Si verificano di tanto in tanto dei cortocircuiti nelle narrazioni dei media russi a proposito di alcuni raggruppamenti politici europei. Cortocircuiti in realtà solo nominativi, se si tiene conto dei contenuti ideologici che stanno alla base di tali considerazioni mediatiche.
Oltretutto, quelle narrazioni, partendo da basi strettamente nazionalistiche e ignorando ogni analisi sociale e di classe, rischiano non di rado di trasformarsi in “leggende” valide appena per quel tanto che i raggruppamenti in oggetto, rispondendo agli interessi (questi sì, di classe) di delimitati settori delle rispettive borghesie nazionali, si mantengano in “alternativa” ai proclami di altri settori, diversi e momentaneamente contrapposti, di quelle medesime borghesie nazionali.
È il caso, ad esempio, parlando proprio di “alternativa”, dei tedeschi di “Alternative für Deutschland”, con cui se la prende il recente numero di Der Spiegel, prontamente rimbrottato dalla russa RT.
La materia del contendere è il numero del settimanale tedesco interamente dedicato ai 75 anni della RFT, con una copertina in cui, da sotto la bandiera tedesca, spunta in rilievo la croce uncinata e la scritta «75 anni della Repubblica federale – Non hanno insegnato nulla?».
“Siamo letteralmente trasaliti“, scrive Igor Mal’tsev su RT. Che «d’improvviso i tedeschi abbiano compreso cosa stia accadendo? Che abbiano capito di sostenere un ukroregime, in cui il nazismo è considerato un’autentica ideologia, oppure abbiano capito che inviare carri armati contro i russi o disquisire su come meglio colpire coi missili il ponte di Crimea, sia per l’appunto un modo di rievocare lo spirito di Hitler?».
No; nulla di tutto questo. Gli articoli di Der Spiegel sono interamente dedicati alla storia della Germania negli ultimi 75 anni e, però, in ognuno di quei servizi, «indipendentemente dal tema, si cita in modo paranoico il partito di opposizione degli euroscettici AfD».
In sostanza, afferma Mal’tsev, l’establishment tedesco è così preoccupato dalla crescente presa di AfD, da vedere solo tre pericoli per il mondo: AfD, Putin e la Cina. Così, scrivono della «crescita dell’estremismo di destra (senza prove, perché è l’estremismo di sinistra a crescere, a partire dall’attacco alla fabbrica Tesla) e la crescita di AfD, insieme a quella dell’odio per gli ebrei».
Il fatto però, chiosa l’acuto osservatore di RT, è che il «crescente odio per gli ebrei, come loro lo definiscono, è sollevato da organizzazioni filo-palestinesi del tutto di sinistra e non ha nulla a che fare con la destra e tanto meno con AfD. Inoltre, è provocato dall’immigrazione incontrollata, portata avanti... dall’attuale governo. Ma la colpa di tutto è di AfD».
Il fatto poi che Mal’tsev, a fine articolo, citi – non si capisce se a proposito o a sproposito – l’epoca di Weimar e le stragi compiute dalla polizia socialdemocratica («a quei tempi il partito SPD di Scholz. E non era affatto Hitler») contro i comunisti tedeschi, non fa che confermare che quando si ignora ogni benché minima analisi di classe delle situazioni storiche e politiche e si sorvola sugli interessi di classe che le diverse formazioni politiche sono chiamate a rappresentare, si finisce per arzigogolare in guazzabugli paludosi e maleodoranti.
Il fatto che ci si contrapponga militarmente alle mire espansionistiche dell’imperialismo USA e, per esso, dell’interventismo guerrafondaio UE e, con ciò, si cerchi anche di liquidare il nazi-golpismo imperante a Kiev, non giustifica che si aspergano con l’acquasantiera i raggruppamenti europei che, per quanto sul momento possano apparire potenziali interlocutori, sono di fatto, nei propri paesi, serbatoi di squadristi pronti, al bisogno, a servire gli interessi dei rispettivi capitalisti contro le organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori o, del caso, contro «organizzazioni filo-palestinesi del tutto di sinistra».
Non sta scritto infatti da nessuna parte che, nel dare il fatto loro a tutti i liberal-democratici europeisti, che solitamente vedono il fascismo dove non c’è ignorandolo dove è invece più pericoloso, si debba poi, di contro, lanciare l’allarme su “l’estremismo di sinistra” che attaccherebbe l’Europa insieme alla “immigrazione incontrollata”. Il nesso non regge.
Per dire. Qualche mese fa, altri media russi avevano praticamente esultato per la vittoria della coalizione guidata dal partito di estrema destra olandese PVV, di Geert Wilders, che diceva di essere per la fine delle sanzioni alla Russia e per la cessazione dell’invio di armi all’Ucraina.
Ma, ecco che oggi quella stessa coalizione governativa afferma di voler continuare ad appoggiare Kiev «politicamente, militarmente, finanziariamente e moralmente contro l’aggressione russa». Dai media russi: praticamente silenzio.
Dunque, osservano i comunisti russi di RKRP, è possibile che qualche mese fa, alla vigilia del voto, all’elettore conservatore olandese non piacesse il fatto che “i suoi soldi” finissero da qualche parte in un altro paese; ma «l’Occidente imperialista ha bisogno della guerra in Ucraina, e anche le elezioni più “democratiche” non costituiscono un impedimento».
Così che oggi PVV al governo in Olanda risponde pienamente agli interessi di quei circoli della borghesia mondiale. Stupisce quindi la «sorprendente ingenuità della propaganda ufficiale russa», che vive in un fantasioso “ma, in fondo, siamo anche noi dei vostri, siamo borghesi come voi”, e allora perché ci voltate le spalle?
Dimenticano, dicono i comunisti russi, che praticamente «tutte le forze di estrema destra in Europa sono, in un modo o nell’altro, eredi dei nazisti o dei loro complici e simpatizzanti, indipendentemente da cosa dichiarino ufficialmente. Non importa quanto il lupo sia stato sfamato, non importa quanti prestiti siano stati concessi al Rassemblement National: Marine Le Pen, letteralmente dopo poche ore, il 24 febbraio 2022, ha immediatamente condannato la Russia. E così è per tutti».
È quindi molto divertente vedere che, oggi, i media russi tentino di «convincerci che, dopo le elezioni del Parlamento europeo, in cui potrebbero vincere forze di estrema destra, qualcosa cambierà. Non cambierà nulla. E anche Trump, in caso di probabile successo, potrebbe “cantare” in modo completamente diverso».
Perché, in fin dei conti, se è permessa una opportuna citazione da Lenin, dappertutto «in politica, gli uomini sono sempre stati e saranno sempre ingenue vittime dell’inganno e dell’illusione, finché non impareranno a riconoscere, dietro ogni frase morale, religiosa, politica, sociale, gli interessi di queste o quelle classi».
Non è però questo il caso dei redattori di quei media russi, i quali sanno benissimo, almeno da trent’anni, quali siano gli interessi in gioco tra le frazioni contrapposte della borghesia mondiale. E che, di volta in volta, ora tributano lodi molto interessate ai vecchi esponenti della ‘Guardia bianca’, in occasione delle continue inaugurazioni di busti e monumenti a zar, generali controrivoluzionari passati dal servire gli eserciti interventisti anglo-american-farnco-italian-giapponesi nel 1918, al farsi complici degli invasori nazisti nel 1941, ora inneggiano direttamente agli esponenti “ideologici” della reazione antisovietica, come è stato di nuovo il caso, recentemente, per il “filosofo” dichiaratamente fascista Ivan Il’in.
Poche settimane fa, di fronte alla petizione, lanciata su Change.org da gruppi di studenti, contro l’intitolazione a Ivan Il’in della Scuola Superiore di Politica, diretta da Aleksandr Dugin, quale parte dell’Università umanistica statale (la stessa che oggi propone master in “Esoterismo e misticismo: storia, insegnamenti, pratica“) si era sollevato un coro indignato contro “piccoli gruppi di studenti” caduti nella trappola della «guerra informativa occidentale contro la Russia».
Contro gli studenti che esprimevano «sincera indignazione» per il nome di colui che «aveva attivamente assecondato le azioni del regime fascista tedesco, giustificato i crimini di Hitler di contrapposizione al bolscevismo e aveva scritto della necessità di un fascismo russo», era sceso in campo lo stesso Dugin, affermando che l’intitolazione della Scuola a Ivan Il’in rappresenti un simbolo della svolta conservatrice della politica russa e che obiettivo della creazione della Scuola stessa è l’elaborazione di un “nuovo approccio” all’insegnamento delle discipline umanistiche e sociali, per la formazione di allievi la cui «visione del mondo si basi sull’identità civilizzatrice russa e sui valori spirituali e morali tradizionali russi».
A Dugin, aveva fatto eco il vice speaker della Duma, Pëtr Tolstoj, che aveva parlato di una Russia, quale civiltà a sé, con proprio cammino e propria ragion d’essere: «Il’in non era né di destra, né di sinistra. Non amava né i bolscevichi, né i fascisti. Il Presidente ha citato più volte Il’in solo perché è stato un profondo pensatore russo».
Nel tentativo di dimostrare l’inconsistenza della petizione studentesca e il suo agire da “agente straniero”, lo speaker della Duma, Vjaceslav Volodin citava lo stesso Il’in, laddove afferma che «Né sull’odio di classe, né su quello razziale, né su quello di partito possiamo far rinascere e costruire la Russia. Sappiamo che gli stranieri sosterranno e inciteranno in noi tutti questi generi di odio per indebolirci, rovinarci, smembrarci e sottometterci. Dobbiamo invece purificarci e liberarci da queste forze distruttive e spegnere, sradicare in noi questo spirito di guerra civile che ci minaccia». Mentre la Russia, ha detto Volodin, deve essere «unita, forte e sovrana», superiore alle divisioni di classe. Appunto: “né di destra, né di sinistra” – cioè di destra e reazionaria.
Ma davvero, dicono anche in questo caso i comunisti russi, c’è bisogno di ricorrere a Ivan Il’in nella battaglia contro Stepan Bandera e i suoi discepoli a Kiev?
Per una volta che il FSB requisisce letteratura e quadri di chiara ispirazione nazista nel museo “I cosacchi del Don in lotta contro i bolscevichi” in un villaggio della regione di Rostov, ecco che subito scoppia la grana del “filosofo” fascista Il’in, che scriveva, ad esempio: «Cosa ha fatto Hitler? Ha fermato il processo di bolscevizzazione in Germania, prestando così un grandissimo servizio all’Europa intera» e, nel 1948, in “I nostri compiti”, dichiarava che «Il fascismo era nel giusto, poiché partiva da un sano sentimento nazional-patriottico».
Davvero, per suscitare nel corpo sociale russo la consapevolezza del sostegno alla guerra al nazigolpismo di Kiev, c’è bisogno di rispolverare i deliri di chi esaltava Mussolini e Hitler quali “baluardi” contro i bolscevichi che “attizzavano l’odio di classe” e le farneticazioni dell’ideologo dei collaborazionisti filonazisti del “Corpo russo”, incitandoli alla distruzione dell’URSS?
Davvero, sul fronte della contrapposizione alle mire guerrafondaie USA-NATO-UE, c’è bisogno di resuscitare vaneggiamenti formalmente interclassisti, ma di fatto funzionali ai piani dei settori più reazionari della borghesia, per adattarli al “corpo unito”, senza distinzioni di classe, della società russa, la cui struttura riproduce oggi le stesse divisioni di qualsiasi ordinamento sociale dominato dal capitale?
Davvero i media russi, nel contrasto alla guerra informativa dei fogliacci bellicisti euroatlantici, hanno bisogno di dispensare diplomi di “sincerità”, “integrità” e attaccamento ai “valori tradizionali” ai peggiori arnesi della destra reazionaria e neofascista di mezza Europa che, in un dato momento, per puri calcoli di bottega, dicono di essere “euroscettici”?
