di Stefano Mauro
La Corte Suprema di
Nuadhibou in Mauritania ha emesso il suo verdetto giovedì 9 novembre:
Cheick Ould Mohammed Mkhaitir è stato condannato a due anni di prigione
ed al pagamento di un’ammenda per aver pubblicato un articolo giudicato
“blasfemo”. L’uomo, che aveva già scontato quasi quattro anni, è stato
quindi rilasciato.
Il verdetto, nella sala del tribunale, è stato accolto da
grida ed insulti nei confronti della corte e del governo, da parte di
numerose persone, giunte da diverse parti del paese, per sostenere la
sua condanna a morte. Le stesse forze di polizia hanno dovuto
reprimere numerose manifestazioni nella capitale Noukchott contro
manifestanti che protestavano contro le autorità colpevoli “di aver
scelto l’occidente e non la difesa della religione e del Profeta”.
Il giovane trentenne blogger era incarcerato dallo scorso
gennaio 2014 ed era stato condannato a morte per “apostasia”, la prima
nel paese dalla sua indipendenza nel 1960. Circa quattro anni fa, infatti, le autorità mauritane lo avevano arrestato dopo che il quotidiano Aqlame
aveva pubblicato un suo articolo che criticava “l’utilizzo della
religione per giustificare alcune discriminazioni nella società
mauritana”, dove esiste ed è tollerata ancora la schiavitù.
Qualche mese più tardi, il 21 aprile 2016, la corte d’appello aveva
confermato la sentenza non più per “apostasia”, ma per “miscredenza” –
reato considerato meno grave – in virtù del pentimento da parte di
Mkhaitir e rinviando il suo dossier alla Corte Suprema. Lo stesso Forum
degli Ulema, creato nel 2014 per la difesa dei costumi e del Profeta,
aveva richiesto la morte del blogger considerato “apostata e blasfemo”.
La condanna a morte aveva provocato un’alzata di scudi ed una
campagna di pressioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani.
Amnesty International e Human Right Watch (Hrw) avevano più
volte lanciato appelli e richiesto una sospensione della sentenza. “Il
condannato è un detenuto per opinione – ha dichiarato dopo la
sentenza Sarah Leah Whitson, direttrice della divisione di Amnesty per
l’Africa – E’ incarcerato esclusivamente per aver affermato il suo
diritto alla libertà di espressione e per essersi opposto alle
discriminazioni attraverso un articolo su un blog”.
Secondo Hrw il clima è talmente teso che, in questi anni, numerosi
difensori dei diritti civili e sostenitori di Mkhaitir hanno ricevuto
minacce di morte. Stesse persecuzioni anche per i suoi genitori che sono dovuti fuggire dal paese e hanno trovato rifugio in Francia.
Di positivo in questa vicenda c’è solamente la libertà e la salvezza
del giovane blogger perché questo episodio, l’ennesimo, è purtroppo la
punta di un iceberg per ciò che concerne i diritti umani inerenti la
sfera religiosa.
Secondo i dati contenuti nel Rapporto 2016 sulla pena di morte nel
mondo dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, infatti, la situazione
legata ai reati di opinione o riguardanti la sfera religiosa è molto
grave. In alcuni paesi islamici, ad esempio, «convertirsi dall’Islam ad
un’altra religione, essere ateo oppure offendere il profeta Mohammad è
considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale». Il
reato di apostasia è punito con la morte in 12 paesi musulmani:
Afghanistan, Iran, Malesia, Maldive, Mauritania, Nigeria (solo negli
stati settentrionali a maggioranza musulmana), Qatar, Arabia Saudita,
Somalia, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen.
“L’aumento e la diffusione del credo wahhabita (visione radicale e
retrograda dell’Islam di matrice saudita) in molti paesi musulmani ne è
la diretta causa – secondo Mohammad Mahmud Ould Mohamedu, mauritano e
docente universitario esperto di Islamismo e Radicalismo all’Università
di Ginevra – Prova ne sono anche le esecuzioni sommarie per «reati»
legati alla religione attuate da gruppi estremisti islamici: Al-Shabaab
in Somalia, Boko Haram in Nigeria, i Talebani in Afghanistan e l’ISIS in
Iraq e in Siria”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/11/2017
08/11/2017
I sauditi d’oro nella tempesta di bin Salman
Nella classifica dei ‘top fourteen’ sauditi che sfoggiano riserve di petrodollari e ingenti capitali, posti all’inferno dal focoso Mohammed bin Salman, la vetta spetta di diritto ad Al-Walid bin Tatal (17 miliardi di dollari) ben piazzato anche nella graduatoria mondiale dei Paperoni. Poi compaiono Bakr bin Ladin, magnate di un gruppo finanziario familiare che vanta 7 miliardi, e l’ex erede al trono, cugino di MbS e nipote di re Salman, Mohammed bin Nayef , a capo di un proprio network finanziario quotato 6 miliardi di dollari. Il suo gruppo viene citato anche nella famosa inchiesta sui ‘Panama Papers’.
A pari merito, dunque ancora con 6 miliardi di dollari, c’è Waleed al-Ibrahim proprietario della MBC Company. Staccati Saleh Abdullah Kamel, il cui Dallah Albaraka Group vanta 2.2 miliardi. Segue Amr al-Dabbagh, con l’omonimo network stimato a un miliardo e mezzo di dollari, mentre staccati risultano due ex ministri: Adel Faqih, fino a qualche giorno fa responsabile di Economia e Pianificazione (470 milioni di dollari) e Ibrahim al-Assaf (390 milioni) alle Finanze. Quindi compare Mitaab bin Abdullah, figlio del defunto sovrano Abdullah e potentissimo capo della Guardia Nazionale, accreditato di un network di 110 milioni di dollari.
Accusati di “corruzione” anche Khaled Al-Tuwaijri, capo della Corte Reale, Nasser bin Aqeel Al-Tayyar, fondatore di un omonimo gruppo finanziario, i boss della Saudi Air Force, Turki bin Nasser, e di Saudi Telecom Saud Al-Dawish, infine il Governatore della provincia di Riyadh, Turki bin Abdullah. Di quest’ultimi cinque, tutti coinvolti in affari privati e di governo, non si conosce l’entità delle fortune. Ma le fortune e gli arricchimenti personali erano prassi consolidata fra i dignitari della monarchia Saud, perciò gli osservatori imputano al principe ereditario un disegno volto a una certa resa dei conti interna al Paese per attuare una radicale trasformazione della governance.
Due i blocchi da scardinare: il potere dei clan familiari e quello religioso. C’è chi sostiene che la divisione di ruoli durante il regno – prendiamo ad esempio quel che era accaduto nel 2015 con la salita al trono di Salman senior che aveva scelto per erede un nipote, mentre suo figlio s’occupava della Difesa e il figlio del defunto re Abdullah presiedeva un posto di gran potere (la direzione della Guardia Nazionale, il corpo armato che difende la monarchia) – avesse fatto il suo tempo. Un po’ come accade in certe “democrazie” occidentali e nelle autocrazie sparse ovunque nel mondo, il consolidato sistema dell’accentramento di potere diventa la carta giocata dal giovane e ambizioso principe.
L’arresto seppur dorato, è il caso di dirlo, visto che i fermati sono guardati a vista nelle lussuose camere del Ritz-Carlton hotel di Riyadh, ha la funzione di strigliare capi e rampolli delle famiglie che contano, per far comprendere che la nuova via prevede una profonda trasformazione. Magari – ipotizziamo noi – si sorvolerà su affari e finanze private, purché queste non interferiscano con le strategie statali, sempre più proiettate verso partnership economiche che prevedono diversificazioni dall’unica fonte dei petrodollari, e non ostacolino l’interesse crescente di un’egemonia saudita nell’area mediorientale. Costi quel che costi, scontro compreso. Tale linea Salman junior l’ha già proposta nella questione yemenita, ora sembra allargarla al Libano, visto che in questi giorni diventa il nume tutelare di Hariri junior che, dimettendosi da premier, ha dichiarato di non voler fare la fine del genitore, morto in un attentato nel 2005. Mohammed bin le prova tutte, e per praticare una strategia che lo renda attraente non solo sulle piazze economico-finanziarie, rivolge l’attenzione anche all’Islam wahhabita, presente in Arabia dal periodo dell’ideologo-propugnatore (XVIII secolo) e ampiamente radicato nella tradizione socio-politica interna.
