Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/11/2016

Il voto Usa? Una prima reazione...

Trump mi disgusta ma la guerrafondaia Clinton mi faceva paura, quindi non piango. Mi fa ridere invece il totale fallimento dei sondaggi, che evidentemente oramai sono tutti falsi e parte del gioco di palazzo. Il che mi fa preoccupare sui sondaggi italiani che danno vincente di poco il NO. Da che parte sono falsi, perché il NO è molto più forte o perchè vogliono dare false sicurezze al NO aiutando il SI?

A questo punto è bene non fidarsi di nulla ed andare avanti ventre a terra per il NO. Che comunque ha perso il suo sostenitore negli USA, così come forse succederà anche al TTIP. Due buone notizie se confermate, che dimostrano che la globalizzazione è oramai in crisi totale e che tutti i tromboni che continuano a giustificare il liberismo con essa devono solo smettere il loro fastidioso concerto.

La globalizzazione va in crisi e con lei l'establisment finanziario che la dirige, ma non facciamoci illusioni. Va in crisi da destra, Trump è destra pura. Una destra che ha saputo raccogliere la rabbia popolare contro la devastazione della crisi ed indirizzarla ai suoi fini. Questo mentre la "sinistra ufficiale" si vendeva alle banche. Penso che contro Sanders, Trump avrebbe fatto molta più fatica a vincere, ma il partito democratico ha preferito perdere con l'impresentabile Clinton che vincere con il populista Sanders, che ha fatto male ad arrendersi di fronte alla "sinistra di Wall Street".

E qui c'è la prima urgente conclusione politica. La sinistra può riprendere a svolgere un ruolo utile solo se si batte per contendere alla destra il lavoro e il popolo sfruttati e depredati, invece che cercare il favore delle banche. Per questo per me il primo insegnamento del voto USA, che segue altri come la Brexit, è che la sinistra ha un futuro solo se abbandona tutte le famiglie Clinton, cioè in Italia ed Europa se riparte mandando aff. Renzi, Hollande, Tsipras e compagnia. Il NO serve solo per cominciare.

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15/10/2016

Il tranello americano

Qualcuno dovrà prendersi la briga di dire, da sinistra, che il linciaggio politico-mediatico contro Donald Trump è vergognoso. Non perché – è un’ovvietà ma, come dire, repetita juvant – Trump non sia effettivamente uno dei simboli del degrado politico neoliberista; non perché non sia soggettivamente un bifolco sessista; non perché il suo esempio amorale di tycoon evasore non segni l’ennesimo passo indietro culturale del ceto politico liberista. Tutte queste cose al sistema mediatico e politico mainstream non fregano un cazzo: questo il tranello ideologico su cui stanno concentrando l’attenzione media e finanza delle due sponde dell’Atlantico. L’attuale linciaggio è funzionale all’elezione di un presidente impresentabile, innominabile, inadatto, quale è Hillary Clinton, questa si espressione – ben più di Trump – dei famigerati “poteri forti”, come lei stessa d’altronde ammette candidamente. 

Non è vero neanche che tra Trump e Clinton “non ci siano differenze sostanziali”, come pure prova a ragionare una parte della sinistra in lotta contro la trappola mediatica imposta: Hillary Clinton è peggio di Donald Trump, su questo non possono esserci tentennamenti moralistici. Quello della morale è un terreno da rifiutare a prescindere, perché è il capitalismo dei mercati finanziari, personificato da Hillary Clinton, a costituire la più grande opera di distruzione morale ed etica della storia dell’uomo. Non le avventure di un tragicomico minus habens che ha raccolto il sentimento di delusione e rassegnazione dei ceti popolari nordamericani rivolgendoli in chiave parodistica e regressiva. 
Donald Trump e Hillary Clinton non sono sullo stesso piano, ma questo non vuol dire che uno dei due sia “votabile”. Il problema è che, scomparendo qualsiasi analisi oggettiva delle componenti economiche, sociali e sociologiche che hanno portato alla ribalta Trump, accettando – anche criticandolo – il terreno imposto dai media del moralismo calpestato dal magnate americano, scompaiono a loro volta le ragioni profonde di queste tristi elezioni statunitensi, le stesse ragioni che avevano portato al relativo successo elettorale Bernie Sanders.

Donald Trump è un rappresentante inadeguato – non perché sessista però – di un bisogno sociale di rottura con una classe politico-economica con cui vanno mantenuti aperti canali di dialogo necessari e inaggirabili. La sinistra statunitense o, per estensione immaginaria, anche quella europea, assecondando la vittoria di Hillary Clinton come “male minore”, quel dialogo, già ampiamente compromesso, lo rovinerebbe ulteriormente.

Bisogna ribadirlo con forza: Donald Trump è il rappresentante inadeguato di un bisogno giusto: la rivolta barbara e incivile che sorge dall’impoverimento generalizzato della società senza rappresentanza politica; mentre Hillary Clinton è l’espressione politicamente presentabile di un bisogno sbagliato: la stabilizzazione del sistema politico americano.

Sono due società differenti quelle personificate dai due candidati. In Hillary Clinton c’è profonda concordanza tra interessi di classe e rappresentazione politica. In Donald Trump gli interessi della miriade di ceti impoveriti o addirittura proletarizzati prendono la forma ultra-alienata del populismo reazionario ma, se ha ancora un senso ricercare nella composizione di classe l’appiglio storico a cui aggrappare le ragioni della sinistra, questi ceti impoveriti, queste fasce di proletariato, rimangono gli unici referenti sociali possibili.

Altrimenti, proseguiremo nel “detournament” storico in cui la sinistra è finita: espressione politica dei ceti medi intellettualizzati, contrapposta al populismo, di volta in volta reazionario o progressista, capace però di dare voce ai senza voce, rappresentanza agli esclusi dai processi di innovazione tecnologica e produttiva del capitalismo.

Ecco perché la sfida tra Donald Trump e Hillary Clinton ci riguarda direttamente: perché anche da questi tornanti storici si capisce la direzione politica della sinistra di classe del prossimo futuro.

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01/06/2016

Trump non può vincere ma Clinton può perdere

Donald Trump e Hillary Clinton. Due universi paralleli a leggere la grande stampa europea. Due visioni inconciliabili del mondo e della vita, a sentire diversi scrittori e giornalisti italiani a New York, che arrivano a paragonare le due figure a Pinochet da un lato e a Che Guevara dall’altro. Personalmente, quando a metà marzo in Ohio le primarie erano già belle che decise (sia sul versante repubblicano che su quello democratico) pubblicai una foto con i due contendenti in posa durante una festa (la foto risale a una decina d’anni fa), con sorriso smagliante e rispettivi consorti, e aggiunsi questa didascalia: questo novembre la scelta sarà tra due ricchi anziani bianchi, che litigano veementemente su come disciplinare la cameriera. Forse peccavo di troppo sarcasmo in una situazione che, per chiunque non sia un analista politico, è più terrificante che grottesca, e merita una più approfondita analisi.

L’ho detto e lo ripeto: io sono tra quelli – e non sono pochi – che su Trump si sono sbagliati. Pensavo che il clown si sarebbe sgonfiato assai presto, forse già ad una delle prime tappe, magari in Iowa, e che in ogni caso Clinton non avrebbe avuto problemi a disfarsene a Novembre, alle elezioni generali. Certo, lei è la seconda candidata alla presidenza più impopolare nella storia, ma Trump è il primo. Lei è sgradevole nei modi e una bugiarda conclamata. Ma lui è repellente e fa paura. “Tutto ciò che lei dovrebbe fare è vincere gli Stati già conquistati da Obama e uno o due in bilico e sarebbe finita per Trump, che tornerebbe a fare l’immobiliarista di terza categoria”, scrive Doug Henwood.

Ma adesso non ne sarei così sicuro. Gli stessi analisti e commentatori che a novembre dell’anno scorso ci assicuravano che Trump non avrebbe mai vinto la nomination ora dicono che a novembre di quest’anno lui non ha speranze. Se è vero che le performance del passato non garantiscono i risultati futuri, questo cursus honorum non instilla fiducia in chi legge.

Dem nei pasticci

Due sono i fattori che fanno temere il peggio. Il primo è che la campagna di Hillary finora ha fatto il minimo sindacale per portare a casa la nomination, un risultato che davano per scontato 12 mesi fa, quando il vantaggio in termini di popolarità e “conoscenza del marchio” rispetto a Bernie Sanders era abissale. E sembra che molti colpi stiano venendo sparati a salve. Il menù prevede la solita minestra: mettere a confronto i “conservatori buoni”, i Padri della patria e i santini (Reagan, Washington, Lincoln, ecc.) con le baggianate di Trump; citare qui e là le parole dei neocon influenti che stanno abbandonando la nave conservatrice prima che affondi (ma affonderà davvero? ho qualche dubbio) e poi, da parte dei militanti di base, degli hillariti più convinti e delle femministe aziendali che sono “with her” una raffica di sfottò e insulti contro i fan di Trump. Molti di questi, senza ombra di dubbio, sono dei bigotti ignoranti. Ma siamo sicuri che questa tattica servirà a conquistare gli amici e gli incerti?

Come ho scritto più volte, l’elettorato bianco impoverito guarda a Trump con la disperazione di chi è tagliato fuori dalla vita politica e non conta più nulla: il sistema economico lo ha fatto a pezzi, e non sembra saper far niente per risollevarlo. Al tempo stesso, mettere in vendita cappellini sbruffoni come questo rischia di alienare ancora di più gli scontenti che hanno confidato in Sanders e guardano con orrore al consenso bipartisan.

I compiacenti e i confortati sembrano essere il target prediletto da Clinton, gli arrabbiati e gli emarginati quello di Trump. I due elettorati non si incontrano e non sembrano poter fare travaso. Nessuno basta a sé stesso, ma non sembra nemmeno poter andare dall’altra parte.

Il secondo motivo d’inquietudine è dato dall’approccio che gli innamorati “nonostante tutto” di Clinton stanno avendo nei confronti delle folle di Sanders. Li chiamano berniebros; dicono che attaccare duramente Clinton è “fare del male”, proprio a livello personale, al loro candidato, con un vittimismo che fa paura; Jamelle Bouie di Slate, un magazine progressista, ha scritto che il movimento dei lavoratori degli anni Trenta – che alcuni paragonano ai sanderisti di oggi – era forte solo perché allora erano tutti bianchi e razzisti (ma non è vero: il Partito comunista americano aveva una fortissima componente afroamericana). Insomma il senso è sempre lo stesso: i compagnoni di Bernie sono bianchi privilegiati, mentre Hillary rappresenterebbe la società aperta e multirazziale. Si butta via il passato radicale per far cosa esattamente? Promuovere Hillary? Attaccare Trump? Non si capisce.

Progressisti post-speranza

A voler trovare una motivazione razionale di questa strategia, si direbbe che il primo obiettivo è quello di screditare e demolire qualunque ambizione di agenda sociale. Forse i consulenti di Clinton identificano la parte maggioritaria del Paese con un elettore ancora convinto della superiorità morale, militare e ideologica degli Stati Uniti, insofferente nei confronti degli eccessi governativi e incapace di immaginare una più equa redistribuzione della ricchezza. Gli elettori più giovani, posizionati parecchio più a sinistra rispetto ai genitori, ancora non contano quanto potrebbero. Eppure, secondo un sondaggio Gallup, la maggioranza degli americani è favorevole ad un allargamento della copertura sanitaria, proprio come propone Sanders.

La spiegazione irrazionale ci porta a capire l’aria che tira tra i fan di Clinton. Frustrati e preoccupati, loro prevedevano una vittoria a tavolino della prima donna presidente: una che ha dalla sua buona parte di Wall Street, Kissinger, i fratelli Koch, metà delle star di Hollywood, l’intera élite del Partito democratico, e purtuttavia è riuscita a perdere una dozzina di tappe delle primarie per mano di un settantatreenne ebreo socialista nato a Brooklyn. Dev’essere ammattente.

Dapprima sembrava che la pendenza antisociale e destrorsa dei democratici avesse uno scopo cinico ma preciso: sedurre gli elettori moderati suburbani che avrebbero votato per un candidato repubblicano sano di mente – non che ce ne fosse uno – ma adesso, a giochi fatti, proprio non riescono a digerire Trump. Nel frattempo gli elettori di Sanders, ritenuti un bacino elettorale minoritario e sfigato, dovevano ingoiare il rospo o andare all’inferno. Purtroppo questo piano sembra essere andato in malora: Trump sta recuperando nei sondaggi nazionali su Clinton, e gli elettori moderati suburbani non corrono ancora tra le braccia dell’ex First Lady. Qualcosa evidentemente è andato storto.

Il problema è che la leadership democratica non ha solo abbandonato la speranza, ma vi sta correndo contro. La campagna di Sanders ha esposto questa leadership come una franca rappresentante delle multinazionali, nemica anche solo di una versione tiepida della socialdemocrazia (“Noi non siamo la Danimarca”). Ma ora anche quelli che confidavano ingenuamente nelle rivoluzionarie virtù progressiste di Clinton sembrano aver gettato la spugna, e puntare unicamente alla seduzione dei poteri forti.

