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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/06/2026

Usa e Ue divergono anche sui Balcani

Il fallimento dell’illusione euroatlantica, ossia le divergenze strategiche tra Stati Uniti e Paesi dell’Unione Europea, da qualche mese a questa parte appare in modo sempre più evidente.

Quelli che fino a qualche anno fa potevano sembrare dei normali elementi di competizione interna, oggi si manifestano come delle vere e proprie contraddizioni su come affrontare dossier comuni.

Il disimpegno dalla guerra in Ucraina, la vicenda della Groenlandia o il picconamento dell’Alleanza atlantica sono alcuni esempi di come l’amministrazione Trump abbia intensificato l’aggressività dell’imperialismo nordamericano anche nei confronti degli “alleati” europei.

L’ultimo caso, di peso politico forse inferiore ma crediamo indicativo dell’aria che tira, riguarda la Bosnia Erzegovina.

A Sarajevo si è conclusa infatti la riunione del Consiglio per l’attuazione dell’accordo di pace (istituito dagli Accordi di Dayton nel 1995), che avrebbe dovuto nominare il successore del dimissionario Christian Schmidt.

L’appuntamento tuttavia è stato un fallimento perché i partecipanti non sono riusciti ad accordarsi sulla candidatura del nuovo Alto rappresentante.

L’ambasciata Usa in Bosnia-Erzegovina ha rilasciato una durissima dichiarazione, accusando i partner europei di “indecisione e divisione” e di aver paralizzato il processo di selezione. Per tutta risposta, Washington ha minacciato “di rivedere il proprio ruolo” nell’attuale conformazione internazionale in Bosnia-Erzegovina.

Il motivo dello stallo è lo scontro tra due i candidati dietro i quali si celano approcci opposti per il futuro della regione.

Da un lato c’è Antonio Zanardi Landi, italiano sostenuto dal governo Meloni e dagli Stati Uniti, accreditato come un abile negoziatore e mediatore maturato nella lunga esperienza diplomatica, tra cui spiccano Mosca e Belgrado.

Tutto il contrario insomma dell’era Schmidt, simbolo di pressioni, sanzioni e costante espansione dei poteri dell’ufficio dell’Alto rappresentante.

Dall’altro c’è Rene Trocaz, francese sostenuto da Francia, Germania e Regno Unito, figura da spendere per provare a mantenere una forte pressione sulla Repubblica Srpska in funzione anti-Belgrado.

A Banja Luka l’istituto dell’Alto rappresentante è da sempre considerato uno strumento di pressione esterna, nonché una violazione dello spirito degli accordi di Dayton.

La divergenza sulla nomina quindi significherebbe una divergenza sulla strategia da adottare nel cuore della pentola a pressione che continuano a rappresentare i Balcani occidentali. 

La partita per l’indipendenza energetica della Serbia sul controllo della compagnia Nis, l’adesione del Montenegro all’Unione Europea o la triplice alleanza militare tra Albania, Croazia e Kosovo sono solo alcuni esempi di quanto l’instabilità, spesso creta ad arte dalle forte pressioni esterne, sia ancora il fattore dominante nell’area.

Un dividi et impera funzionale fino a oggi alla cura degli interessi occidentali nella penisola, crocevia importante di flussi energetici e migratori, nonché serbatoio di forza lavoro industriale qualificata e a basso prezzo per la periferia produttiva europea.

Ma se a divergere sono quegli stessi interessi, allora l’instabilità potrebbe non bastare più a descrivere una terra tutt’oggi alle prese con le ferite sanguinanti dell’infame guerra fomentata per smembrare la Repubblica di Jugoslavia.

Fonte

30/01/2026

Bosnia e Serbia. Gli USA intervengono anche nei Balcani, a danno della UE

La storia si muove anche nei Balcani, nonostante sui media le notizie rimangono più in sordina. Sarà forse anche il fatto che quello che si muove sembra determinato da Washington e Mosca, e indebolisce ulteriormente il ruolo di indirizzo che Bruxelles può esercitare sulla regione.

Partiamo dalla cronaca. In una mossa che intreccia religione, identità nazionale e politica, l’ex Gran Muftì della Bosnia-Erzegovina, Mustafa Cerić, ha lanciato l’idea della creazione di una Chiesa ortodossa bosniaca autocefala, staccata cioè dal patriarcato di Belgrado. La proposta si richiama alla Chiesa bosniaca medievale, e difatti viene giustificata come una “espressione naturale della continuità storica”.

Il Gran Muftì, però, mette subito in chiaro che qui la storia diventa uno strumento della politica contemporanea. Il religioso afferma che tale Chiesa deve esprimere “una chiara lealtà allo Stato bosniaco”, per liberarsi dalle “narrazioni altrui” (ovvero quella serba). Allo stesso tempo, afferma che ciò non sarebbe un atto di divisione, ma di responsabilità... e allo stesso tempo propone il 9 gennaio, giorno della proclamazione della Republika Srpska, anche come data di proclamazione della Chiesa ortodossa bosniaca.

L’idea è quella di tentare di riunificare la Bosnia sotto l’identità ortodossa, in linea con la difesa dei cristiani propugnata da Trump. Mentre la sua amministrazione sospende i visti per l’immigrazione dei cittadini della Bosnia-Erzegovina, Dodik viene parzialmente riabilitato come linea di difesa dall’Islam “radicale”. E si dà un assist ai suoi sostenitori, in particolare Belgrado.

Parallelamente, Rod Blagojevich, ex governatore dell’Illinois e stretto collaboratore del presidente statunitense, ha affermato che le attività dei “Fratelli Musulmani” in Bosnia saranno una priorità d’indagine per la nuova amministrazione, minacciando di mettere nel mirino anche esponenti del principale partito bosgnacco, il SDA. Washington ha già classificato i rami egiziano, giordano e libanese dei Fratelli Musulmani come terroristici.

Nel frattempo, un elemento pesante di crisi per la Serbia sembra andare a risoluzione. Dopo le sanzioni USA di ottobre alla compagnia petrolifera NIS, di cui la maggioranza appartiene a Gazprom Neft (filiale di Gazprom), si è giunti a un accordo che coinvolge anche altri paesi dell’Europa centrale.

Il gruppo ungherese MOL acquisterà la quota di controllo del 56,15% da Gazprom Neft, con la possibilità di ingresso dell’emiratina ADNOC come azionista di minoranza, mossa chiave per ottenere il via libera dalle autorità americane (OFAC). Le autorità serbe hanno negoziato un aumento della loro quota in NIS al 34,9%.

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha definito l’accordo vantaggioso per Mosca. “Se l’accordo annunciato ieri su NIS fosse stato svantaggioso per la Federazione Russa – ha detto Lavrov – non sarebbe stato concluso. Questo è assolutamente evidente a tutti. Siamo aperti alla collaborazione con tutti”.

L’opportunità di una collaborazione verso un mercato energetico integrato si apre soprattutto per Ungheria, Serbia e Slovacchia. In questo modo, l’amministrazione Trump sembra aver dato via libera a una soluzione sul dossier serbo, e allo stesso tempo aver fatto un’offerta importante per cementare il rapporto con Viktor Orbán e Robert Fico, considerati dalla UE come più vicini sia a Mosca sia a Washington che a Bruxelles.

Blagojevich, inoltre, ha definito l’Alto Rappresentante per Bosnia-Erzegovina, il tedesco Christian Schmidt, un dittatore. Ha poi parlato della prossima abolizione del suo ufficio (OHR), di cui le condizioni per la soppressione sono state definite nel 2008. L’OHR è strumento cruciale di pressione per Sarajevo sui serbi, ma è soprattutto cruciale per la UE: l’incarico è da sempre ricoperto da politici provenienti dai suoi paesi.

Tirando le somme, si potrebbe dire che è la rinegoziazione delle relazioni tra USA e Russia che sta determinando il muoversi degli ingranaggi nei due paesi della ex Jugoslavia. E la UE sta a guardare. Il fronte balcanico è caldo e il suo accendersi, stavolta, non segna la nascita della UE come soggetto che vuole affermarsi nel gioco degli imperialismi, ma piuttosto la sua profonda crisi.

Fonte

24/11/2025

Sarajevo e il business dell’assedio: storia di un turismo disumano

di Paolo Pantaleoni

Mi trovavo a Sarajevo nei primi anni 2000. La città appariva profondamente segnata da una guerra che era terminata una manciata di anni prima. Quattro inverni di assedio, fame, privazioni per una tra le popolazioni al tempo più multietniche, tolleranti e cosmopolite che l’Europa avesse mai conosciuto.

I condomini e le abitazioni portavano tutti, o quasi, i segni ben visibili dei proiettili e dei colpi di artiglieria. Gli alberi da poco ripiantati, le panchine completamente assenti, perché per scaldarsi gli abitanti della città avevano tagliato e bruciato tutto il legno reperibile, spesso sfidando i cecchini a costo della vita in una disumana lotta per la sopravvivenza.

Oggi a Bascarsija sono tornati anche i piccioni.

Per un decennio i torraioli del centro di Sarajevo erano quasi spariti, finiti nelle pentole come fonte di proteine.

In quegli anni si trovava nei negozi di souvenir del centro, un libro, con la copertina grigia, che aveva raccolto alcune delle ricette d’emergenza create durante l’assedio (dalle lumache alle rane passando per i piccioni e i funghi la popolazione assediata si nutrì con qualsiasi cosa fosse disponibile) e che aveva il titolo di Sarajevo Cooking Book.

Nei primi anni 2000, qualcuno aveva da poco iniziato a riempire,inizialmente con della vernice colorata, e solo successivamente con della resina rossa, i fori dei proiettili di mortaio sull’asfalto,trasformandoli in opere d’arte commemorativa simili a rose sfiorite con i petali strappati e sparsi dal vento.

Sono le rose di Sarajevo, ancora visibili oggi nel centro della città tra Bascarsija e Skenderija.

Il palazzo del parlamento era uno scheletro, così come la biblioteca nazionale, bruciata con un lancio di granate incendiarie per cancellare il simbolo di sei secoli di multiculturalismo.

Oltre agli esseri umani quell’assedio aveva colpito i simboli dell’identità plurale bosniaca.

In quella guerra a morire fu anche la Bosnia, come idea di un paese plurale, multiculturale, accogliente in cui per secoli avevano convissuto identità, storie, tradizioni profondamente diverse tra loro.

Al museo del tunnel, aperto ancora oggi (anche se oggetto di un contenzioso con i proprietari dell’abitazione da cui uno dei due lati del tunnel iniziava) e realizzato nell’edificio da cui si accedeva al tunnel, oggi smantellato, che dal quartiere a maggioranza serbadi Dobrinja portava a Butmir, oltre le linee serbe, passando sotto la pista dell’aeroporto, e che fu dal 1993 al 1996 la principale via di accesso alla città assediata, vidi un filmato.

Il filmato in serbo croato, e che l’operatore spiegava in inglese come meglio poteva, raccontava sommariamente i quattro anni di assedio, il tram fermo sui binari e crivellato di colpi, le persone nascoste agli angoli delle strade o che si riparavano dietro ai blindati di colore bianco dell’Unprofor.

Chiesi all’operatore del museo semi deserto di farmi rivedere il filmato.

Come tutte le opere che raccontano una guerra etnica alcuni passaggi storici importanti erano stati omessi, come il fatto che quel conflitto sia stato anche un conflitto delle campagne contro le città ed omettendo il ruolo di oltre diecimila volontari serbi, cittadini di Sarajevo, che difesero la città contro l’esercito serbo bosniaco.

Questo elemento destabilizzò profondamente gli assedianti a tal punto che si rifiutavano di parlare con Jovan Divjak, generale serbo, che guidò con successo la difesa di Sarajevo.

I comandanti dell’esercito serbo bosniaco dichiararono che avrebbero parlato con Divijak solo se si fosse convertito all’islam, lui con ironia rispose che avrebbe parlato con loro solo se fossero scesi dalle piante.

