Ci dicono che i Wu Ming abbiano preso il consueto granchio
rossobruno. Capita anche ai migliori. Ne prendessero anche altri dieci,
non ci sogneremmo mai di additarli alla pubblica vendetta in quanto
rossobruni. Figuriamoci: sono compagni, con cui magari condividiamo
ormai poco. Il problema è che per un decennio si sono intestati il ruolo
di censori morali della sinistra non allineata. A cosa, non si capisce
bene, visto che l’eclettismo la fa da padrone: soprattutto Foucault, un
po’ di Zizek, tanta italian theory. L’importante, come detto, è
stato marchiare di rossobrunismo tutto ciò che valicava il confine del
rispettabile. Ovviamente, come ogni processo politico-culturale di
questo tipo (e di questi tempi), l’operazione wuminghiana si è inserita
su di un fenomeno esistente, sebbene dalle proporzioni notevolmente
accresciute ad arte dagli accusatori: il rossobrunismo esiste
effettivamente, ed è andato espandendosi in questi anni. Eppure, si
trattava e si tratta soprattutto di un fenomeno marginalissimo e
unicamente virtuale. Innalzarlo a problema decisivo dei nostri tempi,
almeno a sinistra, ha fatto parte di un’operazione di costruzione del
nemico utile, attraverso cui definire i campi dell’amicizia e
dell’inimicizia.
Le giuste accuse verso determinati scivolamenti a destra, nella
geopolitica e nell’ultra-realismo di stampo bismarckiano, statolatrico e
apertamente nazionalista, si sono subito convertite in scomuniche verso
tutti quei compagni e verso tutta quella sinistra che non coincidesse
con le proprie posizioni. La lotta all’Unione europea, per dire.
L’involuzione nazionalista di certo anti-europeismo – fenomeno da
condannare – ha finito immediatamente per marchiare, a volte
implicitamente altre volte esplicitamente, tutta quella sinistra
anti-europeista come “equivoca”, “ambigua”, insomma una destra
mascherata. Collegato a questo, ma su di un piano più generale, chiunque
osasse, a sinistra, organizzare un discorso sulla questione nazionale
nel XXI secolo in Occidente, chiunque proponesse un ragionamento
originale, magari anche rischioso – perché no? – sul confine tra
sovranità nazionale e sovranità popolare, anch’esso subiva la scomunica:
rossobruno. Uscire dalle famigerate comfort zone vale solo per
chi ha i quarti di nobiltà intellettuale a prova di interdizione,
evidentemente. Ci si può allontanare solo in direzione di mettersi più
comodi, mai di rischiare veramente pur di uscire dalla crisi.
Lo stesso dicasi per la questione sociale. Rossobruno veniva indicato
colui che provasse a riconoscere uno specifico problema di
impoverimento e di disorientamento di porzioni di proletariato locale (horribile dictu)
senza intrecciare immediatamente e acriticamente tale discorso con la
questione migrante. Questione importantissima, decisiva e, anche secondo
noi, profondamente collegata alla questione sociale intesa nei termini
più vasti. E però, anche qui, l’ipotesi stessa di ragionare sulle
contraddizioni materiali, che non sempre coincidono nel discorso
politico con le contraddizioni principali, trovava pronto l’anatema:
rossobruno, sciovinista, cripto-razzista.
Sul campo della lotta antimperialista, poi, non ne parliamo. Chiunque
non difendesse accanitamente le posizioni occidentali, chiunque
provasse – in termini accorti e circostanziati – a sostenere “le ragioni
degli altri”, siano questi la Cina, la Russia, il Venezuela o il
Donbass, aveva sempre e comunque inequivocabilmente scavallato il campo,
accampandosi tra le fila del nemico. L’imperialismo veniva, e viene,
negato in nome del “tutti sono imperialisti”: lo sono gli Usa come la
Russia, la Cina come la stessa Italia. Tutti sono imperialisti, dunque
non è più possibile l’antimperialismo. A meno che non provenga da popoli
derelitti, disorganizzati e destinati alla sconfitta, su cui costruire
narrazioni artificiosamente mitopoietiche che disperdono una gerarchia
di poteri secondo i quali esiste una scala di problemi definita, non
tutta la realtà si presenta come problema indefinito.
Il fatto è che su queste ed altre questioni le difficoltà della
sinistra di costruire una posizione originale e di classe si scontrano
con la deriva geopolitica in corso da parte di alcuni, anche nella
stessa sinistra. La critica doveva e dovrà continuare ad essere serrata.
Ma la scomunica verso i compagni non ha aiutato, anzi: ha contribuito
solamente ad approfondire il solco, facendo cadere alcuni a destra,
altri nell’impossibilità di pensare davvero a una via d’uscita. E così,
ricostruiti e rinsaldati i fronti pericolosamente vacillanti nel
post-Genova, ecco di nuovo la comfort zone ideologica e
intellettuale, l’accomodamento nel consentito e nel prevedibile, nel
rassicurante e nell’appagante. Di qua “i compagni”, quelli veri, anzi:
gli unici possibili; di là i geopolitici, i nazionalisti inconsapevoli,
insomma i traditori. Verso cui è inevitabile la lista di proscrizione.
Ricapitolando, dunque: uno scivolone, anche fossero altri dieci, non
cambia la natura di un collettivo, anche fosse di scrittori quali i Wu
Ming. Non lo cambia per loro, ma non lo cambia – non lo ha cambiato –
per tutti quei compagni che hanno provato a pensare diversamente in
questi anni. Questa e solo questa sarebbe l’autocritica necessaria.
Consapevoli, però, che farla significherebbe uscire veramente dalla comfort zone,
decidere di confrontarsi davvero, e non con in mano il pulsante “fine
di mondo” della scomunica ad arte, usata sovente per regolare conti
politici che andavano ben al di là dei meriti della questione. Una
dinamica perversa che, una volta inaugurata, non ha potuto portare ad
altra soluzione che la scomunica vicendevole: rossobruni contro
globalisti, sovranisti contro europeisti. Dove sono le ragioni di classe
in questa dialettica?
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/05/2020
04/11/2019
Liberisti e rossobruni, i nemici interni alla sinistra
Dagli eredi del blairismo ai sovranisti, un libro analizza
(ammonendo del pericolo) chi si spaccia per progressista quando sposa
valori di destra. Certo, stona il popuslita Laclau trattato come un
Fusaro qualsiasi. Ma secondo l’autore, la sinistra per essere tale deve
ricominciare a difendere i soggetti deboli della società rispolverando
Marx e la lotta di classe, “un concetto tutt’altro che superato”.
di Giacomo Russo Spena
Da un lato la destra becera e nazionalista, pericolosa ed estremista, che a suon di propaganda parla alla pancia del Paese foraggiando disvalori e guerra tra poveri. La destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che sabato, a Roma, hanno palesato il loro orgoglio italiano blaterando di sostituzione etnica, “Dio patria e famiglia”, lotta alla droga con “armi in strada” ed elogiando il discutibile Viktor Orban, presidente dell’Ungheria. Dall’altro lato – come argine? – si configura l’attuale governicchio: un progetto in fieri dove i presagi non sono incoraggianti. Dopo il ribaltone agostano, o meglio l'harakiri di Salvini, il Conte 2 si delinea come una coalizione tra diversi tenuta insieme più dal pericolo per le urne che da un programma progressista condiviso. Il nuovo partito di Renzi e le bordate del grillino (dissidente) Di Battista – costretto a congelare il suo libro sul “Partito di Bibbiano” – destabilizzano un quadro già complesso di suo: intanto, i recenti sondaggi danno la destra in crescita e le forze di governo in calo.
In questo scenario, la sinistra radicale o d’alternativa non tocca palla. La grande assente. Una sinistra incapace di rispondere alle richieste popolari finita per farsi fagocitare dal Pd zingarettiano – l’ultima new entry è Laura Boldrini – a parte qualche piccola formazione. Come siamo giunti a questo punto? Come ha fatto la sinistra a perdere culturalmente nel Paese? L’attivista e scrittore Mauro Vanetti prova a rispondere a tali quesiti, tanto impegnativi quanto inevasi, nel libro La sinistra di destra (edizione Alegre, 239pp, 15euro).
Per descrivere il senso del termine utilizza l’immagine di uno zombie che si aggira per l’Europa, un mostro bicefalo i cui due volti sono il sovranismo e liberismo: “Un morto – scrive – che cammina sinistrofago che svuota la testa da ogni idea di riscatto sociale e solidarietà internazionale per riempirla con una sostanza gelatinosa formata, in dose variabili, da populismo, classismo, razzismo, sessismo e nazionalismo”.
L’autore ricostruisce come, negli ultimi trent’anni, le socialdemocrazie europee abbiano abbandonato le ragioni della sinistra da quando si è assunto come proprio il paradigma della “terza via” di Tony Blair, la stessa stagione di Bill Clinton e dei tanti emuli successivi, i quali hanno utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazione della vita dei cittadini. Le socialdemocrazie hanno esaltato le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista, rimuovendo allo stesso tempo il contesto di nascita e di pervasività di un capitale finanziario predatorio che sempre più assumeva una dimensione biopolitica. Un nuovo capitalismo impossibile da gestire, sovranazionale, tecnicamente avanzato, capace di imporre l’agenda ai governi, pena la crisi economica di interi Stati.
Una sinistra di destra che ha sostenuto l’Europa dell’austerity spianando la strada al populismo xenofobo: cos’è l’onda nera se non una reazione (sbagliata) ad un Sistema al collasso che ha generato diseguaglianze e politiche impopolari? Eppure si persevera negli errori. Alla recente Leopolda 10 la ministra Bellanova, ad esempio, ha attaccato “chi dice che tutti possono avere tutto” adottando il mantra blairiano del merito. Peccato che le nostre società siano tutto tranne che meritocratiche! Anzi – come dimostrano diversi studi sull’assenza di ascensore sociale nel Paese – è proprio l’ideale meritocratico che garantisce il dominio dell’1 per cento e contribuisce a mantenere il 99 zitto, rassegnato e docile. Mentre una vera sinistra dovrebbe sposare una distribuzione “giusta” di status, ricchezza e potere che sia meno escludente e gerarchica, l’Italia Viva di Renzi brama quel merito che si configura come strumento – potentissimo – di un’élite del privilegio.
Oltre alla terza via blairiana, liberista e conformista, Vanetti si scaglia contro il virus del rossobrunismo. In Italia, negli anni ‘60, abbiamo già assistito a tale fenomeno ma, diversamente da oggi, erano i settori neofascisti che rimanevano infatuati dal pensiero sinistrorso. Da qui sorgeranno il filone del nazimaoismo e il movimento d’estrema destra Terza posizione che, dietro la teorizzazione di un’ipotetica alleanza tra rossi e neri contro la società borghese, mimetizzava propaganda neofascista, tramite lessico e immagini della parte opposta. Sono gli anni in cui si diffondeva il pensiero del filosofo Costanzo Preve. Ora ci sorbiamo il suo allievo, Diego Fusaro. Il giovane studioso di Gramsci, così ama definirsi, è il guru per eccellenza del rossobrunismo, un personaggio che gioca a fare l’anti-Sistema pur vivendo nei salotti televisivi del Paese. I suoi adepti subiscono, oggi, la fascinazione per la Russia di Putin o per la Siria di Assad, trattano i diritti civili come folklore borghese, denigrano il femminismo e, soprattutto, invocano l’innalzamento delle frontiere per fermare l’invasione dei migranti.
Molte pagine del libro sono volte a smontare, analiticamente, il concetto di dumping salariale tra lavoratori autoctoni e stranieri rispolverando gli studi di Marx ed Engels sull’esercito industriale di riserva. Secondo Vanetti, Fusaro avrebbe una visione distorta del marxismo: se davvero ha letto il vecchio Karl, di certo non l’ha compreso. Dal libro si evince che è lo sviluppo delle unioni – cioè dei sindacati, degli scioperi, delle casse di mutuo soccorso – la risposta corretta alla concorrenza “perché la spezzano”.
Dal rossobrunismo l’autore – convinto no borders – passa alla condanna del populismo, senza grandi distinguo. Il populismo di sinistra di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe viene frettolosamente etichettato, liquidato e banalizzato. Un passaggio che stona provocando una sbavatura nel libro. Viene preso di mira l’interclassismo postmarxista del populismo di sinistra, accusato di essere riformista. “Demolire la teoria marxista sulla composizione di classe delle società contemporanee è sempre stata un’ossessione per un certo intellettuali di sinistra – recita un passaggio – Se cade la centralità della classe operaia come classe rivoluzionaria si disinnesca la carica rivoluzionaria del marxismo e si è costretti a ripiegare sull’accettazione dell’esistente”.
Insomma, questo 99 per cento di cui parlano Laclau e Mouffe, o meglio questo popolo, non esisterebbe perché, alla fine, bisogna schierarsi: “Si sta coi lavoratori o coi padroni?”. Una lettura che rischia di sottovalutare diversi fenomeni come l’accumulazione di ricchezze in poche mani (l’élite dominante), la teoria dello “sgocciolamento” e la polverizzazione del ceto medio. Lo stesso Laclau, filosofo argentino e postmarxista, non dipinge il suo popolo come un blocco omogeneo: “Il popolo è la risultante da una catena equivalenziale che collega domande eterogenee, e la cui unità è garantita dall’identificazione con una concezione democratica radicale di cittadinanza e dall’opposizione comune all’oligarchia”.
Un altro errore di Vanetti è di associare il populismo di Laclau alle pericolose riletture sovraniste – come se Chantal Mouffe fosse in qualche modo ascrivibile al rossobrunismo – mentre l’esempio di Podemos in Spagna dimostra come si possa essere populisti e, nello stesso momento, convinti europeisti. Si potrebbe discutere ore e giorni sulla fondatezza degli studi di Laclau e Mouffe ma trattarli come i Fusaro di turno sembra alquanto discutibile, soprattutto per un libro che ha il grande merito di analizzare con minuzia teorica e argomentativa chi si cela a sinistra.
Infine, la parte costruens: l’autore pensa che la sinistra non si riduca ai partiti ma che nel Paese esistano già associazioni, comitati territoriali, movimenti – cita Non una di meno – che possano essere cardini per la costruzione di un’alternativa nella società. Vanetti sogna una nuova sinistra di classe: “Rivendico la parola sinistra e intendo difenderla dalle distorsioni, ma la cosa che davvero conta è schierarsi coscientemente dalla parte della classe sfruttata”. Chi scrive ha più dubbi dell’autore sul concetto di classe – tema che merita saggio a parte – ma sicuramente il libro è uno strumento utile per fare luce su chi si dichiara di sinistra sposando valori di destra. Riconoscere i nemici interni: un primo passo per ripartire.
Fonte
di Giacomo Russo Spena
Da un lato la destra becera e nazionalista, pericolosa ed estremista, che a suon di propaganda parla alla pancia del Paese foraggiando disvalori e guerra tra poveri. La destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che sabato, a Roma, hanno palesato il loro orgoglio italiano blaterando di sostituzione etnica, “Dio patria e famiglia”, lotta alla droga con “armi in strada” ed elogiando il discutibile Viktor Orban, presidente dell’Ungheria. Dall’altro lato – come argine? – si configura l’attuale governicchio: un progetto in fieri dove i presagi non sono incoraggianti. Dopo il ribaltone agostano, o meglio l'harakiri di Salvini, il Conte 2 si delinea come una coalizione tra diversi tenuta insieme più dal pericolo per le urne che da un programma progressista condiviso. Il nuovo partito di Renzi e le bordate del grillino (dissidente) Di Battista – costretto a congelare il suo libro sul “Partito di Bibbiano” – destabilizzano un quadro già complesso di suo: intanto, i recenti sondaggi danno la destra in crescita e le forze di governo in calo.