Certo, molti angry white voters sono razzisti e sessisti aldilà di qualunque illusione. Ma non è solo col razzismo e il sessismo che si potrebbe parlargli. La popolarità di politiche che materialmente potrebbero beneficiare la classe lavoratrice come la sanità universale, una ripresa di opera pubbliche sullo stile del New Deal, un progressivo ripensamento della spesa militare potrebbe essere un segnale incoraggiante. Ma la leadership Dem teme che i grandi finanziatori del partito potrebbero essere contrariati, e fa orecchie da mercante. Promuovere Clinton o combattere Trump, dunque? Niente sembra funzionare davvero, e niente sembra si possa prevedere.

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30/05/2016

America e antiamerica nelle elezioni Usa

Abbiamo il primo verdetto nella corsa alla presidenza statunitense: Donald Trump sarà lo sfidante ufficiale del campo democratico, uno schieramento che sarà rappresentato – a meno di eventuali cataclismi – da Hillary Clinton. Per tutti, uno scontro tra l’America presentabile e quella impresentabile. In realtà, al di là delle diverse e più che convergenti qualità dei due sfidanti, sarebbe più utile comprendere le ragioni sociali di uno scontro a detta di molti fuori dal comune. A questo riguardo, sul Corriere di qualche giorno fa Alan Friedman invitava ad un’analisi più in profondità della questione. Ora, Friedman è notoriamente un personaggio improbabile, ma la visuale da cui legge lo scontro che appresta a mettersi in scena permette l’individuazione di alcune caratteristiche di questa elezione, che altrimenti rimarrebbero schiacciate dall’afflato ultra-soggettivista e politicista che trova spazio nei media mainstream. Trump e Clinton sono due liberisti miliardari, pienamente dentro i centri di comando degli Stati Uniti. Se osservassimo lo scontro solo dal punto di vista soggettivo dei due sfidanti, non potremmo cogliere altro che la scontata omogeneità del potere statunitense, capace di accalorarsi per sfide che in realtà celano una totale continuità tra i vari possibili presidenti. Questa parte di verità esiste ed è sotto gli occhi di tutti. E’ anche la parte di verità “principale”, nel senso che svela sinteticamente la politica americana meglio di molte altre parole. Potremmo fermarci qui eppure, mai come oggi, serve uno sforzo di comprensione.


Perché i due sfidanti sono (o vengono raccontati) così diversi? Sui principali media la natura dello scontro viene schiacciata sulla diversità personale dei due protagonisti. Eccentrico e volgare tycoon privato Trump, rispettabile donna della politica Clinton, con pochi veri consensi ma dalla sua la forza della continuità istituzionale. Per operare un salto interpretativo andrebbe invece cambiata prospettiva. Perché un personaggio davvero degradante come Trump ha potuto fare così tanta strada da portarlo alla candidatura presidenziale, e per la prima volta nei sondaggi con diverse possibilità di vittoria? La soluzione a questa domanda va ricercata nella società americana. Friedman dice una cosa molto forte: l’elettorato di Trump e di Bernie Sanders è in buona sostanza lo stesso. Quel pezzo di società impoverita dalla crisi, composta da lavoratori senza più orizzonti di arricchimento, espulsi o precarizzati dai cicli produttivi, emarginati dal discorso pubblico, si sono divisi nell’appoggiare Trump o Sanders, ma sono accomunati da una voglia di riscatto o più semplicemente di “presenza” che personaggi “istituzionali” come la Clinton non garantiscono più. Il “sogno americano” sembra essersi bloccato, e per quanto Hollywood, le serie Tv, la cultura generalista prodotta dagli Usa tenti di preservarne l’alone mitico, senza vera redistribuzione di ricchezza la sola ideologia di potere non basta più.

Non abbiamo la certezza che sia così. Non possediamo dati certi o tendenziali che i due potenziali elettorati siano composti prevalentemente da questo tipo di soggettività. E’ però vero che queste elezioni rappresentano in qualche modo una novità, palesano una frattura difficilmente colmabile negli Usa senza ritorno alla redistribuzione economica. La vera novità non è tanto Trump, quanto la corsa all’elezione di Sanders. Mai nessun outsiders aveva avuto fino ad oggi tante chance di vittoria, aveva messo così in difficoltà il Partito democratico, da posizioni apertamente socialdemocratiche quasi – almeno per gli standard Usa – socialiste. Se questo è vero, da questo punto di vista Sanders e Trump si assomigliano più di quanto ragione vorrebbe. Non è una somiglianza soggettiva naturalmente: i due non potrebbero essere più diversi. Ma ambedue portano in dote la possibile rappresentanza di un pezzo sempre più grande di società americana senza più rappresentanza. Una società falcidiata dalla crisi e dalle sperequazioni del reddito, che stanno polarizzando una popolazione mai così divisa economicamente al proprio interno.
A mio avviso, per comprendere la crescita del voto a favore di Trump bisogna capire che l’America che vota per Trump e quella che vota per Sanders sono più simili di quello che la logica di destra e sinistra suggerirebbe[…] Trump e Sanders sono d’accordo nel ritenere che il commercio libero sia un male che minaccia posti di lavoro. Entrambi sono pieni di appeal agli occhi dei poveri o dei lavoratori del ceto medio-basso, che faticano ad arrivare alla fine del mese[…] La verità è che sia Trump che Sanders, in modi diversi, parlano alla pancia di milioni di americani che si sentono ingannati dal sistema, trascurati dalla ripresa economica, più poveri e pieni di rabbia e frustrazione.
Secondo dati citati da Friedman, 50 milioni di americani (il 15% della popolazione), sono sotto la soglia di povertà. Altri 106 milioni (il 33% degli americani), la superano di pochissimo. Una faglia sociale con pochi epigoni in Europa e nel resto del mondo “ricco”, eppure oggi più che mai capace di prendersi la scena, sebbene in forma ultra alienata, e probabilmente senza determinare alcunché di concreto nella politica Usa. Il problema, però, non ci sembra tanto la crescita economica.

E’ in gioco un altro fattore determinante e storicamente – almeno nel Novecento – davvero raro da ritrovare. Gli Stati Uniti sono in crescita, così come è in crescita economica l’Europa. Sono crescite certamente ridotte nelle percentuali del Pil, ma per economie mature e in buona sostanza “post-industriali”, difficilmente si possono prevedere – anche per ipotesi accademica – percentuali più alte. Insomma, invece dell’1% si può crescere del 2%, ma è difficile, per non dire impossibile, che economie sofisticate e dalla domanda interna satura arrivino a crescere a ritmi cinesi. A meno di catastrofi come nuove guerre globali, anche il più ottimista dei professoroni liberisti si augurerebbe un trend di crescita dell’1,5-2% annuo, sapendo che di più sarebbe impossibile. Il fatto nuovo è che tale crescita avviene senza lavoro, da una parte, e dall’altra che la ricchezza prodotta rimane ferma nella gestione finanziaria di chi se ne appropria. Non c’è redistribuzione, quella che permetteva di legare il sogno americano, promosso dalla cultura mainstream, alla sostanza materiale dell’aumento di stipendio o della bassa disoccupazione e al lavoro garantito. Non c’è “dimensione pubblica” della crescita. Più gli Usa crescono, più crescono i poveri: questo l’apparente paradosso che determina la nascita di fenomeni politici “di rottura” (che poi questa rottura sia vera, presunta o solo mediaticamente raccontata, poco importa per questa analisi). Ci troviamo allora di fronte ad una novità, novità che peraltro trova spazio politico anche in Europa. In questo senso Trump è davvero simile ai movimenti “populisti” (come il M5S) o “reazionari” (come le varie forme di lepenismo) europei: le “ragioni sociali” che lo producono convergono con le basi materiali dell’affermazione delle destre populiste o reazionarie in Europa. L’assenza di lavoro in presenza di crescita, la mancata redistribuzione del reddito, la mancata integrazione di quote di popolazione nella rappresentanza politica “presentabile”, concorrono a plasmare una massa sociale di milioni di persone senza più rappresentanza, che si affidano a qualsiasi opzione politica percepita, anche solo perché mediaticamente così raccontata, come “opposta” alla convergenza politica liberista dei vari “centrodestra” e “centrosinistra” occidentali.

Questa che è poco più di un’intuizione dovrebbe, se ulteriormente confermata, divenire ipotesi di lavoro per le sinistre occidentali. Nel senso che o questa massa viene contesa politicamente alle forze populiste e reazionarie, o la sinistra sarà sempre più spinta a rappresentare quel pezzo di “società integrata” che però è numericamente in via di estinzione, e questa estinzione quantitativa e qualitativa determina così anche la scomparsa della sinistra politica in quanto tale. Di qui a capire “come si fa” ce ne corre. Ma già inquadrare il problema sarebbe qualcosa. Anche una lettura più attenta dei fenomeni politici statunitensi, in questo senso, può aiutare nell’impresa di trovare gli strumenti adatti ai tempi che corrono.

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18/05/2016

Las Vegas, gli effetti della bolla immobiliare e le ragioni dei "demagoghi"

La città di Las Vegas sembra essere una di quelle in cui gli effetti dello scoppio della bolla immobiliare che ha scatenato la crisi del 2008 appaiono più evidenti: interi quartieri si sono svuotati e chi ne percorre le vie può riconoscere le case abbandonate dai giardini incolti e dalle finestre rotte. Secondo il New York Times queste abitazioni sono diventate una riserva di caccia per le tribù degli squatter che arrivano qui dalle zone più povere della Las Vegas Valley, o anche da luoghi assai più lontani, per prenderne possesso.

L’autore dell’articolo avrebbe potuto interrogarsi su chi è questa gente (spesso si tratta di intere famiglie, come quelle che attraversavano gli Stati Uniti per sfuggire ai morsi della crisi del 1929, un’epopea descritta da John Steinbeck nel romanzo “Furore”), avrebbe potuto intervistarli, raccontarci le loro storie, farci capire come si sono ridotti in queste condizioni. Ma si sa: l’etica americana (o meglio, l’etica delle classi dirigenti americane e quindi anche quella dei media mainstream) dà per scontato che se qualcuno cade in miseria la colpa è solo sua.

Quindi il servizio in questione si occupa di tutt’altro: racconta le paure degli onesti e bravi cittadini che si lamentano dell’insicurezza causata da questi ingombranti vicini che si allacciano all’elettricità dei loro box e rubano l’acqua dei loro impianti di irrigazione, che compiono piccoli furti, che si aggirano malvestiti e maleodoranti per le strade (così si abbassa il valore degli immobili della zona!); raccoglie le proteste dei poliziotti che sostengono di non avere abbastanza uomini e mezzi per ricacciare in strada quella marmaglia (e si vantano di alcune “imprese” andate a buon fine); asciuga infine le lacrime di una agente immobiliare che, quando è andata a visitare una di queste proprietà per verificarne le condizioni allo scopo di rimetterla in vendita (probabilmente lei stessa l’aveva venduta qualche anno fa a un disgraziato, convincendolo ad accendere un mutuo che non sarebbe mai riuscito a pagare e, dopo averlo torchiato, si è riappropriata della casa), si è vista aprire la porta da un paio di arroganti marmocchi che le hanno sventolato sotto il naso un falso contratto di affitto.

I falsi contratti sono uno degli espedienti con cui gli squatter si oppongono agli sgomberi, costringendo banche e immobiliari a offrire loro dei soldi per andarsene (un modo per evitare costosi procedimenti legali). Leggendo questa accorata perorazione sulla necessità di riportare l’ordine e la legalità a Las Vegas, non ho trovato una sola parola che descrivesse il punto di vista e le ragioni degli occupanti. Del resto è tempo di campagna elettorale e non a caso il NYT sostiene la candidatura di Hillary Clinton – paladina delle élite finanziarie – contro la “demagogia populista” dei Sanders e dei Trump.

Tuttavia ogni tanto anche sulle sue pagine si infiltra qualche notizia che corrobora gli argomenti dei “demagoghi”. Per esempio: sappiamo che mentre Sanders si batte per l’introduzione di un servizio sanitario pubblico per tutti cittadini, la Clinton sostiene un’estensione – limitata ad alcune fasce di età e di reddito – dei benefici del cosiddetto Obamacare, la modesta riforma che il presidente uscente ha introdotto, evitando accuratamente di ledere gli interessi delle assicurazioni private. Ebbene, un altro articolo rivela che sta crescendo il numero dei cittadini che, avendo aderito al programma Obamacare, si sentono rifiutare prestazioni da medici e ospedali, devono affrontare attese di settimane o mesi per poter effettuare certi esami, e finiscono così per rendersi conto che quella assicurazione li qualifica come pazienti di serie B.

