Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/03/2020

Bartolini, Fca, Ikea. Scioperi spontanei. La sicurezza prima del profitto

Hanno cominciato ieri i lavoratori della logistica della Bartolini, poi al secondo turno gli operai della Fca di Pomigliano, ed ancora i lavoratori dell’Ikea del più grande magazzino in Italia, quello di Piacenza.

Nelle grandi concentrazioni operaie della produzione e della distribuzione, i lavoratori hanno deciso di fermarsi con scioperi spontanei davanti alla stridente contraddizione di provvedimenti contro l’emergenza coronavirus che dicono “state a casa” ma escludono da questa misura chi deve andare al lavoro “assembrandosi” nei reparti o nei magazzini e quindi vanificando le precauzioni invocate come necessarie.

L’Usb in queste ore ha rilanciato l’appello “Sos Salute, Occupazione, Salario” a fermare il lavoro lì dove non necessario alla vita quotidiana della collettività ma funzionale solo al profitto privato dei padroni.



Dal canto suo per la Confindustria il contenimento dell’epidemia di coronavirus non può far passare in secondo piano l’esigenza di continuare a lavorare e produrre e rivendica il fatto di aver imposto finora questo suo interesse nelle scelte adottate dal governo.

Daremo conto in tempo reale delle realtà operaie che si stanno fermando dando una indicazione generale a tutto il paese. Una indicazione decisiva nell’emergenza di oggi ma soprattutto sullo scenario economico e sociale che ci attende nel dopo emergenza.

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06/04/2018

Da Ikea alla Coop Adriatica. I tribunali tornano alla giustizia di classe

Due sentenze contro due lavoratrici hanno mostrato che la magistratura in Italia, invece che mettere al centro del suo operato i diritti della nostra Costituzione, ha scelto di dare priorità su tutto al mercato e al potere dell’impresa.

Alla Ikea di Milano il tribunale ha confermato il licenziamento della lavoratrice che aveva cambiato i turni per accudire i figli. Non doveva farlo, dice il giudice, avrebbe dovuto obbedire ad un’azienda che già si era mostrata sensibile nei suoi confronti. Per questo l’Ikea ha fatto bene a cacciare la lavoratrice.

Alla Coop Adriatica di Ancona è stata addirittura la Corte di Cassazione a confermare il licenziamento di una lavoratrice. Colpevole di aver ritagliato due bollini punti da due prodotti, mentre faceva la spesa di 300 euro nello stesso magazzino dove lavorava. La Corte di Cassazione ha spiegato che non conta tanto l’entità del furto, due bollini, ma il principio di fiducia per cui l’azienda ha fatto bene a licenziare una sua lavoratrice che quel principio ha infranto. Si comincia coi bollini e si finisce coi milioni. Anche la lavoratrice Ikea alla fine è risultata colpevole dello stesso reato, aver messo in crisi il rapporto gerarchico e di fiducia con l’azienda. Le imprese devono avere piena fiducia, nei propri dipendenti, altrimenti fanno bene a licenziarli. Un concetto che una volta era legato solo alle più elevate funzioni aziendali e a mancanze gravissime, e che oggi viene usato anche verso la massa dei dipendenti e anche per mancanze lievissime. Non mi fido più di te, sei fuori.

Ciò che colpisce di queste sentenze è che la stessa magistratura rifiuti il concetto della proporzionalità della pena. Di fronte a piccole mancanze come quelle di queste due lavoratrici, naturalmente se dimostrate, una volta sarebbe stata già pesante una multa. Ma la controriforma Fornero dell’articolo 18 e poi il Jobsact hanno cancellato questo principio fondamentale del diritto, e hanno reso possibile il licenziamento per qualsiasi mancanza, indipendentemente dalla sua entità. E la magistratura, salvo poche eccezioni, si è messa a cavallo di quest’onda reazionaria e ci ha aggiunto del suo.

Così oramai per ogni infrazione ai codici aziendali si può essere gettati in mezzo ad una strada, con la quasi certezza che il giudice confermerà il licenziamento perché il dipendente ha infranto il legame di fiducia con l’azienda.

Sarebbe come se per ogni reato, se commesso da poveri, la sola pena ammessa fosse l’ergastolo. Come ne I Miserabili di Victor Hugo.

Sì torna alla giustizia di classe nella sua versione più brutale che sancisce la regressione al Medio Evo nei rapporti di lavoro. Per ora in quelli.

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04/04/2018

Milano. Il tribunale conferma licenziamento della lavoratrice Ikea

Il tribunale di Milano sezione Lavoro ha respinto il ricorso di Marica Ricutti, la mamma lavoratrice che era stata licenziata dall’Ikea: la donna, che lavorava nello stabilimento di Corsico, nel milanese, riteneva il provvedimento “discriminatorio” e chiedeva il reintegro e il risarcimento del danno. Ma le nuove leggi sui licenziamenti, in particolare la Fornero del 2012, hanno completamente riscritto le norme spianando la strada alle misure punitive da parte delle aziende. E i tribunali si sono adeguati fin troppo rapidamente.

