di Amer Mohsen – al Akhbar
(traduzione di Romana Rubeo)
Nella rapida catena di eventi che riguardano la Siria, tra gli
slogan, le ostentazioni e l’esibizionismo di varia natura, i media e gli
intellettuali che parlano a nome dell’opposizione siriana non sono
riusciti a spiegare all’opinione pubblica la conseguenza più
significativa e importante della tregua entrata in vigore qualche
settimana fa: ovvero, il totale ritiro dell’Els (Esercito libero siriano) dalla guerra contro il regime.
La tregua prevede che, d’ora in poi, le fazioni dell’Els
potranno concentrarsi nella lotta contro l’ISIS e il Fronte al Nusra, ma
perderanno il diritto di sparare anche un solo colpo contro l’esercito
siriano o di avanzare verso le zone tuttora sotto il controllo statale.
È questo il vero significato della tregua, un cessate il fuoco incondizionato e a tempo indeterminato. L’Els,
dunque, ha consapevolmente e deliberatamente acconsentito a rinunciare
al confronto militare contro il regime in cambio di una sua
rappresentanza nel futuro governo. Ma nessuno, tra le fila dell’opposizione, ha presentato i fatti con questa chiarezza all’opinione pubblica.
Per essere più espliciti: non importa quanto dureranno ancora
le negoziazioni, né se avranno un esito favorevole per l’Els. Il punto è
che per le sue fazioni, la guerra è finita. ‘Il cambiamento di regime’ è
ormai solo una richiesta di natura ‘politica’. Le
trattative, infatti, potrebbero protrarsi per anni senza portare a
risultati concreti. Ora che le cause della tensione tra le parti in
campo sono state neutralizzate ed è subentrato il nuovo obiettivo della
‘lotta al terrorismo,’ nessuna [super] potenza ha interesse a
raggiungere in fretta un accordo. E il nuovo piano De Mistura ne è la
dimostrazione.
In questo senso, i nemici dell’Els che militano con l’ISIS o
con al Nusra hanno ragione ad accusarlo di aver posto fine alla guerra
contro il regime in cambio di un ritorno politico, e a dire che questo
faciliterà le cose per l’Esercito Arabo Siriano impegnato su più fronti,
con un grande dispendio di uomini e risorse, e che d’ora in poi potrà
concentrarsi sull’ISIS e su al Nusra. Perché le Forze Armate
Siriane e i loro alleati hanno più possibilità, rispetto agli oppositori
(‘Tredicesima Brigata’ o ‘Sunni Lions’) di sfruttare la situazione, di
penetrare in profondità nelle zone sotto il controllo dell’ISIS e di
riconquistare le province orientali, in cui sono concentrate le maggiori
risorse naturali e agricole.
Ma questo è solo l’inizio. La tregua, che interessa
le aree di influenza di Jayshul Islam nel Ghouta, regione rurale a nord
di Aleppo, e alcune zone meridionali (escludendo di fatto la maggior
parte dei territori siriani), torna a porre i soliti interrogativi circa
la natura e l’identità dell’Els.
Perché all’Els è stato attribuita una forte valenza
ideologica durante il conflitto siriano: è davvero, come sostenuto a più
riprese dai rapporti occidentali e dai media vicini alla ‘rivoluzione’,
il frutto dell’unione di gruppi locali ‘moderati’, di ‘insegnanti,
contadini e dentisti,’ che costituiscono il nocciolo duro dei
combattenti contro il regime? O non si tratta invece di un
raggruppamento di fazioni che rappresentano finanziatori stranieri e i
loro interessi? E qual è il vero equilibrio di potere tra l’Els e le
organizzazioni jihadiste?
Quando si studiano le guerre del passato, i fatti cruciali e le loro
conseguenze sembrano chiari e comprensibili; tendiamo a dimenticare che
la ricostruzione degli eventi è stata scritta anni dopo il loro
effettivo svolgimento e che, viste ‘dall’interno’, le guerre possono
essere totalmente diverse. Pochissimi trattati di storia parlano
dell’opinione pubblica e dell’immagine che i media costruiscono durante
un conflitto.