La Russia borghese, post-sovietica, sta vincendo, e non solo sul campo di battaglia, la guerra lanciata da USA e NATO per mano ucraina. Sta vincendo anche sul piano dei rapporti internazionali e delle alleanze strategiche. Dunque, che bisogno c’è di esaltare gli eredi di chi, ottant’anni fa, da quella stessa Europa, si era aggregato alle orde naziste in una guerra di sterminio contro i popoli sovietici?
Vien da dire che colgano nel segno i comunisti russi, quando dicono che è indicativa la relazione tra l’intitolazione della Scuola Superiore a Ivan Il’in e il master in esoterismo all’Università Umanistica: «anche molti leader della Germania nazista, inclusi Hitler e Himmler, erano appassionati di esoterismo, magia e occulto. Perché l’ideologia di tutti i movimenti di estrema destra e fascisti, a differenza di quella comunista, si basa sulla negazione della conoscenza scientifica, della logica e del razionalismo».
E anche sulla negazione della lotta di classe, in un abbraccio interclassista funzionale alla classe capitalista al potere.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/05/2024
01/02/2024
Il “magnifico ritorno al medioevo” di Aleksandr Dugin
Il calo della popolazione è una questione che preoccupa un po’ tutti i paesi. Secondo le previsioni ONU sulla diminuzione della popolazione mondiale tra il 2020 e il 2050, il primo posto di questa classifica negativa spetta alla Bulgaria, in cui è previsto un calo del 22,5%, seguita da diversi paesi est-europei, con l’Ucraina in quarta posizione (-19,5%).
Ma anche il Giappone non se la passa tanto bene (9° posto, con -16,3%), mentre l’Italia si attesterebbe in ventesima posizione, col -10,10%.
Sebbene la Russia non sia tra i primi venti paesi di tale classifica negativa, anche Mosca è abbastanza preoccupata per la tendenza, tanto che, specialmente negli ultimi tempi, si sono fatti più frequenti provvedimenti a vari livelli per incentivare le nascite, con contributi di maternità decretati dallo stesso Vladimir Putin.
Sul tema ha detto la sua anche Aleksandr Dugin, il cui intervento riportiamo sotto.
Secondo l’istituto statistico ufficiale Rosstat, da qui al 2045, Mosca e la regione di Mosca guideranno la classifica negativa del decremento di popolazione, con un calo complessivo di circa 700.000 persone (31.000 l’anno) e anche “Piter” vedrà una diminuzione di 466.000 anime.
Leader assoluto, invece, per la crescita nei prossimi vent’anni nella Federazione Russa, sarà la Cecenia, con un +600.000 abitanti.
Rosstat certifica che, nell’anno passato, la popolazione russa si è ridotta complessivamente dello 0,17%, fermandosi a 146,2 milioni di abitanti. L’agenzia di statistiche nota che il calo naturale annuo della popolazione, grazie anche all’aumento del tasso di natalità, da ora al 2045 diminuirà di quasi una volta e mezzo, attestandosi a 402.000 persone.
Per una comparazione più generale, The World Factbook della CIA prende in considerazione 229 paesi e piazza l’Ucraina al primo posto per tasso di mortalità ogni 1.000 abitanti, con 19,8 decessi, in una poco invidiabile classifica che vede gran parte dei paesi UE nelle prime posizioni (Lituania, Serbia, Ungheria, Romania, Lettonia, Moldavia, Bulgaria: con medie da 15 al 14 ogni mille abitanti), seguiti da Russia (14,1), Germania (12) e anche Italia, “buona” ventiquattresima, con una media di 11,3.
All’altro estremo, per tasso di natalità, troviamo ancora l’Ucraina, ma all’ultimo posto, il duecentoventottesimo, con 5,8 nascite ogni mille abitanti.
Anche in questo caso, non è che l’Italia se la passi tanto meglio, piazzandosi al 222° posto, con una media di 7 nascite, mentre troviamo poco più avanti la Russia, al duecentoundicesimo posto, con una media di 8,5 ogni mille abitanti.
La CIA calcola anche il tasso di crescita della popolazione, comparandone la variazione percentuale media annua, che risulta da un surplus (o deficit) di nascite rispetto alle morti e dal saldo migratorio.
Ora, stante le precedenti comparazioni, appare quantomeno singolare che la CIA pronosticasse il 30° posto per l’Ucraina, nel 2023, con un +2,33% – considerati i morti in guerra – le decine di migliaia di persone in età da richiamo che hanno lasciato il paese ultimamente per non essere arruolate e i milioni che erano già emigrati (la stessa CIA, nel tasso di migrazione, piazza l’Ucraina al 2° posto mondiale, con 37,3 ogni mille abitanti) negli anni precedenti, per sfuggire all’affamamento imposto dai nazigolpisti al soldo di FMI, USA e NATO.
In ogni caso, la CIA pronosticava, per il 2023, percentuali negative per Estonia , Romania, Lettonia, Georgia, Bulgaria, Grecia, Giappone, Germania, Russia (da -1.13 a -0.12), fino all’Italia, prevista al 202° posto con un -0.11 di crescita.
È questa la situazione generale che ci sembrava opportuno riportare per sommi capi, introducendo l’intervento con cui Aleksandr Dugin fornisce la propria, molto discutibile, visione di una possibile uscita dal problema del calo demografico. Ora, considerata la summenzionata previsione del Rosstat, su un calo di popolazione russa più sensibile nei grandi centri urbani, la “soluzione” prospettata da Dugin parrebbe paradossalmente avere un suo senso. Perverso.
Per parte nostra, riportiamo la traduzione del suo intervento senza alcun commento, lasciando al lettore ogni personale considerazione. Ci limitiamo a una sola osservazione: Aleksandr Dugin non è né il “filosofo di Putin”, né “l’ideologo di Putin”, come recita il ritornello ormai vieto dei media nostrani.
I riferimenti di Putin, certo non meno reazionari, sono altri; ma, si sa, quando un ritornello è nell’aria, è più comodo affidarsi a quello.
Nello specifico (senza addentrarci nell’oscena visione duginiana dei rapporti tra comunisti e famiglia), osserviamo come ciò che sostiene Dugin si differenzi solo formalmente dalle manfrine di moda nell’area liberal nostrana, anche nella sua ala più “tradizionalista”, allorché si invocano i “ritorni alle origini”, “il buon tempo che fu” o “il sentire di una volta”, quali mezzi per arrotondare gli angoli più acuti del capitalismo, ma – dio ce ne scampi! – senza mettere in discussione né il capitalismo, né i suoi governi borghesi, che non fanno altro che aggravare le ragioni economico-sociali anche del calo della natalità.
Ma anche il Giappone non se la passa tanto bene (9° posto, con -16,3%), mentre l’Italia si attesterebbe in ventesima posizione, col -10,10%.
Sebbene la Russia non sia tra i primi venti paesi di tale classifica negativa, anche Mosca è abbastanza preoccupata per la tendenza, tanto che, specialmente negli ultimi tempi, si sono fatti più frequenti provvedimenti a vari livelli per incentivare le nascite, con contributi di maternità decretati dallo stesso Vladimir Putin.
Sul tema ha detto la sua anche Aleksandr Dugin, il cui intervento riportiamo sotto.
Secondo l’istituto statistico ufficiale Rosstat, da qui al 2045, Mosca e la regione di Mosca guideranno la classifica negativa del decremento di popolazione, con un calo complessivo di circa 700.000 persone (31.000 l’anno) e anche “Piter” vedrà una diminuzione di 466.000 anime.
Leader assoluto, invece, per la crescita nei prossimi vent’anni nella Federazione Russa, sarà la Cecenia, con un +600.000 abitanti.
Rosstat certifica che, nell’anno passato, la popolazione russa si è ridotta complessivamente dello 0,17%, fermandosi a 146,2 milioni di abitanti. L’agenzia di statistiche nota che il calo naturale annuo della popolazione, grazie anche all’aumento del tasso di natalità, da ora al 2045 diminuirà di quasi una volta e mezzo, attestandosi a 402.000 persone.
Per una comparazione più generale, The World Factbook della CIA prende in considerazione 229 paesi e piazza l’Ucraina al primo posto per tasso di mortalità ogni 1.000 abitanti, con 19,8 decessi, in una poco invidiabile classifica che vede gran parte dei paesi UE nelle prime posizioni (Lituania, Serbia, Ungheria, Romania, Lettonia, Moldavia, Bulgaria: con medie da 15 al 14 ogni mille abitanti), seguiti da Russia (14,1), Germania (12) e anche Italia, “buona” ventiquattresima, con una media di 11,3.
All’altro estremo, per tasso di natalità, troviamo ancora l’Ucraina, ma all’ultimo posto, il duecentoventottesimo, con 5,8 nascite ogni mille abitanti.
Anche in questo caso, non è che l’Italia se la passi tanto meglio, piazzandosi al 222° posto, con una media di 7 nascite, mentre troviamo poco più avanti la Russia, al duecentoundicesimo posto, con una media di 8,5 ogni mille abitanti.
La CIA calcola anche il tasso di crescita della popolazione, comparandone la variazione percentuale media annua, che risulta da un surplus (o deficit) di nascite rispetto alle morti e dal saldo migratorio.
Ora, stante le precedenti comparazioni, appare quantomeno singolare che la CIA pronosticasse il 30° posto per l’Ucraina, nel 2023, con un +2,33% – considerati i morti in guerra – le decine di migliaia di persone in età da richiamo che hanno lasciato il paese ultimamente per non essere arruolate e i milioni che erano già emigrati (la stessa CIA, nel tasso di migrazione, piazza l’Ucraina al 2° posto mondiale, con 37,3 ogni mille abitanti) negli anni precedenti, per sfuggire all’affamamento imposto dai nazigolpisti al soldo di FMI, USA e NATO.
In ogni caso, la CIA pronosticava, per il 2023, percentuali negative per Estonia , Romania, Lettonia, Georgia, Bulgaria, Grecia, Giappone, Germania, Russia (da -1.13 a -0.12), fino all’Italia, prevista al 202° posto con un -0.11 di crescita.
È questa la situazione generale che ci sembrava opportuno riportare per sommi capi, introducendo l’intervento con cui Aleksandr Dugin fornisce la propria, molto discutibile, visione di una possibile uscita dal problema del calo demografico. Ora, considerata la summenzionata previsione del Rosstat, su un calo di popolazione russa più sensibile nei grandi centri urbani, la “soluzione” prospettata da Dugin parrebbe paradossalmente avere un suo senso. Perverso.
Per parte nostra, riportiamo la traduzione del suo intervento senza alcun commento, lasciando al lettore ogni personale considerazione. Ci limitiamo a una sola osservazione: Aleksandr Dugin non è né il “filosofo di Putin”, né “l’ideologo di Putin”, come recita il ritornello ormai vieto dei media nostrani.
I riferimenti di Putin, certo non meno reazionari, sono altri; ma, si sa, quando un ritornello è nell’aria, è più comodo affidarsi a quello.
Nello specifico (senza addentrarci nell’oscena visione duginiana dei rapporti tra comunisti e famiglia), osserviamo come ciò che sostiene Dugin si differenzi solo formalmente dalle manfrine di moda nell’area liberal nostrana, anche nella sua ala più “tradizionalista”, allorché si invocano i “ritorni alle origini”, “il buon tempo che fu” o “il sentire di una volta”, quali mezzi per arrotondare gli angoli più acuti del capitalismo, ma – dio ce ne scampi! – senza mettere in discussione né il capitalismo, né i suoi governi borghesi, che non fanno altro che aggravare le ragioni economico-sociali anche del calo della natalità.
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Avanti – verso un nuovo medioevo!
Avanti – verso un nuovo medioevo!