Marica Ricutti, lavoratrice del negozio Ikea di Corsico, madre di due figli, di cui uno disabile e per il quale usufruiva della 104, era stata licenziata a novembre 2017 perché, a fronte dell’imposizione di nuovi orari da parte dell’azienda, si è rifiutata (perché impossibilitata da evidenti ragioni familiari) di iniziare il turno alle dalle 7,00 del mattino invece che dalle 9,00 come sua consuetudine. La donna, separata con due figli di 10 e 5 anni, quest’ultimo disabile («motivo per cui ho la 104»), era impiegata al bistrot ma da qualche mese era stata trasferita al ristorante del primo piano del grande punto vendita della multinazionale. Proprio questo cambio di reparto, con l’orario anticipato di due ore, l’ha messa per forza di cose in crisi: i bambini da portare a scuola, e soprattutto le cure per l’ultimogenito, non si conciliavano con l’entrata al lavoro all’alba.

Il 5 dicembre i lavoratori e l’Usb avevano convocato uno sciopero di solidarietà “Il Tribunale di Milano sezione Lavoro, con provvedimento in data odierna ha riconosciuto la gravità dei comportamenti tenuti da Marica Ricutti e, conseguentemente, ha confermato la legittimità della decisione di Ikea di interrompere il rapporto lavorativo” si legge invece in una nota della multinazionale svedese a commento della decisione del tribunale. Sta diventando tutto fin troppo facile per i padroni.

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01/12/2017

Miliardari e schiavisti

Jeff Bezos è l’uomo più ricco del mondo. L’ultimo rendiconto ufficiale sul suo patrimonio netto lo fa ammontare a 90 miliardi di euro più o meno.

Questa montagna di soldi l’ha accumulata con Amazon, di cui è fondatore e proprietario. Amazon si presenta con spot pubblicitari buoni e compassionevoli, verso i bambini, i disagiati, gli animali di casa, per tutti c’è un prodotto utile che può essere consegnato in poco tempo. Al prezzo di una organizzazione del lavoro e di uno sfruttamento da schiavi.

I 4000 dipendenti del grande magazzino di Piacenza della multinazionale sono scesi in sciopero contro questa oppressione infame. Lo stesso hanno fatto i loro colleghi di Germania. In Gran Bretagna Alan Selby, giornalista del Mirror, ha lavorato in incognito nel più grande centro di Amazon in quel paese e ha raccontato la sua terribile esperienza. Salari di fame e 55 ore di lavoro a settimana, per turni devastanti dove si deve correre tra gli scaffali per trovare, confezionare, consegnare prodotti. Si sviene e arrivano le ambulanze e se non si torna presto al lavoro con il rendimento giusto, si viene licenziati. I lavoratori sono bestiame al servizio dei robot, ha sintetizzato Selby.

Il padrone e fondatore di IKEA si chiama Ingvar Kamprad, in gioventù è stato nazista, ora ha superato i novant’anni e ha lasciato la gestione del gruppo ai figli. Assieme sono una delle famiglie più ricche del mondo, che ha abbandonato la Svezia per pagare meno tasse in Svizzera. Anche IKEA fa pubblicità simpatiche e progressiste, a favore di tutti i tipi di famiglie.

Le sue dipendenti però la famiglia fanno fatica anche a vederla. Una madre di due figli, uno dei quali disabile, è stata licenziata a Milano perché non poteva fare fronte ad un cambio di turni che le rendeva impossibile occuparsi dei suoi figli. Questo atto feroce non è un caso isolato, ci ha pensato la stessa azienda a chiarire che esso è parte di un sistema organico di vessazione del lavoro. Infatti neanche una settimana dopo a Bari IKEA ha licenziato un dipendente per un ritardo di 5 minuti. E altri soprusi simili stanno finalmente venendo alla luce.

John Elkann è l’ultimo padrone della FIAT, ora FCA, erede e socio della grande e numerosa famiglia miliardaria, anch’essa indisponibile a pagare le tasse nel proprio paese. La gestione concreta del gruppo come si sa è affidata a Marchionne, che ha aumentato enormemente i guadagni suoi ed i profitti della famiglia. Nel 2019 l’amministratore delegato se ne andrà, ma la famiglia Agnelli continuerà ad accumulare miliardi. Lo ha sempre fatto, anche quando la Fiat non vendeva un’auto.

I profitti di famiglia, sono sempre stati la sola rigidità dell’impresa, tutto il resto è sempre stato flessibile, il lavoro prima di tutto. Oggi poi la flessibilità è in tempo reale. Così alla fine di ottobre la FCA di Cassino ha lasciato a casa 530 operai assunti a termine, con un semplice SMS. Perché sprecare un colloquio, una parola per delle merci sostituibili in qualsiasi momento? Che questo sono e così vengono trattati i lavoratori di FCA.

