Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/11/2019

Liberisti e rossobruni, i nemici interni alla sinistra

Dagli eredi del blairismo ai sovranisti, un libro analizza (ammonendo del pericolo) chi si spaccia per progressista quando sposa valori di destra. Certo, stona il popuslita Laclau trattato come un Fusaro qualsiasi. Ma secondo l’autore, la sinistra per essere tale deve ricominciare a difendere i soggetti deboli della società rispolverando Marx e la lotta di classe, “un concetto tutt’altro che superato”.

di Giacomo Russo Spena

Da un lato la destra becera e nazionalista, pericolosa ed estremista, che a suon di propaganda parla alla pancia del Paese foraggiando disvalori e guerra tra poveri. La destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che sabato, a Roma, hanno palesato il loro orgoglio italiano blaterando di sostituzione etnica, “Dio patria e famiglia”, lotta alla droga con “armi in strada” ed elogiando il discutibile Viktor Orban, presidente dell’Ungheria. Dall’altro lato – come argine? – si configura l’attuale governicchio: un progetto in fieri dove i presagi non sono incoraggianti. Dopo il ribaltone agostano, o meglio l'harakiri di Salvini, il Conte 2 si delinea come una coalizione tra diversi tenuta insieme più dal pericolo per le urne che da un programma progressista condiviso. Il nuovo partito di Renzi e le bordate del grillino (dissidente) Di Battista – costretto a congelare il suo libro sul “Partito di Bibbiano” – destabilizzano un quadro già complesso di suo: intanto, i recenti sondaggi danno la destra in crescita e le forze di governo in calo.

In questo scenario, la sinistra radicale o d’alternativa non tocca palla. La grande assente. Una sinistra incapace di rispondere alle richieste popolari finita per farsi fagocitare dal Pd zingarettiano – l’ultima new entry è Laura Boldrini – a parte qualche piccola formazione. Come siamo giunti a questo punto? Come ha fatto la sinistra a perdere culturalmente nel Paese? L’attivista e scrittore Mauro Vanetti prova a rispondere a tali quesiti, tanto impegnativi quanto inevasi, nel libro La sinistra di destra (edizione Alegre, 239pp, 15euro).

Per descrivere il senso del termine utilizza l’immagine di uno zombie che si aggira per l’Europa, un mostro bicefalo i cui due volti sono il sovranismo e liberismo: “Un morto – scrive – che cammina sinistrofago che svuota la testa da ogni idea di riscatto sociale e solidarietà internazionale per riempirla con una sostanza gelatinosa formata, in dose variabili, da populismo, classismo, razzismo, sessismo e nazionalismo”.

L’autore ricostruisce come, negli ultimi trent’anni, le socialdemocrazie europee abbiano abbandonato le ragioni della sinistra da quando si è assunto come proprio il paradigma della “terza via” di Tony Blair, la stessa stagione di Bill Clinton e dei tanti emuli successivi, i quali hanno utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazione della vita dei cittadini. Le socialdemocrazie hanno esaltato le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista, rimuovendo allo stesso tempo il contesto di nascita e di pervasività di un capitale finanziario predatorio che sempre più assumeva una dimensione biopolitica. Un nuovo capitalismo impossibile da gestire, sovranazionale, tecnicamente avanzato, capace di imporre l’agenda ai governi, pena la crisi economica di interi Stati.

Una sinistra di destra che ha sostenuto l’Europa dell’austerity spianando la strada al populismo xenofobo: cos’è l’onda nera se non una reazione (sbagliata) ad un Sistema al collasso che ha generato diseguaglianze e politiche impopolari? Eppure si persevera negli errori. Alla recente Leopolda 10 la ministra Bellanova, ad esempio, ha attaccato “chi dice che tutti possono avere tutto” adottando il mantra blairiano del merito. Peccato che le nostre società siano tutto tranne che meritocratiche! Anzi – come dimostrano diversi studi sull’assenza di ascensore sociale nel Paese – è proprio l’ideale meritocratico che garantisce il dominio dell’1 per cento e contribuisce a mantenere il 99 zitto, rassegnato e docile. Mentre una vera sinistra dovrebbe sposare una distribuzione “giusta” di status, ricchezza e potere che sia meno escludente e gerarchica, l’Italia Viva di Renzi brama quel merito che si configura come strumento – potentissimo – di un’élite del privilegio.

