Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Manifestanti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Manifestanti. Mostra tutti i post

26/02/2018

Barcellona. Visita di Re Felipe: contestazioni e cariche della polizia, cinque feriti

Migliaia di persone convocate dai Cdr (Comitati di Difesa della Repubblica) hanno dato vita a caceroladas di protesta in vari punti in tutta la città di Barcellona per manifestare contro la presenza in città del re Filippo VI, che partecipava ad un evento del Mobile World Congress (MWC) nel Palau de la Música Catalana. Nessuno dei vertici istituzionali catalani, dal sindaco Ada Colau al presidente del Parlament, Roger Torrent, era presente ad accoglierlo.

La protesta si è fatta sentire in diversi quartieri della città e in particolare in prossimità del Palau de la Música Catalana, dove si è tenuta la cena inaugurale del Mobile World Congress (MWC), alla presenza del monarca.

Guarda alcuni VIDEO delle proteste a Barcellona.

Il re ha lasciato il Palau de la Música alle 22.20 ore accompagnato da un forte contingente di polizia e davanti alle grida dei manifestanti che erano ancora nelle strade adiacenti a Via Laietana.

Intorno alle 22,45, la polizia ha rimosso il cordone su Via Laietana e centinaia di persone che protestavano in Plaza Urquinaona hanno marciato in segno di protesta lungo questa strada per gridare “fuori il Borbone” .

Quando il corteo è passato davanti al quartier generale della Polizia Nazionale, ha urlato “Fuori le forze di occupazione”.

La manifestazioni nell’area di Via Laietana e nelle strade vicino al Palau de la Música, hanno prodotto cinque feriti.

Alcuni manifestanti sono rimasti feriti quando la polizia ha rimesso le transenne che impedivano il passaggio sua via Comtal, e nella carica contro i manifestanti vicino al Palau de la Música.

Inoltre la polizia questo pomeriggio ha fermato una persona nell’area di Correos, con l’accusa di aver attaccato le autorità e di aver aggredito un numero indeterminato di agenti, che però non sono stati feriti.

La consigliera del CUP nella città di Barcellona, ​​María José Lecha, ha denunciato sul suo account Twitter che la polizia ha caricato il gruppo di manifestanti in cui stava partecipando, per nasconderli alla vista del re.

Fonte

05/12/2016

Egitto - Legge anti-proteste, la Corte Superama da la sua benedizione

La legge contro le proteste in Egitto resta dov’è. Sarà modificato solo l’articolo 10, ha fatto sapere ieri il governo egiziano, dopo la sentenza della Corte Suprema che sabato ha dato la benedizione ad una normativa a lungo combattuta dalla società civile. L’Alta Corte ha etichettato come costituzionale la legge, eccezion fatta proprio per l’articolo 10 che riconosceva al Ministero dell’Interno il potere di annullare una manifestazione precedentemente autorizzata dal governo stesso.
 
Secondo Agenzia Nova, inoltre, il parlamento potrebbe anche intervenire su un altro elemento critico: trasferire la competenza a concedere l’approvazione a manifestare alla magistratura e non al Ministero dell’Interno.

Ma resta l’impianto della normativa che dal 2013 vieta e punisce severamente con il carcere manifestazioni e proteste indette senza l’autorizzazione dell’esecutivo, uno strumento che in questi anni di governo nato dal golpe del generale al-Sisi, consente all'esecutivo di attaccare manifestazioni e arrestare attivisti e semplici cittadini. Ad essere impediti sono ritrovi e sit-in di più di 10 persone e pene fino a 5 anni di carcere per chi protesta senza autorizzazione.

Una vera e propria criminalizzazione della protesta e della libertà di espressione che da anni le organizzazioni egiziane combattono perché la considerano – a ragione – una dei capisaldi dell’istituzionalizzata campagna di repressione indetta a luglio 2013 da al-Sisi. Fino alla sentenza della Corte Suprema, i ricorsi mossi contro la legge si fondavano sulla sua anti-costituzionalità sulla base della violazione dell’articolo 73 che garantisce libertà di espressione e riunione.

Nel mirino non solo l’articolo 10, ma anche gli articoli 7, 8 e 19, riguardanti permessi e pene relative. L’articolo 7 individua gli atti considerati reati seppure la manifestazione è stata pre-approvata dal governo, e dunque criminalizzati a priori: tra questi interruzione della produzione, danneggiamento del diritto al lavoro di altri cittadini, occupazione di strade, blocco del traffico, danneggiamento di proprietà pubbliche e private. Le pene carcerarie sono definite dall’articolo 19 e vanno da 2 a 5 anni con una multa aggiuntiva da 50mila a 100mila sterline (2.600-5.200 euro).

L’articolo 8, invece, è quello relativo alla notifica della protesta che secondo la legge gli organizzatori devono presentare alla stazione di polizia del quartiere dove la manifestazione è prevista, dando anche dettagli in merito (data e ora, slogan previsti, motivazione, nome e indirizzo degli organizzatori).

Insomma, non cambierà molto in Egitto soprattutto per le migliaia di persone arrestate negli anni passati. Se alcuni di loro potrebbero presentare ricorso se detenuti durante proteste autorizzate, è difficile che qualcuno esca: sulla stragrande maggioranza di loro pesano anche pene accessorie che li manterranno dietro le sbarre. “Le pene dei manifestanti incarcerati sulla base delle legge anti-proteste – spiega al quotidiano al-Shorouq Mohamed al-Baqer – includono generalmente altri reati, come disturbo della quiete pubblica, danneggiamento di proprietà pubbliche e private e disturbo degli interessi pubblici”.

La morsa governativa sulla società civile non si allenta. Su questo si basa il potere e la “legittimità” del golpe di al-Sisi che, privo di una rappresentanza parlamentare, fa di esercito e servizi segreti la sua base di legittimazione all’interno di un circolo vizioso che vede coinvolto potere economico, militare e politico. Ma proprio la crisi economica che sta strangolando le classi più povere e sta provocando la scomparsa della classe media sarà, secondo molti osservatori, la miccia di esplosione della protesta. Non nell’immediato, ma nel medio periodo.

Fonte

03/08/2016

Codice 48. Abbracciatevi pure, ma dovete morire...


Tutti i Tg di regime – con le nuove nomine iper-renziane alla Rai, lo si può dire con certezza – e tutti i giornali mainstream ci hanno intrattenuto fino alla noia con le immagini, effettivamente commoventi, dell’abbraccio in piazza, a Taranto, tra una manifestante colpita da un tumore e un poliziotto in assetto antisommossa che ne era per sua fortuna uscito vivo.

A farli riconoscere reciprocamente come esseri umani di questo paese non c’era altro che un cartello e un numero – codice 48, appunto – che identifica i malati di tumore secondo le definizioni del servizio sanitario nazionale, unica e ultima difesa pubblica in un mondo privatizzato, invivibile, mortale.

Le immagini e la retorica sembravano descrivere un angolo felice in questo mondo, in cui non solo lo Stato si prende materialmente cura dei suoi cittadini a rischio di vita (indipendentemente dall’essere un poliziotto pronto a menar le mani su un corteo pacifico oppure un/a manifestante), ma promette di fare ancor meglio in futuro.

Nulla di tutto ciò. Una volta era così, ora c’è la #buonasanità. Dietro quella retorica c’è uno storytelling che deve nascondere una realtà esattamente opposta. Eccovi, per i dettagli, la situazione nella testimonianza battagliera di Daniela Cortese, delegata sindacale Usb in Telecom.
Allora, dopo una malattia importante perdi il diritto al codice 48 per l’esenzione dal ticket perché nel frattempo (dieci anni) non sei morta. Quindi ti fai tutta la prevenzione necessaria negli anni, specie se hai avuto una recidiva, ma ti paghi tutto perché, giustamente, continuare a vivere diventa un lusso. Ma non finisce qui, siore e siori!

