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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/05/2026

Libano senza tregua. Bombardamenti e villaggi fantasma

Una delegazione della Banda Bassotti e della Carovana Antifascista si trova in Libano di nuovo sotto le bombe israeliane nonostante il cessate il fuoco.

Mercoledi sera alle 20 le bombe sioniste sono tornate a cadere a Beirut. Parlando con la gente di qui, nessuno si aspettava un nuovo attacco israeliano sulla capitale libanese. Quella sorta di trattativa aperta tra gli USA e l’Iran, teneva le bombe lontano da Beirut.

Ma ieri sera Israele ha cercato di assassinare Malik Balouth, Comandante delle Forze Speciali degli Hezbollah. In questo mondo quando Israele cerca di assassinare qualcuno, bombarda interi palazzi.

Questo è di fatto il primo bombardamento sulla capitale libanese dopo il cessate il fuoco del 16 aprile

In questi giorni a Beirut la delegazione ha visitato la tomba di Franco Fontana, conosciuto come il ‘compagno Joseph’. 

A metà degli anni ‘70 Fontana si era unito in Libano al Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (Fdlp), andando a combattere a fianco dei palestinesi. Nel 1982 era poi tornato in Italia.

Dopo più di 30 anni era tornato in Libano e la sua volontà era di essere seppellito insieme ai combattenti palestinesi. La sua tomba è nel campo di Chatila nel Cimitero dei martiri della Rivoluzione palestinese.

Nello stesso campo oggetto dei massacri falangisti e israeliani del 1982, la delegazione si è incontrata con Naji Dawali, presidente del Comitato Popolare che gestisce le varie problematiche del Campo di Chatila. La delegazione ha poi visitato il campo profughi palestinese di Burj el Barajneh.

Venerdì la delegazione ha incontrato George Abdallah il militante antimperialista rinchiuso per decenni nelle carceri francesi e liberato nel 2025. La Francia dopo più di 40 anni l’ha scarcerato e lo ha subito espulso verso il Libano.

Giovedì eravamo stati nel sud del Libano a cercare testimonianze sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano.

Mentre eravamo sulla strada di ritorno diretti a Beirut, una notizia arriva al telefono del giornalista che ci accompagna. Un missile ed un drone avevano appena colpito una casa nel suo piccolo paese di origine.

La notizia ci arriva senza molte altre spiegazioni. Così deviamo dal nostro percorso di ritorno per dirigerci al paese dove ancora risiede la famiglia del giornalista.

Qui moltissimi abitanti hanno abbandonato le proprie abitazioni. Spinti dalla guerra e dai continui proclami del governo di Netanyahu che incita le popolazioni del sud del Libano ad abbandonare le proprie case.

Per arrivare a Doueir, attraversiamo alcuni piccolissimi paesi deserti. Così improvvisamente faccio caso che non vedo più nessuno per strada. Tutti negozi chiusi, nessun abitante visibile.

Città fantasma le definirei. Appena entrati nel paese ci infiliamo su una stradina che costeggia un cimitero distrutto dai bombardamenti.

Di lato al piccolissimo cimitero vediamo due ragazzi che ci fanno segno di andare avanti e di non ostruire la stradina. Devono arrivare mezzi di soccorso... Meno di 50 metri dopo parcheggiamo di lato ad una casa distrutta. Vediamo fumo e pietre ovunque. Ci sono persone che si muovono velocemente e subito dietro a noi arriva un ambulanza.

Il missile israeliano era arrivato da meno di un ora e aveva distrutto la casa. Chiedendo notizie dell’esplosione, ci dicono che ci sono due morti sotto le macerie. Forse anche una bambina. Ci chiedono di non fare foto e non fare riprese. Mentre prendono ferri da lavoro per tirare fuori dalle macerie i corpi, ci suggeriscono ancora una volta di non muoverci.

