Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Ghetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ghetti. Mostra tutti i post
20/11/2017
Roma. La Sindaca Raggi sta preparando la “città dell’esclusione”
Il prossimo 1 dicembre si saprà chi si candida ad accogliere «anche in strutture prefabbricate» 100 famiglie che oggi vivono nelle occupazioni. Prove di trasmissione per i prossimi sgomberi.
Roma via Curtatone. È un giorno di fine agosto: il 19. Numerosi nuclei familiari di richiedenti asilo vengono innaffiati a colpi d’idranti nella piazza sottostante l’edificio che da tempo occupano. Quello stesso giorno il vocabolario della sindaca Virginia Raggi si arricchisce di una parola: fragilità.
Chiamata alle sue responsabilità la sindaca, indifferente a quello che accade, trasforma l’accoglienza dovuta a quelle famiglie in un problema di trasloco. Fa l’elenco delle fragilità da sistemare. Per ora bisogna rimuovere quei tanti corpi e quelle tante storie dalla parte centrale della città. Tutto deve essere gettato lontano da lì, dove sono sotto gli occhi di tutti. Soprattutto di chi su quel corpaccione di nove piani ha messo gli occhi e ora vuole metterci le mani. La sindaca sa come procedere.
Così, come si fa con le cose da imballare, decide di non portarsi appresso quelle pesanti che in questo caso per lei sono gli uomini sia singoli che presenti all’interno dei nuclei familiari. Si serve di quella che chiama “fragilità” per cancellare, a riparo di una solidarietà pelosa che offre soluzioni impossibili d’accettare, l’esistenza di chi, in più anni vissuti abitando quelle stanze d’ufficio, ha tentato di ricostruire la propria vita che è fatta dei tanti atti quotidiani importanti. Tra tutti quello di mandare i propri figli nelle scuole vicine.
I richiedenti asilo vanno separati. Anche intervenendo all’interno dei medesimi nuclei familiari. Come si fa per bicchieri e vetri. Da incartare accuratamente e tenere distanti anche se fanno parte dello stesso servizio.
Solo che qui si tratta di persone in carne ed ossa e ad essere separati sono gli uomini. Di questi molti sono padri. Per loro c’è la sola solita indicazione: la strada. La storia dello sgombero di via Curtatone, che segna una delle pagine più nere dell’abitare romano, è destinata ora a continuare.
Le medesime procedure, le stesse disinvolte e feroci ipotesi di soluzione (sic!), si vogliono far diventare norma. Prendono la forma della determinazione dirigenziale, l’atto con cui funzionari comunali danno seguito a precisi indirizzi politici.
Alla fine del mese di ottobre dal Campidoglio esce un capitolato speciale di riferimento per, mediante procedura di gara negoziata aperta a cooperative sociali, affidatari dei servizi di accoglienza, organizzazioni umanitarie, «sperimentare forme di accoglienza preferibilmente diffusa nel territorio cittadino e nell’area Metropolitana per nuclei familiari che a seguito di eventi contingenti ed urgenti, in ragione delle proprie condizioni di fragilità, sono nell’impossibilità di rintracciare soluzioni alloggiative autonome».
La sindaca Raggi risponde in questo modo alla decisione presa dal Ministero dell’Interno a ridosso delle operazioni militari, di non procedere a sgomberi senza garantire a chi viene cacciato una sistemazione. Lei lo fa preparando, con questa determina, il terreno per attuare quello che il ministro Minniti realmente esige: la liberazione degli spazi occupati nella città di Roma.
Dal dicembre di quest’anno al novembre dell’anno prossimo programma una vera e propria imboscata alla città.
Dice di voler superare l’esistenza dei campi rom e di voler tutelare persone in gravissima condizioni di fragilità. In realtà inaugura una nuova stagione urbanistica: trasformare le operazioni di sgombero in altrettante operazioni di mobilità territoriale. Non trova le case cercandole (requisendole?) nel molto dell’inutilizzato esistente. Non inizia da quelle caserme che aveva detto di voler aprire. Al posto di farlo sui mattoni decide di lavorare su quei corpi.
Con questo provvedimento la giunta Raggi intende trasformare in migranti urbani disperdendoli nell’area della città metropolitana, chi oggi occupa una casa, chi vive nella discarica di campeggi tipo il River sulla Tiberina, chi è ancora murato nelle gabbie dei residence.
In case come quelle che si vogliono raccattare a prezzo di mercato da chi le ha costruite e tenute sfitte o, questa è la nuova destinazione in, testuale, «moduli abitativi, anche prefabbricati». 100 posti in alloggi che case non sono.
