Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/03/2022

Momento populista e rivoluzione passiva

In varie occasioni ho definito il populismo come la forma che la lotta di classe ha assunto da quando la controrivoluzione liberista ha sconfitto le classi lavoratrici, annientandone l’identità socioculturale e inibendole la possibilità di rappresentare politicamente i propri interessi. Questa definizione è stata erroneamente interpretata come una legittimazione “ideologica” del populismo, benché chi scrive abbia sempre sostenuto che il populismo non è né è mai stato un’ideologia; sia perché non esiste un corpus teorico e ideologico condiviso dai movimenti populisti, sia perché gli sforzi di definire elementi comuni a tutti i movimenti populisti del passato e del presente non hanno prodotto altro che degli “idealtipi” inadeguati a cogliere la complessità del fenomeno. Dire che il populismo è la forma in cui oggi si manifesta la lotta di classe non implica attribuirgli connotati positivi. Chi ritiene che il conflitto di classe abbia sempre e comunque valenza progressiva dimentica che le idee dominanti sono sempre quelle delle classi dominanti, ed è per questo che, in assenza di un progetto politico controegemonico, ogni moto sovversivo tende a risolversi in una “rivoluzione passiva” che cavalca le lotte delle classi subalterne per rivolgerle contro i loro stessi interessi. Dal momento però che non penso neppure che il populismo sia di per sé un fenomeno regressivo, necessariamente destinato ad assumere connotati “di destra”, le mie tesi sono state impropriamente associate a quelle del filosofo argentino Ernesto Laclau.

Laclau sostiene che la diffidenza e il disprezzo nei confronti del populismo è un riflesso – apparentemente anacronistico – della paura delle oligarchie tardo ottocentesche nei confronti dell’irruzione delle masse sulla scena del conflitto politico: paura della democrazia insomma. Anacronismo apparente, dal momento che la paura in questione torna ad essere attuale nel momento in cui, dopo una lunga fase di neutralizzazione dei conflitti sociali da parte del sistema liberal democratico, quest’ultimo attraversa una crisi radicale che crea le condizioni di un “momento populista”. Di momento populista, sostiene Laclau, si può parlare allorché un sistema egemonico non riesce più a rispondere in modo differenziale alle domande del corpo sociale. In tale situazione tende a instaurarsi una “catena equivalenziale” fra le domande inevase: ci troviamo cioè di fronte, per dirla con le sue parole, a un “accumulo di domande inascoltate e una crescente incapacità del sistema istituzionale di assorbirle in modo differenziale (ognuna isolata dalle altre) [per cui] tra di loro si stabilirà una relazione di equivalenza”. Tale relazione si rafforza a mano a mano che cresce la distanza fra popolo e istituzioni, fino a produrre una dicotomizzazione fra un noi e un loro, a tracciare un confine amico/nemico fra popolo e potere. Se l’equivalenza si estende oltre un limite critico, “diventa difficile determinare quale sia l’istanza cui andrebbero indirizzate”. Emergono così uno o più “nemici” sui quali tende a concentrarsi la rabbia, creando le condizioni per l’unificazione politica dei soggetti che avanzano le rivendicazioni.

Le differenze con la visione marxista sono evidenti: mentre quest’ultima associa i conflitti sociali e la possibilità di unificarli alle contraddizioni socioeconomiche generate dai rapporti di produzione, per Laclau le rivendicazioni sono eterogenee, condividono solo l’opposizione a un regime oligarchico (élite, casta, ecc.) vissuto come “cattivo”, per cui l’unificazione si dà sul piano simbolico-discorsivo. Del resto, argomenta Laclau, la società capitalista non genera solo l’antagonismo fra capitale e lavoro, ma una miriade di punti di rottura, la maggior parte dei quali (crisi ecologiche, conflitti generazionali, di genere, etnici, religiosi ecc.) esterni al mondo produttivo, perciò non esiste alcuna necessità che indichi negli operai i soggetti privilegiati del conflitto sociale: tutto ciò che sappiamo è che questi ultimi saranno “gli esterni al sistema, gli emarginati, i derelitti”. Il riferimento ai derelitti introduce un tema “morale” estraneo all’approccio strutturalista di Laclau, quasi costui volesse salvare in questo modo la sua originaria anima marxista: da un lato rinnega la categoria di classe sociale, ma dall’altro evoca un “popolo” sì interclassista ma dai connotati plebei. Non meno eclettica la sua rilettura del concetto gramsciano di egemonia: Laclau rimpiazza l’egemonia di classe con la capacità di una particolare rivendicazione di incarnare simbolicamente l’intera catena equivalenziale. È vero che gli obiettivi di un gruppo in lotta per il potere possono essere realizzati solo mobilitando forze più ampie, costruendo un blocco sociale, ma ciò, sostiene Laclau, non ha a che fare con la composizione di classe, bensì con la ”performatività” di un discorso capace di integrare il contenuto simbolico di tutti i discorsi della catena equivalenziale. Ecco perché parla di un Gramsci che avrebbe “anticipato la possibilità di comprendere le identità collettive secondo modalità sconosciute al marxismo”. Ho smontato questa tesi in un capitolo sui Quaderni dal carcere di un mio recente libro, al quale rinvio; qui mi limito a ribadire come la peculiare concezione di “autonomia del politico” adottata da Laclau – diversa da quella di Mario Tronti e altri autori – veda nel politico il prodotto di forze esterne alla sfera dei rapporti socioeconomici.

Sono dunque chiare le ragioni per cui sostiene che il linguaggio populista deve restare impreciso e fluttuante: non a causa di un deficit di chiarezza ideologica, ma in quanto l’unificazione populista avviene su un terreno sociale eterogeneo. Parole come ordine, giustizia, uguaglianza non indicano contenuti univoci e positivi, ma sono “significanti vuoti” che evocano cose diverse per soggetti diversi, ancorché partecipi della stessa catena equivalenziale. Ciò detto, per Laclau il linguaggio è un fattore fondamentale ma non sufficiente per la costruzione del popolo: per realizzare tale obiettivo occorrono processi di identificazione che si sviluppino sia in orizzontale (identificazione reciproca fra i membri del gruppo) sia in verticale (identificazione fra i membri del gruppo e il leader). L’insorgenza populista vince solo se si dota di una dimensione verticale che può assumere l’aspetto dell’organizzazione o quello dell’identificazione con il leader (o entrambe). Prima di entrare nel merito del peso che questa concezione ipertrofica del ruolo del linguaggio e del leader ha avuto nel causare il fallimento dei movimenti populisti dopo un’effimera stagione di successi, è il caso di introdurre un altro elemento di criticità che emerge chiaramente dalle tesi di Chantal Mouffe, autrice che non ha solo condiviso il percorso teorico di Laclau ma ne ha raccolto l’eredità. Mentre Laclau definisce il popolo come l’insieme degli ultimi, degli esclusi, degli sconfitti, la Mouffe non associa le rivendicazioni che convergono nella “catena equivalenziale” a soggetti sociologicamente definiti: rescindendo i legami fra discorso politico e società concreta, costei definisce il sociale “come spazio discorsivo, prodotto di articolazioni politiche puramente contingenti, che non hanno nulla di necessario e potrebbero sempre assumere una forma differente”. Di più: gli ultimi sviluppi del suo pensiero, successivi alla morte di Laclau, depongono ogni velleità antisistemica, indicando obiettivi compatibili con la conservazione dei rapporti di produzione capitalistici e del regime liberaldemocratico. L’attuale ordine egemonico, secondo Mouffe, può essere rovesciato senza distruggere le istituzioni liberaldemocratiche, soprattutto dopo che il crollo del sistema socialista ha dimostrato che esso è inadeguato per l’Europa, per cui la sinistra deve riconoscere sia la necessità della democrazia pluralista, sia il fatto che la domanda di democrazia radicale “non implica stabilire un modello completamente distinto che richiederebbe una rottura totale con la democrazia pluralista”, ma deve limitarsi a rivendicare “una radicalizzazione dei principi di libertà e uguaglianza sviluppati in modo insufficiente dalla socialdemocrazia”.

Mettendo a confronto quest’ultima dichiarazione programmatica con la storia recente dei populismi di sinistra, è difficile non trarne la conclusione che tanto i principi teorici che ne hanno inspirato l’azione quanto i tentativi di metterli in pratica, sono falliti. Il momento populista si è dunque esaurito? La risposta non è scontata e, per tentare di sciogliere il nodo, occorre operare una netta distinzione fra il discorso di Laclau e Mouffe in quanto teoria politica nel senso “leninista” del termine, cioè come guida per l’azione, e lo stesso discorso in quanto descrizione empirica di alcune dinamiche attuali del conflitto sociale. Nella seconda parte di questo articolo cercherò di dimostrare che, mentre il momento populista non si è esaurito, le illusioni di poterne canalizzare l’energia in un progetto di radicalizzazione della democrazia, senza mettere in discussione le strutture socioeconomiche del sistema, sono svanite.

L’illusione si è dissolta a partire dal continente che ne è stato la culla: le teorie di Laclau sono inspirate dal peronismo argentino, ma il momento populista che si è a più riprese presentato in quel Paese e in altri Paesi latinoamericani a partire dal “giro a la izquierda” che ha visto nascere molti governi post neoliberisti fra la fine dei Novanta e l’inizio del Duemila, ha subito un duro contraccolpo a partire dalla crisi del 2008, è solo in pochi casi – come in Bolivia e in Venezuela – è riuscito a mettere in atto concreti processi di trasformazione sistemica. Significativa, in tal senso, l’evoluzione della Revolucion Ciudadana in Ecuador, che rappresenta un tentativo da manuale di applicare le teorie di Laclau. Dopo una serie di rivolte popolari contro le politiche neoliberiste che avevano avuto come protagonisti prima i contadini di origine indigena poi le classi medie urbane, un gruppo di docenti universitari concepisce a tavolino un progetto di unificazione simbolica di questi movimenti, convincendo Raphael Correa, economista già noto e popolare in quanto aveva svolto l’incarico di ministro in precedenti governi, a presentarsi alle elezioni presidenziali. Leader dotato di grande talento comunicativo, Correa costruisce una macchina elettorale “personale”, che non si lega né alle sinistre, né ai movimenti indigeni, né ai nuovi movimenti urbani, vincendo a sorpresa le elezioni. Salito al potere, realizza una serie di riforme e di politiche economiche di taglio socialdemocratico ma, a mano a mano che la situazione economica peggiora, paga lo scotto di avere puntato tutto sul governo dell’opinione pubblica, senza costruire salde relazioni con i gruppi sociali che ne avevano favorito la vittoria. Così, quando i suoi successori tornano a praticare politiche neoliberiste, nel Paese non esistono forze organizzate in grado di contrastarle efficacemente.