In questo scenario, la sinistra radicale o d’alternativa non tocca palla. La grande assente. Una sinistra incapace di rispondere alle richieste popolari finita per farsi fagocitare dal Pd zingarettiano – l’ultima new entry è Laura Boldrini – a parte qualche piccola formazione. Come siamo giunti a questo punto? Come ha fatto la sinistra a perdere culturalmente nel Paese? L’attivista e scrittore Mauro Vanetti prova a rispondere a tali quesiti, tanto impegnativi quanto inevasi, nel libro La sinistra di destra (edizione Alegre, 239pp, 15euro).
Per descrivere il senso del termine utilizza l’immagine di uno zombie che si aggira per l’Europa, un mostro bicefalo i cui due volti sono il sovranismo e liberismo: “Un morto – scrive – che cammina sinistrofago che svuota la testa da ogni idea di riscatto sociale e solidarietà internazionale per riempirla con una sostanza gelatinosa formata, in dose variabili, da populismo, classismo, razzismo, sessismo e nazionalismo”.
L’autore ricostruisce come, negli ultimi trent’anni, le socialdemocrazie europee abbiano abbandonato le ragioni della sinistra da quando si è assunto come proprio il paradigma della “terza via” di Tony Blair, la stessa stagione di Bill Clinton e dei tanti emuli successivi, i quali hanno utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazione della vita dei cittadini. Le socialdemocrazie hanno esaltato le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista, rimuovendo allo stesso tempo il contesto di nascita e di pervasività di un capitale finanziario predatorio che sempre più assumeva una dimensione biopolitica. Un nuovo capitalismo impossibile da gestire, sovranazionale, tecnicamente avanzato, capace di imporre l’agenda ai governi, pena la crisi economica di interi Stati.
Una sinistra di destra che ha sostenuto l’Europa dell’austerity spianando la strada al populismo xenofobo: cos’è l’onda nera se non una reazione (sbagliata) ad un Sistema al collasso che ha generato diseguaglianze e politiche impopolari? Eppure si persevera negli errori. Alla recente Leopolda 10 la ministra Bellanova, ad esempio, ha attaccato “chi dice che tutti possono avere tutto” adottando il mantra blairiano del merito. Peccato che le nostre società siano tutto tranne che meritocratiche! Anzi – come dimostrano diversi studi sull’assenza di ascensore sociale nel Paese – è proprio l’ideale meritocratico che garantisce il dominio dell’1 per cento e contribuisce a mantenere il 99 zitto, rassegnato e docile. Mentre una vera sinistra dovrebbe sposare una distribuzione “giusta” di status, ricchezza e potere che sia meno escludente e gerarchica, l’Italia Viva di Renzi brama quel merito che si configura come strumento – potentissimo – di un’élite del privilegio.
Oltre alla terza via blairiana, liberista e conformista, Vanetti si scaglia contro il virus del rossobrunismo. In Italia, negli anni ‘60, abbiamo già assistito a tale fenomeno ma, diversamente da oggi, erano i settori neofascisti che rimanevano infatuati dal pensiero sinistrorso. Da qui sorgeranno il filone del nazimaoismo e il movimento d’estrema destra Terza posizione che, dietro la teorizzazione di un’ipotetica alleanza tra rossi e neri contro la società borghese, mimetizzava propaganda neofascista, tramite lessico e immagini della parte opposta. Sono gli anni in cui si diffondeva il pensiero del filosofo Costanzo Preve. Ora ci sorbiamo il suo allievo, Diego Fusaro. Il giovane studioso di Gramsci, così ama definirsi, è il guru per eccellenza del rossobrunismo, un personaggio che gioca a fare l’anti-Sistema pur vivendo nei salotti televisivi del Paese. I suoi adepti subiscono, oggi, la fascinazione per la Russia di Putin o per la Siria di Assad, trattano i diritti civili come folklore borghese, denigrano il femminismo e, soprattutto, invocano l’innalzamento delle frontiere per fermare l’invasione dei migranti.
Molte pagine del libro sono volte a smontare, analiticamente, il concetto di dumping salariale tra lavoratori autoctoni e stranieri rispolverando gli studi di Marx ed Engels sull’esercito industriale di riserva. Secondo Vanetti, Fusaro avrebbe una visione distorta del marxismo: se davvero ha letto il vecchio Karl, di certo non l’ha compreso. Dal libro si evince che è lo sviluppo delle unioni – cioè dei sindacati, degli scioperi, delle casse di mutuo soccorso – la risposta corretta alla concorrenza “perché la spezzano”.
Dal rossobrunismo l’autore – convinto no borders – passa alla condanna del populismo, senza grandi distinguo. Il populismo di sinistra di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe viene frettolosamente etichettato, liquidato e banalizzato. Un passaggio che stona provocando una sbavatura nel libro. Viene preso di mira l’interclassismo postmarxista del populismo di sinistra, accusato di essere riformista. “Demolire la teoria marxista sulla composizione di classe delle società contemporanee è sempre stata un’ossessione per un certo intellettuali di sinistra – recita un passaggio – Se cade la centralità della classe operaia come classe rivoluzionaria si disinnesca la carica rivoluzionaria del marxismo e si è costretti a ripiegare sull’accettazione dell’esistente”.
Insomma, questo 99 per cento di cui parlano Laclau e Mouffe, o meglio questo popolo, non esisterebbe perché, alla fine, bisogna schierarsi: “Si sta coi lavoratori o coi padroni?”. Una lettura che rischia di sottovalutare diversi fenomeni come l’accumulazione di ricchezze in poche mani (l’élite dominante), la teoria dello “sgocciolamento” e la polverizzazione del ceto medio. Lo stesso Laclau, filosofo argentino e postmarxista, non dipinge il suo popolo come un blocco omogeneo: “Il popolo è la risultante da una catena equivalenziale che collega domande eterogenee, e la cui unità è garantita dall’identificazione con una concezione democratica radicale di cittadinanza e dall’opposizione comune all’oligarchia”.
Un altro errore di Vanetti è di associare il populismo di Laclau alle pericolose riletture sovraniste – come se Chantal Mouffe fosse in qualche modo ascrivibile al rossobrunismo – mentre l’esempio di Podemos in Spagna dimostra come si possa essere populisti e, nello stesso momento, convinti europeisti. Si potrebbe discutere ore e giorni sulla fondatezza degli studi di Laclau e Mouffe ma trattarli come i Fusaro di turno sembra alquanto discutibile, soprattutto per un libro che ha il grande merito di analizzare con minuzia teorica e argomentativa chi si cela a sinistra.
Infine, la parte costruens: l’autore pensa che la sinistra non si riduca ai partiti ma che nel Paese esistano già associazioni, comitati territoriali, movimenti – cita Non una di meno – che possano essere cardini per la costruzione di un’alternativa nella società. Vanetti sogna una nuova sinistra di classe: “Rivendico la parola sinistra e intendo difenderla dalle distorsioni, ma la cosa che davvero conta è schierarsi coscientemente dalla parte della classe sfruttata”. Chi scrive ha più dubbi dell’autore sul concetto di classe – tema che merita saggio a parte – ma sicuramente il libro è uno strumento utile per fare luce su chi si dichiara di sinistra sposando valori di destra. Riconoscere i nemici interni: un primo passo per ripartire.
Fonte
08/07/2019
Lettera a un amico sovranista
Caro amico un po’ sfigato che ora ti definisci sovranista, tu che commenti a cazzo un po’ tutto ma senza capire mai niente; tu che sputi bile contro ogni cosa che appaia minimamente complessa da interpretare, tu con l’account Nerchiolino85 che vuoi spiegare l’interpretazione delle carte nautiche ai capitani o i trattati internazionali ai lobbisti, come posso aiutarti?
Parliamone. Cos’è andato storto? Ripensaci un attimo. Facciamo come nei film, come quando uno sta per morire e gli passa davanti gli occhi tutta la vita.
Provaci un istante. Torna indietro a prima dei capitani, prima dei social, prima dei “Mi consenta”.
Torna indietro alla tua infanzia, la tua casa con problemi idraulici, le incazzature di tuo padre per le bollette del telefono troppo alte. E il tuo quartiere periferico di merda, dove non passavano mai gli autobus, dove per vederti con gli amici stavi in un giardinetto senza verde, pieno di cicche di sigarette e qualche siringa dei tossici.
Ripensiamo alla scuola, al fatto che non aprivi un libro nemmeno sotto tortura, nonostante i tuoi genitori si fossero fatti il culo per comprarteli. Però tanto non serviva a niente studiare, no? Qualcosa l’avresti trovata.
Ripensa a tutti i programmi di merda che hai visto in tv che ti hanno sempre parlato di denaro e libertà: l’importante sono i soldi, perché senza sei uno sfigato. Però quei soldi nessuno ti ha mai detto come dovevi farli; ti dovevi arrangiare e sei rimasto per strada, tra altri sfigati come te.
E cos’è successo? Ripensaci.
Sei mai stato aggredito da un nigeriano?
Hai mai pagato un affitto indecente in nero ad un padrone di casa arabo?
Hai mai fatto un colloquio di lavoro con un indiano?
Sei mai stato licenziato da un capo filippino?
Hai mai pagato uno sproposito per una visita medica urgente ad un medico senegalese?
Sei mai stato scippato da un koreano?
Amico, compatriota, testa di cazzo, non dico che ti debba tornare la voglia di leggere un libro, di capire un po di quello che accade nel mondo, di capire quello che accade a te, ma almeno, vuoi provare a capire chi ti sta fregando da sempre.
Fonte
Parliamone. Cos’è andato storto? Ripensaci un attimo. Facciamo come nei film, come quando uno sta per morire e gli passa davanti gli occhi tutta la vita.
Provaci un istante. Torna indietro a prima dei capitani, prima dei social, prima dei “Mi consenta”.
Torna indietro alla tua infanzia, la tua casa con problemi idraulici, le incazzature di tuo padre per le bollette del telefono troppo alte. E il tuo quartiere periferico di merda, dove non passavano mai gli autobus, dove per vederti con gli amici stavi in un giardinetto senza verde, pieno di cicche di sigarette e qualche siringa dei tossici.
Ripensiamo alla scuola, al fatto che non aprivi un libro nemmeno sotto tortura, nonostante i tuoi genitori si fossero fatti il culo per comprarteli. Però tanto non serviva a niente studiare, no? Qualcosa l’avresti trovata.
Ripensa a tutti i programmi di merda che hai visto in tv che ti hanno sempre parlato di denaro e libertà: l’importante sono i soldi, perché senza sei uno sfigato. Però quei soldi nessuno ti ha mai detto come dovevi farli; ti dovevi arrangiare e sei rimasto per strada, tra altri sfigati come te.
E cos’è successo? Ripensaci.
Sei mai stato aggredito da un nigeriano?
Hai mai pagato un affitto indecente in nero ad un padrone di casa arabo?
Hai mai fatto un colloquio di lavoro con un indiano?
Sei mai stato licenziato da un capo filippino?
Hai mai pagato uno sproposito per una visita medica urgente ad un medico senegalese?
Sei mai stato scippato da un koreano?
Amico, compatriota, testa di cazzo, non dico che ti debba tornare la voglia di leggere un libro, di capire un po di quello che accade nel mondo, di capire quello che accade a te, ma almeno, vuoi provare a capire chi ti sta fregando da sempre.
Fonte
23/01/2019
Su rossobruni e dintorni. Logica meccanicistica e logica dialettica
Il linguaggio stesso risulta sottoposto ai rapporti di forza, che agiscono non soltanto sul processo di selezione dei termini, ma anche sul loro impiego.
“Libertà”, “progresso”, “democrazia” sono lemmi che hanno conosciuto numerose varianti ideologiche, molteplici usi strumentali, tra loro persino contrapposti. Il marxismo, tuttavia, si è sempre prodigato per smascherare queste varianti e questi usi senza rifiutare i termini nel loro significato oggettivo e universale.
Oggi il termine “rosso-bruno” risulta egemonizzato dall’ideologia liberale che lo impiega per diffondere e corroborare la propria “teoria del totalitarismo”. Viene dunque perlopiù evocato allo scopo di equiparare comunisti e fascisti, a cui vengono contrapposti i liberali-moderni, sedicenti esponenti della tolleranza e della democrazia. Si tratta chiaramente di una narrazione fantasiosa. Ma l’imprescindibile smascheramento di questa fantasia non deve costituire un pretesto con cui rifiutare il termine nella sua totalità. Perché?
A partire dagli anni ’70 del secolo scorso l’ideologia postmoderna ha cominciato a egemonizzare il mondo del dissenso e della cultura critica, precedentemente capitanati dal marxismo. È dunque nato un postmodernismo di sinistra che ha dato luogo a una sorta di marxismo fluido, flessibile, pronto a contaminarsi e a spalancare le porte ad autori di destra come Nietzsche e Heidegger. Questa ideologia ha finito, come è stato ampiamente dimostrato, per favorire l’affermarsi di tendenze anarcocapitaliste che hanno progressivamente eroso e privato di consistenza le strutture della democrazia moderna.
L’avanzare della crisi economica su un terreno di devastazione culturale e politica ha successivamente favorito la nascita di un postmodernismo di destra: una destra fluida che guarda prevalentemente a Carl Schmitt, a Julius Evola, a Ernst Jünger, a Spengler, a Nietzsche, a Heidegger e a Giovanni Gentile, ma pronta a contaminarsi e a spalancare le porte ad autori come Gramsci e Marx. Naturalmente se nel caso dei “Nietzscheani di sinistra”, l’ideologia postmoderna si reggeva su una gigantesca distorsione del pensiero di Nietzsche, così nel caso di questi “Marxiani di destra”, l’ideologia postmoderna si regge su una gigantesca distorsione del pensiero di Marx.
In entrambi i casi tale ideologia teorizza la necessità di superare le categorie di “destra” e “sinistra”.
Il tentativo della “destra liquida” in ascesa, tuttavia, consiste nell’inglobare la critica al sistema capitalistico propria del marxismo in una critica della modernità in quanto tale (dei suoi processi economici, delle sue strutture politiche e dei suoi valori culturali); in una critica quindi che riproponga senza le intermediazioni della società civile, le tradizioni obsolete, le antiche gerarchie e un rapporto diretto tra sovrano e popolo.
Tale polpa nera dell’orizzonte eurasiatista si presenta spesso, tuttavia, sotto una scorza rossa che, oltre a svolgere una funzione protettiva finisce per sedurre anche quanti sono inclini ad entusiasmarsi non appena sentono echeggiare il nome di Gramsci o di Marx.
Indubbiamente la categoria di “rosso-bruno” appare oggi ampiamente dilatata dall’ideologia liberale, al fine di colpire anche il marxismo e qualunque tentativo di focalizzare l’attenzione sulla questione nazionale; ma non meno dilatato è il rifiuto di questa categoria. Un rifiuto che si ostina a non voler prendere le distanze dall’eurasiatismo e da quei “Marxiani di destra” impegnati a inglobare l’anticapitalismo di sinistra entro le proprie pulsioni antioccidentali e i propri istinti antimoderni, con la progressiva adesione di sempre più marxisti che ne subiscono l’attrazione narrativa.
«Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi» aveva affermato Lenin.
È certo una frase nota, ma questa sua affermazione, riflettendoci, contiene in ultima analisi una critica ai rosso-bruni del proprio tempo, a coloro cioè che sotto una scorza rossa nascondevano una certa polpa nera. Era forse anche Lenin una vittima dell’ideologia liberale?