Il 2024 è stato proclamato in Russia ‘Anno della famiglia’. È evidente che, in questo campo, la situazione è oltremodo problematica. Un numero pazzesco di divorzi, aborti e calo della natalità, rappresentano una catastrofe di scala nazionale.
Se vogliamo considerare seriamente l’Anno della famiglia, allora, basandoci sui classici (ma non quelli liberali e nemmeno quelli comunisti, dato che essi non possono che consigliare qualcosa che non farà altro che accelerare la disgregazione della famiglia), dovremmo contemporaneamente ritornare alle radici e fare un passo in avanti.
Da un punto di vista storico-sociologico e antropologico, il concetto di famiglia è indissolubilmente legato a quello del contadino. Per “famiglia”, in senso stretto, nella società russa, si deve intendere innanzitutto la famiglia contadina, tenuta unita dal matrimonio, con il battesimo d’obbligo dei figli e la gestione della comune economia domestica.
Nella famiglia era compreso anche il piccolo (a volte quello grande) bestiame, la casa, il campo, l’orto, attrezzi per la coltivazione della terra e altri bisogni, come pure i lavoratori (le parole “bambino” e “schiavo” hanno la stessa radice [rispettivamente: rebënok” e “rab”; ndt] e significavano “lavoratori minori” [o “subalterni”; ndt]: quindi chi non aiuta mamma e babbo non è un bambino).
C’erano delle differenze, naturalmente, tra i popoli nomadi, ed erano legate al fatto che alla famiglia non era legato alcun territorio. Quantunque, nel caso di tribù, genti e clan, i territori per il pascolo del bestiame fossero distribuiti in modo abbastanza fisso; da qui, i tamgà, che separavano i pascoli dei clan delle steppe eurasiatiche.
È il caso di prestare attenzione al fatto che, nelle caste militare e sacerdotale, la famiglia aveva una struttura diversa. La realtà dei militari e dei preti era meno legata alla terra. Un guerriero vive per la guerra e la morte (e anche per la difesa dalla guerra e dalla morte). Il prete, il religioso, sono rivolti a Dio e al cielo.
Così che, la logica stessa e la struttura della famiglia tra i ceti superiori – ecclesiastici e aristocrazia – era diversa. Ad esempio, i bambini non erano considerati “ragazzi” [“rebjata”; ndt], cioè “rebënki”, poiché non lavoravano, ma studiavano l’arte militare o i testi dei libri sacri.
Le ragazze, semplicemente, aspettavano il matrimonio, e per di più il codice morale nei ceti superiori (soprattutto per le ragazze) era molto più severo che in quelli inferiori (sebbene anche in questi fosse abbastanza severo).
Un caso speciale era costituito dalle famiglie nelle città. I piccoli artigiani e commercianti provenivano spesso da famiglie contadine e trasferivano in città il modello della famiglia contadina. Anche qui i bambini erano “bambini”, cioè “lavoratori” [“rabotniki”; ndt], ma venivano formati all’artigianato o al commercio.
In termini di struttura morale, la famiglia urbana tradizionale di tipo artigianale o mercantile era attratta per lo più verso il codice dei ceti superiori, cioè verso l’osservanza rigorosa e senza compromessi delle regole morali.
Ma tutto questo era tipico della società tradizionale.
I Tempi nuovi, il capitalismo e l’urbanizzazione segnano l’inizio della disgregazione della famiglia. Il liberalismo moderno e il comunismo ortodosso portano la negazione della famiglia al suo estremo logico. Per il liberale, la famiglia è un contratto; per il comunista, è un relitto del sistema borghese.
Hegel sottolinea come la stessa società civile, in cui ognuno è per se stesso, costituisca l’istituto della distruzione della famiglia. Vede in ciò un momento dialettico nello sviluppo storico, che deve essere superato col passaggio dalla società civile allo Stato, il quale solo è capace di salvare la famiglia e di proteggerne le strutture dall’individualismo tossico.
Il sociologo tedesco Werner Sombart osservava che le condizioni borghesi della città e l’industrializzazione avevano creato sin dall’inizio il terreno per la disgregazione della famiglia. Credeva che il semi-riconosciuto istituto delle ‘amanti urbane’ costituisse il motore del capitalismo e del liberalismo nell’Europa urbana dei Tempi nuovi.
Nel villaggio, era problematico per il normale contadino sostenere ancora qualcun’altro, oltre la famiglia. L’aumento delle risorse individuali e lo stile di vita urbano della borghesia contribuirono all’emergere dell’istituto delle mantenute parassitarie.
Secondo Sombart, esse, avanzando in modo vampiresco pretese sempre maggiori, sono state un fattore importante nella capitalizzazione e modernizzazione della società europea, il che ha contribuito al progresso tecnico, all’innovazione e all’imprenditorialità, distruggendo però la morale.
In questa situazione, per la Russia, tornare alle proprie radici, ma trovandosi allo stesso tempo in una nuova fase di sviluppo, significa procedere a un reinsediamento di massa delle megalopoli e a un programma statale di organizzazione della vita delle persone nelle campagne, nei sobborghi e nei villaggi.
Il motto potrebbe essere “Alla terra natale!”. Se i contadini sono la matrice storica di una famiglia pienamente salda (nei villaggi è difficile fuggire da qualche parte) e numerosa, allora è impossibile far rinascere l’una senza gli altri.
Così che, anche le costruzioni dovrebbero essere di pochi piani e svilupparsi orizzontalmente. Abbiamo potuto convincerci a cosa portino gli alveari verticali durante le gelate di Capodanno. La Russia deve crescere per estensione, non in altezza. Il numero massimo di abitanti di una città non deve superare il milione, nel caso delle capitali. I restanti, torneranno alla terra.
Ecco, è questo l’Anno della famiglia, quale dovrebbe essere: rafforzamento dell’ideologia di stato e ritorno alla terra.
Vi chiederete: e allora, l’industria e la tecnologia?
Per prima cosa, di programmazione e di scoperte ci si può occupare da casa propria, connessa a internet. Aria pura e una famiglia amorevole stimolano la riflessione.
In secondo luogo, in città si può lavorare a turni, come al Nord. Arriva un gruppo di tecnici, vive nelle tremende condizioni della città, e poi indietro, alla terra.
Tutti sanno che Berdjaev aveva parlato di un “Nuovo medioevo”. Ma pochi comprendono quanto sia magnifico.
Fonte
06/01/2024
Per i “democratici” della Toscana i nazisti locali sono ok, il problema è Dugin...
Una notiziola di provincia rischia di assumere la veste scenica di burrasca internazionale, già però derubricata dalle cronache in pioggerellina (di materiale maleodorante), più per i commenti che ne sono seguiti, che per la cosa in sé.
Si tratta del convegno indetto a Lucca per il 27 gennaio, nella Giornata della memoria, dall’associazione “Vento dell’Est” (diramazione di CasaPound) e intitolato “Verso un nuovo mondo multipolare”.
Oltre al presidente della confraternita medesima, ex candidato sindaco della Lega a Pistoia, ci saranno il fotocorrispondente di guerra dal Donbass Giorgio Bianchi e l’ex ambasciatore in Iran e Cina Alberto Bradanini.
Ma, quello che sta provocando lo sdegno dei gesuiti benpensanti, toscani e no, è la prevista partecipazione di Aleksandr Dugin, in collegamento video da Mosca.
Sembra che il PD toscano, insieme alle altre componenti societarie euroatlantiste di marca benedettina e giussaniana, abbia già patrocinato messe e liturgie purgatorie onde mondare in anticipo le anime dei fedeli.
Per quanto ci riguarda, ci permettiamo semmai di esprimere più di un dubbio sull’opportunità della partecipazione di persone degne di alta considerazione, politica e morale, quali Bianchi e Bradanini, a una iniziativa organizzata da una propaggine di CasaPound.
E, sulla figura di Aleksandr Dugin, già in passato non si è mancato di evidenziarne le linee di pensiero estranee a qualsivoglia idea di cambiamento sociale, e in molti casi apertamente retrive, associate al peggior nazionalismo reazionario.
Ma, nella vicenda in oggetto, non è questo il nocciolo della questione.
Quando il filosofo russo (dalla “libera stampa” presentato invariabilmente come “l’ideologo di Putin”, quando in realtà i riferimenti del Presidente russo sono altri, pur se altrettanto reazionari), per la contrapposizione Russia-NATO, parla di una «guerra del cielo contro l’inferno, una guerra dei combattenti angelici, la guerra dell’arcangelo Michele contro il demonio», ci guardiamo bene dal cadere in trance estasiati e dal seguirlo nei suoi vaticini danteschi. Questo da un lato.
Ma le reazioni sdegnate di chi parla a nome della «civiltà contro l’inciviltà» (Draghi docet) non sono certo da meno.
Se gli stregoni del Corriere presentano Dugin come uno degli «ispiratori dell’aggressione all’Ucraina» e i ‘francescani’ di Forza Italia parlano di «grave errore nell’aver invitato Dugin, ideologo della guerra e teorico della supremazia di una Russia euroasiatica sull’odiato Occidente», ecco che i vertici loyolani del PD toscano invocano direttamente l’anatema su colui «che ha come obiettivo lo sterminio degli ucraini e la cancellazione di ogni forma di libertà, espressione e inclusione».
Ora, le esternazioni di Aleksandr Dugin nei confronti dell’Ucraina e degli ucraini in generale – «l’Ucraina come idea di stato separato e indipendente, è un’idea terroristica... ecc.» – non hanno certo nulla a che vedere con le idee del bolscevismo e cozzano perfidamente contro la linea leniniana che ha contrassegnato per molti decenni i rapporti tra i popoli russo e ucraino.
Quando parla dell’Ucraina, il nazionalista Dugin elimina d’un colpo settant’anni di storia sovietica – e, dunque, anche dell’Ucraina sovietica – per rimpiangere le conquiste zariste e, con esse, anche l’oppressione feudale dell’Ucraina.
Ma quando l’on. Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd, per incensare la propria ‘cristianità’ contro l”infernale Dugin’, vomita convintamente che «per fortuna, in Italia c’è ancora libertà di espressione» e dunque, data per scontata tutta questa libertà, ne approfitta per «condannare con forza la scelta di chiamare come relatore ad un congresso l’ideologo di Putin, Dugin…. Tira davvero una brutta aria a Lucca e ci aspettiamo una dura condanna anche da parte della giunta cittadina di destra».
Ecco, udite queste giaculatorie, non viene naturale chiedersi se, nelle varie “libertà” blandite dal PD, ci sia anche quella di considerare i nazisti di CasaPound come espressione della “superiorità occidentale” sul maligno dell’est, della angelica «civiltà contro l’inciviltà» luciferina?
Perché, a cose fatte – ed è quello che, alla lettura della notiziola, balza agli occhi di chiunque non li abbia annebbiati dalle litanie gesuitico-atlantiste – l’unica condanna espressa dai liberal-reazionari è quella contro la persona di Dugin.
Per parte nostra, mentre non siamo certo teneri coi filosofeggiamenti di un uomo la cui figlia (non dimentichiamolo) è stata ammazzata dai terroristi nazisti di Kiev, ci limitiamo a domandarci – ma questa è solo una delle oramai innumerevoli “prove di democrazia” di tal conventicola euro-liberale – dove fossero gli esponenti del PD toscano quando gli antifascisti manifestavano per la chiusura della sede di CasaPound a Firenze?
Che snocciolino pure il loro rosario i pentiti di Forza Italia. Ma, com’è che i “liberi di esprimersi” di quel sodalizio liberal-pecuniario che è il PD, mentre camminano ginocchioni sui ceci a chiedere l’indulgenza per la città di Lucca (da sempre democristiana e oggi, anche grazie a loro, amministrata dalla destra estrema) e auspicano «che gli organizzatori ci ripensino e non diano spazio alle teorie violente e guerrafondaie del filosofo, soprattutto in un momento in cui il sostegno all’Ucraina deve essere chiaro e più forte che mai», com’è che non trovano nulla da dire sul fatto che una congrega squadristica di matrice nazista possa agire alla luce del giorno, in generale, e infangare la memoria degli antifascisti sterminati nei lager hitleriani proprio il 27 gennaio, in particolare?
