Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/05/2026

Memoria selettiva e riscrittura del passato nella Russia contemporanea

di Gioacchino Toni

Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00

«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente». Così, in quarta di copertina, viene presentato il volume Il Paese di Putin (2026) in cui Gian Piero Piretto, analizzando una serie di parole chiave della cultura russa, indaga come, sfruttando le disillusioni che non hanno tardato a manifestarsi nella Russia postsovietica, gli attuali detentori del potere abbiano operato un recupero selettivo del passato e una sua riscrittura al servizio della costruzione di un immaginario loro utile.

Non si tratta di un processo del tutto nuovo, avverte Piretto. Mentre la cultura nel periodo rivoluzionario sovietico, intenzionata a creare un nuovo mondo, si era focalizzata sulla cancellazione del passato senza operare un vero e proprio processo di riscrittura, sotto Stalin si è data una vera e propria rivisitazione della storia, contemplante una riscrittura dalla stessa rivoluzione volta a neutralizzarne diverse componenti  utopistiche, ricorrendo ad aspetti della cultura russa pererivoluzionaria utili al nuovo corso politico. Analogamente, la politica putinina ha operato una ripresa e una riscrittura di termini e concetti chiave della cultura russa, sia sovietica che presovietica, a proprio uso e consumo.

Nel volume Piretto passa in rassegna venti termini di cui indaga il processo di ripresa e risignificazione dedicandovi altrettanti capitoli: Prostór (Spazio sconfinato); Juródivyj (Folle in Cristo); Stránnik (Pellegrino eterno); Rússkaja dušá (Anima russa); Toská (Malinconia, struggimento, angoscia); Chandrá (Spleen, male di vivere); Sobórnost’ (Unità nella molteplicità); Smirénie (Remissiva accettazione, umiltà interiore); Ikóna (Icona); Rússkaja idéja (Idea russa); Rússkij mir (Mondo, pace, comunità russa); Póšlost’ (Volgarità etica, banalità); Chámstvo (Arroganza gratuita); Nostal’gíja (Nostalgia per il passato); Pobéda (Vittoria); Byt (Peso della quotidianità, atteggiamento comportamentale); Stabíl’nost’ (Stabilità); Monumentál’nyj patriotízm (Patriottismo monumentale); O glávnom (A proposito di ciò che conta); Bátjuška (Caro padre (padrone)).

L’intenzione dell’autore, come lui stesso tiene a sottolineare, non è decretare quali di questi termini siano “autentici” e quali “mistificati”, tantomeno proporre una sorta di controdizionario della Russia attuale, bensì «mostrare come alcune parole della tradizione culturale russa siano oggi diventate dispositivi di potere, strumenti attraverso cui il linguaggio organizza il consenso, legittima la violenza e normalizza l’autoritarismo» (p. 227).

Nel capitolo dedicato al concetto di nostal’gíja, nostalgia per il passato, Piretto riporta alcuni esempi di come nella Russia contemporanea il potere abbia cavalcato il sentimento di nostalgia che ha coinvolto soprattutto la componente meno giovane della società alle prese con le disillusioni per il nuovo corso postsovietico. Del periodo sovietico, sottolinea Piretto, il rimpianto non riguarda l’ideologia comunista in sé, quanto piuttosto la stabilità, la sicurezza sociale e la prevedibilità che esso garantiva. Di fronte all’insoddisfazione per il dilagare di prodotti materiali e culturali occidentali estranei alla tradizione russa non ha tardato a farsi strada, tra i più anziani, un immaginario votato all’autarchia teso a rifugiarsi nel passato.

A testimonianza del rifugio nella nostalgia, l’autore riporta la messa in onda a cavallo del cambio di millennio di programmi televisivi musicali votati al recupero di vecchie canzoni e la riposizione di marchi e prodotti alimentari del passato preoccidentalizzato in cui alle preferenze estetiche si sovrappongono nostalgie emotive derivanti sopratutto dall’insoddisfazione per il presente. Il potere putiniano ha saputo sfruttare tale clima giocando la carta del recupero selettivo e risignificato tanto della vecchia Russia zarista quanto di quella sovietica, in questo ultimo caso piegando il senso di nostalgia non all’ideologia comunista ma alla sua estetica rassicurante in un clima di incertezza come quello attuale. In tal senso può essere letta la scelta del ministro degli Esteri Lavróv di presentarsi all’incontro Trump-Putin in Alaska con una felpa recante la scritta CCCP. Al mito trumpiano del recupero della grandezza di un tempo da parte statunitense, si affianca quello putiniano del recupero della grandezza della Russia di età sovietica. In entrambi i casi si è di fronte a forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato al servizio dell’esercizio del potere contemporaneo.

Nostalgia per un ordine allegorico perduto, contro il caos e l’indeterminatezza del presente. Grande investimento sulla retorica dei “nonni che hanno vinto la guerra”, come aveva fatto Stalin nel 1941 (rispetto alla guerra civile) per legittimare le politiche correnti con il recupero del modello di uno Stato forte e centralizzato, rivalutando i meriti di Stalin, sostenendo e investendo in un rimpianto per la potenza perduta e la stabilità simbolica, evitando però di recuperare il comunismo (soprattutto in chiave leniniana) (p. 138).

Nella Russia contemporanea in preda all’incertezza, l’URSS è divenuta un «contenitore simbolico fluido» in cui rifugiarsi, sia che la si pieghi a mito eroico o a feticcio estetico da rielaborare con ironia. Il ricorso a categorie tradizionali è utile al discorso ufficiale per reinventare un “senso comune”; il passato diviene mero arsenale simbolico da cui attingere per prospettare il futuro come un ritorno. «Gli individui provano nostalgia non per l’URSS reale o per la Russia imperiale, ma per la promessa di un futuro migliore che le rappresentazioni mitologiche di quelle realtà raffigurano» (p. 139).

A proposito del lemma pobéda, vittoria, Piretto tratteggia come è cambiata nel tempo la parata del 9 maggio introdotta da Stalin con cui, a partire dal 1945, viene celebrata la vittoria nella Grande guerra patriottica. Tornata per volere dello stesso Stalin giornata lavorativa già nel 1947, la festività viene reintrodotta nel 1965 aggiungendo l’esposizione sulla Piazza Rossa del vessillo della vittoria posto trionfalmente sul Reichstag di Berlino. Il protocollo introdotto da Stalin che prevede che il leader assista alla parata militare senza tradire emotività dall’alto della tribuna del Mausoleo di Lenin viene sostanzialmente mantenuto sino al 1985, quando Gorbačëv adotta atteggiamenti meno austeri nei confronti delle autorità straniere presenti.

A infrangere decisamente la tradizione è invece Putin nel 2005 quando, oltre a conferire un inedito significato nazionalistico al nastro di san Giorgio con i colori coincidenti con quelli del tricolore russo, si concede, insieme alla moglie, di sfilare con passo misurato su di un tappeto rosso steso sulla piazza palesando un atteggiamento di superiorità nei confronti degli ospiti stranieri allineati ad attenderlo, inaugurando una strategia di esibizione ripetuta nel corso dei suoi insediamenti presidenziali. Nonostante le modifiche al cerimoniale tradizionale, la parata di Putin può dirsi a tutti gli effetti all’insegna della nostalgia sovietica, con tanto di canti, uniformi e bandiere del periodo della guerra ed esibizione dei pochi veterani ancora in vita. Una messa in scena studiata per omaggiare la potenza della vecchia Unione sovietica e coloro che erano stati umiliati e dimenticati dal crollo del regime socialista. Soprattutto a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, per quanto all’insegna di una certa sobrietà, i festeggiamenti si sono via via impregnati di quel nazionalismo e di quella esaltazione del sacrificio in guerra che si sarebbero palesati in maniera amplificata nel 2022 in una vera e propria mitologizzazione del “popolo vincitore”, alle prese con nuove prove.

