Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/03/2022

Momento populista e rivoluzione passiva

In varie occasioni ho definito il populismo come la forma che la lotta di classe ha assunto da quando la controrivoluzione liberista ha sconfitto le classi lavoratrici, annientandone l’identità socioculturale e inibendole la possibilità di rappresentare politicamente i propri interessi. Questa definizione è stata erroneamente interpretata come una legittimazione “ideologica” del populismo, benché chi scrive abbia sempre sostenuto che il populismo non è né è mai stato un’ideologia; sia perché non esiste un corpus teorico e ideologico condiviso dai movimenti populisti, sia perché gli sforzi di definire elementi comuni a tutti i movimenti populisti del passato e del presente non hanno prodotto altro che degli “idealtipi” inadeguati a cogliere la complessità del fenomeno. Dire che il populismo è la forma in cui oggi si manifesta la lotta di classe non implica attribuirgli connotati positivi. Chi ritiene che il conflitto di classe abbia sempre e comunque valenza progressiva dimentica che le idee dominanti sono sempre quelle delle classi dominanti, ed è per questo che, in assenza di un progetto politico controegemonico, ogni moto sovversivo tende a risolversi in una “rivoluzione passiva” che cavalca le lotte delle classi subalterne per rivolgerle contro i loro stessi interessi. Dal momento però che non penso neppure che il populismo sia di per sé un fenomeno regressivo, necessariamente destinato ad assumere connotati “di destra”, le mie tesi sono state impropriamente associate a quelle del filosofo argentino Ernesto Laclau.

Laclau sostiene che la diffidenza e il disprezzo nei confronti del populismo è un riflesso – apparentemente anacronistico – della paura delle oligarchie tardo ottocentesche nei confronti dell’irruzione delle masse sulla scena del conflitto politico: paura della democrazia insomma. Anacronismo apparente, dal momento che la paura in questione torna ad essere attuale nel momento in cui, dopo una lunga fase di neutralizzazione dei conflitti sociali da parte del sistema liberal democratico, quest’ultimo attraversa una crisi radicale che crea le condizioni di un “momento populista”. Di momento populista, sostiene Laclau, si può parlare allorché un sistema egemonico non riesce più a rispondere in modo differenziale alle domande del corpo sociale. In tale situazione tende a instaurarsi una “catena equivalenziale” fra le domande inevase: ci troviamo cioè di fronte, per dirla con le sue parole, a un “accumulo di domande inascoltate e una crescente incapacità del sistema istituzionale di assorbirle in modo differenziale (ognuna isolata dalle altre) [per cui] tra di loro si stabilirà una relazione di equivalenza”. Tale relazione si rafforza a mano a mano che cresce la distanza fra popolo e istituzioni, fino a produrre una dicotomizzazione fra un noi e un loro, a tracciare un confine amico/nemico fra popolo e potere. Se l’equivalenza si estende oltre un limite critico, “diventa difficile determinare quale sia l’istanza cui andrebbero indirizzate”. Emergono così uno o più “nemici” sui quali tende a concentrarsi la rabbia, creando le condizioni per l’unificazione politica dei soggetti che avanzano le rivendicazioni.

Le differenze con la visione marxista sono evidenti: mentre quest’ultima associa i conflitti sociali e la possibilità di unificarli alle contraddizioni socioeconomiche generate dai rapporti di produzione, per Laclau le rivendicazioni sono eterogenee, condividono solo l’opposizione a un regime oligarchico (élite, casta, ecc.) vissuto come “cattivo”, per cui l’unificazione si dà sul piano simbolico-discorsivo. Del resto, argomenta Laclau, la società capitalista non genera solo l’antagonismo fra capitale e lavoro, ma una miriade di punti di rottura, la maggior parte dei quali (crisi ecologiche, conflitti generazionali, di genere, etnici, religiosi ecc.) esterni al mondo produttivo, perciò non esiste alcuna necessità che indichi negli operai i soggetti privilegiati del conflitto sociale: tutto ciò che sappiamo è che questi ultimi saranno “gli esterni al sistema, gli emarginati, i derelitti”. Il riferimento ai derelitti introduce un tema “morale” estraneo all’approccio strutturalista di Laclau, quasi costui volesse salvare in questo modo la sua originaria anima marxista: da un lato rinnega la categoria di classe sociale, ma dall’altro evoca un “popolo” sì interclassista ma dai connotati plebei. Non meno eclettica la sua rilettura del concetto gramsciano di egemonia: Laclau rimpiazza l’egemonia di classe con la capacità di una particolare rivendicazione di incarnare simbolicamente l’intera catena equivalenziale. È vero che gli obiettivi di un gruppo in lotta per il potere possono essere realizzati solo mobilitando forze più ampie, costruendo un blocco sociale, ma ciò, sostiene Laclau, non ha a che fare con la composizione di classe, bensì con la ”performatività” di un discorso capace di integrare il contenuto simbolico di tutti i discorsi della catena equivalenziale. Ecco perché parla di un Gramsci che avrebbe “anticipato la possibilità di comprendere le identità collettive secondo modalità sconosciute al marxismo”. Ho smontato questa tesi in un capitolo sui Quaderni dal carcere di un mio recente libro, al quale rinvio; qui mi limito a ribadire come la peculiare concezione di “autonomia del politico” adottata da Laclau – diversa da quella di Mario Tronti e altri autori – veda nel politico il prodotto di forze esterne alla sfera dei rapporti socioeconomici.