Non c’è bisogno questa volta di stare attenti all’imballaggio. Anzi il contrario. Importante è perseguire la rottura delle relazioni sociali e affettive che si creano in ogni comunità, in ogni occupazione. A partire dall’interrompere quelle che quegli abitanti hanno realizzato con le strutture dei quartieri in cui si sono trovati ad occupare immobili abbandonati.
Chi vive da anni in case occupate ha costruito un progetto del suo abitare in quella città che lo ha tenuto ai margini, negandogli ogni diritto. È questo che si vuole interrompere: il fatto che quelle stanze, spesso neanche destinate a residenza, sono diventate case.
Mandarli via, offrendogli un modulo abitativo, in un’area della città metropolitana, lontano da tutto quello che hanno costruito in termini di relazioni e di solidarietà ricevuta, significa distruggere questo progetto incistando una città, che ha un enorme patrimonio abitativo inutilizzato, ancora una volta di campi fatti di strutture temporanee.
Per queste famiglie non c’è una casa. Questo dice il bando, ma l’accoglienza in strutture che, come previsto, offrano il cambio biancheria, il servizio lavanderia, le docce e gli armadietti. E naturalmente anche i prodotti per il trattamento antiparassitari così come recita il capitolato di gara alla voce: descrizione dell’intervento.
Virginia Raggi non cerca case, ma sembra voler riprendere, come accade a Roma da almeno 25 anni, azioni per altro dagli alti costi “operativi”. Non vuole riconoscere che queste famiglie, queste persone che non sempre sono componenti di nuclei familiari, sono semplicemente povere. Lo sono perché hanno perso il lavoro o non lo hanno mai avuto, perché avevano una casa dalla quale sono stati sfrattati.
Quale idea di città c’è dietro la richiesta di questi 100 posti per soggetti fragili? Davvero non hanno nulla da dire l’assessore all’urbanistica o quello alla casa?
La costruzione della città affidata al Dipartimento delle Politiche sociali, immagina moduli disseminati in aree sempre più marginali, ghetti per i poveri, costruzioni delle quali non è possibile neppure definire la tipologia. Si definiscono temporanee.
Si sa bene che staranno lì a lungo a definire l’idea della città dell’esclusione.
Fonte
03/06/2017
Rogo di Centocelle. Tragedie Rom e dell’informazione
I giornali danno notizia dell’arresto di un rom accusato del rogo nel campo nomadi di Centocelle, dove sono morte tre giovanissime zingare. Gli indizi non mancano, ma tali restano almeno fino a martedì, data in cui verranno svolti accertamenti sulle impronte.
Leggere titoli come “Preso il killer” fa pensare che l’Italia non sia uno stato di diritto, anche se poi l’articolo parla sia degli indizi che del possibile alibi.
Comunque si intrecciano storie di vita e di malavita, faide tra famiglie: la storia delle tre bambine arse vive per un incendio appiccato da una molotov; la storia della studentessa cinese finita sotto il treno mentre rincorreva chi l’aveva derubata. Il ladro era poi stato identificato nel rom che oggi è indiziato per il rogo.
Più precisamente il ladro sarebbe stato individuato grazie alla denuncia di un altro rom alla polizia. Un senso civico che sa anche di vendetta, perché il denunciante apparteneva a una famiglia da lungo tempo in lotta furiosa con quella del denunciato. I media parlano di lotte intestine nel settore di attività di rottamazione dei metalli, ma anche in quella, clandestina, di ricettazione dei gioielli rubati. Si fa riferimento a scambi di molotov che risalgono indietro nel tempo.
Così si arriva alla molotov che ha appiccato il fuoco alla roulotte in cui viveva la famiglia del denunciante, comprese le giovani arse vive; da qui si farebbe presto a far tornare i conti: faida, spiata, vendetta.
Un’ipotesi, lecita in quanto tale, che non legittima però titoli assertivi, da “sbatti il mostro in prima pagina” in attesa del processo. Tra l’altro, l’odio tra le famiglie era così manifesto che se qualcuno ci si fosse voluto inserire per altri fini sarebbe stato un gioco nemmeno troppo difficile.
Piuttosto altre cose ancora andrebbero dette e altri punti andrebbero chiariti. I cognomi delle due famiglie, sono entrambi musulmani di Bosnia, almeno alle origini, sia i Seferovic, che gli Halilovic, anche se tra i rom i cambi di appartenenza religiosa sono più frequenti che altrove.
