Una delegazione della Banda Bassotti e della Carovana Antifascista si trova in Libano di nuovo sotto le bombe israeliane nonostante il cessate il fuoco.
Mercoledi sera alle 20 le bombe sioniste sono tornate a cadere a Beirut. Parlando con la gente di qui, nessuno si aspettava un nuovo attacco israeliano sulla capitale libanese. Quella sorta di trattativa aperta tra gli USA e l’Iran, teneva le bombe lontano da Beirut.
Ma ieri sera Israele ha cercato di assassinare Malik Balouth, Comandante delle Forze Speciali degli Hezbollah. In questo mondo quando Israele cerca di assassinare qualcuno, bombarda interi palazzi.
Questo è di fatto il primo bombardamento sulla capitale libanese dopo il cessate il fuoco del 16 aprile
In questi giorni a Beirut la delegazione ha visitato la tomba di Franco Fontana, conosciuto come il ‘compagno Joseph’.
A metà degli anni ‘70 Fontana si era unito in Libano al Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (Fdlp), andando a combattere a fianco dei palestinesi. Nel 1982 era poi tornato in Italia.
Dopo più di 30 anni era tornato in Libano e la sua volontà era di essere seppellito insieme ai combattenti palestinesi. La sua tomba è nel campo di Chatila nel Cimitero dei martiri della Rivoluzione palestinese.
Nello stesso campo oggetto dei massacri falangisti e israeliani del 1982, la delegazione si è incontrata con Naji Dawali, presidente del Comitato Popolare che gestisce le varie problematiche del Campo di Chatila. La delegazione ha poi visitato il campo profughi palestinese di Burj el Barajneh.
Venerdì la delegazione ha incontrato George Abdallah il militante antimperialista rinchiuso per decenni nelle carceri francesi e liberato nel 2025. La Francia dopo più di 40 anni l’ha scarcerato e lo ha subito espulso verso il Libano.
Giovedì eravamo stati nel sud del Libano a cercare testimonianze sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano.
Mentre eravamo sulla strada di ritorno diretti a Beirut, una notizia arriva al telefono del giornalista che ci accompagna. Un missile ed un drone avevano appena colpito una casa nel suo piccolo paese di origine.
La notizia ci arriva senza molte altre spiegazioni. Così deviamo dal nostro percorso di ritorno per dirigerci al paese dove ancora risiede la famiglia del giornalista.
Qui moltissimi abitanti hanno abbandonato le proprie abitazioni. Spinti dalla guerra e dai continui proclami del governo di Netanyahu che incita le popolazioni del sud del Libano ad abbandonare le proprie case.
Per arrivare a Doueir, attraversiamo alcuni piccolissimi paesi deserti. Così improvvisamente faccio caso che non vedo più nessuno per strada. Tutti negozi chiusi, nessun abitante visibile.
Città fantasma le definirei. Appena entrati nel paese ci infiliamo su una stradina che costeggia un cimitero distrutto dai bombardamenti.
Di lato al piccolissimo cimitero vediamo due ragazzi che ci fanno segno di andare avanti e di non ostruire la stradina. Devono arrivare mezzi di soccorso... Meno di 50 metri dopo parcheggiamo di lato ad una casa distrutta. Vediamo fumo e pietre ovunque. Ci sono persone che si muovono velocemente e subito dietro a noi arriva un ambulanza.
Il missile israeliano era arrivato da meno di un ora e aveva distrutto la casa. Chiedendo notizie dell’esplosione, ci dicono che ci sono due morti sotto le macerie. Forse anche una bambina. Ci chiedono di non fare foto e non fare riprese. Mentre prendono ferri da lavoro per tirare fuori dalle macerie i corpi, ci suggeriscono ancora una volta di non muoverci.
Cosi ci fermiamo una decina di minuti di lato alla casa colpita, ma impossibilitati a fare qualsiasi cosa, decidiamo di andare via. Di contorno a tutto questo, si ascoltavano distintamente suoni sordi di esplosioni.
Arrivati a Beirut ci arriva la notizia che poco dopo la nostra uscita di scena, un altro missile aveva colpito la casa vicina e un drone aveva ucciso due ragazzi su una moto. E sembra anche sia stato assassinato uno dei soccorritori che avevamo visto poco prima. Qui le notizie arrivano talmente di corsa che non abbiamo certezza dell’accaduto né tempo né voglia per verificare. Quello che abbiamo visto ci è sufficiente.
Da queste parti un paio di cose sono certe. In Libano la tregua non esiste. E i civili, le case, le ambulanze, le scuole sono obbiettivi primari per l’esercito sionista.
Siamo stati testimoni diretti degli omicidi sui civili.
I crimini sui civili sono vietati ovunque. Chiediamo ai governi di fermare questa pratica criminale!
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/03/2023
Guerra in ucraina - “A bombardare la centrale di Zaporzizhia sono gli ucraini”
Intervista a Davide Cacchione, Banda-Bassotti. Una delegazione della Carovana Antifascista è tornata dal Donbass. Ci erano stati anche un anno fa e la delegazione, nonostante i bombardamenti, è tornata a visitare le strutture alle quali da anni porta la propria solidarietà, spesso sono zone di “prima linea”. Abbiamo chiesto a Davide Cacchione, della Banda Bassotti, uno degli animatori della Carovana e autore del libro “Piovono bombe, una settimana in Donbass” di resocontarci questo ultimo viaggio.
Allora Davide, siete rientrati da una nuova missione in Donbass. Come avete trovato la situazione nelle strutture ospedaliere e per l’infanzia che sostenete con la vostra campagna?
Gli orfanotrofi che abbiamo visitato questa volta erano 3, a Gorlovka, a Stakhanov e a Melitopol. Poi abbiamo visitato un Istituto per bambini e ragazzi con problematiche psichiatriche a Shajtyorsk. L’orfanatrofio di Gorlovka e l’Istituto per ragazzi con problemi a Shaityorsk li conosciamo da anni. Li abbiamo già aiutati in passato. Sono strutture che purtroppo vivono costantemente sotto il pericolo di essere bombardati. Motivo per cui l’orfanatrofio di Gorlovka, già dallo scorso anno è senza bambini, ma ha trovato la maniera di continuare a lavorare
Il personale scolastico segue a distanza 31 bambini. Ha collegamenti quotidiani online, incontra i genitori e visita i bambini nelle case. I bambini della struttura sono quasi tutti in città da parenti. Qualcuno è in Russia da parenti, ma in contatto con il personale scolastico. Gorlovka ha il triste primato di essere la cittadina con più bambini uccisi dal 2014. Un paio di monumenti in questa piccola cittadina ricordano a tutti le bombe ucraine arrivate qui dal 2014
L’altra struttura che già conoscevamo era a Shajtyorsk. Struttura in stile sovietico composta da cinque strutture. Molto grande, con molto personale sanitario a lavorare. C’è una grande mensa, un ambulatorio, sale per studio e per giocare. Qui vivono bambini con gravi problemi psichiatrici. Ragazzi grandi ma anche piccoli. Alcuni sono orfani. Visto le problematiche dei bambini e dei ragazzi c’è molto personale a lavorare. Dalla nostra visita precedente abbiamo trovato molti mobili nuovi e giochi nuovi. L’aiuto che avevamo lasciato nella nostra visita precedente è stato utile. La Direttrice, le insegnanti ci hanno fatto vedere come è la situazione attuale. Ci siamo stati pochi giorni prima dell’8 marzo, così i ragazzi hanno preparato per noi uno spettacolo dove si sono esibiti. Un tuffo al cuore uscire da lì, passare indenni da questi posti è impossibile.
Nelle strutture scolastiche che visitiamo c’è sempre qualche cartello che ricorda a tutti di non raccogliere oggetti dal giardino. La guerra qui semina anche mine nei giardini pubblici e nei giardini delle scuole. Le moderne bombe ucraine sganciano anche piccole mine. Le famose Lepestock. Che si mimetizzano benissimo nei parchi e nei giardini pubblici. Sono verdi. Si mimetizzano nei giardini dove giocano i piccoli.
Gli altri due orfanotrofi che abbiamo visitato erano a Stakhanov e a Melitopol. Entrambi tenuti molto bene come gli altri. A Stakhanov i bambini non c’erano. Tenere tutti i bambini in un posto per 8 ore consecutive dove possono arrivare le bombe è impensabile. Stakhanov è da sempre una cittadina colpita quasi quotidianamente dalle bombe ucraine. Per questo motivo anche qui si effettuano lezioni online, contatti continui con i genitori. Ogni tanto qualche bambino passa ad incontrare i maestri, oppure gli insegnanti si recano a casa dei bambini. Per il momento non c’è altro da fare.
Nella struttura di Melitopol, la situazione era migliore. La guerra è vicina ma in qualche maniera ha risparmiato questo luogo. Qui i bambini sono presenti e continuano a frequentare il complesso scolastico. In tutti i 4 luoghi abbiamo lasciato materiale scolastico e aiuti.
Nei mass media italiani e occidentali praticamente non si riporta mai nulla delle conseguenze della guerra nelle repubbliche indipendentiste. Complessivamente in Donbass come avete trovato la situazione? Quali sono le zone più colpite dai bombardamenti e con quali effetti?