Capito perché, secondo una recente ricerca promossa dall’Università di Harvard, risulta che la maggioranza dei giovani americani si definisce critica del capitalismo, se non francamente anticapitalista?

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04/04/2016

I tormenti di Sanders: cosa fare in caso di sconfitta alle primarie?

«Il momento di pianificare l’evasione». Bernie Sanders e i suoi stanno cominciando a pensare al da farsi in caso di sconfitta alle primarie del Partito Democratico. Una questione non da poco: intorno al 74enne leader socialista, infatti, si è radunata negli ultimi mesi una vera e propria massa critica composta da movimenti (anche) radicali che non sarebbero poi così inclini ad appoggiare Hillary Clinton a novembre, quando si tratterà di correre per la Casa Bianca contro un repubblicano.

In un’intervista rilasciata qualche giorno fa da Sanders al network «The Young Turks», il candidato delinea un percorso, una strada per continuare verso la «political revolution» di cui lui sarebbe portatore. A pensarci bene, in effetti, è soltanto con lui e da molto poco che il dirsi socialisti ha smesso di essere una colpa imperdonabile negli Stati Uniti. Un piccolo passo, certo, ma non un passo trascurabile.

«Se non dovessimo vincere – ha detto Sanders – dovremmo chiederci cosa l’establishment del Partito Democratico farà per noi. Sono pronti a dare il benvenuto tra i democratici alla classe lavoratrice e ai giovani oppure sarà il partito delle classi medio-alte e dei finanziatori più forti della sua campagna?». Lo spettro che si agita sullo sfondo è sempre lo stesso: i miliardari che innaffiano di dollari le candidature e, di fatto, poi controllano gli eletti, i lupi più o meno famelici di Wall Street, la versione risciacquata dello strapotere repubblicano tra i ricchissimi a scapito della gran massa di poveri lasciata in eredità dalla crisi economica e impossibilitata a muoversi dal turboliberismo che domina, ha dominato e continuerà a dominare sugli Stati Uniti.

Le dichiarazioni di Sanders, comunque, non sono soltanto una domanda (legittima) sul futuro, ma anche una mossa elettorale. Insomma, lui si candida tra i democratici, certo, ma anche contro i democratici per ciò che rappresentano ora: un progetto di potenziale rottura, e molti consensi infatti sono stati incamerati proprio per questo suo essere l’esatto contrario della Clinton e dell’establishment. Insomma, si vedrà.

Dalle parti di Socialist Alternative, però, arriva anche una via d’uscita: in caso di sconfitta Bernie dovrebbe candidarsi comunque da indipendente, oppure cercare una convergenza sul Green Party, storica enclave di una parte del radicalismo statunitense.

Provocazione? Sì, ma solo fino a un certo punto. Perché se è difficile ipotizzare che Sanders alla fine uscirà dal partito (in fondo le primarie con la Clinton non stanno facendo registrare colpi bassi tali da pensare a una rottura in futuro), dall’altra c’è una base di militanti che a questa annunciata «rivoluzione politica contro i miliardari» ci sta credendo davvero. Rimarranno delusi?


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15/03/2016

Sanders, Cuba e lo scivolone del Corriere della Sera

“E l’outsider Bernie Sanders scivolò su Cuba”: così titola un articolo di Giuseppe Sarcina sul Corriere dell’11 marzo. Sarcina è uno dei tre giornalisti (gli altri sono Massimo Gaggi e Maria Laura Rodotà) che seguono per il Corrierone la campagna per le nomination dei candidati alle elezioni presidenziali americane del prossimo 8 novembre. Tutti fanno un buon lavoro e – malgrado l’indirizzo sempre più destrorso della testata alla quale collaborano sui grandi temi politici ed economici, nazionali e internazionali, e malgrado le trappole ideologiche che l’agone politica statunitense tende agli inviati europei – va riconosciuto che si impegnano nel mantenere obiettività di giudizio.

Nel caso in questione, tuttavia, Sarcina non ce l’ha fatta. Il suo articolo si riferisce al dibattito fra Sanders e la Clinton che si è tenuto qualche giorno fa al Miami Dade College (Florida). I conduttori, riferisce Sarcina, mandano un filmato del 1985 in cui Sanders (ai tempi sindaco di Burlington, la cittadina del Vermont in cui è iniziata la sua carriera politica) dichiara: “Nel 1961 l’America invase Cuba e tutti erano convinti che Castro fosse l’essere più spregevole del mondo. Tutti in America pensavano che i cubani si sarebbero ribellati da un momento all’altro contro Fidel Castro. Ma dimenticavano che Castro ha mandato a scuola i bambini, ha dato cure sanitarie a tutti, ha cambiato totalmente la società”. Ora è evidente che mandare in onda questo filmato (la rete era la CNN che, come tutti i grandi media americani, tifa per la vittoria della Clinton contro il socialista Sanders) in uno stato dove gli esuli cubani rappresentano una forte minoranza è un colpo basso.

Descrivendo l’imbarazzo di Sanders, Sarcina si limita a fare il suo mestiere di cronista. Poi però scrive che, dopo essere stato costretto ad ammettere che quella dei Castro è una dittatura, avrebbe potuto chiuderla lì e passare ad altro, parlando (come la Clinton) del prossimo viaggio di Obama all’Avana per chiudere questa “coda” di guerra fredda. Invece ha aggiunto: “Sì, Cuba è una dittatura, ma ci sono state anche cose buone”, come i dottori cubani. E qui, scrive Sarcina, “scivola goffamente. E non si capisce più se la trasmissione è in diretta o se qualcuno ha fatto ripartire le immagini del 1985, con i mitologici 'dottori cubani' ’”.

Ora chi, come il sottoscritto, ha avuto modo di visitare Paesi come l’Ecuador negli ultimi anni, ha potuto constatare che le migliaia di medici cubani prestati ai Paesi del socialismo bolivariano sono tutt’altro che “mitici”, visto che hanno contribuito a risolvere i problemi di sistemi sanitari massacrati da decenni di liberismo (del resto, come raccontato in un famoso quanto controverso documentario di Michael Moore, molti americani potrebbero ricevere a Cuba cure gratuite e di qualità che nel loro Paese non possono permettersi, in assenza di quel sistema sanitario universale e gratuito che proprio Sanders ha inserito nel suo programma elettorale).

Ciò detto, mi pare che il fegato con cui Sanders difende il proprio punto di vista anche davanti a un pubblico ostile (la coerenza è uno degli elementi che gli valgono l’adorazione di milioni di giovani e giovanissimi elettori americani), evitando l’opportunismo di una consumata mestierante come la Clinton, pronta a cambiare discorso a seconda di chi si trova davanti, sia lodevole conferma del suo tentativo di rivoluzionare un sistema politico fondato sul ricorso sistematico a ipocrisie, menzogne e manipolazioni mediatiche. Impresa impossibile, destinata a priori alla sconfitta? Forse, ma questa è semmai una ragione in più per non svendere le proprie idee sull’altare della “correttezza politica” liberista. Ecco perché, con tutta la stima per Sarcina, che è un bravo giornalista, ho l’impressione che in questa circostanza a scivolare sia stato lui e non Sanders (per inciso: chi vorrà saperne di più su questa non comune figura umana e politica, potrà fra non molto leggere l’edizione italiana della sua autobiografia, in preparazione per i tipi di Jaca Book).

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21/08/2015

Bernie Sanders: l'eco-socialista indipendente che fa sognare la sinistra Usa

Potrebbe fare uno scherzetto alla Clinton e rappresenta la voglia di rottura con le dinamiche neo-liberiste che hanno reso gli Usa il paese più diseguale del globo. Sta infiammando la corsa per la candidatura democratica del 2016.

#BernieSanders2016 e #FeelTheBern sono due degli slogan più in voga sui social network che accompagnano il ''fenomeno Sanders''. Il risveglio della sinistra che si allontana dal centro liberista è sempre più attuale e sta coinvolgendo anche i moderati Democratici americani. Da Tsipras in Grecia, a Podemos in Spagna, allo Sinn Féin in Irlanda, a Jeremy Corbyn che si appresta a vincere le primarie laburiste in Inghilterra fino a Bernie Sanders che di fronte ad una gigante (più per motivi mediatici, vista la sua notorietà, piuttosto che per una radicalità nei contenuti) come Hillary Clinton non si scompone. La moglie dell'ex Presidente Usa Bill Clinton (grande amico di Tony Blair, liberal ed esponente della terza via, fu proprio lui che nel 1999 mandò a morte il Glass-Steagall Act di roosveltiana memoria, legge che serviva a differenziare le banche che ''giocavano in borsa'' dalle banche tradizionali) è la candidata da battere.

Le elezioni primarie del Partito Democratico si terranno tra i mesi di febbraio e giugno 2016 in vista delle elezioni generali di novembre. I 50 stati attraverso i ''caucus'', attraverso primarie aperte, chiuse o semi-chiuse eleggeranno i delegati che a luglio 2016, a Philadelphia nella convention nazionale, voteranno il candidato alla presidenza e alla vice-presidenza.

I candidati alle primarie democratiche, oltre ai già citati Bernie Sanders (sindaco di Burlington 1981-1989, membro indipendente della Camera dei rappresentanti del Vermont 1991-2007 e senatore indipendente dal 2007 ad oggi) e Hillary Clinton (senatrice democratica 2001-2009, candidata contro Obama alle primarie Democratiche nel 2008 e segretaria di Stato 2009-2013) sono ben 6. Tra questi, i più conosciuti sono Lincoln Chafee (repubblicano per 8 anni, indipendente per 4 e ora democratico da 2), Martin O'Malley (governatore liberal del Maryland) e probabilmente – non ha ancora ufficializzato la candidatura – Joe Biden (attuale vice-presidente Usa).

Bernie Sanders è un moderno Davide che sfida la potentissima Golia (Hillary Clinton). Un Davide non certo impreparato vista la sua lunghissima esperienza politica.

La distanza tra i due nei sondaggi è passata da 57 punti (sondaggio Fox News inizi maggio 2015) a 19 punti (sondaggio sempre Fox News 10 agosto 2015). Il sondaggio vede la Clinton prima al 49%, Sanders secondo con il 30% e a seguire Biden (10%) e gli altri (meno di 1%).

Bernie Sanders sulla sua pagina facebook, complice uno straordinaria e accattivante grafica (oltre ai radicali contenuti), raccoglie in media più di sessanta mila mi piace e condivisioni per post o foto. Oltre ai social network dimostra di sapersela cavare egregiamente anche nei comizi, fino a Luglio (la candidatura è stata ufficializzata due mesi prima) sono stati oltre cento mila gli americani che sono andati ad ascoltarlo nel suo tour. Il 9 agosto a Portland sono state 28 mila le persone ad andare ad ascoltarlo, stessa cifra il giorno seguente a Los Angeles. Il più grande sindacato delle infermiere – forte di quasi duecento mila membri – ha annunciato, il 12 agosto, di sostenere Sanders, snobbando la Clinton.

I primi due stati a votare i delegati per le primarie 2016 saranno il New Hampshire e lo Iowa. In entrambi gli stati, ironia della sorte, secondo i sondaggi è avanti Sanders di ben 7 punti. Insomma Sanders sta letteralmente mangiando piano piano la vittoria di Hillary Clinton.

Ma veniamo ai temi che il 73enne socialista del Vermont sta portando alla ribalta negli Usa. Dal suo sito BernieSanders.com si legge: aumento della tassazione per i più ricchi, raddoppio della paga minima, lotta contro le diseguaglianze salariali tra uomini e donne, scuole pubbliche e università gratuite, politiche keynesiane estremamente espansive, una riforma di Wall Street, carbon tax,  etichettamento dei prodotti Ogm, lotta contro il climate change, importanti investimenti sulle rinnovabili e fine dei sussidi alle multinazionali inquinatrici, opposizione all'oleodotto Keynstone XL, opposizione al TTIP, legalizzazione della Marijuana, democratizzazione della polizia, taglio radicale della spesa militare, non interventismo militare... Insomma, un programma ''rivoluzionario''!

Sanders è probabilmente il candidato più a sinistra (insieme a Mc Govern) di sempre, tra le fila dei democratici, ad avere una chance di vittoria. La Clinton invece, nonostante abbia Stiglitz come consulente economico, è nettamente più moderata. Per esempio si è detta favorevole all'uso dei droni ''assassini'' in medio-oriente, ad un rafforzamento dei confini in chiave anti-immigrazione e perfino al Patriot Act (che ha aperto le porte allo spionaggio di massa della Nsa). La campagna è appena iniziata e si preannuncia infuocata, sopratutto dopo che l'Fbi ha notificato alla Clinton l'avvio di un indagine sulla vicenda delle 300 mila mail che la riguarda direttamente.

Fonte

03/07/2014

Usa, il tesoro dei Clinton

di Michele Paris

Un’accesa polemica scoppiata negli Stati Uniti sta coinvolgendo la probabile favorita nella corsa alla Casa Bianca per il Partito Democratico in vista delle elezioni presidenziali del 2016. L’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, è infatti da qualche tempo bersaglio di critiche a causa della situazione finanziaria della sua famiglia, la quale ha messo assieme un’autentica fortuna al termine della presidenza del marito Bill nel gennaio del 2001.

