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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/01/2019

Rottura dentro Podemos. Uno dei fondatori si candida con un’altra lista

C’è stata rottura importante dentro Podemos. Uno dei fondatori, Inigo Errejon, ha deciso di sostenere una lista diversa alle prossime elezioni municipali per la comunità di Madrid. L’altro fondatore, Pablo Iglesias, si è detto “colpito e triste” per la defezione della spalla storica. Vediamo di ricostruire i fatti.

“Podemos,” è apparso sulla scena politica nel gennaio 2014, come alternativa a “sinistra” del Partito socialista spagnolo ottenendo forti consensi sul piano elettorale nazionale e locale ma soprattutto capitalizzando sul piano politico il movimento degli Indignados. Il movimento, più recentemente, ha raggiunto un patto elettorale con Izquierda Unida (dando vita alla coalizione Unidos Podemos) e con vari settori del Partito Comunista e della sinistra spagnola.

Nei mesi scorsi sono sorti malumori interni, soprattutto verso la “destra” di Podemos (di cui Errejon è l’esponente più importante) che ha spinto – ed ottenuto – un posizionamento di appoggio al governo del socialista Sanchez, una scelta che non ha certo entusiasmato la sinistra di Podemos ma che è stata legittimata – e comunque non osteggiata – dal fondatore Pablo Iglesias.

Ma la frattura è diventata via via più ampia in quanto, poco prima delle elezioni municipali nella capitale Madrid, dove un altro dei fondatori di Podemos, Iñigo Errejón, insieme a Juan Carlos Monedero e Teresa Rodriguez (altri due leader storici), hanno annunciato di aderire alla candidatura di Más Madrid insieme a Manuela Carmena, l’attuale Sindaco e quindi di incorporarsi nelle elezioni municipali con questa nuova formazione che aspira alla rielezione del sindaco in carica.

Manuela Carmena, avvocato giuslavorista ed ex magistrato, è la sindaca di Madrid a partire da luglio 2015. E ‘stata militante del Partito Comunista di Spagna dal 1965 al 1981 e nel 2015, come indipendente, è stata eletta con la formazione Madrid Ahora.

Il quotidiano spagnolo El Diario, riferisce di un braccio di ferro dentro Podemos sulle candidature da riservare agli alleati di Izquierda Unida. Errejon non era apparso entusiasta della scelta di mettere in evidenza rappresentanti noti e dichiarati di Iu.

Ma giovedì la sindaca di Madrid, Manuela Carmena ha pubblicato una lettera congiunta con Errejón per pubblicizzare la “buona notizia” cioè la candidatura con la sua lista del dirigente di Podemos. “È un invito ad incontrarsi, con l’armonia e l’impegno di cui hanno bisogno i momenti importanti”, afferma la sindaca, affermando che questa in primavera avranno bisogno “della creatività e del desiderio di migliorare la gente di Madrid”.

La decisione di Carmena ed Errejón è arrivata in un momento di ripresa delle tensioni tra il candidato e le direzioni nazionali e regionali di Podemos. Questo giovedì era programmata una riunione a tre per negoziare i dettagli per una lista congiunta con IU che è adesso appare rimessa in discussione.

Il leaders di Podemos, Pablo Iglesias, ha espresso il suo stupore per la “defezione” senza preavviso di Errejón, il quale è stato chiamato ieri ad una riunione d’emergenza della segreteria generale, nella quale uno dei pesi massimi, Pablo Echenique (figlio di esiliati argentini) ha espresso l’intenzione di adottare misure severe che potrebbero portare all’espulsione di Errejón.

Pablo Iglesias ha scritto una lettera ai militanti di Podemos per commentare l’alleanza di Iñigo Errejón e Manuela Carmena: “Sono rimasto colpito e triste, i nostri aderenti meritano più rispetto”, ha detto. Dopo un incontro con la direzione di Podemos, il segretario generale ha collocato Errejón fuori da Podemos e ha annunciato che Podemos non ci presenterà alle elezioni con Mas Madrid.