Oltre alla terza via blairiana, liberista e conformista, Vanetti si scaglia contro il virus del rossobrunismo. In Italia, negli anni ‘60, abbiamo già assistito a tale fenomeno ma, diversamente da oggi, erano i settori neofascisti che rimanevano infatuati dal pensiero sinistrorso. Da qui sorgeranno il filone del nazimaoismo e il movimento d’estrema destra Terza posizione che, dietro la teorizzazione di un’ipotetica alleanza tra rossi e neri contro la società borghese, mimetizzava propaganda neofascista, tramite lessico e immagini della parte opposta. Sono gli anni in cui si diffondeva il pensiero del filosofo Costanzo Preve. Ora ci sorbiamo il suo allievo, Diego Fusaro. Il giovane studioso di Gramsci, così ama definirsi, è il guru per eccellenza del rossobrunismo, un personaggio che gioca a fare l’anti-Sistema pur vivendo nei salotti televisivi del Paese. I suoi adepti subiscono, oggi, la fascinazione per la Russia di Putin o per la Siria di Assad, trattano i diritti civili come folklore borghese, denigrano il femminismo e, soprattutto, invocano l’innalzamento delle frontiere per fermare l’invasione dei migranti.

Molte pagine del libro sono volte a smontare, analiticamente, il concetto di dumping salariale tra lavoratori autoctoni e stranieri rispolverando gli studi di Marx ed Engels sull’esercito industriale di riserva. Secondo Vanetti, Fusaro avrebbe una visione distorta del marxismo: se davvero ha letto il vecchio Karl, di certo non l’ha compreso. Dal libro si evince che è lo sviluppo delle unioni – cioè dei sindacati, degli scioperi, delle casse di mutuo soccorso – la risposta corretta alla concorrenza “perché la spezzano”.

Dal rossobrunismo l’autore – convinto no borders – passa alla condanna del populismo, senza grandi distinguo. Il populismo di sinistra di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe viene frettolosamente etichettato, liquidato e banalizzato. Un passaggio che stona provocando una sbavatura nel libro. Viene preso di mira l’interclassismo postmarxista del populismo di sinistra, accusato di essere riformista. “Demolire la teoria marxista sulla composizione di classe delle società contemporanee è sempre stata un’ossessione per un certo intellettuali di sinistra – recita un passaggio – Se cade la centralità della classe operaia come classe rivoluzionaria si disinnesca la carica rivoluzionaria del marxismo e si è costretti a ripiegare sull’accettazione dell’esistente”.

Insomma, questo 99 per cento di cui parlano Laclau e Mouffe, o meglio questo popolo, non esisterebbe perché, alla fine, bisogna schierarsi: “Si sta coi lavoratori o coi padroni?”. Una lettura che rischia di sottovalutare diversi fenomeni come l’accumulazione di ricchezze in poche mani (l’élite dominante), la teoria dello “sgocciolamento” e la polverizzazione del ceto medio. Lo stesso Laclau, filosofo argentino e postmarxista, non dipinge il suo popolo come un blocco omogeneo: “Il popolo è la risultante da una catena equivalenziale che collega domande eterogenee, e la cui unità è garantita dall’identificazione con una concezione democratica radicale di cittadinanza e dall’opposizione comune all’oligarchia”.

Un altro errore di Vanetti è di associare il populismo di Laclau alle pericolose riletture sovraniste – come se Chantal Mouffe fosse in qualche modo ascrivibile al rossobrunismo – mentre l’esempio di Podemos in Spagna dimostra come si possa essere populisti e, nello stesso momento, convinti europeisti. Si potrebbe discutere ore e giorni sulla fondatezza degli studi di Laclau e Mouffe ma trattarli come i Fusaro di turno sembra alquanto discutibile, soprattutto per un libro che ha il grande merito di analizzare con minuzia teorica e argomentativa chi si cela a sinistra.

Infine, la parte costruens: l’autore pensa che la sinistra non si riduca ai partiti ma che nel Paese esistano già associazioni, comitati territoriali, movimenti – cita Non una di meno – che possano essere cardini per la costruzione di un’alternativa nella società. Vanetti sogna una nuova sinistra di classe: “Rivendico la parola sinistra e intendo difenderla dalle distorsioni, ma la cosa che davvero conta è schierarsi coscientemente dalla parte della classe sfruttata”. Chi scrive ha più dubbi dell’autore sul concetto di classe – tema che merita saggio a parte – ma sicuramente il libro è uno strumento utile per fare luce su chi si dichiara di sinistra sposando valori di destra. Riconoscere i nemici interni: un primo passo per ripartire.