Su Donesck cadono bombe ogni giorno. Morti e feriti quotidianamente. Bombe cadono su palazzi civili, fermate del bus, nelle strade. Tutti i giorni. Nella zona nei dintorni di Donesck la situazione è ancora peggiore. I quartieri periferici sono colpiti pesantemente. La situazione nelle zone del Donbass che vengono liberate è complessa. Quando le truppe ucraine abbandonano territori, questi ultimi si trasformano in zone sotto il controllo del popolo del Donbass e della Federazione Russa. E da quel momento vengono bombardate di continuo. Un altro triste fenomeno è che appena tornano alla vita civile, le nuove figure istituzionali, vengono fatte oggetti di attentati. Sono molte le figure pubbliche che sono morte in esplosioni insieme a scorta o familiari. Con questi attentati, fare il sindaco o lavorare in altri posti dell’amministrazione pubblica è pericoloso.
Quante persone della minoranza russa in Ucraina hanno trovato rifugio nelle repubbliche del Donbass da febbraio 2022? Come e dove le hanno sistemate?
Per un russo che viveva in ucraina è impossibile raggiungere il Donbass. C’è la guerra ed i confini tra l’ucraina ed il Donbass non esistono più, non c’è nessun posto per passare. Prima del febbraio 2022 c’erano un paio di posti per attraversare il confine ma anche allora non era facile passare dall’Ucraina al Donbass. Nel lato del confine ucraino c’erano molte spesso militari del battaglione nazista Azov.
C’è una cosa che volevamo chiederti. Sui mass media si è parlato spesso del “rapimento dei bambini ucraini” da parte dei russi. Un brutto titolo della prima pagina de Il manifesto scriveva di “Putin ladro di bambini” in occasione della decisione della Corte Penale Internazionale. Puoi dirci qualcosa di più su questa storia dei bambini ucraini “rapiti”?
Andiamo dal 2014 in Donbass per cui posso tranquillamente dire che non esiste nessun furto di bambini. Molte famiglie che hanno parenti in Russia, mandano i propri figli in Russia per farli vivere lontani dalle bombe. Perché farli rifugiare per notti intere in una cantina, non è una cosa bella. Nello stesso tempo la Federazione Russa trasferisce in zone sicure, i bambini degli orfanotrofi. Credo sia una cosa giusta tutelare il futuro del Donbass.
Come ho scritto prima, è impensabile tenere tutti i bambini a scuola. Lo scorso anno a Gorlovka una bomba Ucraina ha colpito una scuola uccidendo due insegnanti. La bomba è caduta alle 10:30 di una mattina mentre la scuola era aperta.
C’è poi un’altra questione su cui l’informazione ufficiale spesso sfiora il ridicolo e lo fa senza ritegno. Come è la situazione reale intorno alla centrale nucleare di Zaporzihzia? Chi bombarda la centrale?
La Centrale Nucleare di Energodar è molto più grande della Centrale di Chernobyl. Tutti ricordiamo cosa è successo a Chernobyl. Le bombe arrivate sulla centrale sono state lanciate da cannoni ucraini. I maggiori bombardamenti sono arrivati ad agosto e novembre 2022.
Per capire da dove sono arrivati i missili e le bombe, basta vedere la traiettoria. Le buche e le tracce sono ancora li. E si intuisce facilmente da dove sono partite. Siamo stati lì il 6 marzo e abbiamo visitato l’interno e l’esterno della Centrale. Abbiamo potuto constatare che nel suo interno non ci sono rampe missilistiche russe o altre attrezzature militari.
Chiediamo ai nostri governi di impedire al governo ucraino di bombardare la centrale nucleare. L’Europa non può sopportare i danni di un altra Chernobyl. Perché l’esplosione della Centrale non danneggerebbe solo la Russia o la stessa Ucraina.
Vari scienziati hanno dichiarato che almeno metà Europa sarebbe contaminata. In autunno 2022 una delegazione dell’IAEA con a capo delegazione Raphael Grossi ha visitato la Centrale. La delegazione nella sua relazione finale ha certificato i danni dei bombardamenti. Ma non ha fatto nessun riferimento a chi sta bombardando la Centrale.
Nella centrale tutt’ora lavorano migliaia di persone ma ora è stata bloccata la produzione di energia. Troppo pericoloso tenerla accesa in caso di bombardamenti. È notizia di pochissimi giorni fa, che nella città di Energodar, che confina con la centrale, una bomba ucraina ha colpito un palazzo di 9 piani.
Secondo te le persone quali e quante aspettative hanno sulla cessazione della guerra?
Nessun governo europeo ha proposto di aprire trattative di pace. Nessun governo di questa alleanza Nato ha proposto di bloccare l’invio di armi al governo di Kiev. La maggioranza della popolazione italiana è contraria all’invio di armi ma i nostri “politici” continuano a inviare armi.
A Genova una grande manifestazione organizzata tra gli altri dal sindacato USB, ha dimostrato che una grande parte della nostra popolazione è contraria a sostenere la Nato. Contraria ad inviare armi, contraria a questa alleanza anglosassone che sta portando e porterà solo disastri economici alle classe lavoratrici. Stiamo pagando noi lavoratori questa guerra che gli USA e la Nato stanno facendo.
E sappiamo benissimo che questo attacco oltre che alla Russia è rivolto alla Cina. Passando per la distruzione economica dei Paesi Europei. Non c’è altra soluzione che dire basta a questa alleanza chiamata Nato che di fatto è solo una struttura basata sulla guerra. Il primo caduto in Italia di questa guerra è stato Luigi Trastulli. Operaio fresatore delle acciaierie di Terni. Ucciso a 21 anni il 17 marzo 1949. Tre colpi d’arma da fuoco lo raggiunsero a un fianco e gli forarono un polmone mentre manifestava contro l’ingresso dell’Italia nella NATO. Da allora i morti in nome di questa alleanza di guerra non si contano più.
Fonte
Allora Davide, siete rientrati da una nuova missione in Donbass. Come avete trovato la situazione nelle strutture ospedaliere e per l’infanzia che sostenete con la vostra campagna?
Gli orfanotrofi che abbiamo visitato questa volta erano 3, a Gorlovka, a Stakhanov e a Melitopol. Poi abbiamo visitato un Istituto per bambini e ragazzi con problematiche psichiatriche a Shajtyorsk. L’orfanatrofio di Gorlovka e l’Istituto per ragazzi con problemi a Shaityorsk li conosciamo da anni. Li abbiamo già aiutati in passato. Sono strutture che purtroppo vivono costantemente sotto il pericolo di essere bombardati. Motivo per cui l’orfanatrofio di Gorlovka, già dallo scorso anno è senza bambini, ma ha trovato la maniera di continuare a lavorare
Il personale scolastico segue a distanza 31 bambini. Ha collegamenti quotidiani online, incontra i genitori e visita i bambini nelle case. I bambini della struttura sono quasi tutti in città da parenti. Qualcuno è in Russia da parenti, ma in contatto con il personale scolastico. Gorlovka ha il triste primato di essere la cittadina con più bambini uccisi dal 2014. Un paio di monumenti in questa piccola cittadina ricordano a tutti le bombe ucraine arrivate qui dal 2014
L’altra struttura che già conoscevamo era a Shajtyorsk. Struttura in stile sovietico composta da cinque strutture. Molto grande, con molto personale sanitario a lavorare. C’è una grande mensa, un ambulatorio, sale per studio e per giocare. Qui vivono bambini con gravi problemi psichiatrici. Ragazzi grandi ma anche piccoli. Alcuni sono orfani. Visto le problematiche dei bambini e dei ragazzi c’è molto personale a lavorare. Dalla nostra visita precedente abbiamo trovato molti mobili nuovi e giochi nuovi. L’aiuto che avevamo lasciato nella nostra visita precedente è stato utile. La Direttrice, le insegnanti ci hanno fatto vedere come è la situazione attuale. Ci siamo stati pochi giorni prima dell’8 marzo, così i ragazzi hanno preparato per noi uno spettacolo dove si sono esibiti. Un tuffo al cuore uscire da lì, passare indenni da questi posti è impossibile.
Nelle strutture scolastiche che visitiamo c’è sempre qualche cartello che ricorda a tutti di non raccogliere oggetti dal giardino. La guerra qui semina anche mine nei giardini pubblici e nei giardini delle scuole. Le moderne bombe ucraine sganciano anche piccole mine. Le famose Lepestock. Che si mimetizzano benissimo nei parchi e nei giardini pubblici. Sono verdi. Si mimetizzano nei giardini dove giocano i piccoli.
Gli altri due orfanotrofi che abbiamo visitato erano a Stakhanov e a Melitopol. Entrambi tenuti molto bene come gli altri. A Stakhanov i bambini non c’erano. Tenere tutti i bambini in un posto per 8 ore consecutive dove possono arrivare le bombe è impensabile. Stakhanov è da sempre una cittadina colpita quasi quotidianamente dalle bombe ucraine. Per questo motivo anche qui si effettuano lezioni online, contatti continui con i genitori. Ogni tanto qualche bambino passa ad incontrare i maestri, oppure gli insegnanti si recano a casa dei bambini. Per il momento non c’è altro da fare.
Nella struttura di Melitopol, la situazione era migliore. La guerra è vicina ma in qualche maniera ha risparmiato questo luogo. Qui i bambini sono presenti e continuano a frequentare il complesso scolastico. In tutti i 4 luoghi abbiamo lasciato materiale scolastico e aiuti.