Di quel filmato, ad avermi colpito fu l’immagine di un cecchino che sparava a raffica con uno Zastava M76, senza indossare la divisa dell’esercito serbo bosniaco.

Chiesi chi fosse quell’uomo, con indosso un giubbotto di pelle nero.

Mi fu detto che si trattava di Edward Limonov, un politico e scrittore russo, ultranazionalista, che si divertiva, pagando, ad unirsi ai cecchini serbi, per sparare in direzione della Ulica Zmaja of Bosne, la via di comunicazione est-ovest che attraversava Sarajevo.

Mi fu raccontato che, oltre ai mercenari pagati per combattere, da varie parti d’Europa esisteva una sorta di turismo dell’assedio dove pagando si poteva sparare dalla parte degli assedianti.

Rimasi allibito, mi interrogai su quanto ci fosse di vero e quanto di propaganda (che spesso non termina con la fine della guerra ma prosegue ben oltre).

Sapevo dei volontari greci a Srebrenica dei neo fascisti italiani che si erano uniti alle milizie croate per affinità ideologica (Andrea Insabato, autore di un attentato dinamitardo contro la sede del Manifesto nel 2000, pubblicò nel 1991 sul periodico di annunci Porta Portese, un’inserzione in cui reclutava volontari per combattere in Bosnia) ma l’idea che fosse esistito in quegli anni un safari per sparare contro altri esseri umani mi sembrò una cosa oltre l’umano.

Eppure quell’assedio di disumanità si nutrì abbondantemente.

Quell’assedio fu un affare lucroso per gli assedianti, come lucrose per alcuni sanno essere le guerre.

Nella primavera del 1992, la sproporzione delle forze in campo avrebbe consentito alle truppe serbe, con le armi pesanti della JNA, di prendere la città in poche settimane se non in pochi giorni.

Le truppe serbe non lo fecero.

Non vollero farlo.

In parte perché non erano interessati a prendere la città ma le aree della Bosnia a maggioranza serba, o in prossimità del confine con la Serbia ed il Montenegro, eliminando la popolazione non serba, in parte poiché trovarono più conveniente e lucroso assediare la città anziché conquistarla.

Si garantirono ricavi spaventosi con il mercato nero del gasolio, degli aiuti umanitari e degli aspiranti rifugiati.

La multinazionale serbo croata dell’esproprio fece in Bosnia affari d’oro.

L’assedio produsse ricchezze e capitali enormi tra gli assedianti, visse di indifferenza e di un embargo sulle armi che colpiva la sola Bosnia (e quindi coloro che in quell’assedio si difendevano) senza essere esteso a Serbia e Croazia, i cui governi in quella guerra non solo erano parte attiva, ma prima che la tragedia bosniaca iniziasse, Tudjman e Milosevic, due diverse facce del nazionalismo arrembante dei primi anni novanta, si erano già spartiti la Bosnia sulla pelle dei bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) e di quei bosniaci che continuavano a credere in una Bosnia multietnica e plurale.

L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano non mi sembra affatto inverosimile.

Mi sembra invece surreale che ciò avvenga per un esposto fatto da uno scrittore, Ezio Gavazzeni, che, nelle informazioni raccolte e fornite alla Procura, parla anche di un rapporto informativo già esistente all’epoca dei fatti tra servizi segreti bosniaci e servizi segreti italiani.

Edin Subasic, al tempo agente dei servizi segreti militari dell’Esercito Bosniaco, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org racconta di come i servizi segreti bosniaci informarono sia l’Unprofor che il SISMI in merito a quanto emerso dall’interrogatorio di un prigioniero serbo che ha raccontato di essere arrivato a Sarajevo dalla Serbia assieme a cinque italiani vestiti da cacciatori.

Il regista sloveno Miran Zupanic ha raccontato nel 2022 la vicenda in un documentario, Sarajevo Safari ma già nel 1995 la notizia trapelò sia sulla stampa bosniaca, che su quella italiana (con articoli sia della Stampa che del Corriere della Sera).

Sarebbe auspicabile che l’indagine, oltre che sul fenomeno, raccontato da più fonti, facesse luce sugli eventuali meccanismi di complicità ed omissione di cui godettero i protagonisti coinvolti, in un paese, l’Italia, che scoprì la tragedia balcanica solo quando si trovò in casa propria coloro che da quella guerra fuggivano.

FOnte

21/09/2025

Rimosso il presidente dell’entità serba della Bosnia, il clima nei Balcani si fa sempre più caldo

Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, entità autonoma a maggioranza serba all’interno della Bosnia-Erzegovina, ha trasferito i propri poteri a Davor Pranjić, suo vicepresidente. Pranjić ha firmato il decreto con il quale sono promulgate modifiche alla Legge sulla Polizia e gli Affari Interni, ufficializzando il trasferimento dei poteri a lui stesso.

La vicenda proviene da lontano, e in questa fase di gravi tensioni ha risvolti anche internazionali. La Commissione elettorale del paese ha revocato il mandato di Dodik lo scorso 18 settembre, sulla base di una sentenza confermata lo scorso primo agosto e che lo ha portato a essere condannato ad un anno di carcere (poi tramutato in una multa) e a sei anni di interdizione dalle cariche pubbliche.

La sentenza è arrivata dalla Corte più alta della Bosnia, con sede a Sarajevo. Dodik è stato accusato di condotta anticostituzionale, e i suoi ricorsi non sono andati a buon fine. Le elezioni anticipate indette per il prossimo 23 novembre sono state ferocemente attaccate da Dodik e dai suoi sostenitori, che puntano al boicottaggio. A tale consultazione non potrà partecipare chi è di etnia bosgnacca musulmana e croata.

Nel frattempo, era già stato indetto un referendum popolare da tenersi il 25 di ottobre per far esprimere il popolo dell’entità autonoma in merito al mandato di Dodik. La conferma che tale votazione si tenga si avrà nei prossimi giorni, ma i toni si sono molto alzati nelle ultime settimane, innestandosi anche sulle tensioni etniche che attraversano ancora la smembrata ex Jugoslavia.

Dodik ha calcato la mano sul fatto che la condanna comminata nella capitale bosniaca è stata un atto “contro la Republika Srpska e contro il popolo serbo”. Tuttavia, anche se ha ribadito a più riprese di non riconoscere la decisione della Commissione elettorale, l’ormai ex presidente ha di fatto riconosciuto la sentenza e ha poi trasferito i suoi poteri a Pranjić, che appartiene alla minoranza croata della zona.

Dal punto di vista internazionale, già ad agosto il portavoce del Servizio diplomatico dell’Ue aveva sottolineato che il “verdetto della Corte di BiH (Bosnia-Erzegovina, ndr) è vincolante e deve essere rispettato”, mentre Dodik aveva ricevuto il sostegno del presidente serbo Aleksandar Vučić, del primo ministro ungherese Viktor Orban e della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

Non molto tempo prima, Dodik aveva dichiarato di voler far aderire la Republika all’accordo militare stretto fra Ungheria e Serbia (cosa che, inoltre, non è tra le sue possibile competenze). Questi messaggi avevano ovviamente allarmato Bruxelles, che seppur a fasi alterne e non in maniera sempre lineare, considera Budapest e Belgrado due alleati di Mosca.

Dopo un recente rimpasto di governo che ha sollevato dall’incarico molte figure non gradite agli USA, Dodik spera di incontrare anche il favore di Trump, sempre più interessato a scaricare sulla UE la questione ucraina. I russi, dal canto proprio, hanno detto che la sentenza contro l’ex presidente rappresenta una “minaccia alla stabilità della Bosnia-Erzegovina”.

Anche i Balcani si stanno infiammando di nuovo, mentre aumenta l’escalation tra Bruxelles e Mosca. Del resto, proprio l’intervento della NATO in Serbia segnò l’inizio della rottura di ogni possibile punto d’incontro su una cornice di sicurezza comune tra l’Alleanza Atlantica e la Russia. E questi fatti sono da seguire attentamente dentro il braccio di ferro di queste settimane.

Al riguardo, è bene ricordare un’ultima notizia. I servizi segreti russi hanno da poco affermato non solo che dietro le proteste che hanno attraversato la Serbia negli ultimi mesi ci sia la mano della UE, ma che questa stia preparando un altro Maidan per il 1° novembre, in occasione del primo anniversario del crollo della pensilina ferroviaria, che aveva innescato il ciclo di manifestazioni.

Se la guerra diretta ancora non è arrivata, i colpi di stato al di qua della nuova ‘Cortina di Ferro’ costruita dalla UE potrebbero essere una soluzione preferibile, intanto, per le classi dirigenti europee. Il nostro giornale lo aveva già ipotizzato, e il clima sembra stia peggiorando.

Fonte

29/03/2025

I pompieri incendiari al lavoro per infiammare di nuovo i Balcani

A pensar male si fa peccato ma, purtroppo ci si azzecca spesso. Da settimane sono all’opera forze che stanno soffiando il fuoco nei Balcani. Ultimo in ordine di tempo è arrivato il mandato di arresto internazionale contro Milorad Dodik, presidente della Repubblica Srpska (l’entità serba della Bosnia Erzegovina), che indubbiamente va a ingarbugliare una situazione già complicata in un Paese balcanico in cui ancora suppurano le ferite della guerra civile jugoslava e che rischia di avere conseguenze per l’intera regione dei Balcani.

A spiccare il mandato d’arresto nei confronti di Dodik era stata la Corte della Bosnia Erzegovina – ovvero un “soggetto di parte”, non una Corte “neutrale” – che accusa il leader serbo-bosniaco di aver minato l’ordine costituzionale del Paese con azioni che rischiano di comprometterne l’integrità e la stabilità.

Ieri è arrivata la sezione dell’Interpol di Sarajevo a emettere il mandato di arresto contro Dodik, un fatto che adesso coinvolge anche la comunità internazionale. La richiesta, attualmente, è in fase di valutazione da parte della sede centrale dell’Interpol a Parigi: spetterà ai funzionari dell’agenzia internazionale di sicurezza verificare che siano stati soddisfatti tutti i prerequisiti per l’emissione del mandato che quindi, al momento, non è ancora giuridicamente vincolante.

Il presidente della Repubblica Srpska ha da tempo espresso la volontà di promuovere un’autonomia sempre maggiore per l’entità serba rispetto alla Bosnia Erzegovina. Le sue posizioni contrastano con l’autorità della Corte costituzionale bosniaca (molto influenzata dalla Ue e dalla Nato) ed ha inoltre manifestato una esplicita contrarietà alle politiche di integrazione europee, suscitando preoccupazioni sia a livello nazionale che a Bruxelles.

La recente decisione di adottare una Costituzione interna alla Repubblica serba di Bosnia che prevederebbe, fra i vari punti, la possibilità di dotarsi di proprie Forze armate, ha provocato timori e “rumori”.

Dodik è stato accusato di violazioni della Costituzione e di aver posto in essere politiche che ostacolano l’attuazione degli Accordi di Dayton, il trattato che nel 1995 pose fine alla guerra civile in Bosnia Erzegovina e che ha definito, con i bombardamenti e poi il commissariamento per anni da parte della Ue e della Nato, l’attuale assetto federale del Paese.

La Bosnia Erzgovina non è infatti uno stato pienamente sovrano. Attualmente sulla Bosnia incombe un Alto Rappresentante straniero – al momento il conservatore tedesco Christian Schmidt. La nomina di Schmidt è stata decisa dagli ambasciatori del comitato direttivo del Consiglio per l’attuazione della pace, l’organo incaricato dal Trattato di Dayton di supervisionare il processo di pace della Bosnia, composto da una quarantina di Stati e una ventina di osservatori, tra organizzazioni internazionali, enti statali bosniaci e altri Stati.

Nel comitato direttivo siedono i rappresentanti di Usa, Russia, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada, Giappone, Commissione europea, e Organizzazione per la cooperazione islamica (rappresentata dalla Turchia).