A proposito del monumentál’nyj patriotízm, patriottismo monumentale, Piretto ricorda come la “propaganda monumentale” lanciata da Lenin nei primi anni di potere sovietico, finalizzata a rifondare l’immaginario collettivo in senso rivoluzionario con l’abbattimento dei vecchi miti imperiali, sia stata ripresa, con scopi parzialmente differenti, da Stalin negli anni Trenta. A sua volta lo stesso Putin ha ripreso la variante staliniana piegandola a un patriottismo che «si presenta come una forma depurata e istituzionalizzata di nazionalismo, funzionale al controllo sociale e all’espansione geopolitica» (p. 173). A differenza del nazionalismo classico, però, sottolinea Piretto, in questo caso non si tratta soltanto di rivendicare «la superiorità del popolo russo, ma anche la centralità dello Stato come polo morale, storico e spirituale» (p. 174).

Nel 2005 il metropolita Kiríll, futuro patriarca, istituisce la giornata dell’Unità nazionale con riferimento alla storica liberazione del Cremlino dai polacchi del 1612 istituendo un parallelo con la vittoria della Grande guerra patriottica alla luce della comune spinta eroica e di massa e della solidarietà di fronte alle minacce di un nemico mortale enfatizzando la componente religiosa della festività volta a ricordare come il popolo russo abbia sempre combattuto con il sostegno di Dio. Una fusione tra religiosità e Stato all’insegna di una sorta di “teologia della guerra” «in cui sia la discesa in campo sia la vittoria sono percepite come convalide divine» (p. 175).

Sostanzialmente la nuova solennità del 4 novembre fu istituita per mettere in ombra la festività sovietica della Grande rivoluzione socialista d’ottobre che storicamente cadeva pochi giorni più tardi, il 7 dello stesso mese. La ricorrenza del 7 novembre non fu annullata, ma venne dedicata non già all’anniversario dell’ottobre 1917, bensì alla parata organizzata in quella ricorrenza da Stalin nel 1941 quando, nell’URSS già occupata da Hitler, i soldati sfilarono al suo cospetto sulla Piazza Rossa marciando verso il fronte (p. 175).

La vittoria sovietica contro i nazisti ha assunto un ruolo centrale nell’ideologia putiniana di grandezza russa con la figura di Stalin posta a simbolo di eroe di guerra per eccellenza.

Nel 2021, in occasione dell’inaugurazione a Pskov di un monumento ad Aleksánder Névskij, santo della Chiesa Ortodossa a cui si lega la vittoria contro gli svedesi nel 1240 e quella sui cavalieri teutonici del 1242, Putin ha parlato di lui come di un sovrano patriota custode della fede, delle tradizioni, della forza spirituale e morale del popolo. La figura di Névskij era stata celebrata anche da Stalin che aveva paragonato la sua guerra contro i cavalieri teutonici a quella condotta contro il nazismo rivendicando la «superiorità morale e identitaria della Russia rispetto al corrotto Occidente» (p. 177).

Piretto evidenzia come anche la roboante colonna sonora di Prokóf’ev composta per il film di Éjzenštéjn del 1938, commissionato da Stalin, dedicato alla figura di Névskij, sia stata utilizzata in chiave propagandistica contemporanea: il perentorio invito al popolo – “Levatevi, genti russe!” –, ripreso dalle parole della versione russa dell’Internazionale, lo si ritrova non solo nell’incipit di uno dei canti più importanti della Grande guerra patriottica contro il nazismo, risuonante ad ogni parata della vittoria putiniana, ma anche in una canzone di Shamán, celebrità del pop mistico-nazionalistico russo attuale, in cui si miscelano ortodossia religiosa, folklore e militarismo con espliciti rifermenti a sostegno dell’Operazione militare speciale in Ucraina. «Apologia della belligeranza e macabro culto glamour della morte: guerra e sacrificio della vita unificati nello spirito di una dimensione sacrale» (p. 179).

Putin crede nell’eccezionalità del “mondo russo” a partire dalla conversione ortodossa di Vladímir il Grande nel 988. Disprezza l’ideologia marxista, convinto che la rivoluzione leninista abbia distrutto l’Impero russo. Da una decina d’anni, in occasione delle manifestazioni sulla Piazza Rossa, il Mausoleo di Lenin viene mimetizzato con strutture e pannelli scenografici spesso finalizzati a ospitare la tribuna d’onore e, al contempo, a dissimulare la presenza del monumento (p. 180).

Mentre si è appropriato, selettivamente, di componenti dell’estetica sovietica, Putin ha fatto di tutto, scrive Piretto, per deideologizzare Lenin, in quanto simbolo del comunismo sovietico, a favore di Stalin e di altre figure del passato remoto russo. Non è pertanto un caso se, in Russia, dal Duemila a oggi sono state erette più di cento statue in onore di Stalin e si sono moltiplicati gli omaggi a personaggi impresentabili del passato come nel caso dell’enorme monumento a Iván il Terribile innalzato a Vólogda il 4 novembre del 2025, in occasione del giorno della festa per l’unità nazionale. Il tono assertivo di questi monumenti volti a celebrare personalità del passato russo, sostiene Piretto, mostra il procedere per semplificazioni della storia attraverso operazioni di decontestualizzazione e ricontestualizzazione di eventi e personaggi ad uso del presente e di chi lo governa.

A dare il senso dell’utilizzo politico propagandistico delle religione è il processo di risignificazione dell’ikóna, icona, a cui si assiste da qualche tempo in Russia. Per quanto, puntualizza Piretto, il particolare rapporto nei confronti delle icone che caratterizza l’universo russo non fosse venuto meno nemmeno durante l’epoca sovietica, indubbiamente con la fine dell’URSS la Chiesa ortodossa, insieme all’amor di patria, ha assunto sempre più il ruolo di custode della tradizione e dell’identità russe facendo di essa un interlocutore privilegiato della politica contemporanea di matrice smaccatamente nazionalistica.

La pratica religiosa nella Russia di oggi, strizza l’occhio alla gestione governativa, alimenta una religiosità popolare facile da gestire e carica di simbolismo che oppone, ancora una volta, l’unicità della “Russia spirituale” all’Occidente secolarizzato. Emozione, pàthos e orgoglio nazionale: il sacro diventa strumento emotivo e performativo (p. 96)

La Chiesa ortodossa guidata dal patriarca Kiríll, con le sue concessioni a forme di religiosità legate alla superstizione popolare non in linea con la teologia ufficiale, in cui si accavallano elementi pagani al credo cristiano, ha assunto un ruolo politico sempre più importante nella Russia contemporanea, non a caso le argomentazioni teologiche e morali a sostegno dell’intervento russo in Ucraina portate dal patriarca – che ha esplicitamente parlato di “guerra santa” e di “lotta spirituale” a difesa della fede – sono state riprese dallo stesso Putin che, in occasione del Natale ortodosso del 2026, ha esplicitamente fatto riferimento alla “missione sacra per conto del Signore” portata avanti, da sempre, dai soldati russi. In un tale contesto il culto delle icone ha acquisito valenze politiche ben distanti da quelle primigenie, piegandosi al rafforzamento del potere temporale fino a suggerire che «la leadership di Putin sia non solo politica ma anche spiritualmente ratificata» (p. 102). Frequentemente a fare da sfondo ai comizi politici e agli spettacoli patriottici troneggiano gigantografie di antiche icone così da «ribadire il legame di quanto succede sul palco con la sacralità della nazione e di chi la rappresenta» (p. 102).