Sono dunque chiare le ragioni per cui sostiene che il linguaggio populista deve restare impreciso e fluttuante: non a causa di un deficit di chiarezza ideologica, ma in quanto l’unificazione populista avviene su un terreno sociale eterogeneo. Parole come ordine, giustizia, uguaglianza non indicano contenuti univoci e positivi, ma sono “significanti vuoti” che evocano cose diverse per soggetti diversi, ancorché partecipi della stessa catena equivalenziale. Ciò detto, per Laclau il linguaggio è un fattore fondamentale ma non sufficiente per la costruzione del popolo: per realizzare tale obiettivo occorrono processi di identificazione che si sviluppino sia in orizzontale (identificazione reciproca fra i membri del gruppo) sia in verticale (identificazione fra i membri del gruppo e il leader). L’insorgenza populista vince solo se si dota di una dimensione verticale che può assumere l’aspetto dell’organizzazione o quello dell’identificazione con il leader (o entrambe). Prima di entrare nel merito del peso che questa concezione ipertrofica del ruolo del linguaggio e del leader ha avuto nel causare il fallimento dei movimenti populisti dopo un’effimera stagione di successi, è il caso di introdurre un altro elemento di criticità che emerge chiaramente dalle tesi di Chantal Mouffe, autrice che non ha solo condiviso il percorso teorico di Laclau ma ne ha raccolto l’eredità. Mentre Laclau definisce il popolo come l’insieme degli ultimi, degli esclusi, degli sconfitti, la Mouffe non associa le rivendicazioni che convergono nella “catena equivalenziale” a soggetti sociologicamente definiti: rescindendo i legami fra discorso politico e società concreta, costei definisce il sociale “come spazio discorsivo, prodotto di articolazioni politiche puramente contingenti, che non hanno nulla di necessario e potrebbero sempre assumere una forma differente”. Di più: gli ultimi sviluppi del suo pensiero, successivi alla morte di Laclau, depongono ogni velleità antisistemica, indicando obiettivi compatibili con la conservazione dei rapporti di produzione capitalistici e del regime liberaldemocratico. L’attuale ordine egemonico, secondo Mouffe, può essere rovesciato senza distruggere le istituzioni liberaldemocratiche, soprattutto dopo che il crollo del sistema socialista ha dimostrato che esso è inadeguato per l’Europa, per cui la sinistra deve riconoscere sia la necessità della democrazia pluralista, sia il fatto che la domanda di democrazia radicale “non implica stabilire un modello completamente distinto che richiederebbe una rottura totale con la democrazia pluralista”, ma deve limitarsi a rivendicare “una radicalizzazione dei principi di libertà e uguaglianza sviluppati in modo insufficiente dalla socialdemocrazia”.

Mettendo a confronto quest’ultima dichiarazione programmatica con la storia recente dei populismi di sinistra, è difficile non trarne la conclusione che tanto i principi teorici che ne hanno inspirato l’azione quanto i tentativi di metterli in pratica, sono falliti. Il momento populista si è dunque esaurito? La risposta non è scontata e, per tentare di sciogliere il nodo, occorre operare una netta distinzione fra il discorso di Laclau e Mouffe in quanto teoria politica nel senso “leninista” del termine, cioè come guida per l’azione, e lo stesso discorso in quanto descrizione empirica di alcune dinamiche attuali del conflitto sociale. Nella seconda parte di questo articolo cercherò di dimostrare che, mentre il momento populista non si è esaurito, le illusioni di poterne canalizzare l’energia in un progetto di radicalizzazione della democrazia, senza mettere in discussione le strutture socioeconomiche del sistema, sono svanite.

L’illusione si è dissolta a partire dal continente che ne è stato la culla: le teorie di Laclau sono inspirate dal peronismo argentino, ma il momento populista che si è a più riprese presentato in quel Paese e in altri Paesi latinoamericani a partire dal “giro a la izquierda” che ha visto nascere molti governi post neoliberisti fra la fine dei Novanta e l’inizio del Duemila, ha subito un duro contraccolpo a partire dalla crisi del 2008, è solo in pochi casi – come in Bolivia e in Venezuela – è riuscito a mettere in atto concreti processi di trasformazione sistemica. Significativa, in tal senso, l’evoluzione della Revolucion Ciudadana in Ecuador, che rappresenta un tentativo da manuale di applicare le teorie di Laclau. Dopo una serie di rivolte popolari contro le politiche neoliberiste che avevano avuto come protagonisti prima i contadini di origine indigena poi le classi medie urbane, un gruppo di docenti universitari concepisce a tavolino un progetto di unificazione simbolica di questi movimenti, convincendo Raphael Correa, economista già noto e popolare in quanto aveva svolto l’incarico di ministro in precedenti governi, a presentarsi alle elezioni presidenziali. Leader dotato di grande talento comunicativo, Correa costruisce una macchina elettorale “personale”, che non si lega né alle sinistre, né ai movimenti indigeni, né ai nuovi movimenti urbani, vincendo a sorpresa le elezioni. Salito al potere, realizza una serie di riforme e di politiche economiche di taglio socialdemocratico ma, a mano a mano che la situazione economica peggiora, paga lo scotto di avere puntato tutto sul governo dell’opinione pubblica, senza costruire salde relazioni con i gruppi sociali che ne avevano favorito la vittoria. Così, quando i suoi successori tornano a praticare politiche neoliberiste, nel Paese non esistono forze organizzate in grado di contrastarle efficacemente.