Infatti la Regione Lazio ha deciso di complicare la prenotazione delle visite legate alla nostra prevenzione e, laddove si prenotava e si accedeva al reparto direttamente con l’impegnativa (fatta dallo stesso reparto o dal tuo medico curante), ora devi andare lo stesso al reparto oncologia dell’ospedale, ma ti devono consegnare un modello da compilare, che il reparto invierà al CUP, che ti risponderà dopo 48 ore al max e, in base ad una scala di valori della tua visita di controllo (molto basso, basso, medio, medio alto, alto, urgente e chissà quanti altri ancora) decideranno tempi e modi della prenotazione della tua visita.
Scusateci se non siamo morti. Ma non sperateci.

Fonte

26/09/2015

Carcere per i manifestanti a volto coperto. No ai codici identificativi per gli agenti. Il nuovo ddl “sicurezza”

Eleonora Martini - tratto da http://ilmanifesto.info

Arre­sto dif­fe­rito e fino a cin­que anni di car­cere per chi par­te­cipa a cor­tei e mani­fe­sta­zioni facendo «uso di caschi pro­tet­tivi ovvero di ogni altro mezzo atto a ren­dere impos­si­bile o dif­fi­col­toso il suo rico­no­sci­mento». Anche senza aver par­te­ci­pato ad alcuna vio­lenza di piazza. E nes­sun iden­ti­fi­ca­tivo per poli­zia e cara­bi­nieri, solo un “codice” per iden­ti­fi­care i reparti in ser­vi­zio di ordine pubblico.

E ancora: da 2 a 5 anni di pena e una multa da mille a 5 mila euro per chi lan­cia o uti­lizza tra l’altro «razzi, ben­gala, fuo­chi arti­fi­ciali, petardi, bastoni, mazze, scudi, mate­riale imbrat­tante o inqui­nante, oggetti con­tun­denti»; Daspo agli spac­cia­tori, anche mino­renni, con il divieto di acce­dere a disco­te­che e locali pub­blici; aumento di pena per furti, scippi e rapine; raf­for­za­mento delle misure di con­tra­sto a quelle con­dotte con­si­de­rate lesive del decoro urbano, come «l’accattonaggio inva­sivo nei luo­ghi pubblici».

Il mini­stro degli Interni Ange­lino Alfano ha tro­vata la solu­zione ai pro­blemi “più scot­tanti” della sicu­rezza urbana, pas­sando alcune delle patate più bol­lenti del suo paniere diret­ta­mente nelle mani dei sin­daci delle città metro­po­li­tane che, riu­niti ieri nella sede dell’Anci di Roma, chie­de­vano stru­menti e risorse per poter dare rispo­ste alle paure dei cittadini.

Così le pro­po­ste sono finite in una bozza di dise­gno di legge messo a punto dal tito­lare del Vimi­nale che «pre­vede - come spiega il primo cit­ta­dino di Milano, Giu­liano Pisa­pia - un’estensione dei poteri dei sin­daci per la tutela della sicu­rezza dei cit­ta­dini e nel con­tra­sto al degrado, fermo restando la com­pe­tenza esclu­siva dello Stato in mate­ria di ordine e sicu­rezza pub­blica». La pro­po­sta è stata pre­sen­tata ieri al ver­tice - Alfano assente, il rela­tore del testo è stato il coor­di­na­tore delle Città metro­po­li­tane e sin­daco di Firenze, Dario Nar­della - a cui hanno par­te­ci­pato, oltre ai su citati, il pre­si­dente dell’Anci e sin­daco di Torino, Fas­sino, e i sin­daci metro­po­li­tani Bianco (Cata­nia), Bru­gnaro (Vene­zia), Decaro (Bari), De Magi­stris (Napoli), Marino (Roma), Orlando (Palermo), Zedda (Cagliari), Fal­co­matà (R. Cala­bria) e Acco­rinti (Messina).

Subito dopo, la riu­nione è pro­se­guita al Vimi­nale, dove Alfano ha pre­sie­duto il tavolo con Nar­della, Fas­sino, una dele­ga­zione dei sin­daci metro­po­li­tani, il sot­to­se­gre­ta­rio dell’Interno Bocci, il capo Gabi­netto Lamor­gese e il capo della Poli­zia Pansa. I sin­daci ora hanno una set­ti­mana di tempo per pre­sen­tare le loro osser­va­zioni al testo e le loro pro­po­ste di modi­fica, anche se c’è già qual­cuno che ini­zia a sen­tire puzza di bru­ciato, motivo per il quale oltre a respon­sa­bi­lità e poteri, i par­te­ci­panti al ver­tice hanno chie­sto «un tavolo per­ma­nente per quanto riguarda le risorse neces­sa­rie in que­sto set­tore». Pisa­pia invece non mostra molti dubbi e giu­dica «posi­ti­va­mente» la pro­po­sta di Alfano.

Mal­grado all’articolo 21 del ddl gover­na­tivo sia pre­vi­sta l’introduzione non di un codice alfa­nu­me­rico iden­ti­fi­ca­tivo del sin­golo agente o mili­tare, ma di uno che iden­ti­fi­chi il «reparto degli ope­ra­tori in ser­vi­zio di ordine pub­blico» che «gli ope­ra­tori devono esporre» durante le ope­ra­zioni di piazza. Per l’obbligo però biso­gnerà in ogni caso atten­dere ancora, al con­tra­rio di tutte le altre dispo­si­zioni con­te­nute nel testo mini­ste­riale e in barba alle richie­ste del Par­la­mento euro­peo. Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, infatti, un decreto del pre­si­dente della Repub­blica, pre­via deli­be­ra­zione del Cdm, deter­mi­nerà «i cri­teri gene­rali con­cer­nenti l’obbligo di uti­lizzo e le moda­lità d’uso del codice, pre­ve­dendo spe­ci­fi­ca­ta­mente che l’attribuzione del sud­detto codice iden­ti­fi­ca­tivo di reparto avvenga secondo cri­teri di rota­zione per cia­scun ser­vi­zio». Altre dispo­si­zioni con­te­nute nel ddl, sud­di­viso in tre parti e 22 arti­coli, pre­ve­dono anche il divieto per il per­so­nale in ser­vi­zio di ordine pub­blico di indos­sare «caschi e uni­formi asse­gnati ad ope­ra­tori di altro reparto», pena una «san­zione ammi­ni­stra­tiva pecu­nia­ria di 5 mila euro nonché la san­zione disci­pli­nare pre­vi­sta dall’ordinamento di appartenenza».

I sin­da­cati di poli­zia di que­sto Paese, ancora una volta, plau­dono a tutte le pro­po­ste tranne all’introduzione del codice iden­ti­fi­ca­tivo, anche se potrebbe al mas­simo ser­vire per capire a quale con­tin­gente appar­ten­gano i tutori dell’ordine pubblico.

18 settembre 2015

Fonte

14/07/2015

E’ rivolta dentro Syriza, anche i giovani del partito sul piede di guerra


E’ rivolta all’interno della sinistra ellenica e dello stesso partito del premier Tsipras contro la capitolazione accettata dal governo a Bruxelles. Mentre domani alcuni sindacati hanno convocato uno sciopero generale del settore pubblico si moltiplicano le manifestazioni di dissenso nei confronti delle decisioni del primo ministro.

L’ultima ieri sera, convocata da Antarsya, organizzazioni della sinistra antagonista e gruppi della sinistra interna di Syriza, che hanno protestato davanti al parlamento di Atene. Un migliaio di militanti traditi e attivisti di organizzazioni rimaste sempre indipendenti dalla Coalizione della Sinistra Radicale ora ad un passo dall’implosione hanno protestato contro diktat che peggioreranno ulteriormente le condizioni di vita della popolazione ellenica e che comunque non scongiurano l’espulsione del paese dall’Eurozona.