Analogamente, nei “Quaderni del Carcere”, Antonio Gramsci inquadra in questi termini il fenomeno dell’eurasiatismo:
«Eurasiatismo. Il movimento si svolge intorno al giornale Nakanune, che tende alla revisione dell’atteggiamento assunto dagli intellettuali emigrati: è cominciato nel 1921. La prima tesi dell’eurasiatismo è che la Russia è più asiatica che occidentale. La Russia deve mettersi alla testa dell’Asia nella lotta contro il predominio europeo. La seconda tesi è che il bolscevismo è stato un avvenimento decisivo per la storia della Russia: ha «attivato» il popolo russo ed ha giovato all’autorità e all’influenza mondiale della Russia con la nuova ideologia che ha diffuso. Gli Eurasiatici non sono bolscevichi ma sono nemici della democrazia e del parlamentarismo occidentale. Essi si atteggiano spesso a fascisti russi, come amici di uno Stato forte in cui la disciplina, l’autorità, la gerarchia abbiano a dominare sulla massa. Sono partigiani di una dittatura e salutano l’ordine statale vigente nella Russia dei Soviet per quanto essi vagheggino di sostituire l’ideologia nazionale a quella proletaria. L’ortodossia è per loro l’espressione tipica del carattere popolare russo; essa è il cristianesimo dell’anima eurasiatica».
Gramsci che qui attacca gli «Eurasiatici» come «nemici della democrazia e del parlamentarismo occidentali» e come «amici di uno Stato forte in cui la disciplina, l’autorità, la gerarchia abbiano a dominare sulla massa», risulta anch’egli vittima dell’ideologia liberale?
Oggi come ieri, la critica ai rosso-bruni e agli eurasiatisti costituisce un compito fondamentale del marxismo per distinguere il significato autentico di un termine dai suoi usi strumentali. Come è il marxismo che dovrebbe rivendicare per primo il concetto di “democrazia” per non lasciare all’ideologia liberale l’egemonia su questo termine, così è il marxismo che dovrebbe criticare per primo il “rossobrunismo” per non lasciare al liberalismo l’egemonia di questa critica.
Certo, la categoria in questione appare oggi, come abbiamo osservato, indubbiamente dilatata. E tuttavia possiamo affermare che esistono diverse gradazioni di rossobrunismo: quei marxisti italiani, ad esempio, che oggi sostengono senza remore il governo Di Maio-Salvini, ritengono forse sia esso un governo di sinistra, con politiche e finalità di sinistra, o non postulano tacitamente, per giustificare un tale sostegno, quel superamento delle categorie di cui sopra oggi così reiterato dai discorsi della destra postmoderna? Non costituisce la simpatia di certi marxisti odierni per il governo attuale un più o meno profondo assorbimento del nuovo postmodernismo reazionario? Se la categoria di rossobrunismo è molto meno ampia di quanto l’ideologia liberale tende oggi a far credere, è sicuramente anche molto più variegata.
Compito del marxismo sarebbe allora quello di ristabilire non soltanto i confini di tale categoria ma anche i sui diversi cromatismi. Ad una critica liberale di questo termine occorrerebbe in sostanza contrapporre una critica marxista, come a una logica meccanicista una logica dialettica. È invece un atteggiamento tipico dell’ideologia postmoderna la tendenza a dimenticare la “pars construens” per concentrarsi unicamente sulla “pars destruens”, sia per quanto riguarda gli assetti sociali che per quanto concerne i fenomeni linguistici.
Fonte
18/01/2019
Duro colpo per i “rosabruni”. Le Pen difende l’Unione Europea e l’euro
Contrordine, camerati! L’Unione Europea è bellissima, e pure l’euro è una mano santa! Parola di Marine Le Pen...
La presunta campionessa dell’“antieuropeismo”, alla vigilia delle elezioni continentali, convoca una conferenza stampa per spiegare la sua conversione alla fede in uso a Bruxelles. Non è l’unica inversione a U compiuta nelle ultime settimane: anche rispetto al movimento dei gilet gialli aveva, per un paio di settimane, fatto finta di esprimere qualche simpatia e vicinanza, ma dalla terza in poi ha calato la maschera, invitando i manifestanti a “lasciar fare alla polizia per riportare l’ordine nelle strade”.
Una “populista di palazzo”, al pari di quell’Emmanuel Macron con cui aveva intreccia un debolissimo contrappunto due anni fa, in occasione del ballottaggio per le presidenziali poi vinte dal cocchino di banca Rothschild.
Il suo faro in Europa è ora più di prima il fascioleghista ministro dell’interno, il cui faccione tappezza la nuova sede del Rassemblement Nationale (ha cambiato anche nome al suo partito, abbandonando il più militaresco “Front” scelto a suo tempo dal padre). Non che il comun sentire nazionalista metta fine a ogni contrasto. Per esempio, sull’assalto dell’italiana (e pubblica) Fincantieri alla Stx (“cugina” d’oltralpe nello stesso settore), Salvini si mostra furibondo per i paletti messi da Parigi, mentre la signora nera si allinea completamente con Macron: i cantieri navali devono restare «francesi al cento per cento» (mica siamo come gli italiani che si sono fatti smantellare allegramente la struttura industriale!).
Ma è su Unione Europea e moneta unica che la svolta appare a 180 gradi: «siamo un partito pragmatico, non ideologico. Eravamo per l’uscita dall’euro e dall’Unione europea quando l’unica alternativa era tra la totale sottomissione a Bruxelles e l’abbandono della Ue». Ma adesso che il voto in vari paesi lascia immaginare un Parlamento più infestato dalla destra nazionalista... va benissimo com’è! Va ricordato che solo qualche mese fa la “signora” ardiva dire che “bisogna liberare l’Europa dall’Unione Europea” (che sono effettivamente due cose molto diverse, anche se molti fanno finta si tratti dello stesso soggetto...).
«Oggi le condizioni politiche sono totalmente cambiate. Le nostre idee avanzano ovunque in Europa, e in Italia sono al governo». Quindi copia l’identica svolta di Salvini, che lì viene ancora ricordato per essersi presentato al congresso FN di Lione 2011 con la maglietta «no euro».
«Ora possiamo cambiare l’Europa dall’interno, uscire e adottare una nuova moneta non sono più le priorità. I trattati sono interpretabili a piacere, basti guardare cosa ha fatto la Bce con il quantitative easing. Quando il presidente della Commissione non sarà più Juncker ma una personalità espressione delle idee mie e di Salvini, la vita dei cittadini migliorerà».
Lo abbiamo scritto un milione di volte e gridato nelle piazze fino a restare afoni: i fascisti sono cani da guardia del capitale, cercano spesso di alzare il prezzo dello stipendio da mercenario, ma non si mettono mai contro chi comanda.
E quindi anche sul nodo fondamentale dell’Unione Europea e dell’euro – della Nato è inutile parlare; li ha sempre arruolati per ogni tipo di guerra sporca e strategia della tensione – la loro “opposizione” era finta, strumentale, mirata a raccogliere il malessere popolare provocato dalle politiche di austerità. Perché quel malessere non venisse raccolto e organizzato “da sinistra”.
Il loro lavoro sporco, in questi anni, è stato ciclopicamente facilitato dall’ebetismo “europeista” che ha caratterizzato tutta la cosiddetta “sinistra europea” (dal Pd a una parte dei centri sociali, per capirci), stregata dalla narrazione tossica del capitale multinazionale, per cui l’europeismo andava considerato l’“internazionalismo” della nuova epoca, e l’unica opposizione possibile poteva venire solo da destra. Che, da vecchia nazionalista, voleva “tornare indietro”.
La svolta di Le Pen e di Salvini chiarisce in modo limpido quale sia la situazione, a quattro mesi dalle europee. Non esiste e non può esistere un “europeismo di sinistra”, ma solo il multinazionalismo del capitale. Che funziona male, di questi tempi, e che quindi si dispone a “riformare l’Unione Europea” (i suoi trattati, i parametri, gli strumenti di gestione) perché “il cambiamento” apparente non muti di una virgola il potere di chi comanda. La destra fascista concorrerà tranquillamente, alzando la voce solo sulla ripartizione dei migranti salvati in mare.
E’ un passaggio importante anche per chi, finora, sentendosi “di sinistra” accusava di “sovranismo” chi, come noi e molti altri, parlava e parla di “rompere l’Unione Europea” come presupposto minimo per realizzare politiche di miglioramento dlela vita delle classi popolari. Ora, infatti, che tutti parlano di “riformare la Ue” – compresi Juncker e Vito Constancio, ex vice di Mario Draghi alla Bce – come si fa a distinguere un “riformista” di destra da uno “di sinistra”?
Ora, infatti, tutti questi “europeisti di sinistra”, ritrovandosi al fianco delle Le Pen e dei Salvini, potranno giustamente essere chiamati “rosabruni”...
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La presunta campionessa dell’“antieuropeismo”, alla vigilia delle elezioni continentali, convoca una conferenza stampa per spiegare la sua conversione alla fede in uso a Bruxelles. Non è l’unica inversione a U compiuta nelle ultime settimane: anche rispetto al movimento dei gilet gialli aveva, per un paio di settimane, fatto finta di esprimere qualche simpatia e vicinanza, ma dalla terza in poi ha calato la maschera, invitando i manifestanti a “lasciar fare alla polizia per riportare l’ordine nelle strade”.
Una “populista di palazzo”, al pari di quell’Emmanuel Macron con cui aveva intreccia un debolissimo contrappunto due anni fa, in occasione del ballottaggio per le presidenziali poi vinte dal cocchino di banca Rothschild.
Il suo faro in Europa è ora più di prima il fascioleghista ministro dell’interno, il cui faccione tappezza la nuova sede del Rassemblement Nationale (ha cambiato anche nome al suo partito, abbandonando il più militaresco “Front” scelto a suo tempo dal padre). Non che il comun sentire nazionalista metta fine a ogni contrasto. Per esempio, sull’assalto dell’italiana (e pubblica) Fincantieri alla Stx (“cugina” d’oltralpe nello stesso settore), Salvini si mostra furibondo per i paletti messi da Parigi, mentre la signora nera si allinea completamente con Macron: i cantieri navali devono restare «francesi al cento per cento» (mica siamo come gli italiani che si sono fatti smantellare allegramente la struttura industriale!).
Ma è su Unione Europea e moneta unica che la svolta appare a 180 gradi: «siamo un partito pragmatico, non ideologico. Eravamo per l’uscita dall’euro e dall’Unione europea quando l’unica alternativa era tra la totale sottomissione a Bruxelles e l’abbandono della Ue». Ma adesso che il voto in vari paesi lascia immaginare un Parlamento più infestato dalla destra nazionalista... va benissimo com’è! Va ricordato che solo qualche mese fa la “signora” ardiva dire che “bisogna liberare l’Europa dall’Unione Europea” (che sono effettivamente due cose molto diverse, anche se molti fanno finta si tratti dello stesso soggetto...).
«Oggi le condizioni politiche sono totalmente cambiate. Le nostre idee avanzano ovunque in Europa, e in Italia sono al governo». Quindi copia l’identica svolta di Salvini, che lì viene ancora ricordato per essersi presentato al congresso FN di Lione 2011 con la maglietta «no euro».
«Ora possiamo cambiare l’Europa dall’interno, uscire e adottare una nuova moneta non sono più le priorità. I trattati sono interpretabili a piacere, basti guardare cosa ha fatto la Bce con il quantitative easing. Quando il presidente della Commissione non sarà più Juncker ma una personalità espressione delle idee mie e di Salvini, la vita dei cittadini migliorerà».
Lo abbiamo scritto un milione di volte e gridato nelle piazze fino a restare afoni: i fascisti sono cani da guardia del capitale, cercano spesso di alzare il prezzo dello stipendio da mercenario, ma non si mettono mai contro chi comanda.
E quindi anche sul nodo fondamentale dell’Unione Europea e dell’euro – della Nato è inutile parlare; li ha sempre arruolati per ogni tipo di guerra sporca e strategia della tensione – la loro “opposizione” era finta, strumentale, mirata a raccogliere il malessere popolare provocato dalle politiche di austerità. Perché quel malessere non venisse raccolto e organizzato “da sinistra”.
Il loro lavoro sporco, in questi anni, è stato ciclopicamente facilitato dall’ebetismo “europeista” che ha caratterizzato tutta la cosiddetta “sinistra europea” (dal Pd a una parte dei centri sociali, per capirci), stregata dalla narrazione tossica del capitale multinazionale, per cui l’europeismo andava considerato l’“internazionalismo” della nuova epoca, e l’unica opposizione possibile poteva venire solo da destra. Che, da vecchia nazionalista, voleva “tornare indietro”.
La svolta di Le Pen e di Salvini chiarisce in modo limpido quale sia la situazione, a quattro mesi dalle europee. Non esiste e non può esistere un “europeismo di sinistra”, ma solo il multinazionalismo del capitale. Che funziona male, di questi tempi, e che quindi si dispone a “riformare l’Unione Europea” (i suoi trattati, i parametri, gli strumenti di gestione) perché “il cambiamento” apparente non muti di una virgola il potere di chi comanda. La destra fascista concorrerà tranquillamente, alzando la voce solo sulla ripartizione dei migranti salvati in mare.
E’ un passaggio importante anche per chi, finora, sentendosi “di sinistra” accusava di “sovranismo” chi, come noi e molti altri, parlava e parla di “rompere l’Unione Europea” come presupposto minimo per realizzare politiche di miglioramento dlela vita delle classi popolari. Ora, infatti, che tutti parlano di “riformare la Ue” – compresi Juncker e Vito Constancio, ex vice di Mario Draghi alla Bce – come si fa a distinguere un “riformista” di destra da uno “di sinistra”?
Ora, infatti, tutti questi “europeisti di sinistra”, ritrovandosi al fianco delle Le Pen e dei Salvini, potranno giustamente essere chiamati “rosabruni”...
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13/09/2018
Il dibattito (guasto) tra Fassina e gli anti-Fassina
Sembrerebbe tutto un proliferare di patrioti, a giudicare
dall’ennesima iniziativa promossa questa volta da Fassina e D’Attorre.
In realtà, tutto si muove nel placido solco della virtualità, dove
rossi, bruni e rossobruni se le danno di santa ragione a patto di non
incontrarsi mai nella realtà. Fassina è però riuscito ad aizzare uno
scombinato dibattito che merita d’essere commentato. Patria e Costituzione, dunque.
Su cui si sono scatenati i cacciatori di rossobruni. Che partono da un
dato incontrovertibile: Fassina è un essere squalificato. Basterebbe
questo a chiudere il discorso (e noi la pensiamo proprio così: in
politica non conta cosa dice chi, ma chi dice cosa). Eppure – come
sempre – il dibattito sulla “questione nazionale” (perché, al fondo, di
questo parliamo quando parliamo di “rossobrunismo”, “populismo”,
“sovranismo” e “internazionalismo”) parte immediatamente per la tangente
e il problema non è più Fassina, ma i temi politici che Fassina solleva
malamente. Fassina è un pretesto, il problema è altrove. Vediamo cosa
dice Fassina nel pezzo pubblicato sul manifesto del 6 settembre:
Siccome Fassina è un personaggio screditato per precisi motivi politici e non per ideologiche alterità esistenziali, dall’analisi – sostanzialmente giusta – si va a finire alla peggiore esaltazione – questa si – nazionalista:
Come detto, però, le obiezioni dei cacciatori di rossobruni non solo celano il contesto entro cui questi ragionamenti prendono piede, cioè le politiche liberiste della Ue e il conseguente rifiuto popolare di quelle politiche. Le obiezioni tacciano – esplicitamente o meno – di rossobrunismo, quindi di sovranismo, quindi di nazismo mascherato – in una catena che parte dalla critica alla globalizzazione e finisce con Hitler – tutto ciò che si oppone all’Unione europea e al controllo politico sui movimenti di capitale. Ci casca persino il nostro amico Giacomo Russo Spena, con un articolo volto a dimostrare la natura reazionaria e para-fascista di Fassina.
Titolo e sottotitolo sgomberano il campo da equivoci: «All’armi, son rossobruni! – Da Diego Fusaro a Stefano Fassina [...] ritratto di un fenomeno politico sovranista, no euro, affascinato da Putin. [...] Un populismo simile per non dire identico a quello della destra». Sono qui inquadrati i tre poli della fenomenologia rossobruna: sovranismo, no euro e Putin. Ecco come la lotta all’euro viene spacciata per deriva sovranista, quindi rossobruna, quindi...