“Auguro fortuna ad Íñigo (Errejon, ndr) nella costruzione della sua nuova partita con Manuela, ma Podemos ha la sua road map indicata dai militanti e che è stata decisa nelle nostre assemblee cittadine”.

Al momento la direzione di Podemos non espellerà Errejón anche se lo ha collocato fuori da Podemos chiedendogli di essere “coerente”. Una decisione che non ha convinto del tutti i membri della Direzione che insistono invece sull’espulsione.

Il giornale “Publico” riferisce che ambienti vicino a Errejon garantiscono che non abbandonerà Podemos anche se continuerà con il progetto Mas Madrid.

Insomma anche Podemos sembra veder scemare il vento in poppa su cui ha potuto contare negli anni precedenti. Sono verifiche quasi fisiologiche di ogni esperienza politica. Pesano indubbiamente alcuni posizionamenti che non sono piaciuti al corpo sociale di Podemos come la non belligeranza – e in alcuni casi la piena collaborazione – con il Psoe prima e il governo del leader socialista Sanchez. Una linea voluta notoriamente dall’oggi defezionante Errejon ma non osteggiata apertamente da Pablo Iglesia.

Le recenti, e importanti, elezioni in Andalusia, avevano visto la perdita di 400 mila voti da parte per Podemos e, al contrario, l’ascesa e l’entrata nel parlamento andaluso di un movimento fascista come Vox.

Indubbiamente sulla riduzione di empatia verso Podemos ha contribuito a anche la scelta di rimanere equidistanti in Catalogna nellla creazione di una Repubblica indipendente dallo Stato Spagnolo.

Fonte

20/04/2018

Spagna. C’è “maretta” dentro Podemos. La destra, sconfitta, scalpita

I giornali spagnoli, anche quelli più vicini e informati al movimento, riferiscono che in Podemos c’è “maretta”. Una delle fondatrici di Podemos, Carolina Bescansa, ha rinunciato a presentarsi come numero due a sostegno della candidatura di Iñigo Errejón nelle primarie per le elezioni nella Comunità Autonoma di Madrid. Errejòn è uno dei fondatori di Podemos, ma è anche il leader della corrente moderata e più filo-Psoe uscita sconfitta dall’assemblea nazionale di Podemos tenutasi a febbraio.

La decisione di rinunciare alla candidatura, è stata presa dopo un incidente di percorso che ha coinvolto una degli esponenti storici di Podemos, Carolina Bescansa, anche lei niente affatto soddisfatta di come si era conclusa Vistalegre II, ossia l’assemblea nazionale di Podemos che si tiene in una arena coperta di Madrid ribattezzata appunto Vistalegre.

Carolina Bescansa, aveva elaborato in un testo l’accordo raggiunto con l’esponente dell’ala moderata di Podemos Inigo Errejón per strappare la leadership a Pablo Iglesias. Un documento interno è stato però caricato, forse inavvertitamente o forse inopportunamente, sul canale di Telegram e cancellato qualche minuto dopo, ma non il tempo sufficiente per non essere letto, scaricato e dunque messo in circolazione.

Il documento rivela l’ipotesi di una candidatura della Presidenza di Madrid e il salto per la candidatura al governo della Spagna. Il testo, a cui ha avuto accesso il giornale “Publico”, descrive una road map che consiste in un patto tra Errejón e Bescansa per la candidatura alla presidenza della Comunità di Madrid e, da lì, a proporre un’altra lista nazionale che contesti a Iglesias la candidatura per Podemos al governo.

Nelle dichiarazioni rilasciate a “Publico”, fonti vicine al leader sconfitto di Podemos, Errejón negano che questo sia a conoscenza del documento, alla sua elaborazione, che sia stato raggiunto un accordo con Carolina Bescansa (anche se ammettono contatti tra i due) e ancora meno ai contenuti riportati.

Il documento, intitolato “Propuesta-borrador de acuerdos en la negociación conducente a la constitución de una candidatura de unidad en las primarias de Podemos en la CAM” (bozza di Proposta di accordi nella negoziazione per la costituzione di una candidatura unitaria nelle primarie di Podemos nella Comunità Autonoma di Madrid, ndt), è stato eliminato dalla Bescansa poco dopo la sua pubblicazione. Tuttavia, quei minuti sono stati sufficienti per scaricare e accedere al documento completo.