Cosi ci fermiamo una decina di minuti di lato alla casa colpita, ma impossibilitati a fare qualsiasi cosa, decidiamo di andare via. Di contorno a tutto questo, si ascoltavano distintamente suoni sordi di esplosioni.

Arrivati a Beirut ci arriva la notizia che poco dopo la nostra uscita di scena, un altro missile aveva colpito la casa vicina e un drone aveva ucciso due ragazzi su una moto. E sembra anche sia stato assassinato uno dei soccorritori che avevamo visto poco prima. Qui le notizie arrivano talmente di corsa che non abbiamo certezza dell’accaduto né tempo né voglia per verificare. Quello che abbiamo visto ci è sufficiente.

Da queste parti un paio di cose sono certe. In Libano la tregua non esiste. E i civili, le case, le ambulanze, le scuole sono obbiettivi primari per l’esercito sionista.

Siamo stati testimoni diretti degli omicidi sui civili.

I crimini sui civili sono vietati ovunque. Chiediamo ai governi di fermare questa pratica criminale!

Fonte

07/05/2017

Donbass: l’Unione Europea complice della guerra e del fascismo

Mentre la Carovana Antifascista stava concludendo il suo programma di incontri con le autorità e le popolazioni del Donbass alcune agenzie di stampa diffondevano la notizia che il regime ucraino aveva chiesto l’arresto e l’estradizione a Kiev (!) di tutti i componenti della delegazione in visita nelle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk.

A detta del governo ucraino – e per l’Unione Europea e gli Usa che lo sostengono e lo armano – le regioni orientali dell’Ucraina che nel 2014 si sollevarono contro il golpe banderista avvenuto a Kiev sarebbero ‘occupate’ e quindi coloro che hanno partecipato alla Carovana Antifascista, dalla Banda Bassotti ai dirigenti dell’Usb, dalla delegazione della Rete dei Comunisti a quelle di Eurostop e di Rifondazione Comunista, oltre agli attivisti spagnoli, catalani, greci, britannici e tedeschi, avrebbero violato le leggi ucraine commettendo il reato di ‘ingresso illegale’ o addirittura quello di ‘sostegno al terrorismo’.

Peccato che quelle regioni siano ‘occupate’ solo dalle proprie popolazioni – delle decine di migliaia di militari e tank russi invasori di cui insistentemente parlano i media ucraini e quelli occidentali nessuno ha visto traccia – e che i circa 50 componenti della missione internazionalista siano entrati nelle due repubbliche passando attraverso un confine sul quale le autorità di Kiev non esercitano alcuna sovranità ormai da ben tre anni.

Per quanto la richiesta del regime di Kiev possa apparire grottesca – e lo è sicuramente – il messaggio inviato al governo italiano e all’Unione Europea tutta dai nazionalisti che spadroneggiano in Ucraina non va affatto sottovalutato. Al di là del fatto che i governi europei possano o meno intraprendere azioni legali per conto del regime banderista contro gli attivisti politici e i dirigenti sindacali internazionalisti (e l’aria che tira, dalle nostre parti, è davvero pesante), la vicenda fa emergere prepotentemente il rapporto privilegiato tra la diplomazia europea e gli esponenti di una classe politica ucraina composta da oligarchi, fascisti e veri e propri banditi.

D’altronde se tre anni fa il golpe delle opposizioni di destra e filoccidentali è andato in porto è stato grazie all’attivo sostegno non solo degli Stati Uniti e della Nato, ma anche dell’Unione Europea, tanto interessata ad allargare i suoi confini fino alle porte della Federazione Russa da sdoganare e sostenere bande paramilitari di estrema destra che si sono fortemente radicate nel nuovo regime, fino ad esprimere alcuni ministri e alcuni leader delle forze armate, nonostante la loro scarsa consistenza elettorale.

Se la sollevazione inizialmente pacifica delle popolazioni russofone del Donbass – prese immediatamente di mira dal nuovo regime razzista – è stata da subito repressa con le armi dalle forze armate ucraine e dai feroci battaglioni punitivi neonazisti, portando alla costituzione delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, è stato grazie al sostegno concesso dalle diplomazie europee agli oligarchi e ai signori della guerra ucraini.