Concludendo, stando al volume di Piretto, l’operazione di eclettica riscrittura di termini/concetti tradizionali in funzione della propaganda contemporanea, li ha allontanati dalle radici storiche, materiali, politiche e culturali da cui sono sorti e dalla stratificazione che li ha plasmati nel corso del tempo, riducendoli, spesso, a slogan grossolani, volti a preservare il potere, che parlano all’emotività di un popolo che, paradossalmente, anziché riappropriarsi della storia materiale e culturale che gli è stata sottratta, attraverso tale processo, ne viene ulteriormente privato.

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30/01/2026

Bosnia e Serbia. Gli USA intervengono anche nei Balcani, a danno della UE

La storia si muove anche nei Balcani, nonostante sui media le notizie rimangono più in sordina. Sarà forse anche il fatto che quello che si muove sembra determinato da Washington e Mosca, e indebolisce ulteriormente il ruolo di indirizzo che Bruxelles può esercitare sulla regione.

Partiamo dalla cronaca. In una mossa che intreccia religione, identità nazionale e politica, l’ex Gran Muftì della Bosnia-Erzegovina, Mustafa Cerić, ha lanciato l’idea della creazione di una Chiesa ortodossa bosniaca autocefala, staccata cioè dal patriarcato di Belgrado. La proposta si richiama alla Chiesa bosniaca medievale, e difatti viene giustificata come una “espressione naturale della continuità storica”.

Il Gran Muftì, però, mette subito in chiaro che qui la storia diventa uno strumento della politica contemporanea. Il religioso afferma che tale Chiesa deve esprimere “una chiara lealtà allo Stato bosniaco”, per liberarsi dalle “narrazioni altrui” (ovvero quella serba). Allo stesso tempo, afferma che ciò non sarebbe un atto di divisione, ma di responsabilità... e allo stesso tempo propone il 9 gennaio, giorno della proclamazione della Republika Srpska, anche come data di proclamazione della Chiesa ortodossa bosniaca.

L’idea è quella di tentare di riunificare la Bosnia sotto l’identità ortodossa, in linea con la difesa dei cristiani propugnata da Trump. Mentre la sua amministrazione sospende i visti per l’immigrazione dei cittadini della Bosnia-Erzegovina, Dodik viene parzialmente riabilitato come linea di difesa dall’Islam “radicale”. E si dà un assist ai suoi sostenitori, in particolare Belgrado.

Parallelamente, Rod Blagojevich, ex governatore dell’Illinois e stretto collaboratore del presidente statunitense, ha affermato che le attività dei “Fratelli Musulmani” in Bosnia saranno una priorità d’indagine per la nuova amministrazione, minacciando di mettere nel mirino anche esponenti del principale partito bosgnacco, il SDA. Washington ha già classificato i rami egiziano, giordano e libanese dei Fratelli Musulmani come terroristici.

Nel frattempo, un elemento pesante di crisi per la Serbia sembra andare a risoluzione. Dopo le sanzioni USA di ottobre alla compagnia petrolifera NIS, di cui la maggioranza appartiene a Gazprom Neft (filiale di Gazprom), si è giunti a un accordo che coinvolge anche altri paesi dell’Europa centrale.

Il gruppo ungherese MOL acquisterà la quota di controllo del 56,15% da Gazprom Neft, con la possibilità di ingresso dell’emiratina ADNOC come azionista di minoranza, mossa chiave per ottenere il via libera dalle autorità americane (OFAC). Le autorità serbe hanno negoziato un aumento della loro quota in NIS al 34,9%.

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha definito l’accordo vantaggioso per Mosca. “Se l’accordo annunciato ieri su NIS fosse stato svantaggioso per la Federazione Russa – ha detto Lavrov – non sarebbe stato concluso. Questo è assolutamente evidente a tutti. Siamo aperti alla collaborazione con tutti”.

L’opportunità di una collaborazione verso un mercato energetico integrato si apre soprattutto per Ungheria, Serbia e Slovacchia. In questo modo, l’amministrazione Trump sembra aver dato via libera a una soluzione sul dossier serbo, e allo stesso tempo aver fatto un’offerta importante per cementare il rapporto con Viktor Orbán e Robert Fico, considerati dalla UE come più vicini sia a Mosca sia a Washington che a Bruxelles.

Blagojevich, inoltre, ha definito l’Alto Rappresentante per Bosnia-Erzegovina, il tedesco Christian Schmidt, un dittatore. Ha poi parlato della prossima abolizione del suo ufficio (OHR), di cui le condizioni per la soppressione sono state definite nel 2008. L’OHR è strumento cruciale di pressione per Sarajevo sui serbi, ma è soprattutto cruciale per la UE: l’incarico è da sempre ricoperto da politici provenienti dai suoi paesi.

Tirando le somme, si potrebbe dire che è la rinegoziazione delle relazioni tra USA e Russia che sta determinando il muoversi degli ingranaggi nei due paesi della ex Jugoslavia. E la UE sta a guardare. Il fronte balcanico è caldo e il suo accendersi, stavolta, non segna la nascita della UE come soggetto che vuole affermarsi nel gioco degli imperialismi, ma piuttosto la sua profonda crisi.

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06/10/2020

Russia - I pigmei della chiesa ortodossa tentano di esorcizzare Lenin


Il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa continua a non far dormire liberali e bacchettoni. Il tema è stantio. Ha perso di mordente. Bisogna escogitare sempre nuove trovate per tenerlo a galla.

Ogni tanto, quando comincia a perdere di sapore, si aggiunge olio nuovo al barattolo dei peperoncini, e così si va avanti ancora un po’. Arriva però il momento in cui si devono cambiare proprio i peperoncini.

Così con il mausoleo. Da qualche decennio, ex “comunisti”, beghini ortodossi, “democratici” delle più varie sfumature, chiedono che il corpo di Lenin – “la mummia”, come sono usi dire, credendo così, non pronunciandone il nome, di poter esorcizzare le proprie perenni paure – venga tolto dal mausoleo e messo sottoterra da qualche parte, secondo la tradizione della chiesa ortodossa.

Ora, però, questo non basta più; si deve proprio rinnovare l’intera “confezione”. La soluzione migliore, sarebbe ovviamente quella di rivendicare il ripristino della situazione architettonica ante-1924; anzi, ante-1917: le mura del Cremlino che fanno da sfondo a file di chioschi, banchi, gazebo, come moderna riedizione dei mercati sulla piazza Rossa nel XVII secolo.

Peccato che il complesso, insieme alla necropoli coi resti dei combattenti della rivoluzione d’Ottobre, sia patrimonio dell’Unesco e non si possa toccare. Ma l’Unesco non impedisce comunque che, chiunque lo desideri, ci faccia un pensierino.

E allora ecco che l’Unione degli architetti, meno di un mese fa, aveva lanciato l’idea, poi rientrata, di indire un “concorso di idee”, come quelli che vanno di moda anche tra le nostre amministrazioni comunali, sulla futura destinazione del mausoleo che, disgraziatamente per loro, deve rimanere al proprio posto.

Manco a dirlo, l’eventuale destinazione, diversa dall’attuale, prevederebbe la sepoltura del corpo di Lenin e la trasformazione della struttura, qualificata, bontà loro, quale “indiscusso capolavoro architettonico”, in museo, filiale dell’esistente museo “Aleksej Ščusev”, l’architetto che realizzò il mausoleo.

Calato il silenzio per qualche settimana, ecco che anche il metropolita Ilarion, a capo del Dipartimento sinodale per le relazioni esterne ecclesiastiche, gioca a chi la spara più grossa: dopo la sepoltura del corpo di Lenin, ha biascicato in diretta tv, e “io non ho dubbi che prima o poi, quando l’ideologia comunista sarà ‘sprofondata nel passato’, il corpo di questa persona verrà sepolto”, bisognerà trasformare il mausoleo in “museo delle repressioni di massa”.