Questi supermiliardari sono vezzeggiati ed incensati dai mass media e dagli intellettuali di regime. La politica si prostra i loro piedi. Così Bezos e compagnia controllano il mondo e le nostre vite. Essi sono straricchi perché in tanti sono poveri e sfruttati, anzi per la precisione più i loro sottoposti sono sfruttati, più loro incassano.

Il capitalismo liberista sostiene che questa è una buona cosa, perché più la tavola dei ricchi è imbandita, più le briciole di essa si spargono tra i poveri. Reagan e i Chicago boys hanno teorizzato questa sconcezza e dopo il crollo del socialismo il sistema di potere mondiale è stato costruito su questo principio. Così oggi i super ricchi non hanno il minimo ritegno, non si pongono limiti.

Quanto costerebbe a Bezos assumere più persone e farle lavorare con salari e orari dignitosi? Una piccola perdita della sua immane ricchezza, non se ne accorgerebbe neanche. E i padroni di IKEA e FCA a quanto dovrebbero rinunciare se nelle loro imprese non si effettuassero più questi licenziamenti che negano la dignità umana? Ma loro vanno avanti così, dritti dritti verso il potere dei faraoni.

Essi non sono estranei al sistema schiavistico che stanno imponendo, essi ne sono compiutamente, totalmente, personalmente responsabili. Non si è mai così ricchi innocentemente.

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23/01/2017

Aria sempre peggiore per il lavoro dipendente: i casi di Pisa e Genova

Pisa. Lavoratore travolto ad un picchetto davanti alla ex GB

La Federazione di Pisa dell'Unione Sindacale di Base esprime la massima solidarietà ai lavoratori ex GB dell'autolavaggio e autonoleggio, presso l'aeroporto di Pisa, per la grave aggressione subita durante il picchetto di protesta ieri mattina.

I lavoratori dell'autolavaggio stanno portando avanti una vertenza per il riconoscimento dei propri diritti dopo l'ennesimo cambio di appalto. ieri mattina, durante il picchetto, due lavoratori sono stati investiti da un'automobile che ha forzato il blocco, è un atto gravissimo.

La rabbia e il ricordo del nostro compagno Abdel, operaio e militante sindacale dell'USB presso la GLS di Piacenza ucciso da un camion durante un picchetto,sono ancora vivi.

Le responsabilità, al di là del singolo episodio,sono chiare. Lo sfruttamento selvaggio e le nuove leggi sul lavoro che lo permettono, il sistema degli appalti, i mancati controlli e l'impunità assoluta per chi specula. Una logica criminale, che mette Il profitto privato davanti alla stessa vita di un lavoratore.

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Muore un lavoratore Ikea; i sicari sono la precarietà e gli appalti

Erion Myrtaj aveva appena 27 anni e tutta la vita davanti. Lavorava per la Rhenus, una subappaltante di Ikea. Siamo a Genova e questo povero ragazzo ha continuato a portare mobili su e giù per le scale fino a morire. I giramenti di testa, dicono adesso i familiari, erano cominciati la mattina. Eppure nessuno nella ditta per cui lavorava, lo ha rimandato a casa.

«Il lavoro continua a uccidere – dichiara Francesco Iacovone dell’Esecutivo Nazionale USB Lavoro Privato – e i suoi sicari sono la precarietà e gli appalti».

«Pochi euro l’ora per un lavoro pesante – prosegue il sindacalista Usb – e molto spesso alcuna tutela reale della salute e della sicurezza. L’unico obiettivo delle multinazionali del commercio sembra essere quello di abbassare il costo del lavoro attraverso le scatole cinesi degli appalti e dei subappalti. E non importa se poi qualcuno resta sul campo, vittima collaterale del capitale».

«Proprio lo scorso 8 dicembre avevamo manifestato in tutta Italia contro la multinazionale svedese di uno dei miliardari più ricchi del mondo, contro la sua arroganza e le condizioni imposte ai lavoratori. Ora aspettiamo fiduciosi il lavoro della magistratura ed esprimiamo tutto il nostro cordoglio alla famiglia di Erion. Continueremo a combattere e a manifestare in tutti i luoghi di lavoro contro la logica degli appalti al massimo ribasso e la precarietà. Veri nemici della salute e della sicurezza dei lavoratori» conclude Iacovone.

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09/12/2016

Ikea. Un brand della rabbia di lavoratrici e lavoratori

Oggi è l'8 dicembre il giorno in cui si apre il mese dello shopping natalizio prima, e dei saldi poi. E’ il mese della “dannazione”, quello in cui i lavoratori del commercio sono messi a dura prova, con turni che prevedono il lavoro forzato nelle festività, il lavoro notturno e la rinuncia ai riposi.

