Non sorprendono nessuno le consuete polemiche successive alle manifestazioni del 25 Aprile. È così ormai tutti gli anni e, dopo aver raggiunto l’apice in un paio di giorni, spesso ritornano nella routine.
Dobbiamo confessare che anche noi eravamo tentati dall’adeguarci a questo ritmo già sperimentato, se non fosse che il nostro giornale è stato tirato in ballo, arbitrariamente e in modo offensivo (i nostri avvocati ci stanno lavorando sopra) da quegli ambienti di “volenterosi guerrafondai” prosperati con varie sfaccettature sulla questione dell’Ucraina.
Alcuni fatti sono noti. Un nostro redattore di Bologna, Giacomo Marchetti, ha evitato con molto garbo che un anziano signore con tanto di bandiera ucraina e della UE entrasse in un corteo che quelle bandiere non le gradiva affatto.
Consapevole che la provocazione potesse innescare tensioni durante il corteo, lo ha tenuto alla larga – con garbo e il dovuto rispetto per l’età avanzata – per evitare che magari qualcuno meno educato lo facesse in modi più spicci. Il video è talmente evidente che per piegarlo ad una visione distorta sono stati costretti a ricorrere all’intelligenza artificiale su singoli fotogrammi.
Il video che mostra il nostro Giacomo in quella delicata situazione, è stato diffuso ampiamente sui social da tutta quella rete di volenterosi sostenitori della guerra in Ucraina – e non solo – che da tempo stanno conducendo una sistematica campagna di provocazione e diffamazione contro le manifestazioni, assemblee, dibattiti, conferenze di chi si oppone alla guerre e alle aggressioni imperialiste.
Ma l’episodio di Bologna – che non intendiamo affatto lasciar cadere e che vedrà a breve un incontro pubblico convocato dal nostro giornale in quella città – consente di avanzare una dovuta riflessione su chi e come sono le forze contro cui ci dovremo battere in questo paese per contrastare le derive guerrafondaie e reazionarie. Del resto è fin troppo evidente che mentre sulla Palestina uno deve aspettarsi gli attacchi dai giornali e partiti della destra, sull’Ucraina tra questi killer politici devi aspettarti anche settori ampiamente articolati del centro-sinistra.
Il consorte dell’europarlamentare Pina Picierno, costituitosi come una sorta di commissione di censura e controllo su chi prende parola in Italia sulla guerra in Ucraina, noto per gli attacchi ad Angelo D’Orsi e altri, ha preso di petto il nostro Giacomo Marchetti e calunniato Contropiano su X, definendolo “giornalaccio online russobruno”. Sul piano legale ne dovrà rendere conto, ma sul piano politico questo ci consente di fare chiarezza.
Invece che delle stupidaggini di questi personaggi, prendiamo spunto da un più stimolante articolo comparso su Micromega a commento delle manifestazioni del 25 Aprile. Nell’articolo, l’autrice – spesso correttamente impegnata sulla questione palestinese – lamenta invece che sull’Ucraina non si assista alla medesima empatia e solidarietà con “questa causa”, addebitando il motivo al cosiddetto “campismo”.
Ma l’aspetto più grave contenuto nell’articolo è quando si lamenta che “la causa ucraina non è considerata da ampi settori dell’antifascismo italiano degna della nostra solidarietà e che la propaganda di un regime fascista è riuscita a penetrare così in profondità”. In pratica si liquidano ampi settori dell’antifascismo italiano sostanzialmente come degli inetti o, peggio ancora, delle “quinte colonne” della Russia, una sintesi niente affatto veritiera né dimostrabile, ma sicuramente offensiva.
Non solo. A proposito del campismo, sia l’autrice che coloro che ne ritengono pertinenti le tesi, devono piuttosto fare i conti con il “campismo di fatto” realizzato visivamente dai gruppi filo-ucraini insieme a quelli sionisti, ai monarchici iraniani e agli estimatori di Trump, che a Milano si sono presentati insieme in uno stesso spezzone al corteo. Che ovviamente e giustamente è stato messo fuori dalla manifestazione del 25 aprile.
Non era la prima volta che in presidi e manifestazioni sventolano insieme le bandiere ucraine, quelle israeliane e degli iraniani nostalgici dello Sciah. E se queste “cause” vengono ritenute tutte simili e “dalla stessa parte” da chi le sostiene, non si capisce perché non possa o debba fare altrettanto chi le critica o osteggia.
Ma quello che è diventato visibile a livello di supporter è ancora più visibile a livello di Stati. La collaborazione militare e la convergenza ideologica tra Ucraina e Israele è fin troppo nitida, così come lo è la funzione che la Nato e l’imperialismo hanno affidato a questi due “porcospini d'acciaio” nell’Europa dell’est e in Medio Oriente.
E la gente che va in piazza – ma anche quella che resta a casa – queste cose le nota, le collega e ne ha tratto le logiche conclusioni. Motivo per cui le bandiere israeliane e quelle ucraine non sono viste come “istanze di liberazione” da condividere nelle manifestazioni antifasciste. Diversamente, invece, le bandiere palestinesi o libanesi sono ammesse ed applaudite. Così come la presenza degli ebrei antisionisti. Del resto è difficile provare empatia per un paese che riceve miliardi di finanziamenti e armamenti da tutti i paesi Nato e i governi reazionari d’Europa contro cui ci si batte quotidianamente qui a casa nostra. I Palestinesi o i libanesi non hanno mai avuto di queste fortune.
Contropiano non deve comunque alcuna spiegazione ai volenterosi collaboratori della Nato o delle forze guerrafondaie a livello internazionale. Parlano la sua storia e la sua attività editoriale dal 1993 a oggi, sia in formato cartaceo che online.
Vogliamo dire chiaramente che sosteniamo senza se e senza ma il nostro Giacomo Marchetti e apprezzeremo sempre chi, nelle piazze o nell’informazione, fa chiarezza su chi siano i nemici principali dell’umanità.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Diffamazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Diffamazione. Mostra tutti i post
27/04/2026
21/01/2026
I diffamatori denunciano per diffamazione!
Nella scia del crescente clima repressivo che si respira nel paese, quattro nostri militanti, tra cui Giorgio Cremaschi e Bianca Tedone del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, sono stati raggiunti dall’accusa di diffamazione per il presidio dello scorso 10 luglio sotto la sede della redazione de “Il Giornale” e “Libero”.
In quell’occasione, noi di Potere al Popolo, assieme agli studenti di Cambiare Rotta, denunciavamo il ruolo di criminalizzazione che i ripetuti articoli e le pseudo-inchieste dei suddetti giornali stavano svolgendo, associando le nostre iniziative a sostegno del popolo palestinese e le iniziative di lotta da parte di studenti e lavoratori a strategie sovversive, evocando il clima degli “anni di piombo”. Al patròn Angelucci poi non è piaciuto che venissero ricordati i suoi affari nel business della sanità privata, che, come tutti sanno, lucra sulla salute dei cittadini.
Un tentativo grottesco, ridicolo e provocatorio che avevamo ignorato fino alla scoperta di un poliziotto infiltrato tra le nostre fila a Napoli e, pochi mesi dopo, di altri quattro agenti tra Milano, Bologna e Roma. Operazione sulla quale ancora non è stata fatta chiarezza.
Emergeva così in quei giorni un inquietante quadro in cui le campagne portate avanti da quei giornali filogovernativi preparavano strumentalmente il terreno alla repressione del governo, accanendosi contro di noi tramite articoli diffamatori e finalizzati alla criminalizzazione delle nostre organizzazioni politiche.
Quello che è successo in autunno ha materializzato la loro paura, all’origine della meschina campagna messa in atto: milioni di persone sono scese in piazza, in maniera pacifica ma determinata, contro la complicità del Governo Meloni con il genocidio a Gaza, ma anche per dire basta alla corsa al riarmo e alla guerra a scapito di salari e diritti.
Il messaggio è chiaro: oltre alla contrapposizione reazionaria alle manifestazioni popolari e di massa contro quanto accade in Palestina, al ritorno sulla scena dei lavoratori e dello strumento dello sciopero, occorre evitare che prenda piede una opposizione indipendente, coerente, a tutto tondo e fuori dal teatro del bipolarismo a questa classe politica e affaristica indecente.
Lo stesso schema, che sta già mostrando diverse crepe per la sua inconsistenza, è stato utilizzato più recentemente anche ai danni delle associazioni di beneficenza palestinesi, ora accusate di terrorismo dopo una violentissima campagna diffamatoria da quegli stessi giornali, così come contro chi ha scioperato in questi mesi e che si cerca di spaventare con sanzioni di ogni tipo.
Non cediamo ad alcuna intimidazione e rigettiamo il vittimismo delle redazioni de “Il Giornale” e “Libero” che ora pensano con le querele di poter ribaltare la realtà. Ribadiamo che la loro non è “informazione” ma era, ed è, un ruolo attivo volto a colpire il dissenso sociale e politico nel paese.
Rivendichiamo la nostra totale solidarietà alla causa del popolo palestinese e contro il genocidio portato avanti dai sionisti con la complicità delle classi dirigenti occidentali.
Saremo sempre a fianco di studenti e lavoratori in lotta per rivendicare i propri diritti e contro l’economia e la società di guerra che ci vogliono imporre.
Fonte
In quell’occasione, noi di Potere al Popolo, assieme agli studenti di Cambiare Rotta, denunciavamo il ruolo di criminalizzazione che i ripetuti articoli e le pseudo-inchieste dei suddetti giornali stavano svolgendo, associando le nostre iniziative a sostegno del popolo palestinese e le iniziative di lotta da parte di studenti e lavoratori a strategie sovversive, evocando il clima degli “anni di piombo”. Al patròn Angelucci poi non è piaciuto che venissero ricordati i suoi affari nel business della sanità privata, che, come tutti sanno, lucra sulla salute dei cittadini.
Un tentativo grottesco, ridicolo e provocatorio che avevamo ignorato fino alla scoperta di un poliziotto infiltrato tra le nostre fila a Napoli e, pochi mesi dopo, di altri quattro agenti tra Milano, Bologna e Roma. Operazione sulla quale ancora non è stata fatta chiarezza.
Emergeva così in quei giorni un inquietante quadro in cui le campagne portate avanti da quei giornali filogovernativi preparavano strumentalmente il terreno alla repressione del governo, accanendosi contro di noi tramite articoli diffamatori e finalizzati alla criminalizzazione delle nostre organizzazioni politiche.
Quello che è successo in autunno ha materializzato la loro paura, all’origine della meschina campagna messa in atto: milioni di persone sono scese in piazza, in maniera pacifica ma determinata, contro la complicità del Governo Meloni con il genocidio a Gaza, ma anche per dire basta alla corsa al riarmo e alla guerra a scapito di salari e diritti.
Il messaggio è chiaro: oltre alla contrapposizione reazionaria alle manifestazioni popolari e di massa contro quanto accade in Palestina, al ritorno sulla scena dei lavoratori e dello strumento dello sciopero, occorre evitare che prenda piede una opposizione indipendente, coerente, a tutto tondo e fuori dal teatro del bipolarismo a questa classe politica e affaristica indecente.
Lo stesso schema, che sta già mostrando diverse crepe per la sua inconsistenza, è stato utilizzato più recentemente anche ai danni delle associazioni di beneficenza palestinesi, ora accusate di terrorismo dopo una violentissima campagna diffamatoria da quegli stessi giornali, così come contro chi ha scioperato in questi mesi e che si cerca di spaventare con sanzioni di ogni tipo.
Non cediamo ad alcuna intimidazione e rigettiamo il vittimismo delle redazioni de “Il Giornale” e “Libero” che ora pensano con le querele di poter ribaltare la realtà. Ribadiamo che la loro non è “informazione” ma era, ed è, un ruolo attivo volto a colpire il dissenso sociale e politico nel paese.
Rivendichiamo la nostra totale solidarietà alla causa del popolo palestinese e contro il genocidio portato avanti dai sionisti con la complicità delle classi dirigenti occidentali.
Saremo sempre a fianco di studenti e lavoratori in lotta per rivendicare i propri diritti e contro l’economia e la società di guerra che ci vogliono imporre.
Fonte
22/07/2025
Avvocati e giuristi contro Maurizio Molinari, “giornalista”, per le parole spese contro Francesca Albanese
Abbiamo assistito, con crescenti sconcerto ed indignazione, a un’intervista rilasciata dall’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari, che attacca la relatrice speciale sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, con argomentazioni di stampo nettamente diffamatorio, quali il preteso finanziamento da parte di Hamas, il presunto “antisemitismo”, accusa oramai mossa senza misura e vergogna a chiunque osi criticare il governo israeliano, e perfino l’insinuazione di gravi e ipotetiche divergenze, mai in realtà emerse, tra Francesca Albanese e il Segretario delle Nazioni Unite Guterres, peraltro a sua volta vittima di accuse e attacchi di questo genere.
Siamo con ogni evidenza di fronte a un tentativo, sia pure maldestro, di vera e propria “moral assassination” che si accompagna alle misure coercitive unilaterali recentemente decretate nei confronti di Francesca Albanese da parte del governo statunitense.
La Relatrice Speciale viene attaccata per aver rivelato, in modo coraggioso e scientificamente inappuntabile, le molteplici responsabilità, sia di governi, a partire ovviamente da quello israeliano, che di imprese multinazionali, che sono dietro all’attuale massacro del popolo palestinese a Gaza, che va più propriamente definito “genocidio” ai sensi della Convenzione del 1948 delle Nazioni Unite in materia. Francesca Albanese ha diritto ad affermare la sua onorabilità di fronte a tali intollerabili attacchi e ha diritto a continuare e completare il suo lavoro, nell’interesse della comunità internazionale a contrastare le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che da molto tempo avvengono in Palestina.
Per tali motivi dichiariamo la nostra piena disponibilità ad appoggiare Francesca Albanese in tutte le azioni di ordine politico, informativo e giudiziario che riterrà opportuno intraprendere, approfondendo in particolare i modi e le forme attraverso cui un alto funzionario delle Nazioni Unite possa tutelare giudizialmente in Italia la propria onorabilità e quella della Sua istituzione contro questo attacco da parte di quanti nell’informazione operano nell’interesse di poteri economici e politici coinvolti negli scandali che il Suo rapporto denuncia.
La divulgazione di affermazioni false e prive di ogni riscontro con il chiaro intento di diffamare una persona e far partire la macchina del fango al fine di negare la veridicità delle sue affermazioni, peraltro ormai universalmente evidenti è un atto grave e chiediamo espressamente all’ordine dei giornalisti di intervenire.
Aderiscono:
avv. Ileana Alesso, avv. Cesare Antetomaso, avv. Michela Arricale, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED), avv. Martina Bianchi, avv. Angela Maria Bitonti, avv. Nadia Buso, avv. Vincenzo Caponera, avv. Carlo Cappellari, avv. Matteo Carbonelli, già docente di diritto internazionale, avv. Annalisa Carli, avv. Marco Cavallone, avv. Lorenza Cescatti, avv. Kiran Chaudhuri , avv. Elisa Costanzo, avv. Simonetta Crisci, avv. Aurora D’Agostino, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Maurizio de Stefano, già Segretario della Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo, avv. Matilde Di Giovanni, avv. Roberto Di Giovanni, avv. Veronica Dini, avv. Attilio Doria, avv. Francesca Doria, avv. Giuliana Doria, avv. Maria Esposito, avv. Giorgio Fontana, professore ordinario di diritto del lavoro , avv. Andrea Matteo Forte, avv. Fausto Gianelli, avv. Claudio Giangiacomo, avv. Ugo Giannangeli, avv. Nicola Giudice, avv. Marzia Guadagni, avv. Luca Guerra, avv. Alessandro Iannelli, avv. Roberto Lamacchia, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Enrico Lattanzi , avv. Aaron Lau, avv. Joachim Lau, avv. Valerio Maione, avv. Fabio Marcelli, ricercatore senior presso l’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR e copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED), avv. Marco Melano, avv. Paolo Mauriello, avv. Carlo Augusto Melis-Costa, avv. Ezio Menzione, avv. Alberta Milone, avv. Liana Nesta, avv. Gilberto Pagani, avv. Valentina Pieri, avv. Roberta Pierobon, avv. Barbara Porta, avv. Paola Regina, avv. Emanuele Ricchetti, avv. Silvia Ricci, avv. Francesco Romito, avv. Dario Rossi, avv. Flavio Rossi Albertini, avv. Elisabetta Rubini, Libertà e Giustizia, avv. Arturo Salerni, avv. Luca Saltalamacchia, avv. Paolo Solimeno, avv. Sonia Sommacal, avv. Armando Sorrentino, avv. Barbara Spinelli, copresidente dell’Associazione europea dei giuristi e delle giuriste per la democrazia e i diritti umani nel mondo, avv. Salvatore Tesoriero, avv. Enrico Tonolo, avv. Francesca Trasatti, avv. Agnese Usai, avv. Maria Teresa Vallefuoco, avv. Francesca Venditti, avv. Gianluca Vitale, avv. Luca Vuolo, avv. Nazzarena Zorzella, Alessandra Algostino, professoressa ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università di Torino, Paola Altrui, giurista, Margherita Cantelli, giurista, Riccardo Cardilli, professore ordinario di diritto romano all’Università di Roma Due, Fabrizio Clementi, già dirigente ANCI, Luigi Daniele, professore associato di diritto internazionale Università del Molise, Micaela Frulli, Professoressa ordinaria di diritto Internazionale all’Università di Firenze, Domenico Gallo, già senatore e già magistrato, Teresa Lapis, giurista, Samuele Marcucci, giurista, Triestino Mariniello, professoree ordinario di diritto penale internazionale presso la Liverpool John Moores University, Ugo Mattei, professore di diritto civile all’Università di Torino e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, Chantal Meloni, professoressa associata di diritto penale all’Università di Milano, Gianluca Schiavon, giurista, Eugenio Zaniboni, professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Foggia, Maurizio Acerbo, già deputato,, Stefania Ascari, deputata, Michela Becchis, professoressa associata di Storia dell’arte medievale all’Università di Chieti, Sandra Bonsanti, Presidente emerita di Libertà e Giustizia Giuseppe De Cristofaro,senatore, Roberta De Monticelli, già professoressa ordinaria di Filosofia della persona presso l’Universita’ San Raffaele di Milano, Emilio De’ Capitàni, già segretario Commissione Libertà Civili (LIBE) del Parlamento Europeo, Francesca Ghirra, deputata, Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo, Daniela Padoan, scrittrice e presidente di Libertà e Giustizia, Silvia Petrucci, architetto, Widad Timimi, scrittrice, Presidente dell’Associazione Ioien “che io possa andare oltre”.