Come mai? Semplice: “È accaduto che l’avvio del terrore rosso, l’inizio delle repressioni di massa della popolazione russa, sia legato proprio a questa persona e, naturalmente, io ritengo che la piazza Rossa non sia esattamente il luogo adatto a questo individuo”.

E se già in passato si è parlato di realizzare al posto del mausoleo una cappella o una chiesetta; se il capo del Consiglio degli esperti per l’arte e l’architettura della Chiesa ortodossa, Leonid Kalinin, fantastica della possibilità di realizzarvi un centro per riti religiosi – ma dovrebbe prima “cambiare status”, si è subito ripreso – ecco che Ilarion affonda con la pretesa che, al posto di “quell’individuo”, “traditore della patria”, sarebbe “probabilmente logico metterci un museo delle repressioni di massa“.

Ben detto, che diamine! “Millecinquecento milioni” di persone arrestate dal luglio 1937 a novembre 1938, aveva detto e ribadito una decina di anni fa, ai microfoni della nemtsoviano-naval’niana “Eco di Mosca”, il collaboratore della benemerita Memorial, lo “storico” Nikita Petrov.

Un refuso, perdinci; ma intanto fa sempre il suo porco effetto, tanto più che il “Centro Eltsin” dà il proprio patrocinio a simili trasmissioni.

Lì per lì, si erano anche dimenticati delle cifre certificate persino dal loro padre spirituale, Nikita Khuščëv – che sarebbe poi stato così solerte a riabilitare “le vittime ingiustamente represse” – il 1 febbraio 1954, secondo cui “nel periodo dal 1921 fino a oggi”, cioè nel corso di 33 anni, “per delitti controrivoluzionari sono state condannate 3.777.380 persone, di cui 642.980 alla pena capitale, 2.369.220 alla detenzione in lager e prigione per periodi fino a 25 anni, 765.180 a ssylka e vysylka” (rispettivamente: confino, espulsione, esilio in luoghi molto periferici all’interno del paese, la prima, e divieto di risiedere in alcuni specifici luoghi, la seconda). Miliardi e miliardi di “vittime del comunismo”! E il primo istigatore altri non fu che Lenin!

Risparmiamo ai lettori la specificazione particolareggiata, anno per anno, delle condanne e dei luoghi di detenzione – carcere, colonia, campo di lavoro, ecc., sia gestiti dal GULag, dalla Direzione carceraria del NKVD, o altro.

D’altronde, sono alla portata di chiunque abbia davvero intenzione di informarsi – ricordando solo che oltre i 2/3 dei reclusi nei lager del GULag, erano costituiti da criminali comuni, condannati per omicidio, rapina, contrabbando, teppismo, banditismo, ecc.; mentre i cosiddetti “repressi”, di regola, erano meno di un terzo.

Fanno eccezione, scrive lo storico Igor’ Pykhalov, gli anni 1944-1948, allorché la categoria del banditismo “ricevette un significativo incremento nelle persone dei vlasovtsi, polizei, starosti e altri fiancheggiatori dei nazisti, combattenti contro la tirannia comunista”.

Ancora più bassa era la percentuale di “politici” nelle colonie di lavoro correttivo. E anche i reclusi nei cosiddetti Lager speciali, creati nel 1948, così come nelle preesistenti prigioni speciali – vi erano concentrati i condannati per spionaggio, diversione, terrorismo, oltre a trotskisti, destri, menscevichi, socialisti-rivoluzionari, anarchici, nazionalisti, emigrati bianchi, ecc. – e che venivano occupati in lavori pesanti (sì: erano condannati a lavorare!), agli inizi del 1952 erano meno di quarantamila.

Oggi in Russia, a proposito delle repressioni degli anni ’30 e ’40, è di moda dire: “condannati senza aver fatto nulla”.

Nel corso di una conferenza di un paio d’anni fa, vennero lette alcune documentazioni degli anni ’40 e, tra la massa di delitti comuni, ce n’erano anche alcuni “politici”, con l’applicazione del famigerato art. 58 del Codice penale della RSFSR. Eccone alcuni esempi:

1942. Ottobre. Art.58, c.7. Dieci anni con confisca dei beni. Direttore di fabbrica; aveva fatto rapporto sulla conclusione dei lavori di costruzione dell’officina e invece non c’erano altro che le fondamenta (accertato dalla commissione).

1942. Ottobre. Art.58, c.9. Dieci anni. Operaio delle ferrovie; con gli amici hanno preso di petto (colloquiale: hanno bevuto; ndt) e hanno fatto fuori i materiali per la riparazione del ponte, risultato parzialmente danneggiato.

1942. Novembre. Art.58, c.13. Quindici anni con confisca dei beni. Addetto all’anagrafe; aveva negato a un ufficiale del RKKA ferito la registrazione e la residenza per il domicilio temporaneo e si era espresso nei suoi confronti in termini volgari: “Peccato che al fronte non ti abbiano ammazzato. Ora non mi faresti perdere tempo”.

1943. Gennaio. Art.58, c.16. Fucilazione. Acciuffato ex ufficiale bianco, in precedenza mandato al confino. Operava con una radio-trasmittente. Scoperta rete di sabotatori.

1943. Gennaio. Art.58, c.7. Quindici anni con confisca dei beni. Responsabile deposito combustibili e lubrificanti, sorpreso a vendere sottobanco i prodotti.

1943. Marzo. Art.58, c.8. Fucilazione. Anonimo; riacciuffato durante un riesame degli incartamenti. Con calunnie, nel 1939 aveva fatto arrestare il proprio superiore per prenderne il posto e anche un vicino di casa, per occuparne l’appartamento.

1943. Marzo. Art.58, c.17. Cinque anni. Conservava volantini di agitazione tedeschi.

1943. Maggio. Art.58, c.8. Fucilazione. Bandito aveva ucciso un uomo, risultato essere un ispettore arrivato da Mosca.

1943. Maggio. Art.58, c.7. Quindici anni. Condannato segretario del comitato distrettuale. Voleva fare rapporto sull’aratura in coincidenza con una data scaramantica. Ma, nelle nostre zone, a volte agli inizi di maggio c’è ancora la neve. Furono rovinati dozzine di macchinari e una cinquantina di cavalli furono fatti lavorare fino a farli morire.

1943. Maggio. Art.58, c.7. Dieci anni. Trattorista alticcio aveva confuso il campo, dato che c’era ancora la neve e aveva arato quello coi cereali vernini.

Il commento dell’oratore alla conferenza era stato: “La versione secondo cui l’articolo 58 veniva applicato forzatamente, per via dell’eccessiva mitezza degli altri articoli del Codice Penale ‘totalitario’, è qui confermata in maniera eccellente“.

Ora, la molto legittima domanda che sorge spontanea al lettore è: serve ai comunisti, in Italia, conoscere le omelie dei moderni liberali russi e rivangare le storie dei loro antesignani?

Beh. Se la molto moderna “Fact-check, Stopfake.org”, mentre taccia di “informazioni false”, per dire, quella di tre candidati dell’opposizione bielorussa con cittadinanza israeliana, si prende anche la briga di oscurare post Facebook sulle condanne inflitte in URSS negli anni ’30 contro i ladrocini di proprietà pubbliche, in quanto “negazione dei crimini dello stalinismo”, o di censurarne altri a proposito dei Paesi che, a partire dal 1933 e fino al luglio 1939 avevano concluso patti, accordi, intese con la Germania hitleriana, prima del patto di non aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939; se una banda di eurosproloquiatori, con il molto attuale obiettivo di mettere oggi al bando comunismo e comunisti, si ritiene in diritto, ad ogni decennale di quel 23 agosto, di infamare l’Unione Sovietica e i comunisti di tutto il mondo; allora può tornare utile conoscere anche come, a carte latitudini, ci si diletti a rotolarsi nei liquami dell’odierno liberalismo russo post-eltsiniano.