Le entrate dei Clinton erano finite al centro del dibattito politico dopo che, in un’intervista televisiva, Hillary aveva sostenuto che lei e il marito erano “usciti dalla Casa Bianca non solo al verde ma anche indebitati”. L’ex presidente e la ex first lady erano “senza denaro” e costretti “a mettere assieme le risorse per i mutui, per le case, per l’educazione [della figlia] Chelsea”, ritrovandosi perciò in una situazione definita “non facile”.

Successivamente, nel corso di un’intervista al britannico Guardian, Hillary è arrivata a negare che la sua famiglia faccia parte della cerchia di americani “veramente ricchi”, essendo piuttosto tra coloro che pagano tasse sul reddito “normali”. In ogni caso, ha aggiunto Hillary, i suoi introiti e quelli del marito non costituiscono un problema, poiché i due sarebbero diventati ricchi sfondati “lavorando duro”.

A definire il livello di ricchezza raggiunto dai Clinton e il genere di “duro lavoro” che i coniugi hanno dovuto sostenere è stata qualche giorno fa un’indagine del Washington Post basata sulle dichiarazioni dei redditi presentate fino al 2013, quando Hillary ha lasciato l’amministrazione Obama.

Se anche nell’improbabile eventualità che i due leader democratici fossero effettivamente usciti in condizioni economiche precarie dall’esperienza alla Casa Bianca, gli stenti per loro non sono durati troppo a lungo e, soprattutto, sono stati ripagati in maniera sostanziosa.

Infatti, dal gennaio 2001 fino allo scorso anno, Bill Clinton ha incassato ben 104,9 milioni di dollari in compensi per discorsi tenuti durante conferenze pubbliche e private. Questa cifra è il risultato di 542 apparizioni dell’ex presidente, con una media di oltre 190 mila dollari per un singolo discorso, vale a dire circa quattro volte il reddito annuo di una famiglia americana media.

Scorrendo l’elenco di enti e compagnie che hanno ingaggiato Bill Clinton è facile comprendere quale genere di “duro lavoro” sia stato compensato così profumatamente. Secondo il Post, cioè, gli sponsor maggiormente interessati a garantirsi l’apparizione dell’ex presidente sono da ricercare nell’industria finanziaria di Wall Street. Soltanto le grandi banche e gli istituti finanziari hanno pagato Bill Clinton quasi 20 milioni di dollari per 102 conferenze.

Questo denaro è di fatto il compenso assicurato dai banchieri e dagli speculatori d’oltreoceano al loro uomo alla Casa Bianca, il quale soprattutto negli ultimi anni della sua presidenza è stato protagonista della più grande operazione di deregulation finanziaria della storia americana. Tra le leggi che hanno concesso mano libera alle compagnie finanziarie di Wall Street, portando direttamente al tracollo del 2008, ci sono almeno il Financial Services Modernization Act del 1999 e il Commodity Futures Modernization Act del 2000.

La firma su questi provvedimenti ha assicurato a Bill Clinton la riconoscenza dei colossi bancari USA e dei loro dirigenti che hanno di fatto cooptato l’ex presidente nell’élite dei super-ricchi d’America.

Tra gli sponsor più generosi spicca Goldman Sachs che, nonostante la sua agenda affollata, ha ingaggiato Bill Clinton in otto occasioni, pagandolo un totale di 1,35 milioni di dollari. Ancora di più ha fatto però la canadese TD Bank, per la quale Clinton ha parlato dieci volte incassando 1,8 milioni di dollari. Questa banca, fa notare il Washington Post, possiede una quota di TD Ameritrade, il cui fondatore, Joe Ricketts, è uno dei più importanti finanziatori del Partito Repubblicano.

La necessità forse di superare le difficoltà economiche della famiglia ha però spinto Bill Clinton ad accettare ingaggi praticamente in qualsiasi ambito. Dagli interventi di fronte a platee di imprenditori per discutere di commercio estero o della crisi finanziaria alla somministrazione di consigli a investitori desiderosi di ascoltare una celebrità nazionale, Clinton ha invariabilmente richiesto parcelle super-salate.

Una delle prestazioni in assoluto più pagate per Bill Clinton risale al maggio di due anni fa, quando una trasferta “frenetica” di sette giorni tra Svizzera, Danimarca, Svezia, Austria e Repubblica Ceca gli valse qualcosa come 1,4 milioni di dollari. Proprio il 2012 è stato l’anno finora più impegnativo e proficuo per l’ex presidente, durante il quale ha tenuto 72 discorsi retribuiti per un totale di 16,3 milioni di dollari.

Parte del denaro raccolto in questo modo, tengono a precisare i portavoce dei Clinton, viene indirizzato talvolta verso la loro fondazione privata. Bill, inoltre, negli ultimi anni ha visto aumentare la concorrenza di Hillary, sempre più richiesta - e pagata - per i suoi interventi dopo l’esperienza al Dipartimento di Stato.

In seguito all’uscita dall’amministrazione Obama, Hillary Clinton ha anche iniziato un tour per la promozione del suo libro, “Hard Choices”, grazie al quale le entrate della famiglia sono lievitate ulteriormente. Per l’anno 2013, in ogni caso, non ci sono dati sulla situazione finanziaria dei Clinton, essendo cessato l’obbligo di rendere pubblici i redditi una volta abbandonate da entrambi le cariche pubbliche ricoperte.

Oltre a compensare i servizi di Bill Clinton durante i suoi otto anni alla Casa Bianca, il denaro erogato dall’universo delle banche e delle corporation degli Stati Uniti servirà a garantire la difesa dei grandi interessi economico-finanziari anche nel caso di un’eventuale futura presidenza di Hillary.

I due leader democratici hanno d’altra parte mostrato una grande abilità non solo nell’intercettare dollari per il proprio interesse privato ma anche a favore delle loro campagne elettorali e delle casse del partito.

Bill e Hillary, secondo quanto riportato questa settimana dal Wall Street Journal, hanno contribuito alla raccolta di più di 1 miliardo di dollari in finanziamenti elettorali in due decenni di impegno politico. La rete di donatori a cui i Clinton possono attingere, secondo il quotidiano newyorchese, rappresenta un indubbio vantaggio per Hillary sui repubblicani, nel caso quest’ultima decidesse di correre per la Casa Bianca nel 2016.

Secondo i dati presentati, almeno i tre quarti dei finanziamenti elettorali raccolti grazie allo sforzo dei Clinton provengono da compagnie private. Per dare l’idea della vastità dei legami dei Clinton con il mondo “corporate” americano, basti citare la quota di donazioni raccolte dai due presidenti Bush nell’ambito del business USA, non superiore cioè al 60% del totale.

Anche in questo caso, l’ex presidente e l’ex segretario di Stato si sono affidati in buona parte alla magnanimità dell’industria finanziaria, con Goldman Sachs che si è mostrata il singolo donatore più generoso tra quelli di Wall Street (5 milioni di dollari).

Come ipotizza il Journal, perciò, una candidatura alla Casa Bianca di Hillary Clinton potrebbe convincere le grandi banche USA a “tornare nel campo democratico”, dopo che nelle ultime elezioni avevano favorito il Partito Repubblicano, soprattutto nel 2012 con Mitt Romney.

Gli scenari descritti confermano dunque ancora una volta l’avanzato deterioramento delle condizioni democratiche negli Stati Uniti, dove l’intero sistema resta nelle mani di una ristretta cerchia di politici multi-milionari sostenuti e finanziati da interessi multi-miliardari, a cui qualsiasi presidente o membro del Congresso finisce per rispondere una volta eletto.

La situazione economica dei Clinton non è comunque un’eccezione ma, anzi, sempre più la regola in un sistema come quello americano e non solo. A partire dal 2012, infatti, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti oltre la metà dei componenti del Congresso di Washington ha dichiarato redditi superiori al milione di dollari.

Fonte

15/10/2012

Alcuni aspetti trascurati della crisi globale

Ringrazio Andrea SPANU per la traduzione del pezzo di Alberto Martinelli che avevo pubblicato nel testo originario in inglese a luglio scorso e del quale molti mi avevano chiesto, appunto, l’edizione italiana.
Aldo Giannuli

ALCUNI ASPETTI TRASCURATI DELLA CRISI GLOBALE
Lo scopo di questo paper è analizzare alcuni aspetti fondamentali della crisi economica e finanziaria globale, che vengono trascurati o che non sono sufficientemente studiati nella maggior parte dei resoconti in sede scientifica e mediatica in una prospettica sociologica. Mi concentro sugli Stati Uniti - visto che la crisi è nata nel Paese che è il nucleo del capitalismo di mercato contemporaneo - e discuto due aspetti basilari:

a) la cornice cognitiva che ha profondamente influenzato le decisioni fondamentali prese dagli attori istituzionali e privati, sia nei mercati che nell’arena politica,

b) i meccanismi di pressione politica e gli scopi e le strategie di importanti gruppi d’interesse economico.

Più specificamente, inizio col discutere l’orientamento culturale che prevale nelle élites statunitensi a livello aziendale, di governo e di intellettuali, attraverso l’analisi di saggi, dichiarazioni e documenti. Questa cornice cognitiva - sviluppata in università americane di primo rango e anche fuori dagli USA come esempio di rigoroso metodo scientifico - è diventata il pensiero economico dominante. Il suo nucleo è la concezione neo-liberale del mercato che si autoregola, secondo la quale i mercati sono capaci di ripristinare il loro equilibrio ogni volta che fattori esogeni o eventi statisticamente improbabili creano squilibri. I suoi altri principali elementi cognitivi - assieme alla teoria che il mercato sia un ordine spontaneo - sono la predominanza dell’economia virtuale sull’economia reale, una concezione della moneta che sottolinea oltremodo il suo valore simbolico rispetto al suo significato di misura di valore, e una disposizione altalenante nei confronti del rischio e della fiducia.

Per criticare il punto di vista secondo il quale la crisi è semplicemente un risultato di previsioni sbagliate e di eventi imprevedibili, ricostruisco quindi gli scopi, le risorse e le strategie dei processi del lobbying politico nel Congresso degli Stati Uniti e nell’amministrazione, e mostro come siano capaci di influenzare decisioni fondamentali che riguardano le politiche di deregolamentazione, sia indebolendo i sistemi esistenti di controlli costituzionali, sia opponendosi alla nascita di nuove regole per i nuovi prodotti finanziari.

Una migliore conoscenza di questi aspetti della crisi può aiutare ad identificare gli ostacoli fondamentali nell’implementazione delle politiche mirate ad imporre nuove forme di regolazione dei mercati globali, sia a livello nazionale che sovranazionale.

Una crisi strutturale

Libri, saggi e articoli sulle cause, le dinamiche e gli impatti della crisi economica globale e sulla correlata recessione economica sono numerosi e in numero crescente. Esiste una larga convergenza sulla sequenza di eventi che hanno condotto alla crisi (Stiglitz,2008;European Parliament, 2009; United Nation, 2009; US Congressional Research Service,2009; US Government Financial Crisis Inquiry Commission, Final Report, 2011): dalla bolla immobiliare e la crisi dei sub-prime nel mercato americano al rischio di default e al piano di salvataggio federale - con una grande quantità di denaro pubblico - dei due giganti del credito edilizio statunitense, Fannie Mae e Freddie Mac, nonché della più grande compagnia assicurativa, AIG; dalla crisi delle cinque più grandi banche d’investimento americane che erano al centro della finanza globale (il fallimento della Lehman Brothers e l’acquisizione o trasformazione delle altre) al panico finanziario causato dalla vasta proliferazione di prodotti tossici della finanza-ombra, che ha favorito una crisi generalizzata di fiducia nelle banche, nelle aziende e nelle famiglie, contribuendo così alla recessione nell’economia reale.

Tuttavia non si riesce a trovare un accordo altrettanto ampio nelle interpretazioni della natura della crisi (strutturale o congiunturale?), sulle sue cause e dinamiche, sulle responsabilità di attori privati e pubblici, sugli impatti economici, sociali e politici, sulle risposte e sulle strategie di uscita dalla crisi (Cooper 2008, Morris 2008, Soros 2008, Read 2009, Woods 2009, Paulson 2010, Roncaglia 2010).