Il punto chiave è che la Bescansa diventerebbe il numero due di Errejón, sostenendone la candidatura a guidare la lista di Podemos alle prossime elezioni generali escludendo dalla candidatura come sindaco di Madrid l’attuale Segretario Generale madrileno di Podemos, Ramón Espinar.

Il giornale “Publico” ha provato a contattare Carolina Bescansa ma, al momento, non è stato possibile. Le uniche dichiarazioni fatte dal deputato sono quelle sul canale di Telegram in cui lei riferisce della pubblicazione “per sbaglio” del documento e afferma che avrebbe dato “spiegazioni ai media” e che lei andrà avanti. “Quel progetto non costituisce un accordo né è stato convalidato da Iñigo Errejon o da me”.

Tra i vari nomi compare anche quello di Ramón Espinar (segretario di Podemos a Madrid) non per includerlo nell’elenco dei candidabili, ma per escluderlo. “La firma di questo accordo implica l’inclusione nell’elenco di quelle persone legate a questo progetto in termini politici e ideologici, ed esclude espressamente la possibilità di incorporare candidati sulla base di processi di negoziazione sulle risorse o sostegni dalla direzione statale di Podemos. Stando così le cose non è prevista in questa lista l’integrazione di Ramón Espinar, portavoce della corrente ufficiale nella Comunità Autonoma di Madrid, rappresentante più visibile a Madrid della deriva politica che questa candidatura mira a contrastare”.

Inoltre, è stato convenuto che, come già anticipato che, “Iñigo Errejón assumerà le responsabilità della posizione di candidato alla presidenza della Comunità di Madrid e direttore della campagna”. Aggiungendo che “Carolina Bescansa assumerà le responsabilità della carica di candidato vicepresidente della Comunità di Madrid e vice direttore di campagna, così come la responsabilità di coordinare il processo di stesura del programma elettorale di Podemos in queste elezioni.”

Inigo Errejon è l’autore del documento “Recuperar la ilusión”, nel quale configura una Podemos orientata verso la classe media chiedendo di moderarne l’immagine e il programma con “proposte trasversali, né di destra né di sinistra”. La sinistra, viene liquidata come “folcloristica e impotente” sostenendo come Podemos debba essere contro “quelli che credono che le situazioni storiche siano determinate dall’economia”.

I media mainstream guardano con simpatia a Errejon, soprattutto per la sua ipotesi – condivisa dalla Bescansa – di una Podemos in “competizione virtuosa” con il Psoe sul piano del governo, inclusa l’alleanza con esso. Una ipotesi che ha fatto sì che il Psoe proponesse all’attuale sindaca di Madrid, Manuela Carmena, di candidarsi come propria capolista invece di mantenere l’esperienza di “Madrid Ahora”, attualmente in carica e ispirata da Podemos.

Un progetto, quello di Errejòn, uscito però sconfitto dall’assemblea nazionale di Podemos a Vistalegre II, che ha visto invece prevalere il documento e l’orientamento di Pablo Iglesias, sostenitore dell’alleanza con Izquierda Unida (che ha reso possibile la lista Podemos Unidos) e firmatario pochi giorni fa di un impegnativo documento comune sull’Europa con Jean Luc Melenchon (France Insoumise) e Caterina Martens (Bloco de Esquerda).

Fonte

07/02/2017

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos

Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista. Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.

Il presupposto da cui intendo partire è che stiamo vivendo la fase iniziale di un rapido e caotico processo di de-globalizzazione. Non ho qui lo spazio di argomentare adeguatamente tale tesi per cui mi limito a enunciarla in modo apodittico rinviando all’articolo del vicepresidente boliviano Linera, che ho già avuto modo di commentare su queste pagine e su altri organi di stampa: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/01/26/carlo-formenti-la-globalizzazione-e-morta/. In quel pezzo Linera scriveva, fra le altre cose, che Trump “non è il boia dell’ideologia trionfalista della libera impresa, bensì il medico legale al quale tocca ufficializzare una morte clandestina”. Clandestina, aggiungo io, per l’ottusa ostinazione con cui le sinistre si ostinano a non prenderne atto. E aggiungeva che l’era in cui stiamo entrando è ricca di incertezze, e proprio per questo potenzialmente fertile, se sapremo navigare nel caos generato dalla morte delle narrazioni passate.