Le immagini di un’attivista che circondata da manifestanti e fotografi dà fuoco ad una bandiera di Syriza davanti al parlamento ha fatto il giro del mondo.

E' in questo clima che, dopo il ritorno degli agenti in tenuta antisommossa davanti agli ingressi del parlamento, scomparsi all'indomani della formazione del governo Syriza-Anel, il ministro greco "per la Protezione del Cittadino" (gli Interni eufemisticamente definiti) Yiannis Panousis ha presieduto ieri una riunione con i vertici della polizia ellenica che ha deciso di schierare un alto numero di poliziotti in tutto il centro di Atene in vista delle proteste dei prossimi giorni.

I dissidenti di Syriza si riuniscono stasera per decidere cosa fare mentre la direzione del partito rinvia di ora in ora la plenaria del gruppo parlamentare in evidente difficoltà. Perché le defezioni vanno assai al di là delle componenti organizzate della sinistra del partito – il Koe (Organizzazione Comunista di Grecia), la Piattaforma di Sinistra di Panagiotis Lafazanis (che ha definito i membri dell'Ue “brutali ricattatori e assassini finanziari”), la Tendenza Comunista – e ormai voci di aperto dissenso si levano da intere sezioni locali del partito e in particolare nella gioventù di Syriza, che alcune ore fa ha diffuso una dichiarazione inequivocabile di contrarietà all’accettazione dell’umiliante e drastico Terzo Memorandum.

Recita il comunicato firmato dall’Organizzazione Giovanile di Syriza:
“Ieri sera tutti i popoli del mondo hanno parlato di un “golpe”. Avendo come obiettivo l’umiliazione di un governo e di un intero popolo, minacciando sia il fallimento nel caos, sia l’uscita sotto tutela dall’euro combinata con misure ancora più severe, la direzione politica dell’eurozona ha raggiunto un accordo-memorandum che non può essere ritenuto come sostenibile dalla grande maggioranza della società.

In realtà, ciò che è stato proposto al governo greco consacra la vendetta del capitale nei confronti dei lavoratori e dei giovani che hanno avuto la colpa di aver osato lottare, di aver avuto il coraggio di eleggere un governo di sinistra, di essersi coordinati con i popoli dell’Europa indignati e in lotta nelle piazze, per essere riusciti ad ottenere una grande vittoria durante il referendum del 5 luglio e aver mostrato l’enorme forza di cui disponevano.

Di fronte a un colpo di stato come questo, non possiamo stare con le mani in mano. Noi, il mondo del lavoro e dei giovani, dobbiamo respingere queste pressioni, non lasciare che venga votato un accordo come questo, dobbiamo impedire uno scenario che veda il rovesciamento di un governo eletto e porre nuovamente al centro il grande NO del 5 luglio, come elemento decisivo per il prossimo periodo.

Una situazione come quella che esige la direzione neoliberale dell’eurozona non hai giovato e non gioverà mai ai giovani di questo paese. Si tratta di una gioventù che ha resistito con una percentuale schiacciante alla paura anche perché non ha più nulla da perdere, ma anche perché è convinta che può costruire un mondo migliore. È, purtroppo, chiaro che occorre un piano radicale di sinistra, con l’appoggio della maggioranza dei giovani contro i ricatti e i colpi di stato dei creditori. Anche nelle circostanze più dure.

Non ci sono scelte facili davanti a noi. Ma non possiamo cedere e indietreggiare rispetto alle misure di rottura profonda e radicale di cui abbiamo bisogno: la rottura con le politiche di austerità, la riappropriazione del lavoro, un’educazione conforme ai nostri bisogni e non ai profitti, la democratizzazione profonda dello stato, la redistribuzione delle ricchezze e del potere verso il basso.

Non possiamo tornare indietro rispetto al consolidamento della democrazia, la sovranità popolare e la solidarietà, che sono principi fondamentali per la società in cui viviamo.

Invitiamo i giovani a protestare oggi alle ore 19 contro il colpo di stato della direzione politica dell’eurozona contro il nostro popolo, a non permettere che questo colpo di stato giunga a compimento”.
Mentre si moltiplicano in queste ore le dichiarazioni dei deputati di Syriza che annunciano il loro voto contrario all’approvazione del Memorandum, secondo quanto viene riportato dai media, Nadia Valavani, vice ministro delle Finanze ha deciso di dimettersi dal suo incarico ma anche da deputata.

Da parte sua l'ex ambasciatore Leonidas Chrysanthopoulos intervistato da Russia Today ha definito l'accordo “troppo duro, troppo tardivo, la morte dei greci”. E ancora: “Queste misure assurde non riflettono l'entrata della Grecia nell'Ue nel 1981. La Grecia si è trasformata in una colonia della Germania, non per restare nell'Unione Europea: il paese è molto lontano dall'essere fuori dalla crisi”.

Il tutto mentre l’ex ministro Varoufakis, che pure si dice ancora amico di Alexis Tsipras, accusa apertamente il primo ministro di aver accettato un colpo di stato pari a quello che i militari e l’estrema destra realizzarono ad Atene nel 1967.

Fonte

04/10/2014

A proposito dell’articolo di Roberto Saviano contro gli attivisti dei movimenti napoletani

Un libro di qualche anno fa di Alessandro Dal Lago su Saviano, "Eroe di carta”, lo definiva come un dispositivo: "il dispositivo Saviano".
A partire da una descrizione morale di un gruppo sociale o di una popolazione oppure, come in questo caso, di un movimento e di gruppi della sinistra radicale, il dispositivo Saviano è capace di produrre narrazioni che si reggano su degli incubi, atavici per lo più. Incubi da cui guarire. Come? Attraverso un processo dicotomico: una lotta fra bene e male, inferno e paradiso, ossia fra realtà da sanare come problema antropologico (vuoi i napoletani, meridionali, vuoi i centri sociali e la sinistra estrema). Quindi la realtà romanzata di Saviano diviene atto di fede, giornalismo come testimonianza esclusiva e autorevole (un po' come un suo predecessore, Giorgio Bocca che additava i napoletani di essere un popolo inguaribile... ma da cosa, poi, chissà...).

Aggiungo con Gramsci, ops, scusa Saviano, forse Gramsci è troppo vecchio, archeologico oppure troppo estremista? Comunque, Gramsci notava come funzionasse la formazione dell'opinione pubblica e del senso comune nei confronti dei meridionali e come agissero le forme di auto-inferiorizzazione. Funzione indispensabile è l'“intellettuale meridionale”: ossia quell'intellettuale che formatosi alla scuola crociana funge da “miglior agente del capitalismo industriale italiano”, esercitando “egemonia” proprio tra le “popolazioni” del Mezzogiorno, poiché da “burocrate” amministra il potere locale e da “giornalista” indirizza l’“opinione pubblica”.

Scrive Gramsci: “Il ceto di intellettuali riceve un’aspra avversione per il contadino lavoratore, considerato come macchina da lavoro che deve esser smunta fino all’osso e che può essere sostituita facilmente data la superpopolazione lavoratrice: ricavano anche il sentimento atavico e istintivo della folle paura del contadino e delle sue violenze distruggitrici e quindi un abito di ipocrisia raffinata e una raffinatissima arte di ingannare e addomesticare le masse contadine… Il suo unico scopo è di conservare lo statu quo. Nel suo interno non esiste nessuna luce intellettuale, nessun programma, nessuna spinta a miglioramenti e progressi".

Ecco, mi pare che Saviano rappresenti proprio questo tipo di mentalità e incarni questo modello di intellettuale e, purtroppo, ancor oggi partecipi a pieno titolo alla formazione del processo politico e del discorso pubblico nel Sud Italia.

Fonte

16/12/2013

Doppio standard nelle piazze italiane


Qui mi tolgo il casco e familiarizzo, lì invece appioppo manganellate e procedo a fermi e denunce. E’ ormai visibile, e prevedibile, il doppio standard che gli apparati coercitivi dello Stato addetti alle piazze stanno utilizzando di fronte alle proteste sociali e ai soggetti che le esprimono.

