Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/09/2020

L’inquinamento uccide in Europa, soprattutto i più poveri

Un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, rileva che almeno il 13% dei decessi nei paesi della Ue è legato all’inquinamento. Inoltre secondo l’Aea, anche la crisi sanitaria innescata dal coronavirus conferma come sia necessario accelerare la sensibilizzazione sul legame tra ambiente e salute.

Nei 27 Paesi dell’Ue e nel Regno Unito, nel 2012 (secondo gli ultimi dati disponibili) ci sono stati 630 mila decessi che possono essere attribuiti direttamente o indirettamente all’inquinamento. L’inquinamento dell’aria resta la principale minaccia alla salute in Europa ed è responsabile di oltre 400 mila morti premature all’anno nell’Ue. Su altri aspetti invece i dati sono aggiornati al 2018.

“L’emergenza di agenti patogeni zoonotici è correlata al deterioramento dell’ambiente e alle interazioni tra uomo e animali nel sistema alimentare”, fa notare lo studio, che sottolinea come gli europei siano costantemente esposti a rischi ambientali quali inquinamento acustico e chimico.

L’inquinamento acustico, secondo il rapporto contribuisce a 12 mila morti premature, seguono poi gli effetti del cambiamento climatico, in particolare le ondate di calore. La maggior parte delle morti a livello nazionale (27%) è attribuibile all’ambiente in Bosnia-Erzegovina, mentre i tassi più bassi si registrano in Islanda e in Norvegia (9%).

I decessi individuati sono principalmente dovuti al cancro, alle malattie cardiovascolari e respiratorie, “questi decessi potrebbero essere prevenuti se si eliminano i rischi ambientali dannosi per la salute”, sottolinea l’Aea.

Ma anche di fronte a dati oggettivi come l’inquinamento, non siamo tutti uguali nelle conseguenze sociali che produce: “Le persone più povere sono esposte in modo sproporzionato all’inquinamento e alle condizioni meteorologiche estreme – segnala il rapporto della Aea – “Ciò e’ correlato al luogo in cui vivono, lavorano e vanno a scuola, spesso nelle aree socialmente svantaggiate e nei quartieri periferici”. Curioso che questo passaggio, più attento alla dimensione sociale del problema, non venga sottolineato nella sintesi resa pubblica nella versione italiana del rapporto, dove alla questione sono dedicate ben sei pagine.

L’unico dato positivo rilevato è la qualità “eccellente” dell’acqua in oltre l’85% delle acque di balneazione e il fatto che il 74% dell’acqua potabile nelle aree sotterranee abbia un “buono stato chimico”.

Secondo l’agenzia, per migliorare la salute e l’ambiente in Europa è necessario sfruttare gli spazi verdi, luoghi di attività fisica, di riposo e anche di integrazione sociale, che “rinfrescano le città quando fa caldo, attenuano le alluvioni, riducono l’inquinamento acustico e sostengono la biodiversità urbana”.

Le indicazioni dell’agenzia europea, per la riduzione dell’inquinamento sono quelle della riduzione della circolazione delle auto, la diminuzione del consumo di carne e cancellare i sussidi per i combustibili fossili. Per misure più strutturali si rinvia al Green Deal europeo.

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13/06/2017

Il decreto Madia punisce anche i malati in “terapia salvavita”

Per capire la vera logica di una “riforma” è sempre bene guardare ai casi limite, perché è lì che la propaganda smette di funzionare. Specie nel caso di una “riforma” molto complicata – ma non complessa – come quella della pubblica amministrazione.

Dopo anni o decenni di martellamento mediatico contro i “fannulloni” che lavorano per lo Stato o gli enti locali, di strette regolamentari in ogni posto di lavoro e di blocco del turnover, il risultato è chiaro: stipendi fermi, un sacco di precari sfruttati senza alcuna garanzia normativa (nello Stato si dovrebbe entrare per concorso), piante organiche ridotte all’osso o addirittura senza copertura dei posti previsti.