Il popolo ucraino ha pagato e sta pagando assai caro il sostegno occidentale: in cambio degli aiuti finanziari intascati in buona parte dai nuovi governanti o investiti in una guerra condotta contro le popolazioni del Donbass bombardate quotidianamente da ormai tre anni, il regime ucraino è stato costretto dall’Ue e dal Fondo Monetario Internazionale ad avviare una serie di ‘riforme’ che hanno rapidamente portato ad un aumento esponenziale della povertà e costretto centinaia di migliaia di lavoratori all’emigrazione: privatizzazioni, licenziamenti, aumenti delle tariffe e dei prezzi dei servizi basici, tagli all’assistenza sociale.

Oggi l’Ucraina è governata da un regime fascistoide e repressivo, con una economia alla bancarotta e controllata da poteri stranieri voraci, mentre da tre anni migliaia di persone continuano a morire o a perdere tutto a causa di una guerra innescata dalla destabilizzazione degli Stati Uniti che miravano a includere l’Ucraina nella Nato e dall’Unione Europea che mirava ad assorbire Kiev nella propria sfera politica ed economica. Un passo falso che ha obbligato la Russia a reagire per evitare che l’accerchiamento lanciato anni prima – do you remember la guerra per procura della Georgia contro Mosca del 2008? – diventasse definitivo, un nuovo step all’interno di una tendenza alla guerra che sembra connaturata al nuovo assetto delle relazioni internazionali.

In questi ultimi tre anni spesso, a sinistra, si è sottovalutato il ruolo dell’Unione Europea, e in particolare della locomotiva franco-tedesca, nella crisi sfociata in una guerra che ha mietuto finora decine di migliaia di vittime e che ha risvegliato il mostro del fascismo.

Quella stessa classe dirigente che oggi chiede a gran voce ai francesi di votare l’ultraliberista ed europeista Macron pur di “sbarrare la strada al fascismo” non ha esitato a utilizzare ed armare i fascisti e i nazisti di Kiev scatenati contro le popolazioni russofone, i comunisti, i dissidenti di sinistra e tutte le minoranze etniche e culturali del paese che la rediviva ideologia banderista considera corpi estranei da annichilire.

Quegli stessi ambienti che si vantano di aver garantito ai popoli europei “settanta anni di pace” non hanno esitato a spingere gli oligarchi di Kiev a scatenare un sanguinoso conflitto contro le popolazioni del Donbass, pur di imporre i propri interessi. L’Ucraina, e il Donbass, sono Europa quanto l’Italia o la Germania, così come lo era la ex Jugoslavia massacrata dalle mire espansionistiche di Bruxelles e Washington.

L’Unione Europea è complice della guerra e del fascismo, è bene dirlo forte e chiaro nell’anniversario della sconfitta del fascismo e del nazismo al termine di una guerra che costò la vita a decine di milioni di uomini e di donne in tutto il mondo.

Fonte

12/05/2015

Donbass: la Carovana Antifascista è tornata


“Per Kiev qua in Donbass siamo tutti terroristi. I nostri uomini, naturalmente. Ma per loro anche le nostre donne, i nostri vecchi, i nostri bambini sono dei terroristi”.

Nel suo ottimo italiano e con una determinazione che ci colpisce Lyudmila rivendica il punto di vista suo e quello di una intera popolazione che immediatamente dopo il golpe occidentale del febbraio 2014 il nuovo regime sciovinista ucraino ha indicato come il nemico interno, il corpo estraneo da annichilire. “I russi” che nella propaganda ufficiale avrebbero occupato le regioni orientali dell’Ucraina altro non sono che gli abitanti di quelle terre che non hanno accettato il cambio di regime e armi alla mano hanno cominciato ad opporsi alle persecuzioni.