La netta impressione che si ricava di fronte agli avvenimenti di questa settimana comincia a definirsi. Poche migliaia di persone in tutta Italia, abbondantemente amplificate dai mass media (i cd Forconi) si vedono assegnato un ruolo di primo piano nella rappresentazione della protesta anti-sistema. Dall’altra parte gli apparati del sistema dominante che procedono sulla strada delle misure lacrime e sangue indicate dalla troika europea (Bce, Ue,Fmi). E in mezzo? In mezzo non deve esserci spazio per null’altro se non la complicità e la sociologia. Chi ha provato a fare saltare questo schema (gli studenti a Roma e Torino o i centri sociali a Venezia) ha ricevuto una risposta durissima sul piano repressivo.

Si conferma così quel doppio standard, ben visibile nella relazione annuale dei servizi di sicurezza al Parlamento che ha dedicato cinque pagine ai movimenti della sinistra e una sola paginetta striminzita e rassicurante ai gruppi neofascisti. Non solo. Dei secondi si dice che sono impegnati solo sul sociale e nel proselitismo via web, dei primi si indica la pericolosità del coordinamento tra chi è impegnato nelle vertenze sociali.

Questa gabbia definisce i rapporti dentro la situazione politica e sociale di quei settori di un paese impoverito e incattivito, consapevoli (ma non ancora coscienti in termini di identità di classe) di essere diventati anch'essi un “esubero” che la gerarchizzazione e la centralizzazione a livello europeo non integra più e pertanto ritenuti inservibili nella sfida della competitività.

Alcuni rapporti ci parlano di mezzo milione di operai espulsi dal ciclo produttivo in quattro anni (2008-2012) sia per le ristrutturazioni sia per le chiusure delle fabbriche, liquidati come esuberi. Si parla di decine di migliaia di esuberi anche tra i lavoratori nei servizi strategici (telecomunicazioni, trasporti, credito etc.). Sullo sfondo incombe la realtà di 2,2 milioni di giovani Neet (che non studiano più, non lavorano, non fanno formazione) anch’essi collocati come esuberi sociali in una fase in cui nel mercato del lavoro la domanda e lo spazio si sono fatti più stretti. Fin qui, si potrebbe dire, è la logica classica del capitalismo che colpisce e taglia sul fattore lavoro come reazione del proprio Dna, ossia di quegli “spiriti animali” che agiscono di conseguenza.

Ma la mannaia degli esuberi si è andata abbattendo anche su settori sociali intermedi, fino a ieri parte integrante del sistema economico in quanto “proprietari dei propri mezzi di produzione”. Autotrasportatori, padroncini, coltivatori diretti, microimprenditori di attività commerciali o nei servizi. Sia nel commercio che nei trasporti ha agito una fortissima polarizzazione sociale che ha stretto gli esercenti tra la grande distribuzione (che ha distrutto migliaia di piccole attività) e la fascia bassa gestita ormai da immigrati che riescono a spingere prezzi più bassi e orari più lunghi. Nel trasporto si segnala l’arrivo di migliaia di camionisti stranieri che lavorano in condizioni di flessibilità totale e sono meno vincolati da un apparato normativo asfissiante come quello messo in campo dai governi italiani.

Un bel pezzo di quel mondo di lavoro autonomo, di quel “piccolo è bello” nel quale spesso sono sopravvissuti – anche cambiando coscienza e identità sociale – tanti operai espulsi dalle fabbriche, è stato scosso con violenza dalla nuova divisione del lavoro a livello europeo… ed è stato espulso, è stato costretto ad una brusca discesa del suo status sociale e di reddito. Nasce da questo la rancorosa e indefinita protesta dei Forconi.

Ma questo pezzo di società – che tanto spesso è stato usato contro i lavoratori salariati pubblici e privati – non ha dimestichezza con l’organizzazione, la lotta organizzata, la dimensione collettiva, anzi è fortemente conforme ad una logica individualista.

E’ su questo settore che è partita l’occupazione dello spazio della protesta anti-sistema consentita… dal sistema dominante stesso. Una funzione che ormai con evidenza è stata agevolata anche dalle indicazioni ricevute dai contingenti di polizia e carabinieri nelle piazze o negli snodi autostradali presidiati dai Forconi. Si familiarizza, ci si riconosce come parte dello stesso “popolo di Italiani”, magari si enfatizza con forti presidi di blindati e camionette che rallentano il traffico (spesso per prudenza o per curiosità), e forse si condivide anche il sistema di idee, un blob indefinito e reazionario in cui quelli che appaiono più organizzati e con più attivisti a tempi pieno disponibili sono proprio i gruppi neofascisti.

In alcune città si è provato a far saltare questo schema. Ma sia all’università di Roma (quei presunti "figli di papà" che studiano….) che a Torino, a Brescia ed infine a Venezia, il clima e le indicazioni sono state completamente diverse: botte, cariche, fermi e denunce (“prendiamone qualcuno” gridava un funzionario di polizia nei viali della Sapienza).

A questo punto il re è nudo e né la sociologia né lo spontaneismo e l'inseguimento "delle piazze" aiuteranno a venirne fuori in positivo. Non possiamo nasconderci che le realtà dell’antagonismo di classe sono arrivate impreparate lì dove si manifestano punti di rottura spuri o imprevisti (es. i Forconi a Torino). La realtà lascia capire che occorre prepararsi ad altri episodi con questa o altra natura. Tutto ciò costringe a fare una ginnastica mentale, politica e di iniziativa alla quale in tanti – a sinistra – sono completamente disabituati. E’ tempo di adeguare e aumentare il ritmo di questa ginnastica a tutto campo: da quello sindacale a quello sociale, da quello ideologico a quello comunicativo. Non c’è molto tempo.

Fonte

Bello eh, io però quando si dice "occorre prepararsi ad altri episodi" non capisco mai a quali episodi si fa riferimento e soprattutto a che tipo di preparazione.
Sti cazzi ogni tanto uno straccio di esempio concreto lo si potrebbe anche mettere, oppure si tratta di qualcosa d'innominabile?

11/12/2013

Argentina. Polizia in rivolta: saccheggi, morti e l’incubo del golpe

La Presidente Cristina Fernandez de Kirchner sta lentamente ma progressivamente recuperando dopo l’operazione alla quale è stata sottoposta all’inizio del mese di ottobre. Ma l’Argentina è scossa dalla più grave crisi degli ultimi anni: saccheggi, scontri, proteste ovunque.