Nei mass media italiani e occidentali praticamente non si riporta mai nulla delle conseguenze della guerra nelle repubbliche indipendentiste. Complessivamente in Donbass come avete trovato la situazione? Quali sono le zone più colpite dai bombardamenti e con quali effetti?
Su Donesck cadono bombe ogni giorno. Morti e feriti quotidianamente. Bombe cadono su palazzi civili, fermate del bus, nelle strade. Tutti i giorni. Nella zona nei dintorni di Donesck la situazione è ancora peggiore. I quartieri periferici sono colpiti pesantemente. La situazione nelle zone del Donbass che vengono liberate è complessa. Quando le truppe ucraine abbandonano territori, questi ultimi si trasformano in zone sotto il controllo del popolo del Donbass e della Federazione Russa. E da quel momento vengono bombardate di continuo. Un altro triste fenomeno è che appena tornano alla vita civile, le nuove figure istituzionali, vengono fatte oggetti di attentati. Sono molte le figure pubbliche che sono morte in esplosioni insieme a scorta o familiari. Con questi attentati, fare il sindaco o lavorare in altri posti dell’amministrazione pubblica è pericoloso.
Quante persone della minoranza russa in Ucraina hanno trovato rifugio nelle repubbliche del Donbass da febbraio 2022? Come e dove le hanno sistemate?
Per un russo che viveva in ucraina è impossibile raggiungere il Donbass. C’è la guerra ed i confini tra l’ucraina ed il Donbass non esistono più, non c’è nessun posto per passare. Prima del febbraio 2022 c’erano un paio di posti per attraversare il confine ma anche allora non era facile passare dall’Ucraina al Donbass. Nel lato del confine ucraino c’erano molte spesso militari del battaglione nazista Azov.
C’è una cosa che volevamo chiederti. Sui mass media si è parlato spesso del “rapimento dei bambini ucraini” da parte dei russi. Un brutto titolo della prima pagina de Il manifesto scriveva di “Putin ladro di bambini” in occasione della decisione della Corte Penale Internazionale. Puoi dirci qualcosa di più su questa storia dei bambini ucraini “rapiti”?
Andiamo dal 2014 in Donbass per cui posso tranquillamente dire che non esiste nessun furto di bambini. Molte famiglie che hanno parenti in Russia, mandano i propri figli in Russia per farli vivere lontani dalle bombe. Perché farli rifugiare per notti intere in una cantina, non è una cosa bella. Nello stesso tempo la Federazione Russa trasferisce in zone sicure, i bambini degli orfanotrofi. Credo sia una cosa giusta tutelare il futuro del Donbass.
Come ho scritto prima, è impensabile tenere tutti i bambini a scuola. Lo scorso anno a Gorlovka una bomba Ucraina ha colpito una scuola uccidendo due insegnanti. La bomba è caduta alle 10:30 di una mattina mentre la scuola era aperta.
C’è poi un’altra questione su cui l’informazione ufficiale spesso sfiora il ridicolo e lo fa senza ritegno. Come è la situazione reale intorno alla centrale nucleare di Zaporzihzia? Chi bombarda la centrale?
La Centrale Nucleare di Energodar è molto più grande della Centrale di Chernobyl. Tutti ricordiamo cosa è successo a Chernobyl. Le bombe arrivate sulla centrale sono state lanciate da cannoni ucraini. I maggiori bombardamenti sono arrivati ad agosto e novembre 2022.
Per capire da dove sono arrivati i missili e le bombe, basta vedere la traiettoria. Le buche e le tracce sono ancora li. E si intuisce facilmente da dove sono partite. Siamo stati lì il 6 marzo e abbiamo visitato l’interno e l’esterno della Centrale. Abbiamo potuto constatare che nel suo interno non ci sono rampe missilistiche russe o altre attrezzature militari.
Chiediamo ai nostri governi di impedire al governo ucraino di bombardare la centrale nucleare. L’Europa non può sopportare i danni di un altra Chernobyl. Perché l’esplosione della Centrale non danneggerebbe solo la Russia o la stessa Ucraina.
Vari scienziati hanno dichiarato che almeno metà Europa sarebbe contaminata. In autunno 2022 una delegazione dell’IAEA con a capo delegazione Raphael Grossi ha visitato la Centrale. La delegazione nella sua relazione finale ha certificato i danni dei bombardamenti. Ma non ha fatto nessun riferimento a chi sta bombardando la Centrale.
Nella centrale tutt’ora lavorano migliaia di persone ma ora è stata bloccata la produzione di energia. Troppo pericoloso tenerla accesa in caso di bombardamenti. È notizia di pochissimi giorni fa, che nella città di Energodar, che confina con la centrale, una bomba ucraina ha colpito un palazzo di 9 piani.
Secondo te le persone quali e quante aspettative hanno sulla cessazione della guerra?
Nessun governo europeo ha proposto di aprire trattative di pace. Nessun governo di questa alleanza Nato ha proposto di bloccare l’invio di armi al governo di Kiev. La maggioranza della popolazione italiana è contraria all’invio di armi ma i nostri “politici” continuano a inviare armi.
A Genova una grande manifestazione organizzata tra gli altri dal sindacato USB, ha dimostrato che una grande parte della nostra popolazione è contraria a sostenere la Nato. Contraria ad inviare armi, contraria a questa alleanza anglosassone che sta portando e porterà solo disastri economici alle classe lavoratrici. Stiamo pagando noi lavoratori questa guerra che gli USA e la Nato stanno facendo.
E sappiamo benissimo che questo attacco oltre che alla Russia è rivolto alla Cina. Passando per la distruzione economica dei Paesi Europei. Non c’è altra soluzione che dire basta a questa alleanza chiamata Nato che di fatto è solo una struttura basata sulla guerra. Il primo caduto in Italia di questa guerra è stato Luigi Trastulli. Operaio fresatore delle acciaierie di Terni. Ucciso a 21 anni il 17 marzo 1949. Tre colpi d’arma da fuoco lo raggiunsero a un fianco e gli forarono un polmone mentre manifestava contro l’ingresso dell’Italia nella NATO. Da allora i morti in nome di questa alleanza di guerra non si contano più.
Fonte
30/12/2019
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti. Spartaco sei tu e Una vita intera
A un anno di distanza dalla scomparsa di Angelo “Sigaro” Conti escono
per Hellnation Libri, quasi in contemporanea, due libri che raccontano
il mondo della Banda Bassotti. Un’esperienza musicale tra le uniche del
suo genere. Nata in un mondo nel quale la sinistra era ancora capace di
politicizzare il proletariato metropolitano e che rappresenta
l’esperienza di un gruppo di manovali, arrivato ad essere il più
importante gruppo musicale militante italiano e non solo.
Il primo volume è “Spartaco sei tu. Vita, canzoni e miracoli di Angelo "Sigaro" Conti, un operaio alla chitarra”, curato da Filippo Andreani. Una sorta di libro caleidoscopio di 160 pagine dove, oltre alla biografia di “Sigaro”, autore e musicista della Banda Bassotti, dei Vento dall’Est e di Lettere dalla Strada, troviamo racconti e aneddoti della sua vita. Non si tratta di un monumento di carta eretto a sua memoria ma il tentativo ambizioso di descrivere questo “pontarolo e disoccupato, autore e suonatore. Poeta della vita. Comunista nel senso più alto e profondo che si possa dare a questa parola”, attraverso lo sguardo delle persone che lo hanno conosciuto. E solo così poteva essere raccontato l’uomo che ha sempre vissuto la musica come un fatto collettivo, tanto che nei primissimi anni ai concerti della Banda salivano sul palco anche 20 persone tra musicisti e cori, fedele all’idea che “Spartaco sei tu, Spartaco semo tutti”. Se per Brecht il comunismo è la semplicità che è difficile a farsi, grazie a “Sigaro” per molti di noi è diventato facile almeno a cantarsi, soprattutto negli anni in cui definirsi così stava diventando velocemente un tabù. I fondi raccolti dalle vendite di questo libro sono destinati a finanziare una sala musica per bambini all’interno del campo di Sabra e Shatila. Un progetto di solidarietà internazionalista, attività che caratterizza da sempre l’attività della Banda. E qui veniamo all’altro libro in oggetto.
Il secondo è “Una vita intera. Memorie di un operaio internazionalista” di David Cacchione, anche lui membro della Banda Bassotti. Si tratta di un libro di oltre 200 pagine, completo di selezione fotografica e che si colloca nel solco della memorialistica rivoluzionaria con una scrittura scarna, netta, priva di artifici letterari ma testimonianza di un’epoca, di un ambiente sociale e di un periodo storico che parte dagli anni Sessanta per arrivare a oggi. Attraversa tutta la vita di David e quella della Banda Bassotti, per lungo tempo coincidenti. Il volume descrive con un’intensità fuori dal comune l’epopea della vita di borgata di quegli anni. La progressiva partecipazione e presa di coscienza e la nascita spontanea di questo gruppo musicale operaio, nato letteralmente sui ponteggi dei cantieri edili per poi arrivare in tutto il mondo impastando con la calce due linguaggi universali: la musica e la lotta di classe. Non si tratta di un semplice elenco di aneddoti o di una raccolta di foto, ma di una serie di situazioni vissute, che evocano immancabilmente, alla mente di ogni compagno, scene analoghe alle quali ognuno di noi ha assistito. Comprese quelle che secondo l’autore è stato “meglio non scrivere”.