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20/10/2019

Mario Monti revolution: dal loden al socialismo reale

di Giacomo Russo Spena

Chi si aspettava il falco dell’austerity o qualche dichiarazione roboante sul mantra del pareggio di bilancio è rimasto deluso. Lo stesso Brancaccio, ad un certo punto, dal microfono ha interpretato lo sconcerto dei presenti: “Oggi abbiamo scoperto un Mario Monti inedito che – con tutti i distinguo del caso – rimpiange il socialismo reale!”. L’economista col loden, seduto al suo fianco, sorride. E non replica. Proprio così, nessun fraintendimento. Alla presentazione del libro di Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci, già recensito sul sito di MicroMega, il tecnico della Bocconi gioca la parte del keynesiano finendo per criticare l’attuale assetto dell’Unione Europea e per rinnegare persino il dogma dell’austerity.

“Credo di non aver mai usato il termine ‘austerità’ anche se a detta di molti l’ho praticata – ha spiegato il senatore a vita – Certo, il mio governo ha fatto una politica restrittiva, ma in quella situazione, con i mercati che stimavano al 40% la probabilità di default dell’Italia, quale altra scelta sarebbe stata possibile?”. Insomma, le politiche anti-popolari e di macelleria sociale durante il suo esecutivo (come dimenticarsi la legge Fornero sulle pensioni e l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione) sarebbero dettate dalla mancanza di una reale alternativa.

Monti, sostiene oggi, non aveva altra scelta. Se avesse potuto, spiega ancora nell’intervento, avrebbe attuato altre misure economiche perché in fondo “preferisco l’Europa del Trattato di Roma, imparziale rispetto alla proprietà pubblica o privata, a quella di Maastricht del ‘92, che invece favorisce la seconda”. In questo passaggio il pubblico rumoreggia, attonito.

Inoltre l’economista col loden si dichiara preoccupato per un sistema che, dopo la Caduta del Muro, ha mostrato il suo volto più criminale: “Il socialismo reale serviva da pungolo ed era funzionale al capitalismo, col suo crollo il sistema capitalistico ha generato le cose peggiori”. Si riferisce all’egemonia della finanza e all’insostenibilità redistributiva: “La concentrazione di ricchezze sta raggiungendo punte inaccettabili”. Il liberale, strenuo difensore dell’élite, scopre tardivamente lo scontro in atto negli ultimi anni, quella lotta di classe (dell’alto contro il basso) che ha generato l’accumulazione di ricchezza in poche mani a scapito del 99% della popolazione mondiale.

“Mi chiedo come mai la sinistra non abbia il coraggio di agire sul terreno fiscale proponendo una sana patrimoniale, ne sarei favorevole”, chiudeva così Monti il suo intervento dettando consigli per ridurre la crescente disuguaglianza nel Paese. Ma con quale credibilità? In molti, in sala, se lo chiedono, tra il divertito e lo stupore, per le parole del senatore a vita.

In realtà, il tecnico della Bocconi è soltanto l’ultimo di una lunga schiera di falchi dell’austerity che, una volta lontani dal potere, hanno rinnegato le politiche attuate. Già Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale proprio negli anni che videro lo scoppio della crisi globale, sempre in un dialogo pubblico con l’economista Brancaccio, aveva rivisto le sue posizioni. In Italia ricordiamo il caso di Giulio Tremonti, il ministro di centrodestra e dei condoni berlusconiani, che una volta lontano dal dicastero ha scritto un libro (No Global) sulle storture della globalizzazione liberista: “Una volta il pronunciamento lo facevano i militari – così si legge sul suo testo Uscita di sicurezza (Rizzoli, 2012) – Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte eccetera. Oggi, in versione postmoderna, lo si fa con l’argomento della tenuta sistemica dell’euro (…) lo si fa condizionando e commissariando governi e parlamenti (…) Ed è la finanza a farlo, il pronunciamento, imponendo il proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie, convinti ancora del dogma monetarista; ingegneri applicati all’economia, come era nel Politburo prima del crollo; replicanti totalitaristi alla Saint-Simon”. E poi ancora il riformista Carlo Calenda, il quale per ultimo ha confessato che “per 30 anni ho ripetuto tutte le banalità del liberismo ideologico: una delle più grandi stupidaggini che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro”.