Fonte
Siamo con ogni evidenza di fronte a un tentativo, sia pure maldestro, di vera e propria “moral assassination” che si accompagna alle misure coercitive unilaterali recentemente decretate nei confronti di Francesca Albanese da parte del governo statunitense.
La Relatrice Speciale viene attaccata per aver rivelato, in modo coraggioso e scientificamente inappuntabile, le molteplici responsabilità, sia di governi, a partire ovviamente da quello israeliano, che di imprese multinazionali, che sono dietro all’attuale massacro del popolo palestinese a Gaza, che va più propriamente definito “genocidio” ai sensi della Convenzione del 1948 delle Nazioni Unite in materia. Francesca Albanese ha diritto ad affermare la sua onorabilità di fronte a tali intollerabili attacchi e ha diritto a continuare e completare il suo lavoro, nell’interesse della comunità internazionale a contrastare le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che da molto tempo avvengono in Palestina.
Per tali motivi dichiariamo la nostra piena disponibilità ad appoggiare Francesca Albanese in tutte le azioni di ordine politico, informativo e giudiziario che riterrà opportuno intraprendere, approfondendo in particolare i modi e le forme attraverso cui un alto funzionario delle Nazioni Unite possa tutelare giudizialmente in Italia la propria onorabilità e quella della Sua istituzione contro questo attacco da parte di quanti nell’informazione operano nell’interesse di poteri economici e politici coinvolti negli scandali che il Suo rapporto denuncia.
La divulgazione di affermazioni false e prive di ogni riscontro con il chiaro intento di diffamare una persona e far partire la macchina del fango al fine di negare la veridicità delle sue affermazioni, peraltro ormai universalmente evidenti è un atto grave e chiediamo espressamente all’ordine dei giornalisti di intervenire.
Aderiscono:
avv. Ileana Alesso, avv. Cesare Antetomaso, avv. Michela Arricale, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED), avv. Martina Bianchi, avv. Angela Maria Bitonti, avv. Nadia Buso, avv. Vincenzo Caponera, avv. Carlo Cappellari, avv. Matteo Carbonelli, già docente di diritto internazionale, avv. Annalisa Carli, avv. Marco Cavallone, avv. Lorenza Cescatti, avv. Kiran Chaudhuri , avv. Elisa Costanzo, avv. Simonetta Crisci, avv. Aurora D’Agostino, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Maurizio de Stefano, già Segretario della Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo, avv. Matilde Di Giovanni, avv. Roberto Di Giovanni, avv. Veronica Dini, avv. Attilio Doria, avv. Francesca Doria, avv. Giuliana Doria, avv. Maria Esposito, avv. Giorgio Fontana, professore ordinario di diritto del lavoro , avv. Andrea Matteo Forte, avv. Fausto Gianelli, avv. Claudio Giangiacomo, avv. Ugo Giannangeli, avv. Nicola Giudice, avv. Marzia Guadagni, avv. Luca Guerra, avv. Alessandro Iannelli, avv. Roberto Lamacchia, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Enrico Lattanzi , avv. Aaron Lau, avv. Joachim Lau, avv. Valerio Maione, avv. Fabio Marcelli, ricercatore senior presso l’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR e copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED), avv. Marco Melano, avv. Paolo Mauriello, avv. Carlo Augusto Melis-Costa, avv. Ezio Menzione, avv. Alberta Milone, avv. Liana Nesta, avv. Gilberto Pagani, avv. Valentina Pieri, avv. Roberta Pierobon, avv. Barbara Porta, avv. Paola Regina, avv. Emanuele Ricchetti, avv. Silvia Ricci, avv. Francesco Romito, avv. Dario Rossi, avv. Flavio Rossi Albertini, avv. Elisabetta Rubini, Libertà e Giustizia, avv. Arturo Salerni, avv. Luca Saltalamacchia, avv. Paolo Solimeno, avv. Sonia Sommacal, avv. Armando Sorrentino, avv. Barbara Spinelli, copresidente dell’Associazione europea dei giuristi e delle giuriste per la democrazia e i diritti umani nel mondo, avv. Salvatore Tesoriero, avv. Enrico Tonolo, avv. Francesca Trasatti, avv. Agnese Usai, avv. Maria Teresa Vallefuoco, avv. Francesca Venditti, avv. Gianluca Vitale, avv. Luca Vuolo, avv. Nazzarena Zorzella, Alessandra Algostino, professoressa ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università di Torino, Paola Altrui, giurista, Margherita Cantelli, giurista, Riccardo Cardilli, professore ordinario di diritto romano all’Università di Roma Due, Fabrizio Clementi, già dirigente ANCI, Luigi Daniele, professore associato di diritto internazionale Università del Molise, Micaela Frulli, Professoressa ordinaria di diritto Internazionale all’Università di Firenze, Domenico Gallo, già senatore e già magistrato, Teresa Lapis, giurista, Samuele Marcucci, giurista, Triestino Mariniello, professoree ordinario di diritto penale internazionale presso la Liverpool John Moores University, Ugo Mattei, professore di diritto civile all’Università di Torino e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, Chantal Meloni, professoressa associata di diritto penale all’Università di Milano, Gianluca Schiavon, giurista, Eugenio Zaniboni, professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Foggia, Maurizio Acerbo, già deputato,, Stefania Ascari, deputata, Michela Becchis, professoressa associata di Storia dell’arte medievale all’Università di Chieti, Sandra Bonsanti, Presidente emerita di Libertà e Giustizia Giuseppe De Cristofaro,senatore, Roberta De Monticelli, già professoressa ordinaria di Filosofia della persona presso l’Universita’ San Raffaele di Milano, Emilio De’ Capitàni, già segretario Commissione Libertà Civili (LIBE) del Parlamento Europeo, Francesca Ghirra, deputata, Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo, Daniela Padoan, scrittrice e presidente di Libertà e Giustizia, Silvia Petrucci, architetto, Widad Timimi, scrittrice, Presidente dell’Associazione Ioien “che io possa andare oltre”.
Fonte
03/07/2022
India - L’inverno è arrivato
Il nazionalismo indù è il “nocciolo duro” ideologico della formazione che guida l’attuale governo Modi.
Il Bharatiya Janata Party (BJP), la formazione del presidente, non è che il “braccio politico” di una organizzazione para-militare – la Rashatriya Swayamsevak Sangh (RSS) – creata tra le due guerre mondiali che si ispirava direttamente alle esperienze nazi-fasciste europee e che anche recentemente si è resa responsabile, fomentando l’odio religioso, di veri e propri pogrom contro le “minoranze”.
Un fatto che l’attuale dirigenza vorrebbe rimuovere con una specie di “promozione dell’oblio” in India e un’operazione cosmetica agli occhi del mondo, proponendosi come “delegato politico” dell’oligarchia economica indiana espressione delle caste più “elevate” della società.
Negli anni, con Modi al potere dal 2014, tale organizzazione si è estesa come una piovra, incrementando la propria presenza nei gangli del potere, ed ha promosso di fatto uno stravolgimento dei dettami costituzionali dell’India indipendente, con una specie di golpe strisciante che ha reso possibile una involuzione autoritaria dello Stato, un consolidamento degli interessi della borghesia indiana ed una cristallizzazione del sistema di classe e della struttura patriarcale della società, come è stato messo in evidenza da Arundathy Roy.
A farne le spese sono state le “minoranze” musulmane, le opposizioni al corso neoliberista – accelerato da Modi – i poderosi movimenti politico-sociali, come quello vittorioso dei contadini, ma anche intellettuali non organici al potere e strumenti di informazione indipendenti che si opponevano efficacemente ai corporate media.
Tutte esperienze a cui abbiamo cercato di dare ampio spazio nel nostro giornale, contribuendo a combattere questa gigantesca operazione di criminalizzazione del dissenso.
I mezzi usati per l’affermazione di questa variante indiana del fascismo vanno dal terrore vero e proprio a più sofisticate tecniche di spionaggio, con l’attiva complicità di dispositivi “occidentali” come Pegasus – il programma spionistico made in Israel al centro di numerosi scandali anche nel vecchio continente – o i big della comunicazione digitale statunitense, come ha denunciato Naomi Klein.
Su tutto questo vi è stata una mostruosa omertà in Occidente, perché nelle strategie occidentali l’India dovrebbe essere una delle “teste di ponte” per la guerra ibrida che le potenze euro-atlantiche ed i loro alleati stanno lanciando contro Cina e Russia.
Una strategia di “isolamento” che, sia detto per inciso, proprio non sta funzionando.
La precipitosa fuga occidentale dall’Afghanistan lo scorso anno e la fine dell’occupazione del paese – in cui Nuova Delhi aveva cospicui interessi – la resilienza dell’economia cinese e la convenienza nell’acquisto di idrocarburi russi raffinati in loco e poi rivenduti, devono avere contribuito a far propendere la dirigenza indiana per un atteggiamento meno disponibile agli interessi euro-atlantici e più “bilanciato” nei confronti di Mosca e Pechino.
Un mondo complesso e “sfaccettato”, quello multipolare, dove stanno saltando gli equilibri che grosso modo hanno retto per 30 anni e dove la lotta di classe avrà – anzi ha già – un peso rilevante, almeno quanto lo scontro geo-politico tout court.
L’India è dunque un laboratorio politico centrale per capire come sarà il mondo che verrà.
Per cercare di dare uno spaccato di come da tempo agisca Modi nei confronti dei suoi oppositori, abbiamo tradotto questo contributo di Vijay Prashad sull’arresto della giornalista Teesta Setalvad pubblicato da Scroill.
Il Bharatiya Janata Party (BJP), la formazione del presidente, non è che il “braccio politico” di una organizzazione para-militare – la Rashatriya Swayamsevak Sangh (RSS) – creata tra le due guerre mondiali che si ispirava direttamente alle esperienze nazi-fasciste europee e che anche recentemente si è resa responsabile, fomentando l’odio religioso, di veri e propri pogrom contro le “minoranze”.
Un fatto che l’attuale dirigenza vorrebbe rimuovere con una specie di “promozione dell’oblio” in India e un’operazione cosmetica agli occhi del mondo, proponendosi come “delegato politico” dell’oligarchia economica indiana espressione delle caste più “elevate” della società.
Negli anni, con Modi al potere dal 2014, tale organizzazione si è estesa come una piovra, incrementando la propria presenza nei gangli del potere, ed ha promosso di fatto uno stravolgimento dei dettami costituzionali dell’India indipendente, con una specie di golpe strisciante che ha reso possibile una involuzione autoritaria dello Stato, un consolidamento degli interessi della borghesia indiana ed una cristallizzazione del sistema di classe e della struttura patriarcale della società, come è stato messo in evidenza da Arundathy Roy.
A farne le spese sono state le “minoranze” musulmane, le opposizioni al corso neoliberista – accelerato da Modi – i poderosi movimenti politico-sociali, come quello vittorioso dei contadini, ma anche intellettuali non organici al potere e strumenti di informazione indipendenti che si opponevano efficacemente ai corporate media.
Tutte esperienze a cui abbiamo cercato di dare ampio spazio nel nostro giornale, contribuendo a combattere questa gigantesca operazione di criminalizzazione del dissenso.
I mezzi usati per l’affermazione di questa variante indiana del fascismo vanno dal terrore vero e proprio a più sofisticate tecniche di spionaggio, con l’attiva complicità di dispositivi “occidentali” come Pegasus – il programma spionistico made in Israel al centro di numerosi scandali anche nel vecchio continente – o i big della comunicazione digitale statunitense, come ha denunciato Naomi Klein.
Su tutto questo vi è stata una mostruosa omertà in Occidente, perché nelle strategie occidentali l’India dovrebbe essere una delle “teste di ponte” per la guerra ibrida che le potenze euro-atlantiche ed i loro alleati stanno lanciando contro Cina e Russia.
Una strategia di “isolamento” che, sia detto per inciso, proprio non sta funzionando.
La precipitosa fuga occidentale dall’Afghanistan lo scorso anno e la fine dell’occupazione del paese – in cui Nuova Delhi aveva cospicui interessi – la resilienza dell’economia cinese e la convenienza nell’acquisto di idrocarburi russi raffinati in loco e poi rivenduti, devono avere contribuito a far propendere la dirigenza indiana per un atteggiamento meno disponibile agli interessi euro-atlantici e più “bilanciato” nei confronti di Mosca e Pechino.
Un mondo complesso e “sfaccettato”, quello multipolare, dove stanno saltando gli equilibri che grosso modo hanno retto per 30 anni e dove la lotta di classe avrà – anzi ha già – un peso rilevante, almeno quanto lo scontro geo-politico tout court.
L’India è dunque un laboratorio politico centrale per capire come sarà il mondo che verrà.
Per cercare di dare uno spaccato di come da tempo agisca Modi nei confronti dei suoi oppositori, abbiamo tradotto questo contributo di Vijay Prashad sull’arresto della giornalista Teesta Setalvad pubblicato da Scroill.
*****
L’inverno è arrivato: arrestata la giornalista di Teesta Setalvad
L’inverno è arrivato: arrestata la giornalista di Teesta Setalvad
di Vijay Prashad
Era una mite giornata invernale del 1993 quando mi recai a casa di Prem e Indra Pasricha, i miei nonni. Mi è sempre piaciuto andare nel loro appartamento di Scindia House, a Connaught Place, a Nuova Delhi, perché le paratha erano sempre deliziose e perché i langur sembravano sempre fare visita al loro tetto (qualche anno dopo, queste scimmie attaccarono la mia prozia). Ma c’era dell'altro in quelle mie visite.
Ero coinvolto nel movimento di sinistra e mi opponevo apertamente alla campagna Ram Janmabhoomi del Bharatiya Janata Party (BJP) e delle sue varie organizzazioni per distruggere la Babri Masjid, una moschea ad Ayodhya, ed erigere un tempio di Ram in quel luogo. Zio Prem e zia Indra, affettuosi come erano con me, avevano punti di vista diametralmente opposti.
“Hum mandir vahi banayenge” (“costruiremo il tempio lì”), cantava lui dal suo divano, con una tazza di tè in equilibrio pericoloso sulle ginocchia. Io discutevo con lui, ma senza successo. Lui era più anziano e più esperto, e io avrei strombazzato di fronte a ciò che vedevo come la bruttezza del bigottismo. Inoltre, rispettava il fatto che io riuscissi a finire il cruciverba dello Statesman e questo, per quanto lo riguardava, metteva in ombra i nostri disaccordi.
Che periodo difficile fu l’inverno del 1992-93. Il 6 dicembre 1992, le forze del nazionalismo indù di destra avevano distrutto la moschea Babri Masjid. In seguito a ciò, a Mumbai e a Delhi scoppiarono terribili violenze. Come giovane ricercatore dell’Università di Delhi e come reporter di uno dei quotidiani, mi recai a Seelampur, a Delhi, per coprire alcune di quelle violenze, che mi segnarono per la loro brutalità, la miseria di vedere i dalit (i fuori casta) e musulmani della classe operaia combattere in una lotta che non portava benefici a nessuno dei due.
Portavo con me gli opuscoli di quella violenza realizzati in fretta e con grande coraggio dal Sampradayikta Virodhi Andolan (Movimento contro il comunitarismo), dall’AIDS Bhedbhav Virodhi Andolan (Movimento contro la discriminazione dell’AIDS) e dal Comitato di Stato di Delhi del Partito Comunista dell’India (marxista), avendo partecipato alla ricerca e alla stesura di molti di questi documenti. Raccontare i fatti a Prem e Indra non faceva alcuna differenza; loro sorridevano e si giravano dall’altra parte.
Il trauma della Partizione
Prem e Indra Pasricha non solo arrivarono a Delhi da quello che sarebbe diventato il Pakistan, ma passarono anche da una sorta di liberalismo coloniale – coltivato al Kinnaird College di Lahore per lei e al Government College della stessa città per lui – alla destra dura delle forze del nazionalismo indù.
Fu la Partizione ad assuefarli, poi rafforzati dall’odio per il Congresso (in particolare dopo l’uccisione di massa dei Sikh a Delhi nel 1984; sul suo tavolino Prem teneva “Who are the Guilty?”, il rapporto della Peoples Union for Democratic Rights e della Peoples Union for Civil Liberties su quel pogrom); in seguito, tutte queste esperienze personali si sono trasformate in un bigottismo riflessivo nei confronti dei musulmani – era difficile spiccicare parola quando parlavano degli immigrati del Bangladesh.
La zia Indra è stata una delle fondatrici del Rashtra Sevika Samiti (organizzazione di donne nazionaliste indù, ndt) e lo zio Prem è stato consigliere dell’Akhil Bharatiya Vidyarthi Parishad (organizzazione studentesca della destra nazionalista indiana), l’ala studentesca del Sangh Parivar (rete di organizzazioni del nazionalismo indù).
Grazie al loro impegno per la causa dell’induismo e dei loro stretti legami con i vari tentacoli del Bharatiya Janata Party, le loro feste erano spesso frequentate da membri anziani di quella rete. Quel giorno d’inverno del 1993, uno degli invitati alla loro festa era un veterano delle lotte dell’Akhil Bharatiya Vidyarthi Parishad all’Università di Delhi, Arun Jaitley.
Dieci anni dopo, Jaitley sarebbe diventato ministro della Legge nel governo del BJP e sarebbe stato salutato come un moderato, anche se chiunque avesse visto il suo comportamento all’Università di Delhi sapeva che la moderazione non aveva alcuna attinenza con il suo temperamento.