Su questo, i signori di PD-FI e loro fetide appendici non invocano i fulmini celesti?
No! Essi invocano le saette purificatrici dell’Ucraina che «ha diritto di difendersi» e gioiscono quando la junta nazigolpista di Kiev bombarda i quartieri civili di Belgorod, facendo vittime tra donne, bambini e anziani.
Essi, mentre avallano le misure più reazionarie, liberticide e affamatrici contro i lavoratori italiani, implorano i propri padrini di USA e NATO affinché l’aiuto a quella junta assassina sia «chiaro e più forte che mai».
Non ce ne scorderemo.
Fonte
Si tratta del convegno indetto a Lucca per il 27 gennaio, nella Giornata della memoria, dall’associazione “Vento dell’Est” (diramazione di CasaPound) e intitolato “Verso un nuovo mondo multipolare”.
Oltre al presidente della confraternita medesima, ex candidato sindaco della Lega a Pistoia, ci saranno il fotocorrispondente di guerra dal Donbass Giorgio Bianchi e l’ex ambasciatore in Iran e Cina Alberto Bradanini.
Ma, quello che sta provocando lo sdegno dei gesuiti benpensanti, toscani e no, è la prevista partecipazione di Aleksandr Dugin, in collegamento video da Mosca.
Sembra che il PD toscano, insieme alle altre componenti societarie euroatlantiste di marca benedettina e giussaniana, abbia già patrocinato messe e liturgie purgatorie onde mondare in anticipo le anime dei fedeli.
Per quanto ci riguarda, ci permettiamo semmai di esprimere più di un dubbio sull’opportunità della partecipazione di persone degne di alta considerazione, politica e morale, quali Bianchi e Bradanini, a una iniziativa organizzata da una propaggine di CasaPound.
E, sulla figura di Aleksandr Dugin, già in passato non si è mancato di evidenziarne le linee di pensiero estranee a qualsivoglia idea di cambiamento sociale, e in molti casi apertamente retrive, associate al peggior nazionalismo reazionario.
Ma, nella vicenda in oggetto, non è questo il nocciolo della questione.
Quando il filosofo russo (dalla “libera stampa” presentato invariabilmente come “l’ideologo di Putin”, quando in realtà i riferimenti del Presidente russo sono altri, pur se altrettanto reazionari), per la contrapposizione Russia-NATO, parla di una «guerra del cielo contro l’inferno, una guerra dei combattenti angelici, la guerra dell’arcangelo Michele contro il demonio», ci guardiamo bene dal cadere in trance estasiati e dal seguirlo nei suoi vaticini danteschi. Questo da un lato.
Ma le reazioni sdegnate di chi parla a nome della «civiltà contro l’inciviltà» (Draghi docet) non sono certo da meno.
Se gli stregoni del Corriere presentano Dugin come uno degli «ispiratori dell’aggressione all’Ucraina» e i ‘francescani’ di Forza Italia parlano di «grave errore nell’aver invitato Dugin, ideologo della guerra e teorico della supremazia di una Russia euroasiatica sull’odiato Occidente», ecco che i vertici loyolani del PD toscano invocano direttamente l’anatema su colui «che ha come obiettivo lo sterminio degli ucraini e la cancellazione di ogni forma di libertà, espressione e inclusione».
Ora, le esternazioni di Aleksandr Dugin nei confronti dell’Ucraina e degli ucraini in generale – «l’Ucraina come idea di stato separato e indipendente, è un’idea terroristica... ecc.» – non hanno certo nulla a che vedere con le idee del bolscevismo e cozzano perfidamente contro la linea leniniana che ha contrassegnato per molti decenni i rapporti tra i popoli russo e ucraino.
Quando parla dell’Ucraina, il nazionalista Dugin elimina d’un colpo settant’anni di storia sovietica – e, dunque, anche dell’Ucraina sovietica – per rimpiangere le conquiste zariste e, con esse, anche l’oppressione feudale dell’Ucraina.
Ma quando l’on. Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd, per incensare la propria ‘cristianità’ contro l”infernale Dugin’, vomita convintamente che «per fortuna, in Italia c’è ancora libertà di espressione» e dunque, data per scontata tutta questa libertà, ne approfitta per «condannare con forza la scelta di chiamare come relatore ad un congresso l’ideologo di Putin, Dugin…. Tira davvero una brutta aria a Lucca e ci aspettiamo una dura condanna anche da parte della giunta cittadina di destra».
Ecco, udite queste giaculatorie, non viene naturale chiedersi se, nelle varie “libertà” blandite dal PD, ci sia anche quella di considerare i nazisti di CasaPound come espressione della “superiorità occidentale” sul maligno dell’est, della angelica «civiltà contro l’inciviltà» luciferina?
Perché, a cose fatte – ed è quello che, alla lettura della notiziola, balza agli occhi di chiunque non li abbia annebbiati dalle litanie gesuitico-atlantiste – l’unica condanna espressa dai liberal-reazionari è quella contro la persona di Dugin.
Per parte nostra, mentre non siamo certo teneri coi filosofeggiamenti di un uomo la cui figlia (non dimentichiamolo) è stata ammazzata dai terroristi nazisti di Kiev, ci limitiamo a domandarci – ma questa è solo una delle oramai innumerevoli “prove di democrazia” di tal conventicola euro-liberale – dove fossero gli esponenti del PD toscano quando gli antifascisti manifestavano per la chiusura della sede di CasaPound a Firenze?
Che snocciolino pure il loro rosario i pentiti di Forza Italia. Ma, com’è che i “liberi di esprimersi” di quel sodalizio liberal-pecuniario che è il PD, mentre camminano ginocchioni sui ceci a chiedere l’indulgenza per la città di Lucca (da sempre democristiana e oggi, anche grazie a loro, amministrata dalla destra estrema) e auspicano «che gli organizzatori ci ripensino e non diano spazio alle teorie violente e guerrafondaie del filosofo, soprattutto in un momento in cui il sostegno all’Ucraina deve essere chiaro e più forte che mai», com’è che non trovano nulla da dire sul fatto che una congrega squadristica di matrice nazista possa agire alla luce del giorno, in generale, e infangare la memoria degli antifascisti sterminati nei lager hitleriani proprio il 27 gennaio, in particolare?
Su questo, i signori di PD-FI e loro fetide appendici non invocano i fulmini celesti?
No! Essi invocano le saette purificatrici dell’Ucraina che «ha diritto di difendersi» e gioiscono quando la junta nazigolpista di Kiev bombarda i quartieri civili di Belgorod, facendo vittime tra donne, bambini e anziani.
Essi, mentre avallano le misure più reazionarie, liberticide e affamatrici contro i lavoratori italiani, implorano i propri padrini di USA e NATO affinché l’aiuto a quella junta assassina sia «chiaro e più forte che mai».
Non ce ne scorderemo.
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22/08/2022
La bufala di Dugin come consigliere di Putin
La scorsa notte c’è stato un’attentato contro Alexander Dugin in cui è rimasta uccisa sua figlia. Stando alle prime indiscrezioni i responsabili sarebbero sabotatori agli ordini di Kiev. In seguito a questo fatto il nome di Dugin è apparso sui giornali di tutto il mondo, spesso presentandolo come l’ideologo di Putin. Questa è una grossolana bufala.
Putin è un politico estraneo alle ideologie, lui è puro pragmatismo. Tuttavia Putin dice di riconoscersi nei valori conservatori, cosa che ad ogni modo è ben diversa dal definirsi conservatore.
Dugin è più popolare in occidente che in Russia dove non è visto di buon occhio non tanto per le sue posizioni, quanto per la sua condotta. Dugin insieme a Limonov è stato il co-fondatore del Partito Nazional-Bolsevico, organizzazione sciolta dalle autorità russe che ne hanno arrestato i dirigenti che non si fossero dissociati: Limonov è finito in galera e Dugin si è salvato nel disonore (i russi non sono teneri con i rifarditi).
Successivamente, in Russia la reputazione pubblica di Dugin si è completamente annullata man a mano che uscivano le testimonianze di ciò che fosse il Partito Nazional-Bolsevico: un concentrato di falsità.
La linea era la fantomatica fusione tra alcune istanze sociali e un becero bigottismo ultra reazionario che in particolar modo si scagliava contro omosessuali e drogati; poi si è scoperto che le condotte dei militanti fossero diametralmente opposte, molti erano proprio omosessuali e drogati.
Dugin è stato maltrattato in quasi tutte le università russe, è sostanzialmente un’emarginato.
Tuttavia Dugin è stato consulente di alcuni politici russi, ma mai di Putin.
Volendo eccedere in buona fede, si può dire che potrebbe esserci stata confusione al riguardo di un possibile rapporto tra Dugin e Putin per via del fatto che entrambi sostenevano un progetto di integrazione euroasiatica, ma i due disegni erano declinati in maniera estremamente diversa.
Non c’è alcun legame provato tra Dugin e Putin, a tal riguardo giova notare che Dugin è un collezionista di foto con personaggi famosi e (ad oggi) non risulta che ce ne sia alcuna con Putin.
Chi insiste nel proporre la bufala di Dugin ideologo di Putin lo fa per demonizzare il Presidente russo e per spaventare gli europei, in sostanza si tratta di megafoni della propaganda di guerra.
A Dugin va la solidarietà per il lutto subito, ma il giudizio politico sulla sua persona rimane invariato.
Fonte
Putin è un politico estraneo alle ideologie, lui è puro pragmatismo. Tuttavia Putin dice di riconoscersi nei valori conservatori, cosa che ad ogni modo è ben diversa dal definirsi conservatore.
Dugin è più popolare in occidente che in Russia dove non è visto di buon occhio non tanto per le sue posizioni, quanto per la sua condotta. Dugin insieme a Limonov è stato il co-fondatore del Partito Nazional-Bolsevico, organizzazione sciolta dalle autorità russe che ne hanno arrestato i dirigenti che non si fossero dissociati: Limonov è finito in galera e Dugin si è salvato nel disonore (i russi non sono teneri con i rifarditi).
Successivamente, in Russia la reputazione pubblica di Dugin si è completamente annullata man a mano che uscivano le testimonianze di ciò che fosse il Partito Nazional-Bolsevico: un concentrato di falsità.
La linea era la fantomatica fusione tra alcune istanze sociali e un becero bigottismo ultra reazionario che in particolar modo si scagliava contro omosessuali e drogati; poi si è scoperto che le condotte dei militanti fossero diametralmente opposte, molti erano proprio omosessuali e drogati.
Dugin è stato maltrattato in quasi tutte le università russe, è sostanzialmente un’emarginato.
Tuttavia Dugin è stato consulente di alcuni politici russi, ma mai di Putin.
Volendo eccedere in buona fede, si può dire che potrebbe esserci stata confusione al riguardo di un possibile rapporto tra Dugin e Putin per via del fatto che entrambi sostenevano un progetto di integrazione euroasiatica, ma i due disegni erano declinati in maniera estremamente diversa.
Non c’è alcun legame provato tra Dugin e Putin, a tal riguardo giova notare che Dugin è un collezionista di foto con personaggi famosi e (ad oggi) non risulta che ce ne sia alcuna con Putin.
Chi insiste nel proporre la bufala di Dugin ideologo di Putin lo fa per demonizzare il Presidente russo e per spaventare gli europei, in sostanza si tratta di megafoni della propaganda di guerra.
A Dugin va la solidarietà per il lutto subito, ma il giudizio politico sulla sua persona rimane invariato.