Ma per capire il personaggio Dodik e non cominciare a farsi idee sbagliate, occorre sapere che fino a giovedì Dodik si trovava in visita ufficiale in Israele, un fatto che aveva suscitato sorpresa e indignazione nelle autorità bosniache. E questo per due motivi.

Il primo la Bonsia Erzegovina viene considerato un paese “poroso” per le infiltrazioni di gruppi jihadisti islamici. Il secondo perché, sebbene al momento della sua partenza per Israele non fosse stato ancora spiccato il mandato dell’Interpol contro Dodik, era invece già esecutivo quello della Corte di Sarajevo.

Nonostante l’emissione del mandato di arresto, Dodik è riuscito a lasciare la Bosnia Erzegovina e a raggiungere Israele, dove ha elogiato il Paese per la sua capacità di “resilienza e sicurezza”. Durante il suo soggiorno a Tel Aviv, Dodik ha rilasciato dichiarazioni che hanno messo in risalto il suo appoggio alla politica israeliana, accogliendo favorevolmente le sue politiche di difesa e sicurezza.

Dodik si è detto anche “tranquillo” in merito alle notizie sul mandato di cattura dell’Interpol e ha poi annunciato che sarebbe tornato “senza problemi” in Bosnia la prossima settimana.

Nel corso della serata, Dodik è stato però caldamente “invitato” dalle autorità israeliane a lasciare il Paese, in seguito alle pressioni internazionali e alle implicazioni legali legate al mandato di arresto emesso dalla Bosnia. Secondo una ricostruzione fornita dal quotidiano Jerusalem Post, infatti, una delegazione di funzionari israeliani avrebbe informato del fatto che la sua presenza era diventata “diplomaticamente problematica”. Tale sviluppo ha costretto il leader serbo-bosniaco a cambiare i propri piani e a lasciare in tempi brevi il Paese.

Stando ad alcune fonti locali, l’aereo del governo della Repubblica Srpska sarebbe atterrato a Belgrado ieri notte dopo essere decollato da Tel Aviv. Si presume che il presidente dell’entità serba sia sceso dall’aereo nella capitale della Serbia. Il fatto che il mandato di cattura dell’Interpol non sia ancora vincolante ha di fatto spinto le autorità israeliane a chiedere a Dodik di “toglierle dall’imbarazzo”.

La Ue e la Nato non nascondono affatto la loro preoccupazione per l’alleanza di Dodik con la Russia e alla sua posizione intransigente contro le politiche dell’Unione europea. Dodik ha più volte espresso il suo appoggio a Mosca, rifiutando le sanzioni europee e riaffermando la sua posizione di opposizione all’integrazione della Bosnia Erzegovina nell’Unione europea e nella Nato.

La Serbia, alleata storica della Repubblica Srpska, ha difeso Dodik, rifiutando di collaborare con le autorità bosniache per quanto concerne l’arresto del presidente.

Con il mandato di arresto internazionale pendente e le difficoltà nel perseguire l’arresto di Dodik, una delle principali preoccupazioni è che il presidente della Repubblica Srpska possa fuggire dal Paese, cercando asilo a Belgrado o in altri Paesi come l’Ungheria, che potrebbero offrirgli protezione.

Tra il caos politico in Serbia e nella Macedonia del Nord e il recente accordo militare raggiunto tra Albania, Kosovo e Croazia in funzione antiserba, sui Balcani si vanno di nuovo addensando nubi fosche alle quali non è certo estranea l’onda che proviene dal conflitto in Ucraina e che potrebbe avvicinare ancora di più la faglia di crisi al cuore dell’Europa,

La situazione di Milorad Dodik appare per ora lontana da una soluzione e le prossime mosse politiche potrebbero determinare il futuro della Bosnia e la stabilità della regione balcanica.

Fonte

31/10/2022

Balcani a rischio esplosione

Sotto le pressioni delle ambasciate occidentali e dell’opposizione locale europeista, c’è stata la decisione di ricontare i voti delle elezioni presidenziali nella Republika Srpska del 2 ottobre, presa dalla Commissione elettorale centrale (CEC) della Bosnia ed Erzegovina, nonostante ancora non siano stati dati ufficialmente i risultati finali della votazione, che hanno visto la vittoria con uno scarto di oltre 30.000 voti del presidente uscente Milorad Dodik contro l’esponente filooccidentale Jelena Trivic.

Questa decisione, presa assolutamente in contrasto con la legislazione della BiH, è stata interpretata dalla forze vincitrici le elezioni, come lo scenario per la preparazione di una nuova Rivoluzione colorata, un colpo di stato oggettivo, contro l’autonomia serba all’interno della Bosnia-Erzegovina. Dietro questo scenario ci sono l’Occidente e le autorità di Sarajevo, è stato denunciato dai massimi esponenti dell’Unione dei Socialdemocratici Indipendenti di Dodik.

I due candidati di opposizione il Partito del Progresso Democratico di Jelena Trivic ha ricevuto meno del 10% dei voti alle elezioni parlamentari, mentre il Partito Democratico Serbo ha ricevuto circa il 15% dei voti. L’Unione dei socialdemocratici indipendenti di Dodik e Zelika Cviyanovich ha ricevuto circa il 63% dei voti, molto di più di quanto l’intera opposizione filo-occidentale abbia ricevuto insieme alle elezioni parlamentari. In questo scenario come può essere credibile una vittoria dell’opposizione?

L’ambasciatore della Bosnia ed Erzegovina in Croazia, A. Vranješ, ha affermato che “...l’intero processo post-elettorale è un tentativo di colpo di stato guidato da alcune ambasciate occidentali, da una parte dei media e dei social network e dall’opposizione, che ha perso le elezioni per l’ennesima volta... I rappresentanti dell’opposizione già nella notte delle elezioni hanno iniziato a prepararlo, anche se sapevano di avere perso, cercando di creare una atmosfera tesa e confusa, per annullare le decisioni popolari, portare il caos nelle strade e tentare di destabilizzare la Republika Srpska...”.

Queste accuse sono legate al fatto giuridico che la Commissione elettorale centrale della BiH non è un organo tecnico neutrale che sovrintende allo svolgimento del processo elettorale, di fatto è un organismo politico, come si è visto più volte in passato, imputato di assecondare gli obiettivi dell’establishment politico musulmano di Sarajevo e la cosiddetta Comunità internazionale. Esso è formata da tre rappresentanti dei popoli che formano lo stato bosniaco: un serbo, un croato e un bosniaco, oltre a rappresentanti di stati stranieri.

Il cuore del problema sta nel fatto che la Repubblica Srpska ha raggiunto oggi una solidità politica ed economica, anche in una prospettiva internazionale. Per questo le forze e i politici legati agli scenari occidentali e atlantisti, stanno mettendo sotto pressione le autorità serbe ed in particolare il suo presidente M. Dodik, visto come un politico non asservito agli interessi stranieri e non disponibile alla creazione di una sorta di BiH centralizzata a Sarajevo, con egemonia dei politici musulmani completamente dipendenti dai paesi occidentali, come continuamente suggerito e indicato da rappresentanti della cosiddetta Comunità internazionale, come, ad esempio, il rappresentante speciale degli Stati Uniti Gabriel Escobar.

Tutte queste azioni sono intraprese per indebolire in anticipo la posizione di Dodik, un politico indipendente che ha ottimi rapporti con la Russia, in un momento in cui lui e la Republika Srpska dovranno affrontare una serie di nuove sfide. Non sorprende che Dodik si sia affrettato a recarsi a Budapest in questi giorni, per ricevere le congratulazioni e il sostegno del leader di uno dei paesi della UE, il primo ministro ungherese Viktor Orban. E anche Mosca ha mandato le congratulazioni al presidente serbo. Di fatto non si vuole accettare che vi sia una politica indipendente nelle retrovie del fronte antirusso della NATO.

Il popolo serbo, per l’Occidente è un tangibile ostacolo che deve essere superato, prima di un delineato attacco alla Russia e quindi i politici serbi indipendenti sono sotto pressione, così come negli anni passati, la RFJ e la Serbia sono stati sottoposti all’aggressione diretta con i bombardamenti NATO del 1999. Pertanto, non sorprende che i serbi nella Republika Srpska abbiano votato per Dodik, che è a favore della difesa dell’identità e indipendenza serba, del mantenimento di buone relazioni con la Russia e con i paesi non facenti parte del blocco egemonico unipolare guidato dagli USA. Ai tempi odierni questa è una colpa gravissima.

Elena Trivic vorrebbe diventare la novella Tikhanovskaya della Republika Srpska. Probabilmente il “Piano A“ consisteva nel dichiarare la vittoria dell’opposizione la notte dopo le elezioni, con un gran numero di manifestanti scesi in piazza.

Ma questo piano è fallito per due ragioni: in primo luogo, il divario tra Dodik e la Trivic era troppo ampio e, in secondo luogo, poche persone sono scese in strada, in quanto non gode di molto sostegno tra la popolazione. Pertanto, il giorno successivo, una delegazione del partito di Elena Trivic si è recata all’ambasciata britannica. Questo è stato riferito dai media locali e l’ambasciata non ha smentito queste informazioni.

A quel punto è scattato il “Piano B”, che prevedeva il riconteggio dei voti. Ma questa è stata una decisione illegale, come spiegato sopra. Se l’opposizione insisterà sul fatto che Trivic è il vincitore, questo potrebbe causare una crisi prolungata nella Republika Srpska e una frattura nella società serbo bosniaca, e tutto ciò è lo schema delle varie Rivoluzioni colorate, che è l’usuale obiettivo dell’Occidente.

Ma questo potrebbe far accadere che l’opposizione non riconoscerà il risultato del riconteggio e chiederà nuove elezioni. Dodik ha già dichiarato che non lo accetterà. Questo sarebbe l’inizio del “Tempo dei problemi” nella Republika Srpska. L’alto rappresentante della Comunità internazionale in BiH, Christian Schmidt, non riconosciuto dalle Nazioni Unite e le autorità di Sarajevo userebbero questo per minare l’autonomia della Serbia dall’interno.

Il Vice Ministro degli Esteri russo A. Gruško ha confermato che la Serbia è sottoposta a pressioni senza precedenti: “Sappiamo molto bene la pressione senza precedenti a cui è sottoposta la Srpska ora. Questa pressione va oltre la portata delle relazioni diplomatiche tra gli stati, noi apprezziamo che la leadership serbo bosniaca stia lavorando in conformità con i suoi interessi nazionali.

La Russia farà di tutto affinché la cooperazione russo-serbo continui a essere un esempio di relazioni interstatali nel mondo moderno e in evoluzione... Un nuovo conflitto in Europa non è nell’interesse di nessuno. È evidente che la Bosnia Erzegovina si trova in una posizione piuttosto vulnerabile, e questo ci preoccupa, perché un altro conflitto nel cuore dell’Europa non è nell’interesse di nessuno, ma ovviamente ci sono circoli per i quali gli interessi di sicurezza non significano nulla, per essi la cosa più importante è continuare la lotta per l’egemonia mondiale e impedire ai paesi di fare scelte libere. L’Occidente vede la regione dei Balcani occidentali come un campo di lotta geopolitica con la Russia.”


In effetti la cooperazione tra RSrpska e Russia avanza in settori chiave come quelli del petrolio, del gas, dell’energia e dell’hi-tech.

L’analista politico e pubblicista N. Kecmanović, in passato membro della presidenza della BH, ha dichiarato che: “il compito storico di Dodik sarà di guidare la difesa della Srpska e del popolo serbo dall’ultimo assalto che l’Occidente sta preparando per distruggerla. Egli ha ottenuto una tripla vittoria e l’opposizione ha perso in tutte e tre le ultime consultazioni elettorali.”