Sulla stessa lunghezza d’onda vale la pena di segnalare un lungo, notevole articolo firmato Piotr e apparso sul sito megachip http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127247&typeb=0 che sostiene, fra le altre cose:
1) che Trump non rappresenta solo un elettorato fatto di perdenti della globalizzazione (disoccupati, lavoratori bianchi poveri, ecc.) ma anche un composito mosaico di frammenti delle élite dominanti spaventati dall’inerzia di una politica neocons trasversale (Hillary Clinton su tutti) disposta a rischiare una guerra mondiale, pur di difendere l’egemonia americana fondata sul binomio finanziarizzazione/globalizzazione;
2) che questa base incoerente e composita lo costringerà a condurre una politica altrettanto incoerente e contraddittoria (per esempio facendo marcia indietro sulla globalizzazione senza smettere di difendere gli interessi della finanza globale);
3) che per opporsi al suo pseudo new deal autoritario le lobby liberal-imperiali lotteranno (è cronaca di questi giorni) con il coltello fra i denti, mobilitando un’ideologia identitaria “arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si erigono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie”;
4) che una sinistra che voglia lottare sia contro il globalismo alla Clinton che contro il trumpismo dovrà sfruttare, con spirito pragmatico ma senza rinunciare i principi, l’onda populista. Il che ci riporta ai dilemmi di Podemos.

Iniziamo col dire che Podemos è oggi oggetto di una violenta aggressione da parte di tutti i media spagnoli, simile a quelle che in tutti gli altri paesi occidentali vengono condotte contro la minaccia “populista”. Le virgolette s’impongono perché il termine viene usato in modo totalmente indifferenziato: populisti sono Evo Morales e Marine Le Pen, Rafael Correa e Grillo, Trump e Podemos. Un appiattimento che non è frutto di incapacità di analisi politica; al contrario: riflette la secca polarizzazione formulata qualche settimana fa dal direttore del Wall Street Journal, il quale ha dichiarato che, d’ora in avanti, lo scontro non sarà fra destra e sinistra ma fra globalisti e antiglobalisti. Altrettanto univoca la ricetta per fronteggiarli: costruire grandi coalizioni fra liberali e socialdemocratici per sbarrare loro il passo (coalizioni cui tendono ad accodarsi in posizione subordinata quei partiti di sinistra “radicale” che si lasciano convincere dalle élite liberali della necessità di far fronte contro il pericolo “fascista”). In Spagna, come spiega un articolo del deputato di Podemos Manolo Monereo https://www.cuartopoder.es/cartaalamauta/2017/01/24/todo-vale-contra-unidos-podemos/587 , questa campagna si è fatta isterica da quando Podemos ha scelto di stringere un’alleanza elettorale con Izquierda Unida piuttosto che con il PSOE. Perciò, visto che la prima opzione è stata sostenuta da Pablo Iglesias e la seconda da Inigo Errejón, e visto che le due tesi si confronteranno nuovamente nell’assemblea di Vistalegre, i media stanno entrando a gamba tesa nel dibattito precongressuale nella speranza di riuscire a spaccare il partito o, in via subordinata, a rafforzare al suo interno la corrente che fa capo a Errejón. Ma veniamo ai documenti.