La Bosnia in guerra degli anni '90 è soprattutto una terra dove le famiglie scappano, sotto le bombe e in mezzo agli spari; altre famiglie rimangono, ma a volte restano senza la casa, che le bombe e gli spari distruggono, e occupano le case lasciate vuote da chi è fuggito. La guerra finisce, i fuggitivi ritornano, ma gli occupanti non rinunciano alla casa conquistata in assenza dei proprietari. E’ lotta per sopravvivere e spesso ci scappa il morto: le hanno chiamate guerre etniche là dove a volte si fa appello a una cultura o a una religione comune per farsi forza, gli uni contro gli altri.
Tra i rom, in Bosnia, più che altrove. Da qui un incendio continuo, che prosegue anche in terra straniera, spesso, ma non sempre, nel nome di un dio che richiami odio: a Torino, sette anni fa, i rom musulmani chiesero l’apartheid nei pulmini che portano i bambini a scuola, per non mescolarsi ai rom ortodossi. In effetti, su quel pulmino, erano risse quotidiane.
Poi a Roma, quel che nessuno ricorda, nel 2013, a Castel Romano, rom serbi di una piccola comunità che scappano per sfuggire alle aggressioni continue dei rom bosniaco musulmani, che sono la grande maggioranza.
Alla Giunta Marino scappa un provvedimento inaudito: i rom serbi devono tornare là dove la loro vita è in pericolo. Insorgono gli operatori e i Radicali si fanno portavoce della protesta.
Coincidenza vuole che un campo ritenuto più tranquillo fosse quello di Centocelle, alcuni vi si rifugiano. L’affollamento diventa insostenibile: come topi in trappola, il rischio è la guerra di tutti contro tutti, a prescindere dalle religioni.
Tornano le storie di vita e di malavita. Dapprima le molotov degli Halilovic contro i Seferovic, poi la risposta. Infine, molto di recente, i Seferovic abbandonano il campo, ma anche gli Halilovic non si sentono tranquilli là dentro, se è vero che la roulotte incendiata si trovava in un parcheggio all’esterno.
Anziché proferire sentenze preventive sentiamo la necessità di esprimere interrogativi. E’ mai possibile che in tutti questi anni nessuno abbia capito che quel campo sempre più affollato poteva diventare anch’esso il contenitore di una miscela esplosiva, una bomba da disinnescare? Con tutto quello che era accaduto altrove? Con tutto quello che era accaduto a Castel Romano? Comunque siano andate le cose, nella vicenda delle tre giovani uccise, quali ne siano stati i responsabili e quali siano stati i reati che hanno fatto da cornice a tutta la vicenda.
Non abbiamo certezze da sbattere in prima pagina, ma ci sono dubbi che andrebbero comunque chiariti.
Fonte
Leggere titoli come “Preso il killer” fa pensare che l’Italia non sia uno stato di diritto, anche se poi l’articolo parla sia degli indizi che del possibile alibi.
Comunque si intrecciano storie di vita e di malavita, faide tra famiglie: la storia delle tre bambine arse vive per un incendio appiccato da una molotov; la storia della studentessa cinese finita sotto il treno mentre rincorreva chi l’aveva derubata. Il ladro era poi stato identificato nel rom che oggi è indiziato per il rogo.
Più precisamente il ladro sarebbe stato individuato grazie alla denuncia di un altro rom alla polizia. Un senso civico che sa anche di vendetta, perché il denunciante apparteneva a una famiglia da lungo tempo in lotta furiosa con quella del denunciato. I media parlano di lotte intestine nel settore di attività di rottamazione dei metalli, ma anche in quella, clandestina, di ricettazione dei gioielli rubati. Si fa riferimento a scambi di molotov che risalgono indietro nel tempo.
Così si arriva alla molotov che ha appiccato il fuoco alla roulotte in cui viveva la famiglia del denunciante, comprese le giovani arse vive; da qui si farebbe presto a far tornare i conti: faida, spiata, vendetta.
Un’ipotesi, lecita in quanto tale, che non legittima però titoli assertivi, da “sbatti il mostro in prima pagina” in attesa del processo. Tra l’altro, l’odio tra le famiglie era così manifesto che se qualcuno ci si fosse voluto inserire per altri fini sarebbe stato un gioco nemmeno troppo difficile.
Piuttosto altre cose ancora andrebbero dette e altri punti andrebbero chiariti. I cognomi delle due famiglie, sono entrambi musulmani di Bosnia, almeno alle origini, sia i Seferovic, che gli Halilovic, anche se tra i rom i cambi di appartenenza religiosa sono più frequenti che altrove.
