Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/01/2026

I diffamatori denunciano per diffamazione!

Nella scia del crescente clima repressivo che si respira nel paese, quattro nostri militanti, tra cui Giorgio Cremaschi e Bianca Tedone del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, sono stati raggiunti dall’accusa di diffamazione per il presidio dello scorso 10 luglio sotto la sede della redazione de “Il Giornale” e “Libero”.

In quell’occasione, noi di Potere al Popolo, assieme agli studenti di Cambiare Rotta, denunciavamo il ruolo di criminalizzazione che i ripetuti articoli e le pseudo-inchieste dei suddetti giornali stavano svolgendo, associando le nostre iniziative a sostegno del popolo palestinese e le iniziative di lotta da parte di studenti e lavoratori a strategie sovversive, evocando il clima degli “anni di piombo”. Al patròn Angelucci poi non è piaciuto che venissero ricordati i suoi affari nel business della sanità privata, che, come tutti sanno, lucra sulla salute dei cittadini.

Un tentativo grottesco, ridicolo e provocatorio che avevamo ignorato fino alla scoperta di un poliziotto infiltrato tra le nostre fila a Napoli e, pochi mesi dopo, di altri quattro agenti tra Milano, Bologna e Roma. Operazione sulla quale ancora non è stata fatta chiarezza.

Emergeva così in quei giorni un inquietante quadro in cui le campagne portate avanti da quei giornali filogovernativi preparavano strumentalmente il terreno alla repressione del governo, accanendosi contro di noi tramite articoli diffamatori e finalizzati alla criminalizzazione delle nostre organizzazioni politiche.

Quello che è successo in autunno ha materializzato la loro paura, all’origine della meschina campagna messa in atto: milioni di persone sono scese in piazza, in maniera pacifica ma determinata, contro la complicità del Governo Meloni con il genocidio a Gaza, ma anche per dire basta alla corsa al riarmo e alla guerra a scapito di salari e diritti.

Il messaggio è chiaro: oltre alla contrapposizione reazionaria alle manifestazioni popolari e di massa contro quanto accade in Palestina, al ritorno sulla scena dei lavoratori e dello strumento dello sciopero, occorre evitare che prenda piede una opposizione indipendente, coerente, a tutto tondo e fuori dal teatro del bipolarismo a questa classe politica e affaristica indecente.

Lo stesso schema, che sta già mostrando diverse crepe per la sua inconsistenza, è stato utilizzato più recentemente anche ai danni delle associazioni di beneficenza palestinesi, ora accusate di terrorismo dopo una violentissima campagna diffamatoria da quegli stessi giornali, così come contro chi ha scioperato in questi mesi e che si cerca di spaventare con sanzioni di ogni tipo.

Non cediamo ad alcuna intimidazione e rigettiamo il vittimismo delle redazioni de “Il Giornale” e “Libero” che ora pensano con le querele di poter ribaltare la realtà. Ribadiamo che la loro non è “informazione” ma era, ed è, un ruolo attivo volto a colpire il dissenso sociale e politico nel paese.

Rivendichiamo la nostra totale solidarietà alla causa del popolo palestinese e contro il genocidio portato avanti dai sionisti con la complicità delle classi dirigenti occidentali.

Saremo sempre a fianco di studenti e lavoratori in lotta per rivendicare i propri diritti e contro l’economia e la società di guerra che ci vogliono imporre.

Fonte

28/02/2024

La campagna de “Il Giornale” contro la sinistra scrive quello che pensano al Viminale?

È ormai da almeno una settimana che uno dei giornali più trash della destra – Il Giornale – dedica ripetutamente articoli contro gli studenti di Cambiare Rotta e Osa e contro organizzazioni politiche come Potere al Popolo e Rete dei Comunisti.

A parte le “eccedenze” e le “fantasie” (per usare un eufemismo) alle quali Il Giornale ci ha abituato da decenni, si ha l’impressione che il principale quotidiano della destra scriva quello che al Viminale o nei Servizi di Sicurezza circoli come “chiave di lettura” sulle organizzazioni dell’opposizione politica e sociale in Italia.