A un certo punto del tardo pomeriggio, Jaitley mi chiese di andare con lui su un balcone che si affacciava su Janpath, con il trambusto delle strade e i rumori delle scimmie che ci accompagnavano. Mi disse che aveva letto alcuni miei scritti e che lo zio Prem gli aveva parlato di me. “Sei un ragazzo sveglio. È bello che tu ci critichi”, mi disse. “Non ci danno fastidio le critiche, va bene così”. Mi guardava con severità. E poi disse: “Ma, Vijay, se ci prendi in giro, fai attenzione”.
Quando ho appreso la notizia che la Corte Suprema dell’India aveva commentato che lo Stato avrebbe dovuto indagare sul ruolo di Teesta Setalvad nel difendere i sopravvissuti e le vittime del pogrom anti-musulmano del 2002, in Gujarat, ho pensato a quelle parole: “fai attenzione”.
Conosco Teesta Setalvad da oltre 30 anni, da quando lei e suo marito Javed Anand hanno fondato l’importante rivista “Communalism Combat”. Occasionalmente scrivevo per essa e cercavo di convincere le persone ad abbonarsi. Allora – e oggi – c’erano poche pubblicazioni in India che sostenevano con tanta diligenza che l’odio comunitario era un ferro nell’anima di una nazione.
Dopo il pogrom del Gujarat, Setalvad e altri formarono la piattaforma di patrocinio “Citizens for Justice and Peace”, che si batté in un terreno avverso per sollevare le voci dei feriti e delle famiglie dei morti in un’atrocità che catapultò il BJP al potere a Delhi e che continua a far soffrire chi ne è stato colpito.
È facile dimenticare le piccole voci della storia, le persone che hanno sofferto durante il pogrom e le cui famiglie soffrono ancora per la consapevolezza che i potenti di allora sono ancora più potenti oggi. “Fai attenzione”, le parole che hanno toccato tutti noi mentre sfidavamo interessi molto potenti.
Un decennio fa, è diventato chiaro che le forze del nazionalismo indù volevano ripulire i libri di storia dal loro ruolo di primo piano nelle violenze del 2002. Come conseguenza di quelle violenze, Narendra Modi, all’epoca capo ministro del Gujarat, è stato respinto sulla scena internazionale, non riuscendo a ottenere un visto per gli Stati Uniti per oltre un decennio a causa di un divieto nei suoi confronti. La macchia per il ruolo di Modi in quelle violenze non lo ha abbandonato, con 600 parole sul pogrom nella sua pagina di Wikipedia.
Nell’ambito di questa pulizia della storia, le forze del nazionalismo indù si sono scagliate contro tutti coloro che hanno continuato a insistere sulla giustizia: giornalisti come Rana Ayyub e attivisti come Teesta Setalvad, nonché ex funzionari governativi come RB Sreekumar e Sanjiv Bhatt (tre di questi quattro esempi sono ora in carcere).
Campagna diffamatoria
Il tentativo di diffamare Setalvad è iniziato subito dopo il suo coinvolgimento nella difesa delle vittime. Nel novembre 2004, Zaheera Sheikh ha accusato Setalvad di averle fatto pressioni per farle dire determinate cose sul caso Best Bakery, un’accusa che Tehelka ha scoperto essere basata su pagamenti fatti a Sheikh; nel 2005, la Corte Suprema ha ritenuto che le dichiarazioni di Sheikh fossero menzogne e l’ha mandata in prigione per un anno. L’accusa di aver esercitato pressioni sui testimoni è tornata in auge.
Nel 2009, il Times of India ha affermato che la Squadra investigativa speciale aveva inviato alla Corte Suprema un documento che offriva le prove che Setalvad aveva esagerato le storie del pogrom. La Corte Suprema condannò la diffusione del rapporto, ma non fece alcun commento sul suo contenuto. Poi, nel 2013, Setalvad è stata accusata di aver usato in modo improprio le donazioni per le vittime, anche se ancora una volta l’intera accusa era basata su dicerie e falsità.
Casi su casi si sono accumulati, e ogni volta Setalvad è stata costretta a spendere le sue energie nei tribunali e con gli avvocati per proteggere la sua integrità; questa forma di azione legale sarebbe stata sufficiente per far sì che la maggior parte delle persone si arrendesse al fatto che nessuna giustizia avrebbe prevalso in India. Ma Setalvad è stata tenace.
In quel periodo, Sudhanva Deshpande e io di LeftWord Books siamo andati a trovarla nella sua casa di Mumbai e le abbiamo chiesto di scrivere il suo libro di memorie, in modo che potesse raccontare la sua storia e non si lasciasse così malignare dai principali media e dal governo. Nel corso di un anno abbiamo lavorato al suo libro, che è stato poi pubblicato nel 2017.
Nel libro Teesta Setalvad racconta la storia del suo impegno, a partire dal bisnonno Chimanlal Harilal Setalvad (che fece parte della Commissione Hunter, istituita per indagare sul massacro di Jallianwala Bagh del 1919) e dal nonno MC Setalvad (primo procuratore generale dell’India), nei confronti della legge e della Costituzione indiana.
Per Teesta Setalvad, la fiducia nel sistema giudiziario era assoluta: la necessità di consegnare i colpevoli alla giustizia affinché fossero giudicati in base alla Costituzione era un assioma della sua vita. Per questo motivo abbiamo intitolato il suo libro di memorie “Foot Soldier of the Constitution”.
Verso la fine del libro, Setalvad scrive: “Non sono sempre sicura di cosa mi spinga a continuare. Indira Jaisingh, una vecchia amica di famiglia e compagna d’armi, dice che i miei genitori mi hanno dato il nome di ‘un fiume del Bangladesh che scorre senza paura oltre i confini’“. Questa, scrive, è una chiara motivazione.
Ma ce n’era un’altra, che l’ha riportata ai disordini del 1992-1993 a Bombay, quando ha sentito che era diventato chiaro che “la cultura dell’impunità doveva essere infranta”.
“La mia sfida”, scrive Setalvad, “è combattere la cultura dell’impunità. Questo è ciò che ero motivata a fare”.
La cultura dell’impunità
Aasif Sultan (Kashmir Narrator), Fahad Shah (Kashmir Walla), Gaurav Bansal (Panjab Kesri), Manan Dar (Pacific Press), Meena Kotwal (Mooknayak), Sajjad Gul (Kashmir Walla), Siddique Kappan (Azhimukham): questi sono solo una manciata di nomi di giornalisti ancora in carcere o in attesa di giudizio per aver osato scrivere storie che non piacevano al governo indiano. Non sorprende che l’India sia al 150° posto su 180 nell’Indice mondiale della libertà di stampa di Reporter senza frontiere (era al 142° posto nel 2021).
L’attacco contro le testate giornalistiche come Caravan e Newsclick è stato particolarmente duro, con l’intero peso dello Stato amministrativo (la Direzione Esecuzione, il Dipartimento delle Imposte sul reddito, la Polizia) che è intervenuto per intimidire e molestare i giornalisti. Alcuni critici del governo si ritrovano i teppisti davanti alla porta di casa, mentre altri assistono all’abbattimento delle loro case da parte dei bulldozer.
C’è poi il caso maligno di Bhima Koregaon, bizzarro perché le 16 persone arrestate per la rivolta del 2018 in Maharashtra non avevano nulla a che fare con la rivolta (uno di loro – Anand Teltumbde – ha persino scritto contro la violenza).
Le rivelazioni sul “Progetto Pegasus” indicano che le autorità hanno inserito “prove” nei telefoni di molti di questi attivisti e scrittori, persone senza precedenti di violenza (attivisti culturali come Jyoti Jagtap, Ramesh Gaichor e Sagar Gorkhe, attivisti per la giustizia sociale come Sudhir Dhawale e Mahesh Raute, avvocati come Arun Ferreira, Surendra Gadling e Sudha Bharadwaj, scrittori come Gautam Navlakha, Rona Wilson, Varavara Rao e Vernon Gonsalves, e professori come Hany Babu e Shoma Sen e Teltumbde).
Questa cultura dell’impunità risale oltre la Costituzione indiana (1950), alla sezione 124a del Codice penale indiano (1870). Ricordo di aver letto questa parte del Codice quando ero un giovane studente, riflettendo sulle detestabili opinioni del suo autorevole scrittore – James Fitzjames Stephens – che attaccava selvaggiamente il “liberalismo sentimentale” di James Stuart Mill. Il Codice, scritto all’indomani della rivolta del 1857, rendeva illegale l’uso di qualsiasi parola che potesse “stimolare la disaffezione verso il governo”.
Mohandas Gandhi disse di questa parte del Codice che era “progettata per sopprimere la libertà del cittadino”. Ed è proprio per questo che viene usato contro le persone che si dichiarano in disaccordo con la politica del governo o con il comportamento delle forze politiche al governo. È questo tipo di attività di polizia illiberale che soffoca una società e permette alla cultura dell’impunità di prosperare.
“Non prenderci in giro. Se lo fai, fai attenzione”. Queste sono minacce fatte in un tempo lontano che, come una nebbia, ci segue nel presente, mentre sempre più persone vengono arrestate dalle autorità per aver avuto il coraggio di accusare i potenti di aver infranto la legge.
Le forze del nazionalismo indù vogliono ripulire la storia dell’India dalle loro macchie, usando detergenti tossici per lavare i loro pantaloni kaki e i loro gagliardetti zafferano (il colore dello zafferano è associato all’induismo, ndt). La macchia principale – il 2002 – li disturba. Useranno qualsiasi mezzo per lavarla via, anche distruggendo lo spirito della Costituzione.
In futuro, da qualche parte, verranno costruiti dei templi per ospitare la Costituzione indiana. File di persone verranno a fare il loro darshan (a rendere omaggio, ndt) al libro, chinando il capo e passando davanti alle guardie armate che ne sono le sentinelle. Alcune parti del libro potranno essere lette dagli untori, ma la grande massa non ne conoscerà più il contenuto.
Fonte
23/04/2021
Memoria conflittuale e merda nel ventilatore
La calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile, che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Piano piano, terra terra, sotto voce sibilando, va scorrendo, va ronzando,
nelle orecchie della gente. S’introduce destramente, e le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar.
Non ci piace – è noto – perdere il nostro tempo a inseguire le calunnie altrui. Per come è ridotta “la sinistra” in Italia, non resterebbe tempo di fare altro.
Però non possiamo ammettere neanche che si infanghi la serietà del nostro impegno politico e del nostro lavoro. Né accettare qualsiasi insulto.
Dunque, eccoci qui costretti a rimandare al mittente l’accusa infamante rivolta a uno dei nostri collaboratori, Achille Lollo, esperto di Brasile per esserci vissuto a lungo da esule – uno delle centinaia prodotte dal conflitto degli anni ‘70.
Pochi giorni fa, sulla sua pagina Facebook, Enrico Galmozzi, ex dirigente di Prima Linea e ora – scrivono – “grossista di scatole per gioielli a Milano” nonché “scrittore di libri sull’impresa fiumana di D’Annunzio”, ha postato poche frasi che non possono restare “venticello” che continua a circolare.
Il testo: “16 aprile 1973: Primavalle. Come ti riciclo un pirla. Uno dei condannati per il rogo, Achille Lollo, dopo una lunga latitanza, nel 2011, a condanna prescritta torna in Italia e per prima cosa va dai giudici e fa i nomi dei complici fra cui tre mai indagati. Diventa uno dei promotori e “firma” dell’Antidiplomatico e scrive regolarmente su Contropiano, portavoce degli stalin sovranisti di sinistra.”
Galmozzi ha scontato una pena ridotta – 13 anni effettivi sui 27 comminati in sentenza – usufruendo della legge sulla dissociazione (legge 18 febbraio 1987, n. 34, Misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo). Per lo stesso tipo di reati, altri prigionieri politici hanno ricevuto e scontato l’ergastolo che, anche quando non era “ostativo”, è pena assai più impegnativa.
Ognuno può pensarla come vuole, ma a noi – militanti comunisti “semplici” – non piace chi scambia identità politica con sconti di pena. E ancor meno, naturalmente, chi collabora con “il nemico” e fa arrestare i suoi compagni di lotta.
Galmozzi ha anche una lunga abitudine al protagonismo social, spesso prendendosela con ex prigionieri di altre organizzazioni (specie se non pentiti né dissociati), altre volte sfruttando qualche clamore mediatico occasionale (una presunta busta con proiettili indirizzata a Salvini, l’omicidio del carabiniere Cerciello Rega, ecc.). Ma ognuno si diverte come può e sa...
L’accusa ad Achille di essere “un infame”, e di aver fatto “i nomi dei complici fra cui tre mai indagati” non è però di quelle su cui fare spallucce. Perché poi magari qualche anima candida ci crede e “condivide”...
Come sa chiunque abbia un briciolo di esperienza in vicende simili, le “voci” si possono dividere sommariamente in due campi.
Il campo oggettivamente più scivoloso è quello in cui si parla di possibili infiltrati o informatori. Figure che sono sempre esistite nella lotta di classe e sempre esisteranno, che è bene saper riconoscere e tener lontane. Però, in questi casi, è difficile poter ottenere ed esibire “prove”. Si possono inanellare episodi sospetti, frequentazioni oscure, comportamenti inspiegabili, stili di vita incongruenti, ecc.
“Indizi”, insomma, che possono consigliare prudenza e interruzione dei rapporti. Ma non “prove documentali”. Perché gli agenti dei servizi o gli informatori (“collaboratori a progetto” dei servizi, per capirci) non vanno certo in giro sventolando il tesserino e presentandosi come tali.
Cosa del tutto diversa è invece la “chiamata di correo”, ossia il coinvolgimento di altri – fin lì ignoti agli inquirenti – nelle azioni o reati per cui si è imputati.
In questo caso ci sono verbali firmati davanti a un giudice o a ufficiali di polizia (o carabinieri, ecc.). Materiali che fanno sviluppare altre indagini, producono “avvisi di reato”, interrogatori, eventualmente arresti, processi e relative condanne.
Dunque, in casi come quello che stiamo affrontando, o si possono esibire i verbali – sono atti giudiziari depositati, non segreti di stato – oppure sono solo parole di merda buttate nel ventilatore. Nella speranza che diventino “seminali”...
Per la parte che ci riguarda direttamente – “Contropiano, portavoce degli stalin sovranisti di sinistra” – si può solo sorridere davanti all’ignoranza di chi, in tutta evidenza, cavalca i luoghi comuni del mainstream più svaccato.
Per la parte che riguarda Achille, invece, lasciamo ovviamente la parola al diretto interessato.
*****
Un linciaggio mediatico dietrologico praticato per 45 anni
Un linciaggio mediatico dietrologico praticato per 45 anni
Achille Lollo
È vero: come altri compagni degli anni '70, anche Achille Lollo, in termini professionali, è un giornalista che per più di quarant’anni ha esercitato la professione in vari paesi e in diversi organi di informazione. Per questo forse do fastidio, anche e quando scrivo solo sul Brasile. Forse do fastidio, innanzitutto, perché nella Costituzione non è contemplata la pena di morte.
In secondo luogo perché con i miei 70 anni continuo a scrivere, a filmare ed a pubblicare analisi di politica internazionale che molti non vorrebbero che siano scritte, non solo sui giornali o televisioni legate al sistema, ma anche sui nostri giornali. Infatti, mi sembra che sia sempre in voga l’ordine di proibire, con un nuovo linciaggio mediatico, quello che scrivo su un giornale web come CONTROPIANO che ha, ancora, il coraggio di qualificarsi comunista.
Per questo motivo, dopo aver letto – solo il 19/04/2021 – quello che il “dissociato” di Prima Linea, Chicco Galmozzi ha pubblicato su Facebook, vorrei precisare ciò che segue:
1) Gli unici miei due complici (Marino Clavo e Manlio Grillo), riusciti a fuggire dopo il mio arresto, sono stati indagati nel 1973 e poi condannati tutti insieme nel 1994, sia nel processo penale e poi in quello civile.
2) Al mio ritorno in Italia, nel 2010, a causa di una mia intervista sul Corriere della Sera, con Rocco Cotroneo, sono stato nuovamente indagato. Però davanti al giudice, e alla presenza dell’avvocato Tommaso Mancini, il 17/01/2011, mi sono rifiutato di rispondere al PM Tescaroli e di confermare quello che era stato pubblicato dal suddetto giornale.
3) Di conseguenza e non risultando altri elementi “probanti” il giudice ha chiuso quell’istruttoria senza rinviare a giudizio altri possibili indagati.
4) Non ho mai accettato la dissociazione e tanto meno il “pentimento”. Soprattutto non ho voluto capitalizzare la mia personale autocritica politica per ottenere benefici editoriali o riconoscenze dai “servizi” e rispettivi associati.
5) A questo proposito ricordo al “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi che nel 1985 rifiutai l’offerta dell’ambasciatore Giorgio Vecchi, in Angola, relativa alla possibilità di “...risoluzione definitiva della situazione giuridica...” se avessi collaborato con i servizi italiani, visto che all’epoca ero molto impegnato nelle attività del Ministero della Difesa e del Ministero del Petrolio/SADCC Energia angolani!
6) Sappia, il “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi che: a) non sono mai stato stalinista, continuando a mantenermi legato all’ideologia del marxismo leninismo. Tanto è vero che nel 2005, uscendo dal PT (Partido dos Trabalhadores) firmai il documento per la formazione del nuovo partito PSOL (Partido Socialismo e Liberdade), di cui la maggior parte dei 109 firmatari erano ex-militanti del PT legati a correnti trozkiste.
7) A questo proposito suggerisco al “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi e ai suoi informatori che, prima di promuovere il linciaggio mediatico con l’etichetta di “stalinista sovranista”, andassero a sfogliare le riviste brasiliane “Nação Brasil, Conjuntura Internacional e Critica Social” — di cui sono stato direttore dal 2004 al 2010 — in cui James Petras, Ricardo Antunes, Mario Maestri, José Luis Fiori e Michel Chossudovsky, Robert Kurtz, e Michel Lowy erano stretti collaboratori.