Il contraltare ulteriormente negativo riguarda la sfera familiare e privata. Ed è proprio al tempio del “focolare domestico”, Ikea, che oggi è stata dedicata una giornata di protesta che ha attraversato le strade del centro di Roma da piazza del Popolo lungo via del Corso fino a Largo Goldoni, ossia uno dei templi dello shopping. Intorno alle lavoratrici e ai lavoratori dell'Ikea si sono stretti i loro colleghi di altre catene della grande distribuzione, in particolare di Unicoop. Insieme hanno sfilato per le strade del centro. Mentre presidi informativi si svolgevano anche in altri magazzini nel resto d'Italia.

Il ruolo che ha scelto Ikea, in questo scenario, riconsegna l’immagine di un’azienda che ha tentato di azzerare il diritto di sciopero ai danni di una sua lavoratrice, contestandole disciplinarmente un diritto costituzionale. Provvedimento doverosamente ritirato, ma che non smette di mostrare in tutto lo stivale – con gravi episodi a Milano – il pugno duro e l’arroganza di chi crede di poter calpestare la legge che tutela la rappresentanza e la partecipazione sindacale. Gli utili del gruppo multinazionale Ikea sono cresciuti del 20% a 4,2 miliardi di euro nell'esercizio 2015-2016 chiuso il 31 agosto. Anche i ricavi salgono: del 7,1% a 34,2 miliardi di euro. In pratica in un decennio il fatturato è raddoppiato.

Ikea, come altre grandi aziende della grande distribuzione, continua impunemente a rifiutarsi di applicare gli aumenti contrattuali, tergiversando e temporeggiando su tutte le questioni inerenti la dignità ed il benessere dei suoi lavoratori. Dignità e benessere che prendono forma economica da un lato, ma che sono anche legati al tempo.

Ed è proprio il tempo negato, quello del lavoro domenicale e festivo sottratto alle donne e agli uomini che vi lavorano, il vero cuore della nostra protesta. Nell’immaginario collettivo, Ikea è patron del concept della famiglia e della casa, dell’accoglienza, del riposo e del relax. Dimensioni negate ai propri dipendenti. Quel tempo le lavoratrici e i lavoratori lo rivogliono tutto.

L’USB da anni ormai sostiene la lotta contro il lavoro nei giorni festivi ma anche tutti i lavoratori e le lavoratrici del commercio, che si vedono quotidianamente sottrarre diritti costituzionali (primi tra tutti quelli di rappresentanza e di sciopero), e diritti di vita, sempre più messa in secondo piano rispetto ai diktat aziendali e commerciali.

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18/09/2015

"I lavoratori Ikea svenduti da Cgil Cisl e Uil"

“Mentre i lavoratori Ikea hanno condotto tutta l'estate una forte battaglia contro la disdetta unilaterale del contratto integrativo da parte dell’azienda, e dopo che la Cassazione ha dichiarato illegittima la pretesa aziendale sull'obbligo del lavoro festivo, l’esordio del tavolo negoziale Ikea presagisce la solita politica della riduzione del danno tanto cara a Cgil, Cisl e Uil”, così Francesco Iacovone, dell’Esecutivo Nazionale USB Lavoro Privato.

“Ci aspettiamo che i ‘sindacati amici’ firmino un accordo al più presto – prosegue Iacovone – al prezzo di cedere sulle maggiorazioni domenicali e festive e di far passare senza resistenza la linea di Ikea sul premio aziendale e la flessibilità interna”.

Attacca il sindacalista: “Così, per l’ennesima volta, Cgil, Cisl e Uil si apprestano a contrattare al ribasso, incidendo sulla vita materiale di donne e uomini che si spaccano la schiena per sopravvivere e dando un colpo di spugna alla grande conflittualità espressa dai lavoratori, che per tutta l’estate si sono impegnati a smorzare”.

Precisa Iacovone: “Dopo anni di arretramenti di quei sindacati, che hanno prodotto il crollo della maggiorazione domenicale e festiva, passata dal 130% di 25 anni fa al 30% per i nuovi assunti, siamo dunque alla vigilia dell'ennesimo pessimo accordo”.

“Ma la vertenza di questa estate – avverte il rappresentante USB – ci dice che i lavoratori IKEA, se vengono messi in condizione di scegliersi il proprio futuro, non si rassegnano alla politica della riduzione del danno ma hanno le qualità, l’energia e la determinazione per affrontare un percorso di lotta tesa alla salvaguardia dei diritti e del salario ed in grado di rigettare al mittente i piani industriali fatti sulla carne di chi lavora. L’USB non ci sta a veder sperperata la disponibilità alla lotta di queste donne e questi uomini, rilancia le mobilitazioni ed ha preparato una contro-piattaforma, frutto della volontà di tante lavoratrici e tanti lavoratori ”, conclude Iacovone.