Un nemico da eliminare e da ridurre al silenzio, anche a costo di scatenare quella cosiddetta ‘operazione antiterrorismo’ che si è subito tramutata in un’invasione del Donbass da parte delle forze armate del regime di Kiev e dei battaglioni punitivi formati da miliziani di estrema destra. Prima sono arrivati gli arresti, i pestaggi, gli omicidi, i pogrom contro le sedi politiche delle formazioni comuniste e anche del Partito delle Regioni dell’ex presidente Yanukovich defenestrato dall’ala più violenta di Maidan. Ma presto le persecuzioni hanno lasciato il posto alla guerra, e così un popolo europeo ha di nuovo dovuto subire i bombardamenti indiscriminati, le fucilazioni, l’imposizione della legge marziale, la fame, l’esodo.

Se buona parte del Donbass oggi non è una provincia normalizzata dell’Ucraina sciovinista è perché la sua popolazione ha deciso di resistere, costi quel che costi. Non pochi gruppi ‘istigati da Mosca’, come continuano a raccontare le veline ufficiali di un sistema mediatico lontano dalla realtà quanto dall’obiettività di cui la professione in questione richiederebbe ampio uso. Se non ci fosse stato il sostegno attivo di una consistente quota degli abitanti di Donetsk e Lugansk le milizie popolari e i combattenti accorsi dalla Russia e da altri paesi dell’ex Unione Sovietica non avrebbero potuto fare molto per arrestare le imponenti offensive scatenate a più riprese dalle forze armate di Kiev sostenute dalla Nato, dagli Usa e dall’Unione Europea.

Lyudmila è una delle tante che nel periodo che abbiamo trascorso in Donbass grazie all’iniziativa organizzata dalla Banda Bassotti ci ha mostrato l’altra faccia di un conflitto che media e politica raccontano esclusivamente dal punto di vista degli aggressori. Ci ha fermato mentre sfilavamo insieme alle varie delegazioni internazionali nella parata organizzata in occasione del ‘Giorno della Vittoria’ nelle strade di Alchevsk, un centro che prima dell’inizio della guerra civile aveva 115 mila abitanti, e che sorge a pochi chilometri dal fronte. E’ qui che la Carovana Antifascista ha fatto base per tutta la durata della missione, ospite nella caserma dei combattenti comunisti della Brigata Prizrak.

Quando ha sentito parlare e cantare in italiano ci ha bloccato, non le pareva vero che dall’Italia fossero arrivate in Donbass così tante persone – dall’Italia sono almeno 50 gli attivisti che si sono uniti alla Carovana – per esprimere solidarietà e vicinanza alla sua gente. Nonostante la martellante propaganda ufficiale dei governi europei.

La signora, ci racconta, è nata in Siberia, ma vive ad Alchevsk ormai da quando ha un anno. E il suo cruccio, dati i suoi forti legami con l’Italia sono le falsità e le cattiverie gratuite diffuse dai mezzi di informazione italiani sul conto della sua gente e di quanto sta accadendo nella sua terra.

“Quando sento i miei amici italiani al telefono mi riferiscono le cose che si dicono in tv e i giornali su quanto starebbe succedendo qui. Bugie senza ritegno. Dico sempre ai miei amici, in particolare ad un Carabiniere di Firenze, di smettere di credere a tutto ciò che racconta la tv. Che noi siamo gente pacifica, che vogliamo solo il rispetto dei nostri diritti, della nostra dignità, non siamo barbari assetati di sangue”.

A chiusura della breve intervista che le facciamo all’ombra degli ombrelloni del modernissimo “Caffè Celentano” di Alchevsk, la signora Lyudmila lancia un appello al governo italiano. Un appello secco, lucido e inequivocabile: “Che la smettano di appoggiare, di finanziare, di sostenere il regime di Kiev che ci bombarda e che ammazza la nostra gente. Noi vogliamo solo vivere in pace”.