In Europa le teorie di Laclau-Mouffe, ancorché ampiamente note e discusse in ambito accademico, hanno inspirato un solo tentativo sistematico di metterle in pratica, cioè l’esperienza spagnola di Podemos. Podemos nasce nel 2014, aggregando militanti dei movimenti sociali del 2011-2013 e attivisti dei partiti e dei movimenti di sinistra radicale attorno a un progetto elaborato a tavolino da un gruppo di docenti dell’Università Computense di Madrid, i quali si inspirano appunto alle teorie di Laclau, alla concezione “moltitudinaria” di Antonio Negri e alle rivoluzioni bolivariane in America Latina. La strategia si basa sul ruolo strategico della comunicazione e del linguaggio: la Web Tv che ospita La Tuerka, un talk show condotto da Pablo Iglesias, fustiga la corruzione e le politiche antipopolari delle oligarchie al potere e agisce da collante per le rivendicazioni di un ampio spettro di gruppi sociali (il soggetto di riferimento non sono le classi ma i “cittadini”), oltre a costruire la figura del leader. I fondatori si propongono di assemblare nel più breve tempo possibile una macchina da guerra elettorale in grado di conquistare la maggioranza (usando una definizione scontata, si potrebbe dire che aspirano a essere “maggioranza di governo e di opposizione”). La strategia frutta una rapida crescita dei consensi elettorali che tocca l’acme alle politiche del 2016, quando Podemos ottiene poco più del 20%. Dopodiché inizia un riflusso che tocca il fondo in occasione delle recenti elezioni amministrative di Madrid (il cui esito disastroso ha indotto Iglesias a rassegnare le dimissioni).

Facciamo un passo indietro. A mano a mano che il progetto di conquistare la maggioranza si rivela irrealistico, Podemos si rassegna alla necessità di stringere alleanze, ma si divide fra la maggioranza di Iglesias, che sceglie la coalizione con Izquierda Unida, e la destra di Inigo Errejon favorevole all’alleanza con i socialisti del Psoe. Dal 2016 Iglesias parla di fine del ciclo populista e della necessità di restituire al partito una chiara identità di sinistra (nei primi anni di vita il movimento aveva rivendicato un’identità né di sinistra né di destra, per strappare voti all’intero arco delle forze politiche tradizionali). Da quel momento, Podemos imbocca un percorso che lo porterà a distinguersi sempre meno dalle sinistre radicali europee. Rispetto alle quali, del resto, presenta la stessa composizione sociale, sia della base militante che dell’elettorato: rappresenta cioè le esigenze e i valori (vedi il cambiamento del nome in Unidas Podemos, in omaggio all’ideologia politicamente corretta) dei ceti medi riflessivi, per cui è votato soprattutto da studenti e lavoratori “creativi”, mentre, pur raccogliendo consensi anche fra gli operai e le classi medio basse, su questo terreno resta nettamente indietro rispetto al Psoe.

Paradossalmente, questa “svolta a sinistra” non si traduce nello sforzo di costruire una forza di opposizione dotata di radicamento sociale, capace di affondare le radici nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei territori, né mette in discussione l’orientamento “comunicazionista” e “governista” del movimento – orientamento che gli consente finalmente di approdare al governo ma in posizione subordinata rispetto al Psoe, del quale è costretto a condividere tanto le politiche antipopolari della Ue quanto la linea aggressiva e imperialistica della Nato (questa scelta, che causa l’abbandono del movimento da parte di molti militanti provenienti dalle fila della sinistra anticapitalista, viene giustificata con la necessità di fare fronte unito contro la minaccia delle destre).

In questo contesto suona beffardo l’esito elettorale di Madrid, dove il partito di Errejon, uscito da destra da Podemos e rimasto fedele al rifiuto di collocarsi lungo l’asse oppositivo destra/sinistra e alla originaria visione “cittadinista” del movimento, ottiene il triplo dei voti di Podemos. Se tutto il partito avesse seguito questa linea sarebbe arrivato assai prima al governo e si sarebbe potuto giocare rapporti di forza più favorevoli con il Psoe? Il collasso dell’M5S in Italia ci fa capire che tale ipotesi è illusoria. Il paragone non è arbitrario, perché, al di là delle differenze ideologiche e del fatto che il M5S non si è mai inspirato alle teorie di Laclau, senza dimenticare che la sua cultura, rispetto a quella di Podemos, non è solo anticasta ma radicalmente impolitica – se non antipolitica – la composizione sociale dei due movimenti e dei rispettivi elettorati sono in larga misura sovrapponibili, lo stesso dicasi della strategia comunicazionista, del ruolo esorbitante attribuito alla figura del leader, della scelta di costruire un partito “leggero” privo di strutture articolate sul territorio, nonché dell’ambizione di agire come forza al tempo stesso di governo e di opposizione. Inoltre l’M5S, al pari dell’ala destra di Podemos, non si è mai caratterizzato come una forza antisistema, ha sempre rivendicato come proprio obiettivo strategico la democratizzazione del sistema esistente, non il suo abbattimento. Non è dunque un caso se l’approdo finale è stato lo stesso: andare al governo in posizione subordinata con due “sinistre” come il PD e il Psoe, europeiste e atlantiste in tema di politica estera e neoliberiste in tema di politica economica.

Né hanno avuto un destino molto diverso le sinistre populiste francesi, americane, inglesi e tedesche (vedi l’arretramento della Linke alle ultime elezioni), per tacere della catastrofica avventura di Syriza in Grecia. Dobbiamo quindi recitare il de profundis per il populismo di sinistra? I populismi di sinistra (non diversamente da quelli di destra) hanno funzionato come contenitori della rabbia degli strati sociali più esposti ai disastri provocati da decenni di globalizzazione neoliberista ma, non avendo saputo né potuto offrire concrete e credibili alternative politiche all’esistente, sembrano destinati a sparire o a venire integrati nel sistema, a conclusione di un processo di mutazione e adattamento. Ciò significa che il momento populista è finito?

Per rispondere occorre ripartire da Laclau e dalla distinzione fra la sua teoria come guida per l’azione e la sua analisi empirica del fenomeno populista: se si guarda alla prima la risposta è sì, se si considera la seconda è no. No, perché un fenomeno come il movimento NoVax risponde pienamente ai requisiti dell’analisi empirica di cui sopra: catene equivalenziali in cui convergono rivendicazioni eterogenee sotto l’aspetto “ideologico” (estrema destra vs estrema sinistra), socioeconomico (piccoli e medi imprenditori che temono l’immiserimento vs frange sindacali che temono l’uso del Green Pass come strumento di discriminazione sui luoghi di lavoro), psicologico (paura della potenziale dannosità del vaccino vs insofferenza per le limitazioni alla libertà individuale) e l’elenco potrebbe proseguire. Altrettanto eterogeneo il ventaglio dei nemici su cui si indirizza la rabbia: i media che fanno terrorismo e diffondono false notizie, Big Pharma che sfrutta la pandemia per accumulare sovraprofitti, i governi e i partiti politici che li sostengono e sfruttano la situazione per instaurare uno stato di emergenza permanente e ridurre i diritti individuali e collettivi. Tutti questi motivi di insofferenza hanno fondamento reale, ciò che manca è invece un soggetto politico che interpreti razionalmente le diverse ragioni di conflitto, le ordini gerarchicamente e le imputi a una logica sistemica, invece di affogarle in una melassa complottista in cui tutto si confonde. Manca cioè un reale momento di verticalizzazione che può essere solo politico-organizzativo e non “affettivo”, discorsivo/simbolico.

Quando Lenin lancia la parola d’ordine pace e terra fa un’operazione “populista”, identifica un valore simbolico in grado di unificare, in un concreto contesto storico, forze sociali eterogenee, ma l’operazione riesce solo perché può contare su macchina politica organizzata che mira più in alto. Certo: c’è autonomia del politico e c’è egemonia, ma senza perdere di vista la natura di classe di tale egemonia, l’interesse di classe che tale autonomia si propone di servire. Viceversa l’egemonia “discorsiva” che emerge dal fenomeno di cui ci stiamo occupando è una generica rivendicazione di “libertà” (un significante vuoto se mai ve n’è uno!), esalta cioè la stessa ideologia su cui si fonda il potere politico, economico e culturale contro cui ci si ribella. È così che funzionano le rivoluzioni passive e, in assenza di un consapevole e organizzato progetto politico di natura antisistemica, le dinamiche conflittuali che l’analisi empirica di Laclau descrive tanto accuratamente possono produrre solo rivoluzioni passive.

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04/11/2019

Liberisti e rossobruni, i nemici interni alla sinistra

Dagli eredi del blairismo ai sovranisti, un libro analizza (ammonendo del pericolo) chi si spaccia per progressista quando sposa valori di destra. Certo, stona il popuslita Laclau trattato come un Fusaro qualsiasi. Ma secondo l’autore, la sinistra per essere tale deve ricominciare a difendere i soggetti deboli della società rispolverando Marx e la lotta di classe, “un concetto tutt’altro che superato”.

di Giacomo Russo Spena

Da un lato la destra becera e nazionalista, pericolosa ed estremista, che a suon di propaganda parla alla pancia del Paese foraggiando disvalori e guerra tra poveri. La destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che sabato, a Roma, hanno palesato il loro orgoglio italiano blaterando di sostituzione etnica, “Dio patria e famiglia”, lotta alla droga con “armi in strada” ed elogiando il discutibile Viktor Orban, presidente dell’Ungheria. Dall’altro lato – come argine? – si configura l’attuale governicchio: un progetto in fieri dove i presagi non sono incoraggianti. Dopo il ribaltone agostano, o meglio l'harakiri di Salvini, il Conte 2 si delinea come una coalizione tra diversi tenuta insieme più dal pericolo per le urne che da un programma progressista condiviso. Il nuovo partito di Renzi e le bordate del grillino (dissidente) Di Battista – costretto a congelare il suo libro sul “Partito di Bibbiano” – destabilizzano un quadro già complesso di suo: intanto, i recenti sondaggi danno la destra in crescita e le forze di governo in calo.

In questo scenario, la sinistra radicale o d’alternativa non tocca palla. La grande assente. Una sinistra incapace di rispondere alle richieste popolari finita per farsi fagocitare dal Pd zingarettiano – l’ultima new entry è Laura Boldrini – a parte qualche piccola formazione. Come siamo giunti a questo punto? Come ha fatto la sinistra a perdere culturalmente nel Paese? L’attivista e scrittore Mauro Vanetti prova a rispondere a tali quesiti, tanto impegnativi quanto inevasi, nel libro La sinistra di destra (edizione Alegre, 239pp, 15euro).

Per descrivere il senso del termine utilizza l’immagine di uno zombie che si aggira per l’Europa, un mostro bicefalo i cui due volti sono il sovranismo e liberismo: “Un morto – scrive – che cammina sinistrofago che svuota la testa da ogni idea di riscatto sociale e solidarietà internazionale per riempirla con una sostanza gelatinosa formata, in dose variabili, da populismo, classismo, razzismo, sessismo e nazionalismo”.