Nelle pagine è ben descritta e raccontata anche l’esperienza fondamentale, per la scena musicale italiana, della gloriosa Gridalo Forte Records, vero e proprio braccio discografico della Banda Bassotti. La conseguenza di una precisa scelta politico/musicale. La scelta di produrre album e festival in grado di mescolare le sonorità punk, ska, hip hop contemporanee con testi di lotta in italiano, comprensibili alle persone e che affondano le radici nella tradizione dei Dischi del Sole. Un ingranaggio fondamentale per la costruzione dell’immaginario collettivo che tutti conosciamo.
Tutti questi episodi raccontati indicano, nel miglior modo possibile, fino a dove può arrivare un numero anche esiguo di persone, anche caratterizzato da una preparazione musicale da autodidatti ma che procede “avanti unito” con una direzione chiara e precisa. Una consapevolezza e una determinazione che sicuramente viene rafforzata dalla matrice operaia: ossia l’abitudine di portare avanti un lavoro dalle fondamenta fino al tetto, senza horror vacui e che permette ai Bassotti di perseguire fino in fondo i propri obiettivi politici e musicali. Superando così i momenti bui e quelli di difficoltà per arrivare infine ad afferrare il pieno significato di ingegneri dell’anima umana e rivoluzionari internazionalisti.
A qualcuno potrà sembrare strano o peculiare che vengano pubblicati libri che non siano propriamente opera di scrittori di professione ma di manovali, che non contengono audaci trovate letterarie o svolazzi da scrittore. Oppure che siano scritti senza il vocabolario e la chiarezza espositiva del ricercatore o del politicante di professione. Eppure chi, come la Banda Bassotti, ha allenato nel corso degli anni un certo tipo di fiuto rivoluzionario non corre mai il rischio di cadere in errori marchiani di cui altre pubblicazioni sono piene. Non dimentica i fatti essenziali. Comprende fino in fondo gli avvenimenti che lo circondano e naturalmente arriva a prendere posizioni e iniziative talvolta scomode e persino di minoranza con la certezza di stare sempre dalla parte giusta della barricata. Com’è accaduto per molte delle questioni internazionali che la Banda non ha mai esitato a sostenere: la lotta indipendentista dei baschi, il Nicaragua sandinista, l’FLMN salvadoregno, le Farc colombiane, la resistenza antifascista del Donbass, la resistenza palestinese o quella siriana. Iniziative che nell’epoca della distruzione della sinistra di classe li ha visti spesso come unici testimoni organizzati. Una capacità, quella di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, sviluppata con lo sforzo costante di non essere pensati ma di pensarsi da sé. Magari a tratti retorici o senza la raffinata eloquenza che va tanto di moda ma che mescola sapientemente pensiero e azione e lo trasforma in organizzazione, pragmatismo e persuasione permanente.
Rivoluzionari nell’anima e dell’anima, quindi. Musicisti. Operai comunisti che comprendono a pieno il senso storico degli avvenimenti e il senso grande e internazionale della lotta. Da questo deriva l’acutezza di visione senza la quale sarebbe impossibile diventare ciò che la Banda Bassotti è ed è stata. Piccolo gruppo abituato a ricevere 10 e dare 100, direbbe Pasquale. Proveniente dal mondo della produzione e legato intimamente alla classe lavoratrice dal compito di contribuire a costruire la sua emancipazione ovunque nel mondo. Perché sei antimperialista o non lo sei, direbbe Picchio.
Intervenendo in una discussione a margine di un concerto una volta un compagno disse “in questi anni ho come la sensazione che abbiano convinto più compagni i bassotti di tutte le iniziative a cui ho partecipato”. Probabilmente era vero. Ed era importante fissare su carta perché.
Fonte
Il primo volume è “Spartaco sei tu. Vita, canzoni e miracoli di Angelo "Sigaro" Conti, un operaio alla chitarra”, curato da Filippo Andreani. Una sorta di libro caleidoscopio di 160 pagine dove, oltre alla biografia di “Sigaro”, autore e musicista della Banda Bassotti, dei Vento dall’Est e di Lettere dalla Strada, troviamo racconti e aneddoti della sua vita. Non si tratta di un monumento di carta eretto a sua memoria ma il tentativo ambizioso di descrivere questo “pontarolo e disoccupato, autore e suonatore. Poeta della vita. Comunista nel senso più alto e profondo che si possa dare a questa parola”, attraverso lo sguardo delle persone che lo hanno conosciuto. E solo così poteva essere raccontato l’uomo che ha sempre vissuto la musica come un fatto collettivo, tanto che nei primissimi anni ai concerti della Banda salivano sul palco anche 20 persone tra musicisti e cori, fedele all’idea che “Spartaco sei tu, Spartaco semo tutti”. Se per Brecht il comunismo è la semplicità che è difficile a farsi, grazie a “Sigaro” per molti di noi è diventato facile almeno a cantarsi, soprattutto negli anni in cui definirsi così stava diventando velocemente un tabù. I fondi raccolti dalle vendite di questo libro sono destinati a finanziare una sala musica per bambini all’interno del campo di Sabra e Shatila. Un progetto di solidarietà internazionalista, attività che caratterizza da sempre l’attività della Banda. E qui veniamo all’altro libro in oggetto.
Il secondo è “Una vita intera. Memorie di un operaio internazionalista” di David Cacchione, anche lui membro della Banda Bassotti. Si tratta di un libro di oltre 200 pagine, completo di selezione fotografica e che si colloca nel solco della memorialistica rivoluzionaria con una scrittura scarna, netta, priva di artifici letterari ma testimonianza di un’epoca, di un ambiente sociale e di un periodo storico che parte dagli anni Sessanta per arrivare a oggi. Attraversa tutta la vita di David e quella della Banda Bassotti, per lungo tempo coincidenti. Il volume descrive con un’intensità fuori dal comune l’epopea della vita di borgata di quegli anni. La progressiva partecipazione e presa di coscienza e la nascita spontanea di questo gruppo musicale operaio, nato letteralmente sui ponteggi dei cantieri edili per poi arrivare in tutto il mondo impastando con la calce due linguaggi universali: la musica e la lotta di classe. Non si tratta di un semplice elenco di aneddoti o di una raccolta di foto, ma di una serie di situazioni vissute, che evocano immancabilmente, alla mente di ogni compagno, scene analoghe alle quali ognuno di noi ha assistito. Comprese quelle che secondo l’autore è stato “meglio non scrivere”.
Nelle pagine è ben descritta e raccontata anche l’esperienza fondamentale, per la scena musicale italiana, della gloriosa Gridalo Forte Records, vero e proprio braccio discografico della Banda Bassotti. La conseguenza di una precisa scelta politico/musicale. La scelta di produrre album e festival in grado di mescolare le sonorità punk, ska, hip hop contemporanee con testi di lotta in italiano, comprensibili alle persone e che affondano le radici nella tradizione dei Dischi del Sole. Un ingranaggio fondamentale per la costruzione dell’immaginario collettivo che tutti conosciamo.
Tutti questi episodi raccontati indicano, nel miglior modo possibile, fino a dove può arrivare un numero anche esiguo di persone, anche caratterizzato da una preparazione musicale da autodidatti ma che procede “avanti unito” con una direzione chiara e precisa. Una consapevolezza e una determinazione che sicuramente viene rafforzata dalla matrice operaia: ossia l’abitudine di portare avanti un lavoro dalle fondamenta fino al tetto, senza horror vacui e che permette ai Bassotti di perseguire fino in fondo i propri obiettivi politici e musicali. Superando così i momenti bui e quelli di difficoltà per arrivare infine ad afferrare il pieno significato di ingegneri dell’anima umana e rivoluzionari internazionalisti.
A qualcuno potrà sembrare strano o peculiare che vengano pubblicati libri che non siano propriamente opera di scrittori di professione ma di manovali, che non contengono audaci trovate letterarie o svolazzi da scrittore. Oppure che siano scritti senza il vocabolario e la chiarezza espositiva del ricercatore o del politicante di professione. Eppure chi, come la Banda Bassotti, ha allenato nel corso degli anni un certo tipo di fiuto rivoluzionario non corre mai il rischio di cadere in errori marchiani di cui altre pubblicazioni sono piene. Non dimentica i fatti essenziali. Comprende fino in fondo gli avvenimenti che lo circondano e naturalmente arriva a prendere posizioni e iniziative talvolta scomode e persino di minoranza con la certezza di stare sempre dalla parte giusta della barricata. Com’è accaduto per molte delle questioni internazionali che la Banda non ha mai esitato a sostenere: la lotta indipendentista dei baschi, il Nicaragua sandinista, l’FLMN salvadoregno, le Farc colombiane, la resistenza antifascista del Donbass, la resistenza palestinese o quella siriana. Iniziative che nell’epoca della distruzione della sinistra di classe li ha visti spesso come unici testimoni organizzati. Una capacità, quella di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, sviluppata con lo sforzo costante di non essere pensati ma di pensarsi da sé. Magari a tratti retorici o senza la raffinata eloquenza che va tanto di moda ma che mescola sapientemente pensiero e azione e lo trasforma in organizzazione, pragmatismo e persuasione permanente.