Alla vigilia del trentesimo anniversario del ritorno di Buenos Aires alla democrazia, continua e si estende il braccio di ferro tra governo federale e polizia, in sciopero da giorni apparentemente per chiedere aumenti salariali. La sparizione dei corpi di sicurezza dalle strade ha lasciato campo libero a gruppi di criminali organizzati che si sono dati ai saccheggi e agli assalti, ma anche a settori di popolazione povera che approfittano del caos per portare a casa cibo e prodotti gratis in una situazione in cui la crescente svalutazione della moneta locale, il peso, aggrava le condizioni di milioni di argentini.
Solo nelle ultime ore gli scontri hanno provocato tre morti, portando così a sette il conteggio totale delle vittime dall’inizio della crisi, proprietari di negozi ma anche alcuni saccheggiatori. La situazione è così grave che l’esecutivo federale ha accusato esplicitamente gli agenti di polizia e coloro che partecipano ai saccheggi – a volte, secondo le accuse, i due soggetti coinciderebbero – di cercare di destabilizzare il paese per aprire la porta ad una ventata reazionaria e autoritaria.
Lo sciopero dei poliziotti è iniziato a Cordoba, la seconda città per grandezza dell’Argentina, martedì della scorsa settimana, ma poi si è estesa ad una decina di province del grande paese. In otto di queste province - Buenos Aires, Entre Ríos, La Pampa, Santa Fe, Tucumán, Chaco, Mendoza e Chubut – i poliziotti sono rimasti del tutto chiusi nelle loro caserme, col risultato che centinaia di negozi sono stati assaltati e saccheggiati. Di fronte al caos crescente – sono aumentati esponenzialmente anche altri reati come stupri, omicidi, rapine – naturalmente i media vicini all’oligarchia prendono di mira il governo per le conseguenze dello sciopero della polizia che acquisisce contorni sempre più politici, diretti secondo il governo a produrre una crisi istituzionale e a provocare una reazione autoritaria per ‘mettere fine al disordine’. Per il Frente para la Victoria, la coalizione politica che sostiene Cristina Kirchner, si tratterebbe di una strategia destabilizzatrice che non ha nulla a che fare con richieste di tipo salariale, anche perché l’amministrazione dell’ordine pubblico appartiene in Argentina per lo più alle amministrazioni regionali, molte delle quali controllate da forze politiche antigovernative. Il ministro della giustizia, Julián Álvarez, ha affermato che dietro molti saccheggi c’è una regia comune e che basta andare sui social network per imbattersi in vere e proprie reti organizzate che promuovono gli assalti agli esercizi commerciali. Le accuse principali vengono rivolte dal governo, per ora però senza conseguenze, nei confronti di Sergio Massa e del suo Frente Renovador, nato da una costola delle forze che fino a poco tempo fa appoggiavano l’esecutivo e la presidente Kirchner.

Per cercare di riportare l’ordine nelle strade la Casa Rosada ha mobilitato 10 mila effettivi della Gendarmeria nazionale, mentre in tre province – Cordoba, Rio Negro e Neuquèn – la polizia provinciale ha posto fine alla protesta dopo aver accettato aumenti del salario base di circa il 60%. Ma il ritrarsi dalla protesta delle frange più moderate potrebbe convincere – è l’allarme lanciato dal governo – quelle più radicali a incrementare le provocazioni e le minacce.

“Decine di poliziotti in pensione, assieme a centinaia di sottoufficiali, a quattro agenti penitenziari che hanno fatto uscire delinquenti dalla prigione e a molti altri uomini armati hanno cominciato ad avvisare vandali, ladri e drogati sui negozi e supermercati non protetti da nessuna forza di sicurezza nazionale per saccheggiarli” ha denunciato Bacileff Ivanoff, governatore della provincia del Chaco.

Fonte

10/12/2013

La “rivolta degli italiani” aspetta l’adrenalina. Obiettivo il governo, per ora

"Non è il momento di andare a Roma. Bisogna vivere qualche altro giorno di passione e far salire l'adrenalina degli italiani". Così dice al telefono con l'ANSA Mariano Ferro, il leader del Movimento dei Forconi, che attribuisce gli scontri di ieri a Torino a "quattro scalmanati, ma la stragrande maggioranza era pacifica". “Se sarà votata la fiducia al governo ed i politici non andranno via, tutti convergeranno su Roma per un’invasione pacifica” ha detto Danilo Calvani, uno dei leader dei Forconi del Lazio (zona Pontina) in vista del voto di fiducia di mercoledì. “Se i politici non andranno via - aggiunge - annunceremo nuove nostre decisioni. Agiremo comunque nel rispetto delle regole, vogliono farci passare come eversivi. Forse disorganizzati ma siamo una forza massiccia”. La rivolta “degli italiani” incombe dunque sull’agenda politica?

In queste dichiarazioni di due dei leader ufficiali del “Coordinamento 9 dicembre” (o della rivoluzione dell’Immacolata come titola invece la pagina fb di Forza Nuova) sta l’incognita degli avvenimenti dei prossimi giorni. La giornata di “rivolta” di ieri ha bucato il clima di melassa nel quale tutti dovrebbero gioire o dedicarsi esclusivamente a commentare la vittoria di Renzi nelle primarie del Pd. Ma gli eventi – e in particolare quanto accaduto a Torino – hanno scombinato agende politiche e palinsesti televisivi. Il rancore profondo accumulatosi nella pancia profonda del paese – in quei ceti medi proletarizzati dalla crisi – si è manifestata pubblicamente in un blob indefinito di rivendicazioni politiche, economiche, fiscali che, se non interpretato, intercettato o contrastato lì dove indispensabile, non promette nulla di buono, e non solo per il governo Letta o la “casta dei politici” o per quelli che non sono “italiani”.

Non sono mancati neanche segnali plateali, come quello degli agenti di polizia che in almeno tre occasioni (a Torino, Genova e Rho) si sono tolti i caschi davanti ai manifestanti ma anche a fotografi e telecamere. Un gesto non certo usuale in altre manifestazioni e con altri manifestanti e che lascia intravedere una manfrina, un gioco delle parti che segna però l’immaginario collettivo (un po’ come certi scontri di piazza a schiuma frenata del passato). Ma anche un gesto non casuale, come rivendica il segretario del Siulp (sindacato di polizia) nella dichiarazione ufficiale che è possibile leggere qui sotto:

La dichiarazione integrale del segretario del Sindacato Unitario di Polizia, Felice Romano:

“Quanto accaduto a Torino, a Genova e in tutte le altre città, nonostante i soliti delinquenti professionisti del disordine che hanno dato sfogo alla loro indole criminale e violenta, senza però riuscire a separare il “Paese” (cittadini e poliziotti), merita un plauso a tutti quei colleghi di tutte le forze di polizia che oggi, in modo professionale e coraggiosamente hanno detto simbolicamente basta alla lontananza della politica governativa e dei palazzi del potere rispetto ai danni che stanno producendo contro le famiglie e i lavoratori di questo paese.

Togliersi il casco in segno di manifesta solidarietà e totale condivisione delle ragioni a base della protesta odierna di tutti i cittadini che hanno voluto gridare basta allo sfruttamento e al soffocamento dei lavoratori e delle famiglie italiane, è un atto che per quanto simbolico dimostra però che la misura è colma e che i palazzi, gli apparati, e la stessa politica ormai sono lontani dai problemi reali dei cittadini e troppo indaffarati ai giochi di potere per la propria sopravvivenza e conservazione della casta.

Ecco perché il governo in primis e il ministro Alfano a seguire, bene farebbero al ascoltare il Sindacato e prima ancora i cittadini di questo Paese; giacché la misura e colma e se non si inverte questa tendenza a chiedere sempre e maggiori sacrifici in cambio di nulla, a maggior ragione quando non si da il buon esempio cominciando a rinunciare i propri privilegi che sono tanti, anzi troppi, si ricordino il passaggio biblico nel quale si afferma: “terribile sarà l’ira degli onesti”.