Eppure qualche sheikh aveva già manifestato l’idea di limitare la rigidità delle consuetudini che creano imbarazzo nei rapporti internazionali sul tema femminile: la repressione delle donne attraverso la pubblica fustigazione, la proibizione di frequentare determinati ambienti di svago, il divieto di condurre vetture, per non parlare della lapidazione quale condanna di adulterio. Le recenti riforme che cancellano alcuni divieti mirano a questo, come pure la perdita di autonomia subìta dalla ‘Polizia religiosa’ posta sotto la giurisdizione del ministero dell’Interno.
L’idea che l’Islam moderato possa trovare pratica e seguito anche nella nazione che si ritiene depositaria del vero Islam e prima inter pares nella Umma musulmana sembra essere il viatico dell’azione di MbS, ormai sovrano in pectore. Ma certi conoscitori della cultura, dell’ambiente e anche della politica di quel mondo hanno pubblicamente affermato “Chi s’aspetta un approccio non religioso dalla politica dei Saud, sta sognando a occhi aperti”.
Altri osservatori parlano di un passaggio verso posizioni meno radicali, non certo di una negazione delle radici. E non scompare il preconcetto di chi non si fida affatto. Di chi sostiene che tutta questa manovra sia una tattica rivolta ai principi-parenti, vicini e lontani, e ai religiosi solo per ottenere maggior potere per una persona: se stesso.
Così in questa sorta di gioco dell’oca che avviene in questi mesi in Arabia Saudita, la costante confermata su più terreni è la nascita e il consolidamento di uno strapotere che trova in Mohammed bin l’uomo del presente e del futuro. Per un domani che si propone molto meno tranquillo del passato, sia all’interno, sia nell’area del Golfo, sia in Medioriente.
Fonte
A pari merito, dunque ancora con 6 miliardi di dollari, c’è Waleed al-Ibrahim proprietario della MBC Company. Staccati Saleh Abdullah Kamel, il cui Dallah Albaraka Group vanta 2.2 miliardi. Segue Amr al-Dabbagh, con l’omonimo network stimato a un miliardo e mezzo di dollari, mentre staccati risultano due ex ministri: Adel Faqih, fino a qualche giorno fa responsabile di Economia e Pianificazione (470 milioni di dollari) e Ibrahim al-Assaf (390 milioni) alle Finanze. Quindi compare Mitaab bin Abdullah, figlio del defunto sovrano Abdullah e potentissimo capo della Guardia Nazionale, accreditato di un network di 110 milioni di dollari.
Accusati di “corruzione” anche Khaled Al-Tuwaijri, capo della Corte Reale, Nasser bin Aqeel Al-Tayyar, fondatore di un omonimo gruppo finanziario, i boss della Saudi Air Force, Turki bin Nasser, e di Saudi Telecom Saud Al-Dawish, infine il Governatore della provincia di Riyadh, Turki bin Abdullah. Di quest’ultimi cinque, tutti coinvolti in affari privati e di governo, non si conosce l’entità delle fortune. Ma le fortune e gli arricchimenti personali erano prassi consolidata fra i dignitari della monarchia Saud, perciò gli osservatori imputano al principe ereditario un disegno volto a una certa resa dei conti interna al Paese per attuare una radicale trasformazione della governance.
Due i blocchi da scardinare: il potere dei clan familiari e quello religioso. C’è chi sostiene che la divisione di ruoli durante il regno – prendiamo ad esempio quel che era accaduto nel 2015 con la salita al trono di Salman senior che aveva scelto per erede un nipote, mentre suo figlio s’occupava della Difesa e il figlio del defunto re Abdullah presiedeva un posto di gran potere (la direzione della Guardia Nazionale, il corpo armato che difende la monarchia) – avesse fatto il suo tempo. Un po’ come accade in certe “democrazie” occidentali e nelle autocrazie sparse ovunque nel mondo, il consolidato sistema dell’accentramento di potere diventa la carta giocata dal giovane e ambizioso principe.
L’arresto seppur dorato, è il caso di dirlo, visto che i fermati sono guardati a vista nelle lussuose camere del Ritz-Carlton hotel di Riyadh, ha la funzione di strigliare capi e rampolli delle famiglie che contano, per far comprendere che la nuova via prevede una profonda trasformazione. Magari – ipotizziamo noi – si sorvolerà su affari e finanze private, purché queste non interferiscano con le strategie statali, sempre più proiettate verso partnership economiche che prevedono diversificazioni dall’unica fonte dei petrodollari, e non ostacolino l’interesse crescente di un’egemonia saudita nell’area mediorientale. Costi quel che costi, scontro compreso. Tale linea Salman junior l’ha già proposta nella questione yemenita, ora sembra allargarla al Libano, visto che in questi giorni diventa il nume tutelare di Hariri junior che, dimettendosi da premier, ha dichiarato di non voler fare la fine del genitore, morto in un attentato nel 2005. Mohammed bin le prova tutte, e per praticare una strategia che lo renda attraente non solo sulle piazze economico-finanziarie, rivolge l’attenzione anche all’Islam wahhabita, presente in Arabia dal periodo dell’ideologo-propugnatore (XVIII secolo) e ampiamente radicato nella tradizione socio-politica interna.
Eppure qualche sheikh aveva già manifestato l’idea di limitare la rigidità delle consuetudini che creano imbarazzo nei rapporti internazionali sul tema femminile: la repressione delle donne attraverso la pubblica fustigazione, la proibizione di frequentare determinati ambienti di svago, il divieto di condurre vetture, per non parlare della lapidazione quale condanna di adulterio. Le recenti riforme che cancellano alcuni divieti mirano a questo, come pure la perdita di autonomia subìta dalla ‘Polizia religiosa’ posta sotto la giurisdizione del ministero dell’Interno.
L’idea che l’Islam moderato possa trovare pratica e seguito anche nella nazione che si ritiene depositaria del vero Islam e prima inter pares nella Umma musulmana sembra essere il viatico dell’azione di MbS, ormai sovrano in pectore. Ma certi conoscitori della cultura, dell’ambiente e anche della politica di quel mondo hanno pubblicamente affermato “Chi s’aspetta un approccio non religioso dalla politica dei Saud, sta sognando a occhi aperti”.
Altri osservatori parlano di un passaggio verso posizioni meno radicali, non certo di una negazione delle radici. E non scompare il preconcetto di chi non si fida affatto. Di chi sostiene che tutta questa manovra sia una tattica rivolta ai principi-parenti, vicini e lontani, e ai religiosi solo per ottenere maggior potere per una persona: se stesso.
Così in questa sorta di gioco dell’oca che avviene in questi mesi in Arabia Saudita, la costante confermata su più terreni è la nascita e il consolidamento di uno strapotere che trova in Mohammed bin l’uomo del presente e del futuro. Per un domani che si propone molto meno tranquillo del passato, sia all’interno, sia nell’area del Golfo, sia in Medioriente.