In Europa le teorie di Laclau-Mouffe, ancorché ampiamente note e discusse in ambito accademico, hanno inspirato un solo tentativo sistematico di metterle in pratica, cioè l’esperienza spagnola di Podemos. Podemos nasce nel 2014, aggregando militanti dei movimenti sociali del 2011-2013 e attivisti dei partiti e dei movimenti di sinistra radicale attorno a un progetto elaborato a tavolino da un gruppo di docenti dell’Università Computense di Madrid, i quali si inspirano appunto alle teorie di Laclau, alla concezione “moltitudinaria” di Antonio Negri e alle rivoluzioni bolivariane in America Latina. La strategia si basa sul ruolo strategico della comunicazione e del linguaggio: la Web Tv che ospita La Tuerka, un talk show condotto da Pablo Iglesias, fustiga la corruzione e le politiche antipopolari delle oligarchie al potere e agisce da collante per le rivendicazioni di un ampio spettro di gruppi sociali (il soggetto di riferimento non sono le classi ma i “cittadini”), oltre a costruire la figura del leader. I fondatori si propongono di assemblare nel più breve tempo possibile una macchina da guerra elettorale in grado di conquistare la maggioranza (usando una definizione scontata, si potrebbe dire che aspirano a essere “maggioranza di governo e di opposizione”). La strategia frutta una rapida crescita dei consensi elettorali che tocca l’acme alle politiche del 2016, quando Podemos ottiene poco più del 20%. Dopodiché inizia un riflusso che tocca il fondo in occasione delle recenti elezioni amministrative di Madrid (il cui esito disastroso ha indotto Iglesias a rassegnare le dimissioni).

Facciamo un passo indietro. A mano a mano che il progetto di conquistare la maggioranza si rivela irrealistico, Podemos si rassegna alla necessità di stringere alleanze, ma si divide fra la maggioranza di Iglesias, che sceglie la coalizione con Izquierda Unida, e la destra di Inigo Errejon favorevole all’alleanza con i socialisti del Psoe. Dal 2016 Iglesias parla di fine del ciclo populista e della necessità di restituire al partito una chiara identità di sinistra (nei primi anni di vita il movimento aveva rivendicato un’identità né di sinistra né di destra, per strappare voti all’intero arco delle forze politiche tradizionali). Da quel momento, Podemos imbocca un percorso che lo porterà a distinguersi sempre meno dalle sinistre radicali europee. Rispetto alle quali, del resto, presenta la stessa composizione sociale, sia della base militante che dell’elettorato: rappresenta cioè le esigenze e i valori (vedi il cambiamento del nome in Unidas Podemos, in omaggio all’ideologia politicamente corretta) dei ceti medi riflessivi, per cui è votato soprattutto da studenti e lavoratori “creativi”, mentre, pur raccogliendo consensi anche fra gli operai e le classi medio basse, su questo terreno resta nettamente indietro rispetto al Psoe.

Paradossalmente, questa “svolta a sinistra” non si traduce nello sforzo di costruire una forza di opposizione dotata di radicamento sociale, capace di affondare le radici nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei territori, né mette in discussione l’orientamento “comunicazionista” e “governista” del movimento – orientamento che gli consente finalmente di approdare al governo ma in posizione subordinata rispetto al Psoe, del quale è costretto a condividere tanto le politiche antipopolari della Ue quanto la linea aggressiva e imperialistica della Nato (questa scelta, che causa l’abbandono del movimento da parte di molti militanti provenienti dalle fila della sinistra anticapitalista, viene giustificata con la necessità di fare fronte unito contro la minaccia delle destre).

In questo contesto suona beffardo l’esito elettorale di Madrid, dove il partito di Errejon, uscito da destra da Podemos e rimasto fedele al rifiuto di collocarsi lungo l’asse oppositivo destra/sinistra e alla originaria visione “cittadinista” del movimento, ottiene il triplo dei voti di Podemos. Se tutto il partito avesse seguito questa linea sarebbe arrivato assai prima al governo e si sarebbe potuto giocare rapporti di forza più favorevoli con il Psoe? Il collasso dell’M5S in Italia ci fa capire che tale ipotesi è illusoria. Il paragone non è arbitrario, perché, al di là delle differenze ideologiche e del fatto che il M5S non si è mai inspirato alle teorie di Laclau, senza dimenticare che la sua cultura, rispetto a quella di Podemos, non è solo anticasta ma radicalmente impolitica – se non antipolitica – la composizione sociale dei due movimenti e dei rispettivi elettorati sono in larga misura sovrapponibili, lo stesso dicasi della strategia comunicazionista, del ruolo esorbitante attribuito alla figura del leader, della scelta di costruire un partito “leggero” privo di strutture articolate sul territorio, nonché dell’ambizione di agire come forza al tempo stesso di governo e di opposizione. Inoltre l’M5S, al pari dell’ala destra di Podemos, non si è mai caratterizzato come una forza antisistema, ha sempre rivendicato come proprio obiettivo strategico la democratizzazione del sistema esistente, non il suo abbattimento. Non è dunque un caso se l’approdo finale è stato lo stesso: andare al governo in posizione subordinata con due “sinistre” come il PD e il Psoe, europeiste e atlantiste in tema di politica estera e neoliberiste in tema di politica economica.