Dopo la nascita del governo Conte 2 e con l’alleanza (tattica) tra M5S e Pd – due forze che fino al giorno prima dell’intesa si insultavano e si guerreggiavano – ormai vale tutto ed è saltata ogni forma di coerenza politica, e gli stessi cittadini sono assuefatti ai ripensamenti, ma fino a che punto?

La lista dei liberisti pentiti è nutrita: sarebbe divertente un giorno metterli tutti insieme intorno ad un tavolo per una cena dove però, almeno quella volta, saranno loro a pagare il conto. Troppo facile cavarsela con un semplice, e tardivo, “mea culpa”.

Fonte

A leggere queste cose, compreso il tono dell'estensore dell'articolo, si resta spaesati, si ha la netta sensazione di essere presi per i fondelli da soggetti praticamente addestrati allo scopo.
Sovviene, però, anche il dubbio che questa serie di dissociazioni, questo cambio di passo nella narrazione di quelli che fino a ieri erano autentici dogmi, nasconda l'approssimarsi dei "fenomeni morbosi più svariati".

19/12/2018

Cosa si deve inventare, un promoter che non ci sa fare...

Questo non è un articolo normale. Senza montarci la testa, cerchiamo di fare un po’ di debunking, ossia di smontare qualche fake news per aiutare il lettore – i nostri sanno che siamo “cattivi” – a orizzontarsi meglio nel mare di pessima informazione entro cui è costretto a nuotare, senza capire da dove venga la corrente e quanto inquinato sia il mare.

Siccome questo mare è sconfinato, ci limitiamo ad affrontare una sciocchezzuola che rischia di confondere le idee già non chiarissime di ciò che resta dell’elettorato “di sinistra”.

Sul blog di Micromega è apparsa, giovedì scorso, una lunga e interessante intervista a Stéphane Alliés, giornalista della francese Mediapart, che ha come competenza personale la conoscenza minuziosa della biografia politica di Jean-Luc Mélénchon, fondatore e leader de La France Insoumise. Formazione interessante, che rompe con lo schema del “partito di massa” novecentesco e si è strutturata come “movimento” piuttosto fluido e informale. Su contenuti in parte “classicamente socialdemocratici”, dunque assolutamente “estremisti” di questi tempi; con in più quel tocco di euroscetticismo che al giorno d’oggi consente di mantenere “a sinistra” consensi popolari che altrove – per esempio in Italia – sono evaporati a favore di legaioli e pentastellati.

Trattandosi di un blog del gruppo Debenedetti, non ci si poteva aspettare un endorsement entusiastico a favore di Jean-Luc, ma un tantino più di obbiettività, magari sì.

Siamo sinceri, non sappiamo chi sia il giornalista francese e perché Mélénchon gli stia un po’ antipatico (avrà i suoi buoni motivi, “il marsigliese” è spesso urticante), ma un paio di considerazioni ci sono sembrate decisamente fasulle. Invenzioni.

La prima. Il giornalista italiano chiede al collega francese; “Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?”
Sovranista, si sa, è ormai un insulto che non ha bisogno di spiegazioni, “lo sanno tutti, no?”. E quello sta al gioco: “Questo è un grande mistero. La sua scommessa sul piano B è soprattutto un modo per installare un equilibrio di potere contro i liberal conservatori europei. Mélenchon crede che una volta eletto la Francia possa permettersi quello che altri paesi dell’Europa meridionale non hanno potuto fare, ovvero sottrarsi dalla «dominazione tedesca». Il suo intento è rovesciare il tavolo e minacciare di andarsene per davvero, finché non vengono ritrattati i vincoli di Maastricht. Più concretamente, non sappiamo com’è strutturato questo piano B, né se il suo progetto di Frexit sia realizzabile o meno”.

Sulla realizzabilità dei progetti politici umani, naturalmente, nessuno sa granché. Per lo meno prima... Ma sulla “struttura del piano B” ci risulta incomprensibile come un giornalista francese non sappia quel che persino noi, provincialissimi italici, sappiamo da oltre un anno: il “piano B” è stato infatti tradotto e pubblicato da diverse testate, noi tra i primi, più di un anno fa.