Ultimo in ordine di tempo è un articolo del 26 febbraio relativo alle ripercussioni delle cariche della polizia contro gli studenti a Pisa, in cui indaga quelli che definisce “I tam tam dell’odio sul web”, individuandone gli ispiratori politici in Potere al Popolo e in altre realtà politiche.

Secondo Il Giornale “Il tam tam si muove a diversi livelli e «Potere al popolo» può essere considerato il «maestro» degli studenti comunisti di «Osa» e di «Cambiare rotta», che erano lì in prima fila a Pisa a spintonare gli agenti. Ma che sono presenti un po’ ovunque ci sia una manifestazione che, non per caso, finisce con degli scontri.
Mentre la prima è una organizzazione politica adulta, le altre due sono formate da studenti (anche se fuori corso) universitari con infiltrazioni anche nei licei di tutta Italia. E come se fossero vasi comunicanti, i messaggi che vengono mandati sono sempre molto simili ma raggiungono un pubblico molto diverso.
Nel caso di «Osa» e «Cambiare rotta» è composto soprattutto da giovanissimi, come quelli che si stanno organizzando per occupare un liceo per due giorni, perché «un punto molto importante e più attuale di tutti è lo stop ai manganelli dopo Pisa e Firenze. Su quello possiamo fare moltissima leva e giustifica l’occupazione anche ai più ciechi”.

Il Giornale se la prende poi con “il sedicente «Osservatorio repressione», faro per i centri sociali e gli anarchici italiani, che invoca l’abolizione delle forze dell’ordine, cerca ragionamenti per «andare oltre la semplice critica della polizia per porvi finalmente fine».

E si arriva dalle parti di «Potere al popolo», che crea una connessione tra le istituzioni e la polizia, lasciando intendere che sugli scontri di Pisa ci sia stata la mano lunga dei «piani alti» che ha ordinato quella che definiscono “repressione”.

In un altro articolo del 24 febbraio Il Giornale fa le pulci ai video delle cariche a Pisa, anche qui per indicare e criminalizzare Cambiare Rotta e per dare spazio alle dichiarazioni di un poliziotto-sindacalista che sembrano quelle del dirigente di polizia interpretato da Gian Maria Volontè nel film “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”.

Il Giornale sulle cariche a Pisa scrive che: “Dalle immagini si vede una bandiera di Cambiare rotta, il collettivo comunista che da anni è presente in tutte le manifestazioni che terminano con uno scontro con la polizia. I video che rivelano un’altra verità dietro gli scontri sono stati ignorati dalla sinistra, che ora grida alla repressione.
“Basta con la solita strategia dei provocatori finti furbi che mandano al massacro gli studenti in prima linea come agnelli sacrificali utili in questo caso solo per fare notizia“, ha dichiarato Luca Pantanella, segretario generale provinciale torinese di FSP Polizia di Stato.
Questa, prosegue, è solo “la solita prassi che questi professionisti del disordine utilizzano anche a Torino per far apparire le forze dell’ordine capro espiatorio di tutto. La Polizia è il baluardo democratico contro l’anarchia”
.

In un precedente articolo del 20 febbraio Il Giornale si occupa invece delle università milanesi e delle iniziative di informazione sulla Palestina, ed appare particolarmente preoccupato della presentazione di un opuscolo di documentazione storica sulla questione palestinese.