La salutiamo emozionati, e ci accorgiamo che a poca distanza, in un angolo dell’enorme e bella piazza Lenin dominata dal monumento al rivoluzionario bolscevico, i due rappresentanti della sinistra rivoluzionaria turca che fanno parte della Carovana stanno parlando animatamente con un miliziano. E’ un cittadino turco, ci spiegheranno poi, che ha servito nell’esercito di Kiev quando il colpo di stato nazionalista filoccidentale dell’anno scorso lo ha convinto a unirsi alla resistenza novorussa. Vedere due esponenti del Grup Yorum confrontarsi con un loro concittadino in divisa ci fa un certo effetto, mentre la Banda Bassotti suona gli ultimi pezzi al termine della parata. Per tutta la mattina abbiamo sfilato, con le nostre bandiere e i nostri striscioni, nelle vie di Alchevsk cantando canzoni partigiane e di lotta. Ogni delegazione lo ha fatto nella sua lingua, anche se spesso i motivi sono gli stessi.

A contendersi l’etere sono stati gli italiani – la delegazione più numerosa – gli iberici e i greci, una trentina e una quindicina rispettivamente. E’ difficile non notare come la componente ultramaggioritaria della Carovana Antifascista giunta il Donbass il 6 maggio provenga dai ‘paesi maiali’, e infatti David Cacchione dalla Banda ce lo fa notare spesso con una nota di orgoglio.

Davanti e dietro ai nostri spezzoni sfilano migliaia di persone, in divisa e non, mentre in alcuni angoli i miliziani armati vegliano sulla sicurezza della popolazione (il fronte è vicino e c’è comunque il rischio che i commandos di sabotatori che Kiev infiltra nel territorio delle Repubbliche Popolari possano passare all’azione). I bambini e non solo si fanno fotografare accanto a qualche mezzo blindato esposto durante il percorso della marcia, mentre i più intraprendenti scalano un carro armato addobbato con fiori e bandiere rosse.

In testa alla parata ci sono i veterani della ‘Grande Guerra di Liberazione” che riuscì a liberare l’Unione Sovietica e l’intera Europa dal cancro del fascismo e del nazismo, ma solo a costo di tremende distruzioni e della perdita di decine di milioni di vite. I bambini e anche molti adulti – soprattutto le vedove – sfilano vestiti a festa mostrando le foto dei caduti. Il momento clou è rappresentato dal passaggio delle persone davanti al monumento ai morti della ‘Grande guerra patriottica’, davanti al quale arde una fiamma perenne accanto alla quale in moltissimi depongono bei mazzi di fiori mentre musica e interventi ricordano l’importanza della memoria. Nonostante il diluvio che si scatena improvviso non ci sottraiamo e tra gli applausi anche noi deponiamo mazzi di fiori sul monumento ai caduti. Mentre dall’Italia ci arriva la notizia che è Silvio Berlusconi l’unico esponente politico italiano di spicco che definisce un errore madornale l’assenza del premier e del presidente italiano alle imponenti celebrazioni di Mosca, ci rendiamo conto di vivere in quei momenti quel 25 aprile ridotto ormai nel nostro paese a festa di pochi, svuotato dei suoi contenuti forti e trasformato in giornata neutrale dagli eredi smemorati di chi 70 anni fa combattè eroicamente contro fascisti e nazisti.

Non possiamo fare a meno di notare che se dall’altra parte del fronte le strade se le sono prese – con la violenza e con l’inganno – i nazisti, i razzisti, i nostalgici e i continuatori dei battaglioni di ucraini che dopo l’invasione nazista si arruolarono nelle SS tedesche facendo strage del loro stesso popolo, noi sfiliamo insieme a uomini e donne che cantano con noi l’Internazionale e Bella Ciao, che indossano orgogliosi il nastro di San Giorgio, che sventolano le bandiere rosse con la Falce e Martello. Compresi centinaia di miliziani e cosacchi, e non solo quelli della Brigata Prizrak che ci ospita. Siamo circondati dalla “nostra gente”, e ci sentiamo a casa.