Data la diversità delle interpretazioni della crisi, devo posizionarmi sulla mappa con qualche breve osservazione. Io considero la crisi globale finanziaria ed economica una crisi strutturale, la prima grande crisi della globalizzazione contemporanea, che evidenzia gli aspetti chiave di una fase del capitalismo mondiale che è durata trent’anni (l’interdipendenza strutturale, la crescita sregolata dei mercati finanziari, delle diseguaglianze e dei disequilibri a livello mondiale). Inoltre sostengo che, per essere compresa, la crisi attuale debba essere inserita in un contesto più ampio e in una prospettiva temporale più lunga. Questa crisi è esplosa nel cuore del capitalismo globale, a differenza delle precedenti crisi regionali come quelle asiatica, messicana e russa durante gli anni ‘90. La causa immediata è stata la bolla americana dell’edilizia e dei mutui sub-prime, che ha provocato una reazione a catena che ha interessato il sistema dei prodotti finanziari correlati, un sistema assai esteso e molto complesso (assicurazioni bancarie sui mutui, obbligazioni collaterali sul debito, credit default swaps e altri tipi di hedge funds). Ma la crisi si è sviluppata in un contesto di grande espansione del benessere e della liquidità, e di crescente interdipendenza finanziaria a livello globale, che ha cause più remote: le nuove politiche economiche della Federal Reserve e di altre banche centrali; l’eccessiva espansione finanziaria (l’esplosione del leverage buy-out, e degli hedge funds attivi soprattutto nel settore dei derivati). Questa continua espansione del credito, l’incontrastata espansione della finanza-ombra, l’attitudine sempre meno cauta degli investitori nei confronti del rischio, il declinare delle agenzie di regolazione, la massimizzazione del valore delle azioni, i guadagni fortunati dei chief executives e degli speculatori finanziari, erano tutti fenomeni che contribuivano ad una serie di crisi finanziarie che le autorità monetarie sembravano, almeno inizialmente, in grado di gestire. Ma la crisi non poteva essere gestita, come la precedente bolla della new economy, attraverso misure tradizionali di politica monetaria, e richiedeva massicce iniezioni di denaro pubblico per salvare grandi sigle finanziarie dal fallimento, sia negli Stati Uniti sia in Europa. La crisi, quindi, ha radici strutturali; e si è propagata molto velocemente al mondo intero.

La crisi è l’espressione traumatica delle contraddizioni della globalizzazione, prima di tutto la contraddizione fra una crescente interdipendenza economica, finanziaria e tecnologica, da un lato, e la continua frammentazione politica, dall’altro, che evidenzia la mancanza di una efficace governance globale (Martinelli, 2003). In questo senso, possiamo definire la crisi come sistemica, specificando che questo termine non implica il collasso del capitalismo globale. A dire il vero, anzi, le crisi strutturali sono il modo in cui il capitalismo si trasforma continuamente. I classici della scienza sociale, da Adam Smith a Karl Marx, da Max Weber a Karl Polanyi, da Joseph Schumpeter a John Maynard Keynes, hanno tutti sostenuto, sebbene in modi differenti, che il capitalismo è intimamente contraddittorio e si trasforma periodicamente attraverso processi di distruzione creativa. Al contrario di quel che sostengono i teorici del mercato come ordine spontaneo da un lato, e i teorici del collasso inevitabile del capitalismo dall’altro, le crisi sono endemiche nello sviluppo del capitalismo, ma non lo distruggono. Questa crisi non è la fine del capitalismo globalizzato, ma segna l’avvento di una nuova fase, dopo le precedenti fasi di trent’anni (prima “i trenta gloriosi” dalla seconda guerra mondiale agli anni ‘70, poi il capitalismo globale dagli anni ‘70 al presente). Questa crisi non implica nemmeno una valutazione negativa dell’intero processo della globalizzazione. La globalizzazione, di per sé, può avere conseguenze sia positive che negative. Sono la coordinazione di politiche economiche e sociali e l’implementazione di regole a livello globale che possono fare la differenza.

La crisi presente è l’espressione delle contraddizioni del capitalismo di mercato globale. La finanza globale si è sviluppata in nuove forme sregolate, e lo ha fatto con un ritmo senza precedenti; l’erosione della sovranità ha reso inefficaci i controlli dei governi e nessuno nuovo sistema di regolazione internazionale e di governance globale l’ha sostituita. Grandi squilibri sono sorti fra paesi creditori, con economie in veloce crescita e sostenute dall’export, alti tassi di risparmio, enormi surplus nella bilancia commerciale e riserve di dollari, come la Cina, da un lato, e paesi debitori con economie dominate dalla finanza e dal consumo di massa, alti livelli di indebitamento pubblico e privato, ed enormi deficit nella bilancia commerciale come gli Stati Uniti. La crescita della ricchezza globale ha ridotto in modo impressionante la povertà in grandi paesi come la Cina e l’India, ma ha anche favorito nuove diseguaglianze economiche e sociali all’interno delle società, fra nazioni in via di sviluppo e nazioni sviluppate, e fra gruppi sociali privilegiati o protetti e gruppi sociali marginalizzati. In più, altre tensioni sorgono costantemente dalle ampie fluttuazioni nei prezzi dell’energia e delle materie prime, spinte dalla crescita della domanda nelle economie che si stanno sviluppando con veloci tassi di crescita. E’ in questo contesto che si è sviluppata la crisi monetaria.

Dato il suo carattere strutturale, la crisi dev’essere interpretata in un orizzonte di lungo periodo (gli ultimi tre decenni). La crisi mostra la natura problematica di una particolare varietà del capitalismo, il modello guidato dal mercato, che è basato sulla nozione del mercato come ordine spontaneo che è capace di autoregolazione. A partire dagli anni ‘70, il capitalismo mondiale è cambiato, non nel senso di trasformare i suoi elementi fondamentali e la sua visione del mondo (il ruolo centrale del mercato e delle aziende, la forza determinante della scienza, della tecnologia e dell’innovazione, e l’autotrasformazione attraverso periodiche crisi endogene e processi di distruzione creativa), ma nel senso che si è globalizzato ad un livello senza precedenti in virtù della rivoluzione delle telecomunicazioni e del collasso del più grande modello antagonista di organizzazione economica (cioè il modello sovietico di pianificazione statale). In questo processo senza precedenti di globalizzazione, una delle varianti storiche del capitalismo - quella anglosassone basata sul mercato - è divenuta egemonica.

Il cambiamento negli anni ‘70 può essere spiegato in termini di variabili economiche strutturali (innovazione tecnologica, competitività crescente, cambiamenti nel commercio mondiale, politica monetaria espansionista, enorme aumento nella quantità di denaro in cerca di investimenti fruttuosi); tutti questi fattori si sono uniti e hanno contribuito a corrodere gli assetti oligopolistici della fase precedente. Ma questo assalto dal basso, proveniente dai nuovi e aggressivi “animal spirits” imprenditoriali, non avrebbe avuto un così grande successo senza uno spettacolare cambiamento dall’alto, nel clima culturale e nelle politiche economiche delle nazioni sviluppate. La stagflazione degli anni settanta, che fu generata fra le altre cose da forti incrementi del costo dell’energia e delle materie prime e dall’innalzamento dei salari, provocò uno slittamento di prospettiva dei “decision makers” dal problema della domanda aggregata (e la relativa politica economica di stampo keynesiano) ai problemi del sostegno ai fattori di produzione (e la relativa politica economica nota come “supply-side”). Prima l’amministrazione Reagana negli Stati Uniti, poi quella Thatcher nel Regno Unito, e in seguito i governi di vari altri paesi sviluppati e in via di sviluppo, adottarono queste politiche di sostegno dell’offerta, consistenti in un’estesa deregolamentazione, nelle privatizzazioni, nei tagli di tasse e in una politica monetaria espansiva.

L’azione combinata di quelle politiche economiche e le grandi opportunità aperte per i prodotti e i processi di innovazione e per la crescita dei mercati da parte delle telecomunicazioni, attraverso la costruzione di network di interdipendenza globale, favorirono una notevole crescita del PIL in diversi paesi emergenti (prima di tutto la Cina, l’India e il Brasile), così come una crescita continua delle nazioni già sviluppate; ma, dall’altro lato, causarono la sovraespansione della finanza rispetto all’economia reale (con un eccesso di ricchezza in cerca di crescenti guadagni finanziari), la predominanza del controllo finanziario e di una visione di breve periodo nella condotta delle corporation, la crescita delle ineguaglianze fra e dentro le società nazionali, e anche serie minacce alla sostenibilità ambientale e sociale.

Le altre principali varianti del capitalismo (il modello economico dell’Europa continentale, cioè “l’economia coordinata di mercato”, e quello giapponese “neo-paternalistico”), si sono mosse in direzione del modello egemonico, quello dominato dal mercato, assumendo che quest’ultimo fosse il più competitivo. Un simile percorso è stato seguito dalla Cina - l’economia emergente che cresce più velocemente e il più rilevante esperimento di “economia di mercato socialista”.

Per spiegare per quale motivo la variante “di mercato” del capitalismo è divenuta egemonica, è importante definire la cornice cognitiva che l’ha legittimata, perché una caratteristica fondamentale della crisi finanziaria globale è l’orientamento culturale prevalente nelle élites finanziarie, d’azienda, dei governi e intellettuali. Al centro di questa cornice cognitiva c’è la concezione neo-liberale del mercato autoregolantesi, secondo la quale i mercati sono sempre capaci di ristabilire il loro equilibrio ogni volta che fattori esogeni o eventi statisticamente improbabili creano sbilanciamenti. Le teorie economiche dominanti sviluppatesi nelle migliori università americane, e non solo americane, hanno frainteso una fase (gli ultimi tre decenni) dello sviluppo economico come il corso normale del capitalismo; hanno ritenuto la deregolamentazione dei mercati finanziari come la migliore politica e la crescita esplosiva della finanza globale come la strada più efficace per la crescita (Rajan, Zingales, 2003). Una formulazione specifica di questo paradigma è stata la teoria dell’autoregolazione dei mercati finanziari di Markowitz, che si basava essenzialmente su una premessa centrale: l’interesse accorto di proprietari e manager delle istituzioni finanziarie li avrebbe condotti a mantenere una sufficiente attenzione contro l’insolvenza, monitorando con attenzione il capitale e il profilo di rischio delle loro aziende. A partire dagli anni ‘50, quando fu formulata originariamente, questa teoria è sembrata incontestabile, ma l’attuale crisi finanziaria ha mostrato che è falsa, come hanno riconosciuto anche veri fedeli di quella teoria come Alan Greenspan.

Questa cornice cognitiva fu la base del “Washington consensus”, cioè quel pacchetto di riforme suggerito dal fondo monetario internazionale e dalla banca mondiale a coloro che avevano il compito di formulare le politiche economiche, e che spingeva a privatizzazioni, deregolamentazione, all’apertura agli investimenti stranieri diretti, alla liberalizzazione delle importazioni, a tassi d’interesse e di cambio determinati dai mercati, il tutto accompagnato dalla riduzione della spesa pubblica, della disciplina fiscale e di una tassazione moderata e diffusa.

Altri elementi-chiave di questo orientamento culturale sono stati la predominanza dell’economia virtuale su quella reale e una concezione della moneta che ne sottolinea oltremodo il valore simbolico. Molto velocemente si è sviluppato un predominio della finanza: gli asset finanziari globali sono cresciuti in modo spettacolare; un numero crescente di investitori ha iniziato a comprare prodotti finanziari sofisticati, sempre più separati dall’economia reale, in cerca di guadagni più alti ma sottostimando il fatto che in tal modo crescevano anche i rischi (gli strumenti finanziari derivati scambiati sul mercato sono schizzati da 12,047 miliardi di dollari statunitensi nel 1997 a 82,817 miliardi di dollari nel secondo quarto del 2008 (IMF,2009,180). La maggior parte dei chief executives hanno adottato un modello di controllo aziendale che concepisce l’azienda in termini puramente finanziari, e secondo il quale ogni unità produttiva viene valutata secondo la sua capacità di generare guadagni in breve termine per coloro che detengono azioni, mentre gli investimenti di lungo termine vengono ignorati (Fligstein, 1990).

La componente simbolica della moneta come sistema di rappresentazione astratto ha oscurato l’altro basilare significato della moneta come misura di valore, basata sulla produzione e sullo scambio di concreti beni e servizi. Il risultato è che i simboli monetari sono divenuti oggetti di scambi astratti, che hanno luogo nel loro mondo virtuale e da nessun’altra parte. In più, l’informazione - che dovrebbe essere un elemento basilare nel comportamento razionale dei mercati competitivi - è mancante. L’incertezza che si diffonde nei mercati finanziari durante la crisi è stata in effetti provocata dalla mancanza di informazioni crica la natura e il volume dei contratti esistenti, con il risultato che i creditori non sanno nemmeno chi siano i loro debitori.

Questa cornice cognitiva è stata presentata come esempio di metodo scientifico rigoroso e ricompensata da riconoscimenti accademici e premi Nobel. A dire il vero, applicare sofisticati modelli matematici al calcolo dei rischi e dei guadagni sugli investimenti e all’ingegneria finanziaria non è meno ideologico di altre teorie di scienza sociale meno sofisticate. La maggior parte degli economisti che applicano questi modelli complessi per profilare i rischi di prodotti e strategie di management non li hanno pienamente compresi, ma li hanno entusiasticamente accettati come incontestabili, visto che garantivano alti guadagni e alimentavano l’illusione che i rischi potessero essere evitati trasferendoli su altri soggetti. Questi sofisticati modelli hanno così legittimato nuovi prodotti ad alto rischio nell’innovazione finanziaria, e hanno favorito una visione di breve periodo e il controllo finanziario nel management delle aziende, nonché la politica monetaria espansiva della Federal Reserve e del Tesoro americano.