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08/09/2015

Roma. Cgil Cisl Uil blindano assemblea Rsu dell'Ikea. Fuori i delegati della Usb

Cgil, Cisl e Uil blindano la assemblea nazionale delle RSU di IKEA. Esclusi i delegati di USB del negozio storico di Carugate.

A Roma in via dei Frentani era convocata per oggi l’assemblea nazionale delle RSU e RSA di tutti i negozi IKEA della penisola, ma i sindacalisti confederali hanno pensato che fosse utile escludere i delegati dell’USB eletti nello storico negozio di Carugate, il primo IKEA d’Italia.

Per questo già da ieri era stata pre-allertata la Questura, in modo che stamattina è stato impossibile ai delegati USB prendere parte all’assemblea.

Tutto ciò con l’evidente intento di andare ad un accordo al ribasso, dopo la grande mobilitazione dei lavoratori di questi mesi, per poi procedere ad una “normalizzazione” dei rapporti in vista del rinnovo del CCNL Federdistribuzione.

“I sindacati concertativi sono arrivati alla frutta – dichiara Francesco Iacovone dell’Esecutivo Nazionale Lavoro Privato USB – non possono neppure più permettersi di affrontare in assemblea le opinioni differenti di altri delegati. E’ il segno evidente di un declino ormai inarrestabile che abbiamo il compito però di velocizzare se non vogliamo assistere alla distruzione definitiva dei residui diritti del lavoro”.

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27/08/2015

IKEA - Dopo lo sciopero, riflessioni di una lavoratrice

In questi giorni i lavoratori dei negozi IKEA di tutta Italia, sono rientrati al lavoro dopo un mese di continui scioperi: 6, 9, 10 giorni consecutivi, preceduti da scioperi di reparto e a sorpresa. Fino al 14 settembre, giorno in cui è previsto il tavolo di trattative fra azienda e sindacati concertativi, le mobilitazioni saranno contenute.

Con le buste paga molto alleggerite dalle giornate di sciopero lavoratrici e lavoratori però non sono caduti in un'attesa indefinita, stanno ragionando, capendo come organizzarsi al meglio per respingere l'attacco di IKEA che anche in quest'ultima fase ha dimostrato la sua potenza di fuoco e il suo opportunismo avendo trasformato quella che è una garanzia contrattuale (l'extravigenza) in una concessione.

Ripubblichiamo dal blog costruito dalle lavoratrici e dai lavoratori IKEA Lavorareingialloeblu, una bellissima lettera post-sciopero di una lavoratrice di Padova.

Riflessioni post sciopero

Ragionare a mente lucida non è semplice, come non è semplice descrivere il turbine di emozioni provate in questi sei giorni appena trascorsi. Sei giorni di levatacce la mattina, di notti insonni, di sole e di asfalto, di condivisioni e divisioni, di gioia e di pianti.

Arrivare al lavoro e non trovare nessuno striscione appeso, nessuna bandiera sventolante, nessun banchetto di cibo, preparato con amore e coraggio, mette addosso un sacco di malinconia.

Continuo a chiedermi se è davvero servito a qualcosa, se le nostre azioni sono riuscite realmente a cambiare il corso degli eventi, se la nostra fatica e il nostro sudore verranno premiati con un risultato.

La situazione, lo sappiamo tutti, non è semplice. Da un lato abbiamo una grossa multinazionale, a cui interessa solo il profitto, e che ci considera solo come numeri di matricole, dall’altro abbiamo le sigle sindacali, con le mani in pasta nei giochi politici, e che molto spesso perdono di vista quelli che dovrebbero tutelare, noi lavoratori.

L’azienda mette in campo tutte le sue capacità manageriali e di marketing, per farci apparire come dei lavoratori privilegiati, che hanno goduto di uno status economico non in linea con il mercato, ed emana comunicati (o dovrei chiamarli editti?) volti a dividere l’unione che si è instaurata e rafforzata tra i suoi dipendenti, in questi lunghi mesi. Dividi et impera, ma d’altronde stiamo parlando di un colosso mondiale che nel 2014 ha fatturato 28,7 miliardi di euro, con 315 punti vendita in 27 paesi.
Solo in Italia, l’anno scorso, Ikea ha chiuso in attivo con un fatturato di 1554 milioni di euro, 21 negozi e oltre 6.000 dipendenti.

E oggi ci viene a dire che, causa la situazione economica in atto, il nostro contratto integrativo non è più al passo con i tempi, che c’è bisogno di riformularlo, A RIBASSO, secondo criteri di equità e giustizia. Mi chiedo quale equità e giustizia ci sia, a cercare di trascinare 6.000 famiglie verso la soglia di povertà. Povero Aristotele.