La Bosnia in guerra degli anni '90 è soprattutto una terra dove le famiglie scappano, sotto le bombe e in mezzo agli spari; altre famiglie rimangono, ma a volte restano senza la casa, che le bombe e gli spari distruggono, e occupano le case lasciate vuote da chi è fuggito. La guerra finisce, i fuggitivi ritornano, ma gli occupanti non rinunciano alla casa conquistata in assenza dei proprietari. E’ lotta per sopravvivere e spesso ci scappa il morto: le hanno chiamate guerre etniche là dove a volte si fa appello a una cultura o a una religione comune per farsi forza, gli uni contro gli altri.
Tra i rom, in Bosnia, più che altrove. Da qui un incendio continuo, che prosegue anche in terra straniera, spesso, ma non sempre, nel nome di un dio che richiami odio: a Torino, sette anni fa, i rom musulmani chiesero l’apartheid nei pulmini che portano i bambini a scuola, per non mescolarsi ai rom ortodossi. In effetti, su quel pulmino, erano risse quotidiane.
Poi a Roma, quel che nessuno ricorda, nel 2013, a Castel Romano, rom serbi di una piccola comunità che scappano per sfuggire alle aggressioni continue dei rom bosniaco musulmani, che sono la grande maggioranza.
Alla Giunta Marino scappa un provvedimento inaudito: i rom serbi devono tornare là dove la loro vita è in pericolo. Insorgono gli operatori e i Radicali si fanno portavoce della protesta.
Coincidenza vuole che un campo ritenuto più tranquillo fosse quello di Centocelle, alcuni vi si rifugiano. L’affollamento diventa insostenibile: come topi in trappola, il rischio è la guerra di tutti contro tutti, a prescindere dalle religioni.
Tornano le storie di vita e di malavita. Dapprima le molotov degli Halilovic contro i Seferovic, poi la risposta. Infine, molto di recente, i Seferovic abbandonano il campo, ma anche gli Halilovic non si sentono tranquilli là dentro, se è vero che la roulotte incendiata si trovava in un parcheggio all’esterno.
Anziché proferire sentenze preventive sentiamo la necessità di esprimere interrogativi. E’ mai possibile che in tutti questi anni nessuno abbia capito che quel campo sempre più affollato poteva diventare anch’esso il contenitore di una miscela esplosiva, una bomba da disinnescare? Con tutto quello che era accaduto altrove? Con tutto quello che era accaduto a Castel Romano? Comunque siano andate le cose, nella vicenda delle tre giovani uccise, quali ne siano stati i responsabili e quali siano stati i reati che hanno fatto da cornice a tutta la vicenda.
Non abbiamo certezze da sbattere in prima pagina, ma ci sono dubbi che andrebbero comunque chiariti.
Fonte
05/06/2015
Finzioni e realtà nigerine
La realtà, si sa, è ostinata. Oltre 400 i morti dichiarati dall'inizio dell'epidemia di meningite. Il foglio esplicativo del ministero della sanità nigerino non lascia dubbi. I vaccini sono gratuiti: basta rivolgersi ai centri integrati di salute. Gli altri invece si trovano a prezzi modici al mercato tra una bancarella e l'altra di frutta e verdura. Appaiono in alcune farmacie e spariscono da altre. Non parliamo dell'Ospedale Nazionale che del paese è un'immagine fedele. Tra scioperi illimitati, sparizioni di medicine e guasti alla TAC non si fa altro che promuovere la moltiplicazione delle cliniche private. Sono gli stessi dottori che incentivano il processo di privatizzazione della sanità. Come per l'acqua, in mano alla multinazionale francese Veolia e la politica del paese. Svenduta ai commercianti e faccendieri di ogni tipo. L'aereo presidenziale, invece, funziona bene.
Porta lo stesso nome: Mencevax. L'organizzazione mondiale della sanità, OMS, ha pubblicato la foto dell'etichetta di prodotti che hanno lo stesso nome. Uno dei due è finto. Questione di dettagli, di date e di contenuto. Vaccini falsificati che solcano le sabbie dell'Africa Occidentale. Nel cuore della fascia saheliana, vulnerabile all'epidemia di meningite. La finzione non si ferma lì. Si estende all'economia e alla società civile di Niamey. Gli arresti di quanti osano denunciare la manipolazione della lotta al terrorismo per fini elettorali è uno dei segni premonitori di quanto accadrà alle prossime elezioni. Intanto lo stato di eccezione è stato prolungato a Diffa per altri tre mesi. Circa 600 persone sono state interpellate e messe agli arresti. Lo stato di diritto, sancito dalla Costituzione della repubblica, è come i vaccini che circolano sul mercato. Una finzione di democrazia.