Secondo l’esponente serbo bosniaco di Sarajevo, è un dato storico che, per vincere le elezioni nella RS ci devono essere, oltre al sostegno autonomo della maggioranza degli elettori, diversi fattori esterni che influenzano in modo significativo chi sceglierà il popolo. I primi tre fattori senza i quali non si può vincere sono l’appoggio della “madre patria”, cioè lo stato serbo, della Chiesa Ortodossa serba, come radice spirituale e poi della Russia, intesa come fratellanza identitaria storica e politica slava. In questi tempi a questo si sono aggiunti altri due fattori risultati decisivi: l’atteggiamento di ostracismo e arrogante della cosiddetta Comunità internazionale, intesa come l’Occidente e infine la scelta auto distruttrice e sottomessa agli interessi stranieri, della comunità musulmana e dei suoi politici di Sarajevo.

In sintesi così si può capire perché Dodik ha vinto per l’ennesima volta.

Il sostegno russo è stato pubblico e visibile: due incontri in tre mesi con Putin, oltre a numerose dichiarazioni di Lavrov e Kalabukhov sull’amicizia inscalfibile e storica tra Russia e Serbia. E Dodik alla Presidenza della Bosnia-Erzegovina ha sempre fermamente preso le distanze da tutte le dichiarazioni di Džaferović e Komšić (i presidenti musulmano e croato della BH), nonché del ministro Turkovic sulle sanzioni e sull’Operazione Speciale in Ucraina.

Non è mancato il supporto della Chiesa Ortodossa Serba: il patriarca Porfirije è andata spesso in Republika Srpska, parlando in diverse commemorazioni e celebrazioni con la presenza di Dodik.

E così dalla “Madre Patria“, la Serbia: i socialisti Dacic (presidente del parlamento serbo) e il ministro Vulin, oltre al radicale Seselj hanno esplicitamente sostenuto la rielezione della coalizione di Dodik , oltre ad alcuni media.

In merito agli altri due fattori che hanno permesso al leader serbo bosniaco di vincere le elezioni, l’ostracismo e l’arroganza del blocco dei paesi occidentali è stato più evidente che mai. Dopo le sanzioni personali statunitensi e della Gran Bretagna imposte a Dodik, queste sono state allargate anche alla sua vice, la candidata Željka Cvijanović, che così ha aumentato le simpatie e i voti dei serbo bosniaci verso di lei.

Le minacce dirette verso Dodik sono state così violente che, attraverso voci e “veline” mediatiche, il capo legale e legittimo (eletto) di uno stato riconosciuto a livello internazionale, è stato minacciato di arresto, rapimento e assassinio. Mentre le sanzioni della UE alla RS sono state bloccate dalla voce solitaria dell’Ungheria.

Tra gli analisti locali, già a maggio era evidente la probabile vittoria, dopo che a Banja Luka, un raduno di oltre 20.000 persone a sostegno di Dodik, organizzato dalla Organizzazione dei Veterani della RS, si era schierata contro i golpisti dell’EuroMaidan di Kiev e al fianco del Donbass. Questa organizzazione riunisce i veterani serbi che hanno combattuto nella guerra in Bosnia, ed è la più grande organizzazione non governativa della RS e della BH.

Per quanto riguarda il fattore sfavorevole portato dai politici musulmani di Sarajevo, essa ha sostenuto per tutta la campagna elettorale la tesi che per Dodik era “finita!”, appoggiando così l’opposizione ad esso, finendo sbugiardata e portando altri voti alla sua coalizione.

E così è stato: Željka Cvijanović è stata eletta membro serbo della presidenza della Bosnia-Erzegovina, mentre l’SNSD ha aumentato il numero di deputati nell’Assemblea della RS.

Gli elettori hanno capito che la coalizione dei partiti di opposizione, SDS, PDP e altri, hanno solo fatto una campagna elettorale contro Dodik, senza avere un candidato che potesse affrontarlo su un piano di parità ed esperienza politica.

Inoltre l’ostentata cooperazione con gli alti rappresentanti internazionali, in particolare con la figura non legittimata del tedesco Schmidt, con i funzionari dell’OHR (l’Ufficio di Alta Rappresentanza nella BH), ambasciatori occidentali, mediatori, giornalisti e agenti, si è dimostrata controproducente come le altre volte. Gli elettori lo percepiscono come un tradimento nazionale, non senza ragione. La percezione popolare è quella di come se stessero attaccando il loro paese dall’estero.

Il regista serbo bosniaco di Sarajevo Emir Kusturica ha dichiarato: “Dodik è un prodigio! Ha carisma, è intelligente, è capace. Dovreste prendere le cartoline di Banjaluka, Bijeljina, Trebinje... di 20 anni fa e vedere come è cambiato tutto con Dodik qui in Srpska, che è sopravvissuta nonostante tutto. Forse gli stessi elettori non sanno come spiegare il segreto del perché lo votano sempre. Ma eccolo di nuovo qui! E offre un governo di coalizione con i migliori quadri dei ranghi dei vari partiti patriottici... anche di esponenti di opposizione.

Sarebbe illogico che l’elettorato che segue quotidianamente il partito di Dodik, che ne è il leader, e della Cvijanović, che lo sostiene in tutto, non votasse per lui. Ma come si fa a dire che ha perso?! Come leader del SNSD, con l’aumento del numero di deputati nell’Assemblea della RS, questa volta è primo ministro, e la Cvijanović sarà membro serbo della Presidenza della Bosnia-Erzegovina e vicepresidente del partito.

Il PDP e i suoi dirigenti non riconosceranno mai il risultato delle elezioni, anche quando saranno annunciate ufficialmente dalla Commissione elettorale centrale, semplicemente perché con quel riconoscimento ammetterebbero allo stesso tempo, di aver ingannato il popolo della Republika Srpska e dovrebbero ammettere chi li ha creati e finanziati”
, ha proseguito Kusturica.

Il 28 giugno 2022 nella cittadina di Andricgrad costruita dal regista serbo, Kusturica con la presenza di Dodik hanno inaugurato il monumento a Mesa Selimovic, insieme a Ivo Andric i due più grandi scrittori musulmani della letteratura jugoslava. In quella occasione Dodik ha dichiarato che “così da oggi Mesa Selimović ha avuto un posto fisso insieme agli altri grandi, perché è fondamentale essere legati ai nostri grandi e alla nostra storia.”

Personalità della Serbia, della Republika Srpska e del mondo affermano: non toccare la volontà elettorale del popolo della RS, non toccare la vittoria di Dodik!

Subito dopo le elezioni è stata lanciata una petizione con l’appello:

“NESSUNO DEVE CAMBIARE E ANNULLARE I RISULTATI DELLE ELEZIONI”

Il Testo della petizione:

Noi sottoscritti, guidati dal nostro amore per la Republika Srpska e tutti i suoi cittadini, con la nostra reputazione e parola, diamo sostegno pubblico al neoeletto Presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, vincitore delle elezioni del 2 ottobre 2022 .

“Allo stesso tempo, diamo un sostegno inequivocabile alla volontà democraticamente espressa del popolo serbo nella Republika Srpska, il cui diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti politici, che non deve essere contestato, alterato, cambiato o annullato da nessuno.

D’altra parte, condanniamo pubblicamente tutti i tentativi di violazione e le azioni illegali della Commissione elettorale centrale della Bosnia ed Erzegovina, nonché il sostegno a tali azioni da parte di alcuni attori internazionali in Bosnia ed Erzegovina, con l’obiettivo di contestare l’indiscutibile vittoria di Milorad Dodik e indirizzando così la Republika Srpska e il popolo serbo in uno stato di instabilità politica ed economica.

Tenendo presente tutto quanto sopra, sosteniamo fortemente il Presidente Dodik e le istituzioni della Republika Srpska nella difesa dell’integrità del processo elettorale, della volontà democratica del popolo serbo e della protezione dell’ordine costituzionale garantito dall’Accordo di pace di Dayton”.

La petizione ha già raccolto centinaia di firme. Tra gli altri, il professore francese di geopolitica Alexis Trud, gli accademici Jelena Guskova e Darko Tanasković, gli ex ministri degli affari esteri della FRY Vladislav Jovanović e Živadin Jovanović, poi i registi Emir Kusturica e Predrag Gaga Antonijević, il produttore Maksut Maksa Ćatović, l’attore Vuk Kostić, gli scrittori Slobodan Vladušić e Vladimir Kecmanović, gli storici Miloš Ković, Aleksandar Raković e Čedomir Antić, i professori Bogoljub Šijaković, Slobodan Antonić, Milomir Stepić, Miloš Jovanović, Srđa Trifković, Časlav Koprivica, poi i pubblicisti Aleksandar Pavić, Đorđe Vukadinović, giornalista Zoran e Dragovic Ljiljana Bogdanović e Siniša Ljepojević e altri numerosi professori universitari, scrittori, medici specialisti, pubblicisti, senatori, ambasciatori, ecc.

Fonte

10/05/2022

I Balcani e la Georgia, da Russia-Ucraina il conflitto si estende

di Danilo della Valle

La data del 24 Febbraio è destinata a restare impressa come la data che ha frantumato in mille pezzi la “campana di vetro della pace” in cui i cittadini europei si erano abituati, dopo la guerra in Jugoslavia, a vivere guardando alla lontana i conflitti che infuriavano nel mondo. Sebbene la guerra civile infuriasse in Ucraina dal 2014, l’entrata in scena della Russia ha cambiato inevitabilmente le cose portandole ad un livello di scontro molto più alto, sia in termini di vite umane che di attori coinvolti in campo. Dopo più di 60 giorni di una guerra a metà tra il moderno, uso massiccio della propaganda social, filmati “live” e droni combattenti, e il classico, con trincee scavate e combattimenti strada per strada che sembrano essere uscite dalla Prima Guerra Mondiale, gli scenari si iniziano a delineare e si può tentare di capire in quale direzione possa andare questo conflitto.

Le mosse di Mosca fin dall’inizio sono state interpretate in diversi modi. Ancora non è chiaro se il principale obiettivo fosse la conquista dell’intera Ucraina o, come dichiarato fin dall’inizio dal Cremlino, “solo” il Donbass. Diversi esperti militari, come ad esempio il generale Mini[1], hanno avanzato dei dubbi sul fatto che la Russia volesse realmente conquistare tutta l’Ucraina in una guerra lampo per diversi motivi: la mancanza di un uso massiccio dell’aviazione e il numero di uomini messi a disposizione, esigui per conquistare un Paese di 45 milioni di abitanti e un esercito di 300mila soldati determinati e ben armati per anni dall’Occidente. Il Cremlino in questo momento punta a conquistare la parte del Donbass che è ancora sotto il controllo di Kiev e, forse, secondo i più pessimisti, aprire la contesa per la “Novorussia”, che nell’idea imperiale di Putin potrebbe coinvolgere gran parte dell’Ucraina centro-orientale per arrivare fino a Odessa ed avere un corridoio aperto con la Transinistra, dove in questi giorni si sono registrate diverse provocazioni. Un obiettivo che taglierebbe totalmente l’Ucraina dall’accesso al mare, condizione inaccettabile per il governo Zelensky e per l’economia del Paese. Oppure addirittura potrebbe dichiarare la “guerra totale” all’Ucraina in vista del giorno della vittoria del 9 Maggio.

Dall’altra parte, nello scenario euro statunitense, i problemi e le spaccature vengono sempre più diffusamente a galla. Se la Germania, e in parte la Francia, sono sempre più caute a sostenere indiscriminatamente l’Ucraina dal punto di vista militare per mere questioni di interesse nazionale e continentale, gli altri Stati europei sembrano appiattiti sulle posizioni statunitensi tese non tanto al raggiungimento della pace, parola che sempre più sta scomparendo dai radar, quanto alla “vittoria Ucraina” o, forse più correttamente, alla “sconfitta di Putin”. Del resto poco più di un mese fa il presidente Usa Biden, durante la sua visita in Polonia, ha dichiarato che Putin non sarebbe più potuto essere al governo della Russia, aprendo quindi un altro fronte, e obiettivo, quello del regime change[2]. Questi obiettivi significherebbero di fatto non cercare, attraverso un negoziato, la fine del conflitto ma di “afganizzarlo” allungandolo sempre di più nel tentativo di “dissanguinare” la Russia. Ciò però sarebbe difficile da realizzare se la Russia si fermasse al Donbass senza andare oltre. Se lo scopo di Usa e Uk è quello di tenere sotto pressione la Russia, per poi concentrarsi sul fronte cinese, tramite guerre per procura, si potrebbe immaginare che finito il conflitto russo-ucraino, ci si potrebbe concentrare su altri scenari di guerra. E di territori caldi in questo momento ce ne sono.