A noi sembra piuttosto una manovra, sapientemente studiata, che CAVALCA E APPROFITTA della crisi, nonché di decisioni politiche e di governo, che stanno cancellando anni e anni di sforzi e di diritti acquisiti.

I sindacati confederali, unici interlocutori ufficiali con l’azienda, si trovano tra incudine e martello, tra pressioni politiche e favoritismi, e non ovunque si stanno comportando egregiamente.

E poi ci siamo noi, i lavoratori. Quelli che hanno contribuito più di tutti a far diventare Ikea quella che è. Quelli che rinunciano a passare i week end con la propria famiglia per andare a lavoro. Quelli a cui hanno raccontato la favola dell’azienda-famiglia, dove tutti facciamo la differenza e tutti siamo importanti. La favola di creare un futuro migliore per la maggioranza delle persone. L’azienda siamo NOI.

E quindi, care colleghe e cari colleghi, vi faccio un appello. Non lasciamoci intimorire dalle pressioni, da ovunque esse vengano. Non lasciamo correre di fronte a questa ennesima ingiustizia. Ci siamo risvegliati dal letargo, continuiamo ad andare avanti a testa alta, reclamando i nostri diritti.
Reclamando ciò che ci appartiene. Facciamoci sentire, DIFFONDIAMO LA NOSTRA ISTANZA, uniti siamo forti, siamo più forti di loro.

E cari lettori, la nostra battaglia è anche la vostra. La nostra voce è anche la vostra. Viviamo in una società liquida dove tutto è permesso, dove tutto è giustificato, dove chi ha un lavoro, anche se sottopagato, anche se precario, deve considerarsi fortunato. Dove, a furia di scendere a patti, abbiamo perso di vista i nostri diritti.

ED E’ ORA DI DIRE BASTA.
BASTA AL LAVORO SOTTOPAGATO.
BASTA AI GIOCHI DI POTERE.
BASTA AI RICATTI.
NOI NON SIAMO SOTTOCOSTO!!!

Una lavoratrice Ikea.

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05/03/2014

Ikea, un modello da smontare

In occasione dell'apertura del magazzino IKEA a Pisa ripubblichiamo un articolo del 2008 sulla nota impresa svedese (red.)

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Il colosso svedese del mobile visto dagli autori di “Ikea ti stima. Un modello da smontare”

Fondata nel 1943 da Ingvar Kamprad (un calvinista taccagno amico, tra il 1941 e il 1950, di Per Engdahl e Sven Olov Lindholm, leaders del movimento filonazista svedese), l’Ikea nel 2005 ha fatturato 14.800 milioni di euro e ha accolto 410 milioni di clienti nei suoi 220 magazzini sparsi nel mondo, con più di 90.000 dipendenti.

L’Ikea è una delle poche imprese così grandi a non essere quotate in borsa. La sostiene una complicata rete finanziaria tramite la Stitching Ingka Foundation (con sede in Olanda, curioso per un’impresa così nazionalista), associata alla Stitching Ikea Foundation, che possiede la Ingka Holding, che raggruppa tutte le imprese Ikea. La Ingka Holding è gestita a sua volta dalla Ikea International (sede in Danimarca), che assicura gli acquisti, la distribuzione, la vendita e in alcune occasioni la produzione stessa. La Inter Ikea Systems (sede a Delft, Olanda) è la compagnia proprietaria del marchio Ikea. La Ikano, un’organizzazione parallela, raggruppa tutte le società non integrate nella Ingka Holding e le cui sedi si trovano invariabilmente in paradisi fiscali.

Sfruttamento del lavoro. Dopo che vari reportage hanno mostrato bambini che lavoravano per subcontrattisti dell’Ikea in India, Vietnam, Filippine o Pakistan (dove venivano anche incatenati alle macchine), l’impresa ha creato un codice di comportamento, ma ai lavoratori dei 1.300 subcontrattisti vengono negati i diritti sindacali e lavorano una media di quindici ore al giorno senza contare gli straordinari. Molti degli operai che vivono lontano dalla fabbrica dormono direttamente sul posto di lavoro per non perdere tempo negli spostamenti, le cui spese gli verrebbero addebitate così come quelle dell’assicurazione sanitaria, detratte dai loro 36 euro mensili di salario. La malattia in una fabbrica del Bangladesh o dell’India significa perdere lo stipendio. La maggior parte dei controlli su questi subcontrattisti la realizza il Compliance and Monitoring group dell’Ikea, come se uno studente si desse i voti per conto suo. Più vicino a noi, l’Ikea si è distinta nella diffusione del lavoro precario o nel sabotaggio degli scioperi (in Belgio regalano un buono acquisto ai lavoratori che non aderiscono). Il loro peggior precedente è una circolare interna della compagnia in Francia che consigliava di non assumere lavoratori di colore. Secondo un sindacalista citato da L’Humanité, il direttore di un Ikea parigino ha dichiarato nel 1997 che volevano rafforzare la loro “immagine nordica" e che quindi non avrebbero messo “persone di origine straniera a contatto con la clientela”. Fu chiesto all’Ikea di smentire queste accuse, ma i responsabili della compagnia hanno fatto gli indiani.