8) Lo stesso dicasi del cosiddetto “sovranismo”, visto che mi sono sempre considerato e comportato come un militante comunista internazionalista, che ha dedicato la sua vita a lavorare con il MPLA, la SWAPO, l’ANC, il FRETILIN, Il PT (Força Socialista, corrente interna petista), il PSOL e infine con il ELN colombiano. In Italia non ho aderito a nessun movimento o gruppetto sovranista.
Considerazioni personali sull’iniziativa mediatica di Chicco Galmozzi
Non è più una casualità, ma tutte le volte che scrivo qualcosa di “pesante”, che critica e mette in discussione la legittimità di un governo o degli ambienti associati a questi, immediatamente spunta fuori qualcuno dal nulla che, ricorrendo alla dietrologia più efferata, rievoca il passato per silenziare la mia attività di analista di politica internazionale, cercando anche di infangare la mia militanza politica con una ben orchestrata operazione di linciaggio mediatico.
Un’operazione che il “dissociato” di Prima Linea, Enrico (Chicco) Galmozzi, ha già tentato in passato con altri compagni e non certo per una sua pseudo-geniale iniziativa di deontologia giornalistica!
In realtà si tratta di una diffamazione in cui salta fuori il solito “dossier informativo” che le differenti antenne dei servizi — attualmente presenti nella rete, oltre che, indirettamente nei vari organi informativi — forniscono ai vari “addetti ai lavori”!
Approfitto per citare alcune operazioni di linciaggio mediatico dietrologico, realizzate nei miei confronti, dai “servizi” e dalle rispettive antenne destroidi, con l’evidente obbiettivo di censurare qualsiasi mia attività giornalistica, soprattutto quando questa attività cominciava a moltiplicare i suoi followers. Ma possono risultare istruttive in senso più generale.
– LA STAMPA 08 Novembre 2016 – Per sputtanare il Movimento 5 Stelle e soprattutto per squalificare l’allora deputato Alessandro Di Battista, il giornale LA STAMPA ricorre alla dietrologia del 1973 per creare un link organico tra il M5S e Achille Lollo con il titolo “L’Antidiplomatico, così un sito divulga la linea filo-russa del M5S”, con sottotitolo “Tra i collaboratori spunta Achille Lollo”. Infatti Jacopo Jacoboni, a pagina 13, dopo aver citato gli incontri che i deputati Di Battista e Di Stefano avrebbero avuto a Mosca “...con personaggi chiave del partito di Putin, uno dei quali assai discusso. È in questa fase che diventa di riferimento, nel divulgare la linea, un sito l’ANTIDIPLOMATICO...”. Per poi concludere “...In questo milieu matura il sito che in questi mesi sta vedendo lievitare i suoi accessi, e l’influenza tra i parlamentari cinque stelle che si occupano di geopolitica...”.
– IL MESSAGGERO 09 Novembre 2016 – Apre la prima pagina con il titolo “M5S arruola Achille Lollo”, poi Claudio Marincola e Stefania Piras aprono la pagina 47 con il titolo “Lollo consulente del M5S”, e con sottotitolo “...Anche quando si rifugiò in Angola collaborò con le TV, oggi purtroppo lo fa da uomo libero...”; per attaccare logicamente il M5S e il sito L’ANTIDIPLOMATICO, i due giornalisti sottolineano nelle prime righe della pagina il seguente: “Libero di suggerire analisi, divulgare pensieri, dispensare consigli. Se non fosse che le sue riflessioni pubblicate su un sito frequentato dall’intellighenzia grillina stanno ispirando la politica estera del M5S. Lui è Achille Lollo...”. E infine ricordare di nuovo “...Lollo dispensa pillole di politica estera apprezzate nell’ambiente pentastellato...”.
– IL TEMPO 09 Novembre 2016 – Sempre per attaccare l’ex-deputato Di Battista e il M5S, Antonio Rapisarda così titola il suo articolo a pagina 9: “Lollo scrive sul sito L’ANTIDIPLOMATICO – Così lo staff di Battista lavora con l’assassino dei fratelli Mattei”. Per poi far capire che Achille Lollo non può, in assoluto, fare il giornalista, soprattutto se quello che scrive ha credito.
– Infatti Rapisarda sottolinea “...Il punto è che ad occuparsi di Brasile ed America del Sud, con servizi dove abbonda il gergo vetero-anni '70 è proprio Achille Lollo del quale, tra le altre cose, l’ANTIDIPLMATICO ha anche ripreso un’intervista fatta direttamente a Di Battista due anni fa su governo Renzi, Trip, Tsipras e questioni migranti...”. All’epoca ero stato in effetti nominato ufficialmente dal giornale brasiliano “Brasil De Fato” come corrispondente estero alla Camera, al Senato, al Ministero degli Esteri e al Vaticano. Che è poi il motivo per cui fu realizzata l’intervista al deputato Alessandro Di Battista.
È evidente che nei miei confronti esiste da parte dei “servizi” o dei cosiddetti “addetti ai lavori” un monitoraggio sistematico su quello che scrivo, per poi usare il tutto nell’operazione di il linciaggio mediatico in forma diretta o indiretta. E dico questo poiché anche in passato, sia in Angola che in Brasile, è successo più di una volta. Per esempio:
1) Nel 1978, i servizi dell’ambasciata italiana in Angola (che all’epoca rappresentava anche gli Stati Uniti), dopo aver organizzato la fuga dell’alto funzionario del Ministero della Sicurezza Nazionale, Victor Jetoeira, gestirono il suo accomodamento in Italia permettendogli prima lo smercio di quel mezzo chilo di diamanti grezzi che aveva trafugato, per poi ricevere le foto del campo di addestramento della SWAPO, che il Ministero della Difesa aveva organizzato in Funda, dove io, nel 1976 mi occupavo della preparazione politica dei combattenti namibiani. In proposito IL MESSAGGERO scrisse una mezza pagina molto nebulosa.
Invece fu la rivista PANORAMA che – sulla base delle dichiarazioni dell’ex-agente della Sicurezza angolana – confezionò la tesi secondo cui Stefano De Stefani ed Achille Lollo stavano organizzando in Angola una “sezione dell’Internazionale Rossa”. A partire da quel momento per le antenne dei servizi italiani, e non solo, qualsiasi cosa io facessi divenne “top secret”, anche perché in quell’anno il Ministro della Difesa, Henrique Teles Carrera, mi incaricò, insieme ad altri due ufficiali angolani, di creare una redazione per poi pubblicare la “REVISTA MILITAR” (organo delle FAPLA, Forze Armate Popolare di Liberazione dell’Angola). In questa rivista firmavo gli articoli come “Germano”.
2) Nel 1980, passai a coordinare la redazione internazionale del “JORNAL DE ANGOLA” ed in seguito, con l’invasione sudafricana nel sud del paese, divenni anche inviato speciale nelle zone di guerra, realizzando molti reportage esclusivi, grazie alla mia relazione politica con le Forze Armate. Nello stesso tempo, firmando con pseudonimo, divenni collaboratore di AFRIQUE ASIE e di LE MATIN DE PARIS, oltre a scrivere alcuni articoli per l’AVANTI, il MANIFESTO, così come per la commissione dell’ONU contro l’Apartheid.
Quindi fu proprio in questo periodo di maggior attività giornalistica (1983) che Lolò Neto, il consigliere politico del presidente angolano Eduardo Dos Santos, ricevette un “dossier informale” dall’ambasciata italiana in cui mi si accusava di star organizzando una cellula delle Brigate Rosse a Luanda, visto che avevo aiutato il medico Sergio Adamoli – all’epoca ricercato dall’Interpol – e la sua giovane compagna a rimanere in Angola, lavorando (lui) presso l’Ospedale Militare e lei come insegnante, con la qualifica di “cooperanti”.
3) Nel 1984, essendo stato incaricato dal Ministro del Petrolio di coordinare – con la funzione di “editor” – la creazione delle riviste “SADCC ENERGY” e “SADCC ENERGIA” (organi bilingue della Commissione di Energia del SADCC, presieduta dall’Angola) e quindi di integrare le delegazioni angolane alle riunioni regionali di tecnici, ministri e presidenti, il corrispondente di FRANCE PRESS, Alain Port, ricevette un “dossier Informativo” in cui, per giustificare il preteso coinvolgimento della Repubblica Popolare di Angola con le Brigate Rosse e nella presunta “Internazionale Rossa del Terrorismo”, si diceva che io, approfittando del viaggio della delegazione angolana alla 12° Conferenza Mondiale sull’Energia (18-23/Settembre/1983) a New Delhi, in India, con scalo a Beirut, mi sarei incontrato con elementi responsabili del FPLP, a cui, per assurdo, avrei anche portato delle missive di alcuni dirigenti del MPLA.
Alain Port non pubblicò questo “scoop” perché, fortunosamente, lui si ricordava che in quella settimana io gli avevo chiesto una chromdioxid video-cassette broadcast (BASF KCA609) per fare le copie dell’intervista che avrei realizzato a Bruxelles con il Commissario della Comunità Europea, Edgar Pisani e del programma tv in cui ero stato invitato.
4) 1986: varie fonti legate all’ambasciata italiana riferivano al ministro degli esteri angolano, Paulo Jorge, che in caso di condanna e con l’aggravante di essere legato alle Brigate Rosse, il governo italiano avrebbe modificato le relazioni di cooperazione in caso di mancata estradizione.
Questo terrorismo diplomatico non impressionò il ministro che, a sua volta, mi informò dell’accaduto, oltre a garantirmi l’asilo, ricordando inoltre che tra Italia e Angola non esistevano accordi sull’estradizione.
Nonostante ciò e non volendo creare problemi all’Angola e al MPLA, che ho sempre considerato la mia seconda patria ed il mio secondo partito rivoluzionario, decisi di trasferirmi in Brasile.
5) 1991: subito dopo la mia condanna in appello, il mio avvocato brasiliano, Técio Lins e Silva, mi avvisò che gli uomini dei servizi italiani avevano presentato alla Polizia Federale brasiliana l’istanza di estradizione. Per cui, alcuni giorni dopo, quando alle 7:30 ricevetti una stranissima telefonata di alcuni italiani che, proclamandosi “...compagni italiani della Magliana mi invitavano nella stanza 702 dell’Hotel Intercontinental per stare con le ragazze...”, capii che era meglio avvisare l’avvocato ed attendere l’arrivo della Polizia Federale, che giunse alle 11:30.
In seguito, un ispettore mi confidò di essermi salvato, poiché se fossi andato a quell’appuntamento, sarei stato arrestato da una volante della Policia Militar con l’accusa di “aver trovato mezzo chilo di cocaina nella mia macchina...”.
In questo caso sarei stato arrestato come narco-trafficante e quindi immediatamente estradato in Italia con la stessa equipe dei servizi che aveva programmato la mia cattura davanti all’Hotel Intercontinental con la volante della Policia Militar!
6) 2004: dopo aver consolidato la pubblicazione da parte di Edizioni ADIA di tre riviste (Nação Brasil, Conjuntura Internacional e Critica Social) e iniziato la collaborazione con TVCRJ (TV Comunitaria do Rio) una deputata del MSI-AN e il rappresentante di questo partito in São Paulo, tal Di Marchesin, finanziò l’affissione di giganteschi poster in tutta la città di Rio de Janeiro in cui, qualificandomi come un “pericoloso terrorista”, richiedeva la mia estradizione, nonostante il Tribunale Superiore Federale l’avesse negata.
La stessa campagna di linciaggio dietrologico si allargava, con lettere a parlamentari, artisti, intellettuali e sindacalisti di sinistra che rappresentavano la maggioranza degli abbonati delle nostre riviste. In seguito il Tribunale Civile di Rio de Janeiro condannò ad una multa l’agenzia di pubblicità che aveva elaborato i poster.
7) 2008: dopo aver realizzato prima con Bernardo e poi, soprattutto con Milton Hernandez, della Commissione Internazionale dell’ELN colombiano, due progetti di video sul conflitto colombiano realizzati da TV ADIA, oltre a costruire nei sindacati, università e con alcuni parlamentari, una rete di solidarietà con il ELN in Brasile, a partire da Rio de Janeiro, con la divulgazione di documenti, interviste e conferenze con lo stesso Milton, la Polizia Federale mi convocò a Brasilia per rispondere ad alcuni “questionamentos” (domande informative) formulate da alcuni settori dell’Interpol.
Infatti, alla Polizia Federale erano state presentate alcune “note informative” secondo cui “...viaggiando clandestinamente in Colombia stavo per mettere in piedi, insieme al narcotrafficante Escadinha, una struttura per il commercio delle armi in favore delle FARC...”!!! Oltre a ciò le fonti occulte supponevano che il pagamento da parte delle FARC era con la cocaina.
Per mia fortuna avevo conservato “las papeletas de entrada y de saida” del posto di frontiera venezuelano di Santa Elena de Uairén e quelle dell’ingresso brasiliano di Pacaraina, mostrando poi allo stupefatto ispettore i dvd di tutte le interviste fatte in Colombia da me e da Gustavo, in cui i soggetti filmati erano, soprattutto avvocati, sindacalisti, gente del popolo e alcuni responsabili del Polo Democratico. Mentre le immagini di combattimenti, realizzate direttamente dal ELN, ci erano state fornite anteriormente da Milton Hernandez.
Quindi, la storia del traffico di armi con le FARC, che, oltretutto, all’epoca, occupavano aree e regioni differenti da quelle in cui operava il ELN, decadde. Cioè, nessuna traccia di traffici occulti ma, unicamente, le solite puttanesche supposizioni dei servizi, questa volta mascherati dietro l’etichetta dell’Interpol.
8) 2017: insieme ad alcuni compagni abbiamo scritto un libro sulla storia di un paese sudamericano, però a causa del probabile linciaggio mediatico l’editore mi chiese di usare uno pseudonimo!!!
Achille Lollo
Fonte
06/02/2021
Ecuador - La macchina del fango contro il candidato correista Arauz
Come spiegavamo nell’articolo di ieri, Andrés Arauz, candidato correista alle elezioni che si terranno questa domenica (7 febbraio) in Ecuador, è dato in testa da quasi tutti i sondaggi e non troppo distante dal traguardo della vittoria al primo turno.
Oltre alle manovre “giudiziarie” del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) il quale, per esempio, ha proibito all’ex Presidente Correa di apparire negli spot della campagna di Arauz, e le pressioni del Presidente uscente Lenin Moreno per posticipare le elezioni temendo una schiacciante vittoria elettorale delle forze progressiste, si è messa in moto la macchina mediatica del fango.
Una tempesta di fake news e presunti scandali creati ad hoc dalla stampa nazionale ed internazionale: in entrambi i casi – se non direttamente pilotata – quantomeno al servizio degli interessi politici ed economici dell’imperialismo statunitense; si tratta dell’ormai rodato arsenale mediatico per screditare all’opinione pubblica un candidato avverso a questi interessi e per tentare di influenzare il voto di eventuali indecisi.
I montaggi mediatici ai danni di Evo Morales in Bolivia e di Nicolas Maduro in Venezuela dimostrano quale sia il ruolo strutturale dei mezzi di comunicazione all’interno della “guerra non convenzionale” e della strategia del “soft power” contro le esperienze progressiste e socialiste in America Latina.
Nel contesto dello scontro tra il Socialismo e la Barbarie che attraversa le Americhe, una vittoria di Arauz rappresenterebbe un ulteriore rafforzamento nella mappa progressista latinoamericana, con il rilancio di strumenti di integrazione a livello continentale come l’UNASUR e il consolidamento della cooperazione politica della CELAC, contro il potere dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), la quale ha avuto un ruolo centrale nel riconoscere “l’autoproclamatosi Presidente” Juan Guaidó in Venezuela o ancora nel legittimare il colpo di Stato in Bolivia a novembre 2019.
Per questo motivo, a pochi giorni dalle elezioni, si stanno intensificando le campagne mediatiche contro il candidato correista Andrés Arauz. Tra le tante bugie, ci sono quelle diffuse dal giornale argentino Clarín, secondo cui ”l'entourage politico di Arauz sarebbe impegnato a distribuire 250 dollari in cambio di voti oppure che il candidato correista abbia beneficiato di una dose esclusiva del vaccino anti-Covid russo ‘Sputnik V’ in Argentina.”
Anche nella Colombia del Presidente Iván Duque, fedele galoppino della politica imperialista di Washington e alleato chiave nella guerra economica contro il Venezuela bolivariano, la rivista Semana ha deciso di partecipare alla sporca campagna contro Arauz.
La rivista ha accusato le forze correiste, raggruppate nella lista Unión por la Esperanza (UNES), di aver ricevuto una somma pari 80.000 dollari da parte dell’Esercito di Liberazione Nazionale colombiano per finanziare la campagna elettorale in Ecuador.
Secondo l’articolo, il leader della guerriglia Andres Vanegas, alias “Uriel”, ucciso recentemente, avrebbe avuto colloqui con l’ex presidente Correa. “Non so chi sia Uriel, non so di cosa stiano parlando. Quando ho avuto una chiara possibilità di vincere in Ecuador nel 2006, hanno detto che sono stato finanziato dalle FARC? È una telenovela ripetuta”, ha risposto Rafael Correa. Un giornalista di Semana ha confessato che l’informazione era “assolutamente non vera”.
Riportiamo le considerazioni di Atilio Borón, sociologo e politologo argentino, nonché autore di diversi saggi sulle strategie dell’imperialismo targato Washington in America Latina, tra cui “América Latina en la Geopolítica del Imperialismo”, disponibile gratuitamente sul suo sito, riguardo l’ennesimo tentativo della stampa mainstream al servizio delle forze imperialiste di infangare un candidato progressista come Andrés Arauz (da Página/12).
Oltre alle manovre “giudiziarie” del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) il quale, per esempio, ha proibito all’ex Presidente Correa di apparire negli spot della campagna di Arauz, e le pressioni del Presidente uscente Lenin Moreno per posticipare le elezioni temendo una schiacciante vittoria elettorale delle forze progressiste, si è messa in moto la macchina mediatica del fango.
Una tempesta di fake news e presunti scandali creati ad hoc dalla stampa nazionale ed internazionale: in entrambi i casi – se non direttamente pilotata – quantomeno al servizio degli interessi politici ed economici dell’imperialismo statunitense; si tratta dell’ormai rodato arsenale mediatico per screditare all’opinione pubblica un candidato avverso a questi interessi e per tentare di influenzare il voto di eventuali indecisi.
