Chi vinse davvero la seconda guerra mondiale? Se lo chiede nella rubrica sul Corriere, Oriente Occidente, Federico Rampini. Il problema è che si risponde anche e lo fa stravolgendo completamente la storia. Secondo il tuttologo la seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata per colpa di Stalin e non ci sarebbe stata senza il patto Ribbentrop-Molotov, e altre amenità dello stesso tono, per concludere che senza gli americani non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E tutto questo l’ha detto dopo aver premesso che la storia è falsata dalla propaganda e dalle distorsioni... degli “altri”, ovviamente!
Come rispondere a Rampini? Con un minimo di onestà storica.
Valutare politicamente la Seconda Guerra Mondiale è complesso, poiché non è stata solo un conflitto globale, ma anche una guerra civile europea. A vincere nel 1945 furono gli Alleati, ma il quadro geopolitico cambiò drasticamente nei decenni successivi.
Chi ha scatenato la guerra? La risposta è chiara: Hitler. La sua ambizione sfrenata, l’intolleranza verso il compromesso e l’ostinata volontà di correggere gli “errori” della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale lo resero il principale responsabile. Nonostante ciò, Hitler trovò sostegno da chi considerava il bolscevismo il vero nemico del continente.
Il patto Ribbentrop-Molotov tra Germania e URSS rispondeva a una logica di sopravvivenza per Stalin: garantire la neutralità iniziale in cambio di una fascia di sicurezza territoriale, cercando di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto.
Chi ha vinto la guerra? Gli Alleati, (URSS compresa) senza dubbio. Tuttavia, il contributo sovietico fu decisivo. Secondo lo storico Overmans, oltre 4 milioni di soldati tedeschi morirono sul fronte orientale, contro poco più di un milione negli altri teatri di guerra. Durante l’invasione della Normandia nel 1944, mentre 30 divisioni tedesche erano impegnate contro gli Alleati occidentali, ben 231 divisioni tedesche e loro alleate combattevano a est contro l’URSS.
L’Unione Sovietica fu determinante anche prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Mentre l’URSS teneva impegnata la maggior parte delle forze tedesche, la Gran Bretagna e il Medio Oriente rimasero al sicuro da un’invasione. È per questo che, dopo la vittoria, il comunismo riuscì a espandersi: fu l’URSS a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e sacrifici militari.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/01/2023
“È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa”
di Primo Levi, da “I sommersi e i salvati”
Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati.
Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno.
È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.
Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà; come ho accennato più sopra, è poco probabile che si verifichino di nuovo, simultaneamente, tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista, ma si profilano alcuni segni precursori.
La violenza, «utile» o «inutile», è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato, in entrambi quelli che si sogliono chiamare il primo ed il secondo mondo, vale a dire nelle democrazie parlamentari e nei paesi dell’area comunista.
Nel terzo mondo è endemica od epidemica. Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo.
Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono «belle parole» non sostenute da buone ragioni.
È stato oscenamente detto che di un conflitto c’è bisogno: che il genere umano non ne può fare a meno. È anche stato detto che i conflitti locali, le violenze in strada, in fabbrica, negli stadi, sono un equivalente della guerra generalizzata, e che ce ne preservano, come il «piccolo male», l’equivalente epilettico, preserva dal grande male.
È stato osservato che mai in Europa erano trascorsi quarant’anni senza guerre: una pace europea così lunga sarebbe un’anomalia storica.
Sono argomenti capziosi e sospetti. Satana non è necessario: di guerre e violenze non c’è bisogno, in nessun caso. Non esistono problemi che non possano essere risolti intorno a un tavolo, purché ci sia volontà buona e fiducia reciproca: o anche paura reciproca, come sembra dimostrare l’attuale interminabile situazione di stallo, in cui le massime potenze si fronteggiano con viso cordiale o truce, ma non hanno ritegno a scatenare (o a lasciare che si scatenino) guerre sanguinose fra i loro «protetti», inviando armi sofisticate, spie, mercenari e consiglieri militari invece che arbitri di pace.
Neppure è accettabile la teoria della violenza preventiva: dalla violenza non nasce che violenza, in una pendolarità che si esalta nel tempo invece di smorzarsi.
In effetti, molti segni fanno pensare ad una genealogia della violenza odierna che si dirama proprio da quella dominante nella Germania di Hitler. Certo non mancava prima, nel passato remoto e recente: tuttavia, anche in mezzo all’insensato massacro della prima guerra mondiale, sopravvivevano i tratti di un reciproco rispetto fra i contendenti, una traccia di umanità verso i prigionieri ed i cittadini inermi, un tendenziale rispetto dei patti: un credente direbbe «un certo timor di Dio». L’avversario non era né un demonio né un verme.
Dopo il “Gott mit uns” nazista tutto è cambiato. Ai bombardamenti aerei terroristici di Göring hanno risposto i bombardamenti «a tappeto» alleati. La distruzione di un popolo e di una civiltà si è dimostrata possibile, e desiderabile sia in sé, sia come strumento di regno. Lo sfruttamento massiccio della mano d’opera schiava era stato imparato da Hìtler alla scuola di Stalin, ma in Unione Sovietica è ritornato moltiplicato alla fine della guerra.
L’esodo di cervelli dalla Germania e dall’Italia, insieme con la paura di un sorpasso da parte degli scienziati nazisti, ha partorito le bombe nucleari. I superstiti ebrei disperati, in fuga dall’Europa dopo il gran naufragio, hanno creato in seno al mondo arabo un’isola di civiltà occidentale, una portentosa palingenesi dell’ebraismo, ed il pretesto per un odio rinnovato.
Dopo la disfatta, la silenziosa diaspora nazista ha insegnato le arti della persecuzione e della tortura ai militari ed ai politici di una dozzina di paesi, affacciati al Mediterraneo, all’Atlantico ed al Pacifico. Molti nuovi tiranni tengono nel cassetto la «Battaglia» di Adolf Hitler: magari con qualche rettifica, o con qualche sostituzione di nomi, può ancora venire a taglio.
L’esempio hitleriano ha dimostrato in quale misura sia devastante una guerra combattuta nell’era industriale, anche senza che si faccia ricorso alle armi nucleari; nell’ultimo ventennio, la sciagurata impresa vietnamita, il conflitto delle Falkland, la guerra Iran-Iraq ed i fatti di Cambogia e d’Afghanistan ne sono una conferma.
Tuttavia ha anche dimostrato (non nel senso rigoroso dei matematici, purtroppo) che, almeno qualche volta, almeno in parte, le colpe storiche vengono punite; i potenti del Terzo Reich sono finiti sulla forca o nel suicidio; il paese tedesco ha subito una biblica «strage di primogeniti» che ha decimato una generazione, ed una bipartizione che ha posto fine al secolare orgoglio germanico.
Non è assurdo assumere che, se il nazismo non si fosse mostrato fin dall’inizio così spietato, l’alleanza fra i suoi avversari non si sarebbe costituita, o si sarebbe spezzata prima della fine del conflitto. La guerra mondiale voluta dai nazisti e dai giapponesi è stata una guerra suicida: tutte le guerre dovrebbero essere temute come tali.
Agli stereotipi che ho passati in rassegna nel settimo capitolo vorrei infine aggiungerne uno. Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri «aguzzini». Il termine allude ai nostri ex custodi, alle S.S., e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine.
Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti.
Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal “Drill” delle S.S. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari.
Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le «belle parole» del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico.
Fonte
Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati.
Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno.
È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.
Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà; come ho accennato più sopra, è poco probabile che si verifichino di nuovo, simultaneamente, tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista, ma si profilano alcuni segni precursori.
La violenza, «utile» o «inutile», è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato, in entrambi quelli che si sogliono chiamare il primo ed il secondo mondo, vale a dire nelle democrazie parlamentari e nei paesi dell’area comunista.
Nel terzo mondo è endemica od epidemica. Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo.
Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono «belle parole» non sostenute da buone ragioni.
È stato oscenamente detto che di un conflitto c’è bisogno: che il genere umano non ne può fare a meno. È anche stato detto che i conflitti locali, le violenze in strada, in fabbrica, negli stadi, sono un equivalente della guerra generalizzata, e che ce ne preservano, come il «piccolo male», l’equivalente epilettico, preserva dal grande male.
È stato osservato che mai in Europa erano trascorsi quarant’anni senza guerre: una pace europea così lunga sarebbe un’anomalia storica.
Sono argomenti capziosi e sospetti. Satana non è necessario: di guerre e violenze non c’è bisogno, in nessun caso. Non esistono problemi che non possano essere risolti intorno a un tavolo, purché ci sia volontà buona e fiducia reciproca: o anche paura reciproca, come sembra dimostrare l’attuale interminabile situazione di stallo, in cui le massime potenze si fronteggiano con viso cordiale o truce, ma non hanno ritegno a scatenare (o a lasciare che si scatenino) guerre sanguinose fra i loro «protetti», inviando armi sofisticate, spie, mercenari e consiglieri militari invece che arbitri di pace.
Neppure è accettabile la teoria della violenza preventiva: dalla violenza non nasce che violenza, in una pendolarità che si esalta nel tempo invece di smorzarsi.
In effetti, molti segni fanno pensare ad una genealogia della violenza odierna che si dirama proprio da quella dominante nella Germania di Hitler. Certo non mancava prima, nel passato remoto e recente: tuttavia, anche in mezzo all’insensato massacro della prima guerra mondiale, sopravvivevano i tratti di un reciproco rispetto fra i contendenti, una traccia di umanità verso i prigionieri ed i cittadini inermi, un tendenziale rispetto dei patti: un credente direbbe «un certo timor di Dio». L’avversario non era né un demonio né un verme.
Dopo il “Gott mit uns” nazista tutto è cambiato. Ai bombardamenti aerei terroristici di Göring hanno risposto i bombardamenti «a tappeto» alleati. La distruzione di un popolo e di una civiltà si è dimostrata possibile, e desiderabile sia in sé, sia come strumento di regno. Lo sfruttamento massiccio della mano d’opera schiava era stato imparato da Hìtler alla scuola di Stalin, ma in Unione Sovietica è ritornato moltiplicato alla fine della guerra.
L’esodo di cervelli dalla Germania e dall’Italia, insieme con la paura di un sorpasso da parte degli scienziati nazisti, ha partorito le bombe nucleari. I superstiti ebrei disperati, in fuga dall’Europa dopo il gran naufragio, hanno creato in seno al mondo arabo un’isola di civiltà occidentale, una portentosa palingenesi dell’ebraismo, ed il pretesto per un odio rinnovato.
Dopo la disfatta, la silenziosa diaspora nazista ha insegnato le arti della persecuzione e della tortura ai militari ed ai politici di una dozzina di paesi, affacciati al Mediterraneo, all’Atlantico ed al Pacifico. Molti nuovi tiranni tengono nel cassetto la «Battaglia» di Adolf Hitler: magari con qualche rettifica, o con qualche sostituzione di nomi, può ancora venire a taglio.
L’esempio hitleriano ha dimostrato in quale misura sia devastante una guerra combattuta nell’era industriale, anche senza che si faccia ricorso alle armi nucleari; nell’ultimo ventennio, la sciagurata impresa vietnamita, il conflitto delle Falkland, la guerra Iran-Iraq ed i fatti di Cambogia e d’Afghanistan ne sono una conferma.
Tuttavia ha anche dimostrato (non nel senso rigoroso dei matematici, purtroppo) che, almeno qualche volta, almeno in parte, le colpe storiche vengono punite; i potenti del Terzo Reich sono finiti sulla forca o nel suicidio; il paese tedesco ha subito una biblica «strage di primogeniti» che ha decimato una generazione, ed una bipartizione che ha posto fine al secolare orgoglio germanico.