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06/11/2017
Saud, lo tsunami Mohammed bin strapazza la dinastia
E’ un bel mix fra politica interna, estera, economia e finanza, religione e tradizioni a determinate il colpo di mano più scenografico attuato dalla monarchia Saud. Correlato alle faide di famiglia, già avviate da mesi, e palesate con le epurazioni di sabato notte. Dal 1932, anno dell’autoproclamazione a sovrano di Abdal-Aziz, la dinastia che raccoglie i principi figli, fratelli, fratellastri, nipoti – tutti rigorosamente di sesso maschile – aveva cercato di passarsi la corona in accordo coi rispettivi gruppi parentali (tutti ricchissimi grazie al petrolio e agli accordi con le occidentali ‘Sette Sorelle’ in Medio Oriente) anche se non tutti abili nella conduzione delle dinamiche nazionali. Eppure le oscillazioni e le gravi crisi politico-militari ed economiche di fine anni Quaranta e Sessanta erano state gestite conservando il criterio dell’unità statale e familiare. Dal 2015, con la scomparsa di re Abdullah e la salita al trono del fratellastro Salman, la situazione sembra essersi complicata. Non solo per la polveriera mediorientale tornata a incendiarsi, soprattutto con la crisi siriana, ma in tutti gli addentellati proprio della linea interna ed estera saudita. Certe voci sostengono che alla base del caos ci siano anche problemi di salute. Sia quelli che riguardano re Salman, sulla via della demenza pur con i non avanzatissimi 81 anni, sia il cinquantottenne nipote bin Nayef da lui incaricato alla successione e nel giugno scorso esautorato dal ruolo. Si dice perché malato e piegato da farmaci d’ogni tipo. Sarà.
Di fatto a guadagnarci dalle doppie malattie, vere o presunte, è il figlio di Salman, Mohammed bin, già investito dell’incarico di ministro della Difesa con cui aveva iniziato a strabordare in politica estera decidendo l’intervento saudita a fianco dell’esercito dello Yemen che reprime l’etnìa interna ribelle Houti. L’ambizioso e, alcuni sostengono lunatico, Mohammed bin s’è, dunque, ritrovato ancor più potente in virtù di quella decisione, letta da altri rami della famiglia e da diversi principi come un colpo di mano molto più che paternalista. A darsi da fare nella notte di sabato scorso è stato direttamente il rampollo ministro e delfino di re Salaman che con l’arresto di alcuni principi e potentissimi del regno, tuttora motivato solo genericamente “per corruzione”, ha colpito in maniera mirata e generica. Diretto il colpo interno alla famiglia, con cui ha disarcionato e messo agli arresti il figlio di re Abdullah, Mutain bin, responsabile della Guardia Nazionale. In tal modo Mohammed si garantisce il controllo totale di tutte le strutture militari interne. Sia le Forze Armate: 300.000 uomini, comprensive di oltre 60.000 avieri (l’Arabia Saudita è la 10° nazione al mondo per spese militari e dopo Israele è dotata della maggiore struttura aerea d’attacco del Medio Oriente). Sia l’apparato dell’Intelligence, denominato Al-Mukhabarat al-Amma, e per l’appunto la Guardia Nazionale che conta 225.000 unità, fra cui i reparti speciali reclutati fra le tribù fedelissime alla dinastia, come i beduini Ikhwan. La struttura negli ultimi quarant’anni ha ricevuto l’attenzione primaria dell’alleato statunitense, che ha inviato oltre un migliaio di reduci dal Viet-nam (ovviamente quelli somiglianti al colonnello Bill Kilgore di Apocalypse now, quello ‘dell’odore del napalm al mattino’) in qualità di addestratori.
A organizzare la ‘collaborazione’ la “Vinnell Corporation”, che guarda caso ha sede a Fairfax, Virginia, la terra della Cia. Insomma Mohammed bin ha preparato adeguatamente il controllo muscolare del Paese, blindando la sua persona e la linea che va sostenendo. Che ha un’impronta spregiudicata e modernista, sia quando accentra cariche scontentando appunto altri rami della famiglia reale, sia quando colpisce la visione più retriva del clero wahhabita con le aperture verso i costumi femminili. La notizia della concessione della guida alle donne ha fatto il giro del mondo, e c’è già chi si attende ulteriori passi come l’annunciata mescolanza col genere maschile in certi luoghi, fra cui le manifestazioni sportive. Alcuni sheikh fermati e accusati di corruzione ribattono che si finirà col togliere il velo alle donne, a farle mostrare le gambe, questi sì passi di corruzione della tradizione religiosa. Ma il principino sembra voler limitare il potere della componente conservatrice, sostenendo che occorre aprirsi al mondo e pure alle altre fedi mostrando tolleranza. Gli stessi osservatori della società saudita cercano di comprendere se le mosse di Salman junior siano animate da vera convinzione o diventino manovre tattiche per combattere chi fra i suoi simili s’appoggia all’interpretazione reazionaria dell’Islam per continuare solo a curare i propri interessi. Il rapporto fra businessmen e clero, seppure quest’ultimo manchi di gerarchia, si è consolidato nei decenni della monarchia, lo scambio risultava reciproco: la fedeltà alla corona era contraccambiata con l’adesione alla tradizione.
Questo patto sembra subire alcune incrinature se addirittura i vertici della famiglia reale entrano in conflitto così aperto. Le scelte messe in atto dal principe Salman avevano allontanato dal Paese, ben prima dello scorso week end, alcuni affaristi locali. Evidentemente se legati alla tradizione, al di là di petrodollari e affari, essi leggevano fra le righe e avevano compreso l’andamento di talune scelte dinastiche. Lo dimostrano le vicende di questi giorni e alcuni protagonisti, anche involontari. Due nomi: il principe Alwaleed bin Talal e il principe Mansur bin Muqrin. Il primo è il più noto fra gli epurati. Un potentato del capitale collocato da Forbes al 41° posto fra i ricconi della terra con 17 miliardi di dollari di patrimonio, ma altre riviste parlano di 20 miliardi di dollari collocandolo ancora più in alto nella graduatoria. La sua “Kingdom Holding Company” ha quote azionarie in Apple, Amazon, Boeing, Citigroup, Coca Cola e Pepsi Cola, McDonald’s, Ford, Kodak, Walt Disney e in altre decine di aziende fra cui Fininvest. Forse ha pagato la posizione presa assieme ai congiunti di opporsi alla nomina di Mohammed bin quale successore di Salman; altri sostengono che invece paghi le critiche a un progetto del principino: mettere sul mercato “Aramco”, la storica compagnia petrolifera nazionale. La smania di innovazione può produrre anche idee balzane, bisogna vedere come la prende un elemento come lui pieno del suo ego e stizzoso. Perché nelle scosse telluriche in corso s’inseriscono anche episodi misteriosi e qui veniamo a Mansur bin Muqrin. Proprio ieri, sorvolando la provincia di cui è governatore, Asir sul confine yemenita, l’elicottero su cui viaggiava è caduto. Con lui sono morti alcuni ufficiali. Sull’incidente indagano Intelligence e Guardia Nazionale, verrà fuori qualcosa?
Fonte
Di fatto a guadagnarci dalle doppie malattie, vere o presunte, è il figlio di Salman, Mohammed bin, già investito dell’incarico di ministro della Difesa con cui aveva iniziato a strabordare in politica estera decidendo l’intervento saudita a fianco dell’esercito dello Yemen che reprime l’etnìa interna ribelle Houti. L’ambizioso e, alcuni sostengono lunatico, Mohammed bin s’è, dunque, ritrovato ancor più potente in virtù di quella decisione, letta da altri rami della famiglia e da diversi principi come un colpo di mano molto più che paternalista. A darsi da fare nella notte di sabato scorso è stato direttamente il rampollo ministro e delfino di re Salaman che con l’arresto di alcuni principi e potentissimi del regno, tuttora motivato solo genericamente “per corruzione”, ha colpito in maniera mirata e generica. Diretto il colpo interno alla famiglia, con cui ha disarcionato e messo agli arresti il figlio di re Abdullah, Mutain bin, responsabile della Guardia Nazionale. In tal modo Mohammed si garantisce il controllo totale di tutte le strutture militari interne. Sia le Forze Armate: 300.000 uomini, comprensive di oltre 60.000 avieri (l’Arabia Saudita è la 10° nazione al mondo per spese militari e dopo Israele è dotata della maggiore struttura aerea d’attacco del Medio Oriente). Sia l’apparato dell’Intelligence, denominato Al-Mukhabarat al-Amma, e per l’appunto la Guardia Nazionale che conta 225.000 unità, fra cui i reparti speciali reclutati fra le tribù fedelissime alla dinastia, come i beduini Ikhwan. La struttura negli ultimi quarant’anni ha ricevuto l’attenzione primaria dell’alleato statunitense, che ha inviato oltre un migliaio di reduci dal Viet-nam (ovviamente quelli somiglianti al colonnello Bill Kilgore di Apocalypse now, quello ‘dell’odore del napalm al mattino’) in qualità di addestratori.