Dunque se da un lato il sindacato di polizia avverte il governo a non sfidare l’ira degli onesti, dall’altro i fascisti di Forza Nuova, in un comunicato ufficiale affermano di “vegliare sulla nostra libertà”. Vedi il comunicato qui sotto:

Comunicato ufficiale del segretario nazionale Roberto Fiore

9 dicembre, Forza Nuova: appello all'ordine e alla tranquillità per la rivolta dell'Immacolata

Il Segretario Nazionale di Forza Nuova Roberto Fiore, sentiti i dirigenti del movimento attivi sul territorio in supporto alla mobilitazione del 9 dicembre dichiara:
"Forza Nuova rivolge a tutti gli Italiani che parteciperanno ai blocchi del 9 dicembre, un appello alla tranquillità, all'ordine e al rispetto delle leggi. La volontà del popolo che scenderà in piazza in tutta Italia, infatti, è una volontà forte, pacifica e ordinata. Le voci allarmistiche (di possibili violenze, disordini, "esasperazioni dei conflitti", e "propositi bellicosi") fatte circolare tramite la rete e i giornali dai Servizi Segreti, dal Ministero degli Interni e dai vari provocatori da internet, non hanno alcun fondamento nella realtà."
"Questa protesta, prosegue Fiore, non ha leader. L' ipotesi poi, apparsa su qualche giornale, che ci sarebbe la volontà di facilitare l'ascesa al potere di un governo militare, è ridicola e lontana anni luce dalle concezioni politiche e culturali di Forza Nuova, e qualora qualche mente bizzarra avesse partorito questa follia troverà Forza Nuova sul campo ad opporvisi."
"Tutti sanno, infatti, che il sistema oggi non si regge sulle istituzioni o sui politici, ininfluenti e delegittimati, ma sui centri di potere transnazionali, esterni all'Italia (UNIONE EUROPEA, BCE, NATO, EUROGENDFOR), che non possono essere scalzati da una singola seppur decisa protesta."
"La permanente mobilitazione degli italiani, dei movimenti politici sani, delle associazioni che sinceramente intendono proteggere l'Italia onesta e che lavora, al contrario, è la vera rivoluzione in atto, che presto soppianterà il vecchio potere con uno Stato Nuovo sovrano, giusto e ordinato e soprattutto lontano da lobby massoniche e settori deviati.
I forzanovisti, che parteciperanno alla mobilitazione sul territorio in forma legale e pacifica, concordano con la necessità di arrivare in tempi brevi alla sovranità monetaria, al blocco immediato dei provvedimenti esecutivi di Equitalia, stabilendo al più presto una data per le prossime elezioni politiche, che in virtù della sentenza della Consulta si dovranno tenere con un proporzionale senza soglia di sbarramento.
Al di là delle voci che si accavallano e degli stereotipi mediatici, gli Italiani possono dormire sonni tranquilli; Forza Nuova veglia sulle loro libertà."


L’altro gruppo neofascista che è apparso piuttosto attivo e coordinato dentro la rivolta dell’Immacolata è Casa Pound che sta operando e si sta candidando – anche in competizione con altre organizzazioni fasciste – ad essere il nerbo di un eventuale movimento reazionario di massa che un pezzo di borghesia italiana – travolta e indebolita dalla crisi e dalla gerarchizzazione in corso nell'Unione Europea – potrebbe voler scatenare nel paese sia contro le forze della sinistra (ritenute nemiche per storia, dna e princìpi), sia contro un altro pezzo di borghesia (come quella aggregatasi intorno al governo Monti) che punta invece ad agganciarsi al nucleo duro franco-tedesco, sacrificando non solo i diritti sociali e dei lavoratori ma anche gli interessi “nazionali” di una parte della borghesia stessa, quella più debole e inadeguata a reggere la competizione globale.

Intanto in molti – anche a sinistra e nei movimenti – si interrogano su cosa stia succedendo in alcuni segmenti sociali del paese, precipitati in basso a causa della crisi e delle misure antipopolari imposte dell’Unione Europea e del governo, arrivando per ora a risposte non convergenti. C’è chi invita a non sottovalutare i vagiti di un movimento reazionario di massa e chi – incantato dal movimentismo per il movimento – ritiene di doverci stare dentro per cercare di condizionarne gli esiti. In entrambi i casi è ben visibile il rischio di arrivare in ritardo, ma nel secondo caso il rischio di perdere la bussola appare ancora più pesante. Sta agendo infatti una forbice micidiale che va spezzata: da un lato gli apparati ideologici e materiali della classe dominante ben piazzati a "difesa del sistema"; dall'altro una egemonia reazionaria sul possibile "blocco anti sistema". Per rompere questa gabbia occorre una buona capacità di leggere i processi e una grande capacità di intervento politico e sociale. E' tempo che sindacati di base e conflittuali, movimenti sociali antagonisti e i nuclei di una sinistra di classe non polverosa battano un colpo, insieme possibilmente e contro il nemico principale: l'Unione Europea come apparato della classe dominante e vincente oggi nel nostro paese e in Europa.

Fonte

03/11/2012

Rauti, Grillo, Di Pietro, Ikea Piacenza. La tv che si scatena

Ore 19,00 di venerdì. Prima edizione serale di Sky Tg 24. Ospite principale: Francesco Storace. Oggetto principale della conversazione con la giornalista in studio: il profilo umano (sic) e politico di Pino Rauti. La domanda più critica e impegnativa della giornalista: “Quanto è stato importante Rauti nella storia della destra italiana?”. Storace risponde bonariamente come se si parlasse di un sereno pensatore lontano dalle vicende mondane. E si che Rauti uscito dal Msi, perchè considerato un partito morbido, per fondare Ordine Nuovo non è stato un politico qualsiasi. E’ stato interno alla guerriglia scatenata dai neofascisti in Italia subito dopo la seconda guerra mondiale, all’internazionale nera per almeno un trentennio e stratega dichiarato della guerriglia anticomunista nel paese (relatore al famoso convegno sulla guerriglia nera in Italia, organizzato da fascisti e militari, del maggio 1965 considerato la madre di tutte le trame di destra del decennio successivo). Inquisito inoltre per le stragi di Piazza Fontana e piazza della Loggia. Ma tra lo studiato, pacioso conversare nazionalpopolare di Storace e le pillole di notizie di Sky, tutto questo o viene diluito fino ad essere incomprensibile o addirittura scompare. Nessuno protesterà. Tanto per il centrosinistra i fascisti sono quelli che contestano la Fornero, i “black bloc”, chiunque stia a sinistra. Quando si fa propaganda per i fascisti veri, e su un canale molto seguito, tutto tace.

Cambio di canale: ore 19,30, rete All News della Rai. Oggetto: Grillo candida Di Pietro a presidente della repubblica. Notizia data a questo modo: i grillini sono spaccati sull’argomento, l’Idv è sull’orlo della scissione. Si suggerisce: la mossa di Grillo o è strumentale o disperata. Per commentare la notizia si intervista un editorialista del Corriere, Massimo Franco, che non manca di considerare per mezzo servizio quanto sia becero Di Pietro. A questo punto viene data notizia della dichiarazione di Bersani sull’argomento “Di Pietro candidato non fa bene al paese”. Siamo alla propaganda piena e nemmeno di quella fine. Per farlo capire facciamo l’esercizio contrario: immaginiamo che Bersani candidi Montezemolo presidente della Repubblica. E magari che il servizio pubblico All News della Rai rappresenti un Pd lacerato e l’Udc pronta alla scissione sul nome. Poi viene magari intervistato un giornalista del Manifesto che dice “Bersani è sempre stato un servo della Bce”. Infine montato commento di Ferrero: “Montezemolo candidato non fa bene al paese”. A quel punto Rainews farebbe servizio pubblico o propaganda? Ci siamo già capiti.

Ore 20,00. Tg7. Servizio sulle cariche ai lavoratori dell’Ikea di Piacenza. Le immagini, rispetto a foto e filmati che circolano su youtube sono abbastanza, diciamo, contenute. Nel servizio appare il sindaco piddino di Piacenza che cerca di mediare le ragioni degli scioperanti con quelle dei crumiri. E’ evidente che nel servizio de La7 il sindaco piddino appare come l’unico soggetto ragionevole. Il solito modo di prendere le parti dei crumiri e dell’azienda facendo finta di fare mediazione. E’ questo il modo di rappresentare uno sciopero? Ovviamente no. Anzi immaginiamo La7 che parla di questa vicenda come una vergogna inaccettabile proprio nella patria di Bersani, e alla vigilia delle primarie. Ma sono cose da immaginare e basta.