Distruzione dell’ambiente. Dopo gli scandali scoppiati in Danimarca e Germania negli anni ‘80 per la presenza di formaldeide e altre sostanze tossiche nei suoi prodotti, l’origine del legno dei mobili esposti all’Ikea continua ad essere, per la maggior parte, di provenienza dubbia e, con ogni probabilità, ricavata senza nessun controllo da boschi russi o cinesi. Solo nel 2005 si calcola che questo legno di natura incerta ammontasse a 640.000 metri cubi. La voracità di legno dell’Ikea si alimenta con la sua strategia imprenditoriale di obsolescenza pianificata, poiché nessuno dei suoi prodotti è progettato per durare più di due stagioni e, anche se lo facesse, la sua potente macchina pubblicitaria cercherà di convincere i suoi fedeli compratori del contrario, perché uno dei suoi maggiori risultati consiste proprio nell’aver eliminato il valore patrimoniale del mobile per trasformarlo in un prodotto di consumo.

Imposizione di un modello culturale alienante. La crescente egemonia del design Ikea uniforma le case, narcotizza la creatività dei progettisti ed elimina progressivamente le particolarità culturali di ogni nazione. Il peggio è che l’Ikea non rappresenta neanche il design svedese, ma solo il suo, e pretende di creare un mondo a sua immagine. Per i lavoratori risulta alienante “passare la loro giornata lavorativa mascherati da canarini e circondati da cucine”, svolgendo un’”attività monomaniaca nel negozio allineando decine di migliaia di bicchieri” anziché fare “un lavoro a misura d’uomo che offra attività diversificate”.

La pubblicità promuove a tutta forza il consumo irrazionale, con conseguenze funeste non solo per l’ambiente, ma per le sempre più indebitate famiglie europee. E se qualcuno credesse ancora nella concorrenza, ricordi che il 75% dell’Habitat, la principale concorrente dell’Ikea, è in mano alla famiglia Kamprad. L’altro 25% lo possiede la Stitching Ikea Foundation. Tutto resta in famiglia e il monopolio si traveste da falsa libertà di scelta.

Nello Gradirà

(Traduzione e riadattamento da Rebelión)

tratto da Senza Soste n.24 (marzo 2008)


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03/11/2012

Rauti, Grillo, Di Pietro, Ikea Piacenza. La tv che si scatena

Ore 19,00 di venerdì. Prima edizione serale di Sky Tg 24. Ospite principale: Francesco Storace. Oggetto principale della conversazione con la giornalista in studio: il profilo umano (sic) e politico di Pino Rauti. La domanda più critica e impegnativa della giornalista: “Quanto è stato importante Rauti nella storia della destra italiana?”. Storace risponde bonariamente come se si parlasse di un sereno pensatore lontano dalle vicende mondane. E si che Rauti uscito dal Msi, perchè considerato un partito morbido, per fondare Ordine Nuovo non è stato un politico qualsiasi. E’ stato interno alla guerriglia scatenata dai neofascisti in Italia subito dopo la seconda guerra mondiale, all’internazionale nera per almeno un trentennio e stratega dichiarato della guerriglia anticomunista nel paese (relatore al famoso convegno sulla guerriglia nera in Italia, organizzato da fascisti e militari, del maggio 1965 considerato la madre di tutte le trame di destra del decennio successivo). Inquisito inoltre per le stragi di Piazza Fontana e piazza della Loggia. Ma tra lo studiato, pacioso conversare nazionalpopolare di Storace e le pillole di notizie di Sky, tutto questo o viene diluito fino ad essere incomprensibile o addirittura scompare. Nessuno protesterà. Tanto per il centrosinistra i fascisti sono quelli che contestano la Fornero, i “black bloc”, chiunque stia a sinistra. Quando si fa propaganda per i fascisti veri, e su un canale molto seguito, tutto tace.

Cambio di canale: ore 19,30, rete All News della Rai. Oggetto: Grillo candida Di Pietro a presidente della repubblica. Notizia data a questo modo: i grillini sono spaccati sull’argomento, l’Idv è sull’orlo della scissione. Si suggerisce: la mossa di Grillo o è strumentale o disperata. Per commentare la notizia si intervista un editorialista del Corriere, Massimo Franco, che non manca di considerare per mezzo servizio quanto sia becero Di Pietro. A questo punto viene data notizia della dichiarazione di Bersani sull’argomento “Di Pietro candidato non fa bene al paese”. Siamo alla propaganda piena e nemmeno di quella fine. Per farlo capire facciamo l’esercizio contrario: immaginiamo che Bersani candidi Montezemolo presidente della Repubblica. E magari che il servizio pubblico All News della Rai rappresenti un Pd lacerato e l’Udc pronta alla scissione sul nome. Poi viene magari intervistato un giornalista del Manifesto che dice “Bersani è sempre stato un servo della Bce”. Infine montato commento di Ferrero: “Montezemolo candidato non fa bene al paese”. A quel punto Rainews farebbe servizio pubblico o propaganda? Ci siamo già capiti.