Non è l’unica domanda “a trucco”, che anticipa e imbocca la risposta, da parte del giornalista italiano. Insiste infatti a lungo riproponendo “i fantasmi” che il gruppo Repubblica-L’Espresso semina da anni contro chiunque – a sinistra, naturalmente – osi mettere in discussione i sacri dogmi della Ue.

Qualche esempio:

“In effetti si dice che nel 2014 Mélenchon abbia avuto una «svolta populista». Nel concreto, in cosa consiste?”

Il presidente Macron è in crisi dei consensi, quei voti a chi stanno andando? Soltanto alla destra di Marine Le Pen o anche a Mélenchon?

Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?

Fino al provocatorio e ridicolo “sarebbe disposto [Mélénchon] anche a sostenere forze di destra (e xenofobe) pur di andare contro Maastricht e rompere con l’Unione Europea?”. Domanda, si fa per dire, che sintetizza in poche parole la poltiglia di cazzate sparse ad arte su questa forza politica, che effettivamente sfugge alle definizioni perbeniste del tardo Novecento italico.

Il collega francese, di fronte a tanto orrore, si ritrae (ha pur sempre un’etica professionale sconosciuta in Italia, che gli impedisce di aderire alle sciocchezze altrui), e smentisce seccamente: “Non penso, andrebbe contro la sua storia e le sue decennali lotte. Detto questo, è stato in grado di vedere il crollo della sinistra tra le fasce popolari, come a Hénin-Beaumont, dove Mélenchon ha gareggiato alle elezioni legislative del 2012 perdendo con un esponente del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Da lì, l’abbraccio col populismo fino a diventare un leader, maggiormente sovranista, che propone la rottura con l’Ue sulle questioni economiche e politiche di controllo dell’immigrazione. Ma Mélenchon non è mai stato ambiguo di fronte all’estrema destra. Mélenchon ha una formula, per spiegare a chi si rivolge: “Vanno intercettati gli arrabbiati della società, mai i fascisti”. Ruvido, “il marsigliese”, ma estremamente chiaro...

Questo non ferma il vero obiettivo dell’intervistatore: “Perché, allora, i sondaggi lo danno in leggero calo? Come mai?”.

Qui si ristabilisce l’unità di intenti tra di due, con il francese che concede quanto richiesto; “Finora si è rifiutato di strutturare il suo movimento, La France Insoumise, ed ora stanno nascendo le prime frizioni interne: una corrente difende la strategia chiaramente populista, un’altra – quella degli anticapitalisti e degli ecosocialisti – guarda con maggiore interesse all’unità delle sinistre. Il decisionismo di Mélenchon ha funzionato a livello nazionale, meno quando si tratta di redimere conflitti interni al partito. E ciò sta portando ad un’emorragia di voti. Infine, i casi giudiziari hanno fortemente influenzato la sua flessione nei sondaggi innanzitutto perché le indagini riguardano un finanziamento illecito – un tema non di poco rilievo – e poi perché la sua reazione, così rabbiosa, alla perquisizione è stata fin troppo scomposta. In passato era già uscito dai suoi canoni ed in seguito era riuscito a far digerire l’accaduto al suo elettorato”.

Non entriamo nel merito di quel che avviene nelle organizzazioni di altri paesi, le cui dinamiche interne conosciamo – com’è ovvio – fino ad un certo punto. Però siamo costretti a segnalare che il giornale Mediapart – quello per cui lavora il giornalista intervistato – ci dava ieri una notizia esattamente opposta. Citando sondaggi ufficiali, non impressioni personali, in un articolo titolato: France Insoumise in testa ai sondaggi per le elezioni europee”.

Sorprendente che un redattore di quella stessa testata – per di più con una skill dedicata a Mélénchon – sia così fuori sincrono rispetto alla realtà, alle notizie, alle tendenze che riguardano il suo campo di specializzazione.

Può succedere...

Poi ci siamo ricordati di dover anche andare a vedere chi è il giornalista italiano che cercava di imboccarlo con domande così smaccatamente “orientate”.