L’autore ricostruisce come, negli ultimi trent’anni, le socialdemocrazie europee abbiano abbandonato le ragioni della sinistra da quando si è assunto come proprio il paradigma della “terza via” di Tony Blair, la stessa stagione di Bill Clinton e dei tanti emuli successivi, i quali hanno utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazione della vita dei cittadini. Le socialdemocrazie hanno esaltato le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista, rimuovendo allo stesso tempo il contesto di nascita e di pervasività di un capitale finanziario predatorio che sempre più assumeva una dimensione biopolitica. Un nuovo capitalismo impossibile da gestire, sovranazionale, tecnicamente avanzato, capace di imporre l’agenda ai governi, pena la crisi economica di interi Stati.

Una sinistra di destra che ha sostenuto l’Europa dell’austerity spianando la strada al populismo xenofobo: cos’è l’onda nera se non una reazione (sbagliata) ad un Sistema al collasso che ha generato diseguaglianze e politiche impopolari? Eppure si persevera negli errori. Alla recente Leopolda 10 la ministra Bellanova, ad esempio, ha attaccato “chi dice che tutti possono avere tutto” adottando il mantra blairiano del merito. Peccato che le nostre società siano tutto tranne che meritocratiche! Anzi – come dimostrano diversi studi sull’assenza di ascensore sociale nel Paese – è proprio l’ideale meritocratico che garantisce il dominio dell’1 per cento e contribuisce a mantenere il 99 zitto, rassegnato e docile. Mentre una vera sinistra dovrebbe sposare una distribuzione “giusta” di status, ricchezza e potere che sia meno escludente e gerarchica, l’Italia Viva di Renzi brama quel merito che si configura come strumento – potentissimo – di un’élite del privilegio.

Oltre alla terza via blairiana, liberista e conformista, Vanetti si scaglia contro il virus del rossobrunismo. In Italia, negli anni ‘60, abbiamo già assistito a tale fenomeno ma, diversamente da oggi, erano i settori neofascisti che rimanevano infatuati dal pensiero sinistrorso. Da qui sorgeranno il filone del nazimaoismo e il movimento d’estrema destra Terza posizione che, dietro la teorizzazione di un’ipotetica alleanza tra rossi e neri contro la società borghese, mimetizzava propaganda neofascista, tramite lessico e immagini della parte opposta. Sono gli anni in cui si diffondeva il pensiero del filosofo Costanzo Preve. Ora ci sorbiamo il suo allievo, Diego Fusaro. Il giovane studioso di Gramsci, così ama definirsi, è il guru per eccellenza del rossobrunismo, un personaggio che gioca a fare l’anti-Sistema pur vivendo nei salotti televisivi del Paese. I suoi adepti subiscono, oggi, la fascinazione per la Russia di Putin o per la Siria di Assad, trattano i diritti civili come folklore borghese, denigrano il femminismo e, soprattutto, invocano l’innalzamento delle frontiere per fermare l’invasione dei migranti.

Molte pagine del libro sono volte a smontare, analiticamente, il concetto di dumping salariale tra lavoratori autoctoni e stranieri rispolverando gli studi di Marx ed Engels sull’esercito industriale di riserva. Secondo Vanetti, Fusaro avrebbe una visione distorta del marxismo: se davvero ha letto il vecchio Karl, di certo non l’ha compreso. Dal libro si evince che è lo sviluppo delle unioni – cioè dei sindacati, degli scioperi, delle casse di mutuo soccorso – la risposta corretta alla concorrenza “perché la spezzano”.

Dal rossobrunismo l’autore – convinto no borders – passa alla condanna del populismo, senza grandi distinguo. Il populismo di sinistra di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe viene frettolosamente etichettato, liquidato e banalizzato. Un passaggio che stona provocando una sbavatura nel libro. Viene preso di mira l’interclassismo postmarxista del populismo di sinistra, accusato di essere riformista. “Demolire la teoria marxista sulla composizione di classe delle società contemporanee è sempre stata un’ossessione per un certo intellettuali di sinistra – recita un passaggio – Se cade la centralità della classe operaia come classe rivoluzionaria si disinnesca la carica rivoluzionaria del marxismo e si è costretti a ripiegare sull’accettazione dell’esistente”.

Insomma, questo 99 per cento di cui parlano Laclau e Mouffe, o meglio questo popolo, non esisterebbe perché, alla fine, bisogna schierarsi: “Si sta coi lavoratori o coi padroni?”. Una lettura che rischia di sottovalutare diversi fenomeni come l’accumulazione di ricchezze in poche mani (l’élite dominante), la teoria dello “sgocciolamento” e la polverizzazione del ceto medio. Lo stesso Laclau, filosofo argentino e postmarxista, non dipinge il suo popolo come un blocco omogeneo: “Il popolo è la risultante da una catena equivalenziale che collega domande eterogenee, e la cui unità è garantita dall’identificazione con una concezione democratica radicale di cittadinanza e dall’opposizione comune all’oligarchia”.

Un altro errore di Vanetti è di associare il populismo di Laclau alle pericolose riletture sovraniste – come se Chantal Mouffe fosse in qualche modo ascrivibile al rossobrunismo – mentre l’esempio di Podemos in Spagna dimostra come si possa essere populisti e, nello stesso momento, convinti europeisti. Si potrebbe discutere ore e giorni sulla fondatezza degli studi di Laclau e Mouffe ma trattarli come i Fusaro di turno sembra alquanto discutibile, soprattutto per un libro che ha il grande merito di analizzare con minuzia teorica e argomentativa chi si cela a sinistra.

Infine, la parte costruens: l’autore pensa che la sinistra non si riduca ai partiti ma che nel Paese esistano già associazioni, comitati territoriali, movimenti – cita Non una di meno – che possano essere cardini per la costruzione di un’alternativa nella società. Vanetti sogna una nuova sinistra di classe: “Rivendico la parola sinistra e intendo difenderla dalle distorsioni, ma la cosa che davvero conta è schierarsi coscientemente dalla parte della classe sfruttata”. Chi scrive ha più dubbi dell’autore sul concetto di classe – tema che merita saggio a parte – ma sicuramente il libro è uno strumento utile per fare luce su chi si dichiara di sinistra sposando valori di destra. Riconoscere i nemici interni: un primo passo per ripartire.

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18/08/2019

I confini del populismo

Su Laclau e le ambivalenze di un significante vuoto

1. Una cosa appare certa. Comunque si fissino i confini del populismo, sta di fatto che le sue manifestazioni si vanno particolarmente moltiplicando. Come quel mito che tagliata una testa ne appare un’altra, e un’altra ancora; oppure come tutti gli incubi della borghesia, quel fantasma che non si riesce ad acciuffare e si aggira terrorizzando la pace sociale. Metafore a parte, di populismo e di partiti populisti, in realtà, si è ricominciato a parlare all’incirca un trentennio fa, anche se è con il cronicizzarsi della crisi e con l’indebolimento dell’Unione Europea che si è imposto come termine più attentamente monitorato dai media e tema più aspramente dibattuto dagli studiosi di scienza politica. E la sua origine e la sua definizione restano tuttavia un rompicapo irrisolto: se non ricorrendo a spiegazioni che non ne sciolgono la questione dei confini. Tanto è vero che l’etichetta populista viene usata per il Front National di Le Pen, l’UK Independence Party di Farage e la Lega di Salvini; un po’ meno per il Movimento Cinque Stelle, mentre, in altro versante, viene utilizzata per i movimenti anti-austerity come Podemos o Syriza.
Il populismo non è un fenomeno anomalo, bensì un ceppo profondamente istallato nel tronco della democrazia rappresentativa
Quali sono, dunque, i confini del populismo? Che essi siano a geometria variabile, in base al posizionamento, si muovono comunque all’interno di un piano costituzionale. D’altronde, condividiamo la tesi di Bobbio, per cui il populismo non è un fenomeno anomalo, bensì un ceppo profondamente istallato nel tronco della democrazia rappresentativa, tant’è che molto spesso è sintomo di una drammatica contestazione delle procedure e delle istituzioni della democrazia costituzionale.

In queste succinte note cercheremo di comprendere la logica che sottende al populismo e, allo stesso tempo, le risorse che esso attiva e i limiti cui cede. Ci guideranno le analisi di Ernesto Laclau e del suo classico, La ragione populista, il cui scopo era assai prensile della piega ambivalente assunta dallo stesso termine: vale a dire, segnalare metodo e attrezzi per riabilitare il populismo dalle secche delle formazioni di destra in cui precipita con estrema facilità.

2. Prendiamo in prestito alcune riflessioni di Emanuele Leonardi sul populismo della Lega nord[1]. La «duttilità» o la «capacità di adattamento» della Lega come cifra della sua azione politica nel neoliberismo, ossia la plasticità e prossimità con «il rischio d’impresa», «le categorie del mercato» e «la competizione internazionale» possono essere estese a tutti quei partiti che hanno in agenda – e dunque non contrastano – le dinamiche di sviluppo capitalistico nelle forme di finanziarizzazione spinta, la presenza nelle attività governamentali nei vari livelli amministrativi e le nuove figure produttive e soggettive emerse nel contesto post-fordista e dell’economia di rete.

Il populismo risulta così essere un paradigma di adattamento alle politiche di austerity e, in particolare, un termine di paragone di formazioni leghista e neofasciste dichiaratamente antisistemiche – e anti-europeiste – ma, in realtà, player determinanti nello sviluppo della finanza territoriale e nella gestione del mercato del lavoro, rosicchiando poltrone e nomine al vecchio da scalzare. Tanto è vero che queste formazioni fanno spesso leva sull’espediente retorico del nuovo contrapposto al vecchio: il nuovo che detronizza il vecchio. Con un coup de théâtre, appare ora un giovane politico, ora un nuovo rampollo, ora un illibato candidato, ma, in fin dei conti, tutte figure figlie di partiti profondamente sistemici e, oltretutto, molto spesso cooptate dalle medesime famiglie di sangue, se non di partito, come fosse un destino patrilineare.

Il populismo leghista e neofascista altro non è che «una reazione tradizionalista alle minacce d’insicurezza portate ai territori […] dalla globalizzazione capitalistica», risultando essere così una «risposta complessa, talvolta funzione e talaltra no, alle necessità di governo della nuova interazione tra flussi globali di capitale e contesti produttivi regionali che proprio il neoliberalismo impone su scala planetaria»[2].