Non è assurdo assumere che, se il nazismo non si fosse mostrato fin dall’inizio così spietato, l’alleanza fra i suoi avversari non si sarebbe costituita, o si sarebbe spezzata prima della fine del conflitto. La guerra mondiale voluta dai nazisti e dai giapponesi è stata una guerra suicida: tutte le guerre dovrebbero essere temute come tali.
Agli stereotipi che ho passati in rassegna nel settimo capitolo vorrei infine aggiungerne uno. Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri «aguzzini». Il termine allude ai nostri ex custodi, alle S.S., e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine.
Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti.
Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal “Drill” delle S.S. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari.
Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le «belle parole» del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico.
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25/07/2018
“Il potere viene da dio per punire gli uomini”. Preti russi e ucraini al lavoro
Passate appena un paio di settimane dall’inaugurazione, nei saloni della Rada ucraina, della mostra dedicata al “risorto stato ucraino” e al suo “stretto contatto con la grande Germania nazionalsocialista”, ecco che anche il capo del patriarcato di Kiev, Filaret, salmodia di un Hitler mandato dalla provvidenza. “L’apostolo Paolo” ha recitato Filaret, ripreso dal sito ucraino vybor-news, “diceva che ogni potere proviene da dio. Da dio venne anche Hitler, attraverso cui dio punì i peccatori su tutta la terra”.
In verità, Filaret non ha mancato, nella più genuina tradizione liberale e per aprire all’Ucraina le porte del regno d’Europa, di associare il nome di Hitler a quello di Stalin e a malincuore ha dovuto concludere che anche il potere nazionalsocialista, come l’aborrito potere sovietico, non era “una buona cosa”. Ancora secondo Filaret e l’apostolo Paolo, Hitler e Stalin vennero “da dio; ma ciò non significa che il loro governo fosse cosa buona. Tale potere non agisce secondo la volontà di dio, ma con il consenso di dio, perché Hitler portò il fascismo in Europa, distruggendo milioni di persone innocenti, e Stalin ne mise a morte altrettante affamandole”, ha detto Filaret, ripercorrendo così la stantia favola nazista del “golodomor”, cui ormai non ricorre più nemmeno la propaganda liberal, di un potere sovietico che avrebbe causato scientemente la carestia all’inizio degli anni ’30, per eliminare fisicamente gli ucraini.
Dunque, ha lacrimato Filaret, quei poteri sono mandati da dio “per punire le persone per i peccati precedenti e portare il bene. Perciò, l’autorità che viene da dio è buona e quella che ha il consenso di dio è cattiva”. E così, conclude il pio uomo, il popolo merita il potere che si ritrova: perciò dio ha punito intellighenzia e clero russi attraverso Stalin, mentre l’Ucraina merita di entrare in Europa.
Queste “sacre omelie” rientrano nella tradizione del patriarcato ucraino, che nel tempo ha canonizzato i filonazisti di OUN-UPA di Bandera e Shukhevic, che parteciparono ai massacri della Volinja polacca durante l’occupazione hitleriana. Appena un anno fa, il metropolita di Lutsk e Volinja, Mikhail, aveva annoverato “i combattenti dell’UPA tra gli uomini dalla vita santa”, perché “immolarono quanto di più prezioso avessero, cioè la vita, per la loro terra, per la loro fede”. E siccome sembra che le sortite del clero filo-golpista abbiano tale rituale cadenza, l’anno ancora precedente lo stesso Filaret aveva dichiarato che la guerra nel sudest dell’Ucraina è la punizione divina contro i senzadio del Donbass; al contrario, la pia popolazione dell’ovest del paese, prospererebbe in pace. “Oggi le persone soffrono di più nell’est dell’Ucraina, perché là i senzadio sono in maggioranza. Se non si pentiranno, le loro sofferenze continueranno”. Così, secondo il buon uomo, dio permette di attaccare “l’aggressore dell’est”, con l’obiettivo di illuminare gli atei.
Per dovere di completezza spirituale, si deve dire che anche il patriarca della chiesa ortodossa russa, Kirill, officiando una liturgia a Ekaterinburg nella notte tra il 16 e il 17 luglio, nel centenario della fucilazione della famiglia zarista (santificata dalla chiesa), ha messo in guardia i fedeli dal desiderare una vita migliore. Tra le varie amenità dell’omelia, Kirill ha detto “che i più terribili e sanguinosi rivolgimenti si sono sempre verificati a causa della pretesa delle persone a vivere meglio e i capi di tali rivolgimenti persuadevano il popolo che non ci fosse altra alternativa che il sangue, i morti, la distruzione dell’ordine di vita dato; che non ci fosse assolutamente nessun’altra possibilità di viver meglio. Nessuna promessa di vita felice, nessuna speranza di aiuto dall’esterno, da parte di persone apparentemente istruite e avanzate, deve ammaliare il nostro popolo. Dobbiamo ricordare la tragedia del passato. Deve formarsi in noi un’immunità a qualunque richiamo a raggiungere la felicità attraverso la distruzione dell’esistente”.
Del resto, al pari del suo concorrente Filaret – considerato “scissionista” – anche Kirill era ricorso alle parole dell’apostolo Paolo allorché, il giorno precedente aveva santificato il monastero eretto a Alapaevsk, sul luogo in cui, il 18 luglio 1918, erano stati fucilati i membri del ramo dei Romanov discendenti da Nicola I: “Con la pazienza, si rafforza la speranza”.
Quindi, bisognerebbe cacciare ogni aspirazione a quell’esistenza senza sfruttati e sfruttatori cui credette il proletariato russo sotto l’influsso, parola di Kirill, “di ideali estranei, influenzati da teorie filosofiche e politiche che nulla avevano in comune con la cristianità, con la nostra tradizione nazionale, con la nostra cultura”.
Sopravvivere così come concede di vivere il potere che viene da dio, sia esso rappresentato dagli Hitler o dai Romanov. Parola di tutte le chiese.
Fonte
In verità, Filaret non ha mancato, nella più genuina tradizione liberale e per aprire all’Ucraina le porte del regno d’Europa, di associare il nome di Hitler a quello di Stalin e a malincuore ha dovuto concludere che anche il potere nazionalsocialista, come l’aborrito potere sovietico, non era “una buona cosa”. Ancora secondo Filaret e l’apostolo Paolo, Hitler e Stalin vennero “da dio; ma ciò non significa che il loro governo fosse cosa buona. Tale potere non agisce secondo la volontà di dio, ma con il consenso di dio, perché Hitler portò il fascismo in Europa, distruggendo milioni di persone innocenti, e Stalin ne mise a morte altrettante affamandole”, ha detto Filaret, ripercorrendo così la stantia favola nazista del “golodomor”, cui ormai non ricorre più nemmeno la propaganda liberal, di un potere sovietico che avrebbe causato scientemente la carestia all’inizio degli anni ’30, per eliminare fisicamente gli ucraini.
Dunque, ha lacrimato Filaret, quei poteri sono mandati da dio “per punire le persone per i peccati precedenti e portare il bene. Perciò, l’autorità che viene da dio è buona e quella che ha il consenso di dio è cattiva”. E così, conclude il pio uomo, il popolo merita il potere che si ritrova: perciò dio ha punito intellighenzia e clero russi attraverso Stalin, mentre l’Ucraina merita di entrare in Europa.
Queste “sacre omelie” rientrano nella tradizione del patriarcato ucraino, che nel tempo ha canonizzato i filonazisti di OUN-UPA di Bandera e Shukhevic, che parteciparono ai massacri della Volinja polacca durante l’occupazione hitleriana. Appena un anno fa, il metropolita di Lutsk e Volinja, Mikhail, aveva annoverato “i combattenti dell’UPA tra gli uomini dalla vita santa”, perché “immolarono quanto di più prezioso avessero, cioè la vita, per la loro terra, per la loro fede”. E siccome sembra che le sortite del clero filo-golpista abbiano tale rituale cadenza, l’anno ancora precedente lo stesso Filaret aveva dichiarato che la guerra nel sudest dell’Ucraina è la punizione divina contro i senzadio del Donbass; al contrario, la pia popolazione dell’ovest del paese, prospererebbe in pace. “Oggi le persone soffrono di più nell’est dell’Ucraina, perché là i senzadio sono in maggioranza. Se non si pentiranno, le loro sofferenze continueranno”. Così, secondo il buon uomo, dio permette di attaccare “l’aggressore dell’est”, con l’obiettivo di illuminare gli atei.
Per dovere di completezza spirituale, si deve dire che anche il patriarca della chiesa ortodossa russa, Kirill, officiando una liturgia a Ekaterinburg nella notte tra il 16 e il 17 luglio, nel centenario della fucilazione della famiglia zarista (santificata dalla chiesa), ha messo in guardia i fedeli dal desiderare una vita migliore. Tra le varie amenità dell’omelia, Kirill ha detto “che i più terribili e sanguinosi rivolgimenti si sono sempre verificati a causa della pretesa delle persone a vivere meglio e i capi di tali rivolgimenti persuadevano il popolo che non ci fosse altra alternativa che il sangue, i morti, la distruzione dell’ordine di vita dato; che non ci fosse assolutamente nessun’altra possibilità di viver meglio. Nessuna promessa di vita felice, nessuna speranza di aiuto dall’esterno, da parte di persone apparentemente istruite e avanzate, deve ammaliare il nostro popolo. Dobbiamo ricordare la tragedia del passato. Deve formarsi in noi un’immunità a qualunque richiamo a raggiungere la felicità attraverso la distruzione dell’esistente”.
Del resto, al pari del suo concorrente Filaret – considerato “scissionista” – anche Kirill era ricorso alle parole dell’apostolo Paolo allorché, il giorno precedente aveva santificato il monastero eretto a Alapaevsk, sul luogo in cui, il 18 luglio 1918, erano stati fucilati i membri del ramo dei Romanov discendenti da Nicola I: “Con la pazienza, si rafforza la speranza”.
Quindi, bisognerebbe cacciare ogni aspirazione a quell’esistenza senza sfruttati e sfruttatori cui credette il proletariato russo sotto l’influsso, parola di Kirill, “di ideali estranei, influenzati da teorie filosofiche e politiche che nulla avevano in comune con la cristianità, con la nostra tradizione nazionale, con la nostra cultura”.
Sopravvivere così come concede di vivere il potere che viene da dio, sia esso rappresentato dagli Hitler o dai Romanov. Parola di tutte le chiese.
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26/02/2018
“Il tradimento tedesco”, di Erich Kuby
Ci sono libri che bisogna assolutamente leggere e fare conoscere, libri che tolgono il velo di Maya delle narrazioni folkloristiche della storia e la mostrano in tutta la loro crudezza mostrando anche la miseria della dimensione umana di supposti potenti. Uno di questi libri è “Il Tradimento Tedesco” di Erich Kuby, giornalista ed editorialista tedesco sempre molto critico con la Germania postbellica, troppo incline a perdonare e dimenticare, una Germania che solo sotto la spinta di Kuby e di altri giornalisti come Hannah Arendt ha fatto molto parzialmente i conti con la Germania Nazista e gli orrori da essa creati.
Purtroppo questo libro, come molti altri di valore, dagli anni '90 del secolo scorso non è stato più ristampato, mentre non mancano le ristampe di narrazioni false e tossiche di chi descrive supposti assassini e supposte atrocità da parte dei partigiani, o che parla, con la lacrimuccia facile, di “sangue dei vinti”.
Kuby non appartiene a questa schiera; soldato della Wehrmacht sino alla fine della guerra, obtorto collo come molti suoi camerati, non ha mai risparmiato critiche al tentativo poco velato di una bella lenzuolata per cancellare tutto. In questo ed altri suoi libri, come “I Russi a Berlino”, critica ferocemente il regime nazista non solo accusandolo delle atrocità commesse, ma anche della pochezza, meschinità, squallore di tutti i suoi appartenenti e mostrando Hitler per quel mostro che è stato.