A organizzare la ‘collaborazione’ la “Vinnell Corporation”, che guarda caso ha sede a Fairfax, Virginia, la terra della Cia. Insomma Mohammed bin ha preparato adeguatamente il controllo muscolare del Paese, blindando la sua persona e la linea che va sostenendo. Che ha un’impronta spregiudicata e modernista, sia quando accentra cariche scontentando appunto altri rami della famiglia reale, sia quando colpisce la visione più retriva del clero wahhabita con le aperture verso i costumi femminili. La notizia della concessione della guida alle donne ha fatto il giro del mondo, e c’è già chi si attende ulteriori passi come l’annunciata mescolanza col genere maschile in certi luoghi, fra cui le manifestazioni sportive. Alcuni sheikh fermati e accusati di corruzione ribattono che si finirà col togliere il velo alle donne, a farle mostrare le gambe, questi sì passi di corruzione della tradizione religiosa. Ma il principino sembra voler limitare il potere della componente conservatrice, sostenendo che occorre aprirsi al mondo e pure alle altre fedi mostrando tolleranza. Gli stessi osservatori della società saudita cercano di comprendere se le mosse di Salman junior siano animate da vera convinzione o diventino manovre tattiche per combattere chi fra i suoi simili s’appoggia all’interpretazione reazionaria dell’Islam per continuare solo a curare i propri interessi. Il rapporto fra businessmen e clero, seppure quest’ultimo manchi di gerarchia, si è consolidato nei decenni della monarchia, lo scambio risultava reciproco: la fedeltà alla corona era contraccambiata con l’adesione alla tradizione.
Questo patto sembra subire alcune incrinature se addirittura i vertici della famiglia reale entrano in conflitto così aperto. Le scelte messe in atto dal principe Salman avevano allontanato dal Paese, ben prima dello scorso week end, alcuni affaristi locali. Evidentemente se legati alla tradizione, al di là di petrodollari e affari, essi leggevano fra le righe e avevano compreso l’andamento di talune scelte dinastiche. Lo dimostrano le vicende di questi giorni e alcuni protagonisti, anche involontari. Due nomi: il principe Alwaleed bin Talal e il principe Mansur bin Muqrin. Il primo è il più noto fra gli epurati. Un potentato del capitale collocato da Forbes al 41° posto fra i ricconi della terra con 17 miliardi di dollari di patrimonio, ma altre riviste parlano di 20 miliardi di dollari collocandolo ancora più in alto nella graduatoria. La sua “Kingdom Holding Company” ha quote azionarie in Apple, Amazon, Boeing, Citigroup, Coca Cola e Pepsi Cola, McDonald’s, Ford, Kodak, Walt Disney e in altre decine di aziende fra cui Fininvest. Forse ha pagato la posizione presa assieme ai congiunti di opporsi alla nomina di Mohammed bin quale successore di Salman; altri sostengono che invece paghi le critiche a un progetto del principino: mettere sul mercato “Aramco”, la storica compagnia petrolifera nazionale. La smania di innovazione può produrre anche idee balzane, bisogna vedere come la prende un elemento come lui pieno del suo ego e stizzoso. Perché nelle scosse telluriche in corso s’inseriscono anche episodi misteriosi e qui veniamo a Mansur bin Muqrin. Proprio ieri, sorvolando la provincia di cui è governatore, Asir sul confine yemenita, l’elicottero su cui viaggiava è caduto. Con lui sono morti alcuni ufficiali. Sull’incidente indagano Intelligence e Guardia Nazionale, verrà fuori qualcosa?
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27/10/2017
Il miraggio ideologico saudita a Neom
C’è una strana coincidenza tra la caduta di Raqqa, la capitale del Califfato ridotta in cenere, e l’annuncio del dinamico principe saudita Mohammed bin Salman che punta a edificare con 500 miliardi di dollari Neom, la città del futuro. La Siria è distrutta, lo Yemen, nel cortile di casa dei sauditi, forse ancora di più proprio a causa dei bombardamenti di Riad ed ecco che il Regno, custode di Mecca e Medina, decide di costruire nuove immaginifiche metropoli. Non è la prima volta: già un decennio fa venne pubblicizzato dai sauditi un piano per erigere nel deserto sei città e alla fine ne venne alla luce, molto più modestamente, una sola, la Città dell’Economia dedicata a re Abdullah.
Nel discorso del principe Mohammed su Neom c’è un passaggio rivelatore: «Restaureremo una cultura islamica più tollerante come esisteva prima dell’ascesa dell’estremismo iraniano nel 1979». Forse adesso abbiamo capito cosa significa Neom. Gli obiettivi di Mohammed sono due. Cercare nei giovani sauditi – tra i quali qualche milione è disoccupato – un alleato per rafforzare la legittimità di una monarchia assoluta e retrograda e contrastare allo stesso tempo l’establishment religioso che ha già arricciato il naso quando è stato annunciata la patente alle donne.
Ma soprattutto Riad punta a contenere gli ayatollah iraniani, usciti, insieme alla Russia, Assad e agli Hezbollah libanesi, come i veri vincitori della guerra siriana dove l’Arabia Saudita e le litigiose monarchie del Golfo, in competizione tra di loro come il Qatar e i sauditi, avevano appoggiato i jihadisti. L’ennesima sconfitta per i sunniti.
L’immagine di islam moderato che vuole propagandare il principe contrasta con la politica saudita degli ultimi decenni. L’Iran sarà anche una repubblica islamica che ha sostenuto i movimenti sciiti più militanti ma l’Arabia Saudita, proprietà esclusiva di cinquemila principi del sangue, è anche peggio.
Dopo la vittoria della rivoluzione di Khomeini sulla monarchia dello Shah Reza Palhevi, sauditi e monarchie del Golfo avevano finanziato con 50-60 miliardi di dollari la guerra di Saddam Hussein all’Iran: lo scopo era far fuori l’avversario sciita ma anche vendicare una testa coronata che era caduta senza che gli americani, alleati storici, intervenissero a salvarla. Poi è venuta la guerra dell’Afghanistan che ha costituito per Riad l’unica vera vittoria di politica estera.
La sconfitta dell’Armata Rossa sovietica da parte dei mujaheddin fu consentita dai petrodollari dei sauditi che imposero l’ortodossia del wahabismo, il pilastro ideologico del regno dei Saud. Il suo fondatore, Mohammed Ibn al Wahab (1702-1792) era un predicatore intransigente che considerava unica e vera religione quella del profeta Maometto e dei “salaf al salih”, gli antenati, da cui viene il termine salafismo. Per Wahab l’unica salvezza è il ritorno all’unicità divina, al “tawhid”, eponimo di movimenti jihadisti.
Tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti miscredenti, quindi vengono proibite dottrine e pratiche del sufismo, dal culto dei santi ai pellegrinaggi non canonici. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. E’ questa l’ideologia che dai Saud è passata anche da Al Qaida e all’Isis.