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11/12/2018

Russia: da Nicola II agli oligarchi moderni, passando per Solzhenitsyn

Un filo non proprio rosso lega alcuni fatti di cronaca politica degli ultimi giorni in Russia.

L’ex primo privatizzatore, ex delfino di Borsi Eltsin e attuale eminenza grigia dell’economia russa, nonché presidente del consiglio di amministrazione di “RUSNANO”, la Compagnia per le Nanotecnologie, Anatolij Chubajs ha accusato il popolo russo di irriconoscenza verso gli oligarchi.

L’aeroporto di Murmansk viene intitolato all’ultimo zar di Russia, quel Nicola “il sanguinario” che la chiesa ortodossa ha elevato da tempo, insieme alla sua famiglia, agli onori della santificazione. In Siberia si inaugurano monumenti alle truppe bianche cecoslovacche che per prime si levarono contro la giovane Repubblica sovietica russa. Dopo le targhe all’ammiraglio Kolčak, al barone Mannerheim, allo zar Alessandro III, non rimane che benedire l’intervento dei quattordici stati stranieri che dal 1918 al 1920 tentarono di soffocare la Rivoluzione d’Ottobre.

Oggi ricorrono cento anni dalla nascita di Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn e Mosca si appresta a inaugurare un monumento alla sua figura nel centro stesso della città. Per impedire che altri cartelli si potessero aggiungere a quello di “giuda” già appeso al collo della statua prima dell’inaugurazione, un gruppo di poliziotti in borghese staziona in permanenza nei pressi della scultura.

Dunque: il “popolo” russo ha una propria precisa opinione delle figure di Solzhenitsyn, di Nicola II e degli oligarchi che dominano l’attuale scena russa; un’opinione che evidentemente non coincide esattamente con la rappresentazione che il potere erede della controrivoluzione eltsiniana (tra l’altro, il 12 dicembre cade il 25° anniversario della Costituzione voluta da Boris Eltsin dopo il golpe dell’ottobre 1993) tenta di dare di tali elementi.

Dunque, l’espressione esatta usata da Chubajs, è che “la società russa è talmente infantile” che “in 25 anni non si è nemmeno degnata di dire una sola volta grazie al business, per ciò che questo ha fatto per il paese”. Secondo Chubajs, il “business”, cioè gli oligarchi, avrebbe “riportato l’ordine nelle imprese disperatamente distrutte dell’era sovietica, riempito le casse statali e restituito gli stipendi alle persone. Tutto ciò è stato fatto da coloro che la società chiama oligarchi”. Ora, per non appesantire troppo la presente esposizione, crediamo sia sufficiente rimandare ad altri interventi, anche recenti, pubblicati da Contropiano sui “reali servigi” resi dagli oligarchi alla società russa uscita dalle macerie del 1993.

Addirittura il teleconduttore Vladimir Solovev – una delle “voci” del Cremlino – ha commentato le parole di Chubajs: “Davvero un bel tipo. Non ha capito nulla e vive nella speranza che i derubati si mettano a ringraziare i ladri”; e non ha mancato di ricordare a Chubajs che, tra l’altro, il termine “oligarchi” era stato introdotto a suo tempo nel lessico russo da Boris Nemtsov, il “martire” che nel 1993 esortava Eltsin a dare il colpo di grazia a comunisti e antigolpisti. Il senatore Frants Klintsevic ha ricordato a Chubajs i miliardi di dollari che gli oligarchi sottraggono all’economia russa per investirli all’estero.

Per quanto riguarda il ruolo di Solzhenitsyn nell’attacco occidentale all’URSS – proprio Aleksandr Isaevic esortava gli USA a bombardare l’Unione Sovietica con le atomiche – non sembra fuori luogo ricordare come l’attuale potere russo lo esalti quale persona di eccezionali qualità morali, indomito oppositore del sistema sovietico, guida morale per i giovani. Per quanto riguarda le cifre sulle cosiddette “repressioni staliniane” (il ruolo in certo qual modo “affidato” a Solzhenitsyn dai gorbacioviani, nel dare il colpo di grazia all’Unione Sovietica e a parte della sinistra occidentale, merita una trattazione a sé) ormai da trent’anni le ricerche del professor Viktor Zemskov hanno ridimensionato di alcune decine di volte i numeri diffusi da Solzhenitsyn e dagli “storici” occidentali e non importa tornarci sopra. Curioso, come a Parigi, proprio in questi giorni, mentre alla municipalità del 5° arrondissement è in corso una mostra dedicata a Solzhenitsyn, i rappresentanti della casa editrice “Delga” abbiano espresso il loro giudizio in merito: non in linea con le beatificazioni di rito.

Giudizio degno d’attenzione quello dello storico Aleksandr Kolpakidi, secondo cui “C’erano due forze dietro” Solzhenitsyn; “la prima forza erano i servizi speciali occidentali. L’esempio più semplice è che quando se ne andò dall’URSS, l’archivio fu preso in consegna dall’assistente dell’attaché militare statunitense a Mosca, il quale dieci anni dopo sarebbe diventato direttore della National Security Agency USA. Questa forza è chiara: è la stessa che poi gli avrebbe assegnato il Nobel. Ma la seconda forza non è altrettanto limpida. Si tratta della nostra nomenclatura che, dopo la morte di Stalin, non ha fatto altro che tentare ciò che poi le è riuscito nel 1991, con la distruzione dell’URSS, per convertire il proprio potere politico in potere anche economico. E’ stato grazie alla distruzione del nostro paese che tutti loro divennero ministri, presidenti, oligarchi, ecc. Non fu solo l’Occidente a manovrare Solzhenitsyn, ma anche la nostra nomenclatura”.

Zar, aggressori bianchi, oligarchi e loro corifei. Il cerchio si chiude: ma non è “il primo”, raccontato da Aleksandr Isaevic a uso e consumo dell’anticomunismo; e forse, purtroppo, nemmeno l’ultimo.

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25/07/2018

“Il potere viene da dio per punire gli uomini”. Preti russi e ucraini al lavoro

Passate appena un paio di settimane dall’inaugurazione, nei saloni della Rada ucraina, della mostra dedicata al “risorto stato ucraino” e al suo “stretto contatto con la grande Germania nazionalsocialista”, ecco che anche il capo del patriarcato di Kiev, Filaret, salmodia di un Hitler mandato dalla provvidenza. “L’apostolo Paolo” ha recitato Filaret, ripreso dal sito ucraino vybor-news, “diceva che ogni potere proviene da dio. Da dio venne anche Hitler, attraverso cui dio punì i peccatori su tutta la terra”.

In verità, Filaret non ha mancato, nella più genuina tradizione liberale e per aprire all’Ucraina le porte del regno d’Europa, di associare il nome di Hitler a quello di Stalin e a malincuore ha dovuto concludere che anche il potere nazionalsocialista, come l’aborrito potere sovietico, non era “una buona cosa”. Ancora secondo Filaret e l’apostolo Paolo, Hitler e Stalin vennero “da dio; ma ciò non significa che il loro governo fosse cosa buona. Tale potere non agisce secondo la volontà di dio, ma con il consenso di dio, perché Hitler portò il fascismo in Europa, distruggendo milioni di persone innocenti, e Stalin ne mise a morte altrettante affamandole”, ha detto Filaret, ripercorrendo così la stantia favola nazista del “golodomor”, cui ormai non ricorre più nemmeno la propaganda liberal, di un potere sovietico che avrebbe causato scientemente la carestia all’inizio degli anni ’30, per eliminare fisicamente gli ucraini.