La Georgia, la Nato e le repubbliche separatiste

Tanto per cominciare si deve parlare del territorio del Caucaso, da sempre una pentola a pressione pronta ad esplodere, che vede nella Georgia il territorio di un eventuale scontro a stretto giro con la Russia, dopo la guerra dei 5 giorni del 2008 che sancì un’amputazione de facto del territorio georgiano con il conseguente rallentamento dell’iter per l’entrata nella Nato. Le tensioni tra la Russia, la Georgia e la Nato si sono acuite nuovamente proprio negli stessi giorni del conflitto in Ucraina: quando a fine Marzo il presidente dell’autoproclamata Repubblica dell’Ossezia del Sud[3], Bibilov ha preannunciato una sollecitazione ufficiale per un referendum con richiesta di annessione alla Russia, la Georgia ha subito fatto sapere che non sarà disposta ad accettare alcun tipo di referendum del genere. Allo stesso tempo, dal 22 al 24 Marzo, si sono tenute sul territorio georgiano le esercitazioni militari della Nato in partnership con Tiblisi che attende da anni un passo in avanti per l’entrata nell’alleanza atlantica che di fatto resta molto difficile soprattutto per la questione dell’Ossezia del Sud e dell’Abhkazia che cozzano con i regolamenti dell’alleanza atlantica per i nuovi entrati. Inoltre la Georgia rappresenta, come l’Ucraina e la Bielorussia, una delle linee rosse per la propria sicurezza nazionale, che Mosca difficilmente accetterebbe di vedere oltrepassate dalla Nato.

Altri territori caldi che nelle ultime settimane sono tornati alla ribalta, anche se molto più distanti dal territorio russo, sono quelli dei Balcani.

La Bosnia Erzegovina e la storia mai superata

L’8 Novembre 2019 il Presidente francese Macron balzò agli onori della cronaca per aver dichiarato ad Al Jaazera English che la Bosnia poteva essere una bomba ad orologeria nel cuore dell’Europa pronta a scoppiare da un momento all’altro[4]. Il riferimento però era all’ondata di foreign fighter dell’Isis di rientro a Sarajevo che avrebbero preoccupato molto Macron, tanto che scoppiò un caso diplomatico con le proteste ufficiali del membro croato della presidenza tripartita bosniaca Komisic e del presidente della comunità islamica Jusic.

Per capire la questione e perché può giocare un ruolo nell’attuale crisi geopolitica che vede la contrapposizione Usa/Russia su un terreno di scontro regionale per procura, bisogna tornare ulteriormente indietro di qualche anno. La Bosnia dagli anni Novanta è “l’armeria d’Europa” viste le ingenti quantità di armi usate durante la guerra nei Balcani che poi sono finite sul mercato nero finanziando la malavita e rifornendo gruppi e gruppetti di ogni dove. Molte di esse finite nelle mani dei jihadisti salafiti e wahhabiti stanziatisi in Bosnia dopo la guerra e che oggi investono in operazioni di radicalizzazione delle fasce più giovani di bosgniacchi, storicamente più moderati, con i dollari qatarioti e sauditi. Qualche anno fa, con l’operazione “Damasco” della polizia serba e bosniaca fu messo in luce un passaggio tra il jihadismo europeo e il corridoio bosniaco con l’arresto di Bosnic, l’imam itinerante di Al Baghdadi, reclutatore di aspiranti jihadisti in Europa e in Italia, e ideatore di una massiccia campagna di radicalizzazione in Bosnia, con acquisti di appezzamenti di terreni ai confini con la Croazia e la creazione di scuole “salafite”.

Oggi, nonostante gli accordi di Dayton del 1995 che posero fine alla guerra in Bosnia Erzegovina, la pace sembra potersi sgretolare sotto i colpi della crisi geopolitica attuale. La guerra tra i gruppi etnici è finita ma non ne è mai seguita una vera e propria riconciliazione tra serbi, croati a bosgniacchi. Il Paese, diviso a livello territoriale tra il 51% della parte Croato-Musulmana e il 49% della Repubblica di Srpska, i serbi, inizia a mostrare sempre più crepe e problemi. La Presidenza collegiale, alla quale siedono un bosgnacco (Šefik Džaferović), un croato (Željko Komšić) e un serbo (Milorad Dodik), rischia di subire l’onda d’urto della nuova partita a scacchi tra Usa e Russia. Già ad aprile durante la pioggia di sanzioni statunitensi e britanniche in tutta l’area dei Balcani che hanno colpito personalità colpevoli di attentare la stabilità dell’area in Albania, Montenegro, Macedonia e Bosnia, ad essere accusati furono il membro serbo della Presidenza collegiale Dodik e il Presidente della Repubblica di Srpska, Zeljka Cvijanovic.

Secondo il Ministero degli Esteri inglese, che in questo momento e come da storia detiene in Europa lo scettro di potenza più antirussa, i due rappresentanti dei serbi di Bosnia starebbero attentando ai trattati di Dayton agitando lo spettro della secessione con l’appoggio di Vladimir Putin[5]. E la crisi politica non è tardata ad arrivare qualche settimana dopo l’inizio della guerra tra Ucraina e Russia quando i due rappresentanti Serbi hanno detto di capire e appoggiare l’azione del governo russo, scatenando le ire di Šefik Džaferović che ha dichiarato come fosse più sicuro per la Bosnia essere contemporaneamente nella Ue e nella Nato, lanciando un guanto di sfida alla parte serba[6]. In questo caso sarà da capire anche la posizione del croato Željko Komšic che non solo non ha condannato l’invasione russa ma si è più volte visto pubblicamente con l’ambasciatore russo in Bosnia e con il neo eletto Presidente serbo Vucic.

Lo scambio di accuse, come al solito, tra Occidente e Russia è continuo e però potrebbe esser un’arma a doppio taglio perché potrebbe facilitare la narrazione del “mondo slavo contro gli altri”. I legami storici tra russi e serbi dovuti alla fratellanza ortodossa, rinforzatasi poi nel tempo e nelle guerre potrebbero rendere più forte una simile narrazione. Ed eventuali problemi etnici nel Paese, soprattutto se la Repubblica di Srpska imboccasse la strada della richiesta del referendum per la secessione, potrebbero portare ad uno scenario simile a quello dei russofoni in altre parti dell’ex URSS, con la differenza che qui il territorio sarebbe molto più distante dalla Russia.

Se la Georgia, come l’Ucraina e la Bielorussia rappresentano le linee rosse per la Russia, la Bosnia può significare per il Cremlino l’occasione per ribadire il proprio status di potenza globale e non solo regionale, con la questione della minoranza serba, popolo fratello a cui la Russia per questioni di depotenziamento militare e per la scesa in campo della Nato, non diede una mano decisiva nel 1999.

E proprio al confine tra Serbia e Kosovo il clima resta sempre più teso. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, Belgrado ha visto diverse manifestazioni a sostegno dei russi, con le luci bianco-blu e rosso ad accendere alcuni monumenti e palazzi della capitale serba. Dopo la vittoria al primo turno d Vucic e del Partito Progressista Serbo al confine tra Serbia e Kosovo sono stati registrati incidenti a metà aprile con attentati ai danni dei posti di blocco Kosovari ai confini con la Serbia. Gli autori potrebbero esser contrabbandieri dediti appunto alle attività criminali, ma dal Kosovo si accusa la Serbia di voler destabilizzare l’area. E sullo sfondo ci sono le accuse incrociate sulle forniture di armamenti. Vucic ha chiesto spiegazioni a metà aprile del perché la Gran Bretagna abbia fornito le autorità del Kosovo di missili Javelin e Nlaw, gli stessi dati agli Ucraini. E la Serbia, nonostante gli avvertimenti della Ue e della Nato, ha confermato l’ordine del sofisticato sistema terra-aria HQ-22 consegnato qualche settimana fa da una decina di aerei da trasporto Y-20 dell’aeronautica cinese sulla base di un accordo firmato in precedenza da Pechino e Belgrado. I missili, sono paragonati in prevalenza ai russi S-300. Durante la presentazione in pompa magna la dichiarazione del Presidente Vucic è stata premonitrice: “La Serbia non permetterà più di essere il sacco di boxe per qualcuno”.

Note

[1] Ucraina, l’ex generale Fabio Mini: “Guardate il cielo, non la lunga colonna di carri. Se sarà attacco a Kiev, arriverà da lì” – Il Fatto Quotidiano

[2] https://www.cnbc.com/2022/03/26/biden-says-putin-cannot-remain-in-power-in-sweeping-speech-on-russian-invasion-of-ukraine.html

[3] https://it.euronews.com/2022/04/06/ossezia-del-sud-primo-passo-verso-il-referendum-sull-annessione-alla-russia

[4] https://www.aljazeera.com/news/2019/11/8/french-president-calls-bosnia-a-ticking-time-bomb

[5] https://balkaninsight.com/2022/04/11/criticising-russia-uk-sanctions-bosnian-serb-leaders/

[6] https://www.aa.com.tr/en/politics/bosnia-will-be-safer-if-it-becomes-member-of-both-eu-nato-bosniak-member-of-presidency/2537418

Fonte

03/06/2017

Rogo di Centocelle. Tragedie Rom e dell’informazione

I giornali danno notizia dell’arresto di un rom accusato del rogo nel campo nomadi di Centocelle, dove sono morte tre giovanissime zingare. Gli indizi non mancano, ma tali restano almeno fino a martedì, data in cui verranno svolti accertamenti sulle impronte.

Leggere titoli come “Preso il killer” fa pensare che l’Italia non sia uno stato di diritto, anche se poi l’articolo parla sia degli indizi che del possibile alibi.

Comunque si intrecciano storie di vita e di malavita, faide tra famiglie: la storia delle tre bambine arse vive per un incendio appiccato da una molotov; la storia della studentessa cinese finita sotto il treno mentre rincorreva chi l’aveva derubata. Il ladro era poi stato identificato nel rom che oggi è indiziato per il rogo.

Più precisamente il ladro sarebbe stato individuato grazie alla denuncia di un altro rom alla polizia. Un senso civico che sa anche di vendetta, perché il denunciante apparteneva a una famiglia da lungo tempo in lotta furiosa con quella del denunciato. I media parlano di lotte intestine nel settore di attività di rottamazione dei metalli, ma anche in quella, clandestina, di ricettazione dei gioielli rubati. Si fa riferimento a scambi di molotov che risalgono indietro nel tempo.

Così si arriva alla molotov che ha appiccato il fuoco alla roulotte in cui viveva la famiglia del denunciante, comprese le giovani arse vive; da qui si farebbe presto a far tornare i conti: faida, spiata, vendetta.

Un’ipotesi, lecita in quanto tale, che non legittima però titoli assertivi, da “sbatti il mostro in prima pagina” in attesa del processo. Tra l’altro, l’odio tra le famiglie era così manifesto che se qualcuno ci si fosse voluto inserire per altri fini sarebbe stato un gioco nemmeno troppo difficile.

Piuttosto altre cose ancora andrebbero dette e altri punti andrebbero chiariti. I cognomi delle due famiglie, sono entrambi musulmani di Bosnia, almeno alle origini, sia i Seferovic, che gli Halilovic, anche se tra i rom i cambi di appartenenza religiosa sono più frequenti che altrove.