A questa situazione, il decreto Madia aggiunge qualche perla illuminante. Nello sforzo di bastonare ulteriormente i “fannulloni” che si mettono in malattia, il decreto prevede la fissazione di un tetto massimo dei giorni di malattia in un anno.

“Bene! Giusto! Brava!”, commentano gli opinionisti un tanto al chilo. “Impediamo ai furbetti di starsene a casa e prendere lo stesso lo stipendio”, aggiungono i legalitari senza se e senza ma.

Chi si è preso la normale briga di andare a leggere il testo, però, ha scoperto qualcosa di più raccapricciante e meno vendibile come “aumento dell’efficienza della macchina amministrativa”. Il tetto massimo di assenze per malattia si applica anche “in caso di gravi patologie che richiedono terapie salvavita quali chemioterapia ed emodialisi”.

Tradotto: se hai un tumore conclamato e devi sottoporti ai cicli di chemio (a giorni fissati dalla Asl o dall’ospedale, certificati), oppure hai i reni a pezzi e devi andare in dialisi pena la morte, al tuo datore di lavoro – lo Stato! – non gliene frega niente. Se superi il “tetto” delle assenze sei fuori, licenziato.

L’unica accortezza usata dagli estensori del testo (nessuno pensa che sia frutto del sacco della ministra) è l’aver evitato di indicare “autoritariamente” il numero massimo. La materia è stata infatti delegata all’Aran – l’agenzia governativa che si occupa della contrattazione per il pubblico impiego – e dunque considerata “materia sindacale”. Di fatto, funzionari e sindacalisti dovranno mettersi intorno a un tavolo e trovare un equilibrio tra l’intenzione ministeriale (azzerare o quasi i giorni di malattia) e la realtà differenziata di patologie gravissime che richiedono obbligatoriamente “terapie salvavita”.

Nel testo, infatti, è espressamente previsto che i giorni di malattia vadano fissati preventivamente, “anche se non coincidenti con i giorni di terapia e a condizione che si determinino effetti comportanti incapacità lavorativa”. Chiunque abbia avuto un amico o un familiare che esce dalla chemio sa – certamente meglio del ministro e del suo staff – in che condizioni si trovava; e dunque anche quanto potesse essere immaginabile un suo “pronto ritorno sul posto di lavoro”. Ma evidentemente dalle parti della Madia si pensa che si possa fare un giorno di chemio, magari anche uno di “recupero”, poi due giorni di lavoro, seguiti da un altro di chemio e così via...

Ai profani come noi, scioccamente, il numero dei giorni necessari per terapie salvavita sembra materia medica, che richiede l’intervento di laureati in materia, preferibilmente con lunga esperienza nel trattamento delle diverse patologie. Ma per l’ossessione burocratica bastano un funzionario e un sindacalista, senza altre qualità.

Gli orrori del decreto non si fermano qui, ma a questo punto sembrano quasi dettagli. Su tutto domina un’occhiuta ansia repressiva, aspirante al controllo totale del dipendente. Un ampio capitolo dell’atto di indirizzo, per esempio, è dedicato a permessi, assenze e malattia. Da settembre i controlli saranno affidati all’Inps, che dovrà quindi dotarsi di un esercito di medici fiscali.

Anche perché la Madia prevede una disciplina specifica sui permessi orari per visite mediche, terapie, prestazioni specialistiche ed esami diagnostici fruibili a giorni e addirittura a ore. In pratica, esci un attimo dal lavoro, ti precipiti nel laboratorio, fai i prelievi o le analisi e te ne ritorni – correndo è preferibile... – in ufficio.

Stesso discorso per i “permessi brevi a recupero” (ore che vanno insomma “restituite” lavorando fuori dell’orario regolare), permessi per motivi familiari e riposi connessi alla ‘banca delle ore’ che viene indicata come “base di partenza per ulteriori avanzamenti nella direzione di una maggiore conciliazione tra tempi di vita e di lavoro“.

Fanno anche gli spiritosi, da quelle parti...