Né hanno avuto un destino molto diverso le sinistre populiste francesi, americane, inglesi e tedesche (vedi l’arretramento della Linke alle ultime elezioni), per tacere della catastrofica avventura di Syriza in Grecia. Dobbiamo quindi recitare il de profundis per il populismo di sinistra? I populismi di sinistra (non diversamente da quelli di destra) hanno funzionato come contenitori della rabbia degli strati sociali più esposti ai disastri provocati da decenni di globalizzazione neoliberista ma, non avendo saputo né potuto offrire concrete e credibili alternative politiche all’esistente, sembrano destinati a sparire o a venire integrati nel sistema, a conclusione di un processo di mutazione e adattamento. Ciò significa che il momento populista è finito?

Per rispondere occorre ripartire da Laclau e dalla distinzione fra la sua teoria come guida per l’azione e la sua analisi empirica del fenomeno populista: se si guarda alla prima la risposta è sì, se si considera la seconda è no. No, perché un fenomeno come il movimento NoVax risponde pienamente ai requisiti dell’analisi empirica di cui sopra: catene equivalenziali in cui convergono rivendicazioni eterogenee sotto l’aspetto “ideologico” (estrema destra vs estrema sinistra), socioeconomico (piccoli e medi imprenditori che temono l’immiserimento vs frange sindacali che temono l’uso del Green Pass come strumento di discriminazione sui luoghi di lavoro), psicologico (paura della potenziale dannosità del vaccino vs insofferenza per le limitazioni alla libertà individuale) e l’elenco potrebbe proseguire. Altrettanto eterogeneo il ventaglio dei nemici su cui si indirizza la rabbia: i media che fanno terrorismo e diffondono false notizie, Big Pharma che sfrutta la pandemia per accumulare sovraprofitti, i governi e i partiti politici che li sostengono e sfruttano la situazione per instaurare uno stato di emergenza permanente e ridurre i diritti individuali e collettivi. Tutti questi motivi di insofferenza hanno fondamento reale, ciò che manca è invece un soggetto politico che interpreti razionalmente le diverse ragioni di conflitto, le ordini gerarchicamente e le imputi a una logica sistemica, invece di affogarle in una melassa complottista in cui tutto si confonde. Manca cioè un reale momento di verticalizzazione che può essere solo politico-organizzativo e non “affettivo”, discorsivo/simbolico.

Quando Lenin lancia la parola d’ordine pace e terra fa un’operazione “populista”, identifica un valore simbolico in grado di unificare, in un concreto contesto storico, forze sociali eterogenee, ma l’operazione riesce solo perché può contare su macchina politica organizzata che mira più in alto. Certo: c’è autonomia del politico e c’è egemonia, ma senza perdere di vista la natura di classe di tale egemonia, l’interesse di classe che tale autonomia si propone di servire. Viceversa l’egemonia “discorsiva” che emerge dal fenomeno di cui ci stiamo occupando è una generica rivendicazione di “libertà” (un significante vuoto se mai ve n’è uno!), esalta cioè la stessa ideologia su cui si fonda il potere politico, economico e culturale contro cui ci si ribella. È così che funzionano le rivoluzioni passive e, in assenza di un consapevole e organizzato progetto politico di natura antisistemica, le dinamiche conflittuali che l’analisi empirica di Laclau descrive tanto accuratamente possono produrre solo rivoluzioni passive.

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20/12/2018

Populismo democratico sì, confusionismo ecumenico no

di Pierfranco Pellizzetti

Considero Chantal Mouffe una delle poche voci realmente interessanti (e oneste) del dibattito pubblico contemporaneo. Come avrò modo di darne dimostrazione tra due mesi, pubblicando per l’editore Ombre Corte un saggio – “Il conflitto populista” – che potrebbe suonare a controcanto di quello mouffiano, pubblicato da Laterza e qui recensito da Giacomo Russo Spena.

In particolare trovo particolarmente fertile, per questi tempi carichi di incertezze e tendenti all’immobilità, l’idea energetica di “invenzione del popolo”, ossia la necessità di vaste aggregazioni sociali (i “blocchi storici” del vecchio Antonio Gramsci, di chiara ispirazione salveminiana) a sostegno di una netta ripresa democratica; resesi necessarie nel passaggio post-industriale che – in qualche misura – declassa il lavoro come soggetto politico costituente, disarmandone il ruolo storico di “classe generale” emancipatoria. Di conseguenza condivido il retro-pensiero della politologa belga che solo la ripresa del conflitto sociale (io aggiungo: mirato ai luoghi in cui la politica si scioglie nell’establishment, laddove si incontrano per colludere il possessore del denaro con il titolare del potere di governo) potrà rompere il maleficio del tempo immobile a cui la finanziarizzazione del Capitalismo ci ha inchiodati. Ossia la riflessione sulle mobilitazioni da promuovere per cancellare il “post” nella voce “postdemocrazia” alla Colin Crouch (le elezioni ridotte a una gara di marchi intercambiabili), individuando il punto archimedico su cui fare leva per sbloccare il vigente regime oligarchico-plutocratico.