La Bosnia in guerra degli anni '90 è soprattutto una terra dove le famiglie scappano, sotto le bombe e in mezzo agli spari; altre famiglie rimangono, ma a volte restano senza la casa, che le bombe e gli spari distruggono, e occupano le case lasciate vuote da chi è fuggito. La guerra finisce, i fuggitivi ritornano, ma gli occupanti non rinunciano alla casa conquistata in assenza dei proprietari. E’ lotta per sopravvivere e spesso ci scappa il morto: le hanno chiamate guerre etniche là dove a volte si fa appello a una cultura o a una religione comune per farsi forza, gli uni contro gli altri.

Tra i rom, in Bosnia, più che altrove. Da qui un incendio continuo, che prosegue anche in terra straniera, spesso, ma non sempre, nel nome di un dio che richiami odio: a Torino, sette anni fa, i rom musulmani chiesero l’apartheid nei pulmini che portano i bambini a scuola, per non mescolarsi ai rom ortodossi. In effetti, su quel pulmino, erano risse quotidiane.

Poi a Roma, quel che nessuno ricorda, nel 2013, a Castel Romano, rom serbi di una piccola comunità che scappano per sfuggire alle aggressioni continue dei rom bosniaco musulmani, che sono la grande maggioranza.

Alla Giunta Marino scappa un provvedimento inaudito: i rom serbi devono tornare là dove la loro vita è in pericolo. Insorgono gli operatori e i Radicali si fanno portavoce della protesta.

Coincidenza vuole che un campo ritenuto più tranquillo fosse quello di Centocelle, alcuni vi si rifugiano. L’affollamento diventa insostenibile: come topi in trappola, il rischio è la guerra di tutti contro tutti, a prescindere dalle religioni.

Tornano le storie di vita e di malavita. Dapprima le molotov degli Halilovic contro i Seferovic, poi la risposta. Infine, molto di recente, i Seferovic abbandonano il campo, ma anche gli Halilovic non si sentono tranquilli là dentro, se è vero che la roulotte incendiata si trovava in un parcheggio all’esterno.

Anziché proferire sentenze preventive sentiamo la necessità di esprimere interrogativi. E’ mai possibile che in tutti questi anni nessuno abbia capito che quel campo sempre più affollato poteva diventare anch’esso il contenitore di una miscela esplosiva, una bomba da disinnescare? Con tutto quello che era accaduto altrove? Con tutto quello che era accaduto a Castel Romano? Comunque siano andate le cose, nella vicenda delle tre giovani uccise, quali ne siano stati i responsabili e quali siano stati i reati che hanno fatto da cornice a tutta la vicenda.

Non abbiamo certezze da sbattere in prima pagina, ma ci sono dubbi che andrebbero comunque chiariti.

Fonte

18/01/2017

Le tensioni che si riaffacciano nei Balcani

Mentre alle frontiere con la Russia schizza la tensione per le manovre militari della Nato nei paesi baltici, un nuovo focolaio di tensione potrebbe riaprirsi nei Balcani. La Repubblica Serba di Bosnia ha fatto un ulteriore passo verso la rimessa in discussione degli equilibri geopolitici imposti dalla Nato nella ex Jugoslavia.

Il 25 settembre scorso nella Repubblica Srpska si era tenuto un referendum per ripristinare la festività del 9 gennaio che celebra la secessione del 9 gennaio 1992 dei parlamentari serbi dalla Bosnia Erzegovina. Il referendum, con una partecipazione del 55% degli abitanti della Repubblica Srpska, era stato vinto a stragrande maggioranza. Nel novembre 2015 la proposta della festività del 9 gennaio venne dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale bosniaca, che la ritenne discriminatoria verso la popolazione non-serba. In risposta, il presidente della RS Milorad Dodik indisse il referendum per mantenere la festività, referendum che a sua volta venne dichiarato incostituzionale. Ma ciò non ha impedito che si svolgesse il 25 settembre.

Il 2017 ha visto il 9 gennaio celebrato non solo come festività ma anche una parata militare delle forze armate, dei veterani, associazioni sportive e studentesche, vigili del fuoco della Repubblica Srpska per le strade della capitale Banja Luka, dove le celebrazioni hanno caratterizzato l’intera giornata del 9 gennaio. Lo scopo era quello di riaffermare la dimensione statuale della RS.

Prima della parata un’unità dell’esercito statale, il 3º reggimento di fanteria composto da membri della Republika Srpska, ha partecipato alla cerimonia rendendo gli onori a Mladen Ivanić, membro serbo della Presidenza collettiva statale. Secondo la stampa di Sarajevo, nonché l’insieme dei partiti bosniaci, la partecipazione del reggimento è stata una forzatura di Ivanić, senza autorizzazione del ministero della Difesa e all’insaputa degli altri organi statali. Secondo alcuni, avrebbe costituito un vero colpo di stato anche se dimensionato. La presidente della Croazia, Grabar-Kitarović, ha definito la celebrazione come “un falso” e “una provocazione”. Il presidente della Repubblica Srpska, Dodik, ha risposto invocando la dissoluzione dell’esercito statale e la ricostituzione di quello della RS, anteriore alla riforma dei primi anni Duemila, imposta dagli accordi di Dayton.

Il sito Osservatorio Balcani, così riferisce la cronaca della TV governativa della Republika Srpska, la RTRS, che ha seguito per tutto il giorno le celebrazioni in diretta: “L’esaltazione patriottica è risultata evidente in ogni piccolo particolare. Nel programma in studio, molti invitati erano in uniforme: il poliziotto, il veterano, l’ufficiale della protezione civile che ha insistito ossessivamente sulla preparazione fisica dei suoi subordinati”. Il sito sottolinea anche la presenza di una personalità famosa come il regista Emir Kusturica in una cerimonia solenne alla presenza di alte autorità politiche e religiose del mondo serbo. “Il primo a intervenire, presentato come “il più grande ambasciatore culturale del nostro popolo”, è stato Emir Kusturica. Il noto regista ha espresso giudizi pesanti contro i musulmani di Bosnia, per lui tutti “di Izetbegović”, per poi “divertire” la sala dicendo che desidererebbe avere una piccola bomba atomica in tasca. Non per farla esplodere, ha subito precisato, ma a scopo intimidatorio, per “chiudere ogni discorso in cui un popolo vittima è dipinto come criminale”.

Non è un mistero che il presidente della Repubblica Srpska, Dodik, possa contare su una consolidata alleanza con la Russia e con Putin. Alla cerimonia di Banja Luka era infatti presente l’ambasciatore russo. Non si tratta affatto di un dettaglio. Nella Repubblica Srpska nessuno, per ora, parla di secessione dalla Bosnia. Lo stesso partito di governo – l'Sds – appare molto cauto chiedendosi se “abbiamo le forze per andare contro il mondo intero”, e rilanciando il monito che “dividere la Bosnia non è possibile senza guerra”.

E' evidente però che se la situazione in Bosnia – quindi in una sorta di retrovia della Nato – dovesse essere rimessa in discussione, le tensioni determinate dalla crisi in Ucraina e dalle manovre militari della Nato alle frontiere con la Russia, potrebbero avere un effetto anche nei Balcani e cioè molto più a ridosso del “cuore” dell'Europa.

Fonte

27/09/2016

Il referendum nella Republika Srpska agita la Bosnia

“Il referendum ha dimostrato l'unità di popolo della Repubblica Serba”, titolava ieri sera la Rossijskaja Gazeta, a proposito della consultazione tenutasi nell'entità statale dei serbi di Bosnia-Erzegovina circa la volontà o meno di continuare a celebrare il 9 gennaio, quale data di fondazione della “Republika srpska Bosne i Hercegovine”, il 9 gennaio 1992. Alle 19 di ieri sera, la percentuale di votanti era superiore al 51%, ma sembra che alla chiusura dei seggi, questa fosse salita fin circa il 60%, con una schiacciante maggioranza – oltre il 99% – di voti a favore del mantenimento della festa.

“Noi lottiamo per la nostra festa, la Festa della Republika Srpska e non danneggiamo nessuno” aveva dichiarato il leader dell'entità serba, Milorad Dodik; “il 9 gennaio è da molti anni un giorno sacro per la Republika Srpska. Oggi tutti noi dimostriamo che né Bakir Izetbegović, né persone straniere possono stabilire la data di nascita della Repubblica Serba”. Quando nel 1992 i musulmani di Bosnia proclamarono l'indipendenza dalla Jugoslavia, i serbi di Bosnia si dichiararono subito contrari e proclamarono a loro volta la Republika Srpska, con a capo Radovan Karadžič; la guerra di tra anni tra bosniaci (e croati) e serbi, fu poi decisa dai bombardamenti Nato contro questi ultimi. Oggi, in Bosnia e Erzegovina c'è un sistema di governo (previsto dagli accordi di pace di Dayton del 1995) che teoricamente tiene conto degli interessi delle tre popolazioni e prevede due entità, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (croato-musulmana) e appunto la Republika Srpska. Si tratta di una unione di due entità territoriali distinte, con al vertice un Consiglio dei Ministri e una Presidenza federali.

Il referendum di ieri si è tenuto dopo che, nel novembre 2015, la Corte Costituzionale statale aveva dichiarato incostituzionale la parte della legge “Sulle feste nella RS” relativa proprio alla festa del 9 gennaio e aveva successivamente respinto l'appello della Skupščina (il Parlamento) serba col pretesto che quella data coincide con la festa ortodossa di Santo Stefano e lederebbe quindi altri gruppi religiosi.

Contro il referendum e per non riconoscerne la legittimità si erano dati un gran daffare il leader dei musulmani bosniaci, Bakir Izetbegović e le rappresentanze occidentali in Bosnia, per timore che il prossimo passo di Banja Luka potrebbe segnare l'uscita della RS dalla Bosnia-Erzegovina. Le autorità bosniache, scrive Aleksandr Borisov, appoggiate da Washington e Bruxelles, stanno studiando la possibilità di perseguire penalmente chi ha violato la decisione della Corte Costituzionale.

Per tutta risposta, anche di fronte alle interessate illazioni di Izetbegović, secondo cui il referendum sarebbe il primo passo verso la separazione della RS, Milorad Dodik ha dichiarato che solamente un'eventuale operazione militare bosniaca nei confronti dei rappresentanti ufficiali della RS, porterebbe alla dichiarazione di indipendenza dell'entità serba, sottolineando che "ci difenderemo. Sto dicendo tutto questo in via puramente ipotetica, ma non per questo è il caso di dubitarne. Disponiamo di tutto il necessario per proteggerci". E' appena il caso di ricordare che lo scorso 22 settembre, ricevendo Dodik al Cremlino, Vladimir Putin aveva appoggiato la volontà dei serbi di Bosnia di esprimere la propria opinione attraverso il referendum; posizione ribadita anche dall'ambasciatore russo a Sarajevo, Pëtr Ivantsov: “la popolazione della Republika Srpska, una delle due entità che costituiscono la Bosnia-Erzegovina, ha diritto di esprimere la propria volontà su una questione per essa importante”. Circa 200 serbi di Bosnia hanno votato anche al seggio allestito presso la rappresentanza della RS a Mosca. In effetti, la russa Zarubežneft ha una raffineria a Brod, sul confine tra Croazia e RS ed è interessata a che non si arrivi a un conflitto aperto tra Sarajevo e Banja Luka.