Volgendo l’analisi oltre l’Atlantico, mutatis mutandis, il «populismo come adattamento» o – per dirla con Mezzadra (Il populismo come sintomo. Lottare per un popolo che manca) – il «populismo come sintomo» funziona anche come spiegazione del caso Trump. Le diagnosi catastrofiste sulla diminuzione del reddito medio degli americani usate da Trump contro Clinton sono state rivolte in passato dagli economisti progressisti contro Bush per dare la volata vincente a Obama; mentre, oggi, il senso comune e il sentire della gente che fatica a sbarcare il lunario, gli impossibilitati a competere sul mercato del lavoro, si affidano alle parole di Trump. Si affidano appunto a quel nuovo che spodesta il vecchio. Il vento populista, un editoriale de «Il Sole 24 Ore» di domenica 14 agosto 2016, penso abbia colto efficacemente l’inquietudine che soffia sul consenso di Trump: «Chi è baciato dai benefici della globalizzazione, soprattutto i ceti istruiti e metropolitani che vivono sulle due coste, possono a buon diritto baloccarsi coi problemi post-materialisti e post-moderni dei diritti civili […] ma per chi ha capito solo ora di non avere futuro, per gli abitanti del profondo sud e dell’America interna, il divario fra i loro problemi e quelli che soli paiono interessare le élite e i ceti medi riflessioni è diventato troppo ampio».
Occorre attingere all’archivio gramsciano per attrezzarsi a intervenire non tanto sul populismo quanto sul campo sociale e ideologico su cui esso fa presa: per cogliere cioè il senso comune, il sentire delle classi lavoratrici
Questa tesi spiega altrimenti proprio la versatilità e la capacità di adattamento del populismo. Ciononostante non è sufficiente a identificare lo stesso come un fenomeno ascrivibile alla destra. O per meglio dire, non è in grado di cogliere le forze che muove, i dispositivi su cui fa leva, l’ordine del discorso che attiva. Occorre attingere all’archivio gramsciano per attrezzarsi a intervenire non tanto sul populismo quanto sul campo sociale e ideologico su cui esso fa presa: per cogliere cioè il senso comune, il sentire delle classi lavoratrici, e su di esse esercitare pratiche e discorsi, istanze e programmi che raccolgano sofferenza e rabbia dei nuovi working poors d’Europa.

Da qui in poi ci lasciamo condurre da Laclau e dal suo tentativo di riscattare il populismo in funzione contro-egemonica e anti-capitalista. Da parte nostra, invece, il tentativo di recuperare dalla cassetta laclausiana qualche attrezzo in grado di organizzare il comune e di raccogliere il sentire comune dei proletari d’Europa, pena il lasciarli ulteriormente precipitare nella palude delle formazioni razziste e neofasciste.

3. Laclau giunge a La ragione populista a seguito di alcune elaborazioni fondamentali intrattenute con Slavoj Zizek e Judith Butler in Contingency, Hegemony, Universality [3] del 2000 e, prim’ancora, Hegemony and Socialist Strategy del 1985 scritto con Chantal Mouffe[4].

In Italia il pensiero di Laclau è in realtà molto marginale, al contrario del notevole successo internazionale. La ragione è che il suo pensiero infastidisce le scuole accademiche ad usum delphini. Non è un caso che nell’articolo succitato de «Il Sole 24 Ore», propriamente sul populismo, non si faccia menzione del filosofo argentino, né tantomeno gli editorialisti, nonché docenti, de «Il Corriere» o «La Repubblica», lo abbiano mai fatto nell’affrontare quel mostro dalle mille teste che è il populismo. Eppure Laclau è tra i pochi ad averne scritto così manifestamente alcuni esempi, elaborando addirittura una metodologia d’analisi.

Il complesso impianto teorico del filosofo argentino si presta paradossalmente a essere tradotto in una forma politica efficace. Un apprendistato filosofico che non rimane dunque confinato a un piano astratto, ma che una volta tradotto adeguatamente ha ripercussioni nella pratica politica. Tanto è vero che gli esempi da lui considerati si fondano su eventi storici, analizzati con un modo perentorio tipicamente della politologia statunitense: in particolar modo, Laclau si sofferma largamente sull’Argentina di Juan Domingo Perón e il «ritorno di Perón». D’altro canto – come prontamente segnalato da Maura Brighenti e Sandro Mezzadra (Il laboratorio politico latinoamericano. Crisi del neoliberalismo, movimenti sociali e nuove esperienze di governance) – lo stesso Laclau «non occulta il suo appassionato sostegno all’esperienza del kirchnerismo in Argentina, come «alternativa al sistema tradizionale dei partiti» e «progetto coerente di cambiamento». Ritorna l’espediente del nuovo che detronizza il vecchio. E a maggior ragione, «tra le fonti di un ritorno al populismo latinoamericano», quale cassetta cui attingono anche alcuni partiti e movimenti europei, s’intravede un ritorno al popolo e di un «peronismo senza Perón» tra i governi progressisti latinoamericani, ossia «un modello latinoamericano di governance post­neoliberale». Ritorna viepiù l’idea che la reazione populista appaia come risposta alle funzioni di governo, tra flussi globali di capitale e contesti produttivi periferici, secondo modelli di neoliberalismo a scala regionale.

Le teorie di Laclau hanno visto un’applicazione concreta, almeno negli ultimi tre lustri in America Latina, grazie all’avanzata sulla scena politica di quei governi, in Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Venezuela, che hanno prodotto le condizione per esperienze di «governance post­neoliberale», recuperando la potenza destituente dei movimenti che, nel ¡que se vayan todos!, avevano messo in discussione proprio la questione della rappresentanza. Per dirla con Miguel Mellino, dopo los piquetes y los cacerolazos del 2001 e del 2002, non è stato più come prima nel campo del governare, dacché incombe quotidianamente «il potere destituente della moltitudine» (Il kirchnerismo come governance postneoliberista: alcune considerazioni).

Queste esperienze, pur dimostrando dei limiti, sono rimaste in larga misura incomprese in Europa a causa di una copertura giornalistica sommaria e incapace di leggere le politiche latinoamericane. Un eurocentrismo che ha impedito di comprendere fino in fondo le potenzialità di una certa logica politica che nel continente sudamericano andava progressivamente crescendo. Ma soprattutto di leggere quella logica come pericolosa risorsa nelle mani delle formazioni neofasciste, perdendo di vista istanze e classi sociali su cui si regge il populismo. Sull’onda dell’ascesa di Podemos in Spagna – e prima di Syriza, con i giusti distinguo fra le due formazioni – un certo tipo di interpretazione populistica, assai più vicina all’impianto teorico laclausiano, è iniziato a imporsi anche nel panorama europeo.
La ragione populista viene data alle stampe nel pieno di una congiuntura storica determinata, che ha interessato l’America Latina nel decennio socialista, definito anche il «Socialismo del Siglo XXI»
4. La ragione populista viene data alle stampe nel pieno di una congiuntura storica determinata, che ha interessato l’America Latina nel decennio socialista, definito anche il «Socialismo del Siglo XXI». Cambi presidenziali a maggioranza di centro-sinistra; rottura con il modello del «Washington Consensus»; l’integrazione e la cooperazione continentale in campo finanziario ed economico; gli accordi interregionali sulle infrastrutture e il fabbisogno energetico. È all’interno di questa cornice che per molti governi sudamericani la posta in gioco è stata quella di avviare un riordinamento politico-economico e culturale in cui termini come «autonomia territoriale», «sviluppo endogeno», «plurinazionalità», «decolonizzazione», «rivoluzione epistemica», «modernizzazioni alternative», fossero diretti allo smantellamento dell’ideologia neoliberale violentemente imposta dalla «Modernità Europea» prima, e dall’imperialismo statunitense, poi. Senza schiacciare o relativizzare il discorso di Laclau, possiamo dire che questa sia una tra le congiunture storiche cui indirettamente La ragione populista guarda, seppur pensata per una divulgazione massiva.

Per altro verso, La ragione populista ripercorre la biografia politico-intellettuale di Laclau, allorché militava negli anni Sessanta nel Partido Socialista Argentino (PSA) e nel Partido Socialista de la Izquierda Nacional (PSIN). Vale a dire, la parabola marxista nella sua ricezione latinoamericana alla luce del fallimento del comunismo internazionale e della conseguente difficoltà di fronteggiare un nuovo ordine di problemi centrati sul moltiplicarsi di movimenti sociali, su fenomeni come il multiculturalismo, la globalizzazione e la deterritorializzazione. Negli anni Sessanta, le vicende storico-politiche del Sudamerica (l’indipendenza e la sua ricostruzione, nel quadro del «buon vicinato»; le rivoluzioni anti-imperialiste e le violente repressioni militari) trovavano risonanza già in studi decolonizzati per fornire ricerche teoriche e concettuali al processo di emancipazione delle realtà coloniali e subalterne.

Dopo la militanza giovanile, negli anni in cui Laclau affronta tra Europa e Stati Uniti la sua formazione teorica, la parabola «eurocentrica» sembra muovere verso il suo rapido declino. In un doppio movimento di presa di coscienza della realtà coloniale e della propria costituzione intellettuale, l’Europa si scopre dominatrice, denunciando le proprie pretese universalistiche, nel momento stesso in cui le realtà appena decolonizzate inaugurano un percorso di dura denuncia e d’emancipazione, la cui parabola teorica culmina nella rapida diffusione del post-strutturalismo e decostruzionismo francesi. Così, le lotte di indipendenza e liberazione, cioè il dare voce ai senza voce, raggiungono le università del Primo mondo.

Ultimo appunto biografico e intellettuale: i punti di riferimento di Laclau, oltre al pensiero post-strutturalista, sono la psicoanalisi lacaniana, la linguistica saussuriana e il marxismo prevalentemente di matrice gramsciana e althusseriana; da qui, l’idea di democrazia radicale e plurale su cui si regge il campo di azione del populismo.

5. In questo contesto biografico e geografico nasce il populismo di Laclau, quale strumento di azione politica, di costruzione di egemonia e di consenso, e dunque di comunicazione politica. Infatti, il fulcro delle sue ricerche è di riabilitare un concetto screditato: il populismo, che di per sé non possiede alcuna «unità referenziale proprio perché non designa un fenomeno circoscrivibile, ma una logica sociale, i cui effetti coprono una varietà di fenomeni. Il populismo è, se vogliamo dirla nel modo più semplice, un modo di costruire il politico».