Ora con la sconfitta del Califfato e le difficoltà belliche in Yemen contro gli Houthi sciiti, i sauditi temono il ritorno dei foreign fighter e qualcuno che metta in discussione la loro legittimità basata sul dogma religioso wahabita. Ma non possono sconfessarlo perché è il fondamento del Regno, quindi indicano l’Iran come Paese estremista e si fanno portatori di un “islam moderato” di cui mai sono stati i portabandiera, al contrario. Basteranno i miliardi di dollari di nuovi progetti a contrabbandare questo falso ideologico? Forse sì, anche perché in Occidente aspettiamo a braccia aperte le loro commesse, vere o presunte, come miraggi nel deserto.
Fonte
Nel discorso del principe Mohammed su Neom c’è un passaggio rivelatore: «Restaureremo una cultura islamica più tollerante come esisteva prima dell’ascesa dell’estremismo iraniano nel 1979». Forse adesso abbiamo capito cosa significa Neom. Gli obiettivi di Mohammed sono due. Cercare nei giovani sauditi – tra i quali qualche milione è disoccupato – un alleato per rafforzare la legittimità di una monarchia assoluta e retrograda e contrastare allo stesso tempo l’establishment religioso che ha già arricciato il naso quando è stato annunciata la patente alle donne.
Ma soprattutto Riad punta a contenere gli ayatollah iraniani, usciti, insieme alla Russia, Assad e agli Hezbollah libanesi, come i veri vincitori della guerra siriana dove l’Arabia Saudita e le litigiose monarchie del Golfo, in competizione tra di loro come il Qatar e i sauditi, avevano appoggiato i jihadisti. L’ennesima sconfitta per i sunniti.
L’immagine di islam moderato che vuole propagandare il principe contrasta con la politica saudita degli ultimi decenni. L’Iran sarà anche una repubblica islamica che ha sostenuto i movimenti sciiti più militanti ma l’Arabia Saudita, proprietà esclusiva di cinquemila principi del sangue, è anche peggio.
Dopo la vittoria della rivoluzione di Khomeini sulla monarchia dello Shah Reza Palhevi, sauditi e monarchie del Golfo avevano finanziato con 50-60 miliardi di dollari la guerra di Saddam Hussein all’Iran: lo scopo era far fuori l’avversario sciita ma anche vendicare una testa coronata che era caduta senza che gli americani, alleati storici, intervenissero a salvarla. Poi è venuta la guerra dell’Afghanistan che ha costituito per Riad l’unica vera vittoria di politica estera.
La sconfitta dell’Armata Rossa sovietica da parte dei mujaheddin fu consentita dai petrodollari dei sauditi che imposero l’ortodossia del wahabismo, il pilastro ideologico del regno dei Saud. Il suo fondatore, Mohammed Ibn al Wahab (1702-1792) era un predicatore intransigente che considerava unica e vera religione quella del profeta Maometto e dei “salaf al salih”, gli antenati, da cui viene il termine salafismo. Per Wahab l’unica salvezza è il ritorno all’unicità divina, al “tawhid”, eponimo di movimenti jihadisti.
Tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti miscredenti, quindi vengono proibite dottrine e pratiche del sufismo, dal culto dei santi ai pellegrinaggi non canonici. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. E’ questa l’ideologia che dai Saud è passata anche da Al Qaida e all’Isis.
Ora con la sconfitta del Califfato e le difficoltà belliche in Yemen contro gli Houthi sciiti, i sauditi temono il ritorno dei foreign fighter e qualcuno che metta in discussione la loro legittimità basata sul dogma religioso wahabita. Ma non possono sconfessarlo perché è il fondamento del Regno, quindi indicano l’Iran come Paese estremista e si fanno portatori di un “islam moderato” di cui mai sono stati i portabandiera, al contrario. Basteranno i miliardi di dollari di nuovi progetti a contrabbandare questo falso ideologico? Forse sì, anche perché in Occidente aspettiamo a braccia aperte le loro commesse, vere o presunte, come miraggi nel deserto.
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28/09/2017
Arabia Saudita - “Vision 2030” la strada é ancora lunga per i diritti delle donne
“Le donne potranno prendere la patente e guidare da giugno 2018” così ha comunicato ieri l’agenzia stampa saudita annunciando la caduta di uno dei tabù storici per le la lotta dei diritti delle saudite. Con un decreto firmato il 26 settembre, re Salman Al Saud, ha finalmente concesso alle donne di poter guidare senza l’accompagnamento del “guardiano”. Scompare definitivamente un divieto nell’ultimo paese al mondo dove era ancora in vigore.
La notizia ha provocato un’ondata di entusiasmo tra i diversi movimenti per i diritti delle donne. L’abolizione del divieto di guida si aggiunge ad un’altra recente conquista. Sabato scorso le saudite sono entrate, per la prima volta, nello stadio Re Fahd di Ryiadh in occasione di uno spettacolo per l’87° festa nazionale della monarchia. Numerose, ovviamente, le limitazioni. Le donne sono state autorizzate ad entrare obbligatoriamente accompagnate da famigliari, uomini e bimbi, in una sezione separata dello stadio, mentre gli uomini soli si sono seduti in un’altra sezione.
Una decisione improvvisa, quella di re Salman, visto che la classe religiosa saudita, secondo il credo wahhabita (visione ultra reazionaria dell’Islam sunnita, ndr), si è da sempre dichiarata contraria a qualsiasi forma di emancipazione femminile. La settimana scorsa un predicatore aveva motivato il proprio sostegno al divieto dichiarando, nell’incredulità della stampa mondiale, che “la donna possiede un quarto del cervello di un uomo”.
Il regno saudita cerca di ridurre alcune restrizioni per le donne nel quadro del piano di sviluppo “Vision 2030”, una serie di riforme in campo economico e sociale, portato avanti dal principe Mohammed Bin Salman, in un’ottica di rinnovamento della monarchia.
Molte, però, sono le battaglie da portare avanti per i diritti delle donne in un paese che dallo scorso maggio è membro della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (UNCSW), l’organismo dell’ONU impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere. Una scelta discutibile vista l’attuale situazione delle donne saudite e, secondo molte ONG, “un’assurdità in contrasto con gli obiettivi e gli ideali della commissione”.
In Arabia Saudita, infatti, le donne, fin dalla nascita, sono affidate alla figura del “guardiano”: inizialmente un maschio della famiglia (padre, fratello), poi il marito. In qualsiasi caso il “guardiano” (wali in arabo) limita le libertà della donna, impedendone di fatto ogni sua emancipazione. Secondo la dottrina wahhabita, la donna non può uscire da sola, è autorizzata ad allontanarsi dalla sua residenza o dalla sua città solo con l’autorizzazione del tutore. Divieti e proibizioni che toccano tutti gli aspetti della quotidianità. Le donne devono obbligatoriamente indossare la abaya (velo nero) senza mostrare il viso o mostrarsi truccate, non possono cambiarsi o provare abiti nei negozi, praticare sport alla vista di altri, andare dal medico senza consenso del wali e limitare qualsiasi tipo di conversazione con un uomo che non sia un parente.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha salutato il decreto di re Salman come “un passo importante nella giusta direzione per i diritti delle donne”. Attualmente la monarchia saudita occupa il 141° posto su 145 riguardo alla libertà delle donne secondo il Report sulla Disparità di Genere 2016 del Forum Economico Mondiale.
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La notizia ha provocato un’ondata di entusiasmo tra i diversi movimenti per i diritti delle donne. L’abolizione del divieto di guida si aggiunge ad un’altra recente conquista. Sabato scorso le saudite sono entrate, per la prima volta, nello stadio Re Fahd di Ryiadh in occasione di uno spettacolo per l’87° festa nazionale della monarchia. Numerose, ovviamente, le limitazioni. Le donne sono state autorizzate ad entrare obbligatoriamente accompagnate da famigliari, uomini e bimbi, in una sezione separata dello stadio, mentre gli uomini soli si sono seduti in un’altra sezione.