Nessuna sorpresa: Giacomo Russo Spena, figlio che condivide poco del percorso paterno, ma che soprattutto lavora da alcuni anni come promoter delle ambizioni elettorali di Lugi De Magistris. Con libri, interviste, reportage, ecc. Tanto da essere incaricato di fare “il bravo presentatore” nell’assemblea di lancio di Demos, il 1 dicembre al Teatro Italia, a Roma. Tanto da esser citato come “comunicatore ombra” del sindaco di Napoli, al termine della non brillante “seconda tappa” napoletana del 15, perlomeno per ciò che concerne la dimensione politica nazionale.

De Magistris ha incontrato Mélénchon all’inizio di quest’anno, così come molti altri personaggi politici di un certo rilievo. Di sicuro, se davvero nutre ambizioni per le prossime elezioni europee, non è nel suo interesse “sminuire” mediaticamente o gettare ombre sul ruolo politico di quello che sarà comunque uno degli alleati più importanti che qualsiasi forza “di sinistra” può trovarsi al fianco a Bruxelles.

Perché, allora, un’operazione così sguaiata che rischia di compromettere possibili collaborazioni future? Ammesso e non concesso che Demos arrivi davvero a presentarsi alle europee...

Viene da pensare – ma noi siamo maligni, si sa... – che il ruolo di promoter abbia avuto la meglio su quello di giornalista, e che dunque Mélénchon vada dipinto con tratti sulfurei (sovranista, ambiguo, in calo, ecc.) soprattutto per contrastare il soggetto politico italiano che da tempo ha stabilito buone relazioni con La France Insoumise e non solo. Ossia Potere al Popolo, che in queste settimane sta discutendo con tutti gli aderenti se partecipare o meno a queste elezioni e, se sì, con quale programma.

Possibile che un professionista dell’informazione davvero non capisca che, così, dà la zappa sui piedi in primo luogo al suo “oggetto di promozione”? Possibile che l’amore per l’Unione Europea ideale impedisca di vedere quali disastri concreti ha prodotto l’Unione Europea “reale”, soprattutto “a sinistra”? Possibile che il settarismo di cordata faccia velo al punto da compromettere, probabilmente, il percorso futuro che si vorrebbe realizzare? Possibile che chi è incaricato di “fare la comunicazione” di un “soggetto largo, inclusivo, unificante” non si renda conto di star facendo l’esatto opposto?

Purtroppo siamo di lungo periodo, e abbiamo ancora nelle orecchie quell’aforisma per cui “a pensar male si fa peccato, ma...”