Ne “Il Tradimento Tedesco” svela molto chiaramente, utilizzando interviste e documenti storici inoppugnabili, come i nazisti, ed Hitler in primo luogo, abbiano sempre e comunque disprezzato e svilito i loro alleati italiani e lo stesso regime fascista, di come abbiano ingannato e mentito sottacendo anche informazioni indispensabili, non tenendo in alcun conto il loro “primo alleato”.
Per esempio, è ormai acclarato che l’informazione dell’invasione dell’URSS sia stata data a Mussolini nella notte, ormai a invasione iniziata, come si fa con un servitore.
Ancora di più Kuby si sofferma su Mussolini ed i suoi gerarchi, accusando – con prove – il primo di essere ondivago, indeciso, incerto, di non avere una politica estera, di essere soggiogato dalla fascinazione per Hitler ed alla fine di fare sempre tutto ciò che gli ordinava il mostro. Parole di apprezzamento ha invece per la figura di Ciano che, ancora in carica come ministro degli esteri, scongiurava “il Duce” prima di non allearsi con i tedeschi, poi di non entrare in guerra e infine, dopo il Gran Consiglio in cui Mussolini fu esautorato dai suoi stessi camerati, di mantenere una parte di “dirittura morale” (per quanto ne potesse avere un gerarca) e di essere stato condannato a morte da Hitler, che ordinò la vendetta a Mussolini.
Ciò che segui fu l’occupazione e la spoliazione dell’intera penisola, con 800.000 deportati fra militari e operai specializzati, la creazione della Repubblica di Salò, un fantoccio diretta in tutto e per tutto dai tedeschi e le stragi e le distruzioni che ne seguirono.
Da giornalista rigoroso, Kuby tratteggia con disprezzo la figura di Vittorio Emanuele III, della casa reale e dell’alto comando dell’esercito che si diedero alla fuga, abbandonando, come ben si sa, la nazione nel caos e facile preda delle divisioni naziste incalzanti. Da notare come questa situazione fosse già stata prevista e pianificata dall’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) che con un piano particolareggiato aveva pianificato l’occupazione e le ruberie in Italia. Mussolini sapeva tutto questo, magari anche solo in parte, dato che l’“alleato germanico” lo tenne prigioniero fino alla fine.
In particolare l’autore sottolinea lo squallore della gerarchia fascista, in maggioranza fuggita in Germania a fare la bella vita ed in parte nascosta, pronta a vendersi ai tedeschi o a consegnarsi agli alleati; e che, dopo la costituzione dell’RSI si abbandonò a corruzione e ruberie accumulando ingenti patrimoni.
Kuby non risparmia nemmeno Badoglio, che durante il fascismo si era arricchito a dismisura e, dopo avere abbandonato i suoi soldati ed essersi consegnato mani e piedi agli alleati, continuerà ad arricchirsi.
Solo pochi furono coloro che scelsero di unirsi ai gruppi partigiani in formazione, Kuby ricorda con particolare apprezzamento il colonnello Montezemolo che, dopo l’8 settembre, divenne una colonna portante di coloro che operavano in clandestinità a Roma sotto i nazisti.
Da ultimo l’autore disegna la ferocia delle SS, in particolare Kappler a Roma, trovando incredibile che, dopo essere stato condannato all’ergastolo, fosse poi liberato con un’azione clandestina dai contorni oscuri e che avesse potuto rientrare in Germania; “e poco mancò che nel paesello si adornassero di bandiere per festeggiare il ritorno del figlio”.
Non mancano neanche testimonianze sui soldati tedeschi e membri della SD e delle SS. I primi, capaci delle peggiori atrocità contro civili inermi per poi ritrovarsi con i propri camerati a sparlare di Hitler; gli altri, come fedeli servitori “che operavano su cuscinetti a sfera” efficienti e feroci nella loro banalità, tanto ben tratteggiata dalla Arendt nel processo ad Eichmann.
Ci sarebbero tanti altri particolari di rilievo, ma voglio solo ricordare le testimonianze sul comportamento dei gerarchi e su Graziani in particolare, alla fine della guerra, tutti a correre verso gli alleati e a spergiurare di non essere mai stati veramente fascisti, tranne coloro che furono giustamente fucilati dai partigiani, gli unici a conservare la dignità.
Tutto questo e molto di più si trova nel libro, corredato e corroborato da prove storiche inoppugnabili. Invito tutti a leggerlo per fare chiarezza su un periodo storico che non è terminato nel 1945, ma proseguito con i lutti che ben sappiamo fino alla riabilitazione dell’orrendo periodo ai giorni nostri.
Il testo può essere trovato in varie edizioni nel commercio on line, ma suggerisco l’edizione Supersaggi Bur del 1996, secondo me la più completa; in alternativa può essere trovato in biblioteche pubbliche mediamente fornite. Da leggere e fare conoscere.
Fonte
Purtroppo questo libro, come molti altri di valore, dagli anni '90 del secolo scorso non è stato più ristampato, mentre non mancano le ristampe di narrazioni false e tossiche di chi descrive supposti assassini e supposte atrocità da parte dei partigiani, o che parla, con la lacrimuccia facile, di “sangue dei vinti”.
Kuby non appartiene a questa schiera; soldato della Wehrmacht sino alla fine della guerra, obtorto collo come molti suoi camerati, non ha mai risparmiato critiche al tentativo poco velato di una bella lenzuolata per cancellare tutto. In questo ed altri suoi libri, come “I Russi a Berlino”, critica ferocemente il regime nazista non solo accusandolo delle atrocità commesse, ma anche della pochezza, meschinità, squallore di tutti i suoi appartenenti e mostrando Hitler per quel mostro che è stato.
Ne “Il Tradimento Tedesco” svela molto chiaramente, utilizzando interviste e documenti storici inoppugnabili, come i nazisti, ed Hitler in primo luogo, abbiano sempre e comunque disprezzato e svilito i loro alleati italiani e lo stesso regime fascista, di come abbiano ingannato e mentito sottacendo anche informazioni indispensabili, non tenendo in alcun conto il loro “primo alleato”.
Per esempio, è ormai acclarato che l’informazione dell’invasione dell’URSS sia stata data a Mussolini nella notte, ormai a invasione iniziata, come si fa con un servitore.
Ancora di più Kuby si sofferma su Mussolini ed i suoi gerarchi, accusando – con prove – il primo di essere ondivago, indeciso, incerto, di non avere una politica estera, di essere soggiogato dalla fascinazione per Hitler ed alla fine di fare sempre tutto ciò che gli ordinava il mostro. Parole di apprezzamento ha invece per la figura di Ciano che, ancora in carica come ministro degli esteri, scongiurava “il Duce” prima di non allearsi con i tedeschi, poi di non entrare in guerra e infine, dopo il Gran Consiglio in cui Mussolini fu esautorato dai suoi stessi camerati, di mantenere una parte di “dirittura morale” (per quanto ne potesse avere un gerarca) e di essere stato condannato a morte da Hitler, che ordinò la vendetta a Mussolini.
Ciò che segui fu l’occupazione e la spoliazione dell’intera penisola, con 800.000 deportati fra militari e operai specializzati, la creazione della Repubblica di Salò, un fantoccio diretta in tutto e per tutto dai tedeschi e le stragi e le distruzioni che ne seguirono.
Da giornalista rigoroso, Kuby tratteggia con disprezzo la figura di Vittorio Emanuele III, della casa reale e dell’alto comando dell’esercito che si diedero alla fuga, abbandonando, come ben si sa, la nazione nel caos e facile preda delle divisioni naziste incalzanti. Da notare come questa situazione fosse già stata prevista e pianificata dall’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) che con un piano particolareggiato aveva pianificato l’occupazione e le ruberie in Italia. Mussolini sapeva tutto questo, magari anche solo in parte, dato che l’“alleato germanico” lo tenne prigioniero fino alla fine.
In particolare l’autore sottolinea lo squallore della gerarchia fascista, in maggioranza fuggita in Germania a fare la bella vita ed in parte nascosta, pronta a vendersi ai tedeschi o a consegnarsi agli alleati; e che, dopo la costituzione dell’RSI si abbandonò a corruzione e ruberie accumulando ingenti patrimoni.
Kuby non risparmia nemmeno Badoglio, che durante il fascismo si era arricchito a dismisura e, dopo avere abbandonato i suoi soldati ed essersi consegnato mani e piedi agli alleati, continuerà ad arricchirsi.
Solo pochi furono coloro che scelsero di unirsi ai gruppi partigiani in formazione, Kuby ricorda con particolare apprezzamento il colonnello Montezemolo che, dopo l’8 settembre, divenne una colonna portante di coloro che operavano in clandestinità a Roma sotto i nazisti.
Da ultimo l’autore disegna la ferocia delle SS, in particolare Kappler a Roma, trovando incredibile che, dopo essere stato condannato all’ergastolo, fosse poi liberato con un’azione clandestina dai contorni oscuri e che avesse potuto rientrare in Germania; “e poco mancò che nel paesello si adornassero di bandiere per festeggiare il ritorno del figlio”.
Non mancano neanche testimonianze sui soldati tedeschi e membri della SD e delle SS. I primi, capaci delle peggiori atrocità contro civili inermi per poi ritrovarsi con i propri camerati a sparlare di Hitler; gli altri, come fedeli servitori “che operavano su cuscinetti a sfera” efficienti e feroci nella loro banalità, tanto ben tratteggiata dalla Arendt nel processo ad Eichmann.
Ci sarebbero tanti altri particolari di rilievo, ma voglio solo ricordare le testimonianze sul comportamento dei gerarchi e su Graziani in particolare, alla fine della guerra, tutti a correre verso gli alleati e a spergiurare di non essere mai stati veramente fascisti, tranne coloro che furono giustamente fucilati dai partigiani, gli unici a conservare la dignità.
Tutto questo e molto di più si trova nel libro, corredato e corroborato da prove storiche inoppugnabili. Invito tutti a leggerlo per fare chiarezza su un periodo storico che non è terminato nel 1945, ma proseguito con i lutti che ben sappiamo fino alla riabilitazione dell’orrendo periodo ai giorni nostri.
Il testo può essere trovato in varie edizioni nel commercio on line, ma suggerisco l’edizione Supersaggi Bur del 1996, secondo me la più completa; in alternativa può essere trovato in biblioteche pubbliche mediamente fornite. Da leggere e fare conoscere.
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28/01/2017
Quelli che la democrazia ci ha dato il nazismo (ridaje)
Domenica 22 gennaio Il Giornale titolava: "Papa Francesco: Trump? Pure Hitler fu eletto". Il riferimento era a un'intervista
rilasciata dal Pontefice al quotidiano spagnolo El País nello stesso giorno. Ma
nell'articolo originale quella frase non appare, è frutto di un maquillage
del titolista italiano. Alla domanda su Trump Bergoglio sospendeva anzi
il giudizio («No me gusta anticiparme a los acontecimientos. Veremos
qué hace») e parlava di Hitler solo più avanti, per spiegare al
giornalista come funziona il populismo. Che in Sud America pare sia una
cosa bella, addirittura che abbia a che fare col popolo:
Es lo que llaman los populismos. Que es una palabra equívoca porque en América Latina el populismo tiene otro significado. Allí significa el protagonismo de los pueblos, por ejemplo los movimientos populares. Se organizan entre ellos… es otra cosa. Cuando oía populismo acá no entendía mucho, me perdía hasta que me di cuenta de que eran significados distintos según los lugares.