Una decisione improvvisa, quella di re Salman, visto che la classe religiosa saudita, secondo il credo wahhabita (visione ultra reazionaria dell’Islam sunnita, ndr), si è da sempre dichiarata contraria a qualsiasi forma di emancipazione femminile. La settimana scorsa un predicatore aveva motivato il proprio sostegno al divieto dichiarando, nell’incredulità della stampa mondiale, che “la donna possiede un quarto del cervello di un uomo”.
Il regno saudita cerca di ridurre alcune restrizioni per le donne nel quadro del piano di sviluppo “Vision 2030”, una serie di riforme in campo economico e sociale, portato avanti dal principe Mohammed Bin Salman, in un’ottica di rinnovamento della monarchia.
Molte, però, sono le battaglie da portare avanti per i diritti delle donne in un paese che dallo scorso maggio è membro della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (UNCSW), l’organismo dell’ONU impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere. Una scelta discutibile vista l’attuale situazione delle donne saudite e, secondo molte ONG, “un’assurdità in contrasto con gli obiettivi e gli ideali della commissione”.
In Arabia Saudita, infatti, le donne, fin dalla nascita, sono affidate alla figura del “guardiano”: inizialmente un maschio della famiglia (padre, fratello), poi il marito. In qualsiasi caso il “guardiano” (wali in arabo) limita le libertà della donna, impedendone di fatto ogni sua emancipazione. Secondo la dottrina wahhabita, la donna non può uscire da sola, è autorizzata ad allontanarsi dalla sua residenza o dalla sua città solo con l’autorizzazione del tutore. Divieti e proibizioni che toccano tutti gli aspetti della quotidianità. Le donne devono obbligatoriamente indossare la abaya (velo nero) senza mostrare il viso o mostrarsi truccate, non possono cambiarsi o provare abiti nei negozi, praticare sport alla vista di altri, andare dal medico senza consenso del wali e limitare qualsiasi tipo di conversazione con un uomo che non sia un parente.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha salutato il decreto di re Salman come “un passo importante nella giusta direzione per i diritti delle donne”. Attualmente la monarchia saudita occupa il 141° posto su 145 riguardo alla libertà delle donne secondo il Report sulla Disparità di Genere 2016 del Forum Economico Mondiale.
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22/08/2017
La lotta al jihadismo la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi
È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud
da Il Sole 24 Ore
L’Isis può perdere la partita in Iraq e in Siria, ma la sua ideologia resiste. Sarebbe una pericolosa illusione pensare che una sconfitta militare del Califfato possa costituire la fine del jihadismo, ideologia che si è diffusa negli ultimi decenni dall’Afghanistan all’Iraq, dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Nordafrica al Sahel fino a penetrare mortalmente in Europa con la propaganda tra i giovani musulmani di seconda generazione che sfrutta l’emarginazione e le spinte al nichilismo, e riempie il vuoto lasciato dalle ideologie novecentesche. Per usare le parole di Olivier Roy, uno dei massimi studiosi del fenomeno, si tratta di un’islamizzazione dell’antagonismo piuttosto che una radicalizzazione dell’Islam storico. Il jihadismo viaggia sul web e galleggia anche sui nostri vuoti di senso. Non finirà presto.
Gli esempi del contrario sono diversi, a partire da al-Qaida, casa madre in Iraq dell’Isis: l’uccisione di Bin Laden in Pakistan nel 2011 non fu la fine del gruppo terroristico come non lo era stata la perdita dei santuari afghani dopo le Torri Gemelle e la guerra del 2001. Le tracce di al-Baghdadi, autoproclamato califfo dato più volte per morto, sono svanite ma nessuno, dopo gli attentati in Spagna, può pensare che la sua scomparsa rappresenterebbe quella dell’Isis.
Sono passati 16 anni dall’inizio della guerra al terrorismo lanciata dagli Usa in Afghanistan e non solo questa non è terminata ma gli stessi americani mostrano una sostanziale indifferenza ai guai che con la guerra del 2003 in Iraq hanno provocato in Medio Oriente, trascinando il terrorismo in Europa. Nel 2014 sono stati a guardare l’ascesa dell’Isis senza fare nulla. Oppure a Washington sono solo realisti: siamo di fronte a problemi e interessi, che non si risolvono con un’amministrazione presidenziale.
Perché i jihadisti continueranno a costituire un problema? I cambiamenti sono continui anche nella galassia jihadista ma di solito ci limitiamo ad analizzarli quando esplodono in casa nostra. Abbiamo sempre parlato di antagonismo tra Isis e al-Qaida, un bipolarismo che finora ci ha fatto comodo per spiegare gli eventi. Ma anche qui c’è una trasformazione. Dal gennaio scorso in Siria si è formato un ampio fronte Hayat Tahrir al-Sham con circa 30mila combattenti che diventerà cruciale in quel governatorato di Idlib che sta diventando la nuova capitale del jihad, a stretto contatto con il confine turco.
Tra poco forse dovremo fare i conti con un jihad diffuso che si affiancherà ai marchi di fabbrica conosciuti dell’Isis e di al-Qaida. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. I candidati sono lo Yemen, dove l’Arabia Saudita non riesce a vincere contro gli Houthi sciiti, la Libia, il Sahel ma anche il Sinai, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, una sorta di “no man’s land” dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.
Il jihadismo non si fermerà domani perché viene da lontano e la sua crescita ci riguarda direttamente. A Damasco si trova la tomba di Ibn Tamiyyah, teologo sunnita morto nel 14° secolo, ispiratore di molti movimenti integralisti contemporanei. È singolare ma significativo che nella Siria di oggi il suo sepolcro sia ridotto a una lapide sbreccata, quasi illeggibile tra l’erba alta e gli sterpi. Questo voluto stato di abbandono, agli occhi dei sunniti, è simbolo evidente dell’empietà del regime di Damasco, una delle tante ragioni profonde per cui i jihadisti anti-Assad vogliono eliminare il clan degli alauiti.
Ma chi ha sostenuto questi movimenti radicali per abbattere Assad, alleato dell’Iran, se non la Turchia, il Qatar, l’Arabia, con l’esplicita approvazione di Usa ed europei? Taymiyya viene citato nei comunicati dei jihadisti per giustificare la guerra santa a sciiti e alauiti, oltre che naturalmente a tutti gli altri miscredenti. Tutto ciò però non sarebbe bastato a fare del jihadismo un’ideologia vincente se non ci fosse stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979.
È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud: tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti ipocriti, eretici o miscredenti. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. È questa l’ideologia di al-Qaida che è poi stata trasferita all’Isis di al-Baghdadi e alla galassia jihadista.
La lotta al jihadismo, dal punto di vista militare, di sicurezza e culturale, la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi, compratori di armi e partner d’affari, che manovrano questi movimenti. Ecco un’altra ragione che alimenterà ancora a lungo il jihadismo. Basta saperlo.
Fonte
da Il Sole 24 Ore
L’Isis può perdere la partita in Iraq e in Siria, ma la sua ideologia resiste. Sarebbe una pericolosa illusione pensare che una sconfitta militare del Califfato possa costituire la fine del jihadismo, ideologia che si è diffusa negli ultimi decenni dall’Afghanistan all’Iraq, dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Nordafrica al Sahel fino a penetrare mortalmente in Europa con la propaganda tra i giovani musulmani di seconda generazione che sfrutta l’emarginazione e le spinte al nichilismo, e riempie il vuoto lasciato dalle ideologie novecentesche. Per usare le parole di Olivier Roy, uno dei massimi studiosi del fenomeno, si tratta di un’islamizzazione dell’antagonismo piuttosto che una radicalizzazione dell’Islam storico. Il jihadismo viaggia sul web e galleggia anche sui nostri vuoti di senso. Non finirà presto.