Ultimo frammento di una tv da tempo immemore unificata per temi e linguaggi. Ore 20.30 Tg1: intervista ad un reduce di El Alamein. In un'intervista ben pilotata, interrotta di volta in volta da immagini con voce fuori campo che narra gli episodi storici, la battaglia di El Alamein si trasforma da guerra coloniale in guerra per difendere l'onore della patria (da chi?) e i combattenti dell'esercito fascista diventano i futuri partigiani antifascisti. Avete sentito bene. Nessun accenno al fatto che esercito fascista e nazista erano in nordafrica a combattere una guerra contro gli inglesi in un contesto coloniale, cioè di aggressione a popoli terzi. Anzi, mentre scorrono le immagini la voce fuori campo racconta quasi di una guerra difensiva per difendere l'onore italiano. Torna l'ex combattente che respinge ogni accusa rispetto al fatto che stesse combattendo una guerra al fianco dei nazisti voluta dal regime fascista. E rilancia dicendo che molti di quei combattenti avrebbero partecipato poi alla caduta del fascismo una volta rientrati in Italia. I famosi partigiani di El Alamein. Ma il finale è ancora più bello. Dopo un lungo sospiro l'ex combattente ammette: "Combattavamo per valori come patria e famiglia che purtroppo oggi non sono sentiti come li sentivamo noi". Grazie di tutto, compagno partigiano di El Alamein.

La tv è, dunque, scatenata contro la memoria storica, contro i lavoratori e a favore di un modo di costruire notizie che salvaguardi quei 2-3 partiti che provano a spogliare il paese del poco che è rimasto. Il bello è che questo modo,  indisturbato, di produrre propaganda, pure di bassa qualità, viene chiamato libertà di informazione. Non a caso infatti, tutti questi media hanno adottato Sallusti nella battaglia a favore della libertà di espressione. Ognuno, del resto, ha i campioni che si sceglie. E che si merita.

Fonte

19/02/2012

Usa, il movimento Occupy e i black bloc

All’interno del composito movimento di protesta americano Occupy Wall Street è iniziato un interessante dibattito sui black bloc e la violenza politica. Un dibattito destinato a montare in vista delle grandi manifestazioni di protesta previste a Chicago a maggio contro il G8 e il vertice Nato, dove la presenza dei black bloc è data per scontata.
Il sasso nello stagno è stato un falso videomessaggio di Anonymous caricato il 22 gennaio su YouTube, dal titolo “Avvertimento di Occupy e Anonymous ai Black Bloc”: una provocazione che ha comunque sortito l’effetto di dar fuoco alle polveri della discussione.
Il video defintiva “inaccetabile”, “penoso”, “idiota” e “pericoloso” il “vandalismo dei black bloc”, e proseguiva con toni molti duri. “Siete codardi perché vi nascondete dietro le insegne del movimento Occupy usando i manifestanti come scudi”. “Molti di voi sono agenti provocatori, e anche chi non lo è, agisce demonizzando il nostro movimento agli occhi dell’opinione pubblica, sottraendoci sostegno, sia finanziario che ideologico. Ma soprattutto, le vostre azioni giustificano la brutalità della polizia, privando il movimento della sua superiorità morale e fornendo munuzioni ai media”. “Considerate questo come un atto di diplomazia – proseguiva il video – prima che iniziamo a scorprire i vostri culi per tutta la rete e a rovinare le vostre vite private. Scegliete: abbandonate le vostre tattiche patetiche e controproducenti e unitevi a noi, oppure fatevi da parte, altrimenti rischiate la collera della moltitudine”. “I black bloc sono un cancro che va estirpato”.
Queste ultime parole del video (cui Anonymous, o chi per loro, ha succssivamente risposto con un altro videomessaggio contro i “tentativi di divisione del movimento”) tornano il 6 febbraio nel titolo di un editoriale, “Il cancro di Occupy”, pubblicato su Truthdig a firma di Chris Hedges: intelettuale di sinistra, scrittore di successo e giornalista premio Pulitzer (è stato corrispondete di guerra per il New York Times e il Christian Science Monitor).
“Gli anarchici black bloc che abbiamo visto in azione a Oakland – scrive Hedges – sono il cancro del movimento Occupy. La loro presenza è un dono del cielo per gli apparati statali di sicurezza e sorveglianza”. “I black detestano la sinistra organizzata e cercano, abbastanza coscientemente, di privarci dei nostri strumenti di forza. Per loro il nemico non sono i capitalisti delle multinazionali, ma i loro collaboratori nei sindacati, nel movimento dei lavoratori, tra gli intellettuali radicali, gli attivisti ambientalisti e i movimenti come gli Zapatisti”.
“Poiché gli anarchici black bloc non credono nell’organizzazione, di fatto si oppongono a tutti i movimenit organizzati”. “I black bloc dicono che attaccano la polizia, ma ciò che realmente fanno è distruggere il movimento Occupy, come dice l’ambeintalista Derrick Jensen, secondo il quale se veramente il loro obiettivo fosse la polizia agirebbero separati dal movimento, invece di usare di fatto gli altri manifestanti come scudi umani”.
“Marciare compatti, tutti vestiti di nero e a volto coperto, diventando parte di un blocco anonimo, serve loro per superare temporanemante sentimenti di alienzazione, inadeguatezza, impotenza e solitudine. Provano un senso di cameratismo che consente alla rabbia di scantanersi contro qualisasi obiettivo: la stessa malattia che affligge i poliziotti che attaccano i dimostranti pacifici, o i soldati in guerra, trasformando esserei umani in bestie”.
“Lo Stato capitalsita usa le tattiche conflittuali dei black bloc e la loro devastazione di proprietà per gustificare forme draconiane di controllo e per impaurire la gente in modo da tenerla lontana dal movimento Occupy. Se il movimento viene dipinto come una folla inferocita che brucia bandiere e lancia pietre, siamo finiti”.
“I movimenti non violenti traggono vantaggio, in un certo senso, dalla brutalità della polizia. Il continuo tentativo dello Stato di reprimere manifestanti pacifici che chiedono semplici atti di giustizia delegittima l’élite al potere, crea fratture al suo interno e provoca una reazione della popolazione solitamente passiva. L’esplosione del movimento Occupy è infatti avvenuta dopo che alcune manifestanti a New York erano state intrappolate dalla polizia dietro una rete arancione e spruzzate con spry al peperoncino dall’agente Anthony Bologna: il fermo rifiuto del movimento di rispondere alla provocazione della polizia ha risuonato per tutto il Paese. Perdere questa supeirorità morale che consente di mostrare attraverso la portesta nonviolenta la corruzione e la decadenza dello Stato capitalista sarebbe la fine del movimento, ci degraderemmo al livello dei nostri oppressori, che è quello che gli oppressori vogliono”.
“C’è da scommetterci che tra i black bloc vi siano anche agenti provocatori, ma con o senza infitrati della polizia i black bloc servono gli interessi dell’1 per cento”.
La prima risposta ufficiale a Hedges arriva il giorno dopo, 7 febbraio, su Infoshop News. A scrivere è Zakk Flash, giovane attivista anarchico e direttore della Central Oklahoma Black/Red Alliance (Cobra).
Dopo aver spiegato come il black bloc non sia un movimento, ma una tattica protettiva rispetto agli abusi della polizia inventata dagli autonomi tedeschi negli anni ’70, Flash scrive che “vista la continuativa condotta illegale della polizia di Oakland, non può stupire che i cittadini si volgiano proteggersi in questo modo”. “Hedges accusa i balck bloc di Oakland di reazione eccessiva contro le forze dell’ordine e sostiene che la violenza della polizia è provocata dall’azione militante, ignorando settimane di resistenza assolutamete nonviolenta e mesi di attacchi polzieschi ad altre occupazioni in giro per il Paese. Scrive poi che che la violenza della polizia allontana la gente dal movimento, salvo poi contraddirsi dicendo che è stata proprio la violenza della polizia contro alcune ragazze a New York a far esplodere il consenso per il movimento. Per Hedges la colpa non è mai delle classi dirigenti e della polizia che agisce in maniera fascista, no, per lui la colpa è solo dei manifestanti che sfidano l’autorità e la violenza di Stato”.
“Per quanto riguarda poi i “danneggiamenti alla proprietà strategica”, l’attivista anrchico ricorda come essi “siano parte della lunga storia della lotta nonviolenta: da quella delle Sufragette che chiedevano il voto, agli ambientalisti che proteggevano i loro diritti naturali: i danneggiamenti alla prorprietà infligono costi ad entità che pensano solo ai soldi”.
“Non è vero – contina Flash – che coloro che partecipano ai balck bloc, e attenzione, non parliamo solo di anarchici, si opponogno ai metodi nonviolenti di organizzazione: Hedges ignora anni di impegno in iniziative come Food Not Bombs, centinaia di Infoshops che forniscono cultura, collettivi ciclistici, cooperative alimentari, attività a sostegno a gruppi emarginati. Noi anarchici crediamo nella diversità delle tattiche, e questa è la nostra forza. Non possiamo consentire che la calunnia e la paura creino divisioni tra noi: è il settarimo il verco cancro che rischia di distruggere Occupy”.
Ma la replica più importante a Hedges arriva il 9 febbraio da David Graeber, l’antropogo e scrittore anarchico considerato tra i principali promotori del movimento Occupy.
“Io sono anarchico e ho partecipato a molti black bloc”, rivendica con orgoglio Graeber sul magazine n+1. “Non ho mai preso parte personalmente ad azioni di distruzione di proprietà, ma ho partecipato a molti bloc in cui è accaduto. Del resto ho anche preso parte a bloc che non hanno usato questa tattica: è un’idea sbagliata quella per cui i black bloc non facciano altro che questo. E non ero certo l’unico veterano di black bloc ad aver partecipato alla pianificazione delle strategie iniziali del movimento Occupy Wall Street. Anarchici come me costituivano infatti l’ossatura del gruppo che se n’è venuto fuori con l’idea di occupare Zuccotti Park, con lo slogan del 99%, con il processo delle assemblee generali e con la stessa decisione di adottare una strategia ghandiana di nonviolenza che evitasse danneggiamenti a prorpeità”.
Dopo un inciso sul fatto che la anarchici e black bloc sono generalmente tutt’altro che ostili agli Zapatisti, anzi, Graeber scrive che “l’affermazione sul ‘cancro di Occupy’ non è solo sbagliata, è pericolosa. Più pericolosa di un ragazzino che lancia una pietra, perché è un apello alla violenza. Invitare a isolare i black bloc si traduce in pratica in manifestanti che ne consegnano altri alla polizia o, peggio, che li agrediscono fisicamente. L’ho visto succedere tante volte. Non sono mai i black bloc che attaccano altri manifestanti, poiché rispettano una regola ferrea di nonviolenza verso altri manifestanti: sono sempre i cosiddetti pacifisti che attaccano chi ha un cappuccio in testa, un bandana in faccia o semplicimente dimostranti che adottano tattiche ad essi sgradite”.
Graeber giudica poi scorretto sostenere che i black bloc giustificano la repressione poliziesca del movimento, perché di solito “è la polizia che attacca i manifestanti dichiarando di essere stata proovocata, anche se non è vero”. E dopo che la polizia agisce in maniera violenta, continua l’antropologo, è normale che qualcuno reagisca violentemente: “Non c’è modo di prevenirlo”.
“E’ la violenza delle autorità che va stigmatizzata. Non dobbiamo iniziare a scrivere contro i nostri compagni del movimento additandoli come pazzi fanatici. Lo stesso Ghandi, pur non condividendo la tattica violenta di lotta dei suoi comapgni, si rifiutava di denunciarli: sosteneva la superiorità morale della nonviolenza rispetto alla violenza, ma diceva anche che opporsi all’ingiustizia con mezzi violenti e comunque morlamente supeirore al non fare nulla. E Ghandi parlava di gente che faceva saltare in aria treni e assassinava ufficiali governativi, non che scriveva sulle vetrine parolacce contro la polizia”.