Dunque, ha lacrimato Filaret, quei poteri sono mandati da dio “per punire le persone per i peccati precedenti e portare il bene. Perciò, l’autorità che viene da dio è buona e quella che ha il consenso di dio è cattiva”. E così, conclude il pio uomo, il popolo merita il potere che si ritrova: perciò dio ha punito intellighenzia e clero russi attraverso Stalin, mentre l’Ucraina merita di entrare in Europa.

Queste “sacre omelie” rientrano nella tradizione del patriarcato ucraino, che nel tempo ha canonizzato i filonazisti di OUN-UPA di Bandera e Shukhevic, che parteciparono ai massacri della Volinja polacca durante l’occupazione hitleriana. Appena un anno fa, il metropolita di Lutsk e Volinja, Mikhail, aveva annoverato “i combattenti dell’UPA tra gli uomini dalla vita santa”, perché “immolarono quanto di più prezioso avessero, cioè la vita, per la loro terra, per la loro fede”. E siccome sembra che le sortite del clero filo-golpista abbiano tale rituale cadenza, l’anno ancora precedente lo stesso Filaret aveva dichiarato che la guerra nel sudest dell’Ucraina è la punizione divina contro i senzadio del Donbass; al contrario, la pia popolazione dell’ovest del paese, prospererebbe in pace. “Oggi le persone soffrono di più nell’est dell’Ucraina, perché là i senzadio sono in maggioranza. Se non si pentiranno, le loro sofferenze continueranno”. Così, secondo il buon uomo, dio permette di attaccare “l’aggressore dell’est”, con l’obiettivo di illuminare gli atei.

Per dovere di completezza spirituale, si deve dire che anche il patriarca della chiesa ortodossa russa, Kirill, officiando una liturgia a Ekaterinburg nella notte tra il 16 e il 17 luglio, nel centenario della fucilazione della famiglia zarista (santificata dalla chiesa), ha messo in guardia i fedeli dal desiderare una vita migliore. Tra le varie amenità dell’omelia, Kirill ha detto “che i più terribili e sanguinosi rivolgimenti si sono sempre verificati a causa della pretesa delle persone a vivere meglio e i capi di tali rivolgimenti persuadevano il popolo che non ci fosse altra alternativa che il sangue, i morti, la distruzione dell’ordine di vita dato; che non ci fosse assolutamente nessun’altra possibilità di viver meglio. Nessuna promessa di vita felice, nessuna speranza di aiuto dall’esterno, da parte di persone apparentemente istruite e avanzate, deve ammaliare il nostro popolo. Dobbiamo ricordare la tragedia del passato. Deve formarsi in noi un’immunità a qualunque richiamo a raggiungere la felicità attraverso la distruzione dell’esistente”.

Del resto, al pari del suo concorrente Filaret – considerato “scissionista” – anche Kirill era ricorso alle parole dell’apostolo Paolo allorché, il giorno precedente aveva santificato il monastero eretto a Alapaevsk, sul luogo in cui, il 18 luglio 1918, erano stati fucilati i membri del ramo dei Romanov discendenti da Nicola I: “Con la pazienza, si rafforza la speranza”.

Quindi, bisognerebbe cacciare ogni aspirazione a quell’esistenza senza sfruttati e sfruttatori cui credette il proletariato russo sotto l’influsso, parola di Kirill, “di ideali estranei, influenzati da teorie filosofiche e politiche che nulla avevano in comune con la cristianità, con la nostra tradizione nazionale, con la nostra cultura”.

Sopravvivere così come concede di vivere il potere che viene da dio, sia esso rappresentato dagli Hitler o dai Romanov. Parola di tutte le chiese.

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12/03/2017

Missili contro chi “fugge dalla patria”: parola di arciprete

Non accennano a placarsi le smanie declamatorie dell'arciprete russo Vsevolod Čaplin (il cognome non inganni: non c'è proprio nulla da ridere), anche dopo la sua esautorazione da rappresentante del Sinodo per i rapporti sociali della chiesa ortodossa.

Con l'ultima sua uscita ha esortato a risolvere coi missili la questione migratoria. Prendendo spunto dal rocambolesco quanto equivoco omicidio, in Malesia, del fratellastro di Kim Jong Un e dando per buona la tesi occidentale secondo cui Kim Jong Nam sarebbe rimasto vittima dei servizi segreti nordcoreani, Čaplin ha detto che "l'isteria" che circonda l'assassinio si spiega col fatto che "dei traditori si sono dati a scorrazzare, fuggendo da vari paesi di cultura politica non occidentale, verso paesi del "mondo libero", soprattutto in Occidente. Gli uni e gli altri, cioè chi li nasconde e garantisce la loro sicurezza, e i fuggitivi, sono entrambi dei traditori”. Nei loro confronti, ha sentenziato il buonuomo, si deve agire in tre modi: reintrodurre la pena di morte per i traditori della patria, consentire ai reparti speciali di eliminarli e, terzo, autorizzare precisi colpi missilistici sui traditori, quali sono, a parere di tale guida spirituale, tutti coloro che “abbandonano” la propria patria.

Il sant'uomo ha detto che ciò rientra nel quadro della sincera cristianità; tra gli estimatori delle sue proposte, nota Moskovskij Komsomolets, solo qualcuno giudica forse eccessivi gli attacchi missilistici.

Čaplin, allontanato da poco dalle sue funzioni – il patriarca di tutte le Russie, Kirill, ha parlato di problemi psichici; altri, delle sue posizioni riguardo alla situazione in Siria – non è certo nuovo a declamazioni in autentico spirito cristiano. Avendo criticato il patriarcato per la sua mania di “ingraziarsi il potere e i funzionari corrotti”, ha predetto alla Russia una “catastrofe rivoluzionaria” per il 2017. Più addietro nel tempo, dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015, aveva chiamato alla “mobilitazione, innanzitutto spirituale e morale. Il tempo della tolleranza, del pluralismo, dell'indifferenza ideologica, del rifiuto della verità" è finito ed è il momento di tornare alla vecchia morale, aveva detto. Ma, nel corso della sua “evoluzione spirituale”, aveva anche affermato che “dovere morale dei cristiani, negli anni '20, sarebbe stato quello di eliminare quanti più bolscevichi possibile”; aveva poi detto di “non amare Mozart, la Britney Spears della sua epoca” e, nonostante esortasse a un “codice russo di abbigliamento per strip-bar e bordelli”, aveva giudicato una “manifestazione del tutto naturale di amore verso il patriarca, se qualcuno gli regala paramenti, automobili, orologi”.

A proposito dei mutamenti sociali: "Le persone cercano la giustizia, pensieri più alti, trasformazione del mondo. Dobbiamo dar loro la possibilità di realizzare quello che vogliono, con mezzi pacifici, legittimi, ma molto diretti. Dobbiamo realizzare i migliori ideali della Santa Russia, del califfato, dell'Urss”, stipati tutti in un sol cesto, “di quei sistemi cioè che sfidano l'ingiustizia e i dettami di élite ristrette sulla volontà dei popoli". Così, se “è meglio fare a meno della pena di morte, ci sono però delle situazioni in cui le minacce per la società sono troppo acute ed essa può difendersi anche con quel mezzo”.