Gli esempi del contrario sono diversi, a partire da al-Qaida, casa madre in Iraq dell’Isis: l’uccisione di Bin Laden in Pakistan nel 2011 non fu la fine del gruppo terroristico come non lo era stata la perdita dei santuari afghani dopo le Torri Gemelle e la guerra del 2001. Le tracce di al-Baghdadi, autoproclamato califfo dato più volte per morto, sono svanite ma nessuno, dopo gli attentati in Spagna, può pensare che la sua scomparsa rappresenterebbe quella dell’Isis.
Sono passati 16 anni dall’inizio della guerra al terrorismo lanciata dagli Usa in Afghanistan e non solo questa non è terminata ma gli stessi americani mostrano una sostanziale indifferenza ai guai che con la guerra del 2003 in Iraq hanno provocato in Medio Oriente, trascinando il terrorismo in Europa. Nel 2014 sono stati a guardare l’ascesa dell’Isis senza fare nulla. Oppure a Washington sono solo realisti: siamo di fronte a problemi e interessi, che non si risolvono con un’amministrazione presidenziale.
Perché i jihadisti continueranno a costituire un problema? I cambiamenti sono continui anche nella galassia jihadista ma di solito ci limitiamo ad analizzarli quando esplodono in casa nostra. Abbiamo sempre parlato di antagonismo tra Isis e al-Qaida, un bipolarismo che finora ci ha fatto comodo per spiegare gli eventi. Ma anche qui c’è una trasformazione. Dal gennaio scorso in Siria si è formato un ampio fronte Hayat Tahrir al-Sham con circa 30mila combattenti che diventerà cruciale in quel governatorato di Idlib che sta diventando la nuova capitale del jihad, a stretto contatto con il confine turco.
Tra poco forse dovremo fare i conti con un jihad diffuso che si affiancherà ai marchi di fabbrica conosciuti dell’Isis e di al-Qaida. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. I candidati sono lo Yemen, dove l’Arabia Saudita non riesce a vincere contro gli Houthi sciiti, la Libia, il Sahel ma anche il Sinai, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, una sorta di “no man’s land” dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.
Il jihadismo non si fermerà domani perché viene da lontano e la sua crescita ci riguarda direttamente. A Damasco si trova la tomba di Ibn Tamiyyah, teologo sunnita morto nel 14° secolo, ispiratore di molti movimenti integralisti contemporanei. È singolare ma significativo che nella Siria di oggi il suo sepolcro sia ridotto a una lapide sbreccata, quasi illeggibile tra l’erba alta e gli sterpi. Questo voluto stato di abbandono, agli occhi dei sunniti, è simbolo evidente dell’empietà del regime di Damasco, una delle tante ragioni profonde per cui i jihadisti anti-Assad vogliono eliminare il clan degli alauiti.
Ma chi ha sostenuto questi movimenti radicali per abbattere Assad, alleato dell’Iran, se non la Turchia, il Qatar, l’Arabia, con l’esplicita approvazione di Usa ed europei? Taymiyya viene citato nei comunicati dei jihadisti per giustificare la guerra santa a sciiti e alauiti, oltre che naturalmente a tutti gli altri miscredenti. Tutto ciò però non sarebbe bastato a fare del jihadismo un’ideologia vincente se non ci fosse stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979.
È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud: tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti ipocriti, eretici o miscredenti. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. È questa l’ideologia di al-Qaida che è poi stata trasferita all’Isis di al-Baghdadi e alla galassia jihadista.
La lotta al jihadismo, dal punto di vista militare, di sicurezza e culturale, la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi, compratori di armi e partner d’affari, che manovrano questi movimenti. Ecco un’altra ragione che alimenterà ancora a lungo il jihadismo. Basta saperlo.
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20/08/2017
Noam Chomsky: “Continuiamo ad ignorare chi e come ha creato l’Isis”
Si tratta di un'intervista di due anni fa, ma tutt'ora attualissima.
La ‘guerra al terrore’ degli Usa genera terroristi devoti più in fretta di quanto uccida le persone sospette.
La guerra al terrore ha ora assunto la forma di una campagna bellica globale totale. Nel frattempo, le cause reali della nascita e della diffusione di organizzazioni omicide come l’ISIS rimangono opportunamente ignorate.
In seguito al massacro di Parigi in novembre i maggiori paesi occidentali come Francia e Germania si stanno unendo agli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo islamico fondamentalista. Anche la Russia si è affrettata ad entrare nel club, dato che ha le sue proprie paure sulla diffusione del fondamentalismo islamico. Di fatto la Russia sta combattendo la sua personale “guerra al terrore” fin dalla fine del crollo dello stato sovietico. Allo stesso tempo, degli stretti alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, stanno fornendo sostegno diretto o indiretto all’ISIS, ma anche questa realtà viene opportunamente ignorata dalle forze occidentali che combattono il terrorismo internazionale. Soltanto la Russia ha osato di recente etichettare la Turchia “complice del terrorismo,” dopo che quel paese ha abbattuto un aereo da guerra russo per aver presumibilmente violato lo spazio aereo turco. (Per la cronaca, gli aerei da caccia turchi hanno violato per anni lo spazio aereo greco con grande frequenza, per esempio, 2.244 volte, soltanto nel 2014).
Ha un senso la “guerra al terrore”? E’ una politica efficace? E in che cosa è diversa l’attuale fase della “guerra al terrore” dalle due precedenti fasi che si sono svolte durante le amministrazioni di Ronald Reagan e George W. Bush, rispettivamente? Inoltre, chi trae realmente vantaggio dalla “guerra al terrore”? E quale è il collegamento tra il complesso militare-industriale degli Stati Uniti e le guerre? Il critico della politica estera degli Stati Uniti, famoso nel mondo, Noam Chomsky ha offerto la sua opinione a Truthout su questi argomenti in un’intervista esclusiva con C.J. Polychroniou.
C.J. Polychroniou: Grazie, Noam, per questa intervista. Vorrei cominciare sentendo che cosa pensi dei più recenti sviluppi della guerra contro il terrorismo che è una politica risalente agli anni di Reagan e che fu successivamente trasformata in dottrina di “crociata” [Islamofobica] da George W. Bush con un costo semplicemente incalcolabile di vite umane innocenti e con effetti sorprendentemente profondi per la legge internazionale e la pace mondiale. La guerra al terrorismo sta apparentemente entrando in una fase nuova e forse più pericolosa, dato che altri paesi si sono buttati nella mischia con agende politiche e interessi differenti, rispetto a quelli degli Stati Uniti e di alcuni dei loro alleati. Primo, sei d’accordo con la succitata valutazione sull’evoluzione della guerra contro il terrorismo e, se sì, quali saranno probabilmente le conseguenze economiche, sociali e politiche di una guerra permanente al terrore per le società occidentali in particolare?
Noam Chomsky: Le due fasi della “guerra al terrore” sono molto diverse, eccetto che per un aspetto fondamentale. La guerra di Reagan si trasformò molto rapidamente in guerre terroriste omicide, e presumibilmente è il motivo per cui è stata fatta “sparire”. Le sue guerre terroriste ebbero conseguenze orribili per l’America Centrale, l’Africa meridionale e il Medio Oriente. L’America Centrale, il suo obiettivo più diretto, deve ancora riprendersi, una delle principali ragioni dell’attuale crisi di profughi. Lo stesso si può dire della seconda fase, dichiarata di nuovo da George W. Bush 20 anni dopo, nel 2001. L’aggressione diretta ha devastato vaste aree e il terrore ha assunto nuove forme, in particolare la campagna globale di assassinio con i droni, di Obama, che infrange nuovi record negli annali del terrorismo e, come altre azioni simili, probabilmente genera terroristi devoti più in fretta di quanto uccida le persone sospette.