Una parola di cautela per non essere frainteso. Criticare la teoria del mercato che si autoregola non significa negare il ruolo del mercato come meccanismo istituzionale centrale nell’organizzazione del processo economico (la superiorità del mercato aperto sulla pianificazione statale è stata dimostrata dalla storia). Avere troppo poco mercato ha conseguenze negative gravi quanto l’opposto, cioè l’avere troppo mercato. Non è il ruolo fondamentale del mercato che viene qui messo in discussione, ma il fondamentalismo mercatista e la mancanza di regolamentazione. Di conseguenza, sia un eccesso sia un difetto di regolamentazione statale e di intervento governativo devono essere evitati. L’efficienza economica e la coesione sociale sono meglio raggiunti quando un sistema efficace di “checks and balances” esiste fra gli attori e le istituzioni del mercato, lo stato, la società civile, e quando vengono ricercati compromessi ragionevoli in vista della libertà, dell’eguaglianza e della solidarietà. Negli ultimi trent’anni di capitalismo globale c’è stato un eccesso di mercati senza regole, una crescita delle disuguaglianze, e una corrispondente mancanza di controlli governativi e di politiche redistributive. In altre parole, abbiamo assistito a troppa libertà nello sfruttare le capacità finanziarie e a troppo poca eguaglianza d’opportunità, così come ad una doppia riduzione del concetto di libertà, perché si è teso a ridurre la libertà alla sola libertà economica, e a sua volta si è teso a ridurre la libertà economica alla sola produzione di denaro attraverso il denaro.

Questo aspetto cognitivo della crisi, cioè la posizione egemonica dei teorici del mercato che si autoregola nella scienza economica, è rilevante e lo è in molti modi. Prima di tutto, ha fornito una legittimazione “scientifica” per quegli attori finanziari che hanno adottato un tipo di comportamento non solo arrogante e avido, ma che sottovalutava anche i rischi; l’autoregolazione non ha avuto luogo e la capacità di moltiplicazione finanziaria del denaro è stata eccessiva, favorendo enormi guadagni in percentuale rispetto al capitale effettivamente investito, ma anche altissime perdite. Prendiamo il caso di uno degli hedge funds più famosi, il Long-Term Capital Management (LTCM) fondato nel 1993 da John Meriwhether, con due premi Nobel per l’economia come partner (Myron Scholes e Robert Merton): quando entrò in crisi nel 1998, il fondo era esposto per 100 miliardi di dollari e aveva un capitale di appena 1 miliardo, con un leverage di 100, così che una modesta perdita dell’1% era sufficiente a disperdere l’intero capitale posseduto e ad andare in bancarotta. I disastrosi fallimenti di singoli hedge funds, come il LCTM, Amaranth (che perse 6,6 miliardi di dollari in derivati nel settore dell’energia), Vega Selected Opportunities e molti altri, furono sottostimati e perfino ignorati, perché il fatto che questi crash non conducessero ad una grande crisi finanziaria era visto dai policy-makers, quali Greenspan e Bernanke, come la prova della saldezza del sistema. Tuttavia, la convinzione che l’autoregolamentazione degli investitori stessi fosse sufficiente e che non ci fosse dunque alcun bisogno di una regolazione dall’esterno si è rivelata drammaticamente sbagliata. Come disse Greenspan nell’ottobre del 2008 , in un’audizione al Congresso sulla crisi finanziaria: “per esistere si ha bisogno di un’ideologia: la domanda è se essa sia accurata o no. E quello che sto dicendo è che sì, ho trovato una falla”. In altre parole, la cornice cognitiva è importante, e può essere sbagliata.

In secondo luogo, cosa ancor più importante, questa cornice ha legittimato gli enormi guadagni di altri gruppi sociali (oltre agli investitori finanziari), così come i chief executives delle aziende (la cui paga era ingigantita dalle stock options), gli avvocati, i consulenti d’affari, gli auditori, i consulenti dei governi, gli opinion-makers, e ha fornito argomenti ai lobbisti per affermare che l’esplosione della finanza sregolata era un bene per l’intera economia.

Terzo, ha generato un clima di euforia nelle famiglie americane, convincendole che i prezzi delle abitazioni avrebbero continuato a salire, che il credito al consumo avrebbe continuato ad espandersi, e che i nuovi prodotti finanziari che erano certificati dalle agenzie di rating (che avevano un chiaro conflitto d’interesse) erano sicuri, perché i rischi erano garantiti dalla interconnessione delle istituzioni finanziarie.

Bisogna dire che non tutti gli economisti non previdero la crisi e sottostimarono il rischio sistemico. Solo per fare qualche esempio, da molto tempo Kindleberger (1978) aveva messo in allarme sul rischio di una inflazione dovuta all’aumento dei prezzi delle azioni e delle case. Godley (2007), Kregel (2007) e gli altri membri del Levy Economics Institute espresso seri dubbi sulla sostenibilità della crescita dell’economia americana. Altri ricordarono la teoria generale delle crisi finanziarie di Minsky (1982). Roubini e Uzan (2006) insistettero sul rischio d’esplosione della bolla immobiliare. Perfino il FMI, nel suo Global Financial Stability Report del settembre 2006, appena prima della crisi, notò, nel suo linguaggio come al solito assai cauto, che “i mercati sono preoccupati sulle possibilità di mancanza di liquidità sui mercati per alcuni dei nuovi e complessi strumenti finanziari, come i prodotti di credito strutturati” (IMF, 2006, 1). Nelle pagine successive il Report continua, avvertendo che, se la crescita avesse rallentato o l’inflazione si fosse alzata, sarebbe stato “ragionevole domandarsi se i mercati finanziari avrebbero reagito a sviluppi meno favorevoli in un modo capace di amplificare - piuttosto che di bloccare - il rischio emergente. In particolare, si sollevano preoccupazioni sul potenziale di illiquidità che potrebbe emergere in risposta a tensioni inaspettate sui mercati a causa dei nuovi e complessi strumenti finanziari”. Altri economisti come Dodd (2002), argomentarono che se gli hedge funds non potevano dimostrare di essere capaci di un’effettiva autoregolamentazione, allora la cornice normativa avrebbe dovuto provvedere alla supervisione e alla sorveglianza sui mercati; e, più specificamente, se avessero guadagnato posizioni sui mercati delle assicurazioni e dei derivati, avrebbero dovuto essere soggetti ad ampi requisiti di rendicontazione sulla loro posizione.

Il potere delle lobby e la debolezza delle regolamentazione

Questo fondamentalismo del mercato che si autoregola è una delle cause principali della crisi. Ma se l’autoregolazione dei mercati non ha funzionato, perché non ha funzionato nemmeno il sistema che doveva regolamentarli - cioè il secondo riparo contro le crisi? In altri termini, se gli attori finanziari hanno coscientemente abbandonato regole di prudenza nell’esposizione del capitale e nella valutazione del rischio per le ragioni che abbiamo elencato sopra, perché anche i regolatori hanno abbassato la guardia? Qui ci sono tre livelli di spiegazione:

a) il primo riguarda gli errori nelle politiche e nelle previsioni delle autorità di regolamentazione

b) il secondo sostiene che la globalizzazione riduce enormemente l’efficacia di molti strumenti tradizionali della politica economica, incluse le politiche monetarie e dei tassi di cambio

c) il terzo sottolinea il ruolo lobbistico di una potente coalizione di gruppi di pressione, che avevano chiari interessi nello spingere verso la deregolamentazione e nel rendere i controlli esistenti inapplicabili e inefficaci.

Mi soffermerò solo brevemente sui primi due, per poi concentrarmi sul terzo. Per quanto riguarda gli errori di previsione e i fallimenti delle policy, questi sono dovuti più che altro a quella cornice cognitiva predominante che ho criticato sopra. I regolatori erano fortemente influenzati e non potevano confrontarsi in modo efficace con una situazione caratterizzata da nuovi e altamente complessi strumenti finanziari, che contribuivano a rendere obsoleti i meccanismi di controllo tradizionali. Questa osservazione solleva la questione della relazione fra innovazione (una caratteristica fondamentale delle economie capitaliste) e controllo (una caratteristica, altrettanto fondamentale, degli ordinamenti politici democratici), e il bisogno di un’attiva regolamentazione delle innovazioni finanziarie.

Una linea di spiegazione correlata riguardo ai fallimenti delle politiche e all’inefficienza della regolamentazione è il fatto che le crisi precedenti erano state gestite con successo fondamentalmente attraverso la politica monetaria. Le crisi precedenti negli anni ‘90 erano sorte nella semi-periferia del sistema mondiale del capitalismo, oppure, quando esplodevano al centro come accadde per la bolla della new economy all’inizio degli anni 2000, venivano gestite con successo attraverso un’ulteriore espansione del credito (evitando di ripetere l’errore principale della crisi degli anni ‘30). L’applicazione della filosofia monetaria di Greenspan fu efficace nel tenere sotto controllo la crisi senza favorire l’inflazione - attraverso l’accresciuta disponibilità di moneta da parte del Tesoro americano - grazie alla posizione centrale e privilegiata del dollaro, e alla volontà di grandi paesi esportatori e risparmiatori come la Cina e il Giappone di finanziare l’enorme debito pubblico e privato americano per finanziarie il loro più grande mercato d’esportazione. Ma nella bolla immobiliare e dei mutui sub-prime, non ha funzionato nemmeno una politica monetaria basata su tassi d’interesse bassi o addirittura nulli, a causa dell’improvviso ribaltamento della fiducia generalizzata in una diffusa mancanza di fiducia, accompagnato da un cambio di percezione del rischio, da basso ad alto, fra i banchieri, i manager, i risparmiatori e i consumatori. L’improvviso crollo della fiducia e il panico finanziario generalizzato furono peggiorati dall’ignoranza collettiva riguardo alla complessità della finanza, e dalla mancanza di fiducia nelle capacità di autoregolamentazione dei mercati finanziari, nonché nella possibilità, per le autorità monetarie, di ripristinare una situazione di stabilità; in tale situazione, sorge la tendenza generalizzata a salvare se stessi alle spese di altri quando le cose peggiorano.

Per quanto riguarda il secondo tipo di spiegazione, è quasi un luogo comune notare che i mercati finanziari globali integrati possono sfuggire ai controlli e aggirare le regolamentazioni. Questo argomento è ben conosciuto: l’avanzata della globalizzazione è generalmente ritenuta responsabile di problemi per l’autonomia effettiva e nel realizzare la sovranità in pratica. Autori come Shaw (2000) enfatizzano gli effetti di trasformazione delle nuove tecnologie della comunicazione, dell’information processing e del trasporto nel facilitare lo sviluppo di imprese d’affari su scala globale e mercati e servizi finanziari integrati a livello mondiale, così come l’emergere di nuove élites globali. Questi sviluppi pongono gli Stati di fronte a gravi sfide. La globalizzazione erode la sovranità nazionale, le interazioni sociali globali trascendono le frontiere nazionali e riducono l’identificazione con gli stati-nazione e le loro comunità territorialmente delimitate. L’azione tradizionale di governo è soggetta a restrizioni e pressioni che sorgono da oltreconfine. I controlli statali diventano in larga parte inapplicabili, a causa dei paradisi fiscali e dell’alta mobilità del capitale, e la stessa efficacia di strumenti tradizionali di politica economica, come la politica monetaria e dei tassi di cambio, ne risulta assai limitata. L’influenza diretta sui sistemi industriali e finanziari è ridotta, perché le imprese d’affari sfruttano la flessibilità offerta da schemi transnazionali e da scale globali di operatività. Gli stati-nazione competono l’uno con l’altro non solo in termini di politiche per incentivare gli investimenti stranieri, ma anche nell’effettuare minori controlli.

Il problema della governance in un sistema frammentato di stati viene così peggiorato, invece che migliorato, dall’avvento della globalizzazione. Risposte politiche appropriate rappresentano una questione pressante e di per sé problematica. Il tradizionale affidamento sulle attività degli stati sovrani all’interno, e un “bilanciamento di potere” fra gli stati all’esterno, non sembra più riuscire a soddisfare gli osservatori. Una gamma di modelli alternativi di governance globale viene quindi considerata attivamente dagli studiosi di politica e di affari internazionali, ma la loro efficacia dev’essere ancora provata (Martinelli, 2008).