Con tutto ciò, è comunque difficile distinguere così tanta spiritualità dai pensieri più elevati del patriarca stesso che, appena un mese fa, aveva omeliato i fedeli sul “crimine enorme” rappresentato dalla Rivoluzione del 1917. Secondo Kirill, i rivoluzionari “versarono sangue innocente, torturarono e tormentarono” e, oggi, “noi rabbrividiamo quando udiamo le notizie dall'Ucraina orientale. Vediamo come le persone soffrano per la guerra intestina. Ecco, pensiamo che la stessa guerra intestina era avvenuta nell'intero paese dopo la rivoluzione, allorché il fratello si levò contro il fratello, quando il sangue fu versato, quando si manifestò una terribile crudeltà". Peccato: Kirill avrebbe potuto paragonare l'aggressione del potere golpista di Kiev contro la popolazione del Donbass a un'altra aggressione, su scala molto più vasta. Ma non lo ha fatto. Per lui, il sangue che si continua a versare nel sudest dell'Ucraina non viene dai bombardamenti neonazisti sulle città delle Repubbliche popolari, ma è una “guerra fratricida”, un'affermazione, questa, che potrebbe essere tranquillamente sottoscritta anche dall'italico “quotidiano comunista”, per il quale “non ci sono né buoni né cattivi”. Secondo Kirill, nella Russia degli anni successivi alla Rivoluzione, russi “né buoni né cattivi” si uccisero tra loro, manifestando “terribili crudeltà”.

Peccato, ancora una volta: nemmeno una parola sul milione e passa di soldati stranieri riversatisi in Russia a dar man forte ai generali zaristi che terrorizzavano città e campagne di Russia, Ucraina, Caucaso. Kirill non ha ricordato i reparti inglesi, americani, canadesi, francesi, italiani, serbi che combatterono nel nord della Russia tra l'estate del 1918 e l'autunno del 1919; i tedeschi e gli austro-ungarici impegnati praticamente sull'intero fronte, dal Baltico al mar Nero, attraverso Bielorussia e Ucraina, dal febbraio al novembre del '18 e i greci e francesi che li sostituirono in Ucraina e Crimea fino alla primavera 1919. Nulla, a proposito di tedeschi e turchi che occuparono Georgia, Armenia e Azerbajdžan per quasi tutto il '18, sostituiti poi da truppe inglesi fino al luglio 1920; nulla, sulla “legione cecoslovacca” che, in qualità di avanguardia dell'intervento alleato, sanzionato dal “pacifico” Woodrow Wilson, scorrazzò nel 1918 lungo il Volga, negli Urali e in Siberia, fungendo da spina dorsale dell'esercito bianco del sanguinario Aleksandr Kolčak e nulla nemmeno dei giapponesi, americani, inglesi, cecoslovacchi, francesi e italiani che imperversarono in Estremo oriente o dei polacchi che, armati da Francia, Inghilterra e USA, infuriarono su Kiev, Minsk, Vilnius e poi in Siberia.

Non una parola sull'esercito del generale Denikin che, a sud, era praticamente agli ordini dell'Inghilterra, tanto che l'allora Ministro della guerra di sua maestà, Winston Churchill, lo definì “il mio esercito”: sarebbe “sbagliato pensare” scrisse più tardi Churchill, “che abbiamo combattuto per la causa dei russi nemici dei bolscevichi. Al contrario, i russi bianchi hanno combattuto per la nostra causa”. La causa della “spiritualità” cristiana, cattolica, ortodossa o protestante che sia, contro chi tenti di ribellarsi al servaggio: quello, sì, di una “terribile crudeltà”.

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17/10/2015

“Syriza deve liberarsi dal suo europeismo infantile”

Cosina Vasilopolou, deputata di Syriza, intervistata da Flor Ragucci su una rivista digitale catalana.

Corina Vasilopoulou, deputata regionale di Syriza e portavoce del partito nella regione dell’Attica – la più popolata della Grecia visto che comprende Atene – non riesce ad occultare lo sconcerto provocato dalla firma del Terzo Memorandum da parte del governo Tsipras nonostante quel 61% di greci che al referendum del 5 luglio avevano votato contro la capitolazione nei confronti della Troika.

“Penso – spiega Corina Vasilopoulou – che Syriza ha commesso molti errori e anche che avrebbe dovuto adottare misure più drastiche per evitare di ritrovarci senza liquidità. Avrei preferito che Syriza non avesse firmato, spiegando alla gente che eravamo sotto ricatto. Sarebbe stato meglio consultare il popolo con una formula chiara, non come quella usata nel referendum. Per me, così come per la maggioranza del popolo di Syriza, è stato un colpo forte, un colpo che non ci aspettavamo. Non so, forse eravamo troppo ingenui e ottimisti ma la firma ci ha portato quasi alla depressione. Continuo ad appoggiare il partito ma da un punto di visto più critico aspettando che rispetti le promesse di alleviare le conseguenze del memorandum”.

Aggiunge la dirigente regionale di Syriza: “Il partito ha avuto una proroga (…) L’entusiasmo di gennaio è sparito e adesso la gente vuole federe risultati concreti per migliorare la propria vita”.

All’intervistatore che le chiede come quanto accaduto in Grecia influisca sull’evoluzione della politica nello Stato Spagnolo e in particolare sulle chance di vittoria di Podemos la dirigente politica risponde: “Non so se Podemos viene pregiudicata da quanto accaduto a Syriza o se in realtà (la sua crisi, ndr) non sia il risultato dei suoi problemi specifici, come le lotte intestine o il fatto di non basarsi su principi chiari. Probabilmente è un insieme delle due cose. Comunque io gli direi di non optare per una moderazione visto che se fossi spagnola e volessi votare un partito moderato sceglierei il Psoe (socialisti, ndr). Podemos deve tornare alla sue radice e prendere a modello quello che stanno facendo i nuovi governi di sinistra come quello di Ada Colau a Barcellona o di Manuela Carmena a Madrid”.

A proposito della possibilità concreta di ridurre gli effetti dell’austerity sulla popolazione, Corina Vasilopoulou risponde: “La vita quotidiana sarà ancora più dura perché la gente dovrà continuare a pagare delle tasse che Syriza aveva promesso di annullare, la disoccupazione non è calata, il salario di base non è aumentato e si continua a smantellare il contratto nazionale. Io voglio che Syriza protegga le case della gente, che non si pieghi alle esigenze dei creditori che pretendono che la gente venga cacciata di casa se non può pagare. Voglio che faccia qualcosa per la sanità, che è un disastro, e affinché la gente in inverno possa scaldarsi perché ancora il governo non ha eliminato la tassa speciale introdotta tre anni fa che equipara il prezzo del gasolio da riscaldamento con quello della benzina. In generale voglio che Syriza faccia di tutto per proteggere i più deboli e che se serve cambi il suo giudizio sull’Unione Europea. Non dico che debba perseguire l’uscita dall’Unione ma anche almeno abbandoni questo suo europeismo infantile, perché occorre essere coscienti che l’Europa dei popoli non esiste. Non vedo purtroppo alcun possibile cambiamento politico in Europa e quindi un partito di sinistra quale è Syriza dovrà chiedersi seriamente cosa fare in un continente neoliberista”.

Parole di buon senso, quelle della deputata regionale dell’Attica, alla quale però non sembra corrispondere nel suo partito alcun serio dibattito o revisione della fallimentare linea politica fin qui adottata dal gruppo dirigente. Anzi, a ben vedere negli ultimi giorni il gruppo dirigente di Syriza sta portando il partito su posizioni ancora più compatibiliste e moderate.

Lo deve riconoscere anche un fan sperticato di Alexis Tsipras come Teodoro Andreadis che nel suo ultimo articolo pubblicato da Il Manifesto è costretto a segnalare che il ministro dell’Economia di Atene ha escluso la Chiesa Ortodossa dalla stretta operata sul controllo dei capitali facendo un favore non da poco alle gerarchie ecclesiastiche alla quale il precedente governo aveva già concesso altri favoritismi. Per il Sinodo della Chiesa Ortodossa greca si tratta di una misura adottata per permettere la prosecuzione delle attività di assistenza ai poveri, come la distribuzione dei pasti ai senza tetto. Ma qualcuno ci ha visto un “risarcimento” del governo alle gerarchie dopo che qualche tempo fa la ministra aggiunta all’istruzione, Sia Ana­gno­sto­pou­lou, aveva annunciato lo snellimento della procedura richiesta affinché uno studente possa frequentare l’ora alternativa a quella di religione, dichiarazione che aveva mandato su tutte le furie i vertici della potenza organizzazione religiosa. Dopo la quale lo snellimento delle procedure è stato prontamente accantonato dall’esecutivo.