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08/06/2018
Svoltando a destra con la scusa di Putin. Giulietto Chiesa rompe gli in-Dugin
Il 22 giugno è un giorno come gli altri, o forse no. Sicuramente per gli italiani è un giorno qualsiasi. Ciò è possibile solo perché il nostro paese non ha mai fatto veramente i conti con il proprio passato, che ha frettolosamente rimosso la storia senza assumersi responsabilità. Un operazione di “pulizia della coscienza” che necessariamente si regge su un presupposto: l’ignoranza. Il popolo non deve sapere del proprio passato, altrimenti si potrebbero risvegliare le coscienze e certe cose non sarebbero tollerate.
Il 22 giugno del 1941 venne lanciata l’Operazione Barbarossa, cioè l’invasione dell’Unione Sovietica, a cui parteciparono anche truppe italiane. Sebbene l’URSS uscì vittoriosa dal conflitto pagò un prezzo molto caro: circa 27 milioni di morti (stando alle più recenti stime), un numero indefinito di feriti, immani sofferenze, la completa distruzione di buona parte delle città e delle infrastrutture. Il popolo sovietico non può dimenticare e non può perdonare. Per questo il 22 giugno è una ricorrenza “sacra” per chi ha subito quell’aggressione.
Ebbene, il prossimo 22 giugno assisteremo ad uno spettacolo squallido: a Roma i fascisti di CasaPound hanno organizzato una conferenza su Putin a cui parteciperà Aleksandr Dugin. Per chi non lo conoscesse, Dugin è il massimo teorico del “rossobrunismo”, quella mutazione ideologica che mischia la dottrina marxista con il fascismo. A noi italiani poco interessa il modo in cui Dugin potrà spiegare ai russi che festeggerà il 22 giugno con i fascisti italiani, quelli che invasero il suo Paese; sicuramente ci riuscirà, perché Dugin è un gran venditore di fumo che ha impostato la sua carriera sulla confusione ideologica e dialettica, un metodo adottato anche dai suoi discepoli.
Invece, per noi italiani è molto più interessante notare che tra i relatori dell’iniziativa dei fascisti di CasaPound c’è Giulietto Chiesa, il politico e giornalista, ex-comunista dai molteplici trasformismi.
Non deve stupire il fatto di vedere che Chiesa sieda accanto a Dugin, infatti i rossobruni in Italia sono stati sdoganati proprio da personaggi come Chiesa. Con questa iniziativa Chiesa attraversa definitivamente una sorta di linea rossa. Infatti la retorica rossobruna si basa sulla fandonia che non esistano più le ideologie e non abbia più senso parlare di fascismo e antifascismo: un trucco per portare il fascismo lì dove non potrebbe attecchire. Perché sia chiaro che i rossobruni sebbene sostengano cose grottesche, sono pur sempre dei fascisti. Accettando l’invito di Casa Pound Chiesa ha completato in qualche modo la sua parabola, dopo anni di ambiguità è infine approdato ai fascisti veri e propri. Era inevitabile che finisse così.
Particolarmente buffo il fatto che, nel 2004, Chiesa abbia scritto un libro dal titolo “I peggiori crimini del comunismo” con cui denunciava il trasformismo e il revisionismo di alcuni dirigenti comunisti che erano passati alla destra; se mai si dovesse fare una nuova edizione del libro, Chiesa oltre che autore dovrebbe diventarne protagonista.
Tuttavia, ciò che fa più specie è che Chiesa (notoriamente filo-russo) vada a fare la sua sceneggiata con i fascisti proprio il 22 giugno. Si tratta di un grave affronto, di un offesa a tutto il popolo sovietico che subì l’invasione fascista.
La linea di politica estera di Casapound è alquanto schizofrenica: dopo una breve fase filo-russa, si era attestata su posizioni nettamente anti-russe. Si tenga presente che CasaPound sosteneva il Golpe di Euromaidan in Ucraina e il famigerato Battaglione Azov che tra gli altri deliri si propone d’invadere la Russia. Ora (probabilmente per inseguire la Lega) CasaPound è nuovamente tornata filo russa.
In Italia Chiesa fatica a trovare seguito, già da tempo gli si stavano comprimendo gli spazi d’agibilità a sinistra, nulla di più facile che stia cercando di costruirseli a destra. Infatti, è nota la sinergia tra la Lega di Salvini e CasaPound, meno noto il fatto che Salvini sia un ammiratore di Dugin (i due si sono già incontrati). Quindi Chiesa, su cui ha sempre gravato l’ombra dell’ambiguità, può essere che stia cercando di trarre un qualche vantaggio nella nuova fase politica. L’unica certezza è che Chiesa sta facendo un’ulteriore danno a questo Paese.
Sull'argomento vedi anche: Caro Giulietto Chiesa, fascisti e Lega non sono compagni di strada
Fonte
Il 22 giugno del 1941 venne lanciata l’Operazione Barbarossa, cioè l’invasione dell’Unione Sovietica, a cui parteciparono anche truppe italiane. Sebbene l’URSS uscì vittoriosa dal conflitto pagò un prezzo molto caro: circa 27 milioni di morti (stando alle più recenti stime), un numero indefinito di feriti, immani sofferenze, la completa distruzione di buona parte delle città e delle infrastrutture. Il popolo sovietico non può dimenticare e non può perdonare. Per questo il 22 giugno è una ricorrenza “sacra” per chi ha subito quell’aggressione.
Ebbene, il prossimo 22 giugno assisteremo ad uno spettacolo squallido: a Roma i fascisti di CasaPound hanno organizzato una conferenza su Putin a cui parteciperà Aleksandr Dugin. Per chi non lo conoscesse, Dugin è il massimo teorico del “rossobrunismo”, quella mutazione ideologica che mischia la dottrina marxista con il fascismo. A noi italiani poco interessa il modo in cui Dugin potrà spiegare ai russi che festeggerà il 22 giugno con i fascisti italiani, quelli che invasero il suo Paese; sicuramente ci riuscirà, perché Dugin è un gran venditore di fumo che ha impostato la sua carriera sulla confusione ideologica e dialettica, un metodo adottato anche dai suoi discepoli.
Invece, per noi italiani è molto più interessante notare che tra i relatori dell’iniziativa dei fascisti di CasaPound c’è Giulietto Chiesa, il politico e giornalista, ex-comunista dai molteplici trasformismi.
Non deve stupire il fatto di vedere che Chiesa sieda accanto a Dugin, infatti i rossobruni in Italia sono stati sdoganati proprio da personaggi come Chiesa. Con questa iniziativa Chiesa attraversa definitivamente una sorta di linea rossa. Infatti la retorica rossobruna si basa sulla fandonia che non esistano più le ideologie e non abbia più senso parlare di fascismo e antifascismo: un trucco per portare il fascismo lì dove non potrebbe attecchire. Perché sia chiaro che i rossobruni sebbene sostengano cose grottesche, sono pur sempre dei fascisti. Accettando l’invito di Casa Pound Chiesa ha completato in qualche modo la sua parabola, dopo anni di ambiguità è infine approdato ai fascisti veri e propri. Era inevitabile che finisse così.
Particolarmente buffo il fatto che, nel 2004, Chiesa abbia scritto un libro dal titolo “I peggiori crimini del comunismo” con cui denunciava il trasformismo e il revisionismo di alcuni dirigenti comunisti che erano passati alla destra; se mai si dovesse fare una nuova edizione del libro, Chiesa oltre che autore dovrebbe diventarne protagonista.
Tuttavia, ciò che fa più specie è che Chiesa (notoriamente filo-russo) vada a fare la sua sceneggiata con i fascisti proprio il 22 giugno. Si tratta di un grave affronto, di un offesa a tutto il popolo sovietico che subì l’invasione fascista.
La linea di politica estera di Casapound è alquanto schizofrenica: dopo una breve fase filo-russa, si era attestata su posizioni nettamente anti-russe. Si tenga presente che CasaPound sosteneva il Golpe di Euromaidan in Ucraina e il famigerato Battaglione Azov che tra gli altri deliri si propone d’invadere la Russia. Ora (probabilmente per inseguire la Lega) CasaPound è nuovamente tornata filo russa.
In Italia Chiesa fatica a trovare seguito, già da tempo gli si stavano comprimendo gli spazi d’agibilità a sinistra, nulla di più facile che stia cercando di costruirseli a destra. Infatti, è nota la sinergia tra la Lega di Salvini e CasaPound, meno noto il fatto che Salvini sia un ammiratore di Dugin (i due si sono già incontrati). Quindi Chiesa, su cui ha sempre gravato l’ombra dell’ambiguità, può essere che stia cercando di trarre un qualche vantaggio nella nuova fase politica. L’unica certezza è che Chiesa sta facendo un’ulteriore danno a questo Paese.
Sull'argomento vedi anche: Caro Giulietto Chiesa, fascisti e Lega non sono compagni di strada
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12/02/2016
Il “comunitarismo”: un'altra trappola della retorica neofascista
Vi sono parole che, più di altre, si caricano di ambiguità e contraddizioni di un’epoca, fungendo da attrattori e dissimulatori, meccanismi scatenanti e dispositivi di camuffamento ideologico.
Tra queste, una parola, apparentemente innocua, di cui si fa da qualche decennio largo uso, sia negli ambienti accademici, sia nei siti web e nei social network: “comunitarismo”.
Nelle università, essa viene utilizzata, prevalentemente per indicare una corrente neoconservatrice del pensiero americano, sorta all’inizio degli anni Ottanta, orientata ad una critica del liberalismo di stampo anti-universalista, tradizionalista e regionalista.
In ambito europeo, e sul terreno strettamente politico, però, il termine ha radici più remote essendo divenuto, dalla seconda metà del Novecento, vessillo, non di formazioni politiche genericamente conservatrici, ma di gruppi fondati da esponenti dell’estrema destra armata europea, coinvolti nelle più efferate stragi compiute tra gli anni Sessanta e Ottanta.
Nata da una rielaborazione delle mitologie nazional-popolari del primo fascismo e del primo nazismo, quest’area, che alcuni definiscono “rosso-bruna”, ha poi conosciuto, nello scenario seguito al crollo dell’URSS, molteplici riassestamenti identitari.
Essa si distingue dal comunitarismo americano, innanzitutto, perché, invece di rifarsi al regionalismo e al modello delle piccole patrie, propone un’estensione del concetto autoritario di comunità, dalla dimensione locale, o nazionale, a quella sovranazionale, prospettando l’obiettivo di un impero europeo o euroasiatico.
Altra sua caratteristica è quella di cercare convergenze con l’islamismo radicale e con alcuni settori del movimento “anticapitalista e antimperialista” provenienti dall’estrema sinistra di ispirazione marxista o post-marxista.
Maître à penser di questo comunitarismo europeo fu il belga J. Thiriart (1922-1992). Ex volontario nelle Waffen-SS, Thiriart si impegnò, a partire dal dopoguerra, in sostegno delle politiche neo-colonialiste, fondando il Comité d’Action et Défense des Belges d’Afrique, il Mouvement d’action civique e, nel 1962, l’organizzazione internazionale Jeaune Europe, sostenuta finanziariamente da monopoli agricoli e minerari francesi e olandesi, da speculatori tedeschi e portoghesi, e soprattutto dall’Unione Miniére du Haut Katanga, multinazionale che si oppose alla decolonizzazione del Congo belga favorendo l’uccisione di Lumumba, primo capo di governo eletto dopo l’indipendenza (1960).
JEAUNE EUROPE rappresentò, secondo la ricostruzione di CERNIGOI, la prima “internazionale nera” del dopoguerra, e da essa prese origine il movimento politico poi denominato “comunitarismo”.
Esso guidò il “putsch d’Algeri” (1961) e l’attentato a De Gaulle (1962) ma, soprattutto, fu responsabile di un impressionante sterminio di persone di provenienza africana: “Secondo alcune stime, tra il maggio 1961 e il settembre 1962, furono almeno 2.700 le persone uccise dall’OAS, di cui circa 2.400 algerini”.