Una tesi basilare di questo paper è che la crisi globale è esplosa non solo a causa di errori di previsione, di fallimenti nelle politiche economiche, di errori di gestione da parte delle autorità di governo; non solo perché la globalizzazione rende inefficaci le politiche di regolamentazione degli stati nazionali, ma anche perché in diversi Paesi, e prima di tutto negli Stati Uniti, i controlli di governo esistenti sono stati smantellati senza che se ne potessero introdurre di nuovi; e questo a causa del successo dell’attività di lobbying da parte di una potente coalizione di interessi con molti soldi a sua disposizione. I policy-makers non sono stati presi di sorpresa a causa della serie altamente improbabile di eventi (la metafora del “cigno nero”, Taleb 2007), bensì perché erano in larga misura impotenti nel controllare, come risultato di precedenti pressioni di specifici gruppi d’interesse (e della prevalente cultura del mercato che si autoregola).

I componenti di questa potente coalizione sono numerosi, e formano una struttura di cerchi concentrici: al centro, i protagonisti della nuova finanza, e prima di tutto le grandi banche d’investimento americane e i loro impiegati ben pagati, ma anche un buon numero di banche commerciali negli Stati Uniti e in altre economie sviluppate, i manager degli hedge funds, analisti finanziari, broker; in un secondo cerchio, i chief executives delle aziende, altamente remunerati, controllori di ditte che erano allo stesso tempo consulenti delle corporazioni che essi dovevano controllare; in un terzo cerchio, membri di corpi legislativi ed esecutivi nonché di burocrazie statali e federali; in un quarto cerchio, i think-tank accademici, gli opinion makers e i media. Quando consideriamo che alla fine del 2007, con la crisi finanziaria già in arrivo, le cinque più grandi banche d’investimento americane distribuirono a poche migliaia di impiegati bonus per un totale di 38 miliardi di dollari, possiamo capire cosa c’era in gioco. E se ci aggiungiamo i bonus e le stock options per i manager delle grandi aziende, le tariffe per i servizi di consulenza, realizziamo che la grandezza degli interessi in ballo e l’ammontare di risorse per perseguire quegli interessi sono molto alti. Grazie a risorse di ricchezza, potere e prestigio, queste famose élites finanziarie, commerciali, culturali e politiche hanno effettuato con successo un’attività di lobbismo e influenzato la politica, in modo da indebolire le regole e i sistemi di controllo.

Fino a qui ho identificato gruppi sociali ricchi e potenti, che sono capaci - grazie alla loro ricchezza e al loro potere - di fare lobby per i loro interessi nel sistema politico americano. Ma la coalizione di interessi dietro alla crisi correnti non è solo potente, ma anche estesa. Il largo consenso per questa economia basata sul capitale finanziario non può essere capito del tutto se non si considera che la coalizione di interessi coinvolta includeva grandi numeri di investitori e consumatori, sebbene con tipi di vantaggi abbastanza differenti; queste persone formano il circolo più esterno, e hanno sia partecipato al boom finanziario sia sono divenute, più tardi, le vittime della crisi finanziaria. La maggior parte di coloro che acquistarono prodotti della “finanza ombra”, e perfino molti di coloro che li vendettero - non sapevano o non riuscivano a capire i modelli matematici e le tecniche di estrapolazione dietro di essi, ma erano persuasi della loro validità come strumenti intelligenti per ottenere alti guadagni trasferendo il rischio su altri. La coalizione che appoggiava l’esplosione della finanza ombra includeva un grande numero di consumatori americani altamente indebitati, che vivevano “al di sopra delle loro possibilità”, come i venti milioni di consumatori che ora corrono il rischio di perdere le loro casa perché non riescono a pagare i mutui, e molti di loro appartenevano a fasce di reddito basse che riuscivano ad ottenere un prestito a un interesse subprime, anche se erano del tipo “ninja” (cioè senza introiti, senza lavoro e senza proprietà che potessero garantire per loro). La tesi sviluppata da Reich in un libro che è uscito nel 2007 appena prima della crisi (senza che vi percepisse alcun segno della crisi che stava arrivando) argomentava che l’americano medio è schizofrenico, visto che, come consumatore e investitore, privilegia fortemente lo stato dell’economia (”supercapitalismo”) mentre come cittadino ha paura - o dovrebbe averne - dei rischi per la democrazia che si sviluppano in un sistema del genere.

C’è un po’ di verità nella tesi di Reich, ma questo non dovrebbe oscurare il fatto che ci sono stati vincitori e perdenti nel capitalismo globale; i vincitori più significativi sono i chief executives e gli speculatori di successo nei mercati finanziari domestici e internazionali. I perdenti sono i lavoratori i cui lavori, le cui condizioni di lavoro e le cui pensioni sono messi a rischio, e gli investitori che non hanno una conoscenza dei prodotti nel loro portafoglio. La distribuzione di ricchezza e reddito negli Stati Uniti e in altre società con economie basate sul capitale finanziario è diventata significativamente più squilibrata. L’insistenza di Barack Obama sul contrasto fra gli interessi di Wall Street e quelli di Main Street non è solo uno slogan politico di successo. E il potere delle lobby finanziarie è assolutamente reale.

L’importanza dell’attività di lobbying nella politica americana, del resto, è ben nota. Ha a che fare con l’architettura istituzionale della politica americana, nella quale la formulazione delle politiche è dispersa in complesse cornici di governo, i gruppi di interesse sono assai influenti e le loro attività sono intense in più punti del processo di policy-making. La storia degli USA è piena di esempi del potere di lobby degli interessi delle aziende e degli sforzi di alcuni grandi presidenti per resistere e diminuire quel potere, da Jefferson a Lincoln ai due Roosevelet (Perrow 2001, Philips 2006, Reich 2007).

Tuttavia, negli ultimi decenni, un nuovo fattore ha significativamente aumentato il potere delle lobby: l’aumento notevole dei costi delle elezioni politiche, in un quadro nel quale le campagne elettorali non finiscono mai e il potere dei mezzi di comunicazione cresce (Martinelli, 2007). Diversi fattori caratterizzano la “campagna permanente” (oltre al breve mandato di due anni di tutti i membri del Congresso e di un terzo dei membri del Senato): il susseguirsi di elezioni federali, statali, locali in momenti differenti, il declino delle tradizionali organizzazioni di partito, la diffusione delle primarie per selezionare i candidati, la crescita dell’impatto dei mass media, la proliferazione dei sondaggi. Come conseguenza di questa aumentata frequenza delle campagne, sono necessari una maggiore organizzazione e una maggiore comunicazione, più sondaggi d’opinione, e il bisogno di denaro è quindi cresciuto enormemente, costringendo i candidati e gli ufficiali eletti a impegnarsi in una costante attività di fund-raising. I costi elettorali crescenti sono una caratteristica comune della politica di massa in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti hanno raggiunto nuovi picchi.

Il costo totale delle elezioni americane è più che triplicato nella seconda metà del Ventesimo secolo, da circa 900 milioni di dollari nel 1951-52 a più di 3000 milioni di dollari nel 1999-2000, ed è aumentato in modo spettacolare (più che raddoppiato) a partire dai tardi anni ‘70, sia per le elezioni presidenziali che del Congresso (Ansolabehere, 2003). Gran parte del denaro proviene dai comitati d’azione politica, fatti di manager e lobbisti che raccolgono i contributi da altri manager e partner d’affari. Nello stesso periodo, il numero di lobbisti attivi a Washington si è alzato approssimativamente da 5.500 nel 1977 a quasi 33.000 nel 2005 (Congressional Budget Office). Il numero di avvocati registrati nella Bar Association del distretto di Columbia si è anch’esso alzato da 21.000 nel 1976 a 77.000 nel 2004. Ancor più significativo è un altro indicatore: la percentuale di ex membri del Congresso che sono divenuti lobbisti è cresciuta dal 3% degli anni ‘70 ad oltre il 30% del primo decennio di questo secolo. E le tariffe professionali sono molto cresciute anch’esse: negli anni recenti il salario base di un ex membro del Congresso o dello staff della Casa Bianca con “buone connessioni” è di 500.000 dollari all’anno, ma un ex componente di una commissione o sottocommissione del Congresso può chiedere anche 2 milioni di dollari per fare pressioni sui suoi precedenti colleghi.

Sebbene ne risulti un’immagine di pluralismo organizzato, il sistema per gruppi d’interesse è distorto, perché alcuni gruppi d’interesse che hanno a disposizione più risorse sono molto più influenti di altri (Dahl,1976). Nonostante la forte crescita del numero di gruppi attivi in politica, la predominanza dei gruppi d’affari nella galassia dei gruppi d’interesse a Washington è ancora più pronunciata ora che nel passato (Scholzman and Tierney, 1981, Fligstein 2001). Le corporation - americane e straniere - contano più del 50% dei lobbisti a Washington, le associazioni di commercio aggiungono un altro 18%, laddove i gruppi di cittadini contano solo per il 4,1%, i sindacati per l’1,7%, le minoranza per l’1,3% e il welfare sociale e i poveri per appena lo 0,6% (Ladd,1994). Le corporation e le associazioni di commercio occupano più del 50% dello spazio degli uffici, e le associazioni professionali arrivano terze con quasi il 15%. Perfino in una branca come la politica estera - nella quale l’interesse nazionale dovrebbe prevalere sugli interessi privati e di settore - si avvertono chiari segni di privatizzazione, dovuti alla grande influenza di specifici gruppi d’interesse sulle decisioni che hanno a che vedere con aree fondamentali come il Medio Oriente, e le attività petrolifere e le industrie militari. L’amministrazione di George W.Bush offre la prova dell’impatto degli interessi degli affari sulle decisioni di politica estera. Sebbene studiosi come Lowery e Brasher (2004) suggeriscano che negli USA esiste una politica più aperta nei confronti dei vari gruppi d’interesse, la tesi della predominanza dei gruppi d’affari è nel complesso convincente. La grande maggioranza di questi lobbisti e uomini di legge lavorano per grandi aziende. Dagli anni ‘90 più di 500 aziende hanno uffici permanenti a Washington che danno lavoro a più di 50.000 lobbisti (fra i quali un alto numero di avvocati fra di loro). I gruppi di pressione delle aziende sono largamente predominanti sugli altri gruppi e tendono a diventare bipartisan; più precisamente, preferiscono i Repubblicani, ma sempre di più (dopo la vittoria di Clinton nel 1992 e come risultato degli sforzi di Tony Coelho, capo del comitato elettorale democratico, e nuovamente dal 2006 con la nuova maggioranza democratica al Congresso) cercano di assicurarsi un appoggio in entrambi i campi.

Si possono distinguere due principali approcci di influenza politica: uno è il contributo ai costi delle campagne elettorali, l’altro è il lobbismo pro o contro un determinato aspetto della legislazione. Il primo approccio si estende anche ai candidati che sono più politicamente o ideologicamente distanti, dal momento che anche loro hanno possibilità di vincere le elezioni; ad esempio le grandi banche di investimento hanno dato denaro sia alle campagne elettorali di Obama che di McCain. Il secondo approccio è diretto al partito, ai membri del Congresso e agli ufficiali di governo che possono dare un aiuto a specifici interessi in gioco. Il finanziamento bipartisan contribuisce a spiegare per quale motivo Clinton non sia riuscito a far passare una riforma del sistema sanitario (e Obama l’abbia fatto con difficoltà), dal momento che una grande somma era stata spesa dalle compagnie assicurative, dalle ditte farmaceutiche e dalla associazione dei medici americani per fare pressione non solo sui membri del Congresso non solo dell’opposizione repubblicana, ma anche del partito presidenziale. E questo aiuta a capire perché le decisioni chiave sulla deregolamentazione delle attività finanziarie non siano state approvate durante l’amministrazione Clinton. Reich (2007) sottolinea ironicamente che la volontà mostrata da Clinton di ospitare i leader delle grandi aziende in una notte nella sala Lincoln ha confermato il vecchio detto secondo il quale la Casa Bianca è l’unico albergo nel quale gli ospiti dovrebbero lasciare un cioccolatino sul cuscino.

La crescente importanza delle politiche di pressione dev’essere spiegata non solo per le necessità dei candidati ma anche della volontà di spendere denaro per attività di lobby. Il fattore principale a questo riguardo è la crescente competizione fra settori economici, gruppi d’interesse e singole aziende, che si è estesa dal mercato al sistema politico. La battaglia di Google contro il monopolio di Microsoft nell’industria del software è un caso illuminante. Prima di diventare una società per azioni nel 2004, Google non aveva alcun ufficio a Washington e si vantava di non essere coinvolta nel gioco delle pressioni politiche. Ma tutto cambiò nel 2004, milioni di dollari vengono ora spesi da Google, non diversamente dai suoi concorrenti come Microsoft, Ibm, Yahoo, Sun, Oracle. Nel 2010 Google e Verizon hanno proposto che il Congresso permettesse che i servizi wireless rimanessero liberi da regolamentazioni, contro l’opinione della Commissione Federale per le Comunicazioni (The Economist, 2010). Un caso simile è stato il tentativo di Wal-Mart di entrare nel sistema bancario, tentativo frustrato nel corso di una violenta battaglia con i lobbisti che si opponeva a Washington (Wysocki, 2006).