Ore 20,00. Tg7. Servizio sulle cariche ai lavoratori dell’Ikea di Piacenza. Le immagini, rispetto a foto e filmati che circolano su youtube sono abbastanza, diciamo, contenute. Nel servizio appare il sindaco piddino di Piacenza che cerca di mediare le ragioni degli scioperanti con quelle dei crumiri. E’ evidente che nel servizio de La7 il sindaco piddino appare come l’unico soggetto ragionevole. Il solito modo di prendere le parti dei crumiri e dell’azienda facendo finta di fare mediazione. E’ questo il modo di rappresentare uno sciopero? Ovviamente no. Anzi immaginiamo La7 che parla di questa vicenda come una vergogna inaccettabile proprio nella patria di Bersani, e alla vigilia delle primarie. Ma sono cose da immaginare e basta.

Ultimo frammento di una tv da tempo immemore unificata per temi e linguaggi. Ore 20.30 Tg1: intervista ad un reduce di El Alamein. In un'intervista ben pilotata, interrotta di volta in volta da immagini con voce fuori campo che narra gli episodi storici, la battaglia di El Alamein si trasforma da guerra coloniale in guerra per difendere l'onore della patria (da chi?) e i combattenti dell'esercito fascista diventano i futuri partigiani antifascisti. Avete sentito bene. Nessun accenno al fatto che esercito fascista e nazista erano in nordafrica a combattere una guerra contro gli inglesi in un contesto coloniale, cioè di aggressione a popoli terzi. Anzi, mentre scorrono le immagini la voce fuori campo racconta quasi di una guerra difensiva per difendere l'onore italiano. Torna l'ex combattente che respinge ogni accusa rispetto al fatto che stesse combattendo una guerra al fianco dei nazisti voluta dal regime fascista. E rilancia dicendo che molti di quei combattenti avrebbero partecipato poi alla caduta del fascismo una volta rientrati in Italia. I famosi partigiani di El Alamein. Ma il finale è ancora più bello. Dopo un lungo sospiro l'ex combattente ammette: "Combattavamo per valori come patria e famiglia che purtroppo oggi non sono sentiti come li sentivamo noi". Grazie di tutto, compagno partigiano di El Alamein.

La tv è, dunque, scatenata contro la memoria storica, contro i lavoratori e a favore di un modo di costruire notizie che salvaguardi quei 2-3 partiti che provano a spogliare il paese del poco che è rimasto. Il bello è che questo modo,  indisturbato, di produrre propaganda, pure di bassa qualità, viene chiamato libertà di informazione. Non a caso infatti, tutti questi media hanno adottato Sallusti nella battaglia a favore della libertà di espressione. Ognuno, del resto, ha i campioni che si sceglie. E che si merita.

Fonte

23/01/2012

La crisi morde, Ikea fa record di fatturato.

Un indicatore economico e sociale. I numeri che certificano il record di incassi per il bilancio 2010-2011 dicono che in tutti i continenti in cui è presente il discusso collosso svedese – ricordiamolo, è la catena di distribuzione di mobili più grande del mondo – si è registrato un vero e proprio boom dei profitti. Un  aumento del 10,3 percento, che porta il profitto netto a 2,97 miliardi di euro. Le entrate sono aumentare del 6,9 percento, raggiungendo la cifra record di 25,17 miliardi di euro.
“Abbiamo guadagnato quote di mercato in più o meno tutti i mercati”, ha detto il capo esecutivo Ikea, Mikael Ohlsson. L’azienda progetta di investire tre miliardi di euro in negozi, stabilimenti e centri commerciali, così come nell’espansione dei suoi parchi eolici e nelle fonti di energia solare. Alla fine di agosto Ikea aveva 287 punti vendita in 26 Paesi e 131.000 dipendenti.
Una conseguenza certamente della crisi economica, che ha depresso le possibilità di spesa dei cittadini europei e statunitensi a causa dell’aumento dei prezzi, dello stazionamento dei salari e delle misure di austerità dei governi. Secondo l’azienda, è normale che un mercato di consumatori più attenti ai costi in tempi economicamente difficili sia maggiormente attratto dai bassi prezzi dei mobili e degli accessori per la casa Ikea.

Fonte.

Io avrei ricordato che il fattore crisi s'innesta in seno ad Ikea sul fattore costo del lavoro, compresso all'inverosimile grazie ad un uso più che mai smodato di contratti precari.