Rivoluzionari nell’anima e dell’anima, quindi. Musicisti. Operai comunisti che comprendono a pieno il senso storico degli avvenimenti e il senso grande e internazionale della lotta. Da questo deriva l’acutezza di visione senza la quale sarebbe impossibile diventare ciò che la Banda Bassotti è ed è stata. Piccolo gruppo abituato a ricevere 10 e dare 100, direbbe Pasquale. Proveniente dal mondo della produzione e legato intimamente alla classe lavoratrice dal compito di contribuire a costruire la sua emancipazione ovunque nel mondo. Perché sei antimperialista o non lo sei, direbbe Picchio.
Intervenendo in una discussione a margine di un concerto una volta un compagno disse “in questi anni ho come la sensazione che abbiano convinto più compagni i bassotti di tutte le iniziative a cui ho partecipato”. Probabilmente era vero. Ed era importante fissare su carta perché.
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06/05/2017
Poroshenko chiede l’estradizione per noi, ma a meritare la galera sono lui e i fascisti di Kiev
In un loro comunicato i governanti del regime di Poroshenko e delle bande armate neonaziste chiedono l'arresto di tutti noi che abbiamo portato solidarietà alle popolazioni martoriate del Donbass. Nelle specifico dovrebbero essere arrestati per violazione delle leggi antiterrorismo di quel paese la Banda Bassotti, la parlamentare europa Eleonora Forenza con i compagni di Rifondazione comunista, le compagne e i compagni della USB, e l'intera delegazione di cui sono parte come Eurostop.
Attendiamo un segno di vita da parte del governo italiano a cui vogliamo solo ricordare che tutto il governo ucraino che egli vergognosamente riconosce dovrebbe essere arrestato e condotto al tribunale de L'Aia per crimini di guerra. Questi crimini noi li abbiamo visti ed è per questo che i signori di Kiev si sono inalberati. Abbiamo visto in ogni centro abitato delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk le foto delle donne, degli uomini, dei bambini uccisi dalle loro bombe. Abbiamo visto le case, le scuole e le università, la vie del passeggio crivellate dai colpi delle loro artiglierie, che continuano ogni giorno a terrorizzare la popolazione, anche noi li abbiamo sentiti. Siamo stati testimoni scomodi e in più abbiamo commesso un reato gravissimo per Kiev, abbiamo portato giocattoli e medicinali, quest'ultimo è una colpa per cui le bande fasciste del governo ucraino possono uccidere chi la commette.
Tell the truth, dite la verità ci hanno detto i cittadini delle repubbliche del Donbass ovunque li abbiamo incontrati. Anche coloro che sanno solo il russo, la lingua che tutti parlano da sempre lì, oggi sanno due frasi in lingue estere: No Pasaran e Tell the truth. La verità è che quella del regime di Kiev è una guerra di sterminio condotta ai fini della pulizia etnica e per questo non vogliono testimoni. Noi siamo prima di tutto questo, semplici testimoni di verità a cui speriamo si aggiungano molti altri. In modo da distruggere la bolla di fakenews con la quale UE e NATO giustificano il loro sostegno alla guerra dei golpisti ucraini, che devono finire nel solo posto che meritano: la galera.
Nelle foto l'università bombardata e gli studenti uccisi; e la festa del Primo Maggio a Lugansk:
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01/05/2017
1° Maggio nel Donbass, a fianco dei popoli in lotta per l’autodeterminazione
Questo 1° maggio 2017, insieme ai musicisti della Banda Bassotti da tempo impegnati in favore delle popolazioni del Donbass, ci sarà la Carovana di Solidarietà con le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. La delegazione di massa, una cinquantina di attivisti, sindacalisti, musicisti, è partita ieri sera con destinazione le repubbliche che si sono ribellate al progetto nazifascista in Ucraina.
L'Usb, tra gli organizzatori della delegazione, ricorda in un comunicato che "continuano così le iniziative del sindacato in favore delle popolazioni del Donbass. Dopo quelle del 2015, anche nel 2016 Usb ha promosso azioni di solidarietà in molte città italiane, con la presenza di un dirigente della Federazione sindacale della Repubblica Popolare di Lugansk. Tutte iniziative mirate a far conoscere la situazione reale nelle Repubbliche e la strenua resistenza della popolazione all’aggressione in corso. Le popolazioni del Donbass ormai da tre anni sono protagoniste della resistenza contro il ritorno del nazifascismo in Europa".
Come Usb denunciamo che l’aggressione al Donbass è la conferma che di fronte alla crisi economica e alla competizione internazionale l'Unione Europea non ha esitato ad usare lo strumento dell'aggressione militare – alle popolazioni che lottano per la propria autodeterminazione – arrivando anche ad annunciare la costruzione di un esercito europeo a difesa degli interessi economici in risposta alla competizione internazionale.
Nella delegazione anche la Rete dei Comunisti partecipa alla Carovana Antifascista che si recherà nei territori delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, per portare la solidarietà degli antifascisti di diversi paesi europei alle popolazioni locali oggetto ormai da più di tre anni di una insensata e criminale guerra da parte delle forze armate del governo di Kiev e dei battaglioni neonazisti. "Nel corso del viaggio in Donbass, in occasione delle celebrazioni popolari del 1° Maggio, la delegazione della Rete dei Comunisti incontrerà le comunità e le autorità locali del Donbass, le forze sindacali, le forze politiche progressiste e comuniste per ribadire il proprio sostegno alle forze antifasciste locali e denunciare il ruolo dei governi e degli apparati dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica, che pur di imporre a Kiev un governo favorevole alle proprie mire e ai propri interessi non hanno esitato a scatenare una guerra civile e l’inizio di una crisi con la Russia che ha avuto pesanti ripercussioni a livello locale e internazionale."
Dal momento del golpe reazionario del febbraio 2014, realizzato dalle forze ultranazionaliste e di estrema destra ucraine sostenute dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea per imporre a Kiev un regime favorevole all’ingresso del paese nella Nato e nella cosiddetta ‘Europa Unita’ – e per indebolire la Russia – le popolazioni del Donbass sono assediate, sottoposte a embargo e a bombardamenti continui che hanno causato migliaia di morti e feriti, la distruzione di numerose città e villaggi, la fuga di circa un milione di persone verso altri territori.
Una ‘operazione antiterrorismo’, come la definisce il regime di Kiev, scatenata contro popolazioni che vengono considerate un corpo estraneo dalle nuove autorità di fede banderista e che fin dal primo momento si sono rifiutate di aderire al golpe e alla nuova ideologia rivendicando il diritto alla propria autodeterminazione.
Le angherie e le azioni criminali contro le popolazioni del Donbass si accompagnano ad una svolta ultraliberista imposta da Ue e Fondo Monetario Internazionale che, in cambio dei cosiddetti ‘aiuti economici’ al regime banderista, hanno causato un rapido impoverimento della popolazione ucraina, l’impennata dell’emigrazione, la crescita dei sentimenti settari e delle scorribande da parte delle milizie neonaziste. Questo mentre il regime di Kiev, con l’avallo dell’Ue e della Nato, ha praticamente messo al bando il Partito Comunista e tutte le formazioni della sinistra radicale, i cui dirigenti e militanti sono oggetto di continue aggressioni sia da parte delle autorità che da parte delle bande banderiste; inoltre le stesse minoranze etniche che pure avevano considerato opportuno il "regime change" sostenuto dall’occidente sono diventate oggetto della repressione e della discriminazione del regime, mentre la libertà di stampa e di associazione sono fortemente conculcate da un governo che Bruxelles considera un partner privilegiato.
Anche Giorgio Cremaschi sarà nella Carovana di solidarietà, in un post scrive che "assieme ai lavoratori ed ai sindacati di quelle terre martoriate parteciperemo alle manifestazioni del Primo Maggio e il giorno dopo ricorderemo la strage nazifascista di Odessa. Lì il 2 maggio 2014 bande di assassini protetti dal governo di Kiev hanno assaltato e incendiato la casa dei sindacati, facendo morire bruciate vive almeno quaranta persone. Il governo ucraino, finanziato e armato dalla NATO e dalla UE (quale notizia falsa più grande di quella sui 60 anni di pace), ha portato il paese alla rovina economica e alla guerra civile.
Le popolazioni del Donbass, sottoposte alla minaccia della pulizia etnica, hanno dovuto organizzarsi e resistere ad un attacco armato condotto anche da truppe dichiaratamente naziste, come il famigerato battaglione Azov. E il parlamento di Strasburgo, a sua e nostra vergogna, ha tributato un omaggio a quella soldataglia riconoscendola come combattente per la libertà. Il Primo Maggio nel Donbass è dunque contro il fascismo, contro la guerra, contro la distruzione dei diritti sociali e del lavoro e anche contro l'infame ipocrisia della UE e dei suoi governi".
Della delegazione fa parte anche la parlamentare europea della sinistra Eleonora Forenza: "Penso che sia stato un calcolo cinico quello degli Usa e delle potenze europee di fomentare la guerra civile e sostenere i gruppi banderisti per poter perseguire i loro disegni geopolitici, di accerchiamento della Russia, ridefinendo gli equilibri internazionali e spostando sempre piu ad est i confini della Nato. Un calcolo cinico ed anche sbagliato. L’Ucraina oggi sopravvive solo grazie ai generosi aiuti occidentali ed europei, ma è uno stato fallito".
