“E l’outsider Bernie Sanders scivolò su Cuba”: così titola un articolo di Giuseppe Sarcina sul Corriere dell’11 marzo. Sarcina è uno dei tre giornalisti (gli altri sono Massimo Gaggi e Maria Laura Rodotà) che seguono per il Corrierone la campagna per le nomination dei candidati alle elezioni presidenziali americane del prossimo 8 novembre. Tutti fanno un buon lavoro e – malgrado l’indirizzo sempre più destrorso della testata alla quale collaborano sui grandi temi politici ed economici, nazionali e internazionali, e malgrado le trappole ideologiche che l’agone politica statunitense tende agli inviati europei – va riconosciuto che si impegnano nel mantenere obiettività di giudizio.
Nel caso in questione, tuttavia, Sarcina non ce l’ha fatta. Il suo articolo si riferisce al dibattito fra Sanders e la Clinton che si è tenuto qualche giorno fa al Miami Dade College (Florida). I conduttori, riferisce Sarcina, mandano un filmato del 1985 in cui Sanders (ai tempi sindaco di Burlington, la cittadina del Vermont in cui è iniziata la sua carriera politica) dichiara: “Nel 1961 l’America invase Cuba e tutti erano convinti che Castro fosse l’essere più spregevole del mondo. Tutti in America pensavano che i cubani si sarebbero ribellati da un momento all’altro contro Fidel Castro. Ma dimenticavano che Castro ha mandato a scuola i bambini, ha dato cure sanitarie a tutti, ha cambiato totalmente la società”. Ora è evidente che mandare in onda questo filmato (la rete era la CNN che, come tutti i grandi media americani, tifa per la vittoria della Clinton contro il socialista Sanders) in uno stato dove gli esuli cubani rappresentano una forte minoranza è un colpo basso.
Descrivendo l’imbarazzo di Sanders, Sarcina si limita a fare il suo mestiere di cronista. Poi però scrive che, dopo essere stato costretto ad ammettere che quella dei Castro è una dittatura, avrebbe potuto chiuderla lì e passare ad altro, parlando (come la Clinton) del prossimo viaggio di Obama all’Avana per chiudere questa “coda” di guerra fredda. Invece ha aggiunto: “Sì, Cuba è una dittatura, ma ci sono state anche cose buone”, come i dottori cubani. E qui, scrive Sarcina, “scivola goffamente. E non si capisce più se la trasmissione è in diretta o se qualcuno ha fatto ripartire le immagini del 1985, con i mitologici 'dottori cubani' ’”.
Ora chi, come il sottoscritto, ha avuto modo di visitare Paesi come l’Ecuador negli ultimi anni, ha potuto constatare che le migliaia di medici cubani prestati ai Paesi del socialismo bolivariano sono tutt’altro che “mitici”, visto che hanno contribuito a risolvere i problemi di sistemi sanitari massacrati da decenni di liberismo (del resto, come raccontato in un famoso quanto controverso documentario di Michael Moore, molti americani potrebbero ricevere a Cuba cure gratuite e di qualità che nel loro Paese non possono permettersi, in assenza di quel sistema sanitario universale e gratuito che proprio Sanders ha inserito nel suo programma elettorale).
Ciò detto, mi pare che il fegato con cui Sanders difende il proprio punto di vista anche davanti a un pubblico ostile (la coerenza è uno degli elementi che gli valgono l’adorazione di milioni di giovani e giovanissimi elettori americani), evitando l’opportunismo di una consumata mestierante come la Clinton, pronta a cambiare discorso a seconda di chi si trova davanti, sia lodevole conferma del suo tentativo di rivoluzionare un sistema politico fondato sul ricorso sistematico a ipocrisie, menzogne e manipolazioni mediatiche. Impresa impossibile, destinata a priori alla sconfitta? Forse, ma questa è semmai una ragione in più per non svendere le proprie idee sull’altare della “correttezza politica” liberista. Ecco perché, con tutta la stima per Sarcina, che è un bravo giornalista, ho l’impressione che in questa circostanza a scivolare sia stato lui e non Sanders (per inciso: chi vorrà saperne di più su questa non comune figura umana e politica, potrà fra non molto leggere l’edizione italiana della sua autobiografia, in preparazione per i tipi di Jaca Book).
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