L’obiettivo della guerra di Bush era al-Qaida. Una martellata dopo l’altra – Afghanistan, Iraq, Libya e oltre – è riuscito a diffondere il terrore jihadista da una piccola area tribale in Afghanistan a, praticamente, tutto il mondo, dall’Africa Occidentale e, attraverso il Levante fino all’Asia sudorientale. Uno dei grandi trionfi politici della storia. Nel frattempo, al-Qaida è stata rimossa da elementi molto più feroci e distruttivi. Attualmente, l’ISIS (ISIL – Stato Islamico) ha il record di mostruosa brutalità, ma altri “pretendenti” al titolo non sono molto indietro. La dinamica che risale a molti anni fa, è stata studiata in un’importante opera dall’analista militare Andrew Cockburn, nel suo libro Kill Chain. Documenta come, quando si uccide un leader senza occuparsi delle radici e delle cause del fenomeno, viene di solito sostituito molto rapidamente da qualcuno più giovane, più competente e più violento.
Una conseguenza di queste conquiste è che l’opinione pubblica mondiale considera con largo margine, gli Stati Uniti come la maggior minaccia alla pace. Molto indietro, al secondo posto c’è il Pakistan, posizione presumibilmente ingrandita dal voto in India. Ulteriori successi del genere già registrato potrebbero creare anche una più vasta guerra con un mondo musulmano infiammato, mentre le società occidentali si assoggettano a repressione interna, alla riduzione dei diritti civili e gemono sotto il peso di enormi spese, realizzando i sogni più folli di Osama bin Laden e quelli attuali dell’ISIS.
Nella discussione politica che ruota attorno alla “guerra al terrore”, la differenza tra operazioni dichiarate e quelle segrete non è certo sparita. Nel frattempo l’identificazione dei gruppi terroristi e la scelta dei protagonisti o degli stati che appoggiano il terrorismo non soltanto sembra essere totalmente arbitraria, ma in alcuni casi anche i colpevoli identificati hanno sollevato il dubbio se la “guerra al terrore” sia di fatto una vera guerra contro il terrorismo o se sia una copertura per giustificare delle politiche di conquista globale. Per esempio, mentre al-Qaida e l’ISIS sono organizzazioni innegabilmente terroriste e assassine, il fatto che alleati degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita e il Qatar e perfino nazioni che sono membri della NATO, come la Turchia, abbiano di fatto appoggiato l’ISIS, è o ignorato o seriamente minimizzato sia dai decisori politici statunitensi che dai media convenzionali. Ha dei commenti da fare su questo argomento?
Lo stesso si poteva dire delle versioni di Reagan e di Bush della “guerra al terrore”. Per Reagan è stata il pretesto per intervenire in America Centrale per quella che il Vescovo del Salvador, Rivera y Damas, succeduto all’Arcivescovo Oscar Romero che fu assassinato, definì “una guerra di sterminio e genocidio contro una popolazione civile indifesa.” E’ stato anche peggio in Guatemala, piuttosto orribile in Honduras. Il Nicaragua era l’unico paese che aveva un esercito che lo difese dai terroristi di Reagan; negli altri paesi le forze di sicurezza erano i terroristi.
In Sudafrica, la “guerra al terrore” fornì il pretesto per appoggiare i crimini razzisti sudafricani in patria e nella regione, con un costo orrendo di vite umane. Dopo tutto, dovevamo difendere la civiltà da “uno dei più famigerati gruppi terroristi” del mondo, il Congresso Nazionale Africano di Nelson Mandela. Lui stesso rimase sulla lista americana dei terroristi fino al 2008. In Medio Oriente, l’idea della “guerra al terrore” portò all’appoggio all’invasione omicida del Libano da parte di Israele, e a molto altro. Con Bush, fornì il pretesto per invadere l’Iraq. E continua così.
Quello che sta accadendo in Siria sfugge alla descrizione. Le principali forze di terra che si oppongono all’ISIS sembra che siano i Curdi, proprio come in Iraq, dove sono sulla lista statunitense dei terroristi. In entrambi i paesi, sono l’obiettivo primario dell’assalto del nostro alleato, la Turchia che sta appoggiando anche il gruppo affiliato di al-Qaida in Siria, il Fronte al-Nusra che sembra poco diverso dall’ISIS, sebbene siano in guerra per il territorio. L’appoggio turco per al-Nusra è così estremo, che quando il Pentagono inviò varie dozzine di combattenti che aveva addestrato, sembra che la Turchia abbia allertato al Nusra che istantaneamente li sterminò. Al-Nusra e Ahrar al-Sham suo stretto alleato, sono appoggiati dagli alleati degli Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar e, sembra, potrebbero ricevere armi moderne dalla CIA. Hanno riferito che hanno usato missili TOW anti carro, forniti dalla CIA per infliggere gravi sconfitte all’esercito di Assad, probabilmente spingendo i Russi a intervenire. La Turchia sembra che continui a permettere agli jihadisti di affluire attraverso il confine verso l’ISIS.
L’Arabia Saudita in particolare è stata un’importante sostenitrice del movimenti estremisti jihadisti per anni, non soltanto per finanziarli, ma anche per diffondere le sue radicali dottrine Wahhbite islamiste con le scuole coraniche, le moschee e gli ecclesiastici. Con non poca giustizia, Patrick Cockburn descrive la “Wahhabizzazione” dell’Islam sunnita come uno degli sviluppi più pericolosi dell’epoca. L’Arabia Saudita e gli Emirati hanno enormi forze militari moderne, ma sono a malapena impegnati nella guerra contro l’ISIS. Operano in Yemen dove stanno creando una considerevole catastrofe umanitaria e molto probabilmente, come prima, stanno generando terroristi futuri per farli diventare nostri obiettivi nella nostra “guerra al terrore.” Nel frattempo, la regione e la sua gente continuano a essere devastati.
Per la Siria l’unica esile speranza sembra che siano i negoziati tra i molti elementi coinvolti, escluso l’ISIS. Tra questi ci sono persone realmente orribili, come il presidente siriano Bashar al-Assad che non commetteranno volentieri un suicidio, e così dovranno essere coinvolti in negoziati se la spirale verso il suicidio nazionale non dovesse continuare. Finalmente si fanno dei passi, anche se esitanti, a Vienna. Ci sono altre cose che si possono fare sul terreno, ma uno spostamento verso la diplomazia è essenziale.
Il ruolo della Turchia nella cosiddetta guerra globale contro il terrorismo deve essere considerato come uno degli atti più ipocriti nei moderni annali della diplomazia; Putin non ha moderato le parole in seguito all’abbattimento dell’aereo da caccia russo, etichettando la Turchia “complice dei terroristi.” Il petrolio è il motivo per il quale gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali consapevolmente ignorano l’appoggio di certe nazioni del Golfo alle organizzazioni terroriste come l’ISIS, ma quale è il motivo di evitare di contestare l’appoggio della Turchia al terrorismo fondamentalista islamico?
La Turchia è sempre stata un importante alleato della NATO, di grande importanza geostrategica. Nel corso di tutti gli anni ’90, quando la Turchia stava compiendo alcune delle peggiori atrocità nella sua guerra contro la popolazione curda, divenne la massima beneficiaria delle armi statunitensi (al di fuori di Israele ed Egitto, una categoria separata). Il rapporto è stato teso, di tanto in tanto, soprattutto nel 2003 quando il governo adottò la posizione del 95% della popolazione e si rifiutò di partecipare all’attacco degli Stati Uniti all’Iraq.
La Turchia fu aspramente condannata per non essere riuscita a comprendere il significato di “democrazia.” Paul Wolfowitz che i media salutarono come “l’idealista principale” dell’amministrazione Bush, rimproverò le forze armate turche per aver permesso al governo