“Mercoledì 21 febbraio, Cambiare rotta ha organizzato la presentazione del libro “La resistenza del popolo palestinese in una prospettiva storica”, un volume a cura della Rete dei Comunisti, con i quali il collettivo opera da tempo. L’evento si terrà all’interno degli spazi dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, in un’aula della stessa, con la presenza di Davide Bonfante, della Rete dei Comunisti.
Quello che verrà presentato, come spiega la stessa RdC in un comunicato diffuso in rete, non è tanto un libro ma è un dossier “rivolto in particolare a quelle nuove generazioni che stanno animando oggi le piazze e le iniziative a fianco della Resistenza palestinese”. Nient’altro che pura propaganda comunista, che vuole istruire in qualche modo sui precetti del “Lungo ‘68 italiano”.
Nel dossier, l’operazione “Diluvio” condotta da Hamas contro Israele il 7 ottobre, “ha reso evidente che non ci può essere la pace in Medio-Oriente senza il soddisfacimento delle storiche rivendicazioni palestinesi ed ha messo a nudo la natura dello Stato sionista”
.

Lo stile della narrazione degli articoli de Il Giornale e le chiavi di lettura che avanza, a ben guardare sembrano decisamente ispirate dalle veline dei Servizi di Sicurezza più che al lavoro giornalistico. Anzi danno l’idea di una simbiosi.

Secondo il modello Claire Sterling (1), magari la prossima relazione dei servizi di Sicurezza al Parlamento utilizzerà tra le fonti proprio gli articoli de Il Giornale, a loro volta ispirati dai Servizi per criminalizzare organizzazioni politiche e sociali della sinistra alternativa.

Se la suonano e se la cantano, insomma...

Note

(1) Claire Sterling, durante la Guerra Fredda, era una giornalista statunitense legata alla Cia per la quale scriveva articoli di larga diffusione riprendendone le informazioni riservate. A loro volta i rapporti della Cia al Congresso o alle Commissioni del Congresso USA usavano come fonti proprio gli articoli di Claire Sterling.

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02/06/2021

Il “caso Sullam” è un falso. Chi sono i mandanti politici?

L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici esprime la massima solidarietà a Simon Levis Sullam.

Il docente veneziano è vittima di un preciso disegno politico.

Questi i fatti. Almeno dal giorno 26 maggio 2021, su diversi social media è ricorrente un meme (in effetti rappresentato da una semplice foto), che ritrae, nella vetrina di una imprecisata libreria, alcuni libri dell’on. Giorgia Meloni a copertina capovolta.

Il giorno 28 maggio, il Prof. Sullam si limita a ‘condividere’ un ‘post’ già molte volte inoltrato, di altro autore (che a sua volta non aveva certamente scattato la fotografia). Accompagna poi la condivisione con un messaggio: «Nelle librerie Feltrinelli può capitare».

Ebbene, tra le migliaia di persone, che hanno condiviso l’immagine, il quotidiano Il Giornale seleziona proprio il Prof. Sullam, attribuendogli la regia dell’operazione mediatica, scrivendo: «Il professore si trovava all’interno di una libreria Feltrinelli quando ha deciso di farsi un selfie con la nuova pubblicazione della leader di Fratelli d’Italia, simbolicamente rovesciata con lo scopo di inneggiare a Piazzale Loreto» (articolo Il docente odiatore appende la Meloni a testa in giù, da Il Giornale del 29 Maggio 2021, a firma di Chiara Giannini).

Viene da chiedersi per quale ragione il suddetto quotidiano abbia scelto proprio il Prof. Sullam per attribuirgli la regia, e soprattutto: perché lui anziché, eventualmente, l’autrice o autore originario del post?

La risposta emerge poco più avanti, proseguendo nella lettura del testo del vergognoso articolo sopra richiamato: «Sullam è invece un giovane ricercatore a tempo determinato, si legge sul suo curriculum, in Storia contemporanea al Dipartimento di Studi umanistici, nonché un facoltoso appartenente alla borghesia ebraica veneziana. Sul suo profilo Facebook pubblica saggi contro la persecuzione ebraica, ricordi della Shoah, mette post sul salvataggio dei migranti da parte delle Ong e poi scivola su una buccia di banana mostrandosi atroce nei confronti di chi ha un pensiero diverso dal suo».