Nulla di nuovo sotto il suolo di piombo del suolo nigerino. Le politiche europee mirano a contenere i passaggi dei migranti che a migliaia attraversano il paese. Tony è passato ieri con lo zaino, una tuta da ginnastica coi colori del suo paese di origine: il verde della squadra di calcio della Nigeria. Chiede come si fa ad arrivare in Egitto per poi raggiungere l'Europa. Si scrive su un foglio la prima destinazione raggiungibile e ringrazia per la gentilezza. Prima di arrivare ad Agadez sarà stato spogliato un paio di volte di tutti i suoi averi. Se, per ironia della sorte, raggiungerà la città, sarà schedato, messo da parte, riconosciuto colpevole di alto tradimento e minacciato di prigione. Col benestare dei poliziotti o per evasione cercherà lavoro sul posto. Dopo qualche mese di sfruttamento in ambito edilizio o agricolo metterà da parte i soldi per il viaggio. Il mare non è lontano.
Ad Agadez hanno chiuso i 'ghetti' ufficiali' che albergavano i migranti secondo le nazionalità. Sono prosperati quelli clandestini, nascosti e alla vista di tutti, per contattare i commercianti di viaggi umani. I 'kocser o i passeurs' che non mancano mai in queste circostanze. Le tariffe del viaggio sono aumentate e gli itinerari sono più pericolosi di prima. Le misure di contenimento ritagliate in Europa si traducono nel Sud del mondo con accentuate finzioni giuridiche. A guadagnarci saranno i soliti organismi internazionali, OIM in testa, e poi gli altri truffatori costituiti. Gli attori della società civile sono stati messi in libertà provvisoria e anche questa non è una novità. Il Niger sa che si tratta di una finzione.
Fonte
Porta lo stesso nome: Mencevax. L'organizzazione mondiale della sanità, OMS, ha pubblicato la foto dell'etichetta di prodotti che hanno lo stesso nome. Uno dei due è finto. Questione di dettagli, di date e di contenuto. Vaccini falsificati che solcano le sabbie dell'Africa Occidentale. Nel cuore della fascia saheliana, vulnerabile all'epidemia di meningite. La finzione non si ferma lì. Si estende all'economia e alla società civile di Niamey. Gli arresti di quanti osano denunciare la manipolazione della lotta al terrorismo per fini elettorali è uno dei segni premonitori di quanto accadrà alle prossime elezioni. Intanto lo stato di eccezione è stato prolungato a Diffa per altri tre mesi. Circa 600 persone sono state interpellate e messe agli arresti. Lo stato di diritto, sancito dalla Costituzione della repubblica, è come i vaccini che circolano sul mercato. Una finzione di democrazia.
Nulla di nuovo sotto il suolo di piombo del suolo nigerino. Le politiche europee mirano a contenere i passaggi dei migranti che a migliaia attraversano il paese. Tony è passato ieri con lo zaino, una tuta da ginnastica coi colori del suo paese di origine: il verde della squadra di calcio della Nigeria. Chiede come si fa ad arrivare in Egitto per poi raggiungere l'Europa. Si scrive su un foglio la prima destinazione raggiungibile e ringrazia per la gentilezza. Prima di arrivare ad Agadez sarà stato spogliato un paio di volte di tutti i suoi averi. Se, per ironia della sorte, raggiungerà la città, sarà schedato, messo da parte, riconosciuto colpevole di alto tradimento e minacciato di prigione. Col benestare dei poliziotti o per evasione cercherà lavoro sul posto. Dopo qualche mese di sfruttamento in ambito edilizio o agricolo metterà da parte i soldi per il viaggio. Il mare non è lontano.
Ad Agadez hanno chiuso i 'ghetti' ufficiali' che albergavano i migranti secondo le nazionalità. Sono prosperati quelli clandestini, nascosti e alla vista di tutti, per contattare i commercianti di viaggi umani. I 'kocser o i passeurs' che non mancano mai in queste circostanze. Le tariffe del viaggio sono aumentate e gli itinerari sono più pericolosi di prima. Le misure di contenimento ritagliate in Europa si traducono nel Sud del mondo con accentuate finzioni giuridiche. A guadagnarci saranno i soliti organismi internazionali, OIM in testa, e poi gli altri truffatori costituiti. Gli attori della società civile sono stati messi in libertà provvisoria e anche questa non è una novità. Il Niger sa che si tratta di una finzione.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)