I montaggi mediatici ai danni di Evo Morales in Bolivia e di Nicolas Maduro in Venezuela dimostrano quale sia il ruolo strutturale dei mezzi di comunicazione all’interno della “guerra non convenzionale” e della strategia del “soft power” contro le esperienze progressiste e socialiste in America Latina.
Nel contesto dello scontro tra il Socialismo e la Barbarie che attraversa le Americhe, una vittoria di Arauz rappresenterebbe un ulteriore rafforzamento nella mappa progressista latinoamericana, con il rilancio di strumenti di integrazione a livello continentale come l’UNASUR e il consolidamento della cooperazione politica della CELAC, contro il potere dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), la quale ha avuto un ruolo centrale nel riconoscere “l’autoproclamatosi Presidente” Juan Guaidó in Venezuela o ancora nel legittimare il colpo di Stato in Bolivia a novembre 2019.
Per questo motivo, a pochi giorni dalle elezioni, si stanno intensificando le campagne mediatiche contro il candidato correista Andrés Arauz. Tra le tante bugie, ci sono quelle diffuse dal giornale argentino Clarín, secondo cui ”l'entourage politico di Arauz sarebbe impegnato a distribuire 250 dollari in cambio di voti oppure che il candidato correista abbia beneficiato di una dose esclusiva del vaccino anti-Covid russo ‘Sputnik V’ in Argentina.”
Anche nella Colombia del Presidente Iván Duque, fedele galoppino della politica imperialista di Washington e alleato chiave nella guerra economica contro il Venezuela bolivariano, la rivista Semana ha deciso di partecipare alla sporca campagna contro Arauz.
La rivista ha accusato le forze correiste, raggruppate nella lista Unión por la Esperanza (UNES), di aver ricevuto una somma pari 80.000 dollari da parte dell’Esercito di Liberazione Nazionale colombiano per finanziare la campagna elettorale in Ecuador.
Secondo l’articolo, il leader della guerriglia Andres Vanegas, alias “Uriel”, ucciso recentemente, avrebbe avuto colloqui con l’ex presidente Correa. “Non so chi sia Uriel, non so di cosa stiano parlando. Quando ho avuto una chiara possibilità di vincere in Ecuador nel 2006, hanno detto che sono stato finanziato dalle FARC? È una telenovela ripetuta”, ha risposto Rafael Correa. Un giornalista di Semana ha confessato che l’informazione era “assolutamente non vera”.
Riportiamo le considerazioni di Atilio Borón, sociologo e politologo argentino, nonché autore di diversi saggi sulle strategie dell’imperialismo targato Washington in America Latina, tra cui “América Latina en la Geopolítica del Imperialismo”, disponibile gratuitamente sul suo sito, riguardo l’ennesimo tentativo della stampa mainstream al servizio delle forze imperialiste di infangare un candidato progressista come Andrés Arauz (da Página/12).
*****
La destra internazionale, con il suo grande direttore d’orchestra che risiede a Washington, ha concentrato tutti i suoi cannoni per impedire il trionfo del binomio Andrés Arauz – Carlos Rabascall, facendo appello a qualsiasi risorsa.
Una frase erroneamente attribuita a Donald Trump, “tutte le opzioni sono sul tavolo”, è vecchia quanto la storia delle ex tredici colonie inglesi che diventarono gli Stati Uniti d’America quando divennero indipendenti. Nel mondo di oggi una di queste opzioni, oserei dire la preferita nell’era del “soft power” (che è altrettanto o più letale dell’altra), è l’attacco con l’artiglieria mediatica che la destra ha a disposizione senza contrappesi.
È noto, anche se a volte lo si dimentica, che questa non è mai solo una forza politica nazionale, ma è sempre protetta dalla strategia globale progettata e orchestrata dalla Casa Bianca, consapevole che per trionfare in una battaglia nazionale è necessario che sia installata nel grande scacchiere geopolitico mondiale dove gli Stati Uniti possono far valere tutta la loro influenza.
Questa introduzione arriva in relazione alla campagna che il giornale di Buenos Aires Clarín ha lanciato contro la figura di Andrés Aráuz. L’ultima è stata una pubblicazione nella sua edizione del 2 febbraio quando ha titolato, nel suo solito stile pieno di ambiguità maliziose, che “In Ecuador assicurano che il candidato di Rafael Correa è stato vaccinato in Argentina con lo Sputnik V”.
Fonti non identificate hanno diffuso questa versione infondata ma mirata a suscitare una reazione popolare avversa allo strano “privilegio” di cui il candidato dell’UNES, Unión por la Esperanza, avrebbe goduto in un paese devastato dall’assalto del virus a causa dell’inettitudine dimostrata per affrontare la pandemia dal governo corrotto di Lenín Moreno.
Sottolineo “strano” perché tutti sanno che il vaccino Sputnik V richiede l’applicazione di due dosi, cosa che l’articolo di Clarín è attento ad evitare. Quindi, non solo il fatto che il successivo contagio di Arauz dimostra che non è stato vaccinato in Argentina, ma anche che avrebbe dovuto essere una persona molto maldestra per inocularsi una dose di un vaccino la cui efficacia richiede una seconda applicazione.
La cosa più vergognosa di Clarín è la mancanza di informazione che contrastata quando menzionano il consulente politico Amauri Chamorro: “Il nesso, secondo le fonti coinvolte e appartenenti al Movimiento Centro Democrático, è stato il consulente politico locale Amauri Chamorro, che lavora all’interno della squadra della campagna e ha facilitato il contatto con il Ministero della Salute dell’Argentina”.
Chamorro ha immediatamente smentito la versione sul suo account Twitter affermando che: “Secondo Clarín mi sono coordinato con Putin e Fernández per far vaccinare Andrés Arauz contro il Covid-19. Apprezzo la ‘stampa libera’ ma questo è FALSO. Nonostante il fatto che metà dell’Argentina ha il mio cellulare, Clarín non mi ha mai contattato per controllare le informazioni, cosa abituale quando i media mentono”.
In breve, siamo in presenza dell’ennesima “fake news” destinata a danneggiare l’immagine di Arauz. La fonte della notizia, secondo lo stesso giornale, “era un discorso, riprodotto da fonti che hanno scelto di preservare la loro identità e che hanno partecipato a una riunione tra le principali autorità del Movimiento Centro Democrático”, un’organizzazione alleata dell’UNES.
Notate bene che non c’è nessuna identificazione della fonte, nessun doppio controllo dell’informazione e nemmeno la minima cura di prendere in considerazione la cronologia degli eventi, mostrando che Arauz è stato infettato dal virus dopo aver viaggiato in Argentina ed essere stato ipoteticamente immunizzato con lo Sputnik V.
Niente di nuovo sotto il sole: purtroppo, la prostituzione della stampa egemonica al servizio dell’imperialismo e dei grandi patrimoni dei nostri paesi produce questo tipo di “fake news” su base quotidiana.
E lo fanno perché sono consapevoli che in Ecuador si sta giocando una battaglia che, se si risolve favorevolmente per le forze progressiste di quel paese, rafforzerà il processo di recupero democratico e di autodeterminazione nazionale in un altro paese sudamericano, non meno nel paese che fu sede dell’UNASUR!
Per questo motivo, l’unica cosa che possiamo aspettarci dai sicari dei media sono attacchi di questo stampo e bugie di ogni tipo. Questo significa che Arauz è un ottimo candidato. Questo è confermato dal fatto che ha contro di lui i nemici che ogni politico onesto e progressista deve avere in America Latina.
Ed è per questo che stanno sparando sulla sua figura con intensità.
Fonte
08/11/2020
Creare una crisi sanitaria a Cuba: obiettivo della guerra contro la sua cooperazione medica
Cuba ha inviato, in sei decenni, più di 400 mila cooperanti sanitari in 164 paesi (1). Durante questa pandemia, 3.800 hanno aiutato in 39 nazioni, salvando più di 12.000 vite (2) (3). Non esiste, nella storia, un altro esempio simile di massiccia cooperazione medica internazionale.
Ma cosa leggiamo di ciò sulla stampa? Le storie di vita di queste decine di migliaia di persone, le loro esperienze di dedizione ed altruismo nelle selve o favelas, le loro riflessioni sulla solidarietà, la povertà o l’ingiustizia? Assolutamente no.
Ciò che le agenzie ed i media convertono in notizia è il “rapporto” di una ONG di estrema destra (chiamata Prisoners Defenders) che sostiene che tutto è un “affare milionario del regime cubano” con un modello di “schiavitù di massa” (4).
Il governo USA fornisce al presunto “rapporto” gli obiettivi, i fondi, i dati e le testimonianze. Quelli di 600 ex cooperanti – 400 in totale anonimato, senza nome – a cui, per la maggior parte, ha concesso asilo politico. Il premio: visti, denaro ed offerte di lavoro negli USA (5). Il bottino di Prisoners Defenders? Una parte dei tre milioni di dollari di un programma dell’USAID, l’Agenzia per lo Sviluppo USA, rivolto a coloro che – parole testuali – “indaghino, raccolgano e analizzino” informazioni contro le missioni mediche cubane (6).
In ogni caso, 200 o 600 testimonianze ottenute con premi e denaro sono un raccolto molto povero rispetto alle decine di migliaia di professionisti sanitari cubani che non avrebbero mai abbandonato, per denaro, le comunità vulnerabili a cui prestano attenzione (7).
Washington è in piena offensiva per distruggere la cooperazione medica cubana. Con quattro obiettivi. Uno, quello elettorale: fidelizzare i donatori ed il voto duro dell’estrema destra cubano-americana nello stato della Florida (8). Secondo, quello diplomatico: mettere a dura prova le relazioni di Cuba con i paesi che ricevono cooperazione. Terzp, quello ideologico: macchiare l’immagine solidale di Cuba nel mondo, rafforzata dopo il recente invio di aiuti medici in Italia (9).
E quarto, l’obiettivo della guerra economica. Il Dipartimento di Stato lavora instancabilmente per chiudere tutte le fonti di ingresso o di approvvigionamento dell’isola: turismo, rimesse, carburante, investimenti stranieri... (10) La distruzione degli accordi medici internazionali cerca di tagliare la via con cui Cuba è riuscita a sostenere il proprio sistema sanitario pubblico.
Ricordiamoci che parte della cooperazione medica cubana, quella sviluppata in nazioni molto povere, è pagata dall’Avana (11). In altri paesi, i costi sono condivisi. E in altri con redditi più alti, Cuba riceve un pagamento per i servizi che opera. Il suddetto “rapporto” estrapola quest’ultimo caso dall’insieme della cooperazione cubana, ignorando i primi due.
“Il regime cubano – ci dicono – sfrutta i suoi professionisti (...), usandoli per acquistare sostegno finanziario e politico (...) e per mantenere a galla la sua magra economia” (12). Ma a quali persone del “regime”, in quali tasche, in quali conti andrebbero a finire i benefici di questo presunto grande “affare”?
Il suddetto “rapporto” non raccoglie la minima prova di un singolo dirigente, funzionario o intermediario di Cuba che abbia ricevuto detti “benefici”. Perché se esistesse, sarebbero già stati forniti dalle agenzie di intelligence USA. Esse sanno che i fondi ricevuti dalla cooperazione, oltre a migliorare le condizioni economiche del personale cooperante e delle loro famiglie, garantiscono il bilancio della sanità pubblica di Cuba (13).
In altre parole, con una parte della sua cooperazione medica, Cuba non cura solo le popolazioni vulnerabili nei paesi del Sud del mondo, ma garantisce sull’isola, i servizi medici per oltre 11 milioni di persone e l’occupazione di 479mila lavoratori nel settore sanitario (14). Sostiene la sua cooperazione nei paesi più poveri ed anche le borse di studio della Scuola Latinoamericana di Medicina, che ha già formato 30.000 professionisti provenienti da 115 paesi (15).
È la formula più onesta che Cuba abbia trovato per sostenere il suo sistema sanitario gratuito, di fronte al brutale blocco USA, che taglia le sue esportazioni, impedisce il suo commercio, le vieta ogni credito per lo sviluppo e scoraggia gli investimenti.
Il presidente di Prisoners Defenders, l’imprenditore Javier Larrondo, dichiarava con esultanza che “il regime (cubano) è in bancarotta tecnica e senza tesoreria. È l’inizio della fine”(16). Manifesta così l’obiettivo di questa presunta “ONG spagnola per i diritti umani” – come la presenta la stampa (17) – in realtà una copertura del Dipartimento di Stato: minare le entrate del sistema sanitario cubano, fino a provocare il collasso e generare una crisi sanitaria nell’isola (18).
Note:
1) http://spanish.xinhuanet.com/2020-03/24/c_138909828.htm
2) https://www.cuartopoder.es/internacional/2020/09/30/cuba-denuncia-una-campana-de-estados-unidos-contra-la-cooperacion-medica-cubana/
3) http://www.escambray.cu/2020/piden-a-la-oms-apoyar-candidatura-de-medicos-de-cuba-al-nobel-de-la-paz/
4) https://www.abc.es/internacional/abci-mas-400-medicos-denuncian-ante-seguridad-estado-cuba-esclavitud-202009221640_noticia.html
5) https://www.larazon.es/internacional/20200922/ppjpztjp5vgm5jhg2ky7zmtalm.html
6) http://www.cubadebate.cu/noticias/2019/08/09/estados-unidos-ofrece-tres-millones-de-dolares-a-organizaciones-que-investiguen-las-misiones-medicas-cubanas/
7) https://www.cubainformacion.tv/solidaridad/20200916/87847/87847-sin-fronteras-la-cooperacion-medica-cubana-en-el-contexto-de-la-covid-19
8) https://lapupilainsomne.wordpress.com/2020/10/01/e-eu-u-frenesi-contrarrevolucionario-por-angel-guerra-cabrera/
9) http://www.cubadebate.cu/especiales/2020/10/01/sin-fronteras-la-huella-de-la-solidaridad-cubana-en-una-europa-en-crisis/
10) https://www.elplural.com/opinion/cuba-eeuu-y-el-bloqueo-genocida_113841102
11) http://www.cubadebate.cu/especiales/2020/09/15/sin-fronteras-la-cooperacion-medica-cubana-en-el-contexto-de-la-covid-19/
12) https://actualidad.rt.com/actualidad/323672-eeuu-ofrece-cuba-medicos-tres-millones-dolares
13) https://mundo.sputniknews.com/america-latina/201912201089713850-cuba-prioriza-educacion-y-salud-publica-en-su-presupuesto-estatal-para-el-2020/
14) https://files.sld.cu/bvscuba/files/2020/05/Anuario-Electr%c3%b3nico-Espa%c3%b1ol-2019-ed-2020.pdf
15) http://www.granma.cu/cuba/2019-07-24/dondequiera-que-esten-ustedes-tambien-son-cuba-24-07-2019-00-07-59
16) https://adncuba.com/noticias-de-cuba/actualidad/se-acabo-el-dinero-aseguran-que-regimen-cubano-esta-en-quiebra-tecnica
17) https://www.dw.com/es/por-qu%C3%A9-denuncian-m%C3%A1s-de-600-m%C3%A9dicos-al-gobierno-cubano/a-55002178
18) https://www.youtube.com/watch?v=vYryA9vV9MM
Fonte
Ma cosa leggiamo di ciò sulla stampa? Le storie di vita di queste decine di migliaia di persone, le loro esperienze di dedizione ed altruismo nelle selve o favelas, le loro riflessioni sulla solidarietà, la povertà o l’ingiustizia? Assolutamente no.
Ciò che le agenzie ed i media convertono in notizia è il “rapporto” di una ONG di estrema destra (chiamata Prisoners Defenders) che sostiene che tutto è un “affare milionario del regime cubano” con un modello di “schiavitù di massa” (4).
Il governo USA fornisce al presunto “rapporto” gli obiettivi, i fondi, i dati e le testimonianze. Quelli di 600 ex cooperanti – 400 in totale anonimato, senza nome – a cui, per la maggior parte, ha concesso asilo politico. Il premio: visti, denaro ed offerte di lavoro negli USA (5). Il bottino di Prisoners Defenders? Una parte dei tre milioni di dollari di un programma dell’USAID, l’Agenzia per lo Sviluppo USA, rivolto a coloro che – parole testuali – “indaghino, raccolgano e analizzino” informazioni contro le missioni mediche cubane (6).
In ogni caso, 200 o 600 testimonianze ottenute con premi e denaro sono un raccolto molto povero rispetto alle decine di migliaia di professionisti sanitari cubani che non avrebbero mai abbandonato, per denaro, le comunità vulnerabili a cui prestano attenzione (7).
Washington è in piena offensiva per distruggere la cooperazione medica cubana. Con quattro obiettivi. Uno, quello elettorale: fidelizzare i donatori ed il voto duro dell’estrema destra cubano-americana nello stato della Florida (8). Secondo, quello diplomatico: mettere a dura prova le relazioni di Cuba con i paesi che ricevono cooperazione. Terzp, quello ideologico: macchiare l’immagine solidale di Cuba nel mondo, rafforzata dopo il recente invio di aiuti medici in Italia (9).
E quarto, l’obiettivo della guerra economica. Il Dipartimento di Stato lavora instancabilmente per chiudere tutte le fonti di ingresso o di approvvigionamento dell’isola: turismo, rimesse, carburante, investimenti stranieri... (10) La distruzione degli accordi medici internazionali cerca di tagliare la via con cui Cuba è riuscita a sostenere il proprio sistema sanitario pubblico.
Ricordiamoci che parte della cooperazione medica cubana, quella sviluppata in nazioni molto povere, è pagata dall’Avana (11). In altri paesi, i costi sono condivisi. E in altri con redditi più alti, Cuba riceve un pagamento per i servizi che opera. Il suddetto “rapporto” estrapola quest’ultimo caso dall’insieme della cooperazione cubana, ignorando i primi due.
“Il regime cubano – ci dicono – sfrutta i suoi professionisti (...), usandoli per acquistare sostegno finanziario e politico (...) e per mantenere a galla la sua magra economia” (12). Ma a quali persone del “regime”, in quali tasche, in quali conti andrebbero a finire i benefici di questo presunto grande “affare”?