Quanto invece non condivido è la condiscendenza verso le trappole linguistiche di cui è disseminato il cammino per la riappropriazione delle condizioni di una democrazia rettamente intesa. A partire dell’accreditamento di una inaccettabile divaricazione del Populismo in destra e sinistra. Una confusione terminologica/tassonomica che produce devastanti mistificazioni, visto che Donald Trump, Viktor Orban, Vladimir Putin, Marie Le Pen, Santiago Abascal di Vox, Matteo Salvini (e io ci metto pure Beppe Grillo) sul coté strong, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Boris Johnson e altri furbetti del partitino su quello light, non hanno il benché minimo punto in comune con Pablo Iglesias, Ada Colau o il portoghese Antonio Costa. Come pure altra cosa sono i personaggi vintage “rosso antico”, cioè attardati in melanconiche nostalgie socialiste del buon tempo che fu (l’età industrialista), tipo Jeremy Corbin, Bernie Sanders, Jean-Luc Mélenchon (o magari il Masaniello pre-industriale Luigi De Magistris); alcuni molto apprezzabili, altri insopportabilmente tromboni.

Una confusione concettuale-comunicativa che va solo a vantaggio di chi ha tutto l’interesse a intorbidare le acque. Che impone ben maggiore rigorosità nel distinguere. Visto che il richiamo a una sacralità del popolo, alla sua natura sorgiva e taumaturgica, è un esercizio retorico a cui assistiamo da tempo immemorabile. E di cui il Potere ha fatto sistematico scialo. La turlupinatura della gente per tenerla a bada è opera di una lunga e vasta galleria di amis du peuple, a cominciare dal manzoniano Antonio Ferrer (quello del “adelante Pedro con juicio”) che rabboniva la plebe affamata con promesse mendaci.

Scialo assurto a pratica politica teorizzata (seppure mai dichiarata) al tempo della prima rivoluzione settecentesca – quella americana – in cui i Padri Fondatori, una élite di proprietari terrieri, insieme alla democrazia rappresentativa escogitarono i suoi antidoti; a vantaggio del controllo sociale dei potenti sottotraccia: dall’indurre guerre tra poveri alla creazione di nemici esterni, le prime neo-lingue della libertà a giustificazione di schiavitù e disuguaglianza. Insomma, lo sfruttamento da parte delle classi superiori, realizzato abbinando paternalismo e comando, dell’energia popolare (delle classi inferiori) per perseguire i propri scopi.

Questi signori – da Ferrer a Trump – sono “populisti” o non piuttosto rudi tempre di “demagoghi”? Lo chiedo con una certa insistenza perché la fase storica che attraversiamo – il collasso dell’ordine instaurato da una quarantina d’anni sullo sbaraccamento del Welfare State e la denuncia del compromesso keynesiano-fordista – impone massimo rigore analitico; per l’elaborazione strategica di uscita dalla stagnazione, accompagnata dal caos sistemico che si sta appalesando con sempre maggiore evidenza. In un terreno di scontro le cui poste in gioco sono – innanzi tutto – rappresentate dalla determinazione della dimensione temporale in cui collocare l’umana convivenza: la scelta tra l’eterno presente della conservazione tecno-finanziaria e i suoi privilegi; il passato incanaglito di un riflusso reazionario e le sue miserevoli blindature per impauriti/risentiti; il futuro di una rifondazione democratica che accredita le promesse di inclusione civile e il suo carico di speranza. E qui arriviamo alle ragioni populiste, in conflitto con l’esproprio di democrazia dei guardiani del privilegio (il Separatismo postdemocratico delle élites aventiniane) e – al tempo stesso – con i liquidatori di civiltà alla rincorsa di un passato nazionalista cestinato dalla Storia (le “piccole patrie” che non governano niente del Sovranismo) e/o di una truce mitologia xenofobo/razzista (il Suprematismo).

Per giungere all’effettiva comprensione di una tale partita, e collocarvi il soggetto che chiamiamo “populista”, va accantonato ogni riferimento terminologico a fenomeni del tutto tramontati: i populisti slavi dell’Ottocento, che vagheggiavano un ritorno alla Santa Madre Russia abbeverandosi allo spirito incontaminato delle masse contadine, o la filmografia newdealistica del regista americano Frank Capra degli anni Quaranta del secolo scorso (tipo Mister Smith va a Washington); oppure le rivoluzioni romantiche latino-americane alla Simon Bolivar. Quello che oggi appare come “fenomeno populista” – almeno nelle società avanzate dell’Occidente – ha una data fondativa precisa: il 2011 (qualcuno specifica “movimento 15 M”, dal giorno di maggio di quell’anno in cui gli indignados si accamparono nella madrilena Puerta del Sol, anticipando i contestatori newyorchesi che posero le loro tende nel Zuccotti Park). In altre parole, l’anno fatidico in cui la parte centrale della società si rese conto di quello che Christopher Lasch tempo addietro aveva definito “la ribellione delle élites”. Davanti all’esplosione delle bolle immobiliari e del fallimento altamente simbolico di Lehman Brothers. Ossia la scoperta della saldatura avvenuta tra ceto politico (rinominato “Casta”) e le aristocrazie del denaro per trarre vantaggio dalla ciclopica opera di sequestro di ricchezze realizzata vendendo all’incanto i gioielli di famiglia dello Stato e i beni comuni, apprestando meccanismi di appropriazione dei profitti sociali. L’operazione definita con benevola ipocrisia “keynesianesimo privatizzato”: come ho già avuto modo di scrivere anche in questa sede, se nella veneranda ricetta classica si esce dalla crisi economica attraverso l’investimento, e questo fa capo allo Stato, nella sua versione “privatistica” l’investimento anti-ciclico permane ma viene imputato all’area mediana della società, sotto forma di precarizzazione del lavoro e impoverimento delle famiglie. La crescente disuguaglianza.

