Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/06/2016

La banalizzazione del male

Nel 1949 uno studioso francese diede alle stampe Les grandes ouvres politiques. De Machiavel à nos jours, un manuale che presentava 15 opere, la prima delle quali era Il Principe machiavelliano, l’ultima, Mein Kampf di Adolf Hitler. Una scelta singolare, che appariva ancora più bislacca, nel titolo della edizione italiana, Le grandi opere del pensiero politico.

Eppure quel libro, adottato in molti corsi universitari, fino a pochi anni or sono, anche per la sua relativa semplicità espositiva, ebbe enorme circolazione.

Certo, ancor prima di soffermarsi sul contenuto, era a dir poco discutibile che tra le «grandi opere», si inserisse un testo farraginoso, confuso, privo di qualsiasi coerenza espositiva, e anche di originalità.

L’autore, che lo vergò nella breve detenzione, dopo il fallito colpo di Monaco nel novembre ’23, non faceva che rimasticare teorie razziste diffuse in Europa dal tardo Ottocento, mescolandole a ricordi autobiografici, e a bizzarre «folgorazioni», come quella che nasceva dalla constatazione della ebraicità di Karl Marx, e dunque il bolscevismo marxista, era una sola cosa con l’ebraismo, colpendo l’uno si colpiva l’altro...

Un testo che, anche dopo che fu aggiustato a fini editoriali, appare di disarmante rozzezza, ma pieno di tossine velenose.

Un campionario di scemenze rivestite, talora, di «scienza», talaltra semplicemente condite in intingolo politico che raccoglie i risentimenti di classi medie e classi popolari frustrate, economicamente e psicologicamente, dalla sconfitta della Germania.

Il libro fu il vademecum nazista e fu imposto ovunque nel Terzo Reich, con milioni di copie diffuse, e spesso vendute, con relative royalties incassate dall’autore. Poi venne la damnatio del Secondo dopoguerra, anche se l’opera ha continuato a circolare un po’ ovunque, in circuiti semiclandestini o, in molti paesi, liberamente.

Della «Mia battaglia» (ecco il significato dello stentoreo titolo tedesco), sono in circolazione diverse edizioni italiane. Da poco, essendo scaduti i diritti (70 anni dalla morte dell’autore), detenuti dal Land della Baviera, è stato annunciato un ritorno del testo originale negli scaffali in Germania (dove era vietato), e anche altrove, grazie a un’edizione critica, che si annuncia filologicamente ineccepibile.

L’annuncio aveva suscitato immediato dibattito, sia pure di alto livello, mentre davanti all’attuale distribuzione dell’opera hitleriana con il Giornale le polemiche appaiono di basso profilo.

Si tratta innanzitutto di un’operazione commerciale (le copie del quotidiano a metà mattina erano esaurite nelle edicole da me battute...); anche se il significato politico-culturale è fuori discussione, i commenti di dirigenti del Pd che hanno denunciato l’ azione «elettoralistica» di Sallusti & C., per far votare i candidati «estremisti» contro quelli del partito renziano suonano grotteschi.

Se perderanno, sarà dunque colpa di Hitler?

Qualcuno tra costoro non ha mancato di evocare lo spettro penale: sorvegliare e punire, insomma.

Precisato che, a differenza di quanto è stato detto alla vigilia, il libro non era «omaggio» ma a pagamento, inquieta comunque che un quotidiano si sia preso la briga di inaugurare una collana editoriale con siffatta perla.

Personalmente, forse anche sulla base della mia professione di studioso di idee politiche, ritengo ovvio che si possa leggere Hitler; ma non come gadget di un quotidiano di informazione; che al Giornale se la cavino asserendo che il loro retropensiero sarebbe attivare i controveleni rispetto al nazifascismo fa sorridere.

Perché quel giornale, non certo da solo, da anni alimenta razzismo e intolleranza, diffidenza o addirittura odio per lo straniero: e fa specie dunque, che quel giornale (che del revisionismo storico ha fatto una linea di condotta, contribuendo a «normalizzare» il fascismo) distribuisca oggi un testo che se la prende, guarda caso, con «gli sporchi stranieri». E l’ebreo, era per Hitler, il più sporco degli «stranieri», e andava eliminato, in un modo o nell’altro.