Il documento di Iglesias https://pabloiglesias.org/2017/01/13/plan-2020-ganar-al-pp-gobernar-espana/ muove da considerazioni analoghe a quelle esposte poco sopra in merito alla fase storica mondiale: la globalizzazione sta entrando in crisi a mano a mano che sorgono nuove resistenze e avversari politici: non solo i movimenti sociali, ma anche quei governi guidati da forze politiche sovraniste/progressiste che, soprattutto in America Latina, tentano di restituire un ruolo strategico allo stato in materia di politica economica e perseguono programmi di riforme radicali, mentre è in corso un riequilibrio dei rapporti di forza geopolitici dovuto all’emergenza di superpotenze vecchie e nuove, come la Russia e la Cina. La crisi europea è parte integrante di tale contesto: gli effetti devastanti del progetto ordoliberista (elevamento del trattato di Maastricht a rango costituzionale sotto egemonia tedesca, perdita della sovranità monetaria e conseguente esautoramento dei governi nazionali privati di potere decisionale su temi strategici; attacco a salari e stato sociale; tagli generalizzati alla spesa pubblica; sistema dei media “blindato” a sostegno del pensiero unico liberista ecc.) generano una resistenza crescente dei popoli europei. In Spagna il consenso, a lungo fondato su settori sociali che aspiravano a venire integrati nella classe media e alternativamente gestito da democristiani e socialisti, si è dissolto dopo l’esplosione della crisi globale e a fronte della “cura” che la Ue ha imposto alla Spagna e che ha prodotto deindustrializzazione e disoccupazione. Così sono nati movimenti di massa che rivendicavano democrazia e sovranità popolari, provocando una vera e propria crisi di regime. In questa situazione i media mainstream si sono fatti garanti della continuità delle scelte politiche liberal liberiste, favorendo la nascita di una grande coalizione liberal socialdemocratica sul modello tedesco.

Il documento passa poi a ricostruire la breve storia di Podemos: nato nel 2013/14 su iniziativa di un gruppo di militanti di varia provenienza (movimenti studenteschi, sinistra anticapitalista, ex comunisti, movimenti di base, ecc.) ispirati dall’esempio del “giro all’izquierda” che ha visto molti Paesi latinoamericani costruire esperimenti populisti di sinistra, il partito ha lanciato un programma politico che chiedeva l’avvio di un processo costituente fondato su riforme radicali: riconquista della sovranità popolare con la possibilità di realizzare una politica economica redistributiva e di recuperare i diritti sociali; riforma in senso proporzionale del sistema elettorale, riforma della giustizia per accrescerne l’autonomia dal sistema politico; lotta contro il TTIP, lotta per la parità di genere e per il riconoscimento del carattere plurinazionale dello stato spagnolo, ecc. Programma che ha riscosso largo consenso nei settori popolari e nelle classi medie impoverite, consentendo di ottenere importanti successi elettorali.

Dopodiché Iglesias richiama (e rivendica) la svolta che ha visto il partito scegliere l’alleanza elettorale con la sinistra radicale di Izquierda Unida e la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal-socialdemocratico. Ricorda che tale svolta è maturata dopo un serrato dibattito interno, in cui la base ha respinto l’opzione (difesa da Errejón) di un accordo con il PSOE, scegliendo invece la strada di un’alternativa radicale al sistema di potere. Questa linea, che Iglesias si appresta a difendere nella prossima assemblea generale, si fonda sull’ipotesi che la crisi politica ed economica non stia avviandosi alla normalizzazione ma sia al contrario destinata ad acuirsi ulteriormente. Il compito di Podemos, quindi, non è quello di proporre un piano alternativo di governo, bensì quello di costruire un nuovo progetto di paese, tenendo saldamente insieme un blocco sociale formato da settori popolari e classi medie.

Per attuare questo progetto occorre una riforma dell’organizzazione del partito che, nella convulsa fase di crescita, si era concentrato sulla costruzione di una macchina elettorale favorendo la concentrazione del potere decisionale nelle mani del vertice. Ora si tratta di superare questo assetto verticistico sia rafforzando le strutture di base che affondano le radici nei territori, sia promuovendo e accompagnando la nascita di vere e proprie istituzioni di democrazia popolare, una rete di contropoteri che faccia sì che le vittorie siano percepite come vittorie di un blocco sociale più che come vittorie di Podemos. Infine, se si vuole costruire un modello alternativo di Paese, il programma di questo partito di tipo nuovo – che deve rappresentare un progetto condiviso da identità politiche, sociali e territoriali diverse – deve compiere un salto di qualità che il documento identifica con obiettivi ambiziosi: istituire un controllo democratico (attraverso regolazione pubblica e/o nazionalizzazioni) sui settori produttivi strategici e in particolare sui settori finanziario, dell’energia, delle comunicazioni; reindustrializzare il Paese contro la sua riduzione a Paese prevalentemente turistico imposta dalla Ue; impegnarsi a realizzare la sovranità alimentare; offrire sostegno alla piccola e media impresa, al cooperativismo e all’economia sociale.