Nonostante tutto l’Unione Sovietica non ha lasciato dietro di sé soltanto macerie, e la toccante partecipazione popolare al settantesimo anniversario della Vittoria sul Nazifascismo ci riempie il cuore perché non è possibile spiegarla solo come frutto della nostalgia o dell’inerzia. Certi valori oggi sono, come dire, ‘tornati di moda’ da queste parti insieme – non è possibile nasconderlo – ad un nazionalismo pan russo (non necessariamente sciovinista) al quale molti russi si attaccano per difendersi da una ostilità crescente del mondo, dall’accerchiamento al quale la cosiddetta comunità internazionale condanna queste popolazioni e alla minaccia di una guerra globale che la situazione ucraina potrebbe incubare. Quando passiamo la gente ai nostri lati alza il pugno e grida insieme a noi ‘No pasaran’, in tanti ci vengono incontro, ci baciano, ci abbracciano, ci ringraziano commossi per aver rotto il silenzio e l’isolamento. Le lacrime sgorgano, rigano le guance degli abitanti così come i volti degli attivisti e delle attiviste arrivate dall’Italia, dalla Grecia, dal Paese Basco, dalla Catalogna, da varie regioni dello Stato Spagnolo, dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dalla Turchia, dalla Polonia, dalla Russia, dalla Francia, dalla Germania e da altri paesi. Il viaggio di andata, passando per la Russia, è stato lungo e massacrante e quello di ritorno – ne eravamo tutti già consapevoli – lo sarebbe stato ancora di più. Ma il calore umano e politico sincero respirato il 9 maggio ci ha ripagato in pieno. La sera prima, mentre la Banda Bassotti e alcuni componenti del Grup Yorum suonavano davanti alla sede del municipio di Alchevsk davanti ad un pubblico curioso, un anziano ci ha avvicinato e ci ha chiesto se fossimo italiani. Purtroppo non parliamo il russo e la comunicazione è minima, ma alcune delle cose che ci ha detto commosso in un misto di russo, francese e spagnolo (reminiscenze degli studi) erano inconfondibili: internazionalismo, solidarietà, compagni, libertà…

Se nei primi giorni della nostra presenza ad Alchevsk era evidente che quasi nessuno sapesse del nostro arrivo – anche per evidenti necessità di tutelare la nostra sicurezza – nei giorni seguenti il calore attorno agli internazionalisti è cresciuto. Girando tra i banchi del mercato cittadino non mancavano saluti e sorrisi – compreso anche qualche ‘No pasaran’ a pugno chiuso – e la domanda più ricorrente era: “Italiani o spagnoli?”.

Mentre cerchiamo di cogliere ogni particolare della situazione in cui siamo immersi siamo fortemente coscienti del valore che ha per questa gente anche solo la nostra presenza lì, insieme a loro, in questa terra martoriata che ci regala un momento di festa e di sincera e intima partecipazione popolare che ci riempie il cuore. Una breve anche se intensa pausa di pace e normalità che non sappiamo quanto potrà durare. In molti, in particolare i comandi militari della resistenza, sono convinti che il periodo di relativa tranquillità determinato dagli accordi di Minsk sia ormai agli sgoccioli e che l’esercito ucraino con il sostegno degli istruttori militari arrivati da Washington e Londra sia sul punto di sferrare una nuova micidiale offensiva.

Ora che la Carovana è finita la responsabilità di chi tra noi ha potuto incontrare una popolazione il cui punto di vista viene sistematicamente cancellato dal nostro sistema mediatico è ancora più grande.

Fonte

04/05/2015

“Le narrazioni tossiche da smentire”. Una testimonianza dal Donbass

Abbiamo rivolto delle domande ad alcuni compagni della rete nazionale Noi Saremo Tutto che sono in Donbass ormai da più di un mese per sviluppare il progetto di documentazione e solidarietà “Non un passo indietro”.