In Europa è invece una cosa bruttissima, il populismo. E il suo archetipo illustre sarebbe – nientemeno – il nazionalsocialismo tedesco:
Claro, las crisis provocan miedos, alertas. Para mí el ejemplo más típico de los populismos en el sentido europeo de la palabra es el 33 alemán. Después de [Paul von] Hindenburg, la crisis del 30, Alemania destrozada, busca levantarse, busca su identidad, busca un líder, alguien que le devuelva la identidad y hay un muchachito que se llama Adolf Hitler y dice “yo puedo, yo puedo”. Y toda Alemania vota a Hitler. Hitler no robó el poder, fue votado por su pueblo, y después destruyó a su pueblo. Ese es el peligro. En momentos de crisis, no funciona el discernimiento y para mí es una referencia continua. Busquemos un salvador que nos devuelva la identidad y defendámonos con muros, con alambres, con lo que sea, de los otros pueblos que nos puedan quitar la identidad. Y eso es muy grave. Por eso siempre procuro decir: dialoguen entre ustedes, dialoguen entre ustedes. Pero el caso de Alemania en el 33 es típico, un pueblo que estaba en esa crisis, que buscó su identidad y apareció este líder carismático que prometió darles una identidad, y les dio una identidad distorsionada y ya sabemos lo que pasó.
Con il rispetto dovuto al Santo Padre (la cui infallibilità
è fortunatamente circoscritta alle cose di fede), questa storia
ripetuta a pappagallo sui presunti pericoli della democrazia, di un
Hitler che fu eletto o di un Mussolini che fu acclamato, sta incominciando a stracciare.
Tanto. Ma prima di vedere perché cerchiamo di mettere una parola
pedante, e speriamo definitiva, sul giocattolino retorico di chi si fa
saggio denunciando i pericoli della volontà popolare: cioè di quella degli altri.
Come
spesso accade quando ci si accoda ai luoghi comuni, Bergoglio fa
confusione con i riferimenti storici. La «crisis del 30» non avvenne
affatto «después de [Paul von] Hindenburg»: l'ex feldmaresciallo
Hindenburg occupò infatti la presidenza del Reich anche in piena crisi
economica fino alla morte avvenuta il 2 agosto 1934, e fu anzi il
maggiore responsabile istituzionale dell'ascesa di Hitler, avendogli
concesso per primo i pieni poteri con il Reichstagsbrandverordnung (il Decreto dell'incendio del Reichstag) del 28 febbraio 1933.
Ma
è soprattutto falso che «toda Alemania vota a Hitler». Il Partito
Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori non arrivò mai a prendere neanche la metà
dei voti tedeschi, nemmeno durante le ultime elezioni federali del 5
marzo 1933 (lì raggiunse il 43,9%), quando ormai da mesi le squadracce
naziste imperversavano, aggredivano e minacciavano, e gli esponenti dei
partiti di opposizione più forti erano quasi tutti in carcere o in
esilio. Persino in quel frangente il perseguitato Partito Comunista di
Ernst Thälmann riuscì ad aggiudicarsi il 12,3% dei voti.
Bergoglio
dice che «Hitler no robó el poder, fue votado por su pueblo». Il che
non è solo falso, come si è dimostrato, ma mortificante per
l'interpretazione degli eventi che vuole suggerire. Hitler non ricevette
affatto i poteri semidittatoriali dal «pueblo», ma direttamente dalle
mani dell'aristocratico, filomonarchico e anticomunista Paul von
Hindenburg con un decreto d'emergenza non dettato da necessità e valido sine die,
di dubbia costituzionalità persino per gli standard laschi della
Repubblica di Weimar. Per buona misura Hitler quel potere lo estorse
anche, lo «robó» con le intimidazioni e le violenze delle Sturmabteilung
(SA), un corpo paramilitare criminale per quanto impunito, che
scorrazzava armato anche tra i banchi parlamentari della Krolloper
quando vi fu approvato l'Ermächtigungsgesetz, il Decreto
dei pieni poteri del 23 marzo 1933 che pose definitivamente fine alla
democrazia consegnando tutti i poteri nelle mani del Führer. En passant
quel decreto – e qui capiamo l'imbarazzo di Francesco – passò con i
voti decisivi di un titubante Partito di Centro richiamato all'ordine
dal suo presidente, il sacerdote cattolico Ludwig Kaas, consigliere del
futuro papa Pacelli.
Insomma, a fare di Hitler un dittatore non fu il popolo ma l'élite.
Furono gli Junker prussiani a cui appartenevano lo stesso Hindenburg e
Franz von Papen, il principale sponsor del cancellierato di Hitler poi
appuntato – sicuramente all'insaputa di Francesco – cameriere pontificio
nel 1959 dopo una condanna in patria ai lavori forzati, e i grandi
industriali e proprietari terrieri allarmati dalle crescenti
rivendicazioni sindacali. Ai tanti, troppi, e comunque minoritari tedeschi che votarono Hitler si può certo rimproverare la volontà della dittatura, ma non la sua responsabilità.
A
volerli studiare sui libri e non sui giornali, gli ultimi anni di
Weimar ci offrirebbero davvero una miniera di spunti per decifrare anche
gli eventi politici contemporanei. A partire dal cancellierato di
Heinrich Brüning (1930-1932), l'accademico prestato alla politica che
mise in ginocchio il suo popolo riducendo i salari, aumentando le tasse,
tagliando la spesa pubblica, le pensioni e i sussidi di disoccupazione e
cercando di rimettere in equilibrio la bilancia commerciale con
politiche ferocemente deflattive. Dove lo abbiamo già incontrato?
Se Francesco se ne fosse ricordato forse si sarebbe anche reso conto
che nel «líder carismático» i tedeschi di allora, come tanti europei e
americani di oggi, non si illudevano di trovare «su identitad» (?) ma
qualcuno che li salvasse dalla fame e dalla disoccupazione.
E dove
abbiamo poi rivisto un anzianissimo presidente della repubblica come
Hindenburg che, dopo una vita spesa in politica, utilizza il suo ruolo e
il suo carisma per consegnare la democrazia nelle mani di un «salvador»
avallando la dissoluzione di un governo eletto? Qui la risposta
dovrebbe essere nota a Francesco, avendo egli annoverato l'analogo
nostrano di quel personaggio tra «i grandi dell'Italia di oggi».
E
che dire dell'incendio del Reichstag del 27 febbraio del '33? È mai più
successo che un atto terroristico in un luogo simbolico, seguito da
indagini lacunose e secretate, abbia offerto il destro per limitare le
libertà costituzionali, incarcerare, perseguitare e uccidere in deroga
al diritto interno e internazionale? O che il timore di quegli attacchi
abbia fatto dire a politici e opinionisti che dobbiamo rassegnarci a governi più autoritari? È possibile che nessuno si riveda in quel film, di cui ricordiamo solo il finale?
Possibilissimo.
Delle tante e utili lezioni impartite da quel capitolo di storia ci
ripetiamo solo la più penosa, inopportuna e storicamente infondata:
quella su quanto possa essere pericoloso far votare la gente. E
rattrista osservare che anche un Pontefice si appiattisca sui ritornelli
dei progressisti ignari e creativi, di quelli che nel momento di
massimo attacco alla volontà popolare prestano il braccio ai suoi
carnefici ricordando, e all'occorrenza inventando, gli errori delle masse al voto. Degli stessi di cui si è parlato già in questo blog,
che nello strillare i pericoli della democrazia – che cioè la gente non
vota come voterebbero loro – rievocano il consenso al nazifascismo e
finiscono per partorire concetti di democrazia elitaria circolarmente
identici a quelli teorizzati dal nazifascismo.
Anche quando è inconsapevole, anche quando è à la page, la violenza contro la storia è una violenza contro gli uomini.
È la via per ripeterne gli orrori. Se Francesco non ha tempo di
studiare gli eventi del passato recente e di afferrare l'enormità dei
suoi ricorsi, perlomeno si astenga. A dare la colpa al popolo ci stanno
già riuscendo benissimo altri, anche senza i volenterosi assist del "Papa del popolo".
02/07/2016
Visioni Militant(i): Lui è tornato, di David Wnendt
“Fare in modo che non succeda mai più” è stato il mantra etico della sinistra istituzionale borghese dal dopoguerra ad oggi. Ma davvero la democrazia liberale ha fatto in modo di ostacolare con qualunque mezzo il proliferare di idee xenofobe, razziste e reazionarie? Veramente le politiche messe in atto dal ‘45 ad oggi hanno scongiurato un tale pericolo lottando per appianare le differenze interne alla società? Questo sembra essere il quesito che viene posto durante il film, quando un improbabile ritorno di Hitler mette a dura prova la società della Germania attuale. Creduto da tutti un attore, Hitler gira il paese tedesco insieme a un giornalista in cerca di un servizio accattivante: tutti credono di poter giocare sulla follia di un uomo che appare in tutto e per tutto simile al Fuhrer, ma sarà proprio Hitler a prendersi gioco di tutta la società. Attraverso uno spazio in un programma comico chiamato “Fuori controllo”, riesce a permeare un’opinione pubblica che, prendendolo più o meno sul serio (senza mai condannarlo), finisce per legittimare le sue idee. Queste fanno breccia nel cuore di chi lo ascolta: tra una risata e l’altra, molti finiscono per trovarsi tutto sommato d’accordo. Toccando le corde più nere del cuore di chi incontra dimostra che sentimenti e idee ritenuti sconfitti storicamente da decenni di “democrazia” e “libertà” non lo sono affatto e sono molto più attuali e diffusi di quanto piaccia pensare.
Seguendo il solco aperto da un film come l’Onda, questo si interroga sulle modalità e sulle dinamiche sociali che potrebbero portare all’ascesa di un sistema dittatoriale nazi-fascista nel nostro mondo di tutti i giorni. Quella che potrebbe essere una semplice commedia pone lo spettatore di fronte a una serie di paradossi che lo costringono ad interrogarsi se effettivamente il mondo reagirebbe diversamente da un “forse non troppo lontano” 1933. Il film riesce a rappresentare le contraddizioni della società dove il liberismo nel campo dei media invece di scongiurare la disinformazione la crea, rendendo possibile sostenere qualunque idea, anche la più razzista e disgustosa, secondo il tanto sbandierato principio volteriano del “morire pur di farla esprimere”. La libertà tanto decantata in una democrazia liberale basata su un sistema di sopraffazione e sulla diseguaglianza, di fatto, finisce per sdoganare, sotto più o meno mentite spoglie, proprio quel tipo violenza che tanto sbandiera di combattere: il nazi-fascismo. Ogni minimo spazio, per quanto possa sembrare pressoché nullo, finisce per essere utile allo scopo.
In “lui è tornato” Hitler parla e fomenta l’odio razziale e la xenofobia in diretta nazionale, ma l’unica cosa che mette in difficoltà la sua ascesa da “fenomeno televisivo” è l’aver fatto del male ad un cucciolo, segno di come oggi fenomeni sociali come l’animalismo si riducano a feticci borghesi in cui a confronto le persone valgono meno di zero. Ad esempio, per parlare dell’ipocrisia di taluni feticci, fece molto più scalpore quando tifosi del Feyenord scalfirono la fontana della Barcaccia a piazza di Spagna, che quando quelli dello Sparta Praga pisciarono su un mendicante. “Lui è tornato” dipinge i paradossi della società, contraddizioni che non se ne sono mai andate: rappresenta in modo ironico un Hitler che, nonostante tutto, non rimane nello spazio di comico in cui lo si vorrebbe confinato, ma anzi dimostra come, dopo anni di retorica e memoria storica intrise di pacificazione sociale, le idee reazionarie trovino un ruolo nient’affatto secondario nelle nostre società.