Il documento di Errejón http://www.rtve.es/contenidos/documentos/borrador-documento-politico-Errejon.pdf dedica meno spazio all’analisi della fase storica, in quanto si concentra soprattutto sui rapporti di forza fra i partiti, sulle alleanze e sulle prospettive elettorali, dando relativamente poco peso ai fattori socioeconomici. In particolare, vengono affrontati i seguenti temi: 1) analisi degli errori di Podemos che, secondo Errejón, ne avrebbero frenato l’ascesa elettorale; 2) concentrazione sulla necessità di trasformare Podemos in forza di governo; 3) rilancio, a tale scopo, dell’ipotesi di alleanza con il PSOE (e critica dell’alleanza con IU) ; 4) necessità di riformare il partito, ridimensionando il potere del vertice e “femminilizzandolo”; 5) spostamento dall’obiettivo di costruire di un blocco sociale a quello di “costruire un popolo” (vedi, in proposito, il libro-dialogo fra Inigo Errejón e Chantal Mouffe, “Construir pueblo”), da cui consegue la riformulazione del conflitto sociale quasi esclusivamente nei termini della opposizione alto/basso, popolo/élite; 6) forte attenzione per le aspettative di sicurezza e ordine delle classi medie. Ma vediamone più in dettaglio lo sviluppo.

Per Errejón, Podemos incarna un ciclo di mobilitazione che ha dicotomizzato la società spagnola fra la “gente comune” e una casta privilegiata (si tratta della formulazione “classica” del fenomeno populista secondo le teorie di Ernesto Laclau). Perciò la sua vocazione è quella di costruire una forza politica di tipo nuovo (al di là dei dogmi della sinistra tradizionale) che persegua un cambio di potere in favore delle maggioranze sociali (cambio di potere, non rottura sistemica!).

Per superare l’attuale struttura verticistica (obiettivo sul quale concorda anche Iglesias, come si è visto) Errejón propone una ricetta fondata sui principi “classici” della democrazia parlamentare borghese e dei suoi partiti: divisione dei poteri, distribuzione delle cariche in base a un criterio di “proporzionalità” fra le correnti interne (la cui esistenza viene data per scontata in quanto garanzia di democraticità). Infine “femminilizzazione” del partito in ossequio a quello che in Italia definiremmo il principio delle quote rosa (punto su cui tornerò più avanti perché mi sembra rilevante ai fini delle differenze di prospettiva politica fra i due approcci).

Sul tema delle alleanze Errejón è fortemente critico nei confronti dell’accordo elettorale con IU (al quale imputa la mancata crescita nell’ultima tornata elettorale), mentre rilancia l’ipotesi dell’alleanza con il PSOE, in barba alla tragica crisi di questo partito e al fatto che la base aveva bocciato (vedi documento Iglesias) tale idea. Da un lato, sostiene che se si fosse impostato il rapporto con il PSOE in modo “laico” (implicita allusione all’ostilità ideologica della base di sinistra nei confronti dei socialisti) si sarebbero ottenuti risultati più produttivi di quelli realizzati con la linea di contrapposizione frontale che si è imboccata. A parte il fatto che questa tesi dà per scontata la possibilità di costringere il PSOE ad aderire a un’alleanza di centrosinistra, è evidente che il risultato cui qui si allude consiste nella possibilità che Podemos riesca finalmente a convertirsi in forza di governo. Ma a quale prezzo politico? Il documento, non a caso, sorvola sulle politiche condotte dal PSOE negli anni precedenti, vale a dire sulla sua piena conversione al credo neoliberale. Forse per non ammettere che un accordo con il PSOE implicherebbe, molto più probabilmente, un spostamento verso il centro di Podemos piuttosto che uno spostamento a sinistra dei socialisti.