Fonte.

18/12/2011

Questa volta è il turno de "il manifestante"

In Nord Africa, Medio Oriente, Europa, Stati Uniti e Russia, il protagonista del 2011 è stato «Il manifestante», che ha contribuito a «cambiare il mondo». Così scrive il Time magazine, che pertanto questa settimana gli dedica la sua prestigiosa copertina con la dicitura: «persona dell'anno», in una tradizione che si ripete dal 1927 e che, di volta in volta, ha visto 'incoronatì per lo più capi di Stato e leader della politica o della finanza. Nel 2011 ci sono state ovunque proteste per il fallimento di vecchie leadership e irresponsabili istituzioni, e i manifestanti hanno «letteralmente incarnato l'idea che l'azione individuale può portare un cambiamento collettivo, colossale», scrive nel suo editoriale il direttore del settimanale, Rick Stengel, sottolineando che, «anche se compresa in maniera diversa in posti diversi, l'idea di democrazia è stata presente in ogni manifestazione». Secondo l'analisi di Stengel, «nessuno avrebbe potuto sapere che quando un venditore ambulante tunisino si è dato fuoco in una piazza di una cittadina appena segnata sulle carte geografiche, avrebbe innescato proteste che hanno rovesciato dittatori in Tunisia, Egitto e Libia e scuotono regimi in Siria, Yemen e Bahrein». E anche che lo «spirito del dissenso» avrebbe spinto i messicani «a sollevarsi contro il terrore dei cartelli della droga, i greci a marciare contro leader irresponsabili, gli americani ad occupare spazi pubblici per protestare contro l'iniquità delle retribuzioni e i russi a schierarsi contro un'autocrazia corrotta» come hanno fatto di recente, in maniera massiccia, per la prima volta da tanto tempo. E allora, il protagonista è stato certamente quel venditore tunisino, Mohamed Bouazizi, o gli egiziani Khaled Said o Wael Ghonim, che hanno innescato «l'effetto domino», ma anche i milioni di altri che hanno seguito il loro esempio. Insomma, di fatto, si tratta del «Manifestante globale», e quindi impersonale, secondo una scelta che non è nuova per Time, che già aveva incoronato, ad esempio nel 1982, «il computer», oppure «la terra in pericolo», nel 1988. Nel 2006 persino un «Tu», ovvero tutti noi, in quanto controllori dell'era dell'informazione e della comunicazione; un'era che l'anno scorso ha portato sul trono di Time Mark Elliot Zuckerberg, il creatore di Facebook. Una scelta fatta peraltro in contrasto con quella dei lettori, che invece avevano scelto a grande maggioranza il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, altro grande protagonista del web. Quest'anno però non c'è stata discussione, ha affermato Stengel, perchè la nomina ha avuto «il consenso dei nostri giornalisti e corrispondenti. Tutti pensano che sia la scelta giusta». Si tratta di una scelta che premia soprattutto i giovani, perchè «le manifestazioni hanno segnato l'ascesa di una nuova generazione», che ora guarda verso la Russia, in attesa delle prossima grande protesta di piazza prevista per il 24 dicembre. All'appuntamento, i manifestanti arriveranno con nella mente le parole che gli ha rivolto uno di loro, il blogger Alexey Navalny, arrestato il 5 dicembre: «È impossibile sconfiggere e arrestare centinaia di migliaia, milioni» di persone, ha scritto da dietro le sbarre rivendicando che «noi non siamo bestiame o schiavi. Noi siamo voci e voti».

Fonte.

A sto giro il salotto buono e illuminato dell'informazione americana da il contentino "al manifestante" giusto dimenticandosi che in più di una sommossa, la sua forza è stata stimolata da poteri e soggetti che hanno ben poco a che fare con la democrazia e il bene comune (soprattutto nel mondo arabo) e che in occidente, ad oggi la voce della piazza non è stata ascoltata da nessuno, anzi sì continua a procedere sempre nella direzione peggiore per la collettività.