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L'Usb, tra gli organizzatori della delegazione, ricorda in un comunicato che "continuano così le iniziative del sindacato in favore delle popolazioni del Donbass. Dopo quelle del 2015, anche nel 2016 Usb ha promosso azioni di solidarietà in molte città italiane, con la presenza di un dirigente della Federazione sindacale della Repubblica Popolare di Lugansk. Tutte iniziative mirate a far conoscere la situazione reale nelle Repubbliche e la strenua resistenza della popolazione all’aggressione in corso. Le popolazioni del Donbass ormai da tre anni sono protagoniste della resistenza contro il ritorno del nazifascismo in Europa".
Come Usb denunciamo che l’aggressione al Donbass è la conferma che di fronte alla crisi economica e alla competizione internazionale l'Unione Europea non ha esitato ad usare lo strumento dell'aggressione militare – alle popolazioni che lottano per la propria autodeterminazione – arrivando anche ad annunciare la costruzione di un esercito europeo a difesa degli interessi economici in risposta alla competizione internazionale.
Nella delegazione anche la Rete dei Comunisti partecipa alla Carovana Antifascista che si recherà nei territori delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, per portare la solidarietà degli antifascisti di diversi paesi europei alle popolazioni locali oggetto ormai da più di tre anni di una insensata e criminale guerra da parte delle forze armate del governo di Kiev e dei battaglioni neonazisti. "Nel corso del viaggio in Donbass, in occasione delle celebrazioni popolari del 1° Maggio, la delegazione della Rete dei Comunisti incontrerà le comunità e le autorità locali del Donbass, le forze sindacali, le forze politiche progressiste e comuniste per ribadire il proprio sostegno alle forze antifasciste locali e denunciare il ruolo dei governi e degli apparati dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica, che pur di imporre a Kiev un governo favorevole alle proprie mire e ai propri interessi non hanno esitato a scatenare una guerra civile e l’inizio di una crisi con la Russia che ha avuto pesanti ripercussioni a livello locale e internazionale."
Dal momento del golpe reazionario del febbraio 2014, realizzato dalle forze ultranazionaliste e di estrema destra ucraine sostenute dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea per imporre a Kiev un regime favorevole all’ingresso del paese nella Nato e nella cosiddetta ‘Europa Unita’ – e per indebolire la Russia – le popolazioni del Donbass sono assediate, sottoposte a embargo e a bombardamenti continui che hanno causato migliaia di morti e feriti, la distruzione di numerose città e villaggi, la fuga di circa un milione di persone verso altri territori.
Una ‘operazione antiterrorismo’, come la definisce il regime di Kiev, scatenata contro popolazioni che vengono considerate un corpo estraneo dalle nuove autorità di fede banderista e che fin dal primo momento si sono rifiutate di aderire al golpe e alla nuova ideologia rivendicando il diritto alla propria autodeterminazione.
Le angherie e le azioni criminali contro le popolazioni del Donbass si accompagnano ad una svolta ultraliberista imposta da Ue e Fondo Monetario Internazionale che, in cambio dei cosiddetti ‘aiuti economici’ al regime banderista, hanno causato un rapido impoverimento della popolazione ucraina, l’impennata dell’emigrazione, la crescita dei sentimenti settari e delle scorribande da parte delle milizie neonaziste. Questo mentre il regime di Kiev, con l’avallo dell’Ue e della Nato, ha praticamente messo al bando il Partito Comunista e tutte le formazioni della sinistra radicale, i cui dirigenti e militanti sono oggetto di continue aggressioni sia da parte delle autorità che da parte delle bande banderiste; inoltre le stesse minoranze etniche che pure avevano considerato opportuno il "regime change" sostenuto dall’occidente sono diventate oggetto della repressione e della discriminazione del regime, mentre la libertà di stampa e di associazione sono fortemente conculcate da un governo che Bruxelles considera un partner privilegiato.
Anche Giorgio Cremaschi sarà nella Carovana di solidarietà, in un post scrive che "assieme ai lavoratori ed ai sindacati di quelle terre martoriate parteciperemo alle manifestazioni del Primo Maggio e il giorno dopo ricorderemo la strage nazifascista di Odessa. Lì il 2 maggio 2014 bande di assassini protetti dal governo di Kiev hanno assaltato e incendiato la casa dei sindacati, facendo morire bruciate vive almeno quaranta persone. Il governo ucraino, finanziato e armato dalla NATO e dalla UE (quale notizia falsa più grande di quella sui 60 anni di pace), ha portato il paese alla rovina economica e alla guerra civile.
Le popolazioni del Donbass, sottoposte alla minaccia della pulizia etnica, hanno dovuto organizzarsi e resistere ad un attacco armato condotto anche da truppe dichiaratamente naziste, come il famigerato battaglione Azov. E il parlamento di Strasburgo, a sua e nostra vergogna, ha tributato un omaggio a quella soldataglia riconoscendola come combattente per la libertà. Il Primo Maggio nel Donbass è dunque contro il fascismo, contro la guerra, contro la distruzione dei diritti sociali e del lavoro e anche contro l'infame ipocrisia della UE e dei suoi governi".
Della delegazione fa parte anche la parlamentare europea della sinistra Eleonora Forenza: "Penso che sia stato un calcolo cinico quello degli Usa e delle potenze europee di fomentare la guerra civile e sostenere i gruppi banderisti per poter perseguire i loro disegni geopolitici, di accerchiamento della Russia, ridefinendo gli equilibri internazionali e spostando sempre piu ad est i confini della Nato. Un calcolo cinico ed anche sbagliato. L’Ucraina oggi sopravvive solo grazie ai generosi aiuti occidentali ed europei, ma è uno stato fallito".
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27/10/2016
Ecrasez l’infame
Tra le molte derive linguistiche della sinistra rosa, ce n’è una davvero significativa: quella di procedere per “scomunica rossobruna” verso qualsiasi posizione politica dell’universo mondo che non coincida pedissequamente con le proprie teorie post-moderne sull’uomo e il suo destino. Tutto rientrerebbe nel distopico universo online in cui, in genere, prendono vita, divampano e rapidamente muoiono le dispute politiche del XXI secolo. Eppure in questo caso la questione ci sembra leggermente più problematica. Da qualche tempo una fitta(?) schiera di scienziati sociali, twittologi, facebookers, pinterestomani, instagrammofoni, alle prese con lo smascheramento del complotto neofascista mondiale, indaga sulla natura rossobruna di “certa sinistra”.
Siccome la tesi, che condividiamo, è che il “rossobrunismo” non sia altro che neofascismo mascherato, delle due l’una: o i rossubruni sono in tutto e per tutto neofascisti, quindi da combattere con ogni mezzo necessario (come ammette vigorosamente la schiera di neofascistologi), oppure il rossobrunismo è solamente un’accusa morale rivolta al “compagno che sbaglia” o che non è in linea con le posizioni della suddetta sinistra. Propendiamo nettamente per la prima ipotesi, ma a leggere certi dibattiti il dubbio è più che legittimo. Visto che rossobruno e neofascista sono sinonimi, dev’essere in corso un cortocircuito mentale di vaste proporzioni nell’universo internettiano “di sinistra” (“universo” che ha però le dimensioni di un satellite di un pianeta nano, in questo caso). Da qualche tempo va di moda, anzi fa proprio fico nei circoli della sinistra bohemian rhapsody, dare dei rossobruni alla Banda Bassotti. Rossobruni, cioè in pratica neofascisti. Alla Banda Bassotti.
Qui il delirium tremens.
Facciamo un bel respiro, contiamo fino cento, ecco... possiamo riprendere.
La Banda Bassotti, senza nulla togliere a una numerosa serie di grandi gruppi musicali militanti, è un’esperienza unica nel suo genere in Italia e in Europa. E’ l’esperienza di un collettivo di manovali, operai, proletari della periferia romana, che da trent’anni – non tre settimane, trent’anni – continuando ad essere manovali, è anche il più famoso e importante gruppo musicale della scena militante, antifascista e comunista in Italia. E’ una di quelle esperienze che andrebbero salvaguardate, davanti a cui ci si dovrebbe inchinare, al netto e a prescindere delle diverse posizioni politiche che si possono avere, ovviamente. Fa parte di un mondo che non c’è più, scomparso da tempo, quando la sinistra era capace di politicizzare certo proletariato metropolitano, attirando a sé pezzi di società altrimenti destinati alla rassegnazione esistenziale o alla delinquenza comune. Senza essere dei “militanti politici” in senso stretto, sono presenti nelle lotte di classe cittadine e internazionali dagli anni Ottanta. La loro musica ha creato più immaginario anticapitalista che il resto del cosiddetto “movimento” messo insieme in questi anni. Dare dei fascisti alla Banda Bassotti non significa tanto equivocare un termine, quello di rossobruno, possibile solo nel mondo artificiale della rete (perché dal vivo, chissà come mai, tutti tornano a più miti consigli: quando un uomo con la tastiera incontra un uomo con la cucchiara, in genere l’uomo con la tastiera è un uomo morto). Significa promuovere un’idea di mondo per cui tutto ciò che si contrappone all’esasperato particolarismo dei nostri percorsi ultra-minoritari viene relegato a fascismo, criptofascismo, rossobrunismo, autoritarismo, sovranismo, eccetera. Peraltro, considerazione marginale ma non meno importante, internet ha abolito il senso del rispetto. Bollare come neofascisti un collettivo di operai dalla comode poltrone del commentatore online racchiude egregiamente certo spirito dei tempi.