Quindi, finalmente l’articolo fa chiarezza sulle ragioni del comportamento del Prof. Sullam. Costui attacca Giorgia Meloni e le vuole fare del male, perché è un “facoltoso borghese ebreo” condizione aggravata dall’essere pure solidale con il salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, un condensato di elementi invisi alla destra fascista. Evidente la sottotraccia: i nemici sono sempre gli stessi, tramano, nell’ombra.

E, ovviamente, si chiede la rimozione dall’Università del Professore.

Il successivo articolo del 29 maggio 2021 pubblica la gigantografia del volto del Prof. Sullam, dipinto, lui, come “odiatore” («L’incredibile difesa del prof anti-Meloni: “A testa in giù? Aggredito…”», a firma di Gabriele Laganà, Il Giornale del 29 Maggio 2021).

A fronte di questo, il vero caso non è relativo alla (discutibile finché si vuole) forma di ironia, dell’ignoto autore del meme, ma alla ragione per cui è stato preso di mira il Prof. Simon Levis Sullam.

Su questo devono arrivare risposte: dai mass media interessati, ma anche da forze politiche che si candidano a governare il Paese, che hanno rilanciato e amplificato sui social media l’articolo suddetto e la gigantografia del volto del Prof. Sullam.

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28/05/2020

Già iniziata la campagna di delegittimazione dell’ISS

L’attacco di Libero nei confronti dell’Istituto Superiore di Sanità (e Il Giornale gli è andato subito dietro, ndr) è una dimostrazione del livello di barbarie che caratterizza lo scontro politico di questi tempi.

Oltre ad essere del tutto infondato, l’articolo che accusa di assenteismo i lavoratori dell’ISS è palesemente strumentale allo scontro che si sta realizzando intorno alla gestione dell’epidemia nella regione Lombardia.

Non a caso si tira dentro l’Istituto Superiore di Sanità che ha avuto il merito di indicare la strada giusta per contenere l’epidemia e consentire oggi al Paese di respirare e guardare con cauto ottimismo al domani.

Forse il quotidiano Libero sta dalla parte di coloro che durante l’epidemia minimizzavano gli effetti del Covid-19 (è come l’influenza), criticavano la politica del lockdown reclamando aperture, teorizzavano la scelta dell’immunità di gregge.

Oggi difendono il sistema sanitario regionalizzato che è stata una delle cause di maggiore difficoltà, soprattutto inizialmente, nel contrasto all’epidemia. Ed in particolare la sanità lombarda che si è mostrata del tutto inadeguata a fronteggiare l’emergenza perché vittima negli anni di tagli e privatizzazioni e solo grazie alla grandissima professionalità dei medici, degli infermieri e degli operatori sanitari è riuscita a limitare la catastrofe.

L’ISS ha praticato quello che ha chiesto al resto del Paese, ha semplicemente applicato le giuste misure di contenimento previste dai provvedimenti del Governo, mantenendo un’operatività contro l’epidemia h24 sette giorni su sette, mettendo al servizio del Paese le sue competenze e la professionalità ed il senso del sacrificio dei suoi dipendenti.

Come USB ci siamo sempre battuti per un Servizio Sanitario Nazionale centralizzato universalistico e solidale, i fatti dimostrano che avevamo ragione. Mai come oggi forse si comprende meglio l’importanza della Ricerca Pubblica e il suo rapporto con la committenza sociale che USB ha sempre rivendicato a fronte di una ricerca privata che anche su questa pandemia lavora esclusivamente per il profitto.

Riteniamo come lavoratori dell’ISS di aver contribuito a limitare i danni che avrebbe potuto causare la pandemia calata su un Paese il cui Servizio Sanitario Nazionale è stato ridotto ai minimi termini dalle politiche neo liberiste cui nessun governo si è sottratto.

Chissà se il quotidiano Libero può dire altrettanto.

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31/08/2018

Come si manipolo l’informazione: Il Giornale e Salvini


A volte prende la disperazione, più spesso la rabbia... La notizia dell'”immigrato rimesso in libertà perché spacciare è la sua unica fonte di sostentamento” – secondo un giudice ovviamente “buonista e di sinistra” – attraversa il paese come una frustata. Ma è tutto falso. Solo che a sostenerla è Il Giornale, fogliaccio edito da Berlusconi, e ripreso a tutto twitter dal ministro dell’Interno. Quindi diventa “verità” perché è un organo centrale dello Stato a dichiararla tale...