Beninteso, il filosofo argentino non è difensore di qualsiasi populismo, bensì di un populismo di sinistra, capace di reinserire la tradizione politica progressista nella lotta per l’egemonia da cui è stata a lungo esclusa. Per Laclau, il populismo non è demagogia o eversione oppure reazione, ma un meccanismo democratico attraverso cui i settori marginalizzati della società tentano di far valere la propria voce e di ripristinare il controllo popolare sulle sorti della collettività. L’asse portante del populismo è la suddivisione della società in due poli avversari: il popolo e le élite. Il che spiega anche la sua forte connotazione anti-oligarchica.
Il popolo non è qualcosa di obiettivamente dato, ma il frutto di una costruzione. Il popolo non è un dato identitario e storico, bensì un’invenzione della tradizione e in quanto tale attrezzo indispensabile del politico
Il popolo non è qualcosa di obiettivamente dato, ma il frutto di una costruzione. Il popolo non è un dato identitario e storico, bensì un’invenzione della tradizione e in quanto tale attrezzo indispensabile del politico. Il popolo è l’assemblaggio di diversi settori, ma soprattutto di differenti domande, l’insieme di «domande democratiche inascoltate». Il sistema istituzionale è incapace di assorbirle in modo differenziale – isolate l’una dall’altra – così che fra esse si stabilisce una relazione d’equivalenza che le rende sempre più omogenee, favorendo di conseguenza l’identificazione non più nei soggetti ma nel soggetto delle domande: il popolo. Le domande che Laclau chiama democratiche sono definibili sia in termini socio-economici che culturali, e gravitano attorno a un’idea principale – insieme a un gruppo che l’incarna – e che in un determinato momento storico detiene una centralità nel discorso pubblico. In questo modo, il popolo diviene un’identità politica nuova, singolare e dunque irriducibile alla semplice sommatoria dei settori articolati. Qui si nota il debito gramsciano in Laclau, ossia nel concetto di egemonia: la capacità di una classe di far valere le proprie istanze, in primo luogo, come fattore ideologico e, in secondo luogo, come fattori economico e sociale. Estremizzando i termini gramsciani: chi detiene il «sentire comune», detiene anche il consenso e il potere politico ed economico. Sono così le classi o i gruppi in grado di unificare le domande dell’«eterogeneità sociale» a detenere, potenzialmente, il consenso e il potere politico.

Nella cassetta di Laclau, alcuni attrezzi sono indispensabili nella produzione del discorso, donde l’egemonia e il consenso. Tra questi, troviamo quello di «significante vuoto» o «universale vuoto», ossia un costituente neutro, generico, dell’interazione sociale. Lo stesso concetto di populismo è di per sé un significante vuoto. Così come la stessa società, poiché per definizione non soddisfa tutte le esigenze dei suoi membri. Sorgono in essa un certo numero di richieste, di per sé eterogenee e asimmetriche, che vengono a un certo punto poste su un piano di equivalenza da parte di chi le attiva, e così diventano politiche: espressione di una parte della società che si sente, pur restando parte, legittimata a rappresentare l’intero, a rappresentare cioè il popolo. Il popolo è questo «significante vuoto» da riempire dei significati più vari.

Se il sociale è composto di differenze insormontabili per cui solamente un’eterogeneità può rappresentarla, la domanda che si pone Laclau è se «esista una differenza che, senza cessare di essere una differenza particolare, diventi ciononostante la rappresentazione di una totalità incommensurabile»[5]. Il populismo, dunque, rappresenta un significato quanto più universale possibile che non dinieghi però l’eterogeneità del sociale. In questo iato fra universale e particolare interviene l’egemonia come «operazione di assunzione da parte della particolarità di un significato universale incommensurabile». Va da sé che il concetto di populismo sia adoperabile tanto per una politica progressista, riformista o rivoluzionaria egualitaria quanto addirittura reazionaria e conservatrice, dacché è quell’universalità che tende ad assorbire ogni domanda particolare.
L’equivalenza può costruire un popolo che si contrapponga agli aristocratici, ai capitalisti, ma anche ai rom, ai migranti, ai poveri. L’equivalenza cede qui alla logica del nemico interno. E l’ambivalenza diventa inesorabilmente ambiguità
Inoltre, lo strumento dell’equivalenza ha come suo agente dinamico il fatto che, se le richieste non vengono soddisfatte, è per colpa di «qualcuno». Sarebbe di certo rilievo se in tal modo si costituisse un punto di vista di parte, un punto di vista tale da cui prendere posizione secondo uno schema schmittiano di amico-nemico. Il che ci permetterebbe ancora di accogliere tale strumento, se non fosse che nell’universalismo si offuscano le origini differenti, le istanze in partenza eterogenee, per dar luogo funzionalmente al legame emotivo da frapporre all’ostacolo da superare o all’estraneo da espellere oppure al nemico di cui dichiararsi vittime. Nemico che, dopotutto, può assumere le fattezze più diverse. A questo punto le nobili intenzioni laclausiane cedono alla radicale ambiguità del populismo e dei suoi frutti nocivi. L’equivalenza può costruire un popolo o un gruppo che si contrapponga agli aristocratici, ai capitalisti, ma anche ai rom, ai migranti, ai poveri, e così via scendendo negli inferi di quella eterogeneità sociale, donde le domande più disparate purché accolte in un contenitore in grado di divenire maggioranza e contendere il potere al vecchio. L’equivalenza cede qui alla logica del nemico interno. E l’ambivalenza diventa inesorabilmente ambiguità.

In conclusione, Laclau ha elaborato uno schema davvero utile a comprendere la progressione del populismo, ma anche e soprattutto a riconoscere punti di forza e limiti della composizione sociale cui si richiama. Metodi dell’azione politica che, d’altro canto, tramite un attento uso dell’archivio gramsciano potrebbero aiutarci a non cedere all’universalismo che, nel contenere ogni domanda sociale, produca viceversa movimenti di chiusura e partiti reazionari. Gramsci, certo, muoveva le sue analisi dalle forze produttive e dai rapporti di produzione, donde l’eterogeneità sociale, ma questa doveva poi essere istradata verso istanze e riconoscimenti che producevano a forme di organizzazione e di partecipazione consiliare direttamente nei luoghi della produzione. Così come, il consenso passa dall’analisi della cultura popolare e del sentire comune, ma con l’intento di intervenirvi con quegli stessi strumenti e con una comunicazione che cortocircuiti l’ordine del discorso reazionario, leghista e neofascista.

E non in ultimo, il problema del leader e della figura carismatica tipicamente del populismo. Lo stesso Laclau non si è sottratto, né tantomeno ha risolto il problema della leadership eccessivamente accentrata che sorge nei movimenti e nei partiti populisti. Perché non è un problema, anzi, è una risorsa dello stesso populismo. D’altronde, la teoria laclausiana risente della realtà latinoamericana, dove il riferimento al popolo ha una valenza potentemente simbolica, ma con un forte ascendente da parte di forme di presidenzialismo spinto e di leader carismatici. Si evince icasticamente da questo stralcio di intervista a Laclau citato da Brighenti e Mezzadra: «nell’attuale periodo storico, senza Chávez il processo di riforma in Venezuela sarebbe impensabile […] Senza Evo Morales, il cambiamento in Bolivia è impensabile. In Argentina non siamo arrivati a una situazione in cui Kirchner è indispensabile, però se tutto ciò che rappresenta il kirchnerismo come configurazione politica scompare, scompariranno altresì molte possibilità di cambiamento». Un anno e mezzo dopo, sulla scorta del trionfo elettorale di Cristina Kirchner, Laclau torna a difendere la sua posizione: «in America Latina abbiamo sistemi presidenzialisti forti e i processi di cambiamento si cristallizzano intorno a certe figure, ragion per cui sostituirle crea uno squilibrio politico» (Il laboratorio politico latinoamericano).

Questi punti di debolezza potrebbero essere ambivalenze su cui intervenire. Finora, però, sono state ambiguità di un concetto fortemente incisivo quanto potenzialmente pericoloso. Ogniqualvolta si parli di populismo è indispensabile coglierne la continua ambivalenza e/o ambiguità, col rischio di ritrovarsi involontariamente nel campo nemico, seppur con nobili intenzioni.

Note

1. ↩ E. Leonardi, Populismo come adattamento. Note critiche sull’analisi laclausiana della Lega Nord, in M. Baldassari, D. Melegari (a cura di), Populismo e democrazia radicale, ombre corte, Verona 2012, pp. 84-95.
2. ↩ Ivi, pp. 91-92.
3. ↩ J. Butler, E. Laclau, S. Žižek, Dialoghi sulla Sinistra. Contingenza, egemonia, universalità, a cura di L. Bazzicalupo, Laterza, 2010.
4. ↩ E. Laclau, C. Mouffe, Egenomia e strategia socialista. Verso una politica democratica radicale, a cura di F. M. Cacciatore , M. Filippini, Il Nuovo Melangolo, 2011.
5. ↩ E. Laclau, La ragione populista, a cura di D. Tarizzo, Laterza, 2008, pp. 66-67.

Fonte

14/12/2018

Solo il populismo (di sinistra) ci salverà

Un libro di Chantal Mouffe spiega come – nel momento in cui sta crollando il Sistema tecnocratico e postdemocratico – l’unico modo per contrastare l’avanzata delle destre xenofobe sia abbracciare le ragioni populistiche: una via, in antitesi sia ai liberali del centrosinistra che alla sinistra marginale e rivoluzionaria, che recuperi un “riformismo radicale” e la democratizzazione delle istituzioni. L’obiettivo è essere maggioranza nel Paese. Un manifesto politico che fa discutere e tocca i tabù novecenteschi e marxisti.

di Giacomo Russo Spena

Un pamphlet utile e che anima dibattito. Sicuramente non è un libro ideologico: all’utopia si preferisce il pragmatismo. E sicuramente è una lettura ostile per chi è nell’alveo della cosiddetta sinistra radicale o per chi utilizza pedissequamente le lenti marxiane per leggere la società d’oggi. Con il testo Per un populismo di sinistra (Laterza, pp. 120) Chantal Mouffe, docente all’Università di Westminster, enuncia il suo manifesto politico per la costruzione europea, e globale, di un’alternativa possibile. Alla studiosa non manca l’audacia di rompere alcuni tabù novecenteschi propri della tradizione classica. La tesi di fondo è che, nell’era populista che viviamo, la sinistra (o quel che rimane del progressismo) è obbligata a sposare il populismo se vuole ritornare in auge in termini di rappresentanza.

Il populismo non sarebbe un’ideologia ma una mera strategia discorsiva di costruzione della frontiera tra il “popolo” e “l’oligarchia”. Un modo di fare politica: una tattica vincente. Non sposare il populismo di sinistra equivarrebbe ad essere esclusi dalla contesa e, quindi, relegati alla marginalità elettorale. Secondo l’autrice nei prossimi anni sarà possibile combattere le politiche xenofobe, promosse dal populismo di destra, solo attraverso la costruzione di un “popolo”, di una volontà collettiva che sia l’esito della mobilitazione degli effetti comuni in difesa dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Mouffe – insieme ad Ernesto Laclau, filosofo argentino, postmarxista, e vate della “ragione populista” – rappresenta il volto più rinomato di questo pensiero.

La sua teoria parte da un punto imprescindibile: il crollo del sistema liberaldemocratico. Dopo i gloriosi trenta negli anni ‘80 sarebbe partita la controffensiva neoliberale di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, una controffensiva che ha portato al dominio di un pensiero unico e alla fine delle socialdemocrazie europee che, negli anni, hanno via via abbandonato le ragioni della sinistra – sposando spesso e volentieri le larghe intese – assumendo come proprio il paradigma della "terza via" di Tony Blair. Si è utilizzata la parola "riformismo" per sostenere guerre umanitarie, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazioni varie. Quella dei socialdemocratici è stata una mutazione genetica dovuta sia a errori soggettivi che alla insufficiente analisi e comprensione nel "mare in subbuglio di quel capitalismo in via di mutazione", per parafrasare lo storico Eric Hobsbawm.