Oggi, gli Arabi si prendono gioco della propaganda del Nasserismo
durante la Guerra dei Sei Giorni [1967]: all’epoca, gli organi di stampa
avevano convinto l’opinione pubblica che le unità egiziane stavano
avanzando in Palestina. Ma solo pochi ricordano che, nel pieno della
Seconda Guerra mondiale, la popolazione britannica venne tenuta
all’oscuro delle cattive notizie sulle sconfitte riportate e
sull’effettivo numero di vittime. (Una simile censura fu imposta anche
in America). Allo stesso modo, durante la Guerra delle Falklands, gli
Argentini erano persuasi che il loro esercito stesse piegando la flotta
britannica. E, secondo le cronache e i media occidentali, i mujahidin
erano ‘combattenti per la libertà’ che sfidavano l’Impero Sovietico solo
con le proprie forze.
Il conflitto siriano non fa eccezione. Il
bombardamento mediatico, insieme al monopolio detenuto dall’Occidente e
dai Paesi del Golfo, hanno reso impossibile qualsiasi confronto serio
con molti Arabi e molti Occidentali, non tanto per divergenze di vedute
su principi etici o politici, quanto perché la Siria che veniva
raccontata non corrispondeva a quella reale, e la guerra di cui si
parlava non era quella che si stava combattendo. Inoltre,
indipendentemente dai media che seguivano, quegli Arabi e quegli
Occidentali erano raggiunti solo da una narrazione ideologica, fondata
sulla dicotomia tra bene e male.
Sin dai primi scontri tra Hizbollah e le forze di opposizione lungo i confini nord-orientali con il Libano, le
cronache distinguevano nettamente le cosiddette fazioni dell’Els, la
loro mancanza di professionalità bellica e la mancanza di formazione
militare dal Fronte al Nusra (prima dell’insorgere dell’ISIS),
militarmente efficiente, desideroso di combattere, con un grande
ascendente sui giovani.
Fino a qualche mese fa, i media occidentali hanno continuato a parlare dell’Els come della principale fazione della ‘rivoluzione’ siriana.
Un giornalista occidentale che vantava una conoscenza approfondita
della Siria, mi aveva assicurato che il Fronte al Nusra era una
minoranza nel nord della Siria, e che il movimento di Jamal Ma’rouf era
la seconda o la terza formazione militare del Paese, solo qualche giorno
prima che al Nusra sbaragliasse quel gruppo in un combattimento durato
appena qualche ora.
In un rapporto del (filo-sionista) Washington Institute for
Middle East Policy sulle opportunità di respingere al Nusra dalla Siria
del Nord per mezzo dell’Els, l’autore ha usato termini ‘morigerati’ per
concludere sostanzialmente che si trattava di una missione impossibile, e
che in realtà la guerra nelle regioni settentrionali si riduceva a una
competizione tra le diverse fazioni salafite, mentre l’Els, nonostante
lo status attribuitogli dalla stampa, era assolutamente marginalizzato. L’autore
aggiunge che l’unica differenza tra il gruppo armato Ahrar ash-Sham e
al Nusra è il fatto di non aver giurato fedeltà ad al-Qa’ida, e che chi
preferisce oggi i suoi membri ad al Nusra è simile a chi preferì al
Nusra all’ISIS due anni fa, celebrandone le vittorie.
Al netto delle previsioni sul destino della ‘tregua’ o della ‘pace,’
un’analisi sommaria delle forze in campo in Siria lascia presupporre che
la guerra continuerà a lungo e che la ‘tregua’ è solo una parentesi. Ma
la ‘tregua’ non porrà fine a certi miti, compreso quello relativo
all’Els, creato dal divario tra la storia raccontata dai media e la
realtà.
Ad esempio, nella Siria meridionale, la lotta interna per il
controllo si gioca essenzialmente tra al Nusra e l’ISIS. Lo scarso
pubblico che ha partecipato alla manifestazione a Beirut nel quinto
anniversario della ‘rivoluzione’ in onore dell’Els, era costituito
principalmente da ‘attivisti’, molti dei quali libanesi, in un Paese in
cui ci sono circa due milioni di persone che provengono da ogni parte
della Siria e dai contesti più svariati.
Ma, visto che la guerra e le atrocità che comporta andranno avanti
ancora a lungo, sarebbe bene combatterla senza il peso gravoso delle
illusioni e dei miti.
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