Le ultime scene sono tutt’altro che banali e scontate, e la fine non delude in termini di costruzione cinematografica, considerando che il film riprende anche interessanti tecniche stilistiche che sembrano mediate sulla scia del meta-teatro di Brecht: tramite efficienti trucchi narrativi lo spettatore diventa un protagonista del film per poi ritrovarsi sputato fuori davanti a uno schermo. E arriva a porsi un’annosa domanda... E se Hitler tornasse? Cosa farei? Ma il pericolo è veramente un Hitler o la società stessa che produce il terreno fertile e necessario perché un qualunque folle vestito da SS possa trovare seguito predicando odio razziale e xenofobo?
Fonte
Seguendo il solco aperto da un film come l’Onda, questo si interroga sulle modalità e sulle dinamiche sociali che potrebbero portare all’ascesa di un sistema dittatoriale nazi-fascista nel nostro mondo di tutti i giorni. Quella che potrebbe essere una semplice commedia pone lo spettatore di fronte a una serie di paradossi che lo costringono ad interrogarsi se effettivamente il mondo reagirebbe diversamente da un “forse non troppo lontano” 1933. Il film riesce a rappresentare le contraddizioni della società dove il liberismo nel campo dei media invece di scongiurare la disinformazione la crea, rendendo possibile sostenere qualunque idea, anche la più razzista e disgustosa, secondo il tanto sbandierato principio volteriano del “morire pur di farla esprimere”. La libertà tanto decantata in una democrazia liberale basata su un sistema di sopraffazione e sulla diseguaglianza, di fatto, finisce per sdoganare, sotto più o meno mentite spoglie, proprio quel tipo violenza che tanto sbandiera di combattere: il nazi-fascismo. Ogni minimo spazio, per quanto possa sembrare pressoché nullo, finisce per essere utile allo scopo.
In “lui è tornato” Hitler parla e fomenta l’odio razziale e la xenofobia in diretta nazionale, ma l’unica cosa che mette in difficoltà la sua ascesa da “fenomeno televisivo” è l’aver fatto del male ad un cucciolo, segno di come oggi fenomeni sociali come l’animalismo si riducano a feticci borghesi in cui a confronto le persone valgono meno di zero. Ad esempio, per parlare dell’ipocrisia di taluni feticci, fece molto più scalpore quando tifosi del Feyenord scalfirono la fontana della Barcaccia a piazza di Spagna, che quando quelli dello Sparta Praga pisciarono su un mendicante. “Lui è tornato” dipinge i paradossi della società, contraddizioni che non se ne sono mai andate: rappresenta in modo ironico un Hitler che, nonostante tutto, non rimane nello spazio di comico in cui lo si vorrebbe confinato, ma anzi dimostra come, dopo anni di retorica e memoria storica intrise di pacificazione sociale, le idee reazionarie trovino un ruolo nient’affatto secondario nelle nostre società.
Le ultime scene sono tutt’altro che banali e scontate, e la fine non delude in termini di costruzione cinematografica, considerando che il film riprende anche interessanti tecniche stilistiche che sembrano mediate sulla scia del meta-teatro di Brecht: tramite efficienti trucchi narrativi lo spettatore diventa un protagonista del film per poi ritrovarsi sputato fuori davanti a uno schermo. E arriva a porsi un’annosa domanda... E se Hitler tornasse? Cosa farei? Ma il pericolo è veramente un Hitler o la società stessa che produce il terreno fertile e necessario perché un qualunque folle vestito da SS possa trovare seguito predicando odio razziale e xenofobo?
Fonte
13/06/2016
La banalizzazione del male
Eppure quel libro, adottato in molti corsi universitari, fino a pochi anni or sono, anche per la sua relativa semplicità espositiva, ebbe enorme circolazione.
Certo, ancor prima di soffermarsi sul contenuto, era a dir poco discutibile che tra le «grandi opere», si inserisse un testo farraginoso, confuso, privo di qualsiasi coerenza espositiva, e anche di originalità.
L’autore, che lo vergò nella breve detenzione, dopo il fallito colpo di Monaco nel novembre ’23, non faceva che rimasticare teorie razziste diffuse in Europa dal tardo Ottocento, mescolandole a ricordi autobiografici, e a bizzarre «folgorazioni», come quella che nasceva dalla constatazione della ebraicità di Karl Marx, e dunque il bolscevismo marxista, era una sola cosa con l’ebraismo, colpendo l’uno si colpiva l’altro...
Un testo che, anche dopo che fu aggiustato a fini editoriali, appare di disarmante rozzezza, ma pieno di tossine velenose.
Un campionario di scemenze rivestite, talora, di «scienza», talaltra semplicemente condite in intingolo politico che raccoglie i risentimenti di classi medie e classi popolari frustrate, economicamente e psicologicamente, dalla sconfitta della Germania.
Il libro fu il vademecum nazista e fu imposto ovunque nel Terzo Reich, con milioni di copie diffuse, e spesso vendute, con relative royalties incassate dall’autore. Poi venne la damnatio del Secondo dopoguerra, anche se l’opera ha continuato a circolare un po’ ovunque, in circuiti semiclandestini o, in molti paesi, liberamente.
Della «Mia battaglia» (ecco il significato dello stentoreo titolo tedesco), sono in circolazione diverse edizioni italiane. Da poco, essendo scaduti i diritti (70 anni dalla morte dell’autore), detenuti dal Land della Baviera, è stato annunciato un ritorno del testo originale negli scaffali in Germania (dove era vietato), e anche altrove, grazie a un’edizione critica, che si annuncia filologicamente ineccepibile.
L’annuncio aveva suscitato immediato dibattito, sia pure di alto livello, mentre davanti all’attuale distribuzione dell’opera hitleriana con il Giornale le polemiche appaiono di basso profilo.
Si tratta innanzitutto di un’operazione commerciale (le copie del quotidiano a metà mattina erano esaurite nelle edicole da me battute...); anche se il significato politico-culturale è fuori discussione, i commenti di dirigenti del Pd che hanno denunciato l’ azione «elettoralistica» di Sallusti & C., per far votare i candidati «estremisti» contro quelli del partito renziano suonano grotteschi.
Se perderanno, sarà dunque colpa di Hitler?
Qualcuno tra costoro non ha mancato di evocare lo spettro penale: sorvegliare e punire, insomma.
Precisato che, a differenza di quanto è stato detto alla vigilia, il libro non era «omaggio» ma a pagamento, inquieta comunque che un quotidiano si sia preso la briga di inaugurare una collana editoriale con siffatta perla.
Personalmente, forse anche sulla base della mia professione di studioso di idee politiche, ritengo ovvio che si possa leggere Hitler; ma non come gadget di un quotidiano di informazione; che al Giornale se la cavino asserendo che il loro retropensiero sarebbe attivare i controveleni rispetto al nazifascismo fa sorridere.
Perché quel giornale, non certo da solo, da anni alimenta razzismo e intolleranza, diffidenza o addirittura odio per lo straniero: e fa specie dunque, che quel giornale (che del revisionismo storico ha fatto una linea di condotta, contribuendo a «normalizzare» il fascismo) distribuisca oggi un testo che se la prende, guarda caso, con «gli sporchi stranieri». E l’ebreo, era per Hitler, il più sporco degli «stranieri», e andava eliminato, in un modo o nell’altro.
Auschwitz è in nuce in quel testo.
Siamo ora giunti a uno dei punti terminali del revisionismo: siamo passati dalla constatazione filosofica della «banalità del male», alla sua deliberata, volontaria e più sconcertante banalizzazione.
Fonte
24/03/2016
Il suicidio europeo di fronte alla Turchia
di Thierry Meyssan*
Nel firmare un accordo – peraltro illegale nel diritto internazionale – con la Turchia per rallentare l’afflusso di migranti, i leader dell’Unione europea si sono impegnati più a fondo in un patto con il diavolo. Il Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ha adottato un piano per risolvere il problema sollevato dal massiccio afflusso di migranti provenienti dalla Turchia. I 28 capi di Stato e di governo si sono assoggettati a tutte le richieste di Ankara.
Abbiamo già analizzato il modo in cui gli Stati Uniti intendevano utilizzare gli eventi del Vicino Oriente per indebolire l’Unione europea. All’inizio dell’attuale crisi dei “rifugiati”, siamo stati i primi ad osservare tanto il fatto che questo evento era stato deliberatamente provocato quanto i problemi insolubili che stava per porre. Purtroppo, tutte le nostre analisi si sono verificate e le nostre posizioni sono state, in seguito, ampiamente adottate dai nostri detrattori di allora.
Andando oltre tutto questo, vogliamo studiare il modo in cui la Turchia ha preso in mano il gioco e la cecità dell’Unione europea che continua a stare sempre un passo indietro rispetto agli avvenimenti.
Il gioco di Recep Tayyip Erdoğan
Il presidente Erdoğan non è un uomo politico come gli altri. E nemmeno sembra che gli europei, né i popoli né i loro capi, ne abbiano preso consapevolezza. Il presidente Erdoğan è l’unico capo di stato in tutto il mondo a rivendicare un’ideologia della supremazia etnica, perfettamente paragonabile all’ideologia nazista della razza ariana. È anche l’unico capo di Stato al mondo a negare i crimini della sua storia, tra cui l’uccisione dei non-musulmani da parte del sultano Abdulhamid II (i massacri hamidiani del 1894-1895: almeno 80.000 cristiani uccisi e 100.000 cristiani incorporati con la forza negli harem), poi dai Giovani Turchi (genocidio degli armeni, degli assiri, dei caldei, dei siriaci, dei greci del Ponto e degli yazidi dal 1915 al 1923: almeno 1.200.000 di morti): un genocidio che venne eseguito con l’ausilio di ufficiali tedeschi, tra cui Rudolf Höss, futuro direttore del campo di Auschwitz.
Nel celebrare il 70 ° anniversario della liberazione dall’incubo nazista, il presidente Vladimir Putin ha osservato che «le idee di supremazia razziale e di esclusività hanno provocato la guerra più sanguinosa della storia» [6]. Poi, nel corso di una marcia — e senza nominare la Turchia — ha invitato tutti i russi a essere pronti a rinnovare il sacrificio dei loro nonni, se necessario, per salvare il principio stesso di uguaglianza tra gli esseri umani.
In primo luogo, è stato originato dalla Millî Görüş, un movimento islamico panturchista legato ai Fratelli Musulmani dell’Egitto e favorevole alla restaurazione del Califfato [4]. Secondo lui — come d’altronde i suoi alleati del Milliyetçi Hareket Partisi (MHP) — i turchi sono i discendenti degli Unni di Attila, anche loro figli del lupo delle steppe dell’Asia centrale, di cui condividevano la resistenza e l’insensibilità. Formano una razza superiore destinata a governare il mondo. La loro anima è l’Islam.
In secondo luogo, Erdoğan, che è sostenuto appena da un terzo della sua popolazione, governa da solo il suo paese con la forza. È impossibile sapere cosa pensi esattamente il popolo turco, dal momento che la pubblicazione di qualsiasi informazione che metta in discussione la legittimità del presidente Erdoğan è ormai considerata come una violazione della sicurezza dello Stato e porta subito in galera. Tuttavia, se ci si riferisce ai più recenti studi pubblicati nel mese di ottobre 2015, meno di un terzo dell’elettorato lo sostiene. È una quota assai inferiore rispetto ai nazisti nel 1933, che disponevano allora del 43% dei voti. Ragion per cui, Erdoğan non ha potuto vincere le elezioni parlamentari se non truccandole grossolanamente.