Auschwitz è in nuce in quel testo.

Siamo ora giunti a uno dei punti terminali del revisionismo: siamo passati dalla constatazione filosofica della «banalità del male», alla sua deliberata, volontaria e più sconcertante banalizzazione.

Fonte

03/11/2012

Rauti, Grillo, Di Pietro, Ikea Piacenza. La tv che si scatena

Ore 19,00 di venerdì. Prima edizione serale di Sky Tg 24. Ospite principale: Francesco Storace. Oggetto principale della conversazione con la giornalista in studio: il profilo umano (sic) e politico di Pino Rauti. La domanda più critica e impegnativa della giornalista: “Quanto è stato importante Rauti nella storia della destra italiana?”. Storace risponde bonariamente come se si parlasse di un sereno pensatore lontano dalle vicende mondane. E si che Rauti uscito dal Msi, perchè considerato un partito morbido, per fondare Ordine Nuovo non è stato un politico qualsiasi. E’ stato interno alla guerriglia scatenata dai neofascisti in Italia subito dopo la seconda guerra mondiale, all’internazionale nera per almeno un trentennio e stratega dichiarato della guerriglia anticomunista nel paese (relatore al famoso convegno sulla guerriglia nera in Italia, organizzato da fascisti e militari, del maggio 1965 considerato la madre di tutte le trame di destra del decennio successivo). Inquisito inoltre per le stragi di Piazza Fontana e piazza della Loggia. Ma tra lo studiato, pacioso conversare nazionalpopolare di Storace e le pillole di notizie di Sky, tutto questo o viene diluito fino ad essere incomprensibile o addirittura scompare. Nessuno protesterà. Tanto per il centrosinistra i fascisti sono quelli che contestano la Fornero, i “black bloc”, chiunque stia a sinistra. Quando si fa propaganda per i fascisti veri, e su un canale molto seguito, tutto tace.

Cambio di canale: ore 19,30, rete All News della Rai. Oggetto: Grillo candida Di Pietro a presidente della repubblica. Notizia data a questo modo: i grillini sono spaccati sull’argomento, l’Idv è sull’orlo della scissione. Si suggerisce: la mossa di Grillo o è strumentale o disperata. Per commentare la notizia si intervista un editorialista del Corriere, Massimo Franco, che non manca di considerare per mezzo servizio quanto sia becero Di Pietro. A questo punto viene data notizia della dichiarazione di Bersani sull’argomento “Di Pietro candidato non fa bene al paese”. Siamo alla propaganda piena e nemmeno di quella fine. Per farlo capire facciamo l’esercizio contrario: immaginiamo che Bersani candidi Montezemolo presidente della Repubblica. E magari che il servizio pubblico All News della Rai rappresenti un Pd lacerato e l’Udc pronta alla scissione sul nome. Poi viene magari intervistato un giornalista del Manifesto che dice “Bersani è sempre stato un servo della Bce”. Infine montato commento di Ferrero: “Montezemolo candidato non fa bene al paese”. A quel punto Rainews farebbe servizio pubblico o propaganda? Ci siamo già capiti.

Ore 20,00. Tg7. Servizio sulle cariche ai lavoratori dell’Ikea di Piacenza. Le immagini, rispetto a foto e filmati che circolano su youtube sono abbastanza, diciamo, contenute. Nel servizio appare il sindaco piddino di Piacenza che cerca di mediare le ragioni degli scioperanti con quelle dei crumiri. E’ evidente che nel servizio de La7 il sindaco piddino appare come l’unico soggetto ragionevole. Il solito modo di prendere le parti dei crumiri e dell’azienda facendo finta di fare mediazione. E’ questo il modo di rappresentare uno sciopero? Ovviamente no. Anzi immaginiamo La7 che parla di questa vicenda come una vergogna inaccettabile proprio nella patria di Bersani, e alla vigilia delle primarie. Ma sono cose da immaginare e basta.