La ricostruzione e la smentita sembra una fatica di Sisifo, ma qualcuno deve pur farla... In questo caso ci pensa Marco Fanti, su Facebook, che merita i ringraziamenti di tutti.

*****

Mi rendo conto che sia perfettamente inutile cercare di spiegare che il ministro dell’Interno (e prima di lui il Giornale) non ha capito nulla dell’ordinanza dei giudici di Milano e ha scritto una sciocchezza per stuzzicare il proprio elettorato contro la magistratura e gli immigrati, ma ci proverò lo stesso.

Innanzitutto i fatti: un cittadino straniero è stato trovato con 5 pasticche di stupefacente in tasca ed accusato di detenzione ai fini di spaccio. Il Gip ne ha disposto la custodia cautelare in ragione dei precedenti al fine di impedire la reiterazione del reato.

Il tribunale del riesame, chiamato a giudicare sull’impugnazione del difensore, ha dapprima escluso che la detenzione dello stupefacente fosse ad uso personale affermando che “l’indagato non risulta avere altra fonte di sostentamento” (e quindi non ha fatto alcun “favoritismo” nei suoi confronti, al contrario lo ha sottoposto ad un giudizio peggiore di quello che avrebbe riservato ad un italiano con un lavoro o una famiglia che gli paga tutti i vizi, trovato con la stessa quantità di stupefacente), ma ha annullato la custodia cautelare in carcere perché ha ritenuto che, in ragione del modesto quantitativo di droga detenuto dall’indagato, dovesse applicarsi il quinto comma dell’art. 73 dpr 309/90 (punito fino a quattro anni di reclusione), anziché il primo, la cui pena edittale arriva fino ad un massimo di venti anni.

Poiché il codice di procedura penale impedisce di tenere in carcere prima della condanna gli indagati per reati puniti con pena inferiore a cinque anni nel massimo, il tribunale del riesame ha disposto la scarcerazione del cittadino straniero (imponendogli il divieto di dimora), esattamente come avviene ogni giorno per centinaia di italiani che si vengono a trovare nella identica situazione.

Naturalmente, all’esito del processo, se ritenuto colpevole, il cittadino straniero sconterà la sua pena ai termini di legge, come avviene per ogni altro condannato (e vi ricordo che le carceri sono piene, e non è vero che in carcere non va nessuno, specialmente gli stranieri).

Se pensate che non sia giusto e che la legge dovrebbe cambiare, ricordatevi che potrebbe toccare se non a voi, a vostro figlio o ad un vostro amico di finire in carcere, per lo stesso fatto o per qualsiasi altra bagattella, senza un processo e senza la possibilità di difendervi.

Continuate pure ad applaudire il vostro “capitano” che vi prende in giro distorcendo la realtà in questo modo imbarazzante, ma state attenti: i vostri sogni potrebbero realizzarsi e non vi salverà nemmeno il più bravo avvocato del mondo.

*****

Per chi volesse capire come si fa a manipolare “professionalmente” l'informazione consigliamo la visione di questa magistrale interpretazione regalata al mondo da Gian Maria Volontè in “Sbatti mostro in prima pagina“.

Detto da giornalisti: è proprio così.


Fonte

13/06/2016

La banalizzazione del male

Nel 1949 uno studioso francese diede alle stampe Les grandes ouvres politiques. De Machiavel à nos jours, un manuale che presentava 15 opere, la prima delle quali era Il Principe machiavelliano, l’ultima, Mein Kampf di Adolf Hitler. Una scelta singolare, che appariva ancora più bislacca, nel titolo della edizione italiana, Le grandi opere del pensiero politico.

Eppure quel libro, adottato in molti corsi universitari, fino a pochi anni or sono, anche per la sua relativa semplicità espositiva, ebbe enorme circolazione.