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«da un lato, non regge più l’impalcatura mercantilista del mercato unico e dell’euro e, dall’altro, è venuta meno, in realtà è stata sempre un miraggio, la prospettiva della sovranità democratica europea. Così, gli europeisti, sia liberal conservatori, sia delle sinistre, in tutte le sfumature, sono senza programma fondamentale, cornice per un’opposizione convinta e convincente».E’ la spudorata verità di questi anni, eppure tale contesto viene semplicemente eluso dagli europeisti di ogni risma, soprattutto di quelli provenienti da sinistra. L’Unione europea ha fallito, è un progetto politico-economico totalmente dentro logiche capitalistiche e ordoliberali, e va dunque combattuto e abbattuto. Questo è il nodo che la sinistra europeista non affronta, occultando il quale, certo, ogni altra riflessione, sia di Fassina sia di altri, risulta incomprensibile e meramente nazionalista. Chi rimane unioneuropeista è uscito di fatto dalla cornice di comprensibilità politica delle masse. Non gli rimane che aggregare qualche bocconiano masterizzato, hipster quarantenni e ricercatori universitari. Ma il pezzo di Fassina prosegue:
«Noi europeisti di sinistra dobbiamo reimpostare la declinazione del nesso nazionale-sovranazionale. È esiziale dividere l’agone politico tra Fronte Repubblicano e Fronte Sovranista, ossia, tra continuità nella retorica del «più Europa» e cambiamento regressivo. È al contempo impolitico affidarsi a liste transnazionali segnalate da un radicalismo astratto «per democratizzare l’Unione europea».Anche in questo caso possiamo più o meno essere d’accordo, ma una cosa sentiamo di condividere: il nesso nazionale-sovranazionale è oggi completamente capovolto. Viene definito come “sovranista” ogni moto che sottopone a critica radicale l’Unione europea, mentre viene confuso per “internazionalista” tutto ciò che invece prende le forme del cosmopolitismo liberista, che è un “sovra-nazionalismo” e non un “inter-nazionalismo”. Non sono le barriere, le dogane e le frontiere che il processo europeista abolisce, ma il controllo politico sui movimenti di capitale. Questo controllo politico è ancora oggi collegato alla statualità. Nessuna statolatria, per carità: quando un movimento reale allargherà i confini della rappresentanza politica, i suoi meccanismi, le sue corrispondenze tra volere popolare e volere politico, su di un piano più vasto ed effettivamente internazionale, tanti saluti allo Stato e alle sue logiche repressive. Oggi è di questo che stiamo parlando? O, piuttosto, stiamo nel mezzo di uno straordinario processo regressivo che sottrae poteri a popolazioni e territori per delegarli a forze economiche giuridicamente e fiscalmente irresponsabili, di fatto immaterializzate e deterritorializzate? Perché a un certo punto dobbiamo anche fare mestamente i conti con la realtà, e questa ci dice che stiamo nella merda, non a un passo dalla liberazione del famigerato “Stato-nazione”. Torniamo a Fassina:
«Tra l’insostenibile e incorreggibile europeismo liberista e la degenerazione nazionalista va costruito lo spazio culturale e politico per una alternativa: una comunità nazionale aperta, dove i conflitti, a partire da quelli di classe e ambientali, si combattono e si compongono in riferimento alla dignità del lavoro, alla giustizia sociale, al rispetto della natura; una comunità cooperativa per affrontare enormi sfide globali, innanzitutto la riconversione ecologica delle economie e delle società e il governo dei flussi migratori».Ecco, le dice Fassina queste cose e quindi valgono zero. Ma nel merito, se per un attimo volessimo ragionarci, dove è lo scandalo? Dove l’assurdo nella volontà di costruire uno spazio alternativo tanto alla «degenerazione nazionalista» (all’anima del rossobruno…) quanto – soprattutto – allo «insostenibile e incorreggibile europeismo liberista»? Non c’è scandalo, ma se si oscura – come fa la sinistra unioneuropeista – il problema della Ue, tutto diviene effettivamente incomprensibile e ambiguo. Ma è un trucco usato per screditare non tanto il Fassina di turno – che è già screditato di per sé – quanto il tema della lotta alla Ue.
Siccome Fassina è un personaggio screditato per precisi motivi politici e non per ideologiche alterità esistenziali, dall’analisi – sostanzialmente giusta – si va a finire alla peggiore esaltazione – questa si – nazionalista:
«Dobbiamo riscoprire il sentimento positivo di Patria e Nazione per rilegittimare e, qui il punto politico decisivo, rivitalizzare nelle sue funzioni essenziali lo Stato nazionale e riconnettere, nella misura possibile all’avvio del XXI Secolo, popolo e democrazia costituzionale».Qui casca il Fassina, se – ribadiamo – volessimo davvero entrare nel merito delle sue argomentazioni. La lotta alla Ue è una lotta al capitalismo liberista, all’imperialismo, alla torsione ordoliberale importata dal modello tedesco, non il ritorno ai “valori della Costituzione” e, ancor meno, scimmiottando patriottismi che nulla hanno a che vedere con le lotte per l’indipendenza dei popoli colonizzati e molto a che fare con declinazioni patriottiche à la grandeur francese. Ognuno ha le proprie tradizioni storiche. L’Italia, da questo punto di vista, non sarà mai la Francia. Potremmo anche rammaricarcene, sebbene lo “Stato forte” – che prevede anche una forte etica pubblica che si traduce in consenso di massa per lo status quo – sia uno strumento di dominio tanto interno – contro il proprio popolo – quanto esterno – contro popoli altrui. Che questo sia il desiderio di un Fassina è nell’ordine delle cose. Che una proposta di questo tipo possa davvero sostenere le basi di una nuova sinistra popolare, avremmo più di qualche dubbio.
Come detto, però, le obiezioni dei cacciatori di rossobruni non solo celano il contesto entro cui questi ragionamenti prendono piede, cioè le politiche liberiste della Ue e il conseguente rifiuto popolare di quelle politiche. Le obiezioni tacciano – esplicitamente o meno – di rossobrunismo, quindi di sovranismo, quindi di nazismo mascherato – in una catena che parte dalla critica alla globalizzazione e finisce con Hitler – tutto ciò che si oppone all’Unione europea e al controllo politico sui movimenti di capitale. Ci casca persino il nostro amico Giacomo Russo Spena, con un articolo volto a dimostrare la natura reazionaria e para-fascista di Fassina.
Titolo e sottotitolo sgomberano il campo da equivoci: «All’armi, son rossobruni! – Da Diego Fusaro a Stefano Fassina [...] ritratto di un fenomeno politico sovranista, no euro, affascinato da Putin. [...] Un populismo simile per non dire identico a quello della destra». Sono qui inquadrati i tre poli della fenomenologia rossobruna: sovranismo, no euro e Putin. Ecco come la lotta all’euro viene spacciata per deriva sovranista, quindi rossobruna, quindi...
«I punti di pericoloso contatto con i neofascisti – ma pure con la lega e il M5S – sono l’uscita dall’euro, il sovranismo, la politica estera (lo spinto antiamericanismo), la questione migratoria, la lotta al capitalismo e alla globalizzazione. […] Chi è rimasto persuaso dal rossobrunismo è passato sui social dal postare link di critica, da sinistra, all’Unione Europea al sostegno di Donald Trump. […] Questa è la loro base teorica: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si sarebbe instaurato un pensiero unico dominante che si è appoggiato sul capitalismo totalitario, una struttura egemonica che ha escluso ogni alternativa. […] Vogliono rompere l’Europa e uscire dalla gabbia dell’euro».Quelli che Russo Spena cita a titolo d’esempio come caratteri del rossobrunismo sono, in realtà, temi squisitamente di sinistra: l’antiamericanismo – inteso come lotta all’imperialismo statunitense – la lotta al capitalismo, alla globalizzazione, così come, oggi, il tema dell’uscita dall’euro, rompere la gabbia liberista della Ue, eccetera. Non sono “punti di contatto” con il fascismo, sono temi che storicamente si sono affermati dentro il movimento operaio, ma soprattutto – verrebbe da dire – dentro il proletariato italiano ed europeo. Il fatto che qualche fascista cavalchi alcune retoriche della sinistra non rende questa “meno sinistra”, così come la lotta per la casa non diviene “meno di sinistra” se viene fatta propria (a parole) anche da Casapound. Il problema è il calderone informe che viene orchestrato per escludere dal novero delle opzioni politiche praticabili la lotta alla Ue: «questione migratoria e uscita dall’euro», «critica all’Unione Europea e sostegno a Trump», «sovranismo, no euro e Putin», eccetera. Si parte dalla lotta all’euro e si finisce all’estrema destra. Anzi: chi parte per la tangente anti-unioneuropeista finisce necessariamente con la destra sovranista. Si parte dalla Ue e si finisce a Trump. Riecheggia il monito di Giovanardi: s’inizia con una cannetta e ti ritrovi con l’eroina iniettata nelle vene. E’ una conseguenza logica che però rimanda alla distruzione della ragione più che a presunti abboccamenti con l’estrema destra. Come minimo, non lamentiamoci dell’incomunicabilità tra “sinistra” e “popolo”.
Fonte
11/07/2018
Sulla sinistra “rossobruna”
I fatti hanno la testa dura, recita un famoso proverbio inglese. E prima o poi costringono anche le teste meno brillanti a rivedere la propria “visione” delle cose, perché le cose stanno disposte in modo diverso – e spesso opposto – a quello che si era creduto fin lì.
“A sinistra” il fatto di cui non si vuole spesso neanche parlare è la natura dell’Unione Europea. Accettata la narrazione tossica fatta dai ceti dominanti che ne dirigono la struttura decisionale, traendone il massimo beneficio, questo “sistema di trattati commerciali” è stato descritto come creatore di pace, occasione di sviluppo per tutti, argine ai populismi e alle destre nazionalistiche, luogo dei diritti civili, tempio della laicità e via favoleggiando.
Neppure l’accettazione dei nazionalisti di destra come “compari di strada” accettabili e accettati – si veda il caso del neo-cancelliere austriaco Sebastian Kurz – ha fatto fin qui cambiare idea a chi non ne ha una di riserva.
Pubblichiamo di seguito un intervento di Carlo Galli, apparso sul suo blog Ragioni politiche, in cui il percorso mentale e politico della “vasta sinistra” degli ultimi 30 anni viene smontato come un castello di foglie morte, indicandone anche i massimi responsabili.
Carlo Galli non è – notoriamente – un pericoloso estremista con strane simpatie populistiche, ma un rispettato professore di Storia del pensiero politico, con una lunga carriera sia accademica che dentro la “sinistra” italiana, fino a diventare deputato del Pd, poi in Sel e infine con Bersani in Articolo 1.
Diciamo che è un intellettuale che ha conservato la capacità di vedere come le cose funzionano, al di là delle “etichette” che ci appiccichiamo addosso per riconoscerle senza faticare troppo col cervello.
Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.
Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.
La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).
Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.
In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista – e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.
Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.
Fonte
“A sinistra” il fatto di cui non si vuole spesso neanche parlare è la natura dell’Unione Europea. Accettata la narrazione tossica fatta dai ceti dominanti che ne dirigono la struttura decisionale, traendone il massimo beneficio, questo “sistema di trattati commerciali” è stato descritto come creatore di pace, occasione di sviluppo per tutti, argine ai populismi e alle destre nazionalistiche, luogo dei diritti civili, tempio della laicità e via favoleggiando.
Neppure l’accettazione dei nazionalisti di destra come “compari di strada” accettabili e accettati – si veda il caso del neo-cancelliere austriaco Sebastian Kurz – ha fatto fin qui cambiare idea a chi non ne ha una di riserva.
Pubblichiamo di seguito un intervento di Carlo Galli, apparso sul suo blog Ragioni politiche, in cui il percorso mentale e politico della “vasta sinistra” degli ultimi 30 anni viene smontato come un castello di foglie morte, indicandone anche i massimi responsabili.
Carlo Galli non è – notoriamente – un pericoloso estremista con strane simpatie populistiche, ma un rispettato professore di Storia del pensiero politico, con una lunga carriera sia accademica che dentro la “sinistra” italiana, fino a diventare deputato del Pd, poi in Sel e infine con Bersani in Articolo 1.
Diciamo che è un intellettuale che ha conservato la capacità di vedere come le cose funzionano, al di là delle “etichette” che ci appiccichiamo addosso per riconoscerle senza faticare troppo col cervello.
*****
Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.
Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.
La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).
Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.
In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista – e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.
Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.
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La bufala su Samora Machel “contro gli immigrati”. Chi l’ha inventata e perché
| Machel contro l’immigrazione? Clicca e leggi lo smontaggio fatto da Nicoletta Bourbaki. |
La fake news esistono davvero. Sui media mainstream impazzano tutti i giorni, con i sigilli dell’“autorevolezza”, specie su paesi lontani e nemici (Siria, Nicaragua, Venezuela, per non dire dell’eterna Corea del Nord, ecc). Ma impazzano anche sui social, anche tra quelli apparentemente “di sinistra”, complice l’ignoranza abissale che anche “a sinistra” domina pressoché incontrastata.
Ripubblichiamo questa inchiesta realizzata da Nicoletta Bourbaki e Wu Ming perché illustra benissimo i meccanismi di costruzione delle “bufale di sinistra” e la loro resistibile ascesa; ma anche perché identifica alcuni degli autori, che magari potreste ritrovarvi tra le “amicizie Facebook” o addirittura tra i partecipanti a una dei tanti “insiemi di sinistra”.
Se qualcuno produce questa merda un motivo c’è, anche se può sfuggire momentaneamente quale possa essere. E non è mai innocente...
*****
Una frase di Samora Machel contro l’immigrazione impazza sui social. È un falso. Chi l’ha inventata di sana pianta e perché
Tra quanti si adoperano a fornire pezze d’appoggio “rosse” all’odio contro i migranti e alle politiche di Matteo Salvini, da un po’ di tempo a questa parte va forte lo stralcio di un discorso di Samora Machel (1933-1986).
Machel fu un grande leader rivoluzionario africano, capo del FRELIMO (Fronte di Liberazione del Mozambico) e primo presidente del Mozambico dopo la fine dell’impero coloniale portoghese. Nella frase che gli viene attribuita, attacca «il mito dell’emigrazione» e, all’osso, descrive gli africani che lasciano il loro continente come controrivoluzionari, pedine dell’imperialismo e quant’altro.
Una frase davvero strana, sia per il contenuto — Machel stesso era stato un emigrante, veniva da una famiglia di emigranti e, da internazionalista, mai avrebbe seminato zizzania tra proletari che vivevano e lavoravano in paesi diversi — sia per lo stile, poco somigliante a quello del suo presunto autore.
Nel corpus di scritti e discorsi di Machel, quel passaggio non risulta da nessuna parte. Lo avevamo già fatto notare in un box dentro la seconda puntata di Lotta di classe, mormorò lo spettro. Ora possiamo dire qualcosa di più.
Nei giorni scorsi Nicoletta Bourbaki, gruppo di lavoro sulle falsificazioni storiche e le attività neofasciste in rete, ha ricostruito la genealogia di questo meme: chi l’ha fabbricato, chi l’ha diffuso e perché.
Si tratta di una combriccola di destrorsi e rossobruni, e non sorprenderà vedere che l’abbiamo già incontrata: è la stessa che ha fabbricato una falsa citazione di Pasolini contro l’«antifascismo rabbioso», divenuta virale nell’inverno scorso e citata addirittura da Salvini durante il comizio di chiusura della sua campagna elettorale.
![]() |
| Il tormentone del «caro Alberto». Una frase che Pasolini non ha mai pronunciato né scritto. Da dove viene? Clicca per scoprirlo. |
Alla richiesta di una fonte verificabile, i membri della combriccola hanno dapprima reagito con battutine e insulti; quando hanno visto che non funzionava hanno citato libri a casaccio; mentre cominciava a buttare male, hanno provato a prendere tempo con scuse ridicole: «Ho il libro in un baule in campagna, devo ritrovarlo», «sono in tournée in Sardegna, appena torno vi mando la foto della pagina»...