Che proprio nelle scorse ore è riuscito a farsi approvare da un parlamento normalizzato dopo le elezioni di settembre il primo capitolo delle pesanti misure di austerity imposte al paese dal Terzo Memorandum firmato a luglio dal presidente del consiglio. L’aula ha approvato le misure punitive con 154 voti a favore su 300 deputati, un solo voto in meno rispetto alla maggioranza che sostiene Tsipras, formata da Syriza e dai Greci Indipendenti. Gli interventi sostenuti dalla maggioranza – stavolta tutte le opposizioni, anche quelle filo-troika che nei mesi scorsi avevano puntellato Tsipras, hanno votato contro – prevedono un giro di vite sulle tasse per la casa, l’addio ai prepensionamenti, l’aumento dell’età pensionabile a 67 e anche dell’importo dei contributi previdenziali, un rialzo delle tasse per agricoltori e allevatori, la liberalizzazione di alcune professioni e del mercato dell’energia elettrica. Inoltre chi è già andato in pensione sfruttando le regole in vigore fino ad ora dovrà pagare un’imposta speciale del 10 per cento dell’importo della sua pensione.

Nelle prossime settimane, entro metà novembre, il Parlamento voterà un nuovo pacchetto di misure di austerità che dovrebbe includere altre misure esplicitamente in contrasto con le promesse elettorali di Syriza come quelle riguardanti le massicce privatizzazioni chieste da Bruxelles e Francoforte in cambio di un ulteriore prestito.

Intanto da alcuni giorni dal sito ufficiale del Parlamento greco è sparito ogni riferimento alla precedente Presidente dell’assemblea, Zoe Constantopoulou, colpevole di aver rotto con Tsipras dopo la sua capitolazione e di aver aderito a Unità Popolare, dopo aver cercato di intralciare e ritardare l’approvazione da parte dell’emiciclo delle prime misure lacrime e sangue approvate dall’esecutivo Syriza-Anel. In particolare dal sito istituzionale sono stati cancellati i rapporti pubblicati dalla Commissione per la Verità sul Debito Pubblico che nei mesi scorsi si era incaricata di studiare la composizione del debito di Atene dimostrando che gran parte di esso era illegale e che quindi non andava rimborsato svuotando le casse dello Stato e impedendo il finanziamento di irrimandabili interventi sociali.

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20/04/2014

Kiev rompe di nuovo la tregua. Sparatoria e morti a Slaviansk


"L'operazione anti-terrorismo è stata sospesa per il periodo di Pasqua e non useremo la forza", aveva annunciato ieri il ministro degli Esteri ucraino, Andriy Deshchytsia, nel corso di un’intervista concessa alla BBC. Ma le sue parole sono state subito smentite dai fatti.

Non era durata granché la tregua proclamata nell’ambito della risoluzione adottata a Ginevra da Usa, Ue, Russia e governo ucraino. E non è durata neanche quella ‘concessa’ dall’esecutivo ultranazionalista di Kiev per la Pasqua. Sono state di nuovo le forze fedeli alle autorità golpiste a romperla. Secondo notizie diffuse dai media russi e ancora non confermate del tutto durante la notte un gruppo di uomini armati di cui non è chiara l’identità avrebbero attaccato un checkpoint nei pressi della città di Slaviansk presidiato da operai del Donbass aderenti alle milizie popolari della regione separatista.
Nel conflitto a fuoco sarebbero rimasti uccisi tre miliziani intenti a difendere la barricata ma anche due degli aggressori. Quattro i feriti, di cui uno in gravi condizioni.
Alla fine le milizie di autodifesa avrebbero messo in fuga gli aggressori e avrebbero sequestrato loro due veicoli, trovando a bordo materiale degli estremisti di destra di Pravyi Sektor, armi ed equipaggiamenti non in dotazione alle truppe regolari. Ma anche esplosivi, dispositivi per la visione notturna e mappe della zona realizzate dall'alto, il che lascia pensare alla partecipazione anche di mercenari statunitensi.
Nei giorni scorsi alcuni abitanti della zona avrebbero trovato nei pressi di Slaviansk un nascondiglio usato dagli estremisti di Settore Destro con all'interno due chili di esplosivo, due pistole, radiotrasmittenti e altre attrezzature.

Da parte sue il ministro degli Interni ucraino Arsén Avákov ha informato che tre persone sono state arrestate con l'accusa di aver trafugato alcuni fucili durante l'occupazione da parte delle milizie russofone della sede dei Servizi di Sicurezza a Lugansk, sempre nell'est del paese. Un altro attivista "federalista" sarebbe stato arrestato a Kharkov dalla polizia e trasferito nella capitale per essere interrogato.

La rottura della tregua da parte delle forze fedeli alla giunta di Kiev potrebbe di nuovo incendiare la situazione che nelle ultime ore era rimasta relativamente calma anche se le milizie popolari costituitesi nelle scorse settimane nelle regioni russofone dell’Ucraina continuano ad occupare edifici governativi e caserme e si sono dette contrarie a sgomberarle e a consegnare le armi come previsto dagli accordi di Ginevra. D’altra parte il governo ucraino non ha nessuna intenzione di sciogliere i gruppi armati irregolari costituiti dai miliziani di estrema destra di Pravyi Sektor, di Svoboda e del gruppo denominato C-14 che continuano le proprie scorribande sia a Kiev – dove Piazza dell’Indipendenza rimane occupata dai neonazisti – sia in altri territori del paese.
Le autorità parallele delle regioni russofone hanno dichiarato che non smobiliteranno finché a Kiev non sarà ristabilita la legalità, la giunta golpista non si dimetterà e non sarà permesso alle popolazioni delle regioni dell’est e del sud di tenere i referendum convocati per l’11 maggio allo scopo di aumentare la propria autonomia e che potrebbero trasformarsi in un plebiscito per l’indipendenza in caso di scontro frontale.
Almeno otto città, tra cui Donetsk e Sloviansk, sono occupate e controllate dalle milizie armate formate da operai e cittadini oltre che da ex effettivi dell’esercito, della polizia e delle forze speciali di Kiev passati con le autorità indipendentiste. A Kharkov la situazione viene giudicata dagli osservatori dell'Osce "relativamente calma" anche se oggi in una delle maggiori città dell’oriente ucraino sono previste due manifestazioni di segno contrario. E gli stessi osservatori dell'Osce hanno dichiarato che non c'è traccia della presenza di truppe russe all'interno del territorio della Regione di Donetsk nonostante le continue dichiarazioni di segno opposte del governo di Kiev.
Ci si è messo anche il patriarca di Kiev Filaret a gettare benzina sul fuoco, dichiarando nell'ambito del messaggio pasquale che "Il Paese che ci aveva garantito l'integrità territoriale (la Russia, ndr) ha perpetrato una aggressione. Dio non può essere dalla parte del male, è per questo che il nemico del popolo ucraino è condannato al fallimento".

"Oggi dobbiamo pregare per il popolo russo che vive in Ucraina, perché il Signore porti la pace sulla terra ucraina e ponga fine ai disegni di coloro che vogliono distruggere la Santa Russia" gli ha risposto il patriarca ortodosso di Mosca Kirill.

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Pure tra preti si fanno la guerra, che vergogna cazzo!