Ovviamente il discorso sul rossobrunismo può essere trasferito a tutta un’altra serie di epiteti utilizzati come clave attraverso cui randellare la sinistra comunista. Il più bello è “sovranismo”, con cui bollare tutti coloro che parlano di “sovranità”, non si capisce come e quando divenuto in questi ultimi anni sinonimo di fascismo(!!). E’ la valanga post-moderna che ci travolge. La deriva attraverso cui legittimare, scomunicando tutto il resto, una visione del mondo per cui dileguate le ideologie, finita la Storia – quella con la S maiuscola – non ci resta che l’eterno presente con cui fare i conti, le nostre piccole storie quotidiane, la ricerca di senso che parte dal proprio io individuale e dalle nostre micro-comunità zoologiche. Un “potere” da condizionare, limitare, controllare, frenare, arginare, ma mai da conquistare. Un’ideologia che si serve solo di esperienze particolari e mai di analisi generali (bollate tutte come “geopoliticismo”, altro neologismo caro ai neofascistologi d’ogni latitudine che, ormai, mettono nello stesso calderone geopolitica e antimperialismo, catalogando il tutto come rossobrunismo, quindi neofascismo), frutto di un cinquantennio di egemonia filosofica della cosiddetta italian theory che è un miscuglio sconsiderato di operaismo+foucaultismo+cassonettibruciati. Tutto avviene nella virtualità delle proprie second life online, ovviamente. Perché la vita, così come la storia dell’uomo, è fatta di rapporti di forze. Che invece sono materialissimi, e a volte fanno anche male.
Fonte
Siccome la tesi, che condividiamo, è che il “rossobrunismo” non sia altro che neofascismo mascherato, delle due l’una: o i rossubruni sono in tutto e per tutto neofascisti, quindi da combattere con ogni mezzo necessario (come ammette vigorosamente la schiera di neofascistologi), oppure il rossobrunismo è solamente un’accusa morale rivolta al “compagno che sbaglia” o che non è in linea con le posizioni della suddetta sinistra. Propendiamo nettamente per la prima ipotesi, ma a leggere certi dibattiti il dubbio è più che legittimo. Visto che rossobruno e neofascista sono sinonimi, dev’essere in corso un cortocircuito mentale di vaste proporzioni nell’universo internettiano “di sinistra” (“universo” che ha però le dimensioni di un satellite di un pianeta nano, in questo caso). Da qualche tempo va di moda, anzi fa proprio fico nei circoli della sinistra bohemian rhapsody, dare dei rossobruni alla Banda Bassotti. Rossobruni, cioè in pratica neofascisti. Alla Banda Bassotti.
Qui il delirium tremens.
Facciamo un bel respiro, contiamo fino cento, ecco... possiamo riprendere.
La Banda Bassotti, senza nulla togliere a una numerosa serie di grandi gruppi musicali militanti, è un’esperienza unica nel suo genere in Italia e in Europa. E’ l’esperienza di un collettivo di manovali, operai, proletari della periferia romana, che da trent’anni – non tre settimane, trent’anni – continuando ad essere manovali, è anche il più famoso e importante gruppo musicale della scena militante, antifascista e comunista in Italia. E’ una di quelle esperienze che andrebbero salvaguardate, davanti a cui ci si dovrebbe inchinare, al netto e a prescindere delle diverse posizioni politiche che si possono avere, ovviamente. Fa parte di un mondo che non c’è più, scomparso da tempo, quando la sinistra era capace di politicizzare certo proletariato metropolitano, attirando a sé pezzi di società altrimenti destinati alla rassegnazione esistenziale o alla delinquenza comune. Senza essere dei “militanti politici” in senso stretto, sono presenti nelle lotte di classe cittadine e internazionali dagli anni Ottanta. La loro musica ha creato più immaginario anticapitalista che il resto del cosiddetto “movimento” messo insieme in questi anni. Dare dei fascisti alla Banda Bassotti non significa tanto equivocare un termine, quello di rossobruno, possibile solo nel mondo artificiale della rete (perché dal vivo, chissà come mai, tutti tornano a più miti consigli: quando un uomo con la tastiera incontra un uomo con la cucchiara, in genere l’uomo con la tastiera è un uomo morto). Significa promuovere un’idea di mondo per cui tutto ciò che si contrappone all’esasperato particolarismo dei nostri percorsi ultra-minoritari viene relegato a fascismo, criptofascismo, rossobrunismo, autoritarismo, sovranismo, eccetera. Peraltro, considerazione marginale ma non meno importante, internet ha abolito il senso del rispetto. Bollare come neofascisti un collettivo di operai dalla comode poltrone del commentatore online racchiude egregiamente certo spirito dei tempi.
Ovviamente il discorso sul rossobrunismo può essere trasferito a tutta un’altra serie di epiteti utilizzati come clave attraverso cui randellare la sinistra comunista. Il più bello è “sovranismo”, con cui bollare tutti coloro che parlano di “sovranità”, non si capisce come e quando divenuto in questi ultimi anni sinonimo di fascismo(!!). E’ la valanga post-moderna che ci travolge. La deriva attraverso cui legittimare, scomunicando tutto il resto, una visione del mondo per cui dileguate le ideologie, finita la Storia – quella con la S maiuscola – non ci resta che l’eterno presente con cui fare i conti, le nostre piccole storie quotidiane, la ricerca di senso che parte dal proprio io individuale e dalle nostre micro-comunità zoologiche. Un “potere” da condizionare, limitare, controllare, frenare, arginare, ma mai da conquistare. Un’ideologia che si serve solo di esperienze particolari e mai di analisi generali (bollate tutte come “geopoliticismo”, altro neologismo caro ai neofascistologi d’ogni latitudine che, ormai, mettono nello stesso calderone geopolitica e antimperialismo, catalogando il tutto come rossobrunismo, quindi neofascismo), frutto di un cinquantennio di egemonia filosofica della cosiddetta italian theory che è un miscuglio sconsiderato di operaismo+foucaultismo+cassonettibruciati. Tutto avviene nella virtualità delle proprie second life online, ovviamente. Perché la vita, così come la storia dell’uomo, è fatta di rapporti di forze. Che invece sono materialissimi, e a volte fanno anche male.
Fonte
12/05/2015
Donbass: la Carovana Antifascista è tornata
“Per Kiev qua in Donbass siamo tutti terroristi. I nostri uomini, naturalmente. Ma per loro anche le nostre donne, i nostri vecchi, i nostri bambini sono dei terroristi”.
Nel suo ottimo italiano e con una determinazione che ci colpisce Lyudmila rivendica il punto di vista suo e quello di una intera popolazione che immediatamente dopo il golpe occidentale del febbraio 2014 il nuovo regime sciovinista ucraino ha indicato come il nemico interno, il corpo estraneo da annichilire. “I russi” che nella propaganda ufficiale avrebbero occupato le regioni orientali dell’Ucraina altro non sono che gli abitanti di quelle terre che non hanno accettato il cambio di regime e armi alla mano hanno cominciato ad opporsi alle persecuzioni.
Un nemico da eliminare e da ridurre al silenzio, anche a costo di scatenare quella cosiddetta ‘operazione antiterrorismo’ che si è subito tramutata in un’invasione del Donbass da parte delle forze armate del regime di Kiev e dei battaglioni punitivi formati da miliziani di estrema destra. Prima sono arrivati gli arresti, i pestaggi, gli omicidi, i pogrom contro le sedi politiche delle formazioni comuniste e anche del Partito delle Regioni dell’ex presidente Yanukovich defenestrato dall’ala più violenta di Maidan. Ma presto le persecuzioni hanno lasciato il posto alla guerra, e così un popolo europeo ha di nuovo dovuto subire i bombardamenti indiscriminati, le fucilazioni, l’imposizione della legge marziale, la fame, l’esodo.
Se buona parte del Donbass oggi non è una provincia normalizzata dell’Ucraina sciovinista è perché la sua popolazione ha deciso di resistere, costi quel che costi. Non pochi gruppi ‘istigati da Mosca’, come continuano a raccontare le veline ufficiali di un sistema mediatico lontano dalla realtà quanto dall’obiettività di cui la professione in questione richiederebbe ampio uso. Se non ci fosse stato il sostegno attivo di una consistente quota degli abitanti di Donetsk e Lugansk le milizie popolari e i combattenti accorsi dalla Russia e da altri paesi dell’ex Unione Sovietica non avrebbero potuto fare molto per arrestare le imponenti offensive scatenate a più riprese dalle forze armate di Kiev sostenute dalla Nato, dagli Usa e dall’Unione Europea.
Lyudmila è una delle tante che nel periodo che abbiamo trascorso in Donbass grazie all’iniziativa organizzata dalla Banda Bassotti ci ha mostrato l’altra faccia di un conflitto che media e politica raccontano esclusivamente dal punto di vista degli aggressori. Ci ha fermato mentre sfilavamo insieme alle varie delegazioni internazionali nella parata organizzata in occasione del ‘Giorno della Vittoria’ nelle strade di Alchevsk, un centro che prima dell’inizio della guerra civile aveva 115 mila abitanti, e che sorge a pochi chilometri dal fronte. E’ qui che la Carovana Antifascista ha fatto base per tutta la durata della missione, ospite nella caserma dei combattenti comunisti della Brigata Prizrak.