Ancora oggi il Pd – malgrado la batosta del 4 marzo – continua a fare opposizione al governo gialloverde tifando lo spread, schierandosi per la Tav, le privatizzazioni o difendendo i passati provvedimenti di Minniti sull’immigrazione o il Jobs Act sul lavoro. Una strada che appare miope e sbagliata. Il centrosinistra – esaltando le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista e dell’Europa di Maastricht – ha finito così per schiantarsi. Chantal Mouffe parla di “postpolitica” per definire come, dal punto di vista economico e sociale, si sia appiattita la differenza tra destra e sinistra. Il crollo di un Sistema è il tema globale. Il Sistema delle oligarchie, delle tecnocrazie e del dominio della finanza sta mostrando sempre maggiori crepe. Per ultimo, ad accorgersene è il presidente francese Macron costretto a cedere alle richieste dei gilet gialli. All’Ancient Regime si oppone una mobilitazione di cittadini arrabbiati che chiedono cambiamento, diritti e protezione sociale.

Di fronte a questo quadro, la sinistra – a parte qualche eccezione menzionata nel libro come Podemos, La France Insoumise di Melenchon, la prima Syriza o il Labour Party di Jeremy Corbyn – non è stata in grado di incanalare tale rabbia e di trasformarla in proposta politica. Quel vuoto è ben colmato, ad oggi, dai populismi di destra che hanno costruito un immaginario ben preciso dove il migrante è il capro espiatorio di tutti i mali, dalla crisi economica al degrado passando per la sicurezza.

La tecnica populistica si delinea per il suo carattere agonistico: la costruzione di un “noi” identitario (l’idea di comunità) contro un “loro” inteso come nemico da combattere. La differenza tra i vari populismi sarebbe nell’identificazione di quel “loro”. Mouffe, portando il caso di Podemos o di Occupy Wall Street, incarna il nemico esterno nel cosiddetto 1 per cento, nell’oligarchia che detiene potere e ricchezze a scapito del 99. Al contrario, i nazionalisti xenofobi identificano il nemico – foraggiando la guerra tra poveri – nello straniero. Il M5S vedrebbe il nemico nelle Caste (politici fannulloni) o nella stampa (pennivendola e sciacalla). Sono strategie che portano consenso e il prodotto di narrazione egemoniche nella società. Nel testo, l’autrice – riscoprendo Gramsci – definisce una formazione egemonica come “una configurazione di pratiche sociali di natura differente: economica, culturale, politica e giuridica, la cui articolazione è assicurata da alcuni significanti simbolici chiave che plasmano il senso comune”.

Si dovrebbe ripartire da qui, a costo di abbandonare la parola sinistra – svuotata di significato a causa del “tradimento” consumato dai socialdemocratici – per abbracciare la dicotomia basso/alto. Il termine sinistra non aiuterebbe a costruire un “popolo” degli sfruttati, relegando e delimitando il consenso della proposta politica. A differenza di precedenti libri, Chantal Mouffe non si sofferma nell’identificazione di questo popolo, che poi è il vero nodo – il 99 per cento non sempre è un blocco omogeneo e al proprio interno ha una serie di contraddizioni – definendolo come una “risultante da una catena equivalenziale che collega domande eterogenee, e la cui unità è garantita dall’identificazione con una concezione democratica radicale di cittadinanza e dall’opposizione comune all’oligarchia”.

Una sorta di maggioranza invisibile nella società composta da fasce popolari, ceto medio polverizzato, precari di ogni specie, migranti, partite Iva, pensionati. Da chi, in questi anni, sta pagando la crisi sulla propria pelle. Facendo sue le tesi antiessenzialiste, nel pamphlet, il popolo non è definito come un referente politico ma è fondamentale la “costruzione di una volontà collettiva capace di determinare una nuova formazione egemonica che ristabilisca l’articolazione tra liberalismo e democrazia”.

Qui c’è un secondo punto fondamentale. Il populismo di sinistra sarebbe una terza via, in antitesi sia ai liberali del centrosinistra che alla sinistra cosiddetta estremista. L’obiettivo è il governo. Essere maggioranza nel Paese, per prendere il potere. Si abbandona ogni velleità rivoluzionaria, o esodo negriano, per sostenere quella che Mouffe definisce “radicalizzazione della democrazia”. Nell’era della postpolitica e della postdemocrazia, per rompere col neoliberalismo – senza però ricadere nella marginalità della sinistra radicale – è necessario rilanciare un “riformismo radicale” (Mouffe cita persino Norberto Bobbio) capace di aprire una stagione di partecipazione e nuovi diritti. “L’errore fondamentale dei rappresentanti dell’estrema sinistra – scrive l’autrice belga – è sempre stato quello di evitare di confrontarsi con ciò che le persone sono nella vita reale, preferendo soffermarsi su come avrebbero dovuto essere secondo le loro teorie”.

Nel populismo, di destra come di sinistra, ci sarebbero caratteristiche comuni che, per semplificare, si potrebbero sintetizzare in alcuni punti: la costruzione di un “noi” identitario, l’appello al popolo, l’ostilità all’establishment, la personalizzazione della politica, la mobilitazione mediatica, la semplificazione del messaggio. Ma se il populismo di destra si palesa per il suo autoritarismo e per la declinazione in termini nazionalistici e xenofobi, secondo Mouffe il populismo di sinistra desidera restaurare la democrazia per rafforzarla ed estenderla. “Ciò – scrive – richiede l’instaurazione di una catena di equivalenze tra le domande dei lavoratori, degli immigrati, nonché di altre domande democratiche, per esempio quelle della comunità Lgbt. L’obiettivo di questa catena è la creazione di una nuova egemonia che permetta la radicalizzazione della democrazia”.

Per raggiungere tale scopo, serve anche un leader carismatico che, per Mouffe, è cosa ben diversa dal dispotismo autoritario. Qualsiasi esperienza interessante in Europa è stata possibile anche per la figura di un “potere carismatico” (per dirla alla Max Weber) capace di occupare gli spazi mediatici e vincere una battaglia culturale. Far capire alle persone chi sono i veri responsabili della propria crisi. Da questo punto di vista il sistema informativo e comunicativo è fondamentale. E non si può tralasciare. Poi la vera sfida per le forze di alternativa consisterebbe nel ricostruire il legame tra democrazia e conflitto: una mancanza di sbocchi politici adeguati avrebbe esiti alquanto pericolosi. Ovunque, infatti, avanza il (peggior) populismo di destra.

Al momento, le forze di opposizione socialdemocratiche contrastano i “barbari” difendendo status quo ed austerity mentre movimenti e lotte sociali sono orfani di una rappresentanza degna. Mouffe tifa, invece, per il populismo di sinistra. Questo progetto avrà successo? “Chiaramente non c’è garanzia – replica l’autrice – ma sarebbe un grave errore non cogliere l’opportunità che la congiuntura attuale fornisce”. Allora, dopo questa lettura, è lecito chiedersi: chi sarà, in Italia, l’anti-Salvini?

Fonte

07/02/2017

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos

Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista. Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.

Il presupposto da cui intendo partire è che stiamo vivendo la fase iniziale di un rapido e caotico processo di de-globalizzazione. Non ho qui lo spazio di argomentare adeguatamente tale tesi per cui mi limito a enunciarla in modo apodittico rinviando all’articolo del vicepresidente boliviano Linera, che ho già avuto modo di commentare su queste pagine e su altri organi di stampa: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/01/26/carlo-formenti-la-globalizzazione-e-morta/. In quel pezzo Linera scriveva, fra le altre cose, che Trump “non è il boia dell’ideologia trionfalista della libera impresa, bensì il medico legale al quale tocca ufficializzare una morte clandestina”. Clandestina, aggiungo io, per l’ottusa ostinazione con cui le sinistre si ostinano a non prenderne atto. E aggiungeva che l’era in cui stiamo entrando è ricca di incertezze, e proprio per questo potenzialmente fertile, se sapremo navigare nel caos generato dalla morte delle narrazioni passate.

Sulla stessa lunghezza d’onda vale la pena di segnalare un lungo, notevole articolo firmato Piotr e apparso sul sito megachip http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127247&typeb=0 che sostiene, fra le altre cose:
1) che Trump non rappresenta solo un elettorato fatto di perdenti della globalizzazione (disoccupati, lavoratori bianchi poveri, ecc.) ma anche un composito mosaico di frammenti delle élite dominanti spaventati dall’inerzia di una politica neocons trasversale (Hillary Clinton su tutti) disposta a rischiare una guerra mondiale, pur di difendere l’egemonia americana fondata sul binomio finanziarizzazione/globalizzazione;
2) che questa base incoerente e composita lo costringerà a condurre una politica altrettanto incoerente e contraddittoria (per esempio facendo marcia indietro sulla globalizzazione senza smettere di difendere gli interessi della finanza globale);
3) che per opporsi al suo pseudo new deal autoritario le lobby liberal-imperiali lotteranno (è cronaca di questi giorni) con il coltello fra i denti, mobilitando un’ideologia identitaria “arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si erigono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie”;
4) che una sinistra che voglia lottare sia contro il globalismo alla Clinton che contro il trumpismo dovrà sfruttare, con spirito pragmatico ma senza rinunciare i principi, l’onda populista. Il che ci riporta ai dilemmi di Podemos.

Iniziamo col dire che Podemos è oggi oggetto di una violenta aggressione da parte di tutti i media spagnoli, simile a quelle che in tutti gli altri paesi occidentali vengono condotte contro la minaccia “populista”. Le virgolette s’impongono perché il termine viene usato in modo totalmente indifferenziato: populisti sono Evo Morales e Marine Le Pen, Rafael Correa e Grillo, Trump e Podemos. Un appiattimento che non è frutto di incapacità di analisi politica; al contrario: riflette la secca polarizzazione formulata qualche settimana fa dal direttore del Wall Street Journal, il quale ha dichiarato che, d’ora in avanti, lo scontro non sarà fra destra e sinistra ma fra globalisti e antiglobalisti. Altrettanto univoca la ricetta per fronteggiarli: costruire grandi coalizioni fra liberali e socialdemocratici per sbarrare loro il passo (coalizioni cui tendono ad accodarsi in posizione subordinata quei partiti di sinistra “radicale” che si lasciano convincere dalle élite liberali della necessità di far fronte contro il pericolo “fascista”). In Spagna, come spiega un articolo del deputato di Podemos Manolo Monereo https://www.cuartopoder.es/cartaalamauta/2017/01/24/todo-vale-contra-unidos-podemos/587 , questa campagna si è fatta isterica da quando Podemos ha scelto di stringere un’alleanza elettorale con Izquierda Unida piuttosto che con il PSOE. Perciò, visto che la prima opzione è stata sostenuta da Pablo Iglesias e la seconda da Inigo Errejón, e visto che le due tesi si confronteranno nuovamente nell’assemblea di Vistalegre, i media stanno entrando a gamba tesa nel dibattito precongressuale nella speranza di riuscire a spaccare il partito o, in via subordinata, a rafforzare al suo interno la corrente che fa capo a Errejón. Ma veniamo ai documenti.