In quella primavera di sette anni fa il New York Times annunciò «il ritorno sulla scena della seconda superpotenza mondiale». Si riferiva alla mobilitazione della società civile su scala planetaria, con adunate in 950 città di ben ottanta Paesi. Da allora è stato un correre al riparo da parte degli autonominati Masters of Univers (i top manager di banche e borse) e dei loro proconsoli nelle istituzioni. Difatti già la fine del 2011 coincise con il salvataggio degli istituti bancari a spese dei contribuenti, con esborsi favolosi che – per lo più – si tradussero in benefit per i vertici di tali istituti. Nel frattempo partiva la demonizzazione della protesta indignata e il tentativo di circoscrivere l’area di manovra per le organizzazioni di rappresentanza che, soprattutto nell’Europa del Sud, provavano a tradurre l’indignazione in proposta politica. Una lotta condotta su due livelli: quello comunicativo, con una gamma di argomentazioni che vanno dal classico “migliore dei mondi possibili” applicato all’esistente, fino all’esecrabile “TINA” thatcheriano (l’acronimo che sta per there is no alternative, non ci sono alternative); laddove necessario, intervenendo sull’economia degli Stati irrispettosi delle compatibilità brandendo la malfamata Troika e l’imposizione di austerity omicida.

A fronte di questa azione concertata a livello generale il cosiddetto Populismo non ha saputo dare vita a un’ipotetica Internazionale della “Democrazia ad alta energia” (per usare la dizione di Roberto Mangabeira Unger) che contrastasse «la dittatura della mancanza di alternative». Al massimo si è creato qualche iniziale network di città impegnate nel reinventing urban democracy, teorizzato da Benjamin Barber e che ha visto un primo, timido, passo a Barcellona nel meeting tra il 9 e l’11 giugno dl 2017 (Fearless Cities). Né, tantomeno, hanno preso corpo esperienze organizzative in grado di fornire sponda politica alle cosiddette mareas ciudadanas; insorgenze di protesta condannate all’entropia in assenza di un’acquisita capacità “costituente”. Nel frattempo l’indignazione rivelatasi politicamente inerte, favoriva con la sua sterilità lo scivolamento di larghe masse colpite dalla crisi verso posizioni sempre più protestatarie e distruttive.

Praterie per le operazioni di acquisizione del consenso da parte di rigurgiti estremistici, dall’integralismo cattolico più oscurantista fino al neo-nazismo dichiarato e ostentato, di fatto sdoganati dalla liquidazione delle regole e degli stessi principi liberaldemocratici da parte della tecno-finanza; in quanto insofferente di qualsivoglia vincolo e regolazione. Un combinato terribile, che s’imponeva in assenza di adeguate denunce. Mentre l’intellighenzia liberal della stampa e della cattedra rivelava per intero i propri limiti, oscillanti tra l’opportunismo e la flebilità titubante, nel mancato contrasto dell’onda nera, nella ricerca di cooptazione da parte dell’establishment. Perché, in questi decenni tristi e indecenti, non c’è stata solo la Terza Via arrembante dei politicanti blairiani, ma anche quella dell’imbarco intellettuale nel tepore accogliente (e relative carriere universitarie e/o editoriali) del mainstream.

In questo quadro la proposta populista, che punta all’invenzione di una democrazia partecipata, a misura del Terzo Millennio, e alla ripresa del cammino verso una società inclusiva, nell’attualizzazione dei principi di Giustizia e Libertà come parole-chiave della nuova sintesi progressista che rinnova la veneranda triade Liberté-Egalité-Fraternité, rischia di essere il bandolo giusto ma che non trova l’auspicato popolo che si faccia avanti per afferrarlo; per dipanare la matassa di questi tempi aggrovigliati e soffocanti, individuando un’uscita di sicurezza verso il futuro di una ritrovata convivenza civile. Per ridare ancora una volta alla parola “Sinistra” il senso e le ragioni valoriali che ispirarono donne e uomini dell’Ottocento e del Novecento nella loro lotta per i diritti, la responsabilità e la dignità. Oggi lo chiamo “il conflitto populista”. Anche se per oggi (e ancora una volta) trattasi di fantasma che si aggira per l’Europa. E l’Occidente.