Siete da diverse settimane in Donbass in attesa dell’arrivo delle delegazioni internazionali che compongono la Carovana Antifascista. Quale bilancio potete tracciare della vostra presenza in quel territorio?

Abbiamo conosciuto in prima persona le situazioni di diversi centri abitati della Repubblica Popolare di Lugansk, sia a ridosso che lontano dal fronte: non sono pochi i miliziani che abbiamo incontrato, in particolare quelli della Brigata Prizrak che risponde agli ordini di Alexey Mozgovoi. Durante queste settimane abbiamo inviato frequenti resoconti su ciò che abbiamo visto e raccolto materiale per realizzare un documentario ed un'altra pubblicazione sull'argomento (successiva a “Ucraina: golpe, guerra e resistenza”, edita da Red Star Press), oltre ad aver fatto non pochi collegamenti in diretta – o in differita quando non era tecnicamente possibile fare altrimenti – nel corso di iniziative pubbliche e trasmissioni radiofoniche.

Pensiamo di aver fatto il possibile mettendo a disposizione materiali, riflessioni ed approfondimenti: il nostro auspicio è che questi possano essere utili e fatti propri soprattutto da chi non ha partecipato a questa esperienza. Non è certo un segreto che la solidarietà con il Donbass, ma più in generale l'informazione su ciò che avviene in Novorossjia, vengano talvolta inquinati da gruppi fascisti e leghisti.

Questa esperienza ci ha dato senz'altro maggiori elementi di comprensione, rispetto ad un quadrante politico-culturale davvero poco battuto dopo la dissoluzione dell'URSS, elementi che ci auguriamo essere stati in grado di trasmettere.

La mancanza di comprensione dei fenomeni sociali e politici di queste latitudini inficia quella dell'imperialismo odierno e quella degli scenari che abbiamo davanti.

La seconda Carovana Antifascista della Banda Bassotti allargherà questo solco, stimolando il dibattito politico che si potrà costruire tra i partecipanti e le organizzazioni progressiste della Novorossjia. Il Forum internazionale che si terrà a Lugansk sarà un'occasione forse irripetibile.

Ma la questione politica fondamentale, per tutti, riguarderà lo sbocco politico complessivo da dare a questo lavoro. Per essere chiari, ciò che sarà dirimente sarà come continuare l'attività in Italia, e più in generale nei paesi da cui arriveranno i partecipanti alla Carovana, e come costruire la solidarietà con la resistenza del Donbass, e più in generale di opposizione alla guerra ed in particolare al ruolo della NATO. Questo non sarà un compito facile, ma è assolutamente ineludibile, se non si vuole rischiare di essere "estemporanei" o che i nostri sforzi, come quelli della Carovana, siano il classico lavoro di Sisifo in cui il masso fin qui faticosamente fatto rotolare in salita, torni inesorabilmente a valle.

Avete avuto la possibilità di conoscere la situazione da molto vicino e a lungo, quali sono i leitmotiv caratteristici della narrazione dei media mainstream che vi sentite di smentire a partire dalla vostra esperienza diretta?

La prima è senz'altro quella dell'invasione russa. Ci sono volontari provenienti dalla Russia, come da tutti i Paesi dell'ex Unione Sovietica, e quelli che tra questi sono militari professionisti, sono tutti veterani in pensione e non percepiscono alcun tipo di emolumento. Non parliamo poi dell'apparato tecnologico-militare che hanno in mano le milizie, largamente conquistato e strappato al nemico e per niente paragonabile a quello a disposizione di uno dei più potenti eserciti del mondo come quello della Federazione Russa.

E' centrale la presenza di un settore sociale che, per analogia con quanto abbiamo fatto analizzando la composizione di classe delle società a capitalismo avanzato, potremmo considerare “l'eccedenza postsovietica”. Come dimostrano la storia ed il presente dei conflitti sociali e nel mondo, e conferma la Novorossija, le classi subalterne sono e sono sempre state la prima linea all'assalto del cielo.