Ora vorrebbero far finta di niente. E invece Nicoletta Bourbaki li inchioda al loro agire, con tanto di nomi e cognomi.
Con questo smontaggio, il gruppo di lavoro inaugura il suo nuovo spazio su Medium. Buona lettura.
Aggiornamento, 2 luglio 2018. Cosa succede quando dimostri che una citazione è falsa. Sulle reazioni dei pataccari, tra l’imbarazzato, il furibondo e il complottista – di Nicoletta Bourbaki, su Medium.
Da WuMingFoundation
Fonte
03/07/2018
Il rosso e il nero (Parte prima)
Pubblichiamo la prima parte del
nostro intervento sul complesso intreccio tra immigrazione e lotta di
classe. Molti, troppi, propongono una stretta sui flussi migratori
invocando Marx: Marx si maneggia con cura, e quindi proviamo a fare un
po’ di chiarezza. Seguirà nei prossimi giorni la seconda parte.
L’arrivo di Matteo Salvini al Viminale ha portato, in maniera non sorprendente, a un imbarbarimento del dibattito riguardo agli sbarchi di immigrati. Ci sono pochi dubbi sul fatto che i propositi e gli atti bellicosi del Ministro dell’Interno siano soprattutto un modo per nascondere l’inconsistenza del governo gialloverde riguardo all’atteggiamento da tenere nei confronti dell’Unione Europea: appena si è trattato di scegliere se prendersela con le istituzioni che in questi anni ci hanno condannato a recessione, disoccupazione e bassi salari, o con gli immigrati, la Lega non ha avuto dubbi. Per condurli a miti consigli, è bastato poco.
Ciò che è più sorprendente è che molti, a
sinistra, sembrano essere d’accordo con le dichiarazioni e le scelte
del ministro leghista, in maniera più o meno esplicita. La ragione per
questa innaturale convergenza tra persone sedicenti di sinistra e un
ministro notoriamente razzista e di destra va ritrovata nel fatto che,
secondo gli esponenti di questa strana corrente di pensiero gli
immigrati contribuirebbero automaticamente alla riduzione dei salari dei
lavoratori autoctoni. Per giustificare questa conclusione, essi
ricorrono addirittura a Marx e al suo concetto di “esercito industriale
di riserva”. Gli immigrati contribuirebbero ad alimentare tale
“esercito”, offrendosi di lavorare per un salario sensibilmente
inferiore rispetto a quello dei lavoratori italiani, e finirebbero per
far ridurre i salari di tutti i lavoratori.
Chiaramente, non si può negare che il
fenomeno migratorio ponga oggettivamente grandi difficoltà quando si
ragiona in termini di lotta di classe. Non ci si può nascondere il fatto
che un grande afflusso di immigrati possa essere sfruttato in modo tale
da favorire il capitale a scapito dei lavoratori (immigrati e non).
Vedremo, però, che molti dei ragionamenti utilizzati per adottare una
posizione di irrigidimento e regolamento dei flussi migratori poggiano
su basi incerte, se non palesemente sbagliate.
In questo articolo, in particolare,
sosterremo quanto segue: 1) utilizzare Marx per giustificare le
politiche di Salvini è superficiale, quando non intellettualmente
truffaldino; 2) l’afflusso di lavoratori stranieri non provoca necessariamente un abbassamento dei salari reali.
Per sviscerare questi punti, partiremo da
uno dei tanti dibattiti sull’argomento che si stanno svolgendo a
sinistra negli ultimi tempi. Particolarmente rilevante per ciò di cui
vogliamo parlare è quello tra Giorgio Cremaschi e Moreno Pasquinelli.
Utilizzeremo alcuni passaggi del dibattito per chiarire alcuni punti, ma
molte delle argomentazioni che contestiamo sono estremamente diffuse,
anche a sinistra. Lo scambio tra Pasquinelli e Cremaschi va considerato
soltanto come esempio delle discussioni a sinistra.
No, Marx non dice che le frontiere andrebbero chiuse
Cremaschi si è scagliato, con parole inequivocabili, contro coloro i quali utilizzano Marx per sostenere che bisogna chiudere le frontiere agli immigrati.
A sentirsi chiamato in causa è stato in particolare Moreno Pasquinelli,
il quale ha ribadito che, secondo Marx, a operare in modo tale da far
sì che l’afflusso di lavoratori immigrati provochi l’abbassamento delle
retribuzioni dei lavoratori sarebbe nientepopodimeno che la legge della domanda e dell’offerta. Il lavoro, scrive Pasquinelli, vedrebbe il suo prezzo ridursi all’aumentare dell’offerta, a parità di domanda, come qualsiasi altra merce.
Ciò è fondamentale. Se ciò fosse vero, infatti, non vi sarebbero
alternative: gli interessi dei lavoratori autoctoni sarebbero
contrapposti a quelli degli immigrati, e la difesa dei primi passerebbe
necessariamente per la limitazione dei flussi migratori. Per questa
ragione, egli scrive, bisogna impedire che tutti questi disperati
raggiungano il suolo italiano. «Ferma restando la più ferma condanna di
razzismo e xenofobia, è nell’interesse del proletariato contrastare la
deportazione di massa causata dall’anarchia capitalista che produce
miseria nei paesi che depreda e controllare i flussi dei nuovi schiavi —
che qui, in tanti, andrebbero ad ingrossare le file del
sottoproletariato».
Per giustificare tale conclusione, Pasquinelli cita alcuni passaggi de Il Capitale:
«La domanda di lavoro non è tutt’uno con l’aumento del capitale, l’offerta di lavoro non è tutt’uno con l’aumento della classe operaia, in modo che due potenze indipendenti fra di loro agiscono l’una sull’altra. I dadi sono truccati. Il capitale agisce contemporaneamente da tutte e due le parti. Se da un lato la sua accumulazione aumenta la domanda di lavoro, dall’altro essa aumenta l’offerta di operai mediante la loro “messa in libertà”, mentre allo stesso la pressione dei disoccupati costringe gli operai occupati a render liquida una maggiore quantità di lavoro rendendo in tal modo l’offerta di lavoro in una certa misura indipendente dall’offerta di operai. Il movimento della legge della domanda e dell’offerta di lavoro su questa base porta a compimento il dispotismo del capitale».
Peccato, però, che Pasquinelli trascuri
di riportare il passaggio immediatamente successivo, nel quale Marx fa
capire in maniera abbastanza inequivocabile cosa pensi della “legge”
della domanda e dell’offerta, soprattutto per quel che riguarda il
lavoro:
«non appena quindi [gli operai] cercano mediante sindacati ecc., di organizzare una cooperazione sistematica fra gli operai occupati e quelli disoccupati per spezzare o affievolire le rovinose conseguenze che quella legge naturale della produzione capitalistica ha per la loro classe, — il capitale e il suo sicofante, l’economista, strepitano su una violazione della «eterna» e per così dire «sacra» legge della domanda e dell’offerta. Ogni solidarietà fra gli operai occupati e quelli disoccupati turba infatti l’azione «pura» di quella legge».
Marx, dunque, non sostiene affatto, come
alcuni sembrano suggerire, che la legge della domanda e dell’offerta
c’è, vale anche per il lavoro e ce la dobbiamo tenere. Tutt’altro: il
modo in cui ne parla fa capire chiaramente come egli le consideri poco
più che artifici retorici e strumenti apologetici dei rapporti di forza
vigenti nelle economie capitalistiche. Sostiene che la legge in
questione non è né eterna, né sacra e che il modo migliore per evitare
di portare alla riduzione dei salari è la cooperazione, non
l’antagonismo, tra operai occupati e disoccupati. Nel nostro caso, di
solidarietà tra operai italiani e disoccupati stranieri.
Il contesto in cui avvengono le migrazioni: decisivo, ma non immutabile
L’idea per la quale l’afflusso di lavoratori immigrati provocherebbe, sic et simpliciter, una riduzione dei salari non è solo incompatibile con quanto affermato da Karl Marx. Se il problema fosse soltanto questo, i vari “cattivisti” interessati potrebbero uscirsene dicendo che è comunque vera, che Marx lo dicesse o no. In realtà non è neanche vera: è quantomeno semplicistica.
Sull’effetto che un’aumentata disponibilità di forza lavoro può avere sui salari dei lavoratori locali influiscono diversi fattori. In particolare, ci riferiamo alle leggi che regolano i contratti di lavoro, all’effettiva applicazione di tali leggi, alla libertà dei movimenti di capitale e a una miriade di altri fattori. Questo viene spesso dimenticato da molti degli autori di cui stiamo parlando, che assumono come dato immutabile ciò che in realtà non lo è, scambiando il particolare ordine sociale in cui viviamo per uno stato di natura, proprio come desidera l’ideologia dominante che essi si vantano di voler contrastare.
Scrive ancora Pasquinelli, ad esempio, in un altro articolo,
che l’attuale flusso migratorio “non è sostenibile perché, oltre ad
avere un effetto deflattivo sui salari e i diritti dei lavoratori, nel contesto dato
— austerità, pareggio di bilancio, smantellamento del welfare e dello
stato sociale, rispetto dei vincoli ordoliberisti europei — è fattore di
emarginazione crescente e sottoproletarizzazione, di spappolamento del
tessuto sociale, civile e repubblicano.”
Questo modo di pensare, molto diffuso tra
coloro che, da sinistra, spingono per un cambiamento di visione di
quest’area politica rispetto alla questione immigrazione, sconta due
errori.
Il primo è pensare che il “contesto dato”
agisca soltanto su emarginazione e sottoproletarizzazione, mentre il
fatto che i flussi migratori possano avere “un effetto deflattivo sui
salari e i diritti dei lavoratori” sembrerebbe una legge naturale,
indipendente dal contesto. Non è così, e lo abbiamo appena visto in
riferimento alla possibilità che occupati e disoccupati collaborino tra
loro in difesa dei salari di tutti. Inoltre, affinché i flussi migratori
possano avere tale effetto deflattivo, è necessario che i migranti
possano offrirsi a condizioni più convenienti (per i capitalisti)
rispetto a quelle alla quale lavora la popolazione autoctona. È però
chiaro che la flessibilità delle condizioni di lavoro dipende in maniera
critica dalle leggi che regolano i rapporti di lavoro. Se vi è una
legge sul salario minimo e quest’ultima viene fatta rispettare,
non vi è modo attraverso il quale i migranti possano esercitare il
suddetto effetto deflattivo sui salari. Allo stesso modo, se vi è una
legge sull’orario di lavoro e quest’ultima viene fatta rispettare, non è chiaro come i lavoratori immigrati possano influire sulle condizioni materiali di lavoro.
Il secondo errore consiste nel fatto di
giustificare l’insostenibilità degli attuali flussi migratori sulla base
del contesto dato. Sia chiaro: il contesto è quello e limita la
sostenibilità degli afflussi di migranti. Il contesto, però, non è
immutabile. Si può scegliere di combattere il contesto (austerità,
disoccupazione, arretramento dello stato sociale) o le migrazioni che
tale contesto rende insostenibili. Combattere le migrazioni chiudendo le
frontiere, soprattutto una volta che ci si sia resi conto che il
problema è il contesto delle politiche di austerità, è una scelta
inequivocabilmente reazionaria, indubbiamente di destra.
08/06/2018
Svoltando a destra con la scusa di Putin. Giulietto Chiesa rompe gli in-Dugin
Il 22 giugno è un giorno come gli altri, o forse no. Sicuramente per gli italiani è un giorno qualsiasi. Ciò è possibile solo perché il nostro paese non ha mai fatto veramente i conti con il proprio passato, che ha frettolosamente rimosso la storia senza assumersi responsabilità. Un operazione di “pulizia della coscienza” che necessariamente si regge su un presupposto: l’ignoranza. Il popolo non deve sapere del proprio passato, altrimenti si potrebbero risvegliare le coscienze e certe cose non sarebbero tollerate.
Il 22 giugno del 1941 venne lanciata l’Operazione Barbarossa, cioè l’invasione dell’Unione Sovietica, a cui parteciparono anche truppe italiane. Sebbene l’URSS uscì vittoriosa dal conflitto pagò un prezzo molto caro: circa 27 milioni di morti (stando alle più recenti stime), un numero indefinito di feriti, immani sofferenze, la completa distruzione di buona parte delle città e delle infrastrutture. Il popolo sovietico non può dimenticare e non può perdonare. Per questo il 22 giugno è una ricorrenza “sacra” per chi ha subito quell’aggressione.
Ebbene, il prossimo 22 giugno assisteremo ad uno spettacolo squallido: a Roma i fascisti di CasaPound hanno organizzato una conferenza su Putin a cui parteciperà Aleksandr Dugin. Per chi non lo conoscesse, Dugin è il massimo teorico del “rossobrunismo”, quella mutazione ideologica che mischia la dottrina marxista con il fascismo. A noi italiani poco interessa il modo in cui Dugin potrà spiegare ai russi che festeggerà il 22 giugno con i fascisti italiani, quelli che invasero il suo Paese; sicuramente ci riuscirà, perché Dugin è un gran venditore di fumo che ha impostato la sua carriera sulla confusione ideologica e dialettica, un metodo adottato anche dai suoi discepoli.
Invece, per noi italiani è molto più interessante notare che tra i relatori dell’iniziativa dei fascisti di CasaPound c’è Giulietto Chiesa, il politico e giornalista, ex-comunista dai molteplici trasformismi.
Non deve stupire il fatto di vedere che Chiesa sieda accanto a Dugin, infatti i rossobruni in Italia sono stati sdoganati proprio da personaggi come Chiesa. Con questa iniziativa Chiesa attraversa definitivamente una sorta di linea rossa. Infatti la retorica rossobruna si basa sulla fandonia che non esistano più le ideologie e non abbia più senso parlare di fascismo e antifascismo: un trucco per portare il fascismo lì dove non potrebbe attecchire. Perché sia chiaro che i rossobruni sebbene sostengano cose grottesche, sono pur sempre dei fascisti. Accettando l’invito di Casa Pound Chiesa ha completato in qualche modo la sua parabola, dopo anni di ambiguità è infine approdato ai fascisti veri e propri. Era inevitabile che finisse così.
Particolarmente buffo il fatto che, nel 2004, Chiesa abbia scritto un libro dal titolo “I peggiori crimini del comunismo” con cui denunciava il trasformismo e il revisionismo di alcuni dirigenti comunisti che erano passati alla destra; se mai si dovesse fare una nuova edizione del libro, Chiesa oltre che autore dovrebbe diventarne protagonista.
Tuttavia, ciò che fa più specie è che Chiesa (notoriamente filo-russo) vada a fare la sua sceneggiata con i fascisti proprio il 22 giugno. Si tratta di un grave affronto, di un offesa a tutto il popolo sovietico che subì l’invasione fascista.
La linea di politica estera di Casapound è alquanto schizofrenica: dopo una breve fase filo-russa, si era attestata su posizioni nettamente anti-russe. Si tenga presente che CasaPound sosteneva il Golpe di Euromaidan in Ucraina e il famigerato Battaglione Azov che tra gli altri deliri si propone d’invadere la Russia. Ora (probabilmente per inseguire la Lega) CasaPound è nuovamente tornata filo russa.
In Italia Chiesa fatica a trovare seguito, già da tempo gli si stavano comprimendo gli spazi d’agibilità a sinistra, nulla di più facile che stia cercando di costruirseli a destra. Infatti, è nota la sinergia tra la Lega di Salvini e CasaPound, meno noto il fatto che Salvini sia un ammiratore di Dugin (i due si sono già incontrati). Quindi Chiesa, su cui ha sempre gravato l’ombra dell’ambiguità, può essere che stia cercando di trarre un qualche vantaggio nella nuova fase politica. L’unica certezza è che Chiesa sta facendo un’ulteriore danno a questo Paese.