Del resto Errejón ribadisce la propria convinzione che, alla forza delle élite, non si può contrapporre la sinistra ma “la maggioranza eterogenea di chi sta in basso”. Su quale sia la natura della maggioranza eterogenea che ha in testa Errejón, ci offre un indizio il suo ripetuto riferimento alla necessità di venire incontro alle esigenze di certezza, ordine e sicurezza della gente: il “popolo” in questione è fatto soprattutto da quelle classi medie che sperano di poter recuperare le posizioni di privilegio perse a causa della crisi, un popolo che non va spaventato contraendo imprudenti alleanze con le classi subalterne. In sintesi, potremmo dire che siamo di fronte a un progetto neo socialdemocratico, in ragione del quale Podemos si troverebbe impegnato a integrare, assorbire e rivitalizzare un partito socialista delegittimato per avere consegnato il Paese al saccheggio del capitale finanziario globale.

Come si vede l’alternativa prospettata dai due documenti è radicale: da un lato abbiamo l’idea che la crisi è destinata ad aggravarsi e non richiede un semplice cambio di politica economica bensì un vero e proprio cambio di civiltà, dall’altro l’idea che esiste una possibilità di “normalizzazione” della crisi attraverso un cambio di governo e l’adozione di misure capaci di mitigare l’asprezza della civiltà liberista; da un lato abbiamo la concezione di un processo costituente gestito da nuove istituzioni di contropotere popolare e da un partito capace di guidare un blocco sociale fatto di classi subordinate e classi medie impoverite, dall’altro lato la convinzione che basti rivitalizzare le istituzioni della democrazia rappresentativa e rifondare la socialdemocrazia per restituire potere decisionale al popolo. Potremmo anche dire che si confrontano due concezioni diverse del concetto di egemonia: la prima ispirata all’idea di blocco sociale di Gramsci, la seconda all’idea di popolo di Laclau – due concezioni che rinviano a due modelli diversi di “socialismo del XXI secolo” (non va mai dimenticato che tanto Iglesias quanto Errejón devono la propria formazione politica all’esperienza latinoamericana): da un lato il modello della rivoluzione boliviana di Morales e Linera, dall’altro il modello della Revolucion Ciudadana di Rafael Correa (quello, per intenderci, che piace a Grillo: se vincesse Errejón, Podemos somiglierebbe all’M5S assai più di quanto gli somigli adesso). Infine è significativa la differenza di atteggiamento dei due documenti sul tema della parità di genere: entrambi attribuiscono un’importanza fondamentale all’obiettivo, ma nel documento di Errejón esso è al centro di riferimenti ripetuti quasi ossessivamente, nei quali si evoca a più riprese il concetto di “femminilizzazione” (del partito, delle istituzioni, del programma, ecc.). Il dubbio è che tanta insistenza sia spiegabile, più che come omaggio all’ideologia femminista, come convergenza con la campagna globale che il fronte liberal sta conducendo contro la minaccia populista, campagna in cui l’ideologia politically correct, i diritti civili e individuali e l’esaltazione di tutte le differenze – vedi sopra – vengono mobilitati per impedire che la lotta per i diritti sociali torni a occupare il centro della scena. Per concludere: è auspicabile che l’eterogeneità dei due blocchi sociali e delle due culture politiche che oggi convivono in Podemos non provochi una rottura che sarebbe disastrosa per il movimento antiliberista spagnolo ma, almeno dal punto di vista di chi scrive, è non meno auspicabile che l’unità venga mantenuta sotto l’egemonia della linea di Iglesias, alla quale credo si possa rimproverare quasi solo l’evidente incoerenza sul problema dell’Europa: l’esperienza greca ha dimostrato che l’obiettivo di riconquistare la sovranità popolare in materia di democrazia, welfare e politica economica non è compatibile con la permanenza nella Ue – incompatibilità della quale, finora, nemmeno Iglesias ha avuto il coraggio di prendere atto.

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