Tra le altre cose, i media dell’opposizione sono stati imbavagliati: i maggiori quotidiani Hürriyet e Sabah così come la televisione ATV sono stati attaccati dagli squadristi del partito al potere; le indagini hanno preso di mira i giornalisti e gli organi di informazione accusati di sostenere il “terrorismo” o di aver fatto osservazioni diffamatorie contro il presidente Erdoğan; diversi siti web sono stati bloccati; i fornitori di servizi digitali hanno rimosso dalle loro piattaforme i canali televisivi di opposizione; tre dei cinque canali televisivi nazionali, compresa l’emittente pubblica, sono stati, nei loro programmi, chiaramente favorevoli al partito al potere; altri canali televisivi nazionali, Bugün TV e Kanaltürk, sono stati chiusi dalla polizia.
Uno Stato straniero, l’Arabia Saudita, ha versato 7 miliardi di lire turche in “doni” volti a “convincere” gli elettori a sostenere il presidente Erdoğan (pari a circa 2 miliardi di euro).
128 sezioni politiche del Partito della Sinistra (HDP) sono state attaccate da squadristi del partito del presidente Erdoğan. Molti candidati e i loro staff sono stati bastonati selvaggiamente. Più di 300 negozi curdi sono stati saccheggiati. Decine di candidati dell’HDP sono stati arrestati e detenuti in custodia cautelare durante la campagna elettorale.
Oltre 2.000 oppositori sono stati uccisi durante la campagna elettorale, o tramite attentati o a causa della repressione del governo che ha preso di mira il PKK. Diversi villaggi del sud-est del paese sono stati parzialmente distrutti dai carri armati dell’esercito.
Dal momento della sua “elezione”, una cappa di silenzio incombe sul paese. È diventato impossibile informarsi sulla situazione della Turchia attraverso la sua stampa nazionale. Il principale quotidiano di opposizione, Zaman, è stato posto sotto tutela e si limita ormai a incensare la grandezza del “sultano” Erdoğan. La guerra civile, che già imperversa nella parte orientale del paese, si estende con attentati da Ankara e Istanbul, nella totale indifferenza degli europei.
Erdoğan governa quasi da solo, circondato da un piccolo gruppo, tra cui il Primo Ministro Ahmet Davutoğlu. Ha dichiarato pubblicamente durante la campagna elettorale che non applicava più la Costituzione e che tutti i poteri gli erano ormai ricondotti. Il 14 marzo 2016, il presidente Erdoğan ha dichiarato che di fronte ai curdi «La democrazia, la libertà e lo stato di diritto non hanno più alcun valore». Ha annunciato la sua intenzione di ampliare la definizione legale di «terroristi» per includere tutti coloro che sono «nemici dei turchi» ovverosia, i turchi e i non-turchi che si oppongano alla loro supremazia.
Per mezzo miliardo di euro, Recep Tayyip Erdoğan si è fatto costruire il più grande palazzo mai occupato da un capo di Stato nella storia del mondo. Il “palazzo bianco”, con riferimento al colore del suo partito, l’AKP, si estende su 200.000 metri quadrati e comprende ogni sorta di servizi, tra cui alcuni bunker con dispositivi di sicurezza ultra-moderni collegati a sistemi satellitari.
In terzo luogo, il Presidente Erdoğan ha usato i poteri che si è attribuito in modo incostituzionale per trasformare lo Stato turco nello sponsor del jihadismo internazionale. Nel dicembre 2015, la polizia e la Giustizia turca erano stati in grado di ricostruire i legami personali di Erdoğan e di suo figlio Bilal con Yasin al-Qadi, il banchiere globale di Al-Qa’ida. Ha quindi rimosso gli ufficiali e i magistrati che hanno osato «ledere gli interessi della Turchia» (sic), mentre Yasin al-Qadi e lo Stato intentava un processo a carico del quotidiano di sinistra BirGün per aver ripreso il mio editoriale intitolato “Al-Qa’ida, eterno complemento della NATO”.
Lo scorso febbraio, la Federazione russa ha presentato un rapporto di intelligence al Consiglio di sicurezza dell’ONU che attesta il sostegno dello Stato turco in favore del jihadismo internazionale, in violazione di numerose risoluzioni [8]. Ho pubblicato uno studio dettagliato su queste accuse, immediatamente censurato in Turchia.
La risposta dell’Unione Europea
L’Unione europea aveva inviato una delegazione per monitorare le elezioni parlamentari del novembre 2015. Ha ritardato a lungo la pubblicazione della sua relazione, e ha deciso di pubblicarne una breve versione edulcorata.
In preda al panico per via delle reazioni delle proprie popolazioni che reagiscono duramente al massiccio afflusso di migranti – e, per i tedeschi, all’abolizione del salario minimo che ne è risultata – i 28 capi di Stato e di governo dell’Unione hanno messo a punto con la Turchia una procedura affinché essa risolva i loro problemi. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha subito notato che la soluzione scelta viola il diritto internazionale, ma – posto che le cose possano essere migliorate – non sta in questo il problema principale.
L’Unione si è impegnata a:
– versare 3 miliardi di euro all’anno alla Turchia per aiutarla a rispettare i suoi obblighi, ma senza meccanismi di verifica sull’uso di tali fondi;
– mettere fine all’obbligo di visto per i turchi che entrano nell’Unione: cosa che risulta solo una questione di pochi mesi o addirittura di settimane;
– accelerare i negoziati di adesione della Turchia all’Unione: cosa che, per contro, risulterà assai più lunga e aleatoria.
In altre parole, accecati dalla recente sconfitta elettorale di Angela Merkel, i dirigenti europei si sono accontentati di trovare una soluzione provvisoria per rallentare il flusso di migranti, senza cercare di risolvere il problema e senza tener conto dell’infiltrazione di jihadisti in mezzo a questo flusso. Che cosa abbiamo combinato?
Il precedente di Monaco
Negli anni ’30, le élite europee e statunitensi consideravano che l’URSS, per via del suo modello, minacciasse i loro interessi di classe. Così hanno sostenuto collettivamente il progetto nazista mirante alla colonizzazione dell’Europa orientale e alla distruzione dei popoli slavi. Nonostante i ripetuti appelli di Mosca affinché si creasse un’ampia alleanza contro il nazismo, i leader europei accettarono tutte le rivendicazioni del cancelliere Hitler, compresa l’annessione di aree popolate dei Sudeti. Furono gli accordi di Monaco di Baviera (1938), che portarono l’URSS al “si salvi chi può” e a concludere da parte sua il patto germano-sovietico (il c.d. patto Ribbentrop-Molotov del 1939). Fu solo quand’era troppo tardi, che alcuni leader europei, e poi statunitensi, si accorsero del loro errore e decisero di allearsi con Mosca contro i nazisti.
Sotto i nostri occhi, gli stessi errori si ripetono. Le élites europee considerano la Repubblica siriana come un avversario, sia difendendo il punto di vista coloniale di Israele, sia sperando di ri-colonizzare essi stessi il Levante e di impadronirsi delle sue enormi riserve di gas ancora non sfruttate. Esse hanno dunque sostenuto l’operazione segreta statunitense volta al “cambio di regime” e hanno fatto finta di credere alla favola della “primavera araba”. Dopo cinque anni di guerra per procura, poiché hanno constatato che il presidente Bashar al-Assad è ancora lì benché si siano annunciate mille volte le sue dimissioni, gli europei hanno deciso di finanziare fino a 3 miliardi di euro all’anno il sostegno turco ai jihadisti. Tutto questo, secondo la loro logica, dovrebbe consentire loro la vittoria e quindi mettere fine alle migrazioni. Non tarderanno ad accorgersi, ma comunque troppo tardi, che con l’abrogazione dei visti per gli espatriati turchi, hanno autorizzato la libera circolazione tra i campi di al-Qa’ida in Turchia e Bruxelles.
Il confronto con la fine degli anni ’30 è particolarmente appropriato perché in occasione degli accordi di Monaco il Reich nazista aveva già annesso l’Austria senza provocare reazioni notevoli degli altri Stati europei. Ebbene, oggi la Turchia occupa già il nord-est di uno Stato membro dell’Unione europea, Cipro, e una striscia di pochi chilometri di profondità in Siria è amministrata da un wali (prefetto) nominato allo scopo. Non solo l’Unione europea si accomoda, ma – per via del suo atteggiamento – incoraggia Ankara a continuare le sue annessioni in violazione del diritto internazionale. La logica comune del cancelliere Hitler e del presidente Erdoğan si basa sulla unificazione della “razza” e l’epurazione della popolazione. Il primo intendeva unire le popolazioni di “razza tedesca” ed epurarle degli elementi “stranieri” (gli Ebrei e i Rom), il secondo vuole unire le popolazioni di “razza turca” ed epurarle degli elementi “stranieri” (i Curdi e i Cristiani).
Nel 1938, le élites europee credevano nell’amicizia del cancelliere Hitler, oggi in quella del presidente Erdoğan.
(Traduzione Matzu Yagi)
*Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace
Questo articolo è stato pubblicato in origine da Voltairenet.org e da Megachip Globalist Italia
Fonte
Nel firmare un accordo – peraltro illegale nel diritto internazionale – con la Turchia per rallentare l’afflusso di migranti, i leader dell’Unione europea si sono impegnati più a fondo in un patto con il diavolo. Il Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ha adottato un piano per risolvere il problema sollevato dal massiccio afflusso di migranti provenienti dalla Turchia. I 28 capi di Stato e di governo si sono assoggettati a tutte le richieste di Ankara.
Abbiamo già analizzato il modo in cui gli Stati Uniti intendevano utilizzare gli eventi del Vicino Oriente per indebolire l’Unione europea. All’inizio dell’attuale crisi dei “rifugiati”, siamo stati i primi ad osservare tanto il fatto che questo evento era stato deliberatamente provocato quanto i problemi insolubili che stava per porre. Purtroppo, tutte le nostre analisi si sono verificate e le nostre posizioni sono state, in seguito, ampiamente adottate dai nostri detrattori di allora.
Andando oltre tutto questo, vogliamo studiare il modo in cui la Turchia ha preso in mano il gioco e la cecità dell’Unione europea che continua a stare sempre un passo indietro rispetto agli avvenimenti.
Il gioco di Recep Tayyip Erdoğan
Il presidente Erdoğan non è un uomo politico come gli altri. E nemmeno sembra che gli europei, né i popoli né i loro capi, ne abbiano preso consapevolezza. Il presidente Erdoğan è l’unico capo di stato in tutto il mondo a rivendicare un’ideologia della supremazia etnica, perfettamente paragonabile all’ideologia nazista della razza ariana. È anche l’unico capo di Stato al mondo a negare i crimini della sua storia, tra cui l’uccisione dei non-musulmani da parte del sultano Abdulhamid II (i massacri hamidiani del 1894-1895: almeno 80.000 cristiani uccisi e 100.000 cristiani incorporati con la forza negli harem), poi dai Giovani Turchi (genocidio degli armeni, degli assiri, dei caldei, dei siriaci, dei greci del Ponto e degli yazidi dal 1915 al 1923: almeno 1.200.000 di morti): un genocidio che venne eseguito con l’ausilio di ufficiali tedeschi, tra cui Rudolf Höss, futuro direttore del campo di Auschwitz.
Nel celebrare il 70 ° anniversario della liberazione dall’incubo nazista, il presidente Vladimir Putin ha osservato che «le idee di supremazia razziale e di esclusività hanno provocato la guerra più sanguinosa della storia» [6]. Poi, nel corso di una marcia — e senza nominare la Turchia — ha invitato tutti i russi a essere pronti a rinnovare il sacrificio dei loro nonni, se necessario, per salvare il principio stesso di uguaglianza tra gli esseri umani.