Thiriart anticipò l’uso di parole-slogan, divenute poi di gran moda, come “mondialismo” e “comunitarismo” e, nel 1965, entrò nell’agone elettorale fondando il Parti Communautaire Européen. Concependo il “comunitarismo” come “superamento in avanti del nazismo e del comunismo”, in direzione di un “socialismo nazional-europeo”, pensò inizialmente ad un’Europa imperiale contrapposta al blocco atlantico e a quello sovietico. Successivamente, lanciò, invece, il progetto di un’“Eurasia” imperiale, estesa dall’Atlantico agli Urali, alleata con le grandi potenze orientali e i paesi islamici in funzione antistatunitense e antiebraica. Progetto che tornò alla ribalta, nel 1984, dopo l’incontro con L. Michel che condusse alla fondazione del Parti Communautaire National-Européen, tuttora attivo in Belgio e Francia.
Gli sviluppi del comunitarismo euronazionalista si sono andati, invece, intrecciando, in Russia, con quelli del nuovo espansionismo putiniano. Specchio di questa parabola sono le metamorfosi del Movimento Internazionale Eurasiatista, nato durante la crisi dell’URSS su posizioni filomonarchiche, passato dopo il crollo del regime ad una rivalutazione della tradizione nazional-bolscevica, giunto, infine, nel nuovo millennio, a sposare le mire neoimperiali di Putin. Leader di questo movimento è A. Dughin, già traduttore di Evola, secondo il quale “bisogna opporre all’americanismo la dottrina euroasiatica, l’idea del Grande Impero Euroasiatico, quello della Tradizione e della sacralità gerarchica, armonica, organica, l’Impero delle grandi razze euroasiatiche, radicate nel suolo di questo continente attraverso legami naturali e diretti”. Fin dalle sue origini, questa organizzazione ha intrecciato rapporti con le destre neofasciste europee, creando una rete di gruppi che si riconoscono, pur tra mille distinguo, nell’ideologia euroasiatista.
Un altro terreno di coltura di questa corrente è stata, ed è, l’Italia. Le prime adesioni internazionali alla Jeune Europe di Thiriart vennero proprio da fascisti italiani come U. Gaudenzi, C. Orsi, C. Mutti, M. Borghezio e, a partire dagli anni Ottanta, alcuni protagonisti e fiancheggiatori dello stragismo nero si ritrovarono al centro di reti e circoli inneggianti al “comunitarismo”, alla convergenza tra opposti antagonismi, al superamento della contrapposizione destra-sinistra, e ad un “nuovo socialismo”. Tra questi, C. Mutti, che Cernigoi indica come “fondatore del nazimaoismo italiano”. Laureato in Filologia ugro-finnica, traduttore di Codreanu, attualmente direttore di Eurasia e animatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, Mutti fu arrestato nel 1974 con l’accusa di essere, insieme a a F. Freda e M. Tuti, tra i fondatori di Ordine Nero, organizzazione responsabile, come è noto, di circa 45 attentati, tra cui la strage di Brescia e la bomba sul treno Italicus. C. Palermo ce lo presenta come figura chiave di quella “nuova destra europea” che, dalla fine degli anni Settanta, si fece promotrice di una riscoperta dell’arianesimo islamico. Al contempo, Mutti è oggi uno dei punti di riferimento di quella “Rete dei circoli comunitaristi” di cui S. Ferrari così ricostruisce la storia:
Anche se, da molti anni, pubblicava quasi esclusivamente con case editrici di estrema destra, e faceva iniziative quasi solo con personaggi di quell’area, Preve conservò fino all’ultimo il vezzo di definirsi comunista e anticapitalista: “noi facciamo quindi una netta scelta di campo in favore del comunismo inteso come critica rivoluzionaria radicale non solo ai cosiddetti «eccessi neoliberali e finanziari» del capitalismo, ma anche e soprattutto alla riproduzione capitalistica in quanto tale”. Peccato che poi presentasse il fascismo e il nazismo come fenomeni la cui “intima natura” era quella di andare “al di là della dicotomia” tra destra e sinistra, e il suo comunismo-comunitarismo come “una correzione dell’assolutizzazione unilaterale del classismo proletario” orientata verso uno “stato nazionale fondato su di una democrazia nazionalitaria”
Verso questo obiettivo, a suo avviso, avrebbero dovuto marciare uniti tutti i movimenti non allineati all’“ordine mondiale”.
Per comprendere questo sfaccettato fenomeno, ovvero, il convergere, in Italia e altrove, di diverse aggregazioni provenienti dall’estrema destra e di alcune figure o sigle dell’estrema sinistra statalista, in una variegata mappa di aree rosso-brune, contraddistinte da slogan come il superamento dell’opposizione destra-sinistra, l’appello ad una convergenza delle forze antimperialiste, l’antiamericanismo e l’antisemitismo mascherato da antisionismo, è necessario, credo, guardare, in primo luogo, ai mutamenti degli scenari internazionali avvenuti negli ultimi due decenni. Primi fra questi, la crisi delle forme tradizionali di sovranità nazionale, indotta dalle dimensioni che la globalizzazione capitalistica sta assumendo, e le ricadute di tale crisi sugli equilibri internazionali e interni.
Le diverse forme del neocomunitarismo europeo appaiono, in quest’ottica, variegate tipologie di risposta fobico-nostalgica alle trasformazioni che hanno indotto un sempre più consistente trasferimento dei poteri decisionali dagli Stati nazionali ad organismi internazionali, espressione dei grandi blocchi del potere economico e finanziario, un progressivo impoverimento delle classi lavoratrici e delle piccole e medie borghesie nazionali, uno smantellamento del sistema di ‘tutele’ sociali cui l’Occidente era abituato.
Risposte che si declinano principalmente secondo tre versanti:
1) un comunitarismo nazionalista che alla crisi della sovranità statuale risponde rilanciando il progetto di un ruolo primario dello Stato nazionale nella programmazione economica e sociale, ispirandosi a modelli che vanno dal fascismo al socialismo di stato.
2) Un comunitarismo regionalista, che tenta di ricreare, a livello “etnico”, i connotati di una comunità gerarchica, omologante, chiusa all’immigrazione e al dissenso, tradizionalmente tipica del nazionalismo e dell’”organicismo” di radice prefascista e fascista.
3) Un comunitarismo euroasiatista, post-nazista, neo-imperialista, che auspica la creazione di un’asse antiamericano e antiebraico tra Europa continentale, Russia, paesi islamici, India, Cina, e chi più ne ha più metta.
Fonte
Tra queste, una parola, apparentemente innocua, di cui si fa da qualche decennio largo uso, sia negli ambienti accademici, sia nei siti web e nei social network: “comunitarismo”.
Nelle università, essa viene utilizzata, prevalentemente per indicare una corrente neoconservatrice del pensiero americano, sorta all’inizio degli anni Ottanta, orientata ad una critica del liberalismo di stampo anti-universalista, tradizionalista e regionalista.
In ambito europeo, e sul terreno strettamente politico, però, il termine ha radici più remote essendo divenuto, dalla seconda metà del Novecento, vessillo, non di formazioni politiche genericamente conservatrici, ma di gruppi fondati da esponenti dell’estrema destra armata europea, coinvolti nelle più efferate stragi compiute tra gli anni Sessanta e Ottanta.
Nata da una rielaborazione delle mitologie nazional-popolari del primo fascismo e del primo nazismo, quest’area, che alcuni definiscono “rosso-bruna”, ha poi conosciuto, nello scenario seguito al crollo dell’URSS, molteplici riassestamenti identitari.
Essa si distingue dal comunitarismo americano, innanzitutto, perché, invece di rifarsi al regionalismo e al modello delle piccole patrie, propone un’estensione del concetto autoritario di comunità, dalla dimensione locale, o nazionale, a quella sovranazionale, prospettando l’obiettivo di un impero europeo o euroasiatico.
Altra sua caratteristica è quella di cercare convergenze con l’islamismo radicale e con alcuni settori del movimento “anticapitalista e antimperialista” provenienti dall’estrema sinistra di ispirazione marxista o post-marxista.
Maître à penser di questo comunitarismo europeo fu il belga J. Thiriart (1922-1992). Ex volontario nelle Waffen-SS, Thiriart si impegnò, a partire dal dopoguerra, in sostegno delle politiche neo-colonialiste, fondando il Comité d’Action et Défense des Belges d’Afrique, il Mouvement d’action civique e, nel 1962, l’organizzazione internazionale Jeaune Europe, sostenuta finanziariamente da monopoli agricoli e minerari francesi e olandesi, da speculatori tedeschi e portoghesi, e soprattutto dall’Unione Miniére du Haut Katanga, multinazionale che si oppose alla decolonizzazione del Congo belga favorendo l’uccisione di Lumumba, primo capo di governo eletto dopo l’indipendenza (1960).
JEAUNE EUROPE rappresentò, secondo la ricostruzione di CERNIGOI, la prima “internazionale nera” del dopoguerra, e da essa prese origine il movimento politico poi denominato “comunitarismo”.
Esso guidò il “putsch d’Algeri” (1961) e l’attentato a De Gaulle (1962) ma, soprattutto, fu responsabile di un impressionante sterminio di persone di provenienza africana: “Secondo alcune stime, tra il maggio 1961 e il settembre 1962, furono almeno 2.700 le persone uccise dall’OAS, di cui circa 2.400 algerini”.
Thiriart anticipò l’uso di parole-slogan, divenute poi di gran moda, come “mondialismo” e “comunitarismo” e, nel 1965, entrò nell’agone elettorale fondando il Parti Communautaire Européen. Concependo il “comunitarismo” come “superamento in avanti del nazismo e del comunismo”, in direzione di un “socialismo nazional-europeo”, pensò inizialmente ad un’Europa imperiale contrapposta al blocco atlantico e a quello sovietico. Successivamente, lanciò, invece, il progetto di un’“Eurasia” imperiale, estesa dall’Atlantico agli Urali, alleata con le grandi potenze orientali e i paesi islamici in funzione antistatunitense e antiebraica. Progetto che tornò alla ribalta, nel 1984, dopo l’incontro con L. Michel che condusse alla fondazione del Parti Communautaire National-Européen, tuttora attivo in Belgio e Francia.
Gli sviluppi del comunitarismo euronazionalista si sono andati, invece, intrecciando, in Russia, con quelli del nuovo espansionismo putiniano. Specchio di questa parabola sono le metamorfosi del Movimento Internazionale Eurasiatista, nato durante la crisi dell’URSS su posizioni filomonarchiche, passato dopo il crollo del regime ad una rivalutazione della tradizione nazional-bolscevica, giunto, infine, nel nuovo millennio, a sposare le mire neoimperiali di Putin. Leader di questo movimento è A. Dughin, già traduttore di Evola, secondo il quale “bisogna opporre all’americanismo la dottrina euroasiatica, l’idea del Grande Impero Euroasiatico, quello della Tradizione e della sacralità gerarchica, armonica, organica, l’Impero delle grandi razze euroasiatiche, radicate nel suolo di questo continente attraverso legami naturali e diretti”. Fin dalle sue origini, questa organizzazione ha intrecciato rapporti con le destre neofasciste europee, creando una rete di gruppi che si riconoscono, pur tra mille distinguo, nell’ideologia euroasiatista.