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06/11/2016

Taranto regina dei veleni. Novartis fiuta l’affare...



Non bastassero i fumi velenosi dell'Ilva, nella città pugliese si somma l'inquinamento da pesticidi e fertilizzanti, perché le campagne dei dintorni sono stressate da una ricerca della massima resa produttiva che possa alleviare gli effetti di prezzi dei prodotti agricoli in discesa. Almeno quelli pagati ai produttori...

Ma queste dinamiche si pagano col sangue. In senso per nulla metaforico.

La Rete ematologica pugliese ha reso noti i dati rilevati alla popolazione del territorio spiegando che qui c'è "Il 30% di malattie ematologiche in più: tanto pesa a Taranto il fattore ambientale. Questa tossicità globale fa impennare la prevalenza di tumori e malattie del sangue".

"L'esposizione protratta agli erbicidi e ad altri agenti tossici largamente impiegati in agricoltura nella nostra provincia – ha precisato il dott. Patrizio Mazza, direttore di Ematologia all'ospedale Moscati di Taranto – ha un impatto estremamente dannoso sulla salute di una popolazione già esposta agli agenti inquinanti dell'industria petrolchimica. Le mutazioni geniche indotte sono all'origine del sensibile aumento dei casi di linfomi e delle altre malattie ematologiche, inclusa la mielofibrosi. Già secondo i dati del registro 2006-2010 la prevalenza è più elevata del 30% rispetto alla media nazionale.

“Ma negli ultimi cinque anni la situazione potrebbe essersi addirittura aggravata". Nei giorni scorsi lo studio epidemiologico commissionato dalla Regione Puglia aveva evidenziato un aumento della mortalità, rispettivamente, del 4% e del 9%, per esposizioni a polveri sottili (Pm10) e anidride solforosa (So2), e un eccesso di ricoveri per patologie respiratorie tra i bambini residenti nei quartieri Tamburi (+24%) e Paolo VI (+26).

Sulla responsabilità dell'Ilva – i cui sistemi di filtraggio sono di fatto gli stessi degli anni '70 – non ci sono ormai più dubbi. Al confine dello stabilimento, per esempio, negli ultimi tempi è affiorato – dalla falda freatica sottostante – un lago di catrame e pece. E lo stesso rapporto precisa che "a maggiori livelli produttivi dell'Ilva corrispondono dati di mortalità e di morbilità".

Come si affronta però una situazione del genere? Lo Stato ha sostanzialmente alzato le mani, lasciando ai “privati” il compito di tirar fuori idee e progetti. E infatti il rapporto è stato presentato su iniziativa della multinazionale farmaceutica Novartis, che in quel bacino di malattie intrecciate vede soprattutto una miniera da sfruttare in tempi rapidi. La promessa della multinazionale viene fatta balenare da alcuni medici: "In questo momento, dopo tanti anni, sul fronte dei trattamenti delle malattie mieloproliferative si apre uno scenario del tutto nuovo perché la ricerca ha portato allo sviluppo di farmaci intelligenti in grado di inibire in modo mirato il bersaglio mutazionale che causa tali malattie. Si punta, dunque, a una medicina di precisione".

E non lamentatevi dei prezzi di quei farmaci... Preferite forse morire presto?

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15/07/2015

Dalla Gran Bretagna l'assalto finale al welfare

Parte l'assalto finale a ciò che resta del welfare novecentesco, del “patto tra le classi” che ha caratterizzato l'occidente capitalistico. All'avanguardia, su questa strada orrenda, ha deciso di collocarsi la Gran Bretagna del conservatore David Cameron.

L'idea sottoposta alla sua attenzione, peraltro confermata al Guardian dalla sua portavoce ufficiale, è tanto radicale quanto semplice: ogni lavoratore sarebbe costretto ad accantonare mensilmente una somma da cui attingere in caso di malattia o periodi di disoccupazione.

La proposta di “riforma” arriva direttamente da Iain Duncan Smith, ministro del lavoro e delle pensioni, che si è detto "molto entusiasta" e vuole lanciare un dibattito pubblico per incoraggiare “le persone” a utilizzare questo tipo di conti individuali, anche se non è (ancora) la politica ufficiale del governo.

"Dobbiamo sostenere il tipo di prodotti assicurativi che possono permettere alle persone, nel corso della loro vita, di versare risparmi e attingervi quando hanno bisogno di soldi per i periodi di malattia, le spese per le cure o la disoccupazione".

"Abbiamo bisogno di incoraggiare le persone a risparmiare fin dal primo giorno, ma devono sapere che possono ottenere una parte del denaro quando le circostanze cambiano. Questa non è politica del governo, ma io sono molto ansioso di vederla in funzione, come soluzione a lungo termine, per il futuro per il 21° secolo".

In pratica si tratterebbe di abolire sanità e pensioni pubbliche, istituendo una sorta di assicurazione contro la disoccupazione o la malattia, analogamente a quanto accade negli Stati Uniti o a Singapore, con i cosiddetti prodotti denominati "conti Fortune”.

Interrogata sul tema, la portavoce ufficiale di Cameron ha confermato che il governo è pronto a valutare un modello del genere.

"Penso che il Primo Ministro condivida il punto di vista del ministro del lavoro e delle pensioni, e quindi che noi dovremmo fare di più per incoraggiare le singole persone ad assumersi la responsabilità personale su come gestire i propri affari", ha detto. Torna dunque prepotente e radicalizzata la visione thatcheriana per cui “la società non esiste, esistono solo gli individui”.

Fonti vicine a Duncan Smith hanno detto che è ancora presto per la proposta di legge e che nessun lavoro concreto è stato fatto da parte del ministero, ma che c'è l'intenzione politica di approfondire.

Una proposta molto simile era stata studiata in modo approfondito, nel 1995, dal thinktank ultra liberista Adam Smith Institute e poi formalizzata in un paper. In quel caso veniva ipotizzata la creazione di un “provider” unico, naturalmente privato, per fornire assicurazione sanitaria a lungo termine, copertura in caso di invalidità, gestione del risparmio e assicurazione contro la disoccupazione. In cui far confluire insomma tutto ciò che rientra normalmente nel concetto di welfare pubblico.

Nel documento sono ipotizzate anche soluzioni per garantire assistenza a coloro che per qualche ragione “accettabile” non possono accantonare nulla nel corso della loro vita, come i disabili. In questi casi la copertura finanziaria arriverebbe direttamente dallo Stato, che "dovrà semplicemente pagare un provider privato al posto di quella persona” (al singolare, per sottolineare che si tratta di casi singoli, da valutare attentamente uno per uno).

Anche per i lavoratori a basso reddito sarebbe prevista un'integrazione pubblica, in modo da raggiungere un minimo considerato vitale.

Emma Lewell-Buck, membro laburista del Commissione lavoro e pensioni, ha detto che si tratta dell'"ultimo segnale che i conservatori sono determinati a smantellare ciò che resta della rete di sicurezza sociale nel nostro paese".

"David Cameron e Iain Duncan Smith sono in grado di affrontare bene la situazione economica anche l'indennità di malattia, ma per milioni di cittadini britannici questa rappresenta un supporto essenziale e li fa vivere nella tranquillità. Come sempre, i più svantaggiati sono in fila sotto il tiro dei Tories".

Non c'è bisogno di fare troppi esempi per verificare che un sistema del genere tutto è meno che un'”assicurazione” in grado di fornire una copertura simile al welfare pubblico. In caso di periodi di disoccupazione “involontaria” molto lunghi è abbastanza facile che un lavoratore esaurisca il bonus sul proprio conto. Così come può avvenire in caso di incidenti gravi, terapie costose, ecc.

Questa idea, proiettata – come fa il ministro conservatore – “su tutto il 21° secolo”, rappresenterebbe un vero e proprio salto di qualità nel programma capitalistico che va prendendo ormai forma evidente: dovete morire prima. Noi lavoratori, sottinteso...

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05/06/2015

Finzioni e realtà nigerine

La realtà, si sa, è ostinata. Oltre 400 i morti dichiarati dall'inizio dell'epidemia di meningite. Il foglio esplicativo del ministero della sanità nigerino non lascia dubbi. I vaccini sono gratuiti: basta rivolgersi ai centri integrati di salute. Gli altri invece si trovano a prezzi modici al mercato tra una bancarella e l'altra di frutta e verdura. Appaiono in alcune farmacie e spariscono da altre. Non parliamo dell'Ospedale Nazionale che del paese è un'immagine fedele. Tra scioperi illimitati, sparizioni di medicine e guasti alla TAC non si fa altro che promuovere la moltiplicazione delle cliniche private. Sono gli stessi dottori che incentivano il processo di privatizzazione della sanità. Come per l'acqua, in mano alla multinazionale francese Veolia e la politica del paese. Svenduta ai  commercianti e faccendieri di ogni tipo. L'aereo presidenziale, invece, funziona bene.

Porta lo stesso nome: Mencevax. L'organizzazione mondiale della sanità, OMS, ha pubblicato la foto dell'etichetta di prodotti che hanno lo stesso nome. Uno dei due è finto. Questione di dettagli, di date e di contenuto. Vaccini falsificati che solcano le sabbie dell'Africa Occidentale. Nel cuore della fascia saheliana, vulnerabile all'epidemia di meningite. La finzione non si ferma lì. Si estende all'economia e alla società civile di Niamey. Gli arresti di quanti osano denunciare la manipolazione della lotta al terrorismo per fini elettorali è uno dei segni premonitori di quanto accadrà alle prossime elezioni. Intanto lo stato di eccezione è stato prolungato a Diffa per altri tre mesi. Circa 600 persone sono state interpellate e messe agli arresti. Lo stato di diritto, sancito dalla Costituzione della repubblica, è come i vaccini che circolano sul mercato. Una finzione di democrazia.

Nulla di nuovo sotto il suolo di piombo del suolo nigerino. Le politiche europee mirano a contenere i passaggi dei migranti che a migliaia attraversano il paese. Tony è passato ieri con lo zaino, una tuta da ginnastica coi colori del suo paese di origine: il verde della squadra di calcio della Nigeria. Chiede come si fa ad arrivare in Egitto per poi raggiungere l'Europa. Si scrive su un foglio la prima destinazione raggiungibile e ringrazia per la gentilezza. Prima di arrivare ad Agadez sarà stato spogliato un paio di volte di tutti i suoi averi. Se, per ironia della sorte, raggiungerà la città, sarà schedato, messo da parte, riconosciuto colpevole di alto tradimento e minacciato di prigione. Col benestare dei poliziotti o per evasione cercherà lavoro sul posto. Dopo qualche mese di sfruttamento in ambito edilizio o agricolo metterà da parte i soldi per il viaggio. Il mare non è lontano.

Ad Agadez hanno chiuso i 'ghetti' ufficiali' che albergavano i migranti secondo le nazionalità. Sono prosperati quelli clandestini, nascosti e alla vista di tutti, per contattare i commercianti di viaggi umani. I 'kocser o i passeurs' che non mancano mai in queste circostanze. Le tariffe del viaggio sono aumentate e gli itinerari sono più pericolosi di prima. Le misure di contenimento ritagliate in Europa si traducono nel Sud del mondo con accentuate finzioni giuridiche. A guadagnarci saranno i soliti organismi internazionali, OIM in testa, e poi gli altri truffatori costituiti. Gli attori della società civile sono stati messi in libertà provvisoria e anche questa non è una novità. Il Niger sa che si tratta di una finzione.

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05/01/2015

Dipendenti pubblici fannulloni: i dati smentiscono il ‘senso comune’

Tempi duri per i dipendenti pubblici, attaccati dal governo Renzi e da un senso comune che invece di prendere posizione a partire dalla realtà dei fatti preferisce farsi guidare dal pifferaio magico di turno. E’ bastato che media e governo montassero a Capodanno alcuni casi eclatanti - “vigili urbani assenti a Roma”, “spazzini assenti a Napoli”, “macchinisti assenti a Roma” e così via – per scatenare la consueta e aggressiva ondata di critiche, contumelie, accuse e offese nei confronti di milioni di dipendenti pubblici già alle prese con tagli, decurtazioni salariali, aumento degli orari di lavoro, blocco del contratto e chi più ne ha più ne metta. E come al solito sono i luoghi comuni a farla da padrone, con i sentito dire che diventano scienza esatta e sapere popolare, alimentati da una stampa di servizio – nei confronti di governo e padroni ovviamente – che si presta a sostenere una campagna politica orchestrata a tavolino dai poteri forti nazionali ed europei e che mira a ridurre lo Stato a vantaggio di un privato che funziona spesso peggio e con costi assai più alti per i contribuenti.

Certo bisogna riconoscere che aver scelto come bersaglio della campagna di capodanno contro i dipendenti pubblici uno dei settori più odiati dalla popolazione – i Vigili Urbani – è stata una mossa geniale da parte di Renzi e compagnia.

Senza andare troppo a zonzo nella rete basta vedere i commenti ai nostri articoli sull’affaire ‘Vigili Urbani’ per imbattersi nei classici luoghi comuni sul settore pubblico sui quali il governo più antipopolare che questo paese abbia conosciuto negli ultimi decenni sta incredibilmente costruendo un consenso che non merita.

I più frequenti affondano e condannano il settore pubblico in quanto tale, senza fare differenze e distinguo, confrontandolo con un settore privato nel quale invece i dipendenti sarebbero inesorabilmente obbligati a ‘sudarsi la pagnotta’ - come si dice a Roma – senza privilegi e con abnegazione. Senza nasconderci che in alcuni – ma solo alcuni e sempre meno – settori della Pubblica Amministrazione i ritmi di lavoro non sono propriamente sfiancanti, basterebbe analizzare qualche dato per sfatare il mito di un settore pubblico descritto come dominio dei fannulloni.

Ad esempio quelli pubblicati all’inizio di ottobre dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre nel 2012 (ultimo anno in cui i dati sono a disposizione). Secondo i quali i giorni di malattia di cui usufruiscono mediamente i lavoratori pubblici italiani non sono centinaia l’anno come sembrerebbe di capire dalla manifestazione così creativa della vox populi a proposito del caso ‘Vigili Urbani’, ma molti, molti di meno. Non solo. Se si raffrontano i giorni di malattia dei dipendenti del settore pubblico con quelli del settore privato ci si accorge che la differenza è minima e che anzi, in realtà nel settore privato ci si ammala di più.
Nel 2012, ci dice la CGIA, mediamente ciascun lavoratore dipendente italiano si è ammalato 2,23 volte ed è rimasto a casa un totale di 17,71 giorni; complessivamente sono stati quasi 106 milioni i giorni di malattia persi durante tutto l’anno.

Da notare che oltre il 30% dei certificati medici che attestano l’impossibilità da parte di un operaio o di un impiegato di recarsi nel proprio posto di lavoro è stato presentato di lunedì. Perché in alcuni casi il dipendente cerca di allungare indebitamente il fine settimana di qualche giorno, magari per riposarsi dagli impegni o dai bagordi del sabato e della domenica. Ma anche – e lo diciamo per esperienza personale – perché magari durante la settimana precedente si è andati a lavoro nonostante il crescente malessere per continuare a svolgere qualche mansione indispensabile e irrimandabile mentre il fermo del fine settimana ha causato poi una “esplosione” della malattia. Inoltre, considerato che chi si ammala di venerdì aspetta il finesettimana per capire se si tratta di una cosa serie e che la maggior parte dei medici di base non lavorano il sabato e la domenica è ovvio che un gran numero di certificati di malattia si accumulino il lunedì.
Secondo i dati è vero che nel pubblico ci si ammala più spesso, ma è anche vero che si perdono meno giorni di lavoro che nel settore privato.

