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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/12/2018

Russia: da Nicola II agli oligarchi moderni, passando per Solzhenitsyn

Un filo non proprio rosso lega alcuni fatti di cronaca politica degli ultimi giorni in Russia.

L’ex primo privatizzatore, ex delfino di Borsi Eltsin e attuale eminenza grigia dell’economia russa, nonché presidente del consiglio di amministrazione di “RUSNANO”, la Compagnia per le Nanotecnologie, Anatolij Chubajs ha accusato il popolo russo di irriconoscenza verso gli oligarchi.

L’aeroporto di Murmansk viene intitolato all’ultimo zar di Russia, quel Nicola “il sanguinario” che la chiesa ortodossa ha elevato da tempo, insieme alla sua famiglia, agli onori della santificazione. In Siberia si inaugurano monumenti alle truppe bianche cecoslovacche che per prime si levarono contro la giovane Repubblica sovietica russa. Dopo le targhe all’ammiraglio Kolčak, al barone Mannerheim, allo zar Alessandro III, non rimane che benedire l’intervento dei quattordici stati stranieri che dal 1918 al 1920 tentarono di soffocare la Rivoluzione d’Ottobre.

Oggi ricorrono cento anni dalla nascita di Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn e Mosca si appresta a inaugurare un monumento alla sua figura nel centro stesso della città. Per impedire che altri cartelli si potessero aggiungere a quello di “giuda” già appeso al collo della statua prima dell’inaugurazione, un gruppo di poliziotti in borghese staziona in permanenza nei pressi della scultura.

Dunque: il “popolo” russo ha una propria precisa opinione delle figure di Solzhenitsyn, di Nicola II e degli oligarchi che dominano l’attuale scena russa; un’opinione che evidentemente non coincide esattamente con la rappresentazione che il potere erede della controrivoluzione eltsiniana (tra l’altro, il 12 dicembre cade il 25° anniversario della Costituzione voluta da Boris Eltsin dopo il golpe dell’ottobre 1993) tenta di dare di tali elementi.

Dunque, l’espressione esatta usata da Chubajs, è che “la società russa è talmente infantile” che “in 25 anni non si è nemmeno degnata di dire una sola volta grazie al business, per ciò che questo ha fatto per il paese”. Secondo Chubajs, il “business”, cioè gli oligarchi, avrebbe “riportato l’ordine nelle imprese disperatamente distrutte dell’era sovietica, riempito le casse statali e restituito gli stipendi alle persone. Tutto ciò è stato fatto da coloro che la società chiama oligarchi”. Ora, per non appesantire troppo la presente esposizione, crediamo sia sufficiente rimandare ad altri interventi, anche recenti, pubblicati da Contropiano sui “reali servigi” resi dagli oligarchi alla società russa uscita dalle macerie del 1993.

Addirittura il teleconduttore Vladimir Solovev – una delle “voci” del Cremlino – ha commentato le parole di Chubajs: “Davvero un bel tipo. Non ha capito nulla e vive nella speranza che i derubati si mettano a ringraziare i ladri”; e non ha mancato di ricordare a Chubajs che, tra l’altro, il termine “oligarchi” era stato introdotto a suo tempo nel lessico russo da Boris Nemtsov, il “martire” che nel 1993 esortava Eltsin a dare il colpo di grazia a comunisti e antigolpisti. Il senatore Frants Klintsevic ha ricordato a Chubajs i miliardi di dollari che gli oligarchi sottraggono all’economia russa per investirli all’estero.

Per quanto riguarda il ruolo di Solzhenitsyn nell’attacco occidentale all’URSS – proprio Aleksandr Isaevic esortava gli USA a bombardare l’Unione Sovietica con le atomiche – non sembra fuori luogo ricordare come l’attuale potere russo lo esalti quale persona di eccezionali qualità morali, indomito oppositore del sistema sovietico, guida morale per i giovani. Per quanto riguarda le cifre sulle cosiddette “repressioni staliniane” (il ruolo in certo qual modo “affidato” a Solzhenitsyn dai gorbacioviani, nel dare il colpo di grazia all’Unione Sovietica e a parte della sinistra occidentale, merita una trattazione a sé) ormai da trent’anni le ricerche del professor Viktor Zemskov hanno ridimensionato di alcune decine di volte i numeri diffusi da Solzhenitsyn e dagli “storici” occidentali e non importa tornarci sopra. Curioso, come a Parigi, proprio in questi giorni, mentre alla municipalità del 5° arrondissement è in corso una mostra dedicata a Solzhenitsyn, i rappresentanti della casa editrice “Delga” abbiano espresso il loro giudizio in merito: non in linea con le beatificazioni di rito.

Giudizio degno d’attenzione quello dello storico Aleksandr Kolpakidi, secondo cui “C’erano due forze dietro” Solzhenitsyn; “la prima forza erano i servizi speciali occidentali. L’esempio più semplice è che quando se ne andò dall’URSS, l’archivio fu preso in consegna dall’assistente dell’attaché militare statunitense a Mosca, il quale dieci anni dopo sarebbe diventato direttore della National Security Agency USA. Questa forza è chiara: è la stessa che poi gli avrebbe assegnato il Nobel. Ma la seconda forza non è altrettanto limpida. Si tratta della nostra nomenclatura che, dopo la morte di Stalin, non ha fatto altro che tentare ciò che poi le è riuscito nel 1991, con la distruzione dell’URSS, per convertire il proprio potere politico in potere anche economico. E’ stato grazie alla distruzione del nostro paese che tutti loro divennero ministri, presidenti, oligarchi, ecc. Non fu solo l’Occidente a manovrare Solzhenitsyn, ma anche la nostra nomenclatura”.