In primo luogo, è stato originato dalla Millî Görüş, un movimento islamico panturchista legato ai Fratelli Musulmani dell’Egitto e favorevole alla restaurazione del Califfato [4]. Secondo lui — come d’altronde i suoi alleati del Milliyetçi Hareket Partisi (MHP) — i turchi sono i discendenti degli Unni di Attila, anche loro figli del lupo delle steppe dell’Asia centrale, di cui condividevano la resistenza e l’insensibilità. Formano una razza superiore destinata a governare il mondo. La loro anima è l’Islam.
In secondo luogo, Erdoğan, che è sostenuto appena da un terzo della sua popolazione, governa da solo il suo paese con la forza. È impossibile sapere cosa pensi esattamente il popolo turco, dal momento che la pubblicazione di qualsiasi informazione che metta in discussione la legittimità del presidente Erdoğan è ormai considerata come una violazione della sicurezza dello Stato e porta subito in galera. Tuttavia, se ci si riferisce ai più recenti studi pubblicati nel mese di ottobre 2015, meno di un terzo dell’elettorato lo sostiene. È una quota assai inferiore rispetto ai nazisti nel 1933, che disponevano allora del 43% dei voti. Ragion per cui, Erdoğan non ha potuto vincere le elezioni parlamentari se non truccandole grossolanamente.
Tra le altre cose, i media dell’opposizione sono stati imbavagliati: i maggiori quotidiani Hürriyet e Sabah così come la televisione ATV sono stati attaccati dagli squadristi del partito al potere; le indagini hanno preso di mira i giornalisti e gli organi di informazione accusati di sostenere il “terrorismo” o di aver fatto osservazioni diffamatorie contro il presidente Erdoğan; diversi siti web sono stati bloccati; i fornitori di servizi digitali hanno rimosso dalle loro piattaforme i canali televisivi di opposizione; tre dei cinque canali televisivi nazionali, compresa l’emittente pubblica, sono stati, nei loro programmi, chiaramente favorevoli al partito al potere; altri canali televisivi nazionali, Bugün TV e Kanaltürk, sono stati chiusi dalla polizia.
Uno Stato straniero, l’Arabia Saudita, ha versato 7 miliardi di lire turche in “doni” volti a “convincere” gli elettori a sostenere il presidente Erdoğan (pari a circa 2 miliardi di euro).
128 sezioni politiche del Partito della Sinistra (HDP) sono state attaccate da squadristi del partito del presidente Erdoğan. Molti candidati e i loro staff sono stati bastonati selvaggiamente. Più di 300 negozi curdi sono stati saccheggiati. Decine di candidati dell’HDP sono stati arrestati e detenuti in custodia cautelare durante la campagna elettorale.
Oltre 2.000 oppositori sono stati uccisi durante la campagna elettorale, o tramite attentati o a causa della repressione del governo che ha preso di mira il PKK. Diversi villaggi del sud-est del paese sono stati parzialmente distrutti dai carri armati dell’esercito.
Dal momento della sua “elezione”, una cappa di silenzio incombe sul paese. È diventato impossibile informarsi sulla situazione della Turchia attraverso la sua stampa nazionale. Il principale quotidiano di opposizione, Zaman, è stato posto sotto tutela e si limita ormai a incensare la grandezza del “sultano” Erdoğan. La guerra civile, che già imperversa nella parte orientale del paese, si estende con attentati da Ankara e Istanbul, nella totale indifferenza degli europei.
Erdoğan governa quasi da solo, circondato da un piccolo gruppo, tra cui il Primo Ministro Ahmet Davutoğlu. Ha dichiarato pubblicamente durante la campagna elettorale che non applicava più la Costituzione e che tutti i poteri gli erano ormai ricondotti. Il 14 marzo 2016, il presidente Erdoğan ha dichiarato che di fronte ai curdi «La democrazia, la libertà e lo stato di diritto non hanno più alcun valore». Ha annunciato la sua intenzione di ampliare la definizione legale di «terroristi» per includere tutti coloro che sono «nemici dei turchi» ovverosia, i turchi e i non-turchi che si oppongano alla loro supremazia.
Per mezzo miliardo di euro, Recep Tayyip Erdoğan si è fatto costruire il più grande palazzo mai occupato da un capo di Stato nella storia del mondo. Il “palazzo bianco”, con riferimento al colore del suo partito, l’AKP, si estende su 200.000 metri quadrati e comprende ogni sorta di servizi, tra cui alcuni bunker con dispositivi di sicurezza ultra-moderni collegati a sistemi satellitari.
In terzo luogo, il Presidente Erdoğan ha usato i poteri che si è attribuito in modo incostituzionale per trasformare lo Stato turco nello sponsor del jihadismo internazionale. Nel dicembre 2015, la polizia e la Giustizia turca erano stati in grado di ricostruire i legami personali di Erdoğan e di suo figlio Bilal con Yasin al-Qadi, il banchiere globale di Al-Qa’ida. Ha quindi rimosso gli ufficiali e i magistrati che hanno osato «ledere gli interessi della Turchia» (sic), mentre Yasin al-Qadi e lo Stato intentava un processo a carico del quotidiano di sinistra BirGün per aver ripreso il mio editoriale intitolato “Al-Qa’ida, eterno complemento della NATO”.
Lo scorso febbraio, la Federazione russa ha presentato un rapporto di intelligence al Consiglio di sicurezza dell’ONU che attesta il sostegno dello Stato turco in favore del jihadismo internazionale, in violazione di numerose risoluzioni [8]. Ho pubblicato uno studio dettagliato su queste accuse, immediatamente censurato in Turchia.
La risposta dell’Unione Europea
L’Unione europea aveva inviato una delegazione per monitorare le elezioni parlamentari del novembre 2015. Ha ritardato a lungo la pubblicazione della sua relazione, e ha deciso di pubblicarne una breve versione edulcorata.
In preda al panico per via delle reazioni delle proprie popolazioni che reagiscono duramente al massiccio afflusso di migranti – e, per i tedeschi, all’abolizione del salario minimo che ne è risultata – i 28 capi di Stato e di governo dell’Unione hanno messo a punto con la Turchia una procedura affinché essa risolva i loro problemi. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha subito notato che la soluzione scelta viola il diritto internazionale, ma – posto che le cose possano essere migliorate – non sta in questo il problema principale.
L’Unione si è impegnata a:
– versare 3 miliardi di euro all’anno alla Turchia per aiutarla a rispettare i suoi obblighi, ma senza meccanismi di verifica sull’uso di tali fondi;
– mettere fine all’obbligo di visto per i turchi che entrano nell’Unione: cosa che risulta solo una questione di pochi mesi o addirittura di settimane;
– accelerare i negoziati di adesione della Turchia all’Unione: cosa che, per contro, risulterà assai più lunga e aleatoria.
In altre parole, accecati dalla recente sconfitta elettorale di Angela Merkel, i dirigenti europei si sono accontentati di trovare una soluzione provvisoria per rallentare il flusso di migranti, senza cercare di risolvere il problema e senza tener conto dell’infiltrazione di jihadisti in mezzo a questo flusso. Che cosa abbiamo combinato?
Il precedente di Monaco
Negli anni ’30, le élite europee e statunitensi consideravano che l’URSS, per via del suo modello, minacciasse i loro interessi di classe. Così hanno sostenuto collettivamente il progetto nazista mirante alla colonizzazione dell’Europa orientale e alla distruzione dei popoli slavi. Nonostante i ripetuti appelli di Mosca affinché si creasse un’ampia alleanza contro il nazismo, i leader europei accettarono tutte le rivendicazioni del cancelliere Hitler, compresa l’annessione di aree popolate dei Sudeti. Furono gli accordi di Monaco di Baviera (1938), che portarono l’URSS al “si salvi chi può” e a concludere da parte sua il patto germano-sovietico (il c.d. patto Ribbentrop-Molotov del 1939). Fu solo quand’era troppo tardi, che alcuni leader europei, e poi statunitensi, si accorsero del loro errore e decisero di allearsi con Mosca contro i nazisti.
Sotto i nostri occhi, gli stessi errori si ripetono. Le élites europee considerano la Repubblica siriana come un avversario, sia difendendo il punto di vista coloniale di Israele, sia sperando di ri-colonizzare essi stessi il Levante e di impadronirsi delle sue enormi riserve di gas ancora non sfruttate. Esse hanno dunque sostenuto l’operazione segreta statunitense volta al “cambio di regime” e hanno fatto finta di credere alla favola della “primavera araba”. Dopo cinque anni di guerra per procura, poiché hanno constatato che il presidente Bashar al-Assad è ancora lì benché si siano annunciate mille volte le sue dimissioni, gli europei hanno deciso di finanziare fino a 3 miliardi di euro all’anno il sostegno turco ai jihadisti. Tutto questo, secondo la loro logica, dovrebbe consentire loro la vittoria e quindi mettere fine alle migrazioni. Non tarderanno ad accorgersi, ma comunque troppo tardi, che con l’abrogazione dei visti per gli espatriati turchi, hanno autorizzato la libera circolazione tra i campi di al-Qa’ida in Turchia e Bruxelles.
Il confronto con la fine degli anni ’30 è particolarmente appropriato perché in occasione degli accordi di Monaco il Reich nazista aveva già annesso l’Austria senza provocare reazioni notevoli degli altri Stati europei. Ebbene, oggi la Turchia occupa già il nord-est di uno Stato membro dell’Unione europea, Cipro, e una striscia di pochi chilometri di profondità in Siria è amministrata da un wali (prefetto) nominato allo scopo. Non solo l’Unione europea si accomoda, ma – per via del suo atteggiamento – incoraggia Ankara a continuare le sue annessioni in violazione del diritto internazionale. La logica comune del cancelliere Hitler e del presidente Erdoğan si basa sulla unificazione della “razza” e l’epurazione della popolazione. Il primo intendeva unire le popolazioni di “razza tedesca” ed epurarle degli elementi “stranieri” (gli Ebrei e i Rom), il secondo vuole unire le popolazioni di “razza turca” ed epurarle degli elementi “stranieri” (i Curdi e i Cristiani).
Nel 1938, le élites europee credevano nell’amicizia del cancelliere Hitler, oggi in quella del presidente Erdoğan.
(Traduzione Matzu Yagi)
*Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace
Questo articolo è stato pubblicato in origine da Voltairenet.org e da Megachip Globalist Italia
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02/01/2016
Kiev-Ankara: eroi comuni in camicia bruna
C'è un comune denominatore ideologico che si eleva sulla base di interessi convergenti e che, soprattutto negli ultimissimi tempi, è venuto ad avvicinare i golpisti al governo a Kiev, agli uomini forti di Ankara. Le mire sono quelle degli interessi di potenza (ma, ovviamente, non solo della “propria potenza nazionale”, bensì al servizio di disegni strategici più vasti) nell'area del mar Nero e, più in generale, dell'Europa sudorientale, da cui Mosca deve essere tenuta il più lontano possibile e, perciò stesso, accerchiata e minacciata con basi e dislocamenti d'arma sempre più prossimi ai suoi confini. La comune dottrina è quella delle croci uncinate sempre più spavaldamente sventolate, nell'indifferenza più assoluta delle “democrazie” occidentali. I mezzi, di cui con sempre maggiore frequenza si dà notizia, sono i gruppi di terroristi e di sabotatori che ricevono o forniscono aiuto reciproco ora in territorio ucraino, ora in quello turco.
Dunque, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è tornato ancora una volta sul tema a lui caro della forma di governo della Germania hitleriana, come quella secondo lui più confacente alla Turchia attuale. Come se già ora la Turchia, a parere di molti osservatori, non somigliasse a una dittatura nazista, ecco che, secondo Erdogan, occorrerebbe l'attribuzione di pieni poteri esecutivi al capo dello stato e la trasformazione del paese in una repubblica presidenziale. Per far questo, per prendere cioè a esempio di efficiente sistema presidenziale quello della Germania degli anni '30, il primo passo è, secondo Erdogan, por mano a una modifica della Costituzione. Al Ministero degli esteri russo, nel commentare le dichiarazioni di Erdogan, si sono limitati a dichiarare che esse rendono più chiari molti aspetti della politica attuale di Ankara.