Certo, ancor prima di soffermarsi sul contenuto, era a dir poco discutibile che tra le «grandi opere», si inserisse un testo farraginoso, confuso, privo di qualsiasi coerenza espositiva, e anche di originalità.

L’autore, che lo vergò nella breve detenzione, dopo il fallito colpo di Monaco nel novembre ’23, non faceva che rimasticare teorie razziste diffuse in Europa dal tardo Ottocento, mescolandole a ricordi autobiografici, e a bizzarre «folgorazioni», come quella che nasceva dalla constatazione della ebraicità di Karl Marx, e dunque il bolscevismo marxista, era una sola cosa con l’ebraismo, colpendo l’uno si colpiva l’altro...

Un testo che, anche dopo che fu aggiustato a fini editoriali, appare di disarmante rozzezza, ma pieno di tossine velenose.

Un campionario di scemenze rivestite, talora, di «scienza», talaltra semplicemente condite in intingolo politico che raccoglie i risentimenti di classi medie e classi popolari frustrate, economicamente e psicologicamente, dalla sconfitta della Germania.

Il libro fu il vademecum nazista e fu imposto ovunque nel Terzo Reich, con milioni di copie diffuse, e spesso vendute, con relative royalties incassate dall’autore. Poi venne la damnatio del Secondo dopoguerra, anche se l’opera ha continuato a circolare un po’ ovunque, in circuiti semiclandestini o, in molti paesi, liberamente.

Della «Mia battaglia» (ecco il significato dello stentoreo titolo tedesco), sono in circolazione diverse edizioni italiane. Da poco, essendo scaduti i diritti (70 anni dalla morte dell’autore), detenuti dal Land della Baviera, è stato annunciato un ritorno del testo originale negli scaffali in Germania (dove era vietato), e anche altrove, grazie a un’edizione critica, che si annuncia filologicamente ineccepibile.

L’annuncio aveva suscitato immediato dibattito, sia pure di alto livello, mentre davanti all’attuale distribuzione dell’opera hitleriana con il Giornale le polemiche appaiono di basso profilo.

Si tratta innanzitutto di un’operazione commerciale (le copie del quotidiano a metà mattina erano esaurite nelle edicole da me battute...); anche se il significato politico-culturale è fuori discussione, i commenti di dirigenti del Pd che hanno denunciato l’ azione «elettoralistica» di Sallusti & C., per far votare i candidati «estremisti» contro quelli del partito renziano suonano grotteschi.

Se perderanno, sarà dunque colpa di Hitler?

Qualcuno tra costoro non ha mancato di evocare lo spettro penale: sorvegliare e punire, insomma.

Precisato che, a differenza di quanto è stato detto alla vigilia, il libro non era «omaggio» ma a pagamento, inquieta comunque che un quotidiano si sia preso la briga di inaugurare una collana editoriale con siffatta perla.

Personalmente, forse anche sulla base della mia professione di studioso di idee politiche, ritengo ovvio che si possa leggere Hitler; ma non come gadget di un quotidiano di informazione; che al Giornale se la cavino asserendo che il loro retropensiero sarebbe attivare i controveleni rispetto al nazifascismo fa sorridere.

Perché quel giornale, non certo da solo, da anni alimenta razzismo e intolleranza, diffidenza o addirittura odio per lo straniero: e fa specie dunque, che quel giornale (che del revisionismo storico ha fatto una linea di condotta, contribuendo a «normalizzare» il fascismo) distribuisca oggi un testo che se la prende, guarda caso, con «gli sporchi stranieri». E l’ebreo, era per Hitler, il più sporco degli «stranieri», e andava eliminato, in un modo o nell’altro.

Auschwitz è in nuce in quel testo.

Siamo ora giunti a uno dei punti terminali del revisionismo: siamo passati dalla constatazione filosofica della «banalità del male», alla sua deliberata, volontaria e più sconcertante banalizzazione.

Fonte