Quando ha sentito parlare e cantare in italiano ci ha bloccato, non le pareva vero che dall’Italia fossero arrivate in Donbass così tante persone – dall’Italia sono almeno 50 gli attivisti che si sono uniti alla Carovana – per esprimere solidarietà e vicinanza alla sua gente. Nonostante la martellante propaganda ufficiale dei governi europei.
La signora, ci racconta, è nata in Siberia, ma vive ad Alchevsk ormai da quando ha un anno. E il suo cruccio, dati i suoi forti legami con l’Italia sono le falsità e le cattiverie gratuite diffuse dai mezzi di informazione italiani sul conto della sua gente e di quanto sta accadendo nella sua terra.
“Quando sento i miei amici italiani al telefono mi riferiscono le cose che si dicono in tv e i giornali su quanto starebbe succedendo qui. Bugie senza ritegno. Dico sempre ai miei amici, in particolare ad un Carabiniere di Firenze, di smettere di credere a tutto ciò che racconta la tv. Che noi siamo gente pacifica, che vogliamo solo il rispetto dei nostri diritti, della nostra dignità, non siamo barbari assetati di sangue”.
A chiusura della breve intervista che le facciamo all’ombra degli ombrelloni del modernissimo “Caffè Celentano” di Alchevsk, la signora Lyudmila lancia un appello al governo italiano. Un appello secco, lucido e inequivocabile: “Che la smettano di appoggiare, di finanziare, di sostenere il regime di Kiev che ci bombarda e che ammazza la nostra gente. Noi vogliamo solo vivere in pace”.
La salutiamo emozionati, e ci accorgiamo che a poca distanza, in un angolo dell’enorme e bella piazza Lenin dominata dal monumento al rivoluzionario bolscevico, i due rappresentanti della sinistra rivoluzionaria turca che fanno parte della Carovana stanno parlando animatamente con un miliziano. E’ un cittadino turco, ci spiegheranno poi, che ha servito nell’esercito di Kiev quando il colpo di stato nazionalista filoccidentale dell’anno scorso lo ha convinto a unirsi alla resistenza novorussa. Vedere due esponenti del Grup Yorum confrontarsi con un loro concittadino in divisa ci fa un certo effetto, mentre la Banda Bassotti suona gli ultimi pezzi al termine della parata. Per tutta la mattina abbiamo sfilato, con le nostre bandiere e i nostri striscioni, nelle vie di Alchevsk cantando canzoni partigiane e di lotta. Ogni delegazione lo ha fatto nella sua lingua, anche se spesso i motivi sono gli stessi.
A contendersi l’etere sono stati gli italiani – la delegazione più numerosa – gli iberici e i greci, una trentina e una quindicina rispettivamente. E’ difficile non notare come la componente ultramaggioritaria della Carovana Antifascista giunta il Donbass il 6 maggio provenga dai ‘paesi maiali’, e infatti David Cacchione dalla Banda ce lo fa notare spesso con una nota di orgoglio.
Davanti e dietro ai nostri spezzoni sfilano migliaia di persone, in divisa e non, mentre in alcuni angoli i miliziani armati vegliano sulla sicurezza della popolazione (il fronte è vicino e c’è comunque il rischio che i commandos di sabotatori che Kiev infiltra nel territorio delle Repubbliche Popolari possano passare all’azione). I bambini e non solo si fanno fotografare accanto a qualche mezzo blindato esposto durante il percorso della marcia, mentre i più intraprendenti scalano un carro armato addobbato con fiori e bandiere rosse.
In testa alla parata ci sono i veterani della ‘Grande Guerra di Liberazione” che riuscì a liberare l’Unione Sovietica e l’intera Europa dal cancro del fascismo e del nazismo, ma solo a costo di tremende distruzioni e della perdita di decine di milioni di vite. I bambini e anche molti adulti – soprattutto le vedove – sfilano vestiti a festa mostrando le foto dei caduti. Il momento clou è rappresentato dal passaggio delle persone davanti al monumento ai morti della ‘Grande guerra patriottica’, davanti al quale arde una fiamma perenne accanto alla quale in moltissimi depongono bei mazzi di fiori mentre musica e interventi ricordano l’importanza della memoria. Nonostante il diluvio che si scatena improvviso non ci sottraiamo e tra gli applausi anche noi deponiamo mazzi di fiori sul monumento ai caduti. Mentre dall’Italia ci arriva la notizia che è Silvio Berlusconi l’unico esponente politico italiano di spicco che definisce un errore madornale l’assenza del premier e del presidente italiano alle imponenti celebrazioni di Mosca, ci rendiamo conto di vivere in quei momenti quel 25 aprile ridotto ormai nel nostro paese a festa di pochi, svuotato dei suoi contenuti forti e trasformato in giornata neutrale dagli eredi smemorati di chi 70 anni fa combattè eroicamente contro fascisti e nazisti.
Non possiamo fare a meno di notare che se dall’altra parte del fronte le strade se le sono prese – con la violenza e con l’inganno – i nazisti, i razzisti, i nostalgici e i continuatori dei battaglioni di ucraini che dopo l’invasione nazista si arruolarono nelle SS tedesche facendo strage del loro stesso popolo, noi sfiliamo insieme a uomini e donne che cantano con noi l’Internazionale e Bella Ciao, che indossano orgogliosi il nastro di San Giorgio, che sventolano le bandiere rosse con la Falce e Martello. Compresi centinaia di miliziani e cosacchi, e non solo quelli della Brigata Prizrak che ci ospita. Siamo circondati dalla “nostra gente”, e ci sentiamo a casa.
Nonostante tutto l’Unione Sovietica non ha lasciato dietro di sé soltanto macerie, e la toccante partecipazione popolare al settantesimo anniversario della Vittoria sul Nazifascismo ci riempie il cuore perché non è possibile spiegarla solo come frutto della nostalgia o dell’inerzia. Certi valori oggi sono, come dire, ‘tornati di moda’ da queste parti insieme – non è possibile nasconderlo – ad un nazionalismo pan russo (non necessariamente sciovinista) al quale molti russi si attaccano per difendersi da una ostilità crescente del mondo, dall’accerchiamento al quale la cosiddetta comunità internazionale condanna queste popolazioni e alla minaccia di una guerra globale che la situazione ucraina potrebbe incubare. Quando passiamo la gente ai nostri lati alza il pugno e grida insieme a noi ‘No pasaran’, in tanti ci vengono incontro, ci baciano, ci abbracciano, ci ringraziano commossi per aver rotto il silenzio e l’isolamento. Le lacrime sgorgano, rigano le guance degli abitanti così come i volti degli attivisti e delle attiviste arrivate dall’Italia, dalla Grecia, dal Paese Basco, dalla Catalogna, da varie regioni dello Stato Spagnolo, dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dalla Turchia, dalla Polonia, dalla Russia, dalla Francia, dalla Germania e da altri paesi. Il viaggio di andata, passando per la Russia, è stato lungo e massacrante e quello di ritorno – ne eravamo tutti già consapevoli – lo sarebbe stato ancora di più. Ma il calore umano e politico sincero respirato il 9 maggio ci ha ripagato in pieno. La sera prima, mentre la Banda Bassotti e alcuni componenti del Grup Yorum suonavano davanti alla sede del municipio di Alchevsk davanti ad un pubblico curioso, un anziano ci ha avvicinato e ci ha chiesto se fossimo italiani. Purtroppo non parliamo il russo e la comunicazione è minima, ma alcune delle cose che ci ha detto commosso in un misto di russo, francese e spagnolo (reminiscenze degli studi) erano inconfondibili: internazionalismo, solidarietà, compagni, libertà…
Se nei primi giorni della nostra presenza ad Alchevsk era evidente che quasi nessuno sapesse del nostro arrivo – anche per evidenti necessità di tutelare la nostra sicurezza – nei giorni seguenti il calore attorno agli internazionalisti è cresciuto. Girando tra i banchi del mercato cittadino non mancavano saluti e sorrisi – compreso anche qualche ‘No pasaran’ a pugno chiuso – e la domanda più ricorrente era: “Italiani o spagnoli?”.
Mentre cerchiamo di cogliere ogni particolare della situazione in cui siamo immersi siamo fortemente coscienti del valore che ha per questa gente anche solo la nostra presenza lì, insieme a loro, in questa terra martoriata che ci regala un momento di festa e di sincera e intima partecipazione popolare che ci riempie il cuore. Una breve anche se intensa pausa di pace e normalità che non sappiamo quanto potrà durare. In molti, in particolare i comandi militari della resistenza, sono convinti che il periodo di relativa tranquillità determinato dagli accordi di Minsk sia ormai agli sgoccioli e che l’esercito ucraino con il sostegno degli istruttori militari arrivati da Washington e Londra sia sul punto di sferrare una nuova micidiale offensiva.
Ora che la Carovana è finita la responsabilità di chi tra noi ha potuto incontrare una popolazione il cui punto di vista viene sistematicamente cancellato dal nostro sistema mediatico è ancora più grande.
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