Fino ad ora, ho discusso esempi di lobby aziendale che estendeva il confronto competitivo dal mercato all’arena politica. Sia nel caso di Google contro Microsoft sia nel caso di Wal-Mart contro l’associazione di banche americane, un lato chiedeva l’applicazione di leggi anti-trust e l’altro chiedeva più deregolamentazione. Ma nel caso della finanza ombra, il lobbismo sulla deregolamentazione è stato molto più potente rispetto alle pressioni sul lato opposto. I lobbisti della finanza ombra hanno agito sia per smantellare i controlli esistenti sia per bloccare nuove misure di regolamentazione, contribuendo così alla crisi globale.

Sono molti gli esempi di lobbismo efficace a favore della deregolamentazione. Uno molto rilevante fu il Gramm-Leach-Billey Financial Services Modernization Act approvato nel novembre 1999, che ammorbidiva drasticamente i controlli e le restrizioni sulle attività finanziarie, abrogando fra le altre cose il Glass-Steagal Act, che fin dall’epoca del New Deal e per oltre settant’anni aveva mantenuto le attività delle banche commerciali separate da quelle delle banche d’investimento, allo scopo di proteggere gli investitori. Si è stimato che le compagnie bancarie e di assicurazione abbiano speso più di 300 milioni di dollari nella loro attività lobbistica sul Congresso per plasmare quella riforma in modo che venisse incontro ai loro interessi (Economists for Obama, 2008). Ancor più rilevante per evitare qualsiasi controllo per i prodotti di finanza derivata fu l’emendamento di Gramm per la legge finanziaria nell’ultimo anno dell’amministrazione Clinton, che liberava i derivati finanziari da qualsiasi forma di controllo, sia dalla sorveglianza della Security Exchange Commission (SEC) sia dal controllo della Commodity Futures Trading Commission (CFTC). Quest’ultima agenzia era stata creata per controllare i contratti che erano stati originariamente introdotti per sollevare le aziende dalle fluttuazioni dei prezzi dell’energia e delle materie prime, e che poi erano degenerati successivamente in prodotti finanziari puramente speculativi, che crescevano velocemente. La CFTC è stata il bersaglio di un’intensa attività di lobbismo. Due capi della CFTC, prima Mary Shapiro e poi Brooksley Born, avevano cercato di regolamentare i futures, ma le loro richieste furono rigettate dalle autorità federali (cioè dal presidente della Federal Reserve, Greenspan, dal segretario del tesoro di Clinton, Rubin, e dal presidente della SEC, Levitt). Nel 2005 il Congresso approvò una legge che autorizzava la CFTC a condurre indagini sul prezzo del gas e obbligava i produttori di gas e i venditori a tenere un registro ufficiale dei prezzi. La legge era appoggiata dall’associazione industriale dei consumatori d’energia, ma trovava una feroce opposizione da parte delle molto più potenti lobby dei servizi finanziari (cioè la Swaps and Derivatives Association, la Bond Market Association, la Securities Industry Association, la Futures Industry Association), che alla fine vinsero. Si tratta degli stessi gruppi d’interesse che avevano fatto lobbismo per esentare dalla regolamentazione le transazioni “over-the-counter” delle materie prime energetiche nel Commodity Features Modernization Act (battezzato più tardi “la clausola Enron”); per ottenere la decisione della SEC di autorizzare l’overleveraging, cioè un aumento di tre volte nella possibilità di indebitamento delle banche d’investimento, portando il leveraging da 1:12 a 1:33; per resistere a qualsiasi tentativo di sottoporre i credit default swaps (il cui valore nominale era stimato ben 58 trilioni di dollari nel 2004) ad un’autorità di regolamentazione; per fermare il progetto di una camera di compensazione per le transazioni finanziarie (progetto che fu effettivamente rigettato da una commissione presidenziale formata da Greenspan, Rubin e Levitt).

Reti simili di gruppi di interesse sono state attive in altre economie sviluppate e in via di sviluppo, dall’Unione Europea al Giappone, ai BRIC, ma negli Stati Uniti sono più aggressive e dilaganti. Vale la pena di notare che questo tipo di pressioni vincenti sulla politica si sono verificate sia con Bush che con Clinton, e con due maggioranze differenti al Congresso, il che mostra - come ho accennato prima - che sebbene i repubblicani siano nel complesso più in sintonia con le pressioni di Wall Street, l’attività di lobbying delle compagnie è bipartisan. Le attitudini dei candidati alle presidenziali del 2008, tuttavia, sono state molto diverse. Sebbene la forza e la pervasività dell’attività di lobbying siano state ampiamente riconosciute tanto dai democratici quanto dai repubblicani, fino ad ora si è fatto ben poco. Obama ha fatto del bisogno di restringere il potere delle lobby un letimotiv della sua campagna elettorale ed un elemento chiave della formazione del suo consenso dalla Casa Bianca, e nei primi due anni di amministrazione è in effetti riuscito a far passare leggi per una maggiore regolamentazione. Ma il potere delle lobby finanziarie è tutt’altro che finito. Vale la pena domandarsi se gli aspetti cognitivi e politici della crisi che ho analizzato fino ad ora siano al momento un ostacolo minore, rispetto al passato, che si frappone all’implementazione di politiche dirette a nuove forme di regolazione dei mercati globali.

Conclusione: sono possibili nuove politiche regolatorie?

Questi fattori sono meno potenti dopo la crisi? Con qualche cautela, direi di sì. La cornice cognitiva del mercato che si autoregola è ancora forte, ma la sua egemonia culturale è meno salda nella scienza economica e più dibattuta fra i politici e nel discorso pubblico. Questi sono segni di un nuovo clima intellettuale, come indicano il revival di tradizioni minoritarie in economia (da quella neo-keynesiana a quella neo-istituzionale) e le crescenti critiche al metodo e alla teoria economica predominante. Solo un esempio: Lawson (2009) critica la professione economica per la priorità data all’acume tecnico rispetto all’interesse per l’efficacia delle ricette, e argomenta che, quando ci si occupa di un sistema sociale aperto, è futile aggrapparsi a metodi matematico-deduttivi ed è necessario adottare approcci alternativi, che si occupino di comprendere le soggiacenti strutture e i meccanismi e le possibilità del mondo reale. La questione non è rifiutare i modelli matematici, ma evitare di basarsi solo su modelli astratti senza rapporti con il contributo di altre scienze sociali e con la storia nello studio dei reali processi economici. Anche l’attribuzione del Premio Nobel per l’economia del 2009 a due studiosi della governance - Olsen (uno scienziato politico) e Williamson (un sociologo economico) è un sintomo di cambiamento. Comunque la versione “mainstream” dell’economia è ancora molto ben rappresentata in università di prima classe e sulla stampa accademica.

Per quanto riguarda l’altro fattore, il potere delle lobby finanziarie nel fare pressioni sulla politica è ancora forte, ma Obama ha ottenuto qualche risultato nel cercare di delimitarlo. Egli è stato capace, almeno in qualche misura, di costruire una contro-coalizione sociale che ha capovolto la precedente strategia neorepubblicana, sviluppata da Reagan. Quella strategia ebbe successo nel porre fine ad una lunga egemonia democratica nel Congresso - che era sostenuta dalla coalizione sociale originariamente formata nel New Deal e consolidata dalla “Nuova Frontiera” di Kennedy e dalla “Grande Società” di Johnson. La strategia di Reagan riuscì a concentrare la tradizionale ostilità delle classi medie americane contro il “big government”, ma non contro il “big business”, e ad integrare due differenti filoni di protesta politica contro le politiche libertarie, cioè il populismo e il conservatorismo. A differenza del populismo della prima parte del ventesimo secolo, con Reagan la critica populista contro le eccessive ingerenze dei politici di Washington e contro i burocrati venne scollegata dalla parallela critica del potere corruttivo delle grandi aziende, dal momento che le élites delle corporation si presentarono come i veri difensori del libero mercato e dell’iniziativa individuale contro l’ipertrofico e inefficace governo federale. Con un notevole capovolgimento ideologico, l’elitismo affarista - che era stato sia il bersaglio che l’avversario del populismo - riuscì ad acquisire una nuova legittimità attraverso quest’ultimo.

La crisi economica ha aiutato Obama a ribaltare questa situazione; nella sua campagna per le presidenziali egli ha promesso di difendere Main Street contro Wall Street ed è stato capace di dirigere nuovamente l’aggressività popolare contro i leader d’affari irresponsabili e contro gli oligarchi finanziari, e ne ha fatto un elemento chiave della sua strategia di formazione del consenso. Una volta eletto, ha cercato di dare un nuovo prestigio pubblico al governo federale adottando misure efficaci per gestire la crisi, regolando la finanza ombra e implementando alcune riforme di base come quella del sistema sanitario. Alla famosa affermazione di Reagan secondo cui il governo era il problema, e non la soluzione, Obama ha risposto che dipende da quello che fa il governo. Le investigazioni giudiziarie sulle operazioni illegali dei manager della Goldman Sachs hanno aiutato, così come la rivelazione degli enormi bonus per i chief executives di banche che erano state aiutate ad evitare il fallimento con il denaro dei cittadini. La riforma di Wall Street targata Dodd-Frank ed il Consumer Protection Act - convertiti in legge da Obama nel luglio del 2010 - sono stati passi importanti nella sua agenda di regolamentazione della finanza. La nuova legislazione include la creazione di una nuova agenzia di protezione finanziaria per i consumatori ed un nuovo super-regolatore finanziario con rappresentanti della SEC, della Federal Reserve e del Dipartimento del Tesoro (il Financial Stability Oversight Council); essa limita severamente l’ammontare di denaro che una banca può investire in hedge funds e private equity funds al 3%; dà alla Federal Reserve l’autorità di ridimensionare le istituzioni che presentano un rischio sistemico per l’economia; esige la registrazione al SEC di aziende che detengono più di 150 milioni di dollari in hedge funds e private equity; riforma il complicato mercato dei prodotti derivati, e prescrive che i prestatari provino che sono in grado di ripagare anche il più semplice dei mutui. La legge è stata enfaticamente presentata come “il più grande cambiamento nelle regolamentazioni finanziarie dagli anni ‘30″. Obama ha detto che gli Americani non avrebbero mai più pagato per “gli errori di Wall Street”, aggiungendo che Wall Street aveva provato a far saltare la legge, ma aveva fallito. La legge in effetti prevede nuove vie di controllo per il rischio finanziario e rende più facile liquidare le grandi aziende in fallimento.

Tuttavia, è chiaramente il risultato di un compromesso pragmatico che mostra la persistente rilevanza delle pressioni sulla politica. La coalizione di interessi che si oppone alla regolamentazione è infatti ancora forte e le relazioni tra mondo finanziario e governo sono ancora molto strette (non nel senso che ci sia una qualche cospirazione, ma semplicemente perché esistono strette relazioni personali fra alti rappresentanti di governo ed esponenti di primo piano del mondo degli affari e del sistema bancario, che occasionalmente si scambiano di posto).

Per concludere, Obama sta cercando di rendere la regolamentazione del sistema finanziario più cogente in modo da evitare future crisi del tipo che abbiamo provato di recente. Ma il consenso che Obama può guadagnare dalla sua politica di regolamentazione finanziaria rischia di essere annullato se le strategie d’uscita dalla recessione economica si rivelassero fallimentari. La crescente influenza del movimento Tea Party (finanziato pesantemente dalle industrie Koch e da altri gruppi affaristici di pressione) e il successo del partito repubblicano nelle elezioni di medio termine del 2010 mostrano che l’ideologia populista, anti-tasse, anti-governo federale è ancora molto forte fra i cittadini americani e che il fattore determinante nel decidere il prossimo presidente sarà, ancora una volta, lo stato dell’economia. Non è abbastanza approvare una legislazione che può rendere meno probabili crisi finanziarie come quella attuale; è necessario avviare una ripresa economica che sia in grado di creare nuovi posti di lavoro e crescita. Ma nell’età della globalizzazione questi obiettivi non possono essere raggiunti dal solo governo americano, bensì nel quadro di una governance multilaterale. Il più importante terreno di prova per una strategia di relazioni più bilanciate fra mercato e politica è infatti una efficace governance globale della crisi economica, che sia capace di stimolare una nuova crescita sostenibile. Le politiche dei governi volte a regolare i mercati e ad ottenere una ripresa economica dovrebbero essere efficaci all’interno ma allo stesso tempo coordinate a livello sovranazionale, e gli attori pubblici dovrebbero agire in armonia con quelli non pubblici, dal momento che l’interdipendenza globale necessita di una governance globale e del coinvolgimento attivo di tutti gli attori principali della società mondiale.

di Alberto Martinelli

traduzione a cura di Andrea Spanu

Fonte

Di questo articolo trovo decisamente più interessante l'analisi delle cause piuttosto che l'enunciazione delle soluzioni alla crisi vigente.