Un altro terreno di coltura di questa corrente è stata, ed è, l’Italia. Le prime adesioni internazionali alla Jeune Europe di Thiriart vennero proprio da fascisti italiani come U. Gaudenzi, C. Orsi, C. Mutti, M. Borghezio e, a partire dagli anni Ottanta, alcuni protagonisti e fiancheggiatori dello stragismo nero si ritrovarono al centro di reti e circoli inneggianti al “comunitarismo”, alla convergenza tra opposti antagonismi, al superamento della contrapposizione destra-sinistra, e ad un “nuovo socialismo”. Tra questi, C. Mutti, che Cernigoi indica come “fondatore del nazimaoismo italiano”. Laureato in Filologia ugro-finnica, traduttore di Codreanu, attualmente direttore di Eurasia e animatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, Mutti fu arrestato nel 1974 con l’accusa di essere, insieme a a F. Freda e M. Tuti, tra i fondatori di Ordine Nero, organizzazione responsabile, come è noto, di circa 45 attentati, tra cui la strage di Brescia e la bomba sul treno Italicus. C. Palermo ce lo presenta come figura chiave di quella “nuova destra europea” che, dalla fine degli anni Settanta, si fece promotrice di una riscoperta dell’arianesimo islamico. Al contempo, Mutti è oggi uno dei punti di riferimento di quella “Rete dei circoli comunitaristi” di cui S. Ferrari così ricostruisce la storia:
“Formatasi inizialmente come corrente interna al Fronte Nazionale di Adriano Tilgher (fondato nel 1997), nel novembre del 1998 edita la rivista “Rosso è Nero”. Allontanatasi dal Fronte nell’ottobre del 1999 […] decide di prendere contatti con il Partito comunitarista nazional-europeo”, erede diretto del comunitarismo post-nazista di Thiriart. Si trasforma, a fine 1999, in sezione italiana di quest’ultimo, modificando, l’anno successivo, il nome della testata da “Rosso è Nero” in “Comunitarismo”. Nel 2001, dopo aver preso le distanze anche dal partito comunitarista, si ripropone sotto la sigla “Unione dei Comunisti Nazionalitari”, presentandosi come formazione che intende “rafforzare la comunicazione con le altre realtà della sinistra anticapitalista e antimperialista”Brodo di coltura di queste ideologie è un programmatico appiattimento delle differenze semantiche accumulate nei termini “socialismo” e “nazionalsocialismo”, “comunismo” e “comunitarismo”, e della storia che le ha prodotte, cui una parte dell’intellettualità italiana negli ultimi decenni si è prestata ampiamente. A partire dal 2000, in particolare, alcuni settori dell’area rosso-bruna hanno iniziato a “cercare contatti con ambienti della sinistra antimperialista ed internazionalista” e alcuni intellettuali “transfughi della sinistra”, come Costanzo Preve (1943-2013), alcune realtà associative come il Campo anti imperialista di Assisi, si son mostrati sensibili al richiamo.
Anche se, da molti anni, pubblicava quasi esclusivamente con case editrici di estrema destra, e faceva iniziative quasi solo con personaggi di quell’area, Preve conservò fino all’ultimo il vezzo di definirsi comunista e anticapitalista: “noi facciamo quindi una netta scelta di campo in favore del comunismo inteso come critica rivoluzionaria radicale non solo ai cosiddetti «eccessi neoliberali e finanziari» del capitalismo, ma anche e soprattutto alla riproduzione capitalistica in quanto tale”. Peccato che poi presentasse il fascismo e il nazismo come fenomeni la cui “intima natura” era quella di andare “al di là della dicotomia” tra destra e sinistra, e il suo comunismo-comunitarismo come “una correzione dell’assolutizzazione unilaterale del classismo proletario” orientata verso uno “stato nazionale fondato su di una democrazia nazionalitaria”
Verso questo obiettivo, a suo avviso, avrebbero dovuto marciare uniti tutti i movimenti non allineati all’“ordine mondiale”.
Per comprendere questo sfaccettato fenomeno, ovvero, il convergere, in Italia e altrove, di diverse aggregazioni provenienti dall’estrema destra e di alcune figure o sigle dell’estrema sinistra statalista, in una variegata mappa di aree rosso-brune, contraddistinte da slogan come il superamento dell’opposizione destra-sinistra, l’appello ad una convergenza delle forze antimperialiste, l’antiamericanismo e l’antisemitismo mascherato da antisionismo, è necessario, credo, guardare, in primo luogo, ai mutamenti degli scenari internazionali avvenuti negli ultimi due decenni. Primi fra questi, la crisi delle forme tradizionali di sovranità nazionale, indotta dalle dimensioni che la globalizzazione capitalistica sta assumendo, e le ricadute di tale crisi sugli equilibri internazionali e interni.
Le diverse forme del neocomunitarismo europeo appaiono, in quest’ottica, variegate tipologie di risposta fobico-nostalgica alle trasformazioni che hanno indotto un sempre più consistente trasferimento dei poteri decisionali dagli Stati nazionali ad organismi internazionali, espressione dei grandi blocchi del potere economico e finanziario, un progressivo impoverimento delle classi lavoratrici e delle piccole e medie borghesie nazionali, uno smantellamento del sistema di ‘tutele’ sociali cui l’Occidente era abituato.
Risposte che si declinano principalmente secondo tre versanti:
1) un comunitarismo nazionalista che alla crisi della sovranità statuale risponde rilanciando il progetto di un ruolo primario dello Stato nazionale nella programmazione economica e sociale, ispirandosi a modelli che vanno dal fascismo al socialismo di stato.
2) Un comunitarismo regionalista, che tenta di ricreare, a livello “etnico”, i connotati di una comunità gerarchica, omologante, chiusa all’immigrazione e al dissenso, tradizionalmente tipica del nazionalismo e dell’”organicismo” di radice prefascista e fascista.
3) Un comunitarismo euroasiatista, post-nazista, neo-imperialista, che auspica la creazione di un’asse antiamericano e antiebraico tra Europa continentale, Russia, paesi islamici, India, Cina, e chi più ne ha più metta.
Fonte
08/01/2015
L’estrema destra europea, dopo Majdan
di Simone Pieranni - Il Manifesto - 6 gennaio 2015
Intervista ad Anton Shekhovtsov esperto di estrema destra dell'Europa orientale
Anton Shekhovtsov, visiting fellow all’università di Vienna, è un esperto di formazioni di estrema destra dell’Europa orientale. Ha studiato in modo particolare il «sogno dell’impero euroasiatico» di Alexander Dugin, filosofo russo, vero e proprio intellettuale di riferimento di molte formazioni di estrema destra, soprattutto russe.
Nel conflitto ucraino le forze neonazi hanno avuto un’importanza non da poco, tanto durante i giorni di Majdan, quanto dopo l’inizio della guerra. L’Ucraina è diventata un campo di battaglia dove attivisti di destra di tutta Europa, compresi alcuni italiani, sono giunti per combattere.
Qualcuno ha scelto di stare con gli ucraini, altri con i filorussi, in una ricomposizione della destra europea che ha stordito alleanze ed equilibri che duravano da anni. Di questo e della forza, attuale e potenzialmente futura, della destra in Ucraina ne abbiamo parlato con Shekhovtsov, cercando anche di capire l’origine di alcuni fenomeni a cui abbiamo assistito in Ucraina.
Partiamo dalle formazioni di estrema destra ucraine: che forza hanno e quali sono i loro obiettivi?
La forza attuale della destra in Ucraina dipende da alcuni fattori, per altro storici. In primo luogo dalla forza del movimento propriamente di destra e in questo senso parliamo di gruppi simili a Pravy Sektor, composto da conservatori da un punto di vista sociale, di natura proletaria ma anche con un obiettivo che costituisce una sorta di idea circa la liberazione nazionale.
Questo era soprattutto vero negli anni 20 e durante la seconda guerra mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale, i nazionalisti ucraini erano in esilio. Ma dopo l’indipendenza anche la destra ucraina è cambiata, cambiando anche la propria narrazione. Oggi potremmo dire che è per certi versi in crisi perché rispetto ai risultati politici del 2012, quando avevano 47 seggi in parlamento, hanno subito una sconfitta elettorale. Hanno fallito perché non sono riusciti ad entrare in parlamento come partito, ma solo con alcuni dei loro rappresentanti, attraverso anche altri partiti.
E oggi sono cambiati anche gli obiettivi: per Svoboda ad esempio il nemico principale è il Cremlino. Non tanto la Russia o i russi, ma proprio Mosca, il centro del potere russo. Putin, in pratica. Per altri gruppi di estrema destra, i nemici sono altri, oltre a Mosca. Ad esempio gli americani, gli ebrei. Questo soprattutto tra i gruppi più estremi, quelli dichiaratamente neonazisti.
Che tipo di business, la guerra in Ucraina ha finito per favorire per questi gruppi di estrema destra, apparsi decisamente organizzati, basti pensare ai «battaglioni»?
I membri dei gruppi di estrema destra e alcune piccole organizzazioni hanno sempre agito in certi contesti. Negli anni '90 ad esempio agivano come una sorta di mafia, controllando traffici e dando in cambio servizi di sicurezza.
Non è cambiato molto da allora, oggi gestiscono certi business, dando in cambio ad esempio la sicurezza e il servizio d’ordine nelle manifestazioni e non solo, a vari partiti politici. E lo fanno in cambio di soldi. E poi sono impiegati in attività che non sono facili da spiegare specie ad un europeo, ovvero i «sequestri di attività economiche» (ad esempio nei confronti di immigrati).
È una pratica che spesso è complessa, per quanto naturalmente illegale, cui partecipano spesso i gruppi di estrema destra. Non ho la conferma ma pare che un battaglione sia impiegato per questo genere di attività anche nelle regioni orientali, ovviamente nelle zone controllate ancora da Kiev.
In che modo in Ucraina sono coinvolti gruppi di estrema destra russi e non solo?
Come altre guerre, anche quella ucraina ha finito per attirare tanti attivisti di estrema destra, attirati dalla possibilità di combattere, avere armi, fare training e guadagnarci qualcosa in termini economici. Sappiamo bene come queste situazioni esercitino fascino nei confronti dei militanti di estrema destra, di tutta l’Europa, non solo quella orientale.
Lo saprete meglio di me, per molti esponenti dei gruppi di estrema destra ogni guerra è una sorta di sogno che si realizza, una sorta di realizzazione della loro volontà di violenza. In ogni caso il più importante gruppo coinvolto tra i filorussi, tra i gruppi di estrema destra europeo, è russo e sono quelli del «Russia National Unity».
Si tratta di un’organizzazione non nuova, che esiste dall’inizio degli anni '90 in Russia. In parte, a livello organizzativo ha una sua struttura di business e un struttura militante, dichiaratamente neo nazista. Hanno partecipato a vari conflitti, come in Transnistria, in Cecenia, dove hanno fatto bottino e incetta di armi e soldi e secondo le mie fonti hanno partecipato al tentato colpo di Stato del 1993 a Mosca, ma in difesa del Parlamento, contro Eltsin.
E in seguito hanno partecipato ad ogni conflitto in cui sono riusciti a infilarsi, per fare soldi, armi e training. Oggi sono il gruppo più forte presente nell’Ucraina dell’est. Poi ci sono anche attivisti provenienti dall’«Euroasian union», una sorta di gruppo giovanile dell’organizzazione internazionale guidata da Alexander Dugin. Uno dei loro membri Alexander Proselkov è stato misteriosamente ucciso in Ucraina. (Alexander Proselkov era stato nominato ministro degli esteri della Repubblica di Donetsk da Pavel Gubarev, quando Gubarev era il governatore. Secondo i suoi commilitoni sarebbe stato ucciso da un killer nelle regioni orientali dell’Ucraina, ndr). E poi ci sono molti singoli attivisti, cani sciolti, magari neanche affiliati ad un gruppo preciso.
Come giustificano il fatto di combattere contro altri neonazisti, come ad esempio i battaglioni composti dall’estrema destra ucraina e qual è la loro posizione rispetto a Putin.
Loro sono nazionalisti russi, combattono contro gli ucraini. Sia i membri del «Russia National Unity» sia quelli legati a Dugin sono in opposizione completa a Putin. Si sentono molto più radicali di Putin. Loro sono lì per combattere per qualcosa che sognano per il dopo Putin, una rinascita ancora più vistosa della Russia.