Il suddetto “rapporto” non raccoglie la minima prova di un singolo dirigente, funzionario o intermediario di Cuba che abbia ricevuto detti “benefici”. Perché se esistesse, sarebbero già stati forniti dalle agenzie di intelligence USA. Esse sanno che i fondi ricevuti dalla cooperazione, oltre a migliorare le condizioni economiche del personale cooperante e delle loro famiglie, garantiscono il bilancio della sanità pubblica di Cuba (13).
In altre parole, con una parte della sua cooperazione medica, Cuba non cura solo le popolazioni vulnerabili nei paesi del Sud del mondo, ma garantisce sull’isola, i servizi medici per oltre 11 milioni di persone e l’occupazione di 479mila lavoratori nel settore sanitario (14). Sostiene la sua cooperazione nei paesi più poveri ed anche le borse di studio della Scuola Latinoamericana di Medicina, che ha già formato 30.000 professionisti provenienti da 115 paesi (15).
È la formula più onesta che Cuba abbia trovato per sostenere il suo sistema sanitario gratuito, di fronte al brutale blocco USA, che taglia le sue esportazioni, impedisce il suo commercio, le vieta ogni credito per lo sviluppo e scoraggia gli investimenti.
Il presidente di Prisoners Defenders, l’imprenditore Javier Larrondo, dichiarava con esultanza che “il regime (cubano) è in bancarotta tecnica e senza tesoreria. È l’inizio della fine”(16). Manifesta così l’obiettivo di questa presunta “ONG spagnola per i diritti umani” – come la presenta la stampa (17) – in realtà una copertura del Dipartimento di Stato: minare le entrate del sistema sanitario cubano, fino a provocare il collasso e generare una crisi sanitaria nell’isola (18).
Note:
1) http://spanish.xinhuanet.com/2020-03/24/c_138909828.htm
2) https://www.cuartopoder.es/internacional/2020/09/30/cuba-denuncia-una-campana-de-estados-unidos-contra-la-cooperacion-medica-cubana/
3) http://www.escambray.cu/2020/piden-a-la-oms-apoyar-candidatura-de-medicos-de-cuba-al-nobel-de-la-paz/
4) https://www.abc.es/internacional/abci-mas-400-medicos-denuncian-ante-seguridad-estado-cuba-esclavitud-202009221640_noticia.html
5) https://www.larazon.es/internacional/20200922/ppjpztjp5vgm5jhg2ky7zmtalm.html
6) http://www.cubadebate.cu/noticias/2019/08/09/estados-unidos-ofrece-tres-millones-de-dolares-a-organizaciones-que-investiguen-las-misiones-medicas-cubanas/
7) https://www.cubainformacion.tv/solidaridad/20200916/87847/87847-sin-fronteras-la-cooperacion-medica-cubana-en-el-contexto-de-la-covid-19
8) https://lapupilainsomne.wordpress.com/2020/10/01/e-eu-u-frenesi-contrarrevolucionario-por-angel-guerra-cabrera/
9) http://www.cubadebate.cu/especiales/2020/10/01/sin-fronteras-la-huella-de-la-solidaridad-cubana-en-una-europa-en-crisis/
10) https://www.elplural.com/opinion/cuba-eeuu-y-el-bloqueo-genocida_113841102
11) http://www.cubadebate.cu/especiales/2020/09/15/sin-fronteras-la-cooperacion-medica-cubana-en-el-contexto-de-la-covid-19/
12) https://actualidad.rt.com/actualidad/323672-eeuu-ofrece-cuba-medicos-tres-millones-dolares
13) https://mundo.sputniknews.com/america-latina/201912201089713850-cuba-prioriza-educacion-y-salud-publica-en-su-presupuesto-estatal-para-el-2020/
14) https://files.sld.cu/bvscuba/files/2020/05/Anuario-Electr%c3%b3nico-Espa%c3%b1ol-2019-ed-2020.pdf
15) http://www.granma.cu/cuba/2019-07-24/dondequiera-que-esten-ustedes-tambien-son-cuba-24-07-2019-00-07-59
16) https://adncuba.com/noticias-de-cuba/actualidad/se-acabo-el-dinero-aseguran-que-regimen-cubano-esta-en-quiebra-tecnica
17) https://www.dw.com/es/por-qu%C3%A9-denuncian-m%C3%A1s-de-600-m%C3%A9dicos-al-gobierno-cubano/a-55002178
18) https://www.youtube.com/watch?v=vYryA9vV9MM
Fonte
06/02/2020
La trappola “antisemitismo” - Fabbricata in UK contro il Labour, si replica negli USA contro Sanders
Asa Winstanley da Middle East Monitor del 01/02/2020 – traduzione di Sergio Scorza
Per quanto riguarda i gruppi di pressione sionisti, il verdetto è finalmente arrivato: hanno sconfitto il leader del partito laburista Jeremy Corbyn. Il principale gruppo anti-palestinese di estrema destra presente in Gran Bretagna ha definito la “Campagna contro l’antisemitismo” [ sic ] “riuscita”. Il mese scorso uno dei leader del gruppo ha pubblicato online un video assolutamente bizzarro in cui rivendicava la responsabilità della sconfitta elettorale di Corbyn alle elezioni generali di dicembre in Gran Bretagna. “La bestia è stata uccisa”, urlò allegramente. Lui e il suo team avevano “massacrato” Corbyn. “Lo abbiamo sconfitto … Hanno cercato di ucciderci [ma] … abbiamo vinto.”
Più di quattro anni di sbavature, bugie, sabotaggi e diffamazioni hanno funzionato. La “crisi dell’antisemitismo laburista” ha finalmente sedotto una parte di elettori come in altre campagne diffamatorie dei media. Il fatto che il Labour avesse “un problema con l’antisemitismo” ha contribuito enormemente alla percezione che Corbyn fosse un “estremista”. Ciò, a sua volta, ha portato alla delegittimazione del veterano attivista anti-razzismo agli occhi di molti elettori laburisti più anziani della classe operaia. Oltre che per la questione della Brexit, questo è il motivo per cui così tanti di loro hanno votato Tory alle elezioni o sono rimasti del tutto lontani dalle cabine elettorali.
Ancora più importante è che l’interminabile campagna contro Corbyn ha diviso e indebolito il movimento di base di sinistra, demoralizzando alcuni dei più grandi sostenitori di Corbyn. In effetti, molti militanti sono stati sospesi e/o addirittura espulsi del tutto dal partito. Avendo sabotato con successo il più grande movimento di base radicale che questo paese abbia visto a memoria, i gruppi di pressione pro-Israele adesso sono molto carichi. Inoltre, sono ora nelle prime fasi di un’importante nuova offensiva legata alle elezioni presidenziali statunitensi, contro il democratico Bernie Sanders, un altro popolare candidato socialista.
L’anno scorso i repubblicani si sono uniti con l’establishment del Partito Democratico per imbrattare congiuntamente il legislatore di sinistra pro-palestinese Ilhan Omar . Omar è una donna musulmana e gran parte degli attacchi nei suoi confronti erano apertamente razzisti e islamofobi. I democratici si unirono alla menzogna che Omar fosse “antisemita”.
Finora, Sanders ha resistito con Omar. C’è da sperare che continui così perché è vitale per la propria sopravvivenza politica, principalmente a causa del fatto che Bernie Sanders è lui stesso ebreo. Ci sono troppi nella sinistra americana che, a mio avviso, si lamentano del potenziale che tali sbavature hanno e della possibilità che possano arrecare un danno grave e molto probabilmente fatale al movimento.
Il motivo numero uno dei successi di Jeremy Corbyn e Bernie Sanders è stato il movimento popolare dietro a ciascuno di essi. Il miglior slogan di Corbyn era “Per molti, non pochi”. L’attuale tag line di Sanders è “Not me, Us.”. Riguarda il potere delle persone. La solidarietà è il semplice ingrediente segreto che ha portato Corbyn così vicino al n. 10 nel 2017. È lo stesso principio che ha portato Sanders a condurre molti sondaggi nelle primarie dei democratici ed ora Bernie è molto più avanti nel primo caucus di selezione in Iowa di lunedì.
Quello che sostiene Bernie Sanders è un movimento. E se vuoi minare un movimento popolare, come fai? Dividi et impera. Diffondere false voci, dissenso interno, recriminazioni e denunce reciproche. Risultato? Demoralizzazione. Non è una strategia che può funzionare per una sola notte, ma può funzionare se sostenuta per un lungo periodo. E come mostra il caso di Corbyn, funziona.
Non vanno sottovalutati la dedizione e l’estremo impegno del movimento sionista e della lobby filoisraeliana in generale. Lavorano alacremente sui tempi lunghi e vanno avanti fino in fondo. Basta ascoltare le parole di Alan Dershowitz, “avvocato israeliano”, fan della tortura e (di recente) un grande fan del razzismo di Trump. In una recente intervista con Larry King , Dershowitz si è chiesto se avrebbe votato o meno per Trump. Ha detto per chi non avrebbe votato ed ha aggiunto che avrebbe attivamente fatto una campagna contro una persona: Bernie Sanders. La sua ragione? “[…] Tollera l’antisemitismo della dura sinistra del Partito Democratico”, ha affermato falsamente. Ed ha aggiunto: “Sanders è andato in Inghilterra ed ha appoggiato Jeremy Corbyn.”
La menzogna intelligente non dice che Bernie sia personalmente antisemita, ma che “tollera” l’antisemitismo. Ed è stato esattamente così che è iniziata la “crisi” contro Corbyn. Nel corso di quattro anni, questa narrazione si è trasformata e si è evoluta in una serie di menzogne sempre più esplicite fino al punto di descriverlo personalmente come un antisemita.
Non crediate nemmeno per un momento che solo perché Sanders sia ebreo i lobbisti filoisraeliani non proveranno a scaricare le stesse menzogne contro di lui. Lo faranno e non possono essere ignorati. Devono essere combattuti.
La vera ragione dell’opposizione di Dershowitz, ovviamente, è che Sanders ha fatto alcune dichiarazioni molto lievi (e a mio avviso eccessivamente timide) sugli aiuti militari statunitensi a Israele e riguardo l’ipotesi che questi aiuti possano essere sottoposti ad una revisione in futuro. Questo è il motivo per cui un gruppo di astroturfing di lobby pro-Israele relativamente nuovo chiamato “maggioranza democratica per Israele” ha appena speso quasi $ 700.000 in una campagna pubblicitaria contro Sanders in Iowa, in vista del voto cruciale di lunedì. L’ annuncio mette in dubbio e mostra disprezzo per la sua salute e afferma falsamente che non sia perciò “eleggibile”.
Per fortuna e per ora, la campagna di Sanders sta reagendo. Ci hanno provato a massacrarlo ma sembra anche che la manovra sia fallita, con un notevole aumento delle donazioni a Sanders da parte dei suoi sostenitori. Fin qui la campagna contro Sanders non ha fatto riferimenti nè all“antisemitismo” nè all’ipotesi che Sanders “tolleri” l’antisemitismo. Ma possiamo essere abbastanza certi che quella particolare linea di attacco ripartirà specialmente se Sanders si assicura la nomina democratica, o anche nel momento in cui una tale eventualità inizi a sembrare inevitabile, come mi aspetto e spero che faccia dopo lunedì. Quando arrivano gli attacchi, è di vitale importanza che Sanders e la sua campagna si rifiutino di fare anche la minima concessione a uno di questi attacchi falsi, malevoli e disgustosi.
La sinistra non capisce ancora che la lobby pro-Israele non si fermerà davanti a nulla. Non vanno assolutamente sottovalutate la capacità dei gruppi di pressione di sostenere una lunga campagna nei prossimi anni. L’hanno fatto in Gran Bretagna e certamente possono farlo negli Stati Uniti. Possono essere battuti, ma solo con la volontà politica di reagire in modo fermo e deciso ad una campagna così aggressiva.
(LEGGI: il controverso “codice antisemitismo” viene “armato” da gruppi filoisraeliani)
(LEGGI: Lord Polak del Regno Unito afferma che il nuovo governo Tory è un’opportunità per i lobbisti filo-israeliani)
Fonte
10/12/2019
Gran Bretagna - Militari e servizi segreti britannici mobilitati per fermare Corbyn
Secondo una nuova ricerca i funzionari dell’establishment militare e dell’intelligence del Regno Unito sono state le fonti di almeno 34 importanti storie mediatiche nazionali che hanno indicato Jeremy Corbyn come un pericolo per la sicurezza britannica.
Le storie – che citano ex o attuali membri dell’esercito, della marina e delle forze speciali, così come l’MI5, l’MI6 e un ex-alto funzionario – hanno avuto una media di pubblicazione ogni sei settimane da quando Jeremy Corbyn venne eletto leader del Partito Laburista nel settembre 2015. Tuttavia, ci sono stati picchi significativi di frequenza durante le campagne elettorali generali del 2017 e del 2019.
Ci sono molti indizi che per alcune storie, i funzionari dell’intelligence abbiano fornito loro stessi documenti segreti ai giornalisti come parte di quella che sembra essere una campagna. Ogni storia è stata raccolta attraverso la stampa nazionale, spesso fissando l’agenda delle notizie e facendo eco alle dichiarazioni dei ministri del governo conservatore. Quasi ogni storia è comparso in quattro testate: Il Daily Telegraph, The Times, il Daily Mail e The Sun.
La nostra ricerca ha anche trovato 440 articoli sulla stampa britannica da settembre 2015 che menzionano specificamente Corbyn come una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
I servizi di intelligence e le forze armate dovrebbero attenersi al “principio costituzionale” del non coinvolgimento negli affari politici. Ma i numerosi casi in cui sono state fornite informazioni ai funzionari della sicurezza nazionale contro Corbyn nei media sollevano dubbi sul rispetto di questo principio.
Corbyn diventa leader laburista
Una settimana dopo che Jeremy Corbyn venne eletto leader laburista, il Sunday Times riportava una storia in cui si citava un “generale in servizio” che avvertiva che le forze armate avrebbero preso “azioni dirette” per fermare un governo Corbyn. Il generale aggiunse “Ci sarebbero dimissioni di massa a tutti i livelli e la prospettiva molto reale di un evento che sarebbe effettivamente un ammutinamento”.
La storia del Times citava anche una “fonte di intelligence senior” senza nome che diceva che i servizi di sicurezza avrebbero rifiutato di far vedere a Corbyn informazioni sulle operazioni in diretta a causa della “sua simpatia per alcuni terroristi”.
Il documento ha poi riferito di “un dossier trasmesso al Sunday Times”, in cui si afferma che Corbyn ha votato contro 13 progetti di legge antiterrorismo poiché il Prevention of Terrorism Act del 1984 ha reso illegale sostenere l’IRA, il gruppo terroristico repubblicano nell’Irlanda del Nord. Non è stato menzionato chi ha passato questo dossier al Times.
Lo stesso articolo citava anche l’ex comandante della marina britannica, Lord West di Spithead, dicendo che avrebbe potuto dimettersi dal partito se Corbyn non fosse stato abbastanza determinato nelle politiche della difesa. “Dovrò aspettare e vedere quali sono le politiche di difesa di Labour”, disse.
L’ex capo dell’MI6 Sir John Scarlett si è unito al consiglio di amministrazione del quotidiano The Times nel dicembre 2010, l’anno dopo aver lasciato la sua posizione di capo del servizio segreto. Corbyn guidò personalmente la campagna parlamentare nel 2004 per bloccare la nomina di Scarlett a capo dell’MI6 a causa dei suoi legami con il “dossier malvagio” che è stato usato da Tony Blair per spingere per la guerra in Iraq.
L’attenzione dei militari nei confronti di Jeremy Corbyn è continuata poco più di un mese dopo con l’articolo del Times, quando il generale Sir Nicholas Houghton, allora capo dello staff della difesa, dichiarò al giornalista della BBC Andrew Marr Show che l’intenzione di Corbyn di non usare mai armi nucleari “mina la credibilità del deterrente”.
Nel giro di una settimana, il Daily Telegraph ha realizzato e pubblicato una storia costruita attorno alla testimonianza di “ex capi militari” intitolata “Jeremy Corbyn condannato dai capi militari e dai propri parlamentari laburisti per caos della politica di difesa”. Lord Richards di Herstmonceux, ex capo dello staff di difesa del Regno Unito, ha dichiarato al giornale: “Jeremy Corbyn ... ha dimostrato perché non ci si dovrebbe fidare di lui in ordine ad una sua responsabilità ultima del governo – quella della difesa e della sicurezza della nazione”.
Mentre era in carica, Lord Richards è stato uno dei principali responsabili del “programma segreto di guerra cibernetica” del Ministero della Difesa, esaurito il MOD Corsham nel Wiltshire, che include la “propaganda online”. L‘ex ammiraglio che aveva rilasciato un’intervista al The Times nel 2015, dichiarò che Corbyn rischiava di alienarsi le forze armate. In proposito disse: “[Corbyn] fa pensare al dito medio alle forze armate... Questo ragazzo ci sta sostenendo o no?”.
Il 20 maggio 2017, poco più di due settimane prima delle elezioni, il Daily Telegraph è stato alimentato con un’altra storia, questa volta dalle agenzie di intelligence. Il quotidiano riportò la notizia che “l’MI5 (Military Intelligence Sezione 5 è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito) aveva aperto un file su Jeremy Corbyn a causa delle preoccupazioni per i suoi collegamenti con l’IRA”.
Si trattava di un’indagine del Telegraph che pretendeva di rivelare “i pieni legami di Corbyn con l’IRA”. Quella storia era stata acquisita da un individuo “vicino” all’indagine dell’MI5 che affermava che “un file gli era stato aperto nei primi anni '90”. Si diceva che anche la filiale speciale della polizia metropolitana stesse monitorando Corbyn nello stesso periodo.