Zar, aggressori bianchi, oligarchi e loro corifei. Il cerchio si chiude: ma non è “il primo”, raccontato da Aleksandr Isaevic a uso e consumo dell’anticomunismo; e forse, purtroppo, nemmeno l’ultimo.

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19/04/2016

Il 56% dei russi rimpiange l’Urss. I paesi baltici esigono un risarcimento per “l’occupazione sovietica”

Da molto tempo i Paesi baltici pretendono dalla Russia una “compensazione” per i danni che sarebbero stati provocati da quella che essi definiscono “l’occupazione sovietica”. La Lettonia, che la recente classifica Eurostat ha classificato al 5° posto tra i paesi UE con la maggior percentuale di poveri (16,4% sul totale della popolazione), ha ora quantificato il compenso preteso in 185 miliardi di euro: una discreta riduzione rispetto ai 300 miliardi reclamati due anni fa. Pare che, secondo Interfax, Riga si appresti a valutare, oltre quelle economiche, anche  le “perdite demografiche”, per alcune decine di miliardi, causate dalla “politica coloniale dell’impero sovietico e dalla colonizzazione della Lettonia tra il 1940 e il 1990”. Nel novembre scorso, i Ministri della giustizia delle tre capitali baltiche, Riga, Vilnius e Tallin, avevano sottoscritto un memorandum di collaborazione, in cui esplicitavano la volontà di richiedere alla Russia, quale “erede” dell’Urss, la compensazione per “l’occupazione sovietica”, anche se, a quanto pare, l’Estonia avrebbe poi rinunciato ad avanzare richieste.

Dopo la richiesta lettone, la portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharrova, ha subito indetto un concorso su feibuc per il commento più ironico alla richiesta di Riga; unica condizione, non fare riferimento al cognome della presidente della commissione lettone (Ruta Pazdere) che ha ufficializzato la richiesta, cognome che, leggermente storpiato, in russo suonerebbe discretamente censurabile.

E, a proposito del passato sovietico, un recente sondaggio dell’indipendente Centro Levada, ha rilevato che il 56% dei russi (era il 54% appena cinque mesi fa) si dice dispiaciuto della fine dell’Urss. Una testimonianza diretta di tali umori è data anche dall’etichetta di “Traditore” che sarebbe stata applicata al monumento eretto a Vladivostok a uno dei maggiori “eroi” della democrazia occidentale antisovietica, Aleksandr Solženitsin. Autore del gesto sarebbe il segretario della locale Unione della gioventù comunista-leninista russa, Maksim Šinkarenko. La procura cittadina lo ha immediatamente accusato di “vandalismo”: non sia mai che ci si azzardi ad alzare le mani sul “dominatore degli intelletti” dell’intellighenzia sovietica di opposizione. Anche la vedova dello scrittore, riporta Pravda.ru, ha lanciato un appello agli abitanti di Vladivostok, ripetendo tra l’altro che “noi, come paese, non abbiamo mai condannato e mai ci siamo pentiti per i crimini del regime sovietico”. Come sarebbe a dire che non ci siamo pentiti, risponde Pravda.ru. Cominciò Khuščëv al XX congresso, riabilitando, tra l’altro, anche quei marescialli, come Tukhačevskij, il cui complotto di golpe militare non è messo in dubbio da alcuno storico serio. E il “pentimento” continua oggi nei film, nella letteratura, in cui, ad esempio, accanto all’eroe positivo, c’è immancabilmente il “bestiale” agente NKVD dedito solo a reprimere i veri patrioti e i combattenti dell’Esercito Rosso. Ma la domanda tuttora ricorrente, scrive Pravda.ru, è: aveva o no il nobel Solženitsin fatto appello agli USA perché colpissero l’Urss con la bomba atomica? Chi ha più di quarant’anni non ha difficoltà a ricordare i suoi appelli, amplificati dai media occidentali; anche se, a fine anni ’70, Solženitsin scriveva che gli USA non gli apparivano più un “alleato onesto nella liberazione russa”, dato che il Congresso non considerava i russi una “nazione oppressa dal comunismo” ma, al contrario, gli USA vedevano nella Russia e non nel comunismo, come avrebbe voluto lui, “l’oppressore mondiale”. Ciononostante, Solženitsin non disdegnò di trascorrere lunghi anni nel Vermont, difeso dall’intelligence yankee, spesato di tutto e continuando a sfornare volumi che “smascheravano i crimini del regime sovietico”, prima di fare il suo rientro trionfale in Russia, sbarcando proprio a Vladivostok, osannato dal codazzo dei corrispondenti occidentali che lo scortarono fino a Mosca. In definitiva, Solženitsin non è stato né il primo né l’ultimo: anche il generale collaborazionista Vlasov diceva che obiettivo del suo “Esercito di liberazione russo” era “la lotta al bolscevismo e la costruzione di una nuova Russia”, anche se Hitler aveva tutt’altri piani per l’Urss e per la Russia, come del resto gli USA al giorno d’oggi, conclude Pravda.ru.

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