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13/09/2018

Il dibattito (guasto) tra Fassina e gli anti-Fassina

Sembrerebbe tutto un proliferare di patrioti, a giudicare dall’ennesima iniziativa promossa questa volta da Fassina e D’Attorre. In realtà, tutto si muove nel placido solco della virtualità, dove rossi, bruni e rossobruni se le danno di santa ragione a patto di non incontrarsi mai nella realtà. Fassina è però riuscito ad aizzare uno scombinato dibattito che merita d’essere commentato. Patria e Costituzione, dunque. Su cui si sono scatenati i cacciatori di rossobruni. Che partono da un dato incontrovertibile: Fassina è un essere squalificato. Basterebbe questo a chiudere il discorso (e noi la pensiamo proprio così: in politica non conta cosa dice chi, ma chi dice cosa). Eppure – come sempre – il dibattito sulla “questione nazionale” (perché, al fondo, di questo parliamo quando parliamo di “rossobrunismo”, “populismo”, “sovranismo” e “internazionalismo”) parte immediatamente per la tangente e il problema non è più Fassina, ma i temi politici che Fassina solleva malamente. Fassina è un pretesto, il problema è altrove. Vediamo cosa dice Fassina nel pezzo pubblicato sul manifesto del 6 settembre:
«da un lato, non regge più l’impalcatura mercantilista del mercato unico e dell’euro e, dall’altro, è venuta meno, in realtà è stata sempre un miraggio, la prospettiva della sovranità democratica europea. Così, gli europeisti, sia liberal conservatori, sia delle sinistre, in tutte le sfumature, sono senza programma fondamentale, cornice per un’opposizione convinta e convincente».
E’ la spudorata verità di questi anni, eppure tale contesto viene semplicemente eluso dagli europeisti di ogni risma, soprattutto di quelli provenienti da sinistra. L’Unione europea ha fallito, è un progetto politico-economico totalmente dentro logiche capitalistiche e ordoliberali, e va dunque combattuto e abbattuto. Questo è il nodo che la sinistra europeista non affronta, occultando il quale, certo, ogni altra riflessione, sia di Fassina sia di altri, risulta incomprensibile e meramente nazionalista. Chi rimane unioneuropeista è uscito di fatto dalla cornice di comprensibilità politica delle masse. Non gli rimane che aggregare qualche bocconiano masterizzato, hipster quarantenni e ricercatori universitari. Ma il pezzo di Fassina prosegue:
«Noi europeisti di sinistra dobbiamo reimpostare la declinazione del nesso nazionale-sovranazionale. È esiziale dividere l’agone politico tra Fronte Repubblicano e Fronte Sovranista, ossia, tra continuità nella retorica del «più Europa» e cambiamento regressivo. È al contempo impolitico affidarsi a liste transnazionali segnalate da un radicalismo astratto «per democratizzare l’Unione europea».
Anche in questo caso possiamo più o meno essere d’accordo, ma una cosa sentiamo di condividere: il nesso nazionale-sovranazionale è oggi completamente capovolto. Viene definito come “sovranista” ogni moto che sottopone a critica radicale l’Unione europea, mentre viene confuso per “internazionalista” tutto ciò che invece prende le forme del cosmopolitismo liberista, che è un “sovra-nazionalismo” e non un “inter-nazionalismo”. Non sono le barriere, le dogane e le frontiere che il processo europeista abolisce, ma il controllo politico sui movimenti di capitale. Questo controllo politico è ancora oggi collegato alla statualità. Nessuna statolatria, per carità: quando un movimento reale allargherà i confini della rappresentanza politica, i suoi meccanismi, le sue corrispondenze tra volere popolare e volere politico, su di un piano più vasto ed effettivamente internazionale, tanti saluti allo Stato e alle sue logiche repressive. Oggi è di questo che stiamo parlando? O, piuttosto, stiamo nel mezzo di uno straordinario processo regressivo che sottrae poteri a popolazioni e territori per delegarli a forze economiche giuridicamente e fiscalmente irresponsabili, di fatto immaterializzate e deterritorializzate? Perché a un certo punto dobbiamo anche fare mestamente i conti con la realtà, e questa ci dice che stiamo nella merda, non a un passo dalla liberazione del famigerato “Stato-nazione”. Torniamo a Fassina:
«Tra l’insostenibile e incorreggibile europeismo liberista e la degenerazione nazionalista va costruito lo spazio culturale e politico per una alternativa: una comunità nazionale aperta, dove i conflitti, a partire da quelli di classe e ambientali, si combattono e si compongono in riferimento alla dignità del lavoro, alla giustizia sociale, al rispetto della natura; una comunità cooperativa per affrontare enormi sfide globali, innanzitutto la riconversione ecologica delle economie e delle società e il governo dei flussi migratori».
Ecco, le dice Fassina queste cose e quindi valgono zero. Ma nel merito, se per un attimo volessimo ragionarci, dove è lo scandalo? Dove l’assurdo nella volontà di costruire uno spazio alternativo tanto alla «degenerazione nazionalista» (all’anima del rossobruno…) quanto – soprattutto – allo «insostenibile e incorreggibile europeismo liberista»? Non c’è scandalo, ma se si oscura – come fa la sinistra unioneuropeista – il problema della Ue, tutto diviene effettivamente incomprensibile e ambiguo. Ma è un trucco usato per screditare non tanto il Fassina di turno – che è già screditato di per sé – quanto il tema della lotta alla Ue.

Siccome Fassina è un personaggio screditato per precisi motivi politici e non per ideologiche alterità esistenziali, dall’analisi – sostanzialmente giusta – si va a finire alla peggiore esaltazione – questa si – nazionalista:
«Dobbiamo riscoprire il sentimento positivo di Patria e Nazione per rilegittimare e, qui il punto politico decisivo, rivitalizzare nelle sue funzioni essenziali lo Stato nazionale e riconnettere, nella misura possibile all’avvio del XXI Secolo, popolo e democrazia costituzionale».
Qui casca il Fassina, se – ribadiamo – volessimo davvero entrare nel merito delle sue argomentazioni. La lotta alla Ue è una lotta al capitalismo liberista, all’imperialismo, alla torsione ordoliberale importata dal modello tedesco, non il ritorno ai “valori della Costituzione” e, ancor meno, scimmiottando patriottismi che nulla hanno a che vedere con le lotte per l’indipendenza dei popoli colonizzati e molto a che fare con declinazioni patriottiche à la grandeur francese. Ognuno ha le proprie tradizioni storiche. L’Italia, da questo punto di vista, non sarà mai la Francia. Potremmo anche rammaricarcene, sebbene lo “Stato forte” – che prevede anche una forte etica pubblica che si traduce in consenso di massa per lo status quo – sia uno strumento di dominio tanto interno – contro il proprio popolo – quanto esterno – contro popoli altrui. Che questo sia il desiderio di un Fassina è nell’ordine delle cose. Che una proposta di questo tipo possa davvero sostenere le basi di una nuova sinistra popolare, avremmo più di qualche dubbio.