Queste storie sono state usate dal governo conservatore per far ritenere Corbyn una “minaccia” per la sicurezza nazionale del Regno Unito e sarebbero diventate una delle principali linee di attacco del governo nella campagna elettorale del 2017. Ad esempio, una settimana dopo il servizio “esclusivo” del Telegraph, a fine maggio 2017, la Press Association riferì: “I Tories prendono di mira le questioni di sicurezza relative a Jeremy Corbyn mentre i sondaggi suggeriscono l’avanzamento del Labour”.
Quindi alla vigilia delle elezioni generali, l’ex capo dell’MI6, Sir Richard Dearlove, dettò la strategia conservatrice mentre il Daily Telegraph pubblicava un suo articolo sotto il titolo: “Jeremy Corbyn è un pericolo per questa nazione. All’MI6, che ho guidato una volta, Corbyn eliminerebbe il controllo di sicurezza”.
I risultati migliori del previsto di Corbyn nelle elezioni generali del 2017 hanno portato a un aumento significativo del numero di interventi sui media da parte del personale militare e dell’intelligence attivo e in pensione. I documenti di destra iniziarono a sostenere che gli archivi dell’intelligence negli ex paesi del blocco orientale contenevano file incriminanti sul presunto tradimento di Corbyn.
Il 1° ottobre 2017, The Sun affermò che Corbyn aveva precedenti connessioni con la famigerata polizia segreta della Germania orientale, la Stasi. Ha riferito che un “file Stasi sul leader laburista che potrebbe renderlo vulnerabile al ricatto viene tenuto segreto”. E aggiunse: “I documenti segreti sono stati passati a The Sun e mostrano che Corbyn è collegato ai soci e ai gruppi del Partito laburista alleati delle spie della Stasi”. Il documento non diceva, tuttavia, né dove né come avesse ottenuto queste informazioni.
Due settimane dopo, Lord Richard Dannatt, ex capo dell’esercito, disse a LBC che Corbyn aveva un “passato negativo” sulla sicurezza nazionale.
Quello stesso mese, mentre Corbyn stava godendo di un rialzo di popolarità, Stella Rimington, che gestiva l’MI5 tra il 1992 e il 1996, disse che alcune persone che l’agenzia aveva spiato in passato erano ora coinvolte in Momentum, un movimento popolare pro-Corbyn. “Ora vedo in Momentum alcune delle persone che stavamo guardando nelle organizzazioni trotskite negli anni ’80 [...] Ora sono cresciuti e stanno dando consigli al nostro aspirante primo ministro, Corbyn, su come prepararsi al potere. È una svolta ironica degli eventi”.
Qualche mese dopo, nel febbraio 2018, The Sun pubblicò un’esclusiva – intitolata “Corbyn and the Commie Spy” – che affermava che “Jeremy Corbyn incontrò una spia comunista durante la guerra fredda ed informò il malvagio regime della repressione da parte dell’intelligence britannica”. Si diceva che Corbyn avesse il suo nome in codice dell’intelligence ceca – COB – e “presumibilmente è stato inserito in un elenco di agenti e fonti della squadra di sicurezza dello stato cecoslovacco”. Si dice che la rivelazione provenisse da “file segreti ottenuti da The Sun”, ma il documento non indicava come li ottenesse o da chi.
Una settimana dopo, Richard Dearlove – che parla correntemente il ceco e ha prestato servizio nel MI6 – scrisse un altro articolo per il The Daily Telegraph sull’argomento delle accuse ceche, intitolato “Prendilo da un’ex spia: le accuse contro Jeremy Corbyn dovrebbero essere prese molto sul serio”.
Sempre a febbraio, il blog di destra Guido Fawkes ha ripetuto l’affermazione secondo cui la Stasi della Germania dell’Est deteneva un fascicolo su Corbyn. La storia è stata ampiamente ripresa dalla stampa britannica, ma questa volta il commissario federale tedesco per la Stasi Records ha emesso una confutazione ufficiale, smentendo totalmente il fake su Corbyn.
Più tardi, nel settembre 2018, due fonti governative anonime di alto livello riferirono al Sunday Times che “Corbyn era stato convocato per questioni di terrorismo” dal capo del MI5 Andrew Parker. L’MI5 è stato probabilmente coinvolto nella fuga di notizie poiché l’articolo ha rivelato ciò su cui il capo dell’agenzia voleva informare Corbyn. I giornalisti hanno anche basato la storia su una “fonte di sicurezza” che “ha riconosciuto che alcune delle dichiarazioni pubbliche del leader laburista sul terrorismo avevano turbato i servizi di sicurezza”.
Due settimane dopo, il Daily Mail ha pubblicato un servizio “esclusivo” basato su fonti e documenti ottenuti dall’intelligence ucraina secondo il quale “…al più influente consigliere della Camera dei Comuni di Jeremy Corbyn è stato vietato l’ingresso in Ucraina perché è una minaccia alla sicurezza nazionale” . L’articolo riguardava anche Andrew Murray, che aveva lavorato nell’ufficio di Corbyn per un anno ma non aveva ancora ricevuto un pass di sicurezza per entrare nel parlamento del Regno Unito. Il Mail ha anche riferito, sulla base di ciò che chiamava “una fonte parlamentare senior”, che l’applicazione di Murray aveva riscontrato “problemi di verifica”.
È noto che le agenzie di intelligence usano “ritagli” come una “fonte parlamentare” o un “funzionario di Whitehall” per ottenere informazioni nei media. Murray in seguito ha dedotto che i servizi di sicurezza avevano fatto trapelare la storia tramite il servizio postale. “Chiamami scettico se devi, ma non vedo un’impresa giornalistica dietro l’improvvisa capacità della Posta di prendere in giro informazioni oscure dal [servizio di sicurezza ucraino]” scrisse Murray sul New Statesman.
Una settimana dopo la pubblicazione della storia del Mail, il Daily Telegraph pubblicò un articolo intitolato “Jeremy Corbyn sarebbe un problema per la sicurezza, afferma lo storico dell’MI5”. Questa è stata un’intervista esclusiva con il professor Christopher Andrew, un accademico di Cambridge che è stato nominato dall’MI5 come suo storico ufficiale nel 2002 e ha “accesso praticamente illimitato” agli archivi del servizio di sicurezza. Gli fu chiesto se pensava che l’MI5 e l’MI6 sarebbero stati riluttanti a riferire al primo ministro Corbyn tutto ciò che avrebbe dovuto sapere. “Una domanda è: fino a che punto Corbyn vorrebbe essere informato?”, ha risposto Andrew. “Non sembra un argomento che attiri la sua attenzione. Ci sono alcune persone nel gabinetto ombra che hanno chiesto la chiusura dell’MI5”.
Nel novembre 2018, il Daily Telegraph ha “nuovamente” appreso da una fonte non specificata che Corbyn aveva “recentemente incontrato” Alex Younger, capo dell’MI6, durante il quale cercò di chiarire “l’importanza del lavoro dell’agenzia e la gravità delle minacce che la Gran Bretagna deve affrontare ”. Corbyn era stato accusato di nuovo di essere un ingenuo davanti alle minacce che incombono sul Regno Unito. Era probabile che l’MI6 fosse coinvolto nella fuga di notizie mentre un “funzionario di Whitehall” divulgava “la sensazione” all’interno dell’agenzia “che era giunto il momento per Corbyn di conoscere il funzionamento dell’istituto di intelligence”.
Anche quelli intorno a Corbyn sono stati oggetto di articoli, in particolare il suo direttore delle comunicazioni Seumas Milne, un ex giornalista del Guardian che era critico nei confronti dei servizi di sicurezza mentre era al giornale. Il 23 febbraio 2019, il Daily Mail ha pubblicato “ indagini” in Milne, affermando di rivelare “sorprendenti nuove prove di legami di lunga data tra Jeremy Corbyn e il suo più vicino consigliere e gruppi terroristici del Medio Oriente, insieme ad una difesa senza peli sulla lingua degli interessi russi risalenti decenni”. Il dossier di prove includeva i dettagli di una vacanza universitaria nel 1977.
L’ex capo dell’MI6 Richard Dearlove è stato intervistato dal Mail per questa storia ed ha dichiarato: “Chiunque con il suo tipo di esperienza non poteva essere lasciato vicino a informazioni classificate. Sarebbe fuori discussione. Sono abbastanza allarmato dalle passate associazioni di Corbyn, ma Milne lo ha messo oltre il limite. Ciò significa che Corbyn non potrebbe prendere le decisioni e le decisioni che un PM deve prendere se non smette di consultarlo”.
Pochi mesi dopo, a luglio 2019, un altro ex capo dell’MI6, Sir John Sawers, ha criticato Corbyn, dicendo alla BBC che il leader laburista “non aveva i requisiti e a cui siamo abituati nella nostra massima leadership”.
La Gran Bretagna torna alle urne
L’annuncio di un’elezione il 28 ottobre 2019 ha spinto almeno 13 nuove storie da parte dei servizi di sicurezza e di individui legati al servizio militare che hanno minato il leader laburista.
Il 6 novembre, The Times ha pubblicato una serie di storie provenienti da personale militare e dell’intelligence. Uno era intitolato “I servizi di sicurezza temono che Corbyn siluri Trident” e affermava che “le figure di spicco dell’esercito sono preoccupate che se arriva al numero 10 scriverà memo insistendo sul fatto che i missili non dovrebbero mai essere lanciati”. Lord West ha nuovamente dichiarato al giornale che Corbyn ha posto la Gran Bretagna in una “posizione straordinaria e pericolosa”, aggiungendo: “Non capisce cosa significhi deterrenza”.
Ha inoltre osservato che l’MI5 e l’MI6 avevano “serie preoccupazioni sul fatto che l’intelligence si sarebbe prosciugata sotto una premiership di Corbyn, rendendo il paese più vulnerabile”. Una preoccupazione condivisa nelle intelligence dell’alleanza “Cinque Eyes” che comprende gli Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda.
La seconda storia è iniziata in un modo simile: “I servizi di intelligence ... temono che la sicurezza nazionale sarebbe messo seriamente a rischio se Jeremy Corbyn divenisse primo ministro”. Al Times è stato scritto, citando un ex funzionario in un dipartimento governativo che si diceva avesse “stretti legami con i servizi di intelligence” che ... “se Corbyn vincesse le elezioni avrebbe un effetto agghiacciante. Ciò ci metterebbe a rischio maggiore”.
Tre giorni dopo, con la campagna elettorale in pieno svolgimento, è apparsa un’altra “esclusiva” basata su materiale presumibilmente trovato negli archivi di sicurezza dello stato ceco. Questa volta era il Daily Mail che apparentemente aveva inviato un giornalista di lingua ceca nel paese per una storia elettorale nel Regno Unito. L’articolo era intitolato “Rivelazione: il principale aiutante di Corbyn tenne quattro incontri con la spia ceca negli anni ’80 ed era un amico dell’ambasciata sovietica e un nemico degli Stati Uniti”.
Le accuse riguardavano di nuovo il consigliere di Corbyn Andrew Murray, che era stato accusato di aver incontrato un agente ceco negli anni ’80, simile all’accusa che era stata presentata da The Sun l’anno scorso nei confronti di Corbyn.
Due giorni dopo, l’11 novembre, il Daily Mail ha pubblicato altre preoccupazioni dell’ex capo della marina Lord West in un articolo intitolato “Mi fa male dirlo, ma non possiamo affidare la difesa della nostra nazione a Jeremy Corbyn”.
Quindi, il 16 novembre, il segretario di casa Priti Patel si è unito al coro, avvertendo del rischio per la sicurezza nazionale se i laburisti formassero il prossimo governo. Il ministro, facendo eco ai servizi segreti e militari negli ultimi quattro anni, ha detto The Sun: “Il solo pensiero di Jeremy Corbyn e del segretario ombra ombra Diane Abbott responsabili della nostra sicurezza nazionale mi fa stare male. Si sono schierati e hanno difeso alcuni degli individui e dei gruppi terroristici più spaventosi”. Ed ha aggiunto: “In qualsiasi altra circostanza, non sono sicuro [che] otterrebbero anche il nulla osta di sicurezza. I loro passati sarebbero sufficienti per far suonare le campane d’allarme”.
Una settimana dopo, con le elezioni a meno di tre settimane di distanza, Richard Dearlove fece un altro intervento sul Daily Mail . L’articolo era intitolato “Jeremy Corbyn è un pericolo per la sicurezza nazionale, non è adatto a diventare Primo Ministro, avverte l’ex capo dell’MI6”. L’ex spia ha avvertito il pubblico britannico: “Non pensare nemmeno di correre il rischio di consegnare a questo politico le chiavi del n. 10”. Questa dichiarazione ha segnato l’agenda delle notizie nei giorni successivi.
Tre giorni dopo, il 26 novembre, il Daily Telegraph ha pubblicato un altro servizio “esclusivo” affermando che “Israele potrebbe interrompere la sua cooperazione di intelligence con il Regno Unito se Jeremy Corbyn diventerà primo ministro e si impegnerà a imporre un embargo sulle armi a Israele”.
L’articolo, basato su un’intervista con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, conteneva anche un’intervista con un ex ufficiale dell’MI6 che affermava che un premierato di Corbyn “avrebbe probabilmente visto i rapporti di intelligence tra la Gran Bretagna e Israele ‘bloccati’ per la durata della sua carica”. Il Telegraph ha quindi ribadito la minaccia rappresentata dal primo ministro Corbyn rilevando che “un suggerimento del [servizio di intelligence israeliano] Mossad ha portato la polizia britannica in una casa nel nord-ovest di Londra nel 2015 dove agenti collegati a Hezbollah hanno ritrovato tonnellate di materiale esplosivo”.
A metà novembre, il giornalista del Daily Telegraph Con Coughlin aveva scritto un’articolo intitolato “Corbyn come primo ministro metterebbe a rischio la sicurezza nazionale britannica” in cui sosteneva che “un governo Corbyn avrebbe conseguenze disastrose per la capacità della Gran Bretagna di difendersi”. Due settimane dopo, il 29 novembre, gli fu assegnato uno scoop – intitolato “SAS (Special Air Service è il principale corpo speciale dellʼEsercito Britannico) potrebbe perdere la base di addestramento nel Brunei se Corbyn diventasse primo ministro secondo importanti addetti ai lavori presso il Ministero della Difesa […] Perdere la nostra base in Brunei rappresenterebbe una battuta d’arresto significativa per l’esercito”.
Il 1° dicembre 2019, meno di due settimane prima delle elezioni, il Times ha lanciato un altro avvertimento, questa volta proveniente dagli ex comandanti militari, con il titolo “Jeremy Corbyn distruggerà le forze armate” . Cinque eminenti comandanti militari hanno avvertito in una dichiarazione rilasciata al giornale che Jeremy Corbyn è “pericoloso per la sicurezza nazionale” e che “è stato un amico dei nemici del nostro paese: che si tratti di Hamas o dell’IRA”.
Tra i firmatari c’era il tenente generale Jonathon Riley, che era vice comandante della forza di sicurezza internazionale in Afghanistan; Il maggiore generale Tim Cross, comandante delle truppe britanniche in Iraq; Il maggiore generale Julian Thompson, che guidò le forze di terra britanniche nelle Falkland; Il contrammiraglio Roger Lane-Nott, che guidò le forze navali britanniche durante le ultime fasi della guerra del Golfo; e, il colonnello Richard Kemp, un comandante di 300 truppe britanniche in Afghanistan, che aveva anche lavorato per il comitato congiunto di intelligence.
Le elezioni generali del Regno Unito si svolgeranno il 12 dicembre 2019.
Fonte
Le storie – che citano ex o attuali membri dell’esercito, della marina e delle forze speciali, così come l’MI5, l’MI6 e un ex-alto funzionario – hanno avuto una media di pubblicazione ogni sei settimane da quando Jeremy Corbyn venne eletto leader del Partito Laburista nel settembre 2015. Tuttavia, ci sono stati picchi significativi di frequenza durante le campagne elettorali generali del 2017 e del 2019.
Ci sono molti indizi che per alcune storie, i funzionari dell’intelligence abbiano fornito loro stessi documenti segreti ai giornalisti come parte di quella che sembra essere una campagna. Ogni storia è stata raccolta attraverso la stampa nazionale, spesso fissando l’agenda delle notizie e facendo eco alle dichiarazioni dei ministri del governo conservatore. Quasi ogni storia è comparso in quattro testate: Il Daily Telegraph, The Times, il Daily Mail e The Sun.
La nostra ricerca ha anche trovato 440 articoli sulla stampa britannica da settembre 2015 che menzionano specificamente Corbyn come una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
I servizi di intelligence e le forze armate dovrebbero attenersi al “principio costituzionale” del non coinvolgimento negli affari politici. Ma i numerosi casi in cui sono state fornite informazioni ai funzionari della sicurezza nazionale contro Corbyn nei media sollevano dubbi sul rispetto di questo principio.
Corbyn diventa leader laburista
Una settimana dopo che Jeremy Corbyn venne eletto leader laburista, il Sunday Times riportava una storia in cui si citava un “generale in servizio” che avvertiva che le forze armate avrebbero preso “azioni dirette” per fermare un governo Corbyn. Il generale aggiunse “Ci sarebbero dimissioni di massa a tutti i livelli e la prospettiva molto reale di un evento che sarebbe effettivamente un ammutinamento”.
La storia del Times citava anche una “fonte di intelligence senior” senza nome che diceva che i servizi di sicurezza avrebbero rifiutato di far vedere a Corbyn informazioni sulle operazioni in diretta a causa della “sua simpatia per alcuni terroristi”.
Il documento ha poi riferito di “un dossier trasmesso al Sunday Times”, in cui si afferma che Corbyn ha votato contro 13 progetti di legge antiterrorismo poiché il Prevention of Terrorism Act del 1984 ha reso illegale sostenere l’IRA, il gruppo terroristico repubblicano nell’Irlanda del Nord. Non è stato menzionato chi ha passato questo dossier al Times.
Lo stesso articolo citava anche l’ex comandante della marina britannica, Lord West di Spithead, dicendo che avrebbe potuto dimettersi dal partito se Corbyn non fosse stato abbastanza determinato nelle politiche della difesa. “Dovrò aspettare e vedere quali sono le politiche di difesa di Labour”, disse.
