni per rimediare alla disastrosa situazione finanziaria del Libano, lasciando poco spazio a misure necessarie a migliorare redditi e servizi pubblici. Lunedì, infatti, il governatore della Banca Centrale libanese ha avvertito in un’intervista alla CNN che il paese ha solo pochi giorni di tempo per evitare il disastro finanziario.

Il terremoto in corso in Libano è ad ogni modo un fenomeno che si inserisce in un quadro planetario segnato da crescenti rivolte popolari contro classi dirigenti sempre più arroccate nella difesa del privilegio e delle differenze di classe, quasi sempre con metodi repressivi e anti-democratici.

Nel vicino Iraq, ad esempio, da settimane è in atto una crisi per molti versi simile a quella libanese. L’invasione americana del 2003 ha anche qui dato vita a una divisione settaria del territorio e delle strutture politiche, mentre le condizioni della maggior parte della popolazione sono decisamente peggiori di quelle riscontrate in Libano.

Inoltre, come a Beirut, anche a Baghdad gli scenari interni hanno riflessi su quelli regionali, essendo anche l’Iraq terreno di scontro tra potenze, principalmente USA e Iran, con interessi contrastanti. In Iraq, la risposta del governo alle proteste è stata tuttavia molto più sanguinosa, come dimostrano gli almeno 250 morti registrati dall’inizio degli scontri il primo giorno del mese di ottobre.

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