Ultimo frammento di una tv da tempo immemore unificata per temi e linguaggi. Ore 20.30 Tg1: intervista ad un reduce di El Alamein. In un'intervista ben pilotata, interrotta di volta in volta da immagini con voce fuori campo che narra gli episodi storici, la battaglia di El Alamein si trasforma da guerra coloniale in guerra per difendere l'onore della patria (da chi?) e i combattenti dell'esercito fascista diventano i futuri partigiani antifascisti. Avete sentito bene. Nessun accenno al fatto che esercito fascista e nazista erano in nordafrica a combattere una guerra contro gli inglesi in un contesto coloniale, cioè di aggressione a popoli terzi. Anzi, mentre scorrono le immagini la voce fuori campo racconta quasi di una guerra difensiva per difendere l'onore italiano. Torna l'ex combattente che respinge ogni accusa rispetto al fatto che stesse combattendo una guerra al fianco dei nazisti voluta dal regime fascista. E rilancia dicendo che molti di quei combattenti avrebbero partecipato poi alla caduta del fascismo una volta rientrati in Italia. I famosi partigiani di El Alamein. Ma il finale è ancora più bello. Dopo un lungo sospiro l'ex combattente ammette: "Combattavamo per valori come patria e famiglia che purtroppo oggi non sono sentiti come li sentivamo noi". Grazie di tutto, compagno partigiano di El Alamein.

La tv è, dunque, scatenata contro la memoria storica, contro i lavoratori e a favore di un modo di costruire notizie che salvaguardi quei 2-3 partiti che provano a spogliare il paese del poco che è rimasto. Il bello è che questo modo,  indisturbato, di produrre propaganda, pure di bassa qualità, viene chiamato libertà di informazione. Non a caso infatti, tutti questi media hanno adottato Sallusti nella battaglia a favore della libertà di espressione. Ognuno, del resto, ha i campioni che si sceglie. E che si merita.

Fonte

27/09/2012

Si può essere garantisti con Sallusti? No

La condanna a 14 mesi di detenzione al direttore del Giornale Sallusti lascia indifferente persino chi, come chi scrive, trova aberranti i reati di opinione ed è per il superamento della società del carcere. Sallusti è stato condannato per aver pubblicato un articolo sul Giornale dove si pubblicava una notizia falsa (un aborto indotto da un magistrato) invocando la pena di morte per i magistrati abortisti.

Dopo la condanna di Sallusti si sono quindi riscoperti, nel centrodestra come nel centrosinistra, i principi illuministici della libertà d'opinione. Si è chiesta la grazia per il direttore del Giornale e ci si è domandati se si può finire in carcere per un'opinione. Francamente tutto questo ci ricorda le affermazioni sul rischio di violazione della costituzione americana in caso di chiusura di siti nazisti negli Usa.

Il Giornale è una testata che, da quando è l'organo del berlusconismo militante, attacca la libertà di espressione di chiunque intimidendo e, come abbiamo visto, falsificando. Attacchi e dossieraggi che si pretendono essere fatti in nome della libertà di espressione. La lista delle nefandezze, di violazioni della libertà e della dignità altrui del Giornale di Sallusti, e prima ancora di Feltri, è troppo lunga per essere citata. E' comunque sufficiente evocarla per negare qualsiasi solidarietà al direttore del Giornale.

Risulta oltretutto perlomeno indecoroso che il dibattito sulla libertà di espressione in Italia si risvegli attorno a Sallusti. Davvero siamo all'Ancien régime: esiste un regime di garanzie per il notabilato e uno stato permanente di arbitrio nei confronti del popolo. Infatti il dibattito pubblico gira intorno al fatto che una legge vecchia, superata e ingiusta per molti, sia applicata al direttore de Il Giornale. Fino ad oggi però andava bene, probabilmente non aveva mai colpito così in alto ma solo qualche direttore di giornali o siti d'informazione indipendente.

Non bisogna abboccare alle lenze degli illuministi fuori tempo massimo, quelli che hanno voltato le spalle tutte le volte che in questo paese i diritti si violavano davvero: nessuna solidarietà a Sallusti.