L’ex capo dell’MI6 Sir John Scarlett si è unito al consiglio di amministrazione del quotidiano The Times nel dicembre 2010, l’anno dopo aver lasciato la sua posizione di capo del servizio segreto. Corbyn guidò personalmente la campagna parlamentare nel 2004 per bloccare la nomina di Scarlett a capo dell’MI6 a causa dei suoi legami con il “dossier malvagio” che è stato usato da Tony Blair per spingere per la guerra in Iraq.
L’attenzione dei militari nei confronti di Jeremy Corbyn è continuata poco più di un mese dopo con l’articolo del Times, quando il generale Sir Nicholas Houghton, allora capo dello staff della difesa, dichiarò al giornalista della BBC Andrew Marr Show che l’intenzione di Corbyn di non usare mai armi nucleari “mina la credibilità del deterrente”.
Nel giro di una settimana, il Daily Telegraph ha realizzato e pubblicato una storia costruita attorno alla testimonianza di “ex capi militari” intitolata “Jeremy Corbyn condannato dai capi militari e dai propri parlamentari laburisti per caos della politica di difesa”. Lord Richards di Herstmonceux, ex capo dello staff di difesa del Regno Unito, ha dichiarato al giornale: “Jeremy Corbyn ... ha dimostrato perché non ci si dovrebbe fidare di lui in ordine ad una sua responsabilità ultima del governo – quella della difesa e della sicurezza della nazione”.
Mentre era in carica, Lord Richards è stato uno dei principali responsabili del “programma segreto di guerra cibernetica” del Ministero della Difesa, esaurito il MOD Corsham nel Wiltshire, che include la “propaganda online”. L‘ex ammiraglio che aveva rilasciato un’intervista al The Times nel 2015, dichiarò che Corbyn rischiava di alienarsi le forze armate. In proposito disse: “[Corbyn] fa pensare al dito medio alle forze armate... Questo ragazzo ci sta sostenendo o no?”.
Il 20 maggio 2017, poco più di due settimane prima delle elezioni, il Daily Telegraph è stato alimentato con un’altra storia, questa volta dalle agenzie di intelligence. Il quotidiano riportò la notizia che “l’MI5 (Military Intelligence Sezione 5 è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito) aveva aperto un file su Jeremy Corbyn a causa delle preoccupazioni per i suoi collegamenti con l’IRA”.
Si trattava di un’indagine del Telegraph che pretendeva di rivelare “i pieni legami di Corbyn con l’IRA”. Quella storia era stata acquisita da un individuo “vicino” all’indagine dell’MI5 che affermava che “un file gli era stato aperto nei primi anni '90”. Si diceva che anche la filiale speciale della polizia metropolitana stesse monitorando Corbyn nello stesso periodo.
Queste storie sono state usate dal governo conservatore per far ritenere Corbyn una “minaccia” per la sicurezza nazionale del Regno Unito e sarebbero diventate una delle principali linee di attacco del governo nella campagna elettorale del 2017. Ad esempio, una settimana dopo il servizio “esclusivo” del Telegraph, a fine maggio 2017, la Press Association riferì: “I Tories prendono di mira le questioni di sicurezza relative a Jeremy Corbyn mentre i sondaggi suggeriscono l’avanzamento del Labour”.
Quindi alla vigilia delle elezioni generali, l’ex capo dell’MI6, Sir Richard Dearlove, dettò la strategia conservatrice mentre il Daily Telegraph pubblicava un suo articolo sotto il titolo: “Jeremy Corbyn è un pericolo per questa nazione. All’MI6, che ho guidato una volta, Corbyn eliminerebbe il controllo di sicurezza”.
I risultati migliori del previsto di Corbyn nelle elezioni generali del 2017 hanno portato a un aumento significativo del numero di interventi sui media da parte del personale militare e dell’intelligence attivo e in pensione. I documenti di destra iniziarono a sostenere che gli archivi dell’intelligence negli ex paesi del blocco orientale contenevano file incriminanti sul presunto tradimento di Corbyn.
Il 1° ottobre 2017, The Sun affermò che Corbyn aveva precedenti connessioni con la famigerata polizia segreta della Germania orientale, la Stasi. Ha riferito che un “file Stasi sul leader laburista che potrebbe renderlo vulnerabile al ricatto viene tenuto segreto”. E aggiunse: “I documenti segreti sono stati passati a The Sun e mostrano che Corbyn è collegato ai soci e ai gruppi del Partito laburista alleati delle spie della Stasi”. Il documento non diceva, tuttavia, né dove né come avesse ottenuto queste informazioni.
Due settimane dopo, Lord Richard Dannatt, ex capo dell’esercito, disse a LBC che Corbyn aveva un “passato negativo” sulla sicurezza nazionale.
Quello stesso mese, mentre Corbyn stava godendo di un rialzo di popolarità, Stella Rimington, che gestiva l’MI5 tra il 1992 e il 1996, disse che alcune persone che l’agenzia aveva spiato in passato erano ora coinvolte in Momentum, un movimento popolare pro-Corbyn. “Ora vedo in Momentum alcune delle persone che stavamo guardando nelle organizzazioni trotskite negli anni ’80 [...] Ora sono cresciuti e stanno dando consigli al nostro aspirante primo ministro, Corbyn, su come prepararsi al potere. È una svolta ironica degli eventi”.
Qualche mese dopo, nel febbraio 2018, The Sun pubblicò un’esclusiva – intitolata “Corbyn and the Commie Spy” – che affermava che “Jeremy Corbyn incontrò una spia comunista durante la guerra fredda ed informò il malvagio regime della repressione da parte dell’intelligence britannica”. Si diceva che Corbyn avesse il suo nome in codice dell’intelligence ceca – COB – e “presumibilmente è stato inserito in un elenco di agenti e fonti della squadra di sicurezza dello stato cecoslovacco”. Si dice che la rivelazione provenisse da “file segreti ottenuti da The Sun”, ma il documento non indicava come li ottenesse o da chi.
Una settimana dopo, Richard Dearlove – che parla correntemente il ceco e ha prestato servizio nel MI6 – scrisse un altro articolo per il The Daily Telegraph sull’argomento delle accuse ceche, intitolato “Prendilo da un’ex spia: le accuse contro Jeremy Corbyn dovrebbero essere prese molto sul serio”.
Sempre a febbraio, il blog di destra Guido Fawkes ha ripetuto l’affermazione secondo cui la Stasi della Germania dell’Est deteneva un fascicolo su Corbyn. La storia è stata ampiamente ripresa dalla stampa britannica, ma questa volta il commissario federale tedesco per la Stasi Records ha emesso una confutazione ufficiale, smentendo totalmente il fake su Corbyn.
Più tardi, nel settembre 2018, due fonti governative anonime di alto livello riferirono al Sunday Times che “Corbyn era stato convocato per questioni di terrorismo” dal capo del MI5 Andrew Parker. L’MI5 è stato probabilmente coinvolto nella fuga di notizie poiché l’articolo ha rivelato ciò su cui il capo dell’agenzia voleva informare Corbyn. I giornalisti hanno anche basato la storia su una “fonte di sicurezza” che “ha riconosciuto che alcune delle dichiarazioni pubbliche del leader laburista sul terrorismo avevano turbato i servizi di sicurezza”.
Due settimane dopo, il Daily Mail ha pubblicato un servizio “esclusivo” basato su fonti e documenti ottenuti dall’intelligence ucraina secondo il quale “…al più influente consigliere della Camera dei Comuni di Jeremy Corbyn è stato vietato l’ingresso in Ucraina perché è una minaccia alla sicurezza nazionale” . L’articolo riguardava anche Andrew Murray, che aveva lavorato nell’ufficio di Corbyn per un anno ma non aveva ancora ricevuto un pass di sicurezza per entrare nel parlamento del Regno Unito. Il Mail ha anche riferito, sulla base di ciò che chiamava “una fonte parlamentare senior”, che l’applicazione di Murray aveva riscontrato “problemi di verifica”.
È noto che le agenzie di intelligence usano “ritagli” come una “fonte parlamentare” o un “funzionario di Whitehall” per ottenere informazioni nei media. Murray in seguito ha dedotto che i servizi di sicurezza avevano fatto trapelare la storia tramite il servizio postale. “Chiamami scettico se devi, ma non vedo un’impresa giornalistica dietro l’improvvisa capacità della Posta di prendere in giro informazioni oscure dal [servizio di sicurezza ucraino]” scrisse Murray sul New Statesman.
Una settimana dopo la pubblicazione della storia del Mail, il Daily Telegraph pubblicò un articolo intitolato “Jeremy Corbyn sarebbe un problema per la sicurezza, afferma lo storico dell’MI5”. Questa è stata un’intervista esclusiva con il professor Christopher Andrew, un accademico di Cambridge che è stato nominato dall’MI5 come suo storico ufficiale nel 2002 e ha “accesso praticamente illimitato” agli archivi del servizio di sicurezza. Gli fu chiesto se pensava che l’MI5 e l’MI6 sarebbero stati riluttanti a riferire al primo ministro Corbyn tutto ciò che avrebbe dovuto sapere. “Una domanda è: fino a che punto Corbyn vorrebbe essere informato?”, ha risposto Andrew. “Non sembra un argomento che attiri la sua attenzione. Ci sono alcune persone nel gabinetto ombra che hanno chiesto la chiusura dell’MI5”.
Nel novembre 2018, il Daily Telegraph ha “nuovamente” appreso da una fonte non specificata che Corbyn aveva “recentemente incontrato” Alex Younger, capo dell’MI6, durante il quale cercò di chiarire “l’importanza del lavoro dell’agenzia e la gravità delle minacce che la Gran Bretagna deve affrontare ”. Corbyn era stato accusato di nuovo di essere un ingenuo davanti alle minacce che incombono sul Regno Unito. Era probabile che l’MI6 fosse coinvolto nella fuga di notizie mentre un “funzionario di Whitehall” divulgava “la sensazione” all’interno dell’agenzia “che era giunto il momento per Corbyn di conoscere il funzionamento dell’istituto di intelligence”.
Anche quelli intorno a Corbyn sono stati oggetto di articoli, in particolare il suo direttore delle comunicazioni Seumas Milne, un ex giornalista del Guardian che era critico nei confronti dei servizi di sicurezza mentre era al giornale. Il 23 febbraio 2019, il Daily Mail ha pubblicato “ indagini” in Milne, affermando di rivelare “sorprendenti nuove prove di legami di lunga data tra Jeremy Corbyn e il suo più vicino consigliere e gruppi terroristici del Medio Oriente, insieme ad una difesa senza peli sulla lingua degli interessi russi risalenti decenni”. Il dossier di prove includeva i dettagli di una vacanza universitaria nel 1977.
L’ex capo dell’MI6 Richard Dearlove è stato intervistato dal Mail per questa storia ed ha dichiarato: “Chiunque con il suo tipo di esperienza non poteva essere lasciato vicino a informazioni classificate. Sarebbe fuori discussione. Sono abbastanza allarmato dalle passate associazioni di Corbyn, ma Milne lo ha messo oltre il limite. Ciò significa che Corbyn non potrebbe prendere le decisioni e le decisioni che un PM deve prendere se non smette di consultarlo”.
Pochi mesi dopo, a luglio 2019, un altro ex capo dell’MI6, Sir John Sawers, ha criticato Corbyn, dicendo alla BBC che il leader laburista “non aveva i requisiti e a cui siamo abituati nella nostra massima leadership”.
La Gran Bretagna torna alle urne
L’annuncio di un’elezione il 28 ottobre 2019 ha spinto almeno 13 nuove storie da parte dei servizi di sicurezza e di individui legati al servizio militare che hanno minato il leader laburista.
Il 6 novembre, The Times ha pubblicato una serie di storie provenienti da personale militare e dell’intelligence. Uno era intitolato “I servizi di sicurezza temono che Corbyn siluri Trident” e affermava che “le figure di spicco dell’esercito sono preoccupate che se arriva al numero 10 scriverà memo insistendo sul fatto che i missili non dovrebbero mai essere lanciati”. Lord West ha nuovamente dichiarato al giornale che Corbyn ha posto la Gran Bretagna in una “posizione straordinaria e pericolosa”, aggiungendo: “Non capisce cosa significhi deterrenza”.
Ha inoltre osservato che l’MI5 e l’MI6 avevano “serie preoccupazioni sul fatto che l’intelligence si sarebbe prosciugata sotto una premiership di Corbyn, rendendo il paese più vulnerabile”. Una preoccupazione condivisa nelle intelligence dell’alleanza “Cinque Eyes” che comprende gli Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda.
La seconda storia è iniziata in un modo simile: “I servizi di intelligence ... temono che la sicurezza nazionale sarebbe messo seriamente a rischio se Jeremy Corbyn divenisse primo ministro”. Al Times è stato scritto, citando un ex funzionario in un dipartimento governativo che si diceva avesse “stretti legami con i servizi di intelligence” che ... “se Corbyn vincesse le elezioni avrebbe un effetto agghiacciante. Ciò ci metterebbe a rischio maggiore”.
Tre giorni dopo, con la campagna elettorale in pieno svolgimento, è apparsa un’altra “esclusiva” basata su materiale presumibilmente trovato negli archivi di sicurezza dello stato ceco. Questa volta era il Daily Mail che apparentemente aveva inviato un giornalista di lingua ceca nel paese per una storia elettorale nel Regno Unito. L’articolo era intitolato “Rivelazione: il principale aiutante di Corbyn tenne quattro incontri con la spia ceca negli anni ’80 ed era un amico dell’ambasciata sovietica e un nemico degli Stati Uniti”.
Le accuse riguardavano di nuovo il consigliere di Corbyn Andrew Murray, che era stato accusato di aver incontrato un agente ceco negli anni ’80, simile all’accusa che era stata presentata da The Sun l’anno scorso nei confronti di Corbyn.
Due giorni dopo, l’11 novembre, il Daily Mail ha pubblicato altre preoccupazioni dell’ex capo della marina Lord West in un articolo intitolato “Mi fa male dirlo, ma non possiamo affidare la difesa della nostra nazione a Jeremy Corbyn”.
Quindi, il 16 novembre, il segretario di casa Priti Patel si è unito al coro, avvertendo del rischio per la sicurezza nazionale se i laburisti formassero il prossimo governo. Il ministro, facendo eco ai servizi segreti e militari negli ultimi quattro anni, ha detto The Sun: “Il solo pensiero di Jeremy Corbyn e del segretario ombra ombra Diane Abbott responsabili della nostra sicurezza nazionale mi fa stare male. Si sono schierati e hanno difeso alcuni degli individui e dei gruppi terroristici più spaventosi”. Ed ha aggiunto: “In qualsiasi altra circostanza, non sono sicuro [che] otterrebbero anche il nulla osta di sicurezza. I loro passati sarebbero sufficienti per far suonare le campane d’allarme”.
Una settimana dopo, con le elezioni a meno di tre settimane di distanza, Richard Dearlove fece un altro intervento sul Daily Mail . L’articolo era intitolato “Jeremy Corbyn è un pericolo per la sicurezza nazionale, non è adatto a diventare Primo Ministro, avverte l’ex capo dell’MI6”. L’ex spia ha avvertito il pubblico britannico: “Non pensare nemmeno di correre il rischio di consegnare a questo politico le chiavi del n. 10”. Questa dichiarazione ha segnato l’agenda delle notizie nei giorni successivi.
Tre giorni dopo, il 26 novembre, il Daily Telegraph ha pubblicato un altro servizio “esclusivo” affermando che “Israele potrebbe interrompere la sua cooperazione di intelligence con il Regno Unito se Jeremy Corbyn diventerà primo ministro e si impegnerà a imporre un embargo sulle armi a Israele”.
L’articolo, basato su un’intervista con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, conteneva anche un’intervista con un ex ufficiale dell’MI6 che affermava che un premierato di Corbyn “avrebbe probabilmente visto i rapporti di intelligence tra la Gran Bretagna e Israele ‘bloccati’ per la durata della sua carica”. Il Telegraph ha quindi ribadito la minaccia rappresentata dal primo ministro Corbyn rilevando che “un suggerimento del [servizio di intelligence israeliano] Mossad ha portato la polizia britannica in una casa nel nord-ovest di Londra nel 2015 dove agenti collegati a Hezbollah hanno ritrovato tonnellate di materiale esplosivo”.
A metà novembre, il giornalista del Daily Telegraph Con Coughlin aveva scritto un’articolo intitolato “Corbyn come primo ministro metterebbe a rischio la sicurezza nazionale britannica” in cui sosteneva che “un governo Corbyn avrebbe conseguenze disastrose per la capacità della Gran Bretagna di difendersi”. Due settimane dopo, il 29 novembre, gli fu assegnato uno scoop – intitolato “SAS (Special Air Service è il principale corpo speciale dellʼEsercito Britannico) potrebbe perdere la base di addestramento nel Brunei se Corbyn diventasse primo ministro secondo importanti addetti ai lavori presso il Ministero della Difesa […] Perdere la nostra base in Brunei rappresenterebbe una battuta d’arresto significativa per l’esercito”.
Il 1° dicembre 2019, meno di due settimane prima delle elezioni, il Times ha lanciato un altro avvertimento, questa volta proveniente dagli ex comandanti militari, con il titolo “Jeremy Corbyn distruggerà le forze armate” . Cinque eminenti comandanti militari hanno avvertito in una dichiarazione rilasciata al giornale che Jeremy Corbyn è “pericoloso per la sicurezza nazionale” e che “è stato un amico dei nemici del nostro paese: che si tratti di Hamas o dell’IRA”.
Tra i firmatari c’era il tenente generale Jonathon Riley, che era vice comandante della forza di sicurezza internazionale in Afghanistan; Il maggiore generale Tim Cross, comandante delle truppe britanniche in Iraq; Il maggiore generale Julian Thompson, che guidò le forze di terra britanniche nelle Falkland; Il contrammiraglio Roger Lane-Nott, che guidò le forze navali britanniche durante le ultime fasi della guerra del Golfo; e, il colonnello Richard Kemp, un comandante di 300 truppe britanniche in Afghanistan, che aveva anche lavorato per il comitato congiunto di intelligence.
Le elezioni generali del Regno Unito si svolgeranno il 12 dicembre 2019.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)