A pochissima distanza di tempo, ieri sera a Kiev qualche migliaio di attivisti dei battaglioni neonazisti ucraini inscenavano una fiaccolata, per celebrare la data di nascita, il 1 gennaio 1909, dell'ideologo dei filonazisti ucraini, Stepan Bandera, capo di quell'UPA-OUN che collaborò con le SS tedesche nel perpetrare le stragi di soldati sovietici, civili ucraini, polacchi, ebrei e rom durante l'occupazione nazista delle regioni occidentali dell'Urss. Nel 2010 l'ex presidente ucraino Viktor Juščenko averva attribuito a Bandera il titolo – poi abolito da Viktor Janukovič – di eroe dell'Ucraina. Lo scorso anno, il presidente Petro Porošenko dichiarò il 1 gennaio festa nazionale, in onore della nascita di Bandera e sembra che ora le autorità di Kiev intendano ridenominare con il nome di Bandera la famosa fabbrica di aerei “Antonov”.
Così, mentre vengono alla luce gli “scambi di favore” tra terroristi Isis, loro protettori turchi e autorità ucraine; mentre si utilizza il territorio ucraino quale retrovia per i terroristi islamici; mentre i neonazisti ucraini non fanno mistero dei loro legami con le bande terroristiche caucasiche, attive fonti di reclutamento per le formazioni islamiche mediorientali; mentre il mejlis dei tatari di Crimea fedeli a Kiev parla apertamente del sostegno turco (evidentemente a livello di forze armate regolari) per la formazione di battaglioni destinati alla “riconquista della Crimea”, ecco che il comando delle milizie della DNR denuncia il concentramento nell'area di Mariupol di sabotatori di lingua araba e turca.
Ma tutto questo non scuote minimamente la fede euroatlantica nella missione “democratica” dei moderni presidenti in camicia bruna, chiamati a svolgere ben altri compiti nell'arena internazionale. Comune la loro ideologia di riferimento, comune la missione affidata loro dalla Nato a est e sud dei confini russi, comuni i mezzi di terrorismo di stato contro la propria popolazione all'interno e contro la sicurezza esterna degli altri popoli. Il resto sembra non contare, anche se, per dirla col Mefistofele goethiano, “si finisce sempre col dipendere dalle creature fatte da noi”.
Fonte
Dunque, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è tornato ancora una volta sul tema a lui caro della forma di governo della Germania hitleriana, come quella secondo lui più confacente alla Turchia attuale. Come se già ora la Turchia, a parere di molti osservatori, non somigliasse a una dittatura nazista, ecco che, secondo Erdogan, occorrerebbe l'attribuzione di pieni poteri esecutivi al capo dello stato e la trasformazione del paese in una repubblica presidenziale. Per far questo, per prendere cioè a esempio di efficiente sistema presidenziale quello della Germania degli anni '30, il primo passo è, secondo Erdogan, por mano a una modifica della Costituzione. Al Ministero degli esteri russo, nel commentare le dichiarazioni di Erdogan, si sono limitati a dichiarare che esse rendono più chiari molti aspetti della politica attuale di Ankara.
A pochissima distanza di tempo, ieri sera a Kiev qualche migliaio di attivisti dei battaglioni neonazisti ucraini inscenavano una fiaccolata, per celebrare la data di nascita, il 1 gennaio 1909, dell'ideologo dei filonazisti ucraini, Stepan Bandera, capo di quell'UPA-OUN che collaborò con le SS tedesche nel perpetrare le stragi di soldati sovietici, civili ucraini, polacchi, ebrei e rom durante l'occupazione nazista delle regioni occidentali dell'Urss. Nel 2010 l'ex presidente ucraino Viktor Juščenko averva attribuito a Bandera il titolo – poi abolito da Viktor Janukovič – di eroe dell'Ucraina. Lo scorso anno, il presidente Petro Porošenko dichiarò il 1 gennaio festa nazionale, in onore della nascita di Bandera e sembra che ora le autorità di Kiev intendano ridenominare con il nome di Bandera la famosa fabbrica di aerei “Antonov”.
Così, mentre vengono alla luce gli “scambi di favore” tra terroristi Isis, loro protettori turchi e autorità ucraine; mentre si utilizza il territorio ucraino quale retrovia per i terroristi islamici; mentre i neonazisti ucraini non fanno mistero dei loro legami con le bande terroristiche caucasiche, attive fonti di reclutamento per le formazioni islamiche mediorientali; mentre il mejlis dei tatari di Crimea fedeli a Kiev parla apertamente del sostegno turco (evidentemente a livello di forze armate regolari) per la formazione di battaglioni destinati alla “riconquista della Crimea”, ecco che il comando delle milizie della DNR denuncia il concentramento nell'area di Mariupol di sabotatori di lingua araba e turca.
Ma tutto questo non scuote minimamente la fede euroatlantica nella missione “democratica” dei moderni presidenti in camicia bruna, chiamati a svolgere ben altri compiti nell'arena internazionale. Comune la loro ideologia di riferimento, comune la missione affidata loro dalla Nato a est e sud dei confini russi, comuni i mezzi di terrorismo di stato contro la propria popolazione all'interno e contro la sicurezza esterna degli altri popoli. Il resto sembra non contare, anche se, per dirla col Mefistofele goethiano, “si finisce sempre col dipendere dalle creature fatte da noi”.
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12/06/2013
Ritrovati i diari di un gerarca nazista
Ritrovato negli Stati Uniti il diario di uno dei più importanti gerarchi di Hitler. Potrebbe rivelare informazioni importanti.
Dettagli sull'occupazione tedesca nell'allora Unione Sovietica e sugli scontri all'interno della cerchia di comando nazista, ma anche importanti particolari sul saccheggio delle opere d'arte nell’Europa occupata dalle truppe hitleriane: questo e molto altro sarebbe contenuto nel diario personale di Alfred Rosenberg, uno dei più potenti gerarchi nazisti e stretto collaboratore di Adolf Hitler, nonché custode di molti segreti del Terzo Reich. Si tratta di un manoscritto di 400 pagine, che riguarda un periodo compreso tra la primavera del 1936 e l'inverno del 1944 e che é stato recentemente ritrovato a Buffalo, nello stato di New York, a casa di un accademico legato ad un procuratore del processo di Norimberga.
Secondo una prima valutazione degli esperti Usa, il documento potrebbe offrire una nuova visione dei rapporti di Rosenberg con Hitler e altri gerarchi nazisti, tra cui Heinrich Himmler e Herman Goering, oltre a dettagli sulle tensioni all'interno del gruppo di comando nazista all'indomani della missione di Rudolf Hess in Inghilterra nel 1941, sull'occupazione tedesca in Unione Sovietica e sui piani per le uccisioni di massa degli ebrei. ''La documentazione é di notevole importanza per lo studio del periodo nazista – si legge in un comunicato rilasciato dal Museo dell'Olocausto di Washington - E una prima analisi del contenuto getta nuova luce su importanti aspetti legati alla politica del Terzo Reich''. Per gli esperti ''sarà una significativa fonte di informazione per gli storici, che in parte contraddice alcuni elementi già noti''. Rosenberg fu catturato dagli alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale e impiccato nel 1946, dopo essere stato condannato per crimini contro l'umanità al termine del processo di Norimberga. Il diario, utilizzato come prova durante in tribunale, scomparve misteriosamente subito dopo: per oltre 60 anni sembrò essere sparito nel nulla. Ad essere sospettato del furto del documento fu proprio uno dei procuratori di Norimberga, Robert Kempner, accusato di aver rubato il manoscritto per poi contrabbandarlo negli Stati Uniti. Dopo la sua morte, nel 1993, per oltre dieci anni si protrasse una controversia legale sul tesoro di documenti da lui custoditi, tra i suoi figli, l'ex segretario e il Museo dell'Olocausto. Quando gli eredi decisero di dare i documenti al museo, i funzionari scoprirono che decine di migliaia di pagine erano sparite. L'Fbi riuscì a recuperare parte delle carte, molte delle quali si trovavano a casa dell'ex segretario di Kempner, nel frattempo trasferitosi vicino a Buffalo, nello stato di New York, a casa di un professore di nome Herbert Richardson. Ma del diario nessuna traccia. Ora, le fonti ufficiali assicurano che molte informazioni verranno rivelate nel corso di una conferenza stampa in programma per questa settimana in Delaware, alla quale parteciperanno funzionari della Us Immigration and Customs Enforcement, del Dipartimento di Giustizia e del Museo dell'Olocausto.
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Dettagli sull'occupazione tedesca nell'allora Unione Sovietica e sugli scontri all'interno della cerchia di comando nazista, ma anche importanti particolari sul saccheggio delle opere d'arte nell’Europa occupata dalle truppe hitleriane: questo e molto altro sarebbe contenuto nel diario personale di Alfred Rosenberg, uno dei più potenti gerarchi nazisti e stretto collaboratore di Adolf Hitler, nonché custode di molti segreti del Terzo Reich. Si tratta di un manoscritto di 400 pagine, che riguarda un periodo compreso tra la primavera del 1936 e l'inverno del 1944 e che é stato recentemente ritrovato a Buffalo, nello stato di New York, a casa di un accademico legato ad un procuratore del processo di Norimberga.
Secondo una prima valutazione degli esperti Usa, il documento potrebbe offrire una nuova visione dei rapporti di Rosenberg con Hitler e altri gerarchi nazisti, tra cui Heinrich Himmler e Herman Goering, oltre a dettagli sulle tensioni all'interno del gruppo di comando nazista all'indomani della missione di Rudolf Hess in Inghilterra nel 1941, sull'occupazione tedesca in Unione Sovietica e sui piani per le uccisioni di massa degli ebrei. ''La documentazione é di notevole importanza per lo studio del periodo nazista – si legge in un comunicato rilasciato dal Museo dell'Olocausto di Washington - E una prima analisi del contenuto getta nuova luce su importanti aspetti legati alla politica del Terzo Reich''. Per gli esperti ''sarà una significativa fonte di informazione per gli storici, che in parte contraddice alcuni elementi già noti''. Rosenberg fu catturato dagli alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale e impiccato nel 1946, dopo essere stato condannato per crimini contro l'umanità al termine del processo di Norimberga. Il diario, utilizzato come prova durante in tribunale, scomparve misteriosamente subito dopo: per oltre 60 anni sembrò essere sparito nel nulla. Ad essere sospettato del furto del documento fu proprio uno dei procuratori di Norimberga, Robert Kempner, accusato di aver rubato il manoscritto per poi contrabbandarlo negli Stati Uniti. Dopo la sua morte, nel 1993, per oltre dieci anni si protrasse una controversia legale sul tesoro di documenti da lui custoditi, tra i suoi figli, l'ex segretario e il Museo dell'Olocausto. Quando gli eredi decisero di dare i documenti al museo, i funzionari scoprirono che decine di migliaia di pagine erano sparite. L'Fbi riuscì a recuperare parte delle carte, molte delle quali si trovavano a casa dell'ex segretario di Kempner, nel frattempo trasferitosi vicino a Buffalo, nello stato di New York, a casa di un professore di nome Herbert Richardson. Ma del diario nessuna traccia. Ora, le fonti ufficiali assicurano che molte informazioni verranno rivelate nel corso di una conferenza stampa in programma per questa settimana in Delaware, alla quale parteciperanno funzionari della Us Immigration and Customs Enforcement, del Dipartimento di Giustizia e del Museo dell'Olocausto.
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