Loro pensano di poter prendere il potere in Russia, davvero. Questa è una cosa in cui crede molto soprattutto Dugin. E stanno usando la loro partecipazione a questo conflitto soprattutto per aumentare il proprio potere in Russia, dove fanno apertamente reclutamento per andare a combattere contro l’Ucraina.
Ma che potere effettivo hanno in Russia questi gruppi?
Sono un gruppo minoritario e negli ultimi tempi anche tra gli studiosi, hanno perso molto della rilevanza che avevano avuto negli anni passati.
E invece nel Donbass, in generale, questi gruppi che tipo di potere e che influenza hanno? Perché sembra molto complicato capire, lato «filorussi», chi comanda davvero, oltre ai tanti rumors che provengono da quelle zone e non semplificano le cose. Che informazioni ha al riguardo?
È davvero complicato capire cosa succeda in quella parte del paese, perché il territorio occupato dalle forze separatisti, coadiuvato da forze russe, potremmo definirlo diviso in tante aree comandate da veri e propri clan.
Talvolta si tratta di indipendentisti, talvolta di criminali, ma in generale è un territorio molto diviso e caotico, completamente. Il che rende molto complicato capire se c’è qualcosa di centralizzato o meno o comprendere chi sta comandando in un dato territorio.
Ci sono troppi gruppi coinvolti ed è molto difficile capire chi comanda, anche perché oltre a combattere contro l’esercito, talvolta combattono anche tra di loro. La regione di Donetsk è quella che appare più organizzata e centralizzata.
Chi ha di fatto proclamato la Repubblica di Donetsk, appartiene ad un’organizzazione separatista che vive da tempo e che ha sempre avuto contatti con Mosca già dal 2005. Sono separatisti, filorussi e organizzati. Si dice che già nel 2006 abbiano preso parte a training camp in Russia organizzati dai servizi di sicurezza.
Cosa è cambiato nella destra europea, dopo la crisi ucraina?
Con la guerra in Ucraina molti partiti e gruppi di destra hanno dovuto rivedere la propria «politica estera» e hanno dovuto prendere posizione. In realtà la destra ucraina ha perso molto consenso europeo.
Ad esempio Svoboda prima era appoggiata da alcuni gruppi che poi ne hanno preso le distanze, come il Front National francese, la destra austriaca, la stessa Jobbik o anche l’italiano Roberto Fiore e Forza Nuova (non a caso dal sito di Forza Nuova sono scomparse le cronache dei precedenti incontri con Svoboda, al contrario di Casa Pound che invece supporta Kiev e in particolar modo Pravy Sektor ndr).
Devo aggiungere una cosa infine, personale: Svoboda è molto più radicale a mio modo di vedere, nell’essere di estrema destra, rispetto a Pravy Sektor. Questi sono più inclusivi di Svoboda. Pravy Sektor è soprattutto omofobo, mentre Svoboda è molto più chiaramente neonazista e razzista.
Fonte
Intervista ad Anton Shekhovtsov esperto di estrema destra dell'Europa orientale
Anton Shekhovtsov, visiting fellow all’università di Vienna, è un esperto di formazioni di estrema destra dell’Europa orientale. Ha studiato in modo particolare il «sogno dell’impero euroasiatico» di Alexander Dugin, filosofo russo, vero e proprio intellettuale di riferimento di molte formazioni di estrema destra, soprattutto russe.
Nel conflitto ucraino le forze neonazi hanno avuto un’importanza non da poco, tanto durante i giorni di Majdan, quanto dopo l’inizio della guerra. L’Ucraina è diventata un campo di battaglia dove attivisti di destra di tutta Europa, compresi alcuni italiani, sono giunti per combattere.
Qualcuno ha scelto di stare con gli ucraini, altri con i filorussi, in una ricomposizione della destra europea che ha stordito alleanze ed equilibri che duravano da anni. Di questo e della forza, attuale e potenzialmente futura, della destra in Ucraina ne abbiamo parlato con Shekhovtsov, cercando anche di capire l’origine di alcuni fenomeni a cui abbiamo assistito in Ucraina.
Partiamo dalle formazioni di estrema destra ucraine: che forza hanno e quali sono i loro obiettivi?
La forza attuale della destra in Ucraina dipende da alcuni fattori, per altro storici. In primo luogo dalla forza del movimento propriamente di destra e in questo senso parliamo di gruppi simili a Pravy Sektor, composto da conservatori da un punto di vista sociale, di natura proletaria ma anche con un obiettivo che costituisce una sorta di idea circa la liberazione nazionale.
Questo era soprattutto vero negli anni 20 e durante la seconda guerra mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale, i nazionalisti ucraini erano in esilio. Ma dopo l’indipendenza anche la destra ucraina è cambiata, cambiando anche la propria narrazione. Oggi potremmo dire che è per certi versi in crisi perché rispetto ai risultati politici del 2012, quando avevano 47 seggi in parlamento, hanno subito una sconfitta elettorale. Hanno fallito perché non sono riusciti ad entrare in parlamento come partito, ma solo con alcuni dei loro rappresentanti, attraverso anche altri partiti.
E oggi sono cambiati anche gli obiettivi: per Svoboda ad esempio il nemico principale è il Cremlino. Non tanto la Russia o i russi, ma proprio Mosca, il centro del potere russo. Putin, in pratica. Per altri gruppi di estrema destra, i nemici sono altri, oltre a Mosca. Ad esempio gli americani, gli ebrei. Questo soprattutto tra i gruppi più estremi, quelli dichiaratamente neonazisti.
Che tipo di business, la guerra in Ucraina ha finito per favorire per questi gruppi di estrema destra, apparsi decisamente organizzati, basti pensare ai «battaglioni»?
I membri dei gruppi di estrema destra e alcune piccole organizzazioni hanno sempre agito in certi contesti. Negli anni '90 ad esempio agivano come una sorta di mafia, controllando traffici e dando in cambio servizi di sicurezza.
Non è cambiato molto da allora, oggi gestiscono certi business, dando in cambio ad esempio la sicurezza e il servizio d’ordine nelle manifestazioni e non solo, a vari partiti politici. E lo fanno in cambio di soldi. E poi sono impiegati in attività che non sono facili da spiegare specie ad un europeo, ovvero i «sequestri di attività economiche» (ad esempio nei confronti di immigrati).
È una pratica che spesso è complessa, per quanto naturalmente illegale, cui partecipano spesso i gruppi di estrema destra. Non ho la conferma ma pare che un battaglione sia impiegato per questo genere di attività anche nelle regioni orientali, ovviamente nelle zone controllate ancora da Kiev.
In che modo in Ucraina sono coinvolti gruppi di estrema destra russi e non solo?
Come altre guerre, anche quella ucraina ha finito per attirare tanti attivisti di estrema destra, attirati dalla possibilità di combattere, avere armi, fare training e guadagnarci qualcosa in termini economici. Sappiamo bene come queste situazioni esercitino fascino nei confronti dei militanti di estrema destra, di tutta l’Europa, non solo quella orientale.
Lo saprete meglio di me, per molti esponenti dei gruppi di estrema destra ogni guerra è una sorta di sogno che si realizza, una sorta di realizzazione della loro volontà di violenza. In ogni caso il più importante gruppo coinvolto tra i filorussi, tra i gruppi di estrema destra europeo, è russo e sono quelli del «Russia National Unity».
Si tratta di un’organizzazione non nuova, che esiste dall’inizio degli anni '90 in Russia. In parte, a livello organizzativo ha una sua struttura di business e un struttura militante, dichiaratamente neo nazista. Hanno partecipato a vari conflitti, come in Transnistria, in Cecenia, dove hanno fatto bottino e incetta di armi e soldi e secondo le mie fonti hanno partecipato al tentato colpo di Stato del 1993 a Mosca, ma in difesa del Parlamento, contro Eltsin.
E in seguito hanno partecipato ad ogni conflitto in cui sono riusciti a infilarsi, per fare soldi, armi e training. Oggi sono il gruppo più forte presente nell’Ucraina dell’est. Poi ci sono anche attivisti provenienti dall’«Euroasian union», una sorta di gruppo giovanile dell’organizzazione internazionale guidata da Alexander Dugin. Uno dei loro membri Alexander Proselkov è stato misteriosamente ucciso in Ucraina. (Alexander Proselkov era stato nominato ministro degli esteri della Repubblica di Donetsk da Pavel Gubarev, quando Gubarev era il governatore. Secondo i suoi commilitoni sarebbe stato ucciso da un killer nelle regioni orientali dell’Ucraina, ndr). E poi ci sono molti singoli attivisti, cani sciolti, magari neanche affiliati ad un gruppo preciso.
Come giustificano il fatto di combattere contro altri neonazisti, come ad esempio i battaglioni composti dall’estrema destra ucraina e qual è la loro posizione rispetto a Putin.
Loro sono nazionalisti russi, combattono contro gli ucraini. Sia i membri del «Russia National Unity» sia quelli legati a Dugin sono in opposizione completa a Putin. Si sentono molto più radicali di Putin. Loro sono lì per combattere per qualcosa che sognano per il dopo Putin, una rinascita ancora più vistosa della Russia.
Loro pensano di poter prendere il potere in Russia, davvero. Questa è una cosa in cui crede molto soprattutto Dugin. E stanno usando la loro partecipazione a questo conflitto soprattutto per aumentare il proprio potere in Russia, dove fanno apertamente reclutamento per andare a combattere contro l’Ucraina.
Ma che potere effettivo hanno in Russia questi gruppi?
Sono un gruppo minoritario e negli ultimi tempi anche tra gli studiosi, hanno perso molto della rilevanza che avevano avuto negli anni passati.
E invece nel Donbass, in generale, questi gruppi che tipo di potere e che influenza hanno? Perché sembra molto complicato capire, lato «filorussi», chi comanda davvero, oltre ai tanti rumors che provengono da quelle zone e non semplificano le cose. Che informazioni ha al riguardo?
È davvero complicato capire cosa succeda in quella parte del paese, perché il territorio occupato dalle forze separatisti, coadiuvato da forze russe, potremmo definirlo diviso in tante aree comandate da veri e propri clan.
Talvolta si tratta di indipendentisti, talvolta di criminali, ma in generale è un territorio molto diviso e caotico, completamente. Il che rende molto complicato capire se c’è qualcosa di centralizzato o meno o comprendere chi sta comandando in un dato territorio.
Ci sono troppi gruppi coinvolti ed è molto difficile capire chi comanda, anche perché oltre a combattere contro l’esercito, talvolta combattono anche tra di loro. La regione di Donetsk è quella che appare più organizzata e centralizzata.
Chi ha di fatto proclamato la Repubblica di Donetsk, appartiene ad un’organizzazione separatista che vive da tempo e che ha sempre avuto contatti con Mosca già dal 2005. Sono separatisti, filorussi e organizzati. Si dice che già nel 2006 abbiano preso parte a training camp in Russia organizzati dai servizi di sicurezza.
Cosa è cambiato nella destra europea, dopo la crisi ucraina?
Con la guerra in Ucraina molti partiti e gruppi di destra hanno dovuto rivedere la propria «politica estera» e hanno dovuto prendere posizione. In realtà la destra ucraina ha perso molto consenso europeo.
Ad esempio Svoboda prima era appoggiata da alcuni gruppi che poi ne hanno preso le distanze, come il Front National francese, la destra austriaca, la stessa Jobbik o anche l’italiano Roberto Fiore e Forza Nuova (non a caso dal sito di Forza Nuova sono scomparse le cronache dei precedenti incontri con Svoboda, al contrario di Casa Pound che invece supporta Kiev e in particolar modo Pravy Sektor ndr).
Devo aggiungere una cosa infine, personale: Svoboda è molto più radicale a mio modo di vedere, nell’essere di estrema destra, rispetto a Pravy Sektor. Questi sono più inclusivi di Svoboda. Pravy Sektor è soprattutto omofobo, mentre Svoboda è molto più chiaramente neonazista e razzista.
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