Il regista Emir Kusturica ha dichiarato che il referendum è l'espressione della lotta di tutto il popolo serbo per la libertà e la conservazione della cultura nazionale. "In un primo momento, si è cercato di cancellare nome e anniversario della festa della Republika Srpska; solo dopo, si è dovuta sollevare la questione del referendum. Se fosse stato il contrario, allora si sarebbe potuto parlare di un comportamento scorretto del Presidente della RS. Quelli come lui devono difendere la libertà del nostro popolo. La difesa della libertà è oggi attuale, come sempre, sullo sfondo delle azioni di Bakir Izetbegović, che sta seguendo le orme del padre". L'attuale presidente del Presidium di Bosnia-Erzegovina, il bosniacco Bakir Izetbegović, è figlio di quel Alija Izetbegović passato dai Giovani Musulmani della divisione SS Handžar durante la Seconda guerra mondiale, a presidente di una Bosnia-Erzegovina che nei suoi piani doveva rappresentare nient'altro che uno stato islamico e sotto la cui guida criminali di guerra quali il famigerato Naser Orić si poterono “vantare” di aver massacrato, a partire dalla propria base di Srebrenica, qualche migliaio di serbi, anche con l'apporto di numerose bande di mujaheddin. Quel Alija Izetbegović accusato poi da alcuni suoi stessi generali di aver scientemente programmato il bombardamento del mercato di Sarajevo, nel 1994, incolpandone i serbi, per accelerare il risolutivo intervento della Nato.

“La festa della disobbedienza serba”, titola invece oggi Gazeta.ru e gli autori del servizio, Aleksandr Rybin e Igor Krjučkov scrivono che il referendum di ieri potrebbe determinare il destino della popolazione serba del paese. Secondo lo slavista russo Georgij Engelgardt “appena una settimana fa le chance di un referendum sulla separazione della RS apparivano nulle. Tuttavia, le reazioni serbe alle parole di Izetbegović lasciano intendere che tutto dipende da quanto aspra sarà la reazione di Sarajevo e dell'Occidente. Se avvieranno dure sanzioni, allora un nuovo referendum è del tutto probabile. Tutto dipende da chi per primo violerà gli accordi di pace”.

Non pare difficile pronosticare da che parte si schiererà il mondo “libero” in caso di conflitto (non necessariamente armato): le vicende del cosiddetto tribunale de L'Aja e le prese di posizione odierne, da autentico “giornalismo imparziale” a senso unico, anche di fogli malavitosi nostrani a proposito del referendum di ieri, non lasciano dubbi.

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09/08/2016

Lo Stato Islamico alle porte di casa. Nei Balcani crescono i network jihadisti

Sembrerebbe una legge del contrappasso eppure è lo stesso scenario che si è ripetuto costantemente dall’alleanza con i mojaheddin afgani dal 1980 in poi. Gli Stati Uniti, la Nato e l’Unione Europea hanno disgregato gli stati esistenti – anche con i bombardamenti e le operazioni di regime change – hanno sostenuto militarmente i gruppi islamici e hanno consentito il loro rafforzamento economico e militare in enclavi protette e sostenute dal wahabismo saudita. Ma non è accaduto solo in Medio Oriente, è accaduto anche in Europa nella sua periferia balcanica. Una volta diradata la polvere dei bombardamenti (inclusi quelli all’uranio impoverito) sul territorio dei Balcani sono rimaste quasi sempre basi militari Usa (in Kosovo, Croazia, Macedonia) e sono prosperati network legati alla jihad globale, sia di osservanza wahabita (legati all’Arabia Saudita) che di altre correnti (legati alla Turchia). Il risultato è che enclavi dello Stato Islamico sono assai più vicine ai confini europei di quanto la geografia e la cronaca abbiano lasciato intendere fino ad ora.

Sono stati infatti individuati diversi network jihadisti che hanno origine in Kosovo (dove in rapporto alla popolazione si segnala il numero più alto di foreign fighters andati a combattere in Siria e Iraq tra le file dell’Isis), Bosnia e Albania. In questi tre paesi balcanici nei quali la Nato è intervenuta militarmente tra il 1995 e il 1999 a sostegno delle ambizioni islamiche, si è formata una rete di gruppi islamici radicali, che si ispirano a Lavdrim Muhaxheri, noto come il “’macellaio dei Balcani”, per le sue atroci esecuzioni al servizio del califfo Al-Baghdadi. Tra i cento soggetti posti all’attenzione dalla polizia in Italia, ci sono persone provenienti da quelle zone: si tratta soprattutto di ex criminali con precedenti per spaccio di droga, tra cui anche donne. Proprio nel dicembre 2015 è stato individuato un gruppo di kosovari, di cui alcuni arrestati, che propagandava la Jihad e che, secondo gli investigatori, aveva collegamenti con gruppi riconducibili a Muhaxheri. Quest’ultimo ha lavorato proprio dentro la base militare Usa in Kosovo, quella di Camp Bondsteel, all’ombra delle quale si segnalano ben cinque campi di addestramento dei miliziani islamici.

Il vero cuore dello Stato Islamico alle porte dell’Europa è proprio il Kosovo, uno stato fantoccio creato dai bombardamenti dalla Nato e riconosciuto come indipendente dalla maggioranza dei paesi europei (tranne la Spagna). Una inchiesta de L’Espresso rivela che Florin Nezir, l’imam della moschea Sinaan Pasa Camii di Kacanik, è stato sostenuto in questi anni da Ilir Berisha e Jetmir Kycyku, arrestati per terrorismo in un’operazione dell’ Eulex (la missione europea in Kosovo). Ma il grande sostenitore di Nezir è Lavdrim Muhaxheri, albanese, oggi uno dei capi dello Stato islamico, ex collaboratore della Kfor (la missione Nato in Kosovo dopo la guerra del 1999), famoso per essersi fatto ritrarre mentre decapitava prigionieri in Siria.

Il reclutamento di giovani jihadisti che partono per Siria e Iraq è un fenomeno diffuso in tutta l’area che si è ulteriormente aggravato con il ritorno di gruppi di foreign fighters. Diventati pedine importanti e anelli di congiunzione tra l’Europa e il Medio Oriente.

Da Kacanik sono partiti nel 2014 almeno 7 giovani di età compresa tra i 25 e i 31 anni, per andare in Siria e Iraq come foreign fighters al servizio dell’Isis. Il flusso si è ridotto con la legge sui foreign fighters approvata nel 2014 dal Parlamento di Pristina. Qualche mese fa, un’operazione congiunta di esercito e polizia ha portato all’arresto di cinquanta persone legate all’estremismo islamico e coinvolte nella partenza di combattenti per Siria e Iraq. Gli indagati (dati del 2015) sono 130, di cui un’ottantina gli arrestati.

Ma non è solo il Kosovo a preoccupare tra i paesi dell’area balcanica: Bosnia, Macedonia, Sangiaccato serbo conoscono situazioni simili. Negli anni ‘90 in queste regioni attraversate dalla secessioni e dalle guerre civili che hanno contrapposto comunità musulmane a comunità ortodosse o cattoliche, è stato imponente l’ingresso in alcune aree di mujaheddin, finanziati dall’Arabia Saudita, che hanno contribuito a far crescere il numero dei musulmani wahabiti. La Nato, che ha sempre e solo bombardato la Serbia o la Repubblica Sprska in Bosnia, ha chiuso entrambi gli occhi rispetto a questa rilevante infiltrazione di foreign fighters nelle guerre balcaniche. “Due aspetti sono risultati fondamentali per l’espansione del wahabismo nei Balcani” scrive l’inchiesta de L’Espresso, “ la forza della propaganda grazie all’attività di associazioni sul filo della legalità da un lato, e i cospicui finanziamenti dall’altro. Tali correnti integraliste vanno collegate alla guerra del 1992-1995, quando in Bosnia giunsero alcune centinaia di volontari arabi e islamici (secondo altre fonti sono stati migliaia) per combattere a fianco dei musulmani bosniaci, inquadrati nell’esercito governativo”. A Bihac, in Bosnia, c’è una fetta di territorio ormai sfuggito dal controllo statale (debole in un paese di fatto diviso, costruito e per lungo tempo gestito dalla Nato e dall’Unione Europea tramite commissari plenipotenziari), dove la polizia non entra e dove esiste una vera enclave dello Stato islamico.

Comunità consistenti di musulmani integralisti bosniaci sono sorte in particolare nei villaggi di Bocinja, presso Maglaj, in Bosnia centrale, e Gornja Maoca, presso Brcko, dove periodicamente la polizia effettua blitz e retate di islamisti radicali. Secondo stime non ufficiali, sarebbero almeno 150 gli jihadisti partiti dalla Bosnia per combattere in Siria e Iraq, 50 sono rientrati in Bosnia e una ventina di loro finora sarebbero stati uccisi.

Gli anni della ricostruzione post guerra sono stati caratterizzati dall’arrivo di numerose organizzazioni umanitarie patrocinate da Paesi islamici: Alto Comitato saudita, Fondazione Al-Haramain, Società per la rinascita del patrimonio islamico.

In alcune zone della Bosnia come a Bihac, Teslic, Zeppe, Zenicae Gornja Maoca sono ormai presenti delle sacche wahabite dove si seguono alla lettera gli insegnamenti di Abu Muhammad al-Maqdisi, predicatore giordano-palestinese noto per le sue posizioni radicali. In queste regioni i wahabiti vivono secondo le leggi della Sharia seguendo gli insegnamenti di imam radicali come Husein Bilal Bosnic e Nusret Imamovic. Il villaggio di Gornja Maoca, situato vicino alla città di Brcko, risulta essere la stazione di transito, stando ad alcuni rapporti del Middle East Media Research Institute, attraverso la quale avviene il passaggio per jihadisti stranieri in viaggio per lo Yemen, l’Iraq e la Siria, e in questo contesto il nome di Bilal Bosnic ricorre frequentemente in relazione alle attività di trasporto dei guerriglieri.

Dai Balcani raggiungere la Siria risulta ormai molto facile: ogni grande città della regione è collegata con Istanbul, sia con pullman che con l’aereo. In seguito, stando alle indicazioni della polizia bosniaca, i volontari si muovono alla volta di Antakia, per attraversare la frontiera di Bab Al-Hawa con l’aiuto dei gruppi jiahdisti siriani, per raggiungere successivamente il Fronte al-Nusra.

Segnali preoccupanti vengono anche da un altro stato sorto nella stagione delle secessioni nella ex Jugoslavia: la Macedonia. Recentemente in una località al confine con il Kosovo, Kumanovo, si sono registrati scontri armati tra milizie islamiche macedoni e polizia con diversi morti soprattutto tra gli agenti. Secondo il portavoce della polizia macedone Ivo Kotevski, gli islamisti sarebbero entrati in Macedonia da un Paese confinante, l’Albania o più verosimilmente il Kosovo. Questo accadeva solo tre settimane dopo che una quarantina di militanti kosovari aveva preso il controllo di una stazione di polizia sul confine rivendicando la creazione di una enclave indipendente albanese in Macedonia.

La componente estremista del wahabismo in Macedonia è stata poi coinvolta nei tentativi di assumere il controllo di alcune importanti moschee della capitale Skopje come Yahya Pasha, Sultan Murat, Hudaverdi e Kjosekadi.

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25/03/2015

I Balcani: la Jihad nel cortile di casa dell'Europa

La notizia di oggi è che la polizia ha arrestato tre persone, in provincia di Torino ma anche in Albania con l'accusa di essere reclutatori e miliziani dell'Isis, mentre perquisizioni sono state effettuate a carico di sospetti simpatizzanti dell'Isis in Piemonte, Lombardia e Toscana.

Gli arresti sono scattati contro due cittadini albanesi, zio e nipote. Il primo è residente in Albania mentre il secondo vive in provincia di Torino, mentre il terzo arrestato, è un ventenne cittadino italiano di origine marocchina. Quest'ultimo viene accusato di essere l'autore del documento di propaganda dell'Isis, un testo di 64 pagine scritto in italiano, apparso di recente sul web e intotalato “Lo stato islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare”.

Diventa difficile, a questo punto, non mettere in connessione questa notizia con un contesto regionale più ampio e che investe direttamente il cortile di casa dell'Unione Europea, ovvero i Balcani.