Il documento di Iglesias https://pabloiglesias.org/2017/01/13/plan-2020-ganar-al-pp-gobernar-espana/ muove da considerazioni analoghe a quelle esposte poco sopra in merito alla fase storica mondiale: la globalizzazione sta entrando in crisi a mano a mano che sorgono nuove resistenze e avversari politici: non solo i movimenti sociali, ma anche quei governi guidati da forze politiche sovraniste/progressiste che, soprattutto in America Latina, tentano di restituire un ruolo strategico allo stato in materia di politica economica e perseguono programmi di riforme radicali, mentre è in corso un riequilibrio dei rapporti di forza geopolitici dovuto all’emergenza di superpotenze vecchie e nuove, come la Russia e la Cina. La crisi europea è parte integrante di tale contesto: gli effetti devastanti del progetto ordoliberista (elevamento del trattato di Maastricht a rango costituzionale sotto egemonia tedesca, perdita della sovranità monetaria e conseguente esautoramento dei governi nazionali privati di potere decisionale su temi strategici; attacco a salari e stato sociale; tagli generalizzati alla spesa pubblica; sistema dei media “blindato” a sostegno del pensiero unico liberista ecc.) generano una resistenza crescente dei popoli europei. In Spagna il consenso, a lungo fondato su settori sociali che aspiravano a venire integrati nella classe media e alternativamente gestito da democristiani e socialisti, si è dissolto dopo l’esplosione della crisi globale e a fronte della “cura” che la Ue ha imposto alla Spagna e che ha prodotto deindustrializzazione e disoccupazione. Così sono nati movimenti di massa che rivendicavano democrazia e sovranità popolari, provocando una vera e propria crisi di regime. In questa situazione i media mainstream si sono fatti garanti della continuità delle scelte politiche liberal liberiste, favorendo la nascita di una grande coalizione liberal socialdemocratica sul modello tedesco.

Il documento passa poi a ricostruire la breve storia di Podemos: nato nel 2013/14 su iniziativa di un gruppo di militanti di varia provenienza (movimenti studenteschi, sinistra anticapitalista, ex comunisti, movimenti di base, ecc.) ispirati dall’esempio del “giro all’izquierda” che ha visto molti Paesi latinoamericani costruire esperimenti populisti di sinistra, il partito ha lanciato un programma politico che chiedeva l’avvio di un processo costituente fondato su riforme radicali: riconquista della sovranità popolare con la possibilità di realizzare una politica economica redistributiva e di recuperare i diritti sociali; riforma in senso proporzionale del sistema elettorale, riforma della giustizia per accrescerne l’autonomia dal sistema politico; lotta contro il TTIP, lotta per la parità di genere e per il riconoscimento del carattere plurinazionale dello stato spagnolo, ecc. Programma che ha riscosso largo consenso nei settori popolari e nelle classi medie impoverite, consentendo di ottenere importanti successi elettorali.

Dopodiché Iglesias richiama (e rivendica) la svolta che ha visto il partito scegliere l’alleanza elettorale con la sinistra radicale di Izquierda Unida e la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal-socialdemocratico. Ricorda che tale svolta è maturata dopo un serrato dibattito interno, in cui la base ha respinto l’opzione (difesa da Errejón) di un accordo con il PSOE, scegliendo invece la strada di un’alternativa radicale al sistema di potere. Questa linea, che Iglesias si appresta a difendere nella prossima assemblea generale, si fonda sull’ipotesi che la crisi politica ed economica non stia avviandosi alla normalizzazione ma sia al contrario destinata ad acuirsi ulteriormente. Il compito di Podemos, quindi, non è quello di proporre un piano alternativo di governo, bensì quello di costruire un nuovo progetto di paese, tenendo saldamente insieme un blocco sociale formato da settori popolari e classi medie.

Per attuare questo progetto occorre una riforma dell’organizzazione del partito che, nella convulsa fase di crescita, si era concentrato sulla costruzione di una macchina elettorale favorendo la concentrazione del potere decisionale nelle mani del vertice. Ora si tratta di superare questo assetto verticistico sia rafforzando le strutture di base che affondano le radici nei territori, sia promuovendo e accompagnando la nascita di vere e proprie istituzioni di democrazia popolare, una rete di contropoteri che faccia sì che le vittorie siano percepite come vittorie di un blocco sociale più che come vittorie di Podemos. Infine, se si vuole costruire un modello alternativo di Paese, il programma di questo partito di tipo nuovo – che deve rappresentare un progetto condiviso da identità politiche, sociali e territoriali diverse – deve compiere un salto di qualità che il documento identifica con obiettivi ambiziosi: istituire un controllo democratico (attraverso regolazione pubblica e/o nazionalizzazioni) sui settori produttivi strategici e in particolare sui settori finanziario, dell’energia, delle comunicazioni; reindustrializzare il Paese contro la sua riduzione a Paese prevalentemente turistico imposta dalla Ue; impegnarsi a realizzare la sovranità alimentare; offrire sostegno alla piccola e media impresa, al cooperativismo e all’economia sociale.

Il documento di Errejón http://www.rtve.es/contenidos/documentos/borrador-documento-politico-Errejon.pdf dedica meno spazio all’analisi della fase storica, in quanto si concentra soprattutto sui rapporti di forza fra i partiti, sulle alleanze e sulle prospettive elettorali, dando relativamente poco peso ai fattori socioeconomici. In particolare, vengono affrontati i seguenti temi: 1) analisi degli errori di Podemos che, secondo Errejón, ne avrebbero frenato l’ascesa elettorale; 2) concentrazione sulla necessità di trasformare Podemos in forza di governo; 3) rilancio, a tale scopo, dell’ipotesi di alleanza con il PSOE (e critica dell’alleanza con IU) ; 4) necessità di riformare il partito, ridimensionando il potere del vertice e “femminilizzandolo”; 5) spostamento dall’obiettivo di costruire di un blocco sociale a quello di “costruire un popolo” (vedi, in proposito, il libro-dialogo fra Inigo Errejón e Chantal Mouffe, “Construir pueblo”), da cui consegue la riformulazione del conflitto sociale quasi esclusivamente nei termini della opposizione alto/basso, popolo/élite; 6) forte attenzione per le aspettative di sicurezza e ordine delle classi medie. Ma vediamone più in dettaglio lo sviluppo.

Per Errejón, Podemos incarna un ciclo di mobilitazione che ha dicotomizzato la società spagnola fra la “gente comune” e una casta privilegiata (si tratta della formulazione “classica” del fenomeno populista secondo le teorie di Ernesto Laclau). Perciò la sua vocazione è quella di costruire una forza politica di tipo nuovo (al di là dei dogmi della sinistra tradizionale) che persegua un cambio di potere in favore delle maggioranze sociali (cambio di potere, non rottura sistemica!).

Per superare l’attuale struttura verticistica (obiettivo sul quale concorda anche Iglesias, come si è visto) Errejón propone una ricetta fondata sui principi “classici” della democrazia parlamentare borghese e dei suoi partiti: divisione dei poteri, distribuzione delle cariche in base a un criterio di “proporzionalità” fra le correnti interne (la cui esistenza viene data per scontata in quanto garanzia di democraticità). Infine “femminilizzazione” del partito in ossequio a quello che in Italia definiremmo il principio delle quote rosa (punto su cui tornerò più avanti perché mi sembra rilevante ai fini delle differenze di prospettiva politica fra i due approcci).

Sul tema delle alleanze Errejón è fortemente critico nei confronti dell’accordo elettorale con IU (al quale imputa la mancata crescita nell’ultima tornata elettorale), mentre rilancia l’ipotesi dell’alleanza con il PSOE, in barba alla tragica crisi di questo partito e al fatto che la base aveva bocciato (vedi documento Iglesias) tale idea. Da un lato, sostiene che se si fosse impostato il rapporto con il PSOE in modo “laico” (implicita allusione all’ostilità ideologica della base di sinistra nei confronti dei socialisti) si sarebbero ottenuti risultati più produttivi di quelli realizzati con la linea di contrapposizione frontale che si è imboccata. A parte il fatto che questa tesi dà per scontata la possibilità di costringere il PSOE ad aderire a un’alleanza di centrosinistra, è evidente che il risultato cui qui si allude consiste nella possibilità che Podemos riesca finalmente a convertirsi in forza di governo. Ma a quale prezzo politico? Il documento, non a caso, sorvola sulle politiche condotte dal PSOE negli anni precedenti, vale a dire sulla sua piena conversione al credo neoliberale. Forse per non ammettere che un accordo con il PSOE implicherebbe, molto più probabilmente, un spostamento verso il centro di Podemos piuttosto che uno spostamento a sinistra dei socialisti.

Del resto Errejón ribadisce la propria convinzione che, alla forza delle élite, non si può contrapporre la sinistra ma “la maggioranza eterogenea di chi sta in basso”. Su quale sia la natura della maggioranza eterogenea che ha in testa Errejón, ci offre un indizio il suo ripetuto riferimento alla necessità di venire incontro alle esigenze di certezza, ordine e sicurezza della gente: il “popolo” in questione è fatto soprattutto da quelle classi medie che sperano di poter recuperare le posizioni di privilegio perse a causa della crisi, un popolo che non va spaventato contraendo imprudenti alleanze con le classi subalterne. In sintesi, potremmo dire che siamo di fronte a un progetto neo socialdemocratico, in ragione del quale Podemos si troverebbe impegnato a integrare, assorbire e rivitalizzare un partito socialista delegittimato per avere consegnato il Paese al saccheggio del capitale finanziario globale.