Sull'argomento vedi anche: Caro Giulietto Chiesa, fascisti e Lega non sono compagni di strada
Fonte
Il 22 giugno del 1941 venne lanciata l’Operazione Barbarossa, cioè l’invasione dell’Unione Sovietica, a cui parteciparono anche truppe italiane. Sebbene l’URSS uscì vittoriosa dal conflitto pagò un prezzo molto caro: circa 27 milioni di morti (stando alle più recenti stime), un numero indefinito di feriti, immani sofferenze, la completa distruzione di buona parte delle città e delle infrastrutture. Il popolo sovietico non può dimenticare e non può perdonare. Per questo il 22 giugno è una ricorrenza “sacra” per chi ha subito quell’aggressione.
Ebbene, il prossimo 22 giugno assisteremo ad uno spettacolo squallido: a Roma i fascisti di CasaPound hanno organizzato una conferenza su Putin a cui parteciperà Aleksandr Dugin. Per chi non lo conoscesse, Dugin è il massimo teorico del “rossobrunismo”, quella mutazione ideologica che mischia la dottrina marxista con il fascismo. A noi italiani poco interessa il modo in cui Dugin potrà spiegare ai russi che festeggerà il 22 giugno con i fascisti italiani, quelli che invasero il suo Paese; sicuramente ci riuscirà, perché Dugin è un gran venditore di fumo che ha impostato la sua carriera sulla confusione ideologica e dialettica, un metodo adottato anche dai suoi discepoli.
Invece, per noi italiani è molto più interessante notare che tra i relatori dell’iniziativa dei fascisti di CasaPound c’è Giulietto Chiesa, il politico e giornalista, ex-comunista dai molteplici trasformismi.
Non deve stupire il fatto di vedere che Chiesa sieda accanto a Dugin, infatti i rossobruni in Italia sono stati sdoganati proprio da personaggi come Chiesa. Con questa iniziativa Chiesa attraversa definitivamente una sorta di linea rossa. Infatti la retorica rossobruna si basa sulla fandonia che non esistano più le ideologie e non abbia più senso parlare di fascismo e antifascismo: un trucco per portare il fascismo lì dove non potrebbe attecchire. Perché sia chiaro che i rossobruni sebbene sostengano cose grottesche, sono pur sempre dei fascisti. Accettando l’invito di Casa Pound Chiesa ha completato in qualche modo la sua parabola, dopo anni di ambiguità è infine approdato ai fascisti veri e propri. Era inevitabile che finisse così.
Particolarmente buffo il fatto che, nel 2004, Chiesa abbia scritto un libro dal titolo “I peggiori crimini del comunismo” con cui denunciava il trasformismo e il revisionismo di alcuni dirigenti comunisti che erano passati alla destra; se mai si dovesse fare una nuova edizione del libro, Chiesa oltre che autore dovrebbe diventarne protagonista.
Tuttavia, ciò che fa più specie è che Chiesa (notoriamente filo-russo) vada a fare la sua sceneggiata con i fascisti proprio il 22 giugno. Si tratta di un grave affronto, di un offesa a tutto il popolo sovietico che subì l’invasione fascista.
La linea di politica estera di Casapound è alquanto schizofrenica: dopo una breve fase filo-russa, si era attestata su posizioni nettamente anti-russe. Si tenga presente che CasaPound sosteneva il Golpe di Euromaidan in Ucraina e il famigerato Battaglione Azov che tra gli altri deliri si propone d’invadere la Russia. Ora (probabilmente per inseguire la Lega) CasaPound è nuovamente tornata filo russa.
In Italia Chiesa fatica a trovare seguito, già da tempo gli si stavano comprimendo gli spazi d’agibilità a sinistra, nulla di più facile che stia cercando di costruirseli a destra. Infatti, è nota la sinergia tra la Lega di Salvini e CasaPound, meno noto il fatto che Salvini sia un ammiratore di Dugin (i due si sono già incontrati). Quindi Chiesa, su cui ha sempre gravato l’ombra dell’ambiguità, può essere che stia cercando di trarre un qualche vantaggio nella nuova fase politica. L’unica certezza è che Chiesa sta facendo un’ulteriore danno a questo Paese.
Sull'argomento vedi anche: Caro Giulietto Chiesa, fascisti e Lega non sono compagni di strada
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27/10/2016
Ecrasez l’infame
Tra le molte derive linguistiche della sinistra rosa, ce n’è una davvero significativa: quella di procedere per “scomunica rossobruna” verso qualsiasi posizione politica dell’universo mondo che non coincida pedissequamente con le proprie teorie post-moderne sull’uomo e il suo destino. Tutto rientrerebbe nel distopico universo online in cui, in genere, prendono vita, divampano e rapidamente muoiono le dispute politiche del XXI secolo. Eppure in questo caso la questione ci sembra leggermente più problematica. Da qualche tempo una fitta(?) schiera di scienziati sociali, twittologi, facebookers, pinterestomani, instagrammofoni, alle prese con lo smascheramento del complotto neofascista mondiale, indaga sulla natura rossobruna di “certa sinistra”.
Siccome la tesi, che condividiamo, è che il “rossobrunismo” non sia altro che neofascismo mascherato, delle due l’una: o i rossubruni sono in tutto e per tutto neofascisti, quindi da combattere con ogni mezzo necessario (come ammette vigorosamente la schiera di neofascistologi), oppure il rossobrunismo è solamente un’accusa morale rivolta al “compagno che sbaglia” o che non è in linea con le posizioni della suddetta sinistra. Propendiamo nettamente per la prima ipotesi, ma a leggere certi dibattiti il dubbio è più che legittimo. Visto che rossobruno e neofascista sono sinonimi, dev’essere in corso un cortocircuito mentale di vaste proporzioni nell’universo internettiano “di sinistra” (“universo” che ha però le dimensioni di un satellite di un pianeta nano, in questo caso). Da qualche tempo va di moda, anzi fa proprio fico nei circoli della sinistra bohemian rhapsody, dare dei rossobruni alla Banda Bassotti. Rossobruni, cioè in pratica neofascisti. Alla Banda Bassotti.
Qui il delirium tremens.
Facciamo un bel respiro, contiamo fino cento, ecco... possiamo riprendere.
La Banda Bassotti, senza nulla togliere a una numerosa serie di grandi gruppi musicali militanti, è un’esperienza unica nel suo genere in Italia e in Europa. E’ l’esperienza di un collettivo di manovali, operai, proletari della periferia romana, che da trent’anni – non tre settimane, trent’anni – continuando ad essere manovali, è anche il più famoso e importante gruppo musicale della scena militante, antifascista e comunista in Italia. E’ una di quelle esperienze che andrebbero salvaguardate, davanti a cui ci si dovrebbe inchinare, al netto e a prescindere delle diverse posizioni politiche che si possono avere, ovviamente. Fa parte di un mondo che non c’è più, scomparso da tempo, quando la sinistra era capace di politicizzare certo proletariato metropolitano, attirando a sé pezzi di società altrimenti destinati alla rassegnazione esistenziale o alla delinquenza comune. Senza essere dei “militanti politici” in senso stretto, sono presenti nelle lotte di classe cittadine e internazionali dagli anni Ottanta. La loro musica ha creato più immaginario anticapitalista che il resto del cosiddetto “movimento” messo insieme in questi anni. Dare dei fascisti alla Banda Bassotti non significa tanto equivocare un termine, quello di rossobruno, possibile solo nel mondo artificiale della rete (perché dal vivo, chissà come mai, tutti tornano a più miti consigli: quando un uomo con la tastiera incontra un uomo con la cucchiara, in genere l’uomo con la tastiera è un uomo morto). Significa promuovere un’idea di mondo per cui tutto ciò che si contrappone all’esasperato particolarismo dei nostri percorsi ultra-minoritari viene relegato a fascismo, criptofascismo, rossobrunismo, autoritarismo, sovranismo, eccetera. Peraltro, considerazione marginale ma non meno importante, internet ha abolito il senso del rispetto. Bollare come neofascisti un collettivo di operai dalla comode poltrone del commentatore online racchiude egregiamente certo spirito dei tempi.
Ovviamente il discorso sul rossobrunismo può essere trasferito a tutta un’altra serie di epiteti utilizzati come clave attraverso cui randellare la sinistra comunista. Il più bello è “sovranismo”, con cui bollare tutti coloro che parlano di “sovranità”, non si capisce come e quando divenuto in questi ultimi anni sinonimo di fascismo(!!). E’ la valanga post-moderna che ci travolge. La deriva attraverso cui legittimare, scomunicando tutto il resto, una visione del mondo per cui dileguate le ideologie, finita la Storia – quella con la S maiuscola – non ci resta che l’eterno presente con cui fare i conti, le nostre piccole storie quotidiane, la ricerca di senso che parte dal proprio io individuale e dalle nostre micro-comunità zoologiche. Un “potere” da condizionare, limitare, controllare, frenare, arginare, ma mai da conquistare. Un’ideologia che si serve solo di esperienze particolari e mai di analisi generali (bollate tutte come “geopoliticismo”, altro neologismo caro ai neofascistologi d’ogni latitudine che, ormai, mettono nello stesso calderone geopolitica e antimperialismo, catalogando il tutto come rossobrunismo, quindi neofascismo), frutto di un cinquantennio di egemonia filosofica della cosiddetta italian theory che è un miscuglio sconsiderato di operaismo+foucaultismo+cassonettibruciati. Tutto avviene nella virtualità delle proprie second life online, ovviamente. Perché la vita, così come la storia dell’uomo, è fatta di rapporti di forze. Che invece sono materialissimi, e a volte fanno anche male.
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Siccome la tesi, che condividiamo, è che il “rossobrunismo” non sia altro che neofascismo mascherato, delle due l’una: o i rossubruni sono in tutto e per tutto neofascisti, quindi da combattere con ogni mezzo necessario (come ammette vigorosamente la schiera di neofascistologi), oppure il rossobrunismo è solamente un’accusa morale rivolta al “compagno che sbaglia” o che non è in linea con le posizioni della suddetta sinistra. Propendiamo nettamente per la prima ipotesi, ma a leggere certi dibattiti il dubbio è più che legittimo. Visto che rossobruno e neofascista sono sinonimi, dev’essere in corso un cortocircuito mentale di vaste proporzioni nell’universo internettiano “di sinistra” (“universo” che ha però le dimensioni di un satellite di un pianeta nano, in questo caso). Da qualche tempo va di moda, anzi fa proprio fico nei circoli della sinistra bohemian rhapsody, dare dei rossobruni alla Banda Bassotti. Rossobruni, cioè in pratica neofascisti. Alla Banda Bassotti.
Qui il delirium tremens.
Facciamo un bel respiro, contiamo fino cento, ecco... possiamo riprendere.
La Banda Bassotti, senza nulla togliere a una numerosa serie di grandi gruppi musicali militanti, è un’esperienza unica nel suo genere in Italia e in Europa. E’ l’esperienza di un collettivo di manovali, operai, proletari della periferia romana, che da trent’anni – non tre settimane, trent’anni – continuando ad essere manovali, è anche il più famoso e importante gruppo musicale della scena militante, antifascista e comunista in Italia. E’ una di quelle esperienze che andrebbero salvaguardate, davanti a cui ci si dovrebbe inchinare, al netto e a prescindere delle diverse posizioni politiche che si possono avere, ovviamente. Fa parte di un mondo che non c’è più, scomparso da tempo, quando la sinistra era capace di politicizzare certo proletariato metropolitano, attirando a sé pezzi di società altrimenti destinati alla rassegnazione esistenziale o alla delinquenza comune. Senza essere dei “militanti politici” in senso stretto, sono presenti nelle lotte di classe cittadine e internazionali dagli anni Ottanta. La loro musica ha creato più immaginario anticapitalista che il resto del cosiddetto “movimento” messo insieme in questi anni. Dare dei fascisti alla Banda Bassotti non significa tanto equivocare un termine, quello di rossobruno, possibile solo nel mondo artificiale della rete (perché dal vivo, chissà come mai, tutti tornano a più miti consigli: quando un uomo con la tastiera incontra un uomo con la cucchiara, in genere l’uomo con la tastiera è un uomo morto). Significa promuovere un’idea di mondo per cui tutto ciò che si contrappone all’esasperato particolarismo dei nostri percorsi ultra-minoritari viene relegato a fascismo, criptofascismo, rossobrunismo, autoritarismo, sovranismo, eccetera. Peraltro, considerazione marginale ma non meno importante, internet ha abolito il senso del rispetto. Bollare come neofascisti un collettivo di operai dalla comode poltrone del commentatore online racchiude egregiamente certo spirito dei tempi.
Ovviamente il discorso sul rossobrunismo può essere trasferito a tutta un’altra serie di epiteti utilizzati come clave attraverso cui randellare la sinistra comunista. Il più bello è “sovranismo”, con cui bollare tutti coloro che parlano di “sovranità”, non si capisce come e quando divenuto in questi ultimi anni sinonimo di fascismo(!!). E’ la valanga post-moderna che ci travolge. La deriva attraverso cui legittimare, scomunicando tutto il resto, una visione del mondo per cui dileguate le ideologie, finita la Storia – quella con la S maiuscola – non ci resta che l’eterno presente con cui fare i conti, le nostre piccole storie quotidiane, la ricerca di senso che parte dal proprio io individuale e dalle nostre micro-comunità zoologiche. Un “potere” da condizionare, limitare, controllare, frenare, arginare, ma mai da conquistare. Un’ideologia che si serve solo di esperienze particolari e mai di analisi generali (bollate tutte come “geopoliticismo”, altro neologismo caro ai neofascistologi d’ogni latitudine che, ormai, mettono nello stesso calderone geopolitica e antimperialismo, catalogando il tutto come rossobrunismo, quindi neofascismo), frutto di un cinquantennio di egemonia filosofica della cosiddetta italian theory che è un miscuglio sconsiderato di operaismo+foucaultismo+cassonettibruciati. Tutto avviene nella virtualità delle proprie second life online, ovviamente. Perché la vita, così come la storia dell’uomo, è fatta di rapporti di forze. Che invece sono materialissimi, e a volte fanno anche male.
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12/02/2016
Il “comunitarismo”: un'altra trappola della retorica neofascista
Vi sono parole che, più di altre, si caricano di ambiguità e contraddizioni di un’epoca, fungendo da attrattori e dissimulatori, meccanismi scatenanti e dispositivi di camuffamento ideologico.
Tra queste, una parola, apparentemente innocua, di cui si fa da qualche decennio largo uso, sia negli ambienti accademici, sia nei siti web e nei social network: “comunitarismo”.
Nelle università, essa viene utilizzata, prevalentemente per indicare una corrente neoconservatrice del pensiero americano, sorta all’inizio degli anni Ottanta, orientata ad una critica del liberalismo di stampo anti-universalista, tradizionalista e regionalista.
In ambito europeo, e sul terreno strettamente politico, però, il termine ha radici più remote essendo divenuto, dalla seconda metà del Novecento, vessillo, non di formazioni politiche genericamente conservatrici, ma di gruppi fondati da esponenti dell’estrema destra armata europea, coinvolti nelle più efferate stragi compiute tra gli anni Sessanta e Ottanta.
Nata da una rielaborazione delle mitologie nazional-popolari del primo fascismo e del primo nazismo, quest’area, che alcuni definiscono “rosso-bruna”, ha poi conosciuto, nello scenario seguito al crollo dell’URSS, molteplici riassestamenti identitari.
Essa si distingue dal comunitarismo americano, innanzitutto, perché, invece di rifarsi al regionalismo e al modello delle piccole patrie, propone un’estensione del concetto autoritario di comunità, dalla dimensione locale, o nazionale, a quella sovranazionale, prospettando l’obiettivo di un impero europeo o euroasiatico.
Altra sua caratteristica è quella di cercare convergenze con l’islamismo radicale e con alcuni settori del movimento “anticapitalista e antimperialista” provenienti dall’estrema sinistra di ispirazione marxista o post-marxista.