Fonte

Non condivido tutto anzi, ma sulla considerazione di fondo, ovvero che la sovversione dello stato di cose presenti sia del tutto in mezzo al guado, concordo con l'autore.
Anzi, più che in mezzo al guado ci si trova in una condizione di fondamentale arretratezza, a partire appunto dalle parole e più in generale dalla teorizzazione del nuovo basato sull'analisi dell'esistente con tutte le proprie contraddizioni.

14/12/2018

Solo il populismo (di sinistra) ci salverà

Un libro di Chantal Mouffe spiega come – nel momento in cui sta crollando il Sistema tecnocratico e postdemocratico – l’unico modo per contrastare l’avanzata delle destre xenofobe sia abbracciare le ragioni populistiche: una via, in antitesi sia ai liberali del centrosinistra che alla sinistra marginale e rivoluzionaria, che recuperi un “riformismo radicale” e la democratizzazione delle istituzioni. L’obiettivo è essere maggioranza nel Paese. Un manifesto politico che fa discutere e tocca i tabù novecenteschi e marxisti.

di Giacomo Russo Spena

Un pamphlet utile e che anima dibattito. Sicuramente non è un libro ideologico: all’utopia si preferisce il pragmatismo. E sicuramente è una lettura ostile per chi è nell’alveo della cosiddetta sinistra radicale o per chi utilizza pedissequamente le lenti marxiane per leggere la società d’oggi. Con il testo Per un populismo di sinistra (Laterza, pp. 120) Chantal Mouffe, docente all’Università di Westminster, enuncia il suo manifesto politico per la costruzione europea, e globale, di un’alternativa possibile. Alla studiosa non manca l’audacia di rompere alcuni tabù novecenteschi propri della tradizione classica. La tesi di fondo è che, nell’era populista che viviamo, la sinistra (o quel che rimane del progressismo) è obbligata a sposare il populismo se vuole ritornare in auge in termini di rappresentanza.

Il populismo non sarebbe un’ideologia ma una mera strategia discorsiva di costruzione della frontiera tra il “popolo” e “l’oligarchia”. Un modo di fare politica: una tattica vincente. Non sposare il populismo di sinistra equivarrebbe ad essere esclusi dalla contesa e, quindi, relegati alla marginalità elettorale. Secondo l’autrice nei prossimi anni sarà possibile combattere le politiche xenofobe, promosse dal populismo di destra, solo attraverso la costruzione di un “popolo”, di una volontà collettiva che sia l’esito della mobilitazione degli effetti comuni in difesa dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Mouffe – insieme ad Ernesto Laclau, filosofo argentino, postmarxista, e vate della “ragione populista” – rappresenta il volto più rinomato di questo pensiero.

La sua teoria parte da un punto imprescindibile: il crollo del sistema liberaldemocratico. Dopo i gloriosi trenta negli anni ‘80 sarebbe partita la controffensiva neoliberale di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, una controffensiva che ha portato al dominio di un pensiero unico e alla fine delle socialdemocrazie europee che, negli anni, hanno via via abbandonato le ragioni della sinistra – sposando spesso e volentieri le larghe intese – assumendo come proprio il paradigma della "terza via" di Tony Blair. Si è utilizzata la parola "riformismo" per sostenere guerre umanitarie, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazioni varie. Quella dei socialdemocratici è stata una mutazione genetica dovuta sia a errori soggettivi che alla insufficiente analisi e comprensione nel "mare in subbuglio di quel capitalismo in via di mutazione", per parafrasare lo storico Eric Hobsbawm.

Ancora oggi il Pd – malgrado la batosta del 4 marzo – continua a fare opposizione al governo gialloverde tifando lo spread, schierandosi per la Tav, le privatizzazioni o difendendo i passati provvedimenti di Minniti sull’immigrazione o il Jobs Act sul lavoro. Una strada che appare miope e sbagliata. Il centrosinistra – esaltando le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista e dell’Europa di Maastricht – ha finito così per schiantarsi. Chantal Mouffe parla di “postpolitica” per definire come, dal punto di vista economico e sociale, si sia appiattita la differenza tra destra e sinistra. Il crollo di un Sistema è il tema globale. Il Sistema delle oligarchie, delle tecnocrazie e del dominio della finanza sta mostrando sempre maggiori crepe. Per ultimo, ad accorgersene è il presidente francese Macron costretto a cedere alle richieste dei gilet gialli. All’Ancient Regime si oppone una mobilitazione di cittadini arrabbiati che chiedono cambiamento, diritti e protezione sociale.

Di fronte a questo quadro, la sinistra – a parte qualche eccezione menzionata nel libro come Podemos, La France Insoumise di Melenchon, la prima Syriza o il Labour Party di Jeremy Corbyn – non è stata in grado di incanalare tale rabbia e di trasformarla in proposta politica. Quel vuoto è ben colmato, ad oggi, dai populismi di destra che hanno costruito un immaginario ben preciso dove il migrante è il capro espiatorio di tutti i mali, dalla crisi economica al degrado passando per la sicurezza.