La seconda narrazione tossica è quella dello scontro etnico-linguistico. Ci sono ucraini che combattono da una parte come dall'altra, così come i russi: vale lo stesso per chi proviene dalle altre ex repubbliche sovietiche. Men che meno regge l'interpretazione di uno scontro religioso, o tutto teso alla difesa dell'Ortodossia: per quanto il riferimento al cristianesimo sia importante per alcune componenti, vi sono musulmani che combattono con la resistenza novorussa, così come ci sono battaglioni di jihadisti a fianco delle truppe di Kiev. Abbiamo anche incontrato miliziani di origine ebraica e buddisti.

La terza narrazione tossica è sul presunto sciovinismo gran-russo che sembra soffocare tutto, mentre è proprio la sua negazione che rende possibile l'esistenza di milizie multinazionali.

La responsabilità dei pesanti danni procurati a ciò che era la parte orientale dell'Ucraina e alle sua popolazione è da mettere interamente sul conto dei golpisti di Kiev e dei battaglioni punitivi.

Le milizie sono soprattutto espressione della popolazione "locale" e della composizione sociale che caratterizza questo quadrante: sono parte integrante della società e, dove l'organizzazione sociale funziona meglio, sono il segno visibile di un potere che viene dal basso.

Come vive la popolazione del Donbass? Quali sono i principali problemi che deve affrontare?

L'attività economica dei centri a ridosso del fronte è in ginocchio: questo ha fatto impennare la disoccupazione. La vita è generalmente difficile e sono stati colpiti i centri della vita sociale sia direttamente che indirettamente (scuole, ospedali, mercati). Alcune città, a causa dei danneggiamenti e della chiusura degli esercizi commerciali, hanno un aspetto spettrale, mentre altre funzionano un po' meglio.  Può mancare acqua corrente ed elettricità, e la benzina ha un prezzo proibitivo: i rifornimenti, non solo di carburante, sono difficoltosi anche per lo stato del manto stradale e delle altre infrastrutture (ferrovie, ponti, linee elettriche). Al confine con la Russia, unica fonte d'ossigeno per molti, in macchina si attende circa dieci-dodici ore in entrambi i sensi di attraversamento: solo un poco di meno se si è in autobus.

Nonostante questo, senza nascondere i problemi, c'è una forte determinazione popolare per cercare di voltare pagina: lo abbiamo visto oltre che in molti piccoli gesti quotidiani, ad esempio, nell'entusiasmo percepibile nel corso delle celebrazioni del Primo Maggio a Lugansk, per quanto nella stessa Lugansk viga tuttora il coprifuoco notturno. Tutti gli esercizi commerciali non rimangono aperti oltre le nove di sera mentre altri sono ancora fuori servizio, e altri ancora ridotti a cumuli di macerie e rottami.

Avete potuto approfondire durante queste settimane di permanenza a Lugansk numerosi aspetti del conflitto. Qual è il rapporto, per quello che avete potuto vedere, tra la società e coloro che sono impegnati sul fronte militare? Qual è la condizione delle realtà politiche e delle soggettività sociali comuniste, di sinistra e antifasciste in un contesto comunque dominato da un forte sentimento patriottico pan russo di segno generalmente progressista?

In parte abbiamo già risposto: diciamo che vediamo da un lato la situazione attuale necessariamente concentrata sulle questioni militari in cui si consolida questo "fronte patriottico" trasversale. Per quanto concerne il piano politico, è sempre presente il rischio di riprodurre gli aspetti meno virtuosi dell'Unione Sovietica, come l'eccessiva burocratizzazione e la mancanza di un assetto politico in grado di sviluppare l'iniziativa dal basso. Alcuni elementi d'analisi a tale proposito abbiamo cercato di sintetizzarli in un recente resoconto presente sul nostro sito: Se ci sarà una guerra. Alcune note sull'internazionalismo a qualche chilometro dal fronte. Altri avremo modo di produrli, a mente fredda, dopo il nostro ritorno in Italia.

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