Maître à penser di questo comunitarismo europeo fu il belga J. Thiriart (1922-1992). Ex volontario nelle Waffen-SS, Thiriart si impegnò, a partire dal dopoguerra, in sostegno delle politiche neo-colonialiste, fondando il Comité d’Action et Défense des Belges d’Afrique, il Mouvement d’action civique e, nel 1962, l’organizzazione internazionale Jeaune Europe, sostenuta finanziariamente da monopoli agricoli e minerari francesi e olandesi, da speculatori tedeschi e portoghesi, e soprattutto dall’Unione Miniére du Haut Katanga, multinazionale che si oppose alla decolonizzazione del Congo belga favorendo l’uccisione di Lumumba, primo capo di governo eletto dopo l’indipendenza (1960).
JEAUNE EUROPE rappresentò, secondo la ricostruzione di CERNIGOI, la prima “internazionale nera” del dopoguerra, e da essa prese origine il movimento politico poi denominato “comunitarismo”.
Esso guidò il “putsch d’Algeri” (1961) e l’attentato a De Gaulle (1962) ma, soprattutto, fu responsabile di un impressionante sterminio di persone di provenienza africana: “Secondo alcune stime, tra il maggio 1961 e il settembre 1962, furono almeno 2.700 le persone uccise dall’OAS, di cui circa 2.400 algerini”.
Thiriart anticipò l’uso di parole-slogan, divenute poi di gran moda, come “mondialismo” e “comunitarismo” e, nel 1965, entrò nell’agone elettorale fondando il Parti Communautaire Européen. Concependo il “comunitarismo” come “superamento in avanti del nazismo e del comunismo”, in direzione di un “socialismo nazional-europeo”, pensò inizialmente ad un’Europa imperiale contrapposta al blocco atlantico e a quello sovietico. Successivamente, lanciò, invece, il progetto di un’“Eurasia” imperiale, estesa dall’Atlantico agli Urali, alleata con le grandi potenze orientali e i paesi islamici in funzione antistatunitense e antiebraica. Progetto che tornò alla ribalta, nel 1984, dopo l’incontro con L. Michel che condusse alla fondazione del Parti Communautaire National-Européen, tuttora attivo in Belgio e Francia.
Gli sviluppi del comunitarismo euronazionalista si sono andati, invece, intrecciando, in Russia, con quelli del nuovo espansionismo putiniano. Specchio di questa parabola sono le metamorfosi del Movimento Internazionale Eurasiatista, nato durante la crisi dell’URSS su posizioni filomonarchiche, passato dopo il crollo del regime ad una rivalutazione della tradizione nazional-bolscevica, giunto, infine, nel nuovo millennio, a sposare le mire neoimperiali di Putin. Leader di questo movimento è A. Dughin, già traduttore di Evola, secondo il quale “bisogna opporre all’americanismo la dottrina euroasiatica, l’idea del Grande Impero Euroasiatico, quello della Tradizione e della sacralità gerarchica, armonica, organica, l’Impero delle grandi razze euroasiatiche, radicate nel suolo di questo continente attraverso legami naturali e diretti”. Fin dalle sue origini, questa organizzazione ha intrecciato rapporti con le destre neofasciste europee, creando una rete di gruppi che si riconoscono, pur tra mille distinguo, nell’ideologia euroasiatista.
Un altro terreno di coltura di questa corrente è stata, ed è, l’Italia. Le prime adesioni internazionali alla Jeune Europe di Thiriart vennero proprio da fascisti italiani come U. Gaudenzi, C. Orsi, C. Mutti, M. Borghezio e, a partire dagli anni Ottanta, alcuni protagonisti e fiancheggiatori dello stragismo nero si ritrovarono al centro di reti e circoli inneggianti al “comunitarismo”, alla convergenza tra opposti antagonismi, al superamento della contrapposizione destra-sinistra, e ad un “nuovo socialismo”. Tra questi, C. Mutti, che Cernigoi indica come “fondatore del nazimaoismo italiano”. Laureato in Filologia ugro-finnica, traduttore di Codreanu, attualmente direttore di Eurasia e animatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, Mutti fu arrestato nel 1974 con l’accusa di essere, insieme a a F. Freda e M. Tuti, tra i fondatori di Ordine Nero, organizzazione responsabile, come è noto, di circa 45 attentati, tra cui la strage di Brescia e la bomba sul treno Italicus. C. Palermo ce lo presenta come figura chiave di quella “nuova destra europea” che, dalla fine degli anni Settanta, si fece promotrice di una riscoperta dell’arianesimo islamico. Al contempo, Mutti è oggi uno dei punti di riferimento di quella “Rete dei circoli comunitaristi” di cui S. Ferrari così ricostruisce la storia:
Anche se, da molti anni, pubblicava quasi esclusivamente con case editrici di estrema destra, e faceva iniziative quasi solo con personaggi di quell’area, Preve conservò fino all’ultimo il vezzo di definirsi comunista e anticapitalista: “noi facciamo quindi una netta scelta di campo in favore del comunismo inteso come critica rivoluzionaria radicale non solo ai cosiddetti «eccessi neoliberali e finanziari» del capitalismo, ma anche e soprattutto alla riproduzione capitalistica in quanto tale”. Peccato che poi presentasse il fascismo e il nazismo come fenomeni la cui “intima natura” era quella di andare “al di là della dicotomia” tra destra e sinistra, e il suo comunismo-comunitarismo come “una correzione dell’assolutizzazione unilaterale del classismo proletario” orientata verso uno “stato nazionale fondato su di una democrazia nazionalitaria”
Verso questo obiettivo, a suo avviso, avrebbero dovuto marciare uniti tutti i movimenti non allineati all’“ordine mondiale”.
Per comprendere questo sfaccettato fenomeno, ovvero, il convergere, in Italia e altrove, di diverse aggregazioni provenienti dall’estrema destra e di alcune figure o sigle dell’estrema sinistra statalista, in una variegata mappa di aree rosso-brune, contraddistinte da slogan come il superamento dell’opposizione destra-sinistra, l’appello ad una convergenza delle forze antimperialiste, l’antiamericanismo e l’antisemitismo mascherato da antisionismo, è necessario, credo, guardare, in primo luogo, ai mutamenti degli scenari internazionali avvenuti negli ultimi due decenni. Primi fra questi, la crisi delle forme tradizionali di sovranità nazionale, indotta dalle dimensioni che la globalizzazione capitalistica sta assumendo, e le ricadute di tale crisi sugli equilibri internazionali e interni.
Le diverse forme del neocomunitarismo europeo appaiono, in quest’ottica, variegate tipologie di risposta fobico-nostalgica alle trasformazioni che hanno indotto un sempre più consistente trasferimento dei poteri decisionali dagli Stati nazionali ad organismi internazionali, espressione dei grandi blocchi del potere economico e finanziario, un progressivo impoverimento delle classi lavoratrici e delle piccole e medie borghesie nazionali, uno smantellamento del sistema di ‘tutele’ sociali cui l’Occidente era abituato.
Risposte che si declinano principalmente secondo tre versanti:
1) un comunitarismo nazionalista che alla crisi della sovranità statuale risponde rilanciando il progetto di un ruolo primario dello Stato nazionale nella programmazione economica e sociale, ispirandosi a modelli che vanno dal fascismo al socialismo di stato.
2) Un comunitarismo regionalista, che tenta di ricreare, a livello “etnico”, i connotati di una comunità gerarchica, omologante, chiusa all’immigrazione e al dissenso, tradizionalmente tipica del nazionalismo e dell’”organicismo” di radice prefascista e fascista.
3) Un comunitarismo euroasiatista, post-nazista, neo-imperialista, che auspica la creazione di un’asse antiamericano e antiebraico tra Europa continentale, Russia, paesi islamici, India, Cina, e chi più ne ha più metta.
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Tra queste, una parola, apparentemente innocua, di cui si fa da qualche decennio largo uso, sia negli ambienti accademici, sia nei siti web e nei social network: “comunitarismo”.
Nelle università, essa viene utilizzata, prevalentemente per indicare una corrente neoconservatrice del pensiero americano, sorta all’inizio degli anni Ottanta, orientata ad una critica del liberalismo di stampo anti-universalista, tradizionalista e regionalista.
In ambito europeo, e sul terreno strettamente politico, però, il termine ha radici più remote essendo divenuto, dalla seconda metà del Novecento, vessillo, non di formazioni politiche genericamente conservatrici, ma di gruppi fondati da esponenti dell’estrema destra armata europea, coinvolti nelle più efferate stragi compiute tra gli anni Sessanta e Ottanta.
Nata da una rielaborazione delle mitologie nazional-popolari del primo fascismo e del primo nazismo, quest’area, che alcuni definiscono “rosso-bruna”, ha poi conosciuto, nello scenario seguito al crollo dell’URSS, molteplici riassestamenti identitari.
Essa si distingue dal comunitarismo americano, innanzitutto, perché, invece di rifarsi al regionalismo e al modello delle piccole patrie, propone un’estensione del concetto autoritario di comunità, dalla dimensione locale, o nazionale, a quella sovranazionale, prospettando l’obiettivo di un impero europeo o euroasiatico.
Altra sua caratteristica è quella di cercare convergenze con l’islamismo radicale e con alcuni settori del movimento “anticapitalista e antimperialista” provenienti dall’estrema sinistra di ispirazione marxista o post-marxista.
Maître à penser di questo comunitarismo europeo fu il belga J. Thiriart (1922-1992). Ex volontario nelle Waffen-SS, Thiriart si impegnò, a partire dal dopoguerra, in sostegno delle politiche neo-colonialiste, fondando il Comité d’Action et Défense des Belges d’Afrique, il Mouvement d’action civique e, nel 1962, l’organizzazione internazionale Jeaune Europe, sostenuta finanziariamente da monopoli agricoli e minerari francesi e olandesi, da speculatori tedeschi e portoghesi, e soprattutto dall’Unione Miniére du Haut Katanga, multinazionale che si oppose alla decolonizzazione del Congo belga favorendo l’uccisione di Lumumba, primo capo di governo eletto dopo l’indipendenza (1960).
JEAUNE EUROPE rappresentò, secondo la ricostruzione di CERNIGOI, la prima “internazionale nera” del dopoguerra, e da essa prese origine il movimento politico poi denominato “comunitarismo”.
Esso guidò il “putsch d’Algeri” (1961) e l’attentato a De Gaulle (1962) ma, soprattutto, fu responsabile di un impressionante sterminio di persone di provenienza africana: “Secondo alcune stime, tra il maggio 1961 e il settembre 1962, furono almeno 2.700 le persone uccise dall’OAS, di cui circa 2.400 algerini”.
Thiriart anticipò l’uso di parole-slogan, divenute poi di gran moda, come “mondialismo” e “comunitarismo” e, nel 1965, entrò nell’agone elettorale fondando il Parti Communautaire Européen. Concependo il “comunitarismo” come “superamento in avanti del nazismo e del comunismo”, in direzione di un “socialismo nazional-europeo”, pensò inizialmente ad un’Europa imperiale contrapposta al blocco atlantico e a quello sovietico. Successivamente, lanciò, invece, il progetto di un’“Eurasia” imperiale, estesa dall’Atlantico agli Urali, alleata con le grandi potenze orientali e i paesi islamici in funzione antistatunitense e antiebraica. Progetto che tornò alla ribalta, nel 1984, dopo l’incontro con L. Michel che condusse alla fondazione del Parti Communautaire National-Européen, tuttora attivo in Belgio e Francia.
Gli sviluppi del comunitarismo euronazionalista si sono andati, invece, intrecciando, in Russia, con quelli del nuovo espansionismo putiniano. Specchio di questa parabola sono le metamorfosi del Movimento Internazionale Eurasiatista, nato durante la crisi dell’URSS su posizioni filomonarchiche, passato dopo il crollo del regime ad una rivalutazione della tradizione nazional-bolscevica, giunto, infine, nel nuovo millennio, a sposare le mire neoimperiali di Putin. Leader di questo movimento è A. Dughin, già traduttore di Evola, secondo il quale “bisogna opporre all’americanismo la dottrina euroasiatica, l’idea del Grande Impero Euroasiatico, quello della Tradizione e della sacralità gerarchica, armonica, organica, l’Impero delle grandi razze euroasiatiche, radicate nel suolo di questo continente attraverso legami naturali e diretti”. Fin dalle sue origini, questa organizzazione ha intrecciato rapporti con le destre neofasciste europee, creando una rete di gruppi che si riconoscono, pur tra mille distinguo, nell’ideologia euroasiatista.
Un altro terreno di coltura di questa corrente è stata, ed è, l’Italia. Le prime adesioni internazionali alla Jeune Europe di Thiriart vennero proprio da fascisti italiani come U. Gaudenzi, C. Orsi, C. Mutti, M. Borghezio e, a partire dagli anni Ottanta, alcuni protagonisti e fiancheggiatori dello stragismo nero si ritrovarono al centro di reti e circoli inneggianti al “comunitarismo”, alla convergenza tra opposti antagonismi, al superamento della contrapposizione destra-sinistra, e ad un “nuovo socialismo”. Tra questi, C. Mutti, che Cernigoi indica come “fondatore del nazimaoismo italiano”. Laureato in Filologia ugro-finnica, traduttore di Codreanu, attualmente direttore di Eurasia e animatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, Mutti fu arrestato nel 1974 con l’accusa di essere, insieme a a F. Freda e M. Tuti, tra i fondatori di Ordine Nero, organizzazione responsabile, come è noto, di circa 45 attentati, tra cui la strage di Brescia e la bomba sul treno Italicus. C. Palermo ce lo presenta come figura chiave di quella “nuova destra europea” che, dalla fine degli anni Settanta, si fece promotrice di una riscoperta dell’arianesimo islamico. Al contempo, Mutti è oggi uno dei punti di riferimento di quella “Rete dei circoli comunitaristi” di cui S. Ferrari così ricostruisce la storia:
“Formatasi inizialmente come corrente interna al Fronte Nazionale di Adriano Tilgher (fondato nel 1997), nel novembre del 1998 edita la rivista “Rosso è Nero”. Allontanatasi dal Fronte nell’ottobre del 1999 […] decide di prendere contatti con il Partito comunitarista nazional-europeo”, erede diretto del comunitarismo post-nazista di Thiriart. Si trasforma, a fine 1999, in sezione italiana di quest’ultimo, modificando, l’anno successivo, il nome della testata da “Rosso è Nero” in “Comunitarismo”. Nel 2001, dopo aver preso le distanze anche dal partito comunitarista, si ripropone sotto la sigla “Unione dei Comunisti Nazionalitari”, presentandosi come formazione che intende “rafforzare la comunicazione con le altre realtà della sinistra anticapitalista e antimperialista”Brodo di coltura di queste ideologie è un programmatico appiattimento delle differenze semantiche accumulate nei termini “socialismo” e “nazionalsocialismo”, “comunismo” e “comunitarismo”, e della storia che le ha prodotte, cui una parte dell’intellettualità italiana negli ultimi decenni si è prestata ampiamente. A partire dal 2000, in particolare, alcuni settori dell’area rosso-bruna hanno iniziato a “cercare contatti con ambienti della sinistra antimperialista ed internazionalista” e alcuni intellettuali “transfughi della sinistra”, come Costanzo Preve (1943-2013), alcune realtà associative come il Campo anti imperialista di Assisi, si son mostrati sensibili al richiamo.