La tecnica populistica si delinea per il suo carattere agonistico: la costruzione di un “noi” identitario (l’idea di comunità) contro un “loro” inteso come nemico da combattere. La differenza tra i vari populismi sarebbe nell’identificazione di quel “loro”. Mouffe, portando il caso di Podemos o di Occupy Wall Street, incarna il nemico esterno nel cosiddetto 1 per cento, nell’oligarchia che detiene potere e ricchezze a scapito del 99. Al contrario, i nazionalisti xenofobi identificano il nemico – foraggiando la guerra tra poveri – nello straniero. Il M5S vedrebbe il nemico nelle Caste (politici fannulloni) o nella stampa (pennivendola e sciacalla). Sono strategie che portano consenso e il prodotto di narrazione egemoniche nella società. Nel testo, l’autrice – riscoprendo Gramsci – definisce una formazione egemonica come “una configurazione di pratiche sociali di natura differente: economica, culturale, politica e giuridica, la cui articolazione è assicurata da alcuni significanti simbolici chiave che plasmano il senso comune”.

Si dovrebbe ripartire da qui, a costo di abbandonare la parola sinistra – svuotata di significato a causa del “tradimento” consumato dai socialdemocratici – per abbracciare la dicotomia basso/alto. Il termine sinistra non aiuterebbe a costruire un “popolo” degli sfruttati, relegando e delimitando il consenso della proposta politica. A differenza di precedenti libri, Chantal Mouffe non si sofferma nell’identificazione di questo popolo, che poi è il vero nodo – il 99 per cento non sempre è un blocco omogeneo e al proprio interno ha una serie di contraddizioni – definendolo come una “risultante da una catena equivalenziale che collega domande eterogenee, e la cui unità è garantita dall’identificazione con una concezione democratica radicale di cittadinanza e dall’opposizione comune all’oligarchia”.

Una sorta di maggioranza invisibile nella società composta da fasce popolari, ceto medio polverizzato, precari di ogni specie, migranti, partite Iva, pensionati. Da chi, in questi anni, sta pagando la crisi sulla propria pelle. Facendo sue le tesi antiessenzialiste, nel pamphlet, il popolo non è definito come un referente politico ma è fondamentale la “costruzione di una volontà collettiva capace di determinare una nuova formazione egemonica che ristabilisca l’articolazione tra liberalismo e democrazia”.

Qui c’è un secondo punto fondamentale. Il populismo di sinistra sarebbe una terza via, in antitesi sia ai liberali del centrosinistra che alla sinistra cosiddetta estremista. L’obiettivo è il governo. Essere maggioranza nel Paese, per prendere il potere. Si abbandona ogni velleità rivoluzionaria, o esodo negriano, per sostenere quella che Mouffe definisce “radicalizzazione della democrazia”. Nell’era della postpolitica e della postdemocrazia, per rompere col neoliberalismo – senza però ricadere nella marginalità della sinistra radicale – è necessario rilanciare un “riformismo radicale” (Mouffe cita persino Norberto Bobbio) capace di aprire una stagione di partecipazione e nuovi diritti. “L’errore fondamentale dei rappresentanti dell’estrema sinistra – scrive l’autrice belga – è sempre stato quello di evitare di confrontarsi con ciò che le persone sono nella vita reale, preferendo soffermarsi su come avrebbero dovuto essere secondo le loro teorie”.

Nel populismo, di destra come di sinistra, ci sarebbero caratteristiche comuni che, per semplificare, si potrebbero sintetizzare in alcuni punti: la costruzione di un “noi” identitario, l’appello al popolo, l’ostilità all’establishment, la personalizzazione della politica, la mobilitazione mediatica, la semplificazione del messaggio. Ma se il populismo di destra si palesa per il suo autoritarismo e per la declinazione in termini nazionalistici e xenofobi, secondo Mouffe il populismo di sinistra desidera restaurare la democrazia per rafforzarla ed estenderla. “Ciò – scrive – richiede l’instaurazione di una catena di equivalenze tra le domande dei lavoratori, degli immigrati, nonché di altre domande democratiche, per esempio quelle della comunità Lgbt. L’obiettivo di questa catena è la creazione di una nuova egemonia che permetta la radicalizzazione della democrazia”.

Per raggiungere tale scopo, serve anche un leader carismatico che, per Mouffe, è cosa ben diversa dal dispotismo autoritario. Qualsiasi esperienza interessante in Europa è stata possibile anche per la figura di un “potere carismatico” (per dirla alla Max Weber) capace di occupare gli spazi mediatici e vincere una battaglia culturale. Far capire alle persone chi sono i veri responsabili della propria crisi. Da questo punto di vista il sistema informativo e comunicativo è fondamentale. E non si può tralasciare. Poi la vera sfida per le forze di alternativa consisterebbe nel ricostruire il legame tra democrazia e conflitto: una mancanza di sbocchi politici adeguati avrebbe esiti alquanto pericolosi. Ovunque, infatti, avanza il (peggior) populismo di destra.

Al momento, le forze di opposizione socialdemocratiche contrastano i “barbari” difendendo status quo ed austerity mentre movimenti e lotte sociali sono orfani di una rappresentanza degna. Mouffe tifa, invece, per il populismo di sinistra. Questo progetto avrà successo? “Chiaramente non c’è garanzia – replica l’autrice – ma sarebbe un grave errore non cogliere l’opportunità che la congiuntura attuale fornisce”. Allora, dopo questa lettura, è lecito chiedersi: chi sarà, in Italia, l’anti-Salvini?

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