Il Ministro degli Esteri albanese, Ntitmir Bushati, aveva affermato nell'ottobre scorso che in alcune zone del paese erano presenti individui addestrati a compiere atti di terrorismo. Le zone individuate erano quelle dei distretti di Librazhdi e di Elbasan, dove sarebbero presenti numerosi nuclei salafiti e alcuni imam che cercano di radicalizzare i giovani. In certi casi i jihadisti locali fornirebbero rifugio temporaneo a miliziani provenienti dai paesi limitrofi che fanno scalo in Albania per poi imbarcarsi su voli per Istanbul con destinazione finale Siria. Non solo. Secondo un documento dell'Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), “l’Albania risulta poi essere punto di partenza anche per alcuni jihadisti europei che utilizzano l’Italia come luogo di transito”. Sempre secondo fonti locali sarebbero due le vie battute: una via mare, su navi appartenenti a privati albanesi che attraccherebbero nel porto di Durazzo. L’altra via è quella aerea; i volontari partirebbero da aeroporti italiani secondari per raggiungere Tirana e dopo alcuni giorni di sosta, proseguirebbero per la Turchia e da lì, come noto, verso il teatro di guerra in Siria e Iraq.

Nel settembre del 2014 in Bosnia sono stati arrestati 16 jihadisti tra cui Bilal Bosnic, un predicatore piuttosto noto nel mondo islamico più radicale. Gli arrestati sono stati accusati di aver reclutato, organizzato e finanziato il trasferimento di jihadisti verso la Siria e l’Iraq per combattere nelle file di gruppi terroristi quali l’Isis. Nelle perquisizioni sono spuntate fuori armi, munizioni, attrezzature militari, tessere sim, computer e altre apparecchiature informatiche.

Il predicatore Bilal Bosnic era noto anche in Italia per i sermoni di incitamento alla jihad in città come Roma, Siena, Como, Pordenone, Cremona, Bergamo.

L'operazione in Bosnia, denominata operazione “Damasco”, ha rivelato l’esistenza di una rete terroristica radicata sul territorio della repubblica ex jugoslava “liberata” dalla Nato, quella stessa Nato che nel 1995 bombardò soprattutto le postazioni serbo-bosniache e sostenne la comunità musulmana (circa il 40%) e croata contro quella serba. Da allora la Bosnia è praticamente commissariata dalla Nato e dall'Unione Europea che per anni hanno tollerato e agevolato la penetrazione di jihdisti in questa enclave della periferia d'Europa. Un reportage di Lettera 43 racconta che l'influenza fondamentalista islamica nella capitale Sarajevo appare ancora relativa. “Donne e ragazze musulmane escono la sera, bevono alcol e fumano senza problemi. Mi sembra difficile", spiega agli inviati un giornalista di origini serbe, "che qui a Sarajevo attecchisca il radicalismo islamico". Ma la situazione è diversa nelle città bosniache come Srebenica e Tuzla, dove, secondo alcuni, sarebbero sorti campi di addestramento per jihadisti da spedire in Siria e Iraq o sugli altri fronti della jihad. La cosa non dovrebbe sorprendere perché negli anni Novanta, in Bosnia, erano arrivati centinaia di combattenti islamici – molti dalla Cecenia o dal Maghreb – per partecipare alla guerra civile contro i serbi e sostenuti dalla Nato che agevolò in ogni modo l'afflusso di jihadisti nel teatro balcanico, in Bosnia come in Kosovo e Albania. I finanziamenti erano assicurati soprattutto dal network saudita (inclusa Al Qaida) e dalla Turchia. Il flusso e poi l'insediamento in loco degli jihadisti, è stato agevolato da Mustafa Ceric, il gran muftì di Sarajevo sino al 2012, e da Alia Iztbegovic, l'ex presidente bosniaco sostenuto economicamente, politicamente e militarmente dalla Nato.

Ma una operazione analoga è stata condotta dalla Nato (Usa e Ue con pari responsabilità) anche nel Kosovo. Anche qui i bombardamenti della Nato contro la Serbia hanno spianato il terreno alla secessione del paese a maggioranza albanese e musulmana. Nei fatti si è costituita un'enclave fuori controllo dove i gruppi jihadisti hanno trovato lo spazio per organizzarsi. Il governo del Kosovo solo recentemente – anche a causa del cambio di alleanze degli Usa e degli europei nello scenario mediorientale – è corso ai ripari.

Ad agosto dello scorso anno una operazione della polizia del Kosovo aveva portato in carcere 40 sospetti jihadisti (mentre altri 17 sono risultati irreperibili). Altri tre erano stati arrestati a giugno e altri 11 sette mesi prima. Alcuni sono molto giovani, nati addirittura nel 1994 e molti hanno meno di 30 anni. Ai giovani disoccupati kosovari vengono offerti fra 20mila e 30mila euro per andare a combattere con i jihadisti dell'Isis in Siria e Iraq ha denunciato pochi giorni fa il segretario della comunità islamica in Kosovo, Resul Rexhepi. Il Parlamento del Kosovo ha approvato da pochi giorni una legge che vieta ai propri cittadini di partecipare a conflitti all'estero nel tentativo d'impedire ai suoi giovani di andare a unirsi ai gruppi jihadisti in Siria o in Iraq. La norma prevede fino a 15 anni di carcere per chiunque violi il divieto di prendere parte a conflitti armati all'estero. Il ministro dell'Interno di Pristina stima che almeno 300 persone dal Kosovo si siano recate a combattere insieme alle milizie dello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis).

Mentre tutti gli sguardi, le attenzioni e le flotte militari convergono sulla Libia, le cancellerie occidentali evitano di rendere conto dei danni che hanno provocato negli ultimi venti anni anche nel vicino est, alle frontiere della stessa Unione Europea. La distruzione della federazione jugoslava, perseguita sistematicamente dalla Germania prima e da Usa e Unione Europea poi, ha consentito la nascita di enclavi out of control nei Balcani, zone dove i finanziamenti concorrenti di Turchia e Arabia Saudita hanno riprodotto scenari conflittuali e alleanze definitesi anche in Medio Oriente. Ma portandole vicino ai confini, anzi dentro il cortile di casa.

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05/09/2014

Gli Imam del Califfo in Italia dai Balcani a reclutare jihadisti


Arrestato in Bosnia il predicatore musulmano che reclutava in Italia per conto dell’Is. Proselitismo attraverso Internet. Era stato il reclutatore di Ismar Mesinovic, l’imbianchino bosniaco che viveva fino a dicembre nel bellunese, e morto in combattimento in Siria tra le milizie del Califfato.

Era una sorta di ‘missionario’ musulmano Bilal Hussein Bosnic, 42 anni, conosciuto come Cheb Bilal nella comunità wahabita slava di cui era leader. Missionario per la conversione all’Islam più radicale. Ha trascorso l’inverno scorso in diverse città del Nord Italia, tra cui Bergamo, Cremona e Pordenone. Ora è finito in manette in Bosnia, la sua terra di origine, sul territorio della Srbska Republika, l’entità statale serba, in una operazione antiterrorismo che ha portato in cella altri 15 islamisti accusati di aver reclutato giovani bosniaci mandati a combattere con l’IS in Siria e Iraq.

Operazione «Damasco», il nome in codice. Arresti compiuti tra molti città simbolo della Bosnia lacerata dalla guerra di 20 anni fa: la Sarajevo dell’assedio e la sua porta di accesso dall’Erzegovina croata che è Kiseljak, Zenica la base dei primi mujaheddin arrivati con Bin Laden in Europa, poi Srebrenica del massacro compiuto da Mladic, e Zvornik, cittadina al confine con la Serbia vera, quella di Belgrado. Oltra ai villaggi di Gornja Maoca e Bocinja noti per ospitare dalla guerra le più rigide comunità di wahabiti. Nelle perquisizioni sono state ritrovate anche grandi quantità di armi.

Interessante il percorso italiano del predicatore. Una vera e propria tournée nel Nord Italia. A Bergamo, per esempio, ‘Cheb Bilal’ è stato ospite del gruppo Islamsko Dzemat Bergamo, che si riuniva in una sala comunale alla periferia della città. Sarebbe stato proprio Bilal Bosnic ad aver spinto al fanatismo Ismar Mesinovic, imbianchino bosniaco che viveva fino a dicembre nel bellunese. Poi ha lasciato la moglie, è andato in Siria passando dai Balcani e portando con sé il figlioletto di due anni. Ucciso nei dintorni di Aleppo, mentre combatteva con l’esercito del Califfo.

Bosnic aveva incontrato l’imbianchino di Longarone suo connazionale nella tappa a Pordenone. I due erano rimasti in contatto attraverso i social network e le chat. E l’Imam ha fatto con lui quello che ha continuato a fare con tutti i seguaci della sua community virtuale: propaganda, pressioni psicologiche, bombardamento ideologico. Consigliava video in cui si inneggiava alla violenza, allo scontro fisico, all’eliminazione del nemico. Indicava portali dove poter trovare materiale ‘utile’, ad esempio filmati in cui si insegna come si sgozza un uomo o come si costruisce un ordigno.

Ci sono intercettazioni telematiche, nel fascicolo aperto dalla procura veneta, in cui Bosnic assicura alle potenziali “reclute” della Jihad, qualche decina di persone per la maggior parte residenti italiani di origine slava ma anche cittadini italiani convertiti, “il paradiso”, “la vita eterna”, “la gloria di Allah”. Nel frattempo l’universo del reclutamento jihadista è cambiato dai tempi di Al Qaeda. Dopo i kamikaze, i martiri attraverso cui terrorizzare il mondo, ad Al Baghdadi servono combattenti che si uniscano in fretta all’esercito dell’Is in Iraq e in Siria. Ed il proselitismo si fa con Internet.

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18/05/2014

Cataclisma devasta Serbia e Bosnia. Balcani dimenticati


Serbia e Bosnia travolte. Alluvioni, frane, straripamenti, almeno 30 morti e 30mila sfollati di cui per ora si ha notizia. E’ emergenza in Serbia e Bosnia-Erzegovina dopo giorni di piogge ininterrotte. Servono aiuti e serve la solidarietà. La disattenzione dei grandi media. La carenza di notizie.


Le immagini ci raccontano più della parole che comunque mancano o sono drammaticamente confuse. Le notizie che arrivano attraverso il circuito dei grandi media sono scarse e spezzettate. I nuovi media, il web, sostituiscono le disattenzioni colpevoli ma non aiutano ad avere un quadro complessivo. Sappiamo e vediamo dalle immagini che iniziano ad arrivare che i Balcani sono stati travolti da devastanti inondazioni, le peggiori in quella parte d’Europa negli ultimi 120 anni.


Assolutamente incerto e provvisorio il bilancio dei danni. Per quanto reso ufficiale al momento, in Serbia, Bosnia e parte della Croazia si contano almeno 27 vittime, decine di migliaia di evacuati e danni incalcolabili all’agricoltura, alle infrastrutture e al patrimonio artistico-culturale. Ma siamo assolutamente lontani da un reale quantificazione del disastro. Il bilancio dei morti è destinato ad aggravarsi, con le autorità che temono l’emergere di altri cadaveri con il ritirarsi delle acque.



Solidarietà internazionale ancora a rilento e iniziative di solidarietà ancora da far decollare. Su Twitter arriva un appello di Djokovic, il campione serbo numero due del tennis mondiale: “Servono aiuti per tutti. Aiutiamo le persone in pericolo! Aderite alle iniziative di solidarietà!”. Sì, ma quali? Analogo appello di Stankovic, ex giocatore dell’Inter. Eppure l’orgogliosa Serbia già ringrazia per qual poco fatto sino ad ora, attraverso il suo ministro degli esteri e vicepremier Ivica Dacic.


Il ministro ha ringraziato tutti i Paesi, Italia compresa, che hanno fornito finora aiuti e assistenza per i soccorsi alle popolazioni colpite dalle inondazioni senza precedenti che hanno colpito la Serbia negli ultimi giorni. “Considerando la grave situazione che ancora regna nel Paese, gli aiuti saranno di certo necessari anche nel prossimo futuro”, ha detto Dacic. Più incerte le notizie che arrivano dalla Bosnia dove ad essere state colpite sono zone spesso impervie e normalmente mal collegate.


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