Come si vede l’alternativa prospettata dai due documenti è radicale: da un lato abbiamo l’idea che la crisi è destinata ad aggravarsi e non richiede un semplice cambio di politica economica bensì un vero e proprio cambio di civiltà, dall’altro l’idea che esiste una possibilità di “normalizzazione” della crisi attraverso un cambio di governo e l’adozione di misure capaci di mitigare l’asprezza della civiltà liberista; da un lato abbiamo la concezione di un processo costituente gestito da nuove istituzioni di contropotere popolare e da un partito capace di guidare un blocco sociale fatto di classi subordinate e classi medie impoverite, dall’altro lato la convinzione che basti rivitalizzare le istituzioni della democrazia rappresentativa e rifondare la socialdemocrazia per restituire potere decisionale al popolo. Potremmo anche dire che si confrontano due concezioni diverse del concetto di egemonia: la prima ispirata all’idea di blocco sociale di Gramsci, la seconda all’idea di popolo di Laclau – due concezioni che rinviano a due modelli diversi di “socialismo del XXI secolo” (non va mai dimenticato che tanto Iglesias quanto Errejón devono la propria formazione politica all’esperienza latinoamericana): da un lato il modello della rivoluzione boliviana di Morales e Linera, dall’altro il modello della Revolucion Ciudadana di Rafael Correa (quello, per intenderci, che piace a Grillo: se vincesse Errejón, Podemos somiglierebbe all’M5S assai più di quanto gli somigli adesso). Infine è significativa la differenza di atteggiamento dei due documenti sul tema della parità di genere: entrambi attribuiscono un’importanza fondamentale all’obiettivo, ma nel documento di Errejón esso è al centro di riferimenti ripetuti quasi ossessivamente, nei quali si evoca a più riprese il concetto di “femminilizzazione” (del partito, delle istituzioni, del programma, ecc.). Il dubbio è che tanta insistenza sia spiegabile, più che come omaggio all’ideologia femminista, come convergenza con la campagna globale che il fronte liberal sta conducendo contro la minaccia populista, campagna in cui l’ideologia politically correct, i diritti civili e individuali e l’esaltazione di tutte le differenze – vedi sopra – vengono mobilitati per impedire che la lotta per i diritti sociali torni a occupare il centro della scena. Per concludere: è auspicabile che l’eterogeneità dei due blocchi sociali e delle due culture politiche che oggi convivono in Podemos non provochi una rottura che sarebbe disastrosa per il movimento antiliberista spagnolo ma, almeno dal punto di vista di chi scrive, è non meno auspicabile che l’unità venga mantenuta sotto l’egemonia della linea di Iglesias, alla quale credo si possa rimproverare quasi solo l’evidente incoerenza sul problema dell’Europa: l’esperienza greca ha dimostrato che l’obiettivo di riconquistare la sovranità popolare in materia di democrazia, welfare e politica economica non è compatibile con la permanenza nella Ue – incompatibilità della quale, finora, nemmeno Iglesias ha avuto il coraggio di prendere atto.

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02/11/2015

Populismo di sinistra. Perché in Italia non se ne parla?

E’ stata recentemente pubblicata in Spagna un’interessante conversazione tra la politologa Chantal Mouffe e il dirigente di Podemos Íñigo Errejón con il titolo Costruire il popolo (Construir Pueblo – Icaria Editorial) dove si manifesta una rinnovata attenzione per il concetto di populismo e per la sua possibile declinazione a sinistra. La base di riferimento del confronto è costituita sia dal lavoro della politologa belga con il suo compagno Ernesto Laclau, scomparso qualche anno fa, “Egemonia e strategia socialista. Verso una radicalizzazione della democrazia” del 1985, che l’opera di Laclau del 2005, “La ragione populista” (pubblicata nel 2008 in Italia da Laterza), che costituisce il tentativo più strutturato di riabilitare il populismo come “modo di costruzione del politico” per chi vuole combattere e superare il capitalismo.

L’eco di questa discussione fatica ad arrivare in Italia, anche se qualche settimana fa è comparso un articolo firmato da Christian Raimo (Perché c’è bisogno di un populismo di sinistra – 5 ottobre 2015 – www.internazionale.it) che ha il merito di provare a riportare qui da noi la discussione sul populismo, provando ad interrompere l’abitudine consolidata di utilizzarlo soltanto come termine per denigrare posizioni politiche che richiamano al coinvolgimento del popolo nell’arena politica.

Solitamente quando si definisce una formazione politica con l’appellativo di populista è perché se ne vuole demarcare il carattere non democratico, di forte identificazione con un leader carismatico e con la tendenza alla semplificazione del messaggio politico, destinato a contrapporre il popolo ad una élite oligarchica o corrotta. Tuttavia nel corso del secolo scorso le esperienze politiche classificate come populiste sono state talmente tante e fortemente eterogenee tra loro da rendere quasi inutilizzabile il termine stesso, troppo spesso adottato per descrivere fenomeni ed esperienze molto diverse tra loro. Oggi, per esempio, c’è in Europa un proliferare di populismi prevalentemente di destra, alla Le Pen, anche se cominciano a comparire (o almeno ad essere considerate tali) anche esperienze di sinistra come Syriza o Podemos o il più recente nuovo leader del Labour Jeremy Corbyn.

In Italia si è parlato di populismo a proposito di Berlusconi ed ora anche di Renzi, se ne parla per descrivere la Lega Nord, sia quella che era di Bossi che l’attuale di Salvini, e si usa il termine per definire il Movimento 5 Stelle. In realtà le esperienze dove più è stata utilizzata la definizione di populismo appartengono alla storia dell’America Latina, dove la figura del caudillo e l’irruzione del popolo sulla scena politica hanno costellato l’evoluzione del continente durante tutto il secolo scorso ed ancora dopo il 2000 anche i processi rivoluzionari in Venezuela, in Bolivia o in Ecuador vengono descritti come esperienze populiste, soprattutto da parte di quella sinistra che non riesce o forse non vuole interpretarli in modo più lucido.

Cosa c’è però di interessante nella ripresa del dibattito in Europa sul populismo? Innanzitutto la presa d’atto che i movimenti populisti si producono quando un sistema politico entra in crisi, quando un sistema di consenso perde la capacità di tenere unita la società, quando cioè si sgretola il blocco sociale che è riuscito a governare fino a quel momento e i normali canali della rappresentanza non funzionano più. Spesso si è attribuito al populismo la caratteristica di prodursi in quei paesi dove lo Stato è meno strutturato e i corpi intermedi sono più deboli e diradati. Proprio la debolezza delle forme di organizzazione sociale intermedia avrebbero reso più facile il ricorso alla costruzione del “popolo” come unità organica e quindi favorito l’emergere di forti movimenti populisti in quelle latitudini. Ma oggi in Europa non stiamo forse assistendo ad una crisi verticale di legittimazione dei sistemi politici e ad un contemporaneo indebolimento dei corpi intermedi della società? Partiti e sindacati hanno perduto molta della loro antica capacità di organizzazione e di rappresentazione della società e settori sociali sempre più grandi restano ormai senza rappresentanza.

Non siamo in presenza di uno Stato debole in Europa, anzi. Assistiamo ad un continuo rafforzamento dei vincoli europei che obbligano sempre più il sistema amministrativo e tutto il meccanismo decisionale all’interno di condizioni e procedure stringenti. Lo Stato è forte ed ha aumentato i sistemi di controllo sulla società. E’ vero però che c’è una crisi nella capacità di costruzione del consenso, che ampi settori sociali sono fuori dal sistema della rappresentanza e che la tenuta del regime politico è a rischio. Il dato si avverte soprattutto nei paesi mediterranei, i famosi PIIGS, dove stanno emergendo formazioni che contrastano i diktat della UE, e in molti casi non si tratta di partiti di destra.

Proprio l’emergere di condizioni storiche che sembrano spiegare e favorire l’affermazione di formazioni politiche ispirate dal populismo rende di particolare interesse l’interpretazione originale di Laclau, che analizza il populismo come un modo di costruzione dell’azione politica, particolarmente adatto all’era contemporanea. La frammentazione sociale e la riduzione del peso specifico della classe operaia delle grandi fabbriche all’interno del blocco storico anticapitalista (qui il riferimento alle categorie di Gramsci è esplicito) renderebbero la “costruzione del popolo” l’unico modo efficace di agire la politica.

Laclau avanza una interpretazione originale di Gramsci e dei suoi concetti di egemonia, di blocco storico e di guerra di posizione, per affermare una visione non essenzialista del “politico”. Non ci sarebbe secondo Laclau nessuna relazione diretta tra condizione sociale e posizione politica, ma la politica sarebbe sempre il frutto di un’attività soggettiva di costruzione di un Noi da contrapporre a un Loro, grazie anche alla capacità di definire parole d’ordine che raccolgono e sintetizzano le tante rivendicazioni parziali che scaturiscono dai conflitti nella società.

In Italia però questo dibattito non è mai arrivato, o è rimasto confinato dentro circoli molto ristretti di addetti ai lavori. Non è difficile capire perché. Il populismo comporta per lo meno due caratteristiche che la sinistra italiana ha perduto da tempo: la radicalità delle posizioni e l’individuazione del nemico. Una abitudine consolidata ad agire in ambienti contigui al potere ha compromesso da tempo la sinistra, impedendogli di utilizzare il linguaggio semplice e radicale della verità. E l’ambiguità delle proposte ha reso sempre più sfumato il concetto di nemico o anche solo di avversario. Per anni abbiamo sorbito l’antiberlusconismo come specchietto per le allodole di una sinistra che strategicamente riproponeva la stessa logica della destra liberista. Venuto meno l’avversario di comodo, abbiamo scoperto con Renzi che ormai il re è nudo.

Parlare di populismo presuppone pertanto una attitudine alla rottura, una predisposizione a concepire il cambiamento non come l’effetto di un gioco di mediazioni ma come l’esito di un moltiplicarsi di conflitti che riescano a mandare in crisi assetti di potere e sistemi di controllo.

Ma la discussione sul populismo può avere un ulteriore effetto benefico qui da noi. Costringere la sinistra sociale diffusa, sparpagliata in mille rivoli ma attiva su tanti fronti sociali e territoriali, a misurarsi con il problema della proposta generale, con l’ambizione del cambiamento di sistema. La “costruzione del popolo” di cui si parla in Europa, cioè di quel Noi sufficientemente ampio da abbracciare l’insieme delle tante rivendicazioni particolari senza ridursi alla classica “lista della spesa” è il tema che ci rimbalza in casa dai nostri vicini. Un Noi che abbia subito ben definito dove sono i confini per riconoscersi al suo interno e che permetta pertanto di individuare con chiarezza il fuori, tutti quelli che non fanno parte del popolo, i Loro, quelli da combattere senza se e senza ma.

L’assenza di una proposta populista di sinistra in Italia la stiamo pagando da tempo con l’assenza tout court della sinistra. Un atteggiamento elitista, incapace di parlare alla pancia del paese, che si riflette anche in una inadeguatezza complessiva dell’attivismo di sinistra a stare tra le persone con una proposta generale. Siamo bravi, in sostanza, a difendere le mille cause particolari ma abbiamo perso la capacità di parlare di futuro. Di costruire un campo e di scatenare una lotta generale, una lotta nella quale sia chiaro che l’esito non può che essere o Noi o Loro.

La costruzione del popolo potrebbe risultare un esercizio efficace per un mondo abituato ai distinguo, alle divisioni, alla litigiosità. E’ la costruzione del campo, del nostro campo, l’oggetto da cui partire. Declinare quel Noi e quel Loro la prima strettoia ineludibile da cui passare.

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