Come detto, però, le obiezioni dei cacciatori di rossobruni non solo celano il contesto entro cui questi ragionamenti prendono piede, cioè le politiche liberiste della Ue e il conseguente rifiuto popolare di quelle politiche. Le obiezioni tacciano – esplicitamente o meno – di rossobrunismo, quindi di sovranismo, quindi di nazismo mascherato – in una catena che parte dalla critica alla globalizzazione e finisce con Hitler – tutto ciò che si oppone all’Unione europea e al controllo politico sui movimenti di capitale. Ci casca persino il nostro amico Giacomo Russo Spena, con un articolo volto a dimostrare la natura reazionaria e para-fascista di Fassina.



Titolo e sottotitolo sgomberano il campo da equivoci: «All’armi, son rossobruni! – Da Diego Fusaro a Stefano Fassina [...] ritratto di un fenomeno politico sovranista, no euro, affascinato da Putin. [...] Un populismo simile per non dire identico a quello della destra». Sono qui inquadrati i tre poli della fenomenologia rossobruna: sovranismo, no euro e Putin. Ecco come la lotta all’euro viene spacciata per deriva sovranista, quindi rossobruna, quindi...
«I punti di pericoloso contatto con i neofascisti – ma pure con la lega e il M5S – sono l’uscita dall’euro, il sovranismo, la politica estera (lo spinto antiamericanismo), la questione migratoria, la lotta al capitalismo e alla globalizzazione. […] Chi è rimasto persuaso dal rossobrunismo è passato sui social dal postare link di critica, da sinistra, all’Unione Europea al sostegno di Donald Trump. […] Questa è la loro base teorica: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si sarebbe instaurato un pensiero unico dominante che si è appoggiato sul capitalismo totalitario, una struttura egemonica che ha escluso ogni alternativa. […] Vogliono rompere l’Europa e uscire dalla gabbia dell’euro».
Quelli che Russo Spena cita a titolo d’esempio come caratteri del rossobrunismo sono, in realtà, temi squisitamente di sinistra: l’antiamericanismo – inteso come lotta all’imperialismo statunitense – la lotta al capitalismo, alla globalizzazione, così come, oggi, il tema dell’uscita dall’euro, rompere la gabbia liberista della Ue, eccetera. Non sono “punti di contatto” con il fascismo, sono temi che storicamente si sono affermati dentro il movimento operaio, ma soprattutto – verrebbe da dire – dentro il proletariato italiano ed europeo. Il fatto che qualche fascista cavalchi alcune retoriche della sinistra non rende questa “meno sinistra”, così come la lotta per la casa non diviene “meno di sinistra” se viene fatta propria (a parole) anche da Casapound. Il problema è il calderone informe che viene orchestrato per escludere dal novero delle opzioni politiche praticabili la lotta alla Ue: «questione migratoria e uscita dall’euro», «critica all’Unione Europea e sostegno a Trump», «sovranismo, no euro e Putin», eccetera. Si parte dalla lotta all’euro e si finisce all’estrema destra. Anzi: chi parte per la tangente anti-unioneuropeista finisce necessariamente con la destra sovranista. Si parte dalla Ue e si finisce a Trump. Riecheggia il monito di Giovanardi: s’inizia con una cannetta e ti ritrovi con l’eroina iniettata nelle vene. E’ una conseguenza logica che però rimanda alla distruzione della ragione più che a presunti abboccamenti con l’estrema destra. Come minimo, non lamentiamoci dell’incomunicabilità tra “sinistra” e “popolo”.

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