Anche se, da molti anni, pubblicava quasi esclusivamente con case editrici di estrema destra, e faceva iniziative quasi solo con personaggi di quell’area, Preve conservò fino all’ultimo il vezzo di definirsi comunista e anticapitalista: “noi facciamo quindi una netta scelta di campo in favore del comunismo inteso come critica rivoluzionaria radicale non solo ai cosiddetti «eccessi neoliberali e finanziari» del capitalismo, ma anche e soprattutto alla riproduzione capitalistica in quanto tale”. Peccato che poi presentasse il fascismo e il nazismo come fenomeni la cui “intima natura” era quella di andare “al di là della dicotomia” tra destra e sinistra, e il suo comunismo-comunitarismo come “una correzione dell’assolutizzazione unilaterale del classismo proletario” orientata verso uno “stato nazionale fondato su di una democrazia nazionalitaria”
Verso questo obiettivo, a suo avviso, avrebbero dovuto marciare uniti tutti i movimenti non allineati all’“ordine mondiale”.
Per comprendere questo sfaccettato fenomeno, ovvero, il convergere, in Italia e altrove, di diverse aggregazioni provenienti dall’estrema destra e di alcune figure o sigle dell’estrema sinistra statalista, in una variegata mappa di aree rosso-brune, contraddistinte da slogan come il superamento dell’opposizione destra-sinistra, l’appello ad una convergenza delle forze antimperialiste, l’antiamericanismo e l’antisemitismo mascherato da antisionismo, è necessario, credo, guardare, in primo luogo, ai mutamenti degli scenari internazionali avvenuti negli ultimi due decenni. Primi fra questi, la crisi delle forme tradizionali di sovranità nazionale, indotta dalle dimensioni che la globalizzazione capitalistica sta assumendo, e le ricadute di tale crisi sugli equilibri internazionali e interni.
Le diverse forme del neocomunitarismo europeo appaiono, in quest’ottica, variegate tipologie di risposta fobico-nostalgica alle trasformazioni che hanno indotto un sempre più consistente trasferimento dei poteri decisionali dagli Stati nazionali ad organismi internazionali, espressione dei grandi blocchi del potere economico e finanziario, un progressivo impoverimento delle classi lavoratrici e delle piccole e medie borghesie nazionali, uno smantellamento del sistema di ‘tutele’ sociali cui l’Occidente era abituato.
Risposte che si declinano principalmente secondo tre versanti:
1) un comunitarismo nazionalista che alla crisi della sovranità statuale risponde rilanciando il progetto di un ruolo primario dello Stato nazionale nella programmazione economica e sociale, ispirandosi a modelli che vanno dal fascismo al socialismo di stato.
2) Un comunitarismo regionalista, che tenta di ricreare, a livello “etnico”, i connotati di una comunità gerarchica, omologante, chiusa all’immigrazione e al dissenso, tradizionalmente tipica del nazionalismo e dell’”organicismo” di radice prefascista e fascista.
3) Un comunitarismo euroasiatista, post-nazista, neo-imperialista, che auspica la creazione di un’asse antiamericano e antiebraico tra Europa continentale, Russia, paesi islamici, India, Cina, e chi più ne ha più metta.
Fonte
08/01/2016
Nel Donbass lottiamo contro il fascismo
Il mio nome di battaglia è Nemo, sono il Commissario Politico di InterUnit, il gruppo internazionalista e antifascista della Brigata Prizrak che combatte per la liberazione dell'Ucraina dal giogo della Junta di Kiev.
In Italia, noi partigiani internazionalisti del Donbass siamo stati più volte tacciati di essere rossobruni o cose del genere, un'accusa infamante arrivata anche da chi pensa che l'antifascismo sia una chiacchiera da salotto o da tastiera. Noi abbiamo rinunciato a tutti i vantaggi del vivere in un paese occidentale, abbiamo fatto una drastica scelta di privazioni e mettiamo quotidianamente a repentaglio le nostre vite. Tutto questo per combattere il fascismo.
Se qualcuno ci accusa di ambiguità lo fa o perché è in malafede, o per ignoranza. Nel primo caso si tratta di detrattori che vogliono minare la nostra agibilità politica, pertanto il giudizio su di loro è semplice e inappellabile. Nel secondo caso, riconosciamo che molti possano essere vittime del clima di confusione che regna nella nostra società. Pertanto invitiamo tutti a fare una riflessione su questi temi che parta proprio dall'esperienza della Resistenza del Donbass.
Questa guerra è la risposta popolare al sanguinario colpo di stato fascista che ha riabilitato, armato e istituzionalizzato gruppi dichiaratamente nazisti. In Ucraina non è garantito alcun diritto umano e i comunisti sono perseguitati. Il popolo si è sollevato per cacciare i fascisti e ha dato il via all'insurrezione in cui i comunisti hanno avuto un ruolo fondamentale, sia per l'organizzazione che per l'indirizzo.
Nessun movimento popolare è mai completamente libero da marginali contraddizioni. La Resistenza del Donbass non fa eccezione, dobbiamo ammettere che qui ci sono dei rossobruni (o cose simili) che lottano nelle Milizie Popolari, ma questi sono lo 0,9% di tutti i combattenti, un fenomeno insignificante anche se montato dai media nostrani. Di norma questi combattenti sono "social-confusi" con tanta voglia (e spesso altrettanta capacità) di combattere, che si aggregano su base etnica. Non sono rappresentativi di nulla, e noi non abbiamo niente a che spartire con loro.
Alcune decine di questi fascisti provengono da Paesi occidentali, tra cui una mezza dozzina di italiani, ma solo 2 o 3 sono combattenti, gli altri sono impiegati in ruoli chiave dell'amministrazione pubblica (logistica degli aiuti, agenzia governativa di comunicazione, ecc).
Rimane difficile pensare che i fascisti che lavorano per le Repubbliche Popolari lo facciano in nome del socialismo, assai più facile che si tratti di un'operazione di infiltrazione per disinnescare il potenziale rivoluzionario di questa esperienza: si piazzano burocrati in posizioni da cui è possibile condizionare l'amministrazione in chiave reazionaria, contemporaneamente si fa esplodere una enorme contraddizione con i movimenti occidentali di solidarietà. Su questo ultimo aspetto hanno una responsabilità enorme i media italiani che si ostinano a parlare quasi esclusivamente della presenza di questi pochi fascisti e non della assai più folta schiera dei compagni.
In Russia il fenomeno rossobruno, che lì si chiama diversamente, trova discreto seguito concretizzandosi in diverse realtà. Generalmente si tratta di un tentativo maldestro (ma purtroppo abbastanza riuscito) di piegare la ragione, la storia e le identità ai bisogni del Potere.
In Italia il discorso è completamente diverso, seppur di recente abbia trovato delle convergenze con quello russo. Da noi si tratta pur sempre di un tentativo di piegare ragione, storia e identità, ma questo non è finalizzato alla creazione di consenso per il Potere. Bensì è una bieca manovra di revisione finalizzata alla disarticolazione di quel che rimane della sinistra, cioè alla creazione delle condizioni necessarie per un tentativo di appropriazione indebita. I rossobruni vorrebbero accaparrarsi il consenso, l'accumulazione e il patrimonio culturale delle forze progressiste.
Se questo fenomeno prendesse ulteriore spazio ci sarebbe una accelerazione esponenziale della variazione dei rapporti di forza tra movimenti fascisti e antifascisti: le organizzazioni fasciste (o semi) crescerebbero mentre si ridurrebbe la dimensione e l'agibilità di quelle progressiste. Un disastro politico.
Non possiamo credere alla buona fede di qualche tatticista, chi prende parte (attiva o passiva) in questo genere di operazioni si posiziona in una ben definita compagine: con i fascisti.
Per la lettura degli eventi qualcuno adotta chiavi di lettura sbagliate che possono (con notevoli forzature) adattarsi temporaneamente a contesti complessi, ma queste poi rimangono inevitabilmente schiacciate dalle contraddizioni che cercano di coprire. L'esempio più noto è quello che tenta di ridurre la complessità degli eventi esclusivamente ad una partita geopolitica.
In questo modo si traccia una prospettiva distorta che genera una confusione in cui si riescono ad inserire agevolmente i rossobruni. Il caso del Donbass è emblematico, adottando una chiave di lettura puramente geopolitica ci si trova di fronte al paradosso di certuni che sostengono gruppi combattenti su entrambi gli schieramenti del conflitto. L'esempio più noto di questa contraddizione è quello di Casapound che contemporaneamente sostiene sia il Battaglione nazista Azov (che è parte integrante delle Forze Armate Ucraine) sia molti gruppi della micro galassia ultra-nazionalista pro-Donbass. Tuttavia si deve segnalare che forse nello specifico di questo caso ci si trova anche di fronte ad un tentativo di riparazione: non è un mistero che sulla "Crisi ucraina" Casapound cerchi di riposizionarsi per non creare ulteriori imbarazzi alla Lega Nord.
Quindi si ha la prova provata che questa impostazione è una patetica forzatura che talvolta è anche strumentale ad operazioni politiche.
Si deve altresì considerare la non remota possibilità che in Italia questi fenomeni possano essere anche la copertura per ingerenze o per qualcosa di più misero e meschino (come dei tentativi di accreditamento o arruffianamento).
Bisogna avere chiaro dove finisce il tatticismo e dove inizia il collaborazionismo. In Italia ogni antifascista ha il dovere di combattere, con la dialettica democratica, questo genere di derive: serve una condanna chiara e unitaria di questi fenomeni, seguita dall'emarginazione di chi persevera nell'ambiguità.
Noi i fascisti qui li combattiamo anche in un'altra maniera, con più risolutezza. Pertanto crediamo che sia chiaro da che parte stiamo e come operiamo. Noi non ci arrendiamo né di fronte ai cannoni dei nemici, né a laide operazioni revisioniste.
Siamo antifascisti.
Nemo - Commissario Politico InterUnit
LNR fronte nord-ovest
6 gennaio 2016
Fonte
In Italia, noi partigiani internazionalisti del Donbass siamo stati più volte tacciati di essere rossobruni o cose del genere, un'accusa infamante arrivata anche da chi pensa che l'antifascismo sia una chiacchiera da salotto o da tastiera. Noi abbiamo rinunciato a tutti i vantaggi del vivere in un paese occidentale, abbiamo fatto una drastica scelta di privazioni e mettiamo quotidianamente a repentaglio le nostre vite. Tutto questo per combattere il fascismo.
Se qualcuno ci accusa di ambiguità lo fa o perché è in malafede, o per ignoranza. Nel primo caso si tratta di detrattori che vogliono minare la nostra agibilità politica, pertanto il giudizio su di loro è semplice e inappellabile. Nel secondo caso, riconosciamo che molti possano essere vittime del clima di confusione che regna nella nostra società. Pertanto invitiamo tutti a fare una riflessione su questi temi che parta proprio dall'esperienza della Resistenza del Donbass.
Questa guerra è la risposta popolare al sanguinario colpo di stato fascista che ha riabilitato, armato e istituzionalizzato gruppi dichiaratamente nazisti. In Ucraina non è garantito alcun diritto umano e i comunisti sono perseguitati. Il popolo si è sollevato per cacciare i fascisti e ha dato il via all'insurrezione in cui i comunisti hanno avuto un ruolo fondamentale, sia per l'organizzazione che per l'indirizzo.
Nessun movimento popolare è mai completamente libero da marginali contraddizioni. La Resistenza del Donbass non fa eccezione, dobbiamo ammettere che qui ci sono dei rossobruni (o cose simili) che lottano nelle Milizie Popolari, ma questi sono lo 0,9% di tutti i combattenti, un fenomeno insignificante anche se montato dai media nostrani. Di norma questi combattenti sono "social-confusi" con tanta voglia (e spesso altrettanta capacità) di combattere, che si aggregano su base etnica. Non sono rappresentativi di nulla, e noi non abbiamo niente a che spartire con loro.
Alcune decine di questi fascisti provengono da Paesi occidentali, tra cui una mezza dozzina di italiani, ma solo 2 o 3 sono combattenti, gli altri sono impiegati in ruoli chiave dell'amministrazione pubblica (logistica degli aiuti, agenzia governativa di comunicazione, ecc).
Rimane difficile pensare che i fascisti che lavorano per le Repubbliche Popolari lo facciano in nome del socialismo, assai più facile che si tratti di un'operazione di infiltrazione per disinnescare il potenziale rivoluzionario di questa esperienza: si piazzano burocrati in posizioni da cui è possibile condizionare l'amministrazione in chiave reazionaria, contemporaneamente si fa esplodere una enorme contraddizione con i movimenti occidentali di solidarietà. Su questo ultimo aspetto hanno una responsabilità enorme i media italiani che si ostinano a parlare quasi esclusivamente della presenza di questi pochi fascisti e non della assai più folta schiera dei compagni.
In Russia il fenomeno rossobruno, che lì si chiama diversamente, trova discreto seguito concretizzandosi in diverse realtà. Generalmente si tratta di un tentativo maldestro (ma purtroppo abbastanza riuscito) di piegare la ragione, la storia e le identità ai bisogni del Potere.
In Italia il discorso è completamente diverso, seppur di recente abbia trovato delle convergenze con quello russo. Da noi si tratta pur sempre di un tentativo di piegare ragione, storia e identità, ma questo non è finalizzato alla creazione di consenso per il Potere. Bensì è una bieca manovra di revisione finalizzata alla disarticolazione di quel che rimane della sinistra, cioè alla creazione delle condizioni necessarie per un tentativo di appropriazione indebita. I rossobruni vorrebbero accaparrarsi il consenso, l'accumulazione e il patrimonio culturale delle forze progressiste.
Se questo fenomeno prendesse ulteriore spazio ci sarebbe una accelerazione esponenziale della variazione dei rapporti di forza tra movimenti fascisti e antifascisti: le organizzazioni fasciste (o semi) crescerebbero mentre si ridurrebbe la dimensione e l'agibilità di quelle progressiste. Un disastro politico.
Non possiamo credere alla buona fede di qualche tatticista, chi prende parte (attiva o passiva) in questo genere di operazioni si posiziona in una ben definita compagine: con i fascisti.
Per la lettura degli eventi qualcuno adotta chiavi di lettura sbagliate che possono (con notevoli forzature) adattarsi temporaneamente a contesti complessi, ma queste poi rimangono inevitabilmente schiacciate dalle contraddizioni che cercano di coprire. L'esempio più noto è quello che tenta di ridurre la complessità degli eventi esclusivamente ad una partita geopolitica.
In questo modo si traccia una prospettiva distorta che genera una confusione in cui si riescono ad inserire agevolmente i rossobruni. Il caso del Donbass è emblematico, adottando una chiave di lettura puramente geopolitica ci si trova di fronte al paradosso di certuni che sostengono gruppi combattenti su entrambi gli schieramenti del conflitto. L'esempio più noto di questa contraddizione è quello di Casapound che contemporaneamente sostiene sia il Battaglione nazista Azov (che è parte integrante delle Forze Armate Ucraine) sia molti gruppi della micro galassia ultra-nazionalista pro-Donbass. Tuttavia si deve segnalare che forse nello specifico di questo caso ci si trova anche di fronte ad un tentativo di riparazione: non è un mistero che sulla "Crisi ucraina" Casapound cerchi di riposizionarsi per non creare ulteriori imbarazzi alla Lega Nord.
Quindi si ha la prova provata che questa impostazione è una patetica forzatura che talvolta è anche strumentale ad operazioni politiche.
Si deve altresì considerare la non remota possibilità che in Italia questi fenomeni possano essere anche la copertura per ingerenze o per qualcosa di più misero e meschino (come dei tentativi di accreditamento o arruffianamento).
Bisogna avere chiaro dove finisce il tatticismo e dove inizia il collaborazionismo. In Italia ogni antifascista ha il dovere di combattere, con la dialettica democratica, questo genere di derive: serve una condanna chiara e unitaria di questi fenomeni, seguita dall'emarginazione di chi persevera nell'ambiguità.
Noi i fascisti qui li combattiamo anche in un'altra maniera, con più risolutezza. Pertanto crediamo che sia chiaro da che parte stiamo e come operiamo. Noi non ci arrendiamo né di fronte ai cannoni dei nemici, né a laide operazioni revisioniste.
Siamo antifascisti.
Nemo - Commissario Politico InterUnit
LNR fronte nord-ovest
6 gennaio 2016
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