Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/09/2014
Gli Imam del Califfo in Italia dai Balcani a reclutare jihadisti
Arrestato in Bosnia il predicatore musulmano che reclutava in Italia per conto dell’Is. Proselitismo attraverso Internet. Era stato il reclutatore di Ismar Mesinovic, l’imbianchino bosniaco che viveva fino a dicembre nel bellunese, e morto in combattimento in Siria tra le milizie del Califfato.
Era una sorta di ‘missionario’ musulmano Bilal Hussein Bosnic, 42 anni, conosciuto come Cheb Bilal nella comunità wahabita slava di cui era leader. Missionario per la conversione all’Islam più radicale. Ha trascorso l’inverno scorso in diverse città del Nord Italia, tra cui Bergamo, Cremona e Pordenone. Ora è finito in manette in Bosnia, la sua terra di origine, sul territorio della Srbska Republika, l’entità statale serba, in una operazione antiterrorismo che ha portato in cella altri 15 islamisti accusati di aver reclutato giovani bosniaci mandati a combattere con l’IS in Siria e Iraq.
Operazione «Damasco», il nome in codice. Arresti compiuti tra molti città simbolo della Bosnia lacerata dalla guerra di 20 anni fa: la Sarajevo dell’assedio e la sua porta di accesso dall’Erzegovina croata che è Kiseljak, Zenica la base dei primi mujaheddin arrivati con Bin Laden in Europa, poi Srebrenica del massacro compiuto da Mladic, e Zvornik, cittadina al confine con la Serbia vera, quella di Belgrado. Oltra ai villaggi di Gornja Maoca e Bocinja noti per ospitare dalla guerra le più rigide comunità di wahabiti. Nelle perquisizioni sono state ritrovate anche grandi quantità di armi.
Interessante il percorso italiano del predicatore. Una vera e propria tournée nel Nord Italia. A Bergamo, per esempio, ‘Cheb Bilal’ è stato ospite del gruppo Islamsko Dzemat Bergamo, che si riuniva in una sala comunale alla periferia della città. Sarebbe stato proprio Bilal Bosnic ad aver spinto al fanatismo Ismar Mesinovic, imbianchino bosniaco che viveva fino a dicembre nel bellunese. Poi ha lasciato la moglie, è andato in Siria passando dai Balcani e portando con sé il figlioletto di due anni. Ucciso nei dintorni di Aleppo, mentre combatteva con l’esercito del Califfo.
Bosnic aveva incontrato l’imbianchino di Longarone suo connazionale nella tappa a Pordenone. I due erano rimasti in contatto attraverso i social network e le chat. E l’Imam ha fatto con lui quello che ha continuato a fare con tutti i seguaci della sua community virtuale: propaganda, pressioni psicologiche, bombardamento ideologico. Consigliava video in cui si inneggiava alla violenza, allo scontro fisico, all’eliminazione del nemico. Indicava portali dove poter trovare materiale ‘utile’, ad esempio filmati in cui si insegna come si sgozza un uomo o come si costruisce un ordigno.
Ci sono intercettazioni telematiche, nel fascicolo aperto dalla procura veneta, in cui Bosnic assicura alle potenziali “reclute” della Jihad, qualche decina di persone per la maggior parte residenti italiani di origine slava ma anche cittadini italiani convertiti, “il paradiso”, “la vita eterna”, “la gloria di Allah”. Nel frattempo l’universo del reclutamento jihadista è cambiato dai tempi di Al Qaeda. Dopo i kamikaze, i martiri attraverso cui terrorizzare il mondo, ad Al Baghdadi servono combattenti che si uniscano in fretta all’esercito dell’Is in Iraq e in Siria. Ed il proselitismo si fa con Internet.
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