Nel 2012, infatti, i giorni di malattia medi registrati tra i lavoratori del pubblico impiego sono stati 16,72 (con 2,62 eventi per lavoratore) mentre nel settore privato le assenze per malattia hanno toccato i 18,11 giorni (con un numero medio di eventi per lavoratore uguale a 2,08). Da notare che dalla CGIA sottolineano che la malattia di un lavoratore viene considerata come unico evento anche nel caso di più certificati tra i quali intercorra un intervallo di tempo non superiore a 2 giorni. Inoltre, viene segnalato che questi dati sono stati estratti dall’Osservatorio sulla certificazione di malattia dei lavoratori dipendenti privati e pubblici dell’Inps, avviato nel 2011.
I dati mostrano che la durata media degli eventi di malattia è, comunque, relativamente breve. A livello nazionale, nel 71,7% dei casi la guarigione avviene entro i primi 5 giorni dalla presentazione del certificato medico.

Se si disaggregano i dati, emerge che i lavoratori più cagionevoli si concentrano nel Sud Italia – senza grandi differenze tra pubblico e privato – mentre ovviamente i lavoratori anziani sono più a rischio dei giovani. Dalla rilevazione emerge infatti che le assenze aumentano in misura corrispondente all’avanzare dell’età. Se fino a 29 anni il numero medio di giorni di malattia per lavoratore è pari a 13,2, nella classe di età tra i 30 e i 39 anni sale a 14,9, per toccare il valore massimo sopra i 60 anni, con 27,4 giorni medi di assenza all’anno. Il che dimostra anche che l’aumento dell’età pensionabile imposto in tutta Europa e anche in Italia negli ultimi anni con la scusa che l’età media della popolazione è aumentata in realtà non è proprio una scelta oculatissima.

In aggiunta ai dati forniti dalla Cgia, l'Inps ha messo a disposizione un aggiornamento relativo al 2013 pubblicato nel novembre scorso: l'Istituto dice che in quell'anno "sono stati trasmessi 11.869.521 certificati medici per il settore privato e 5.983.404 per la pubblica amministrazione; nel settore privato il numero dei certificati di malattia trasmessi è stato sostanzialmente uguale a quello del 2012, con un aumento dell'1,1%, mentre per la pubblica amministrazione complessivamente si rileva un aumento del 9,2%". L'istituto dice che "confrontando le serie mensili dei certificati medici trasmessi per settore, emerge che nel settore privato l'andamento è abbastanza stabile nel triennio 2011-2013". Nel pubblico, invece, lo stesso periodo "evidenzia un trend crescente". Ecco qua, penserà qualcuno, la prova che comunque i dipendenti pubblici sono dei fannulloni. Ma forse la spiegazione del trend in aumento nel settore pubblico sta proprio nell’invecchiamento progressivo dei pubblici dipendenti, alle prese ormai da molti anni con il blocco del turn over con il conseguente aumento dei carichi di lavoro (e dello stress) e con lo stop all’assunzione di giovani leve in sostituzione di coloro che hanno la fortuna di andare in pensione. E come abbiamo visto – ma non ci vuole uno scienziato per capirlo – più aumenta l’età media più si moltiplicano i casi di malattia.

Insomma la realtà smentisce il cosiddetto 'senso comune', che altro non è che il frutto di anni di campagne denigratorie contro i pubblici dipendenti. Appare quindi quanto mai paradossale e autolesionistico che i dipendenti del settore privato e i giovani precari, di fronte al rapido peggioramento delle proprie condizioni di lavoro, invece di far fronte comune con i lavoratori pubblici chiedendo un miglioramento per tutti, si schierino contro la pubblica amministrazione sfogando così le proprie frustrazioni sul bersaglio sbagliato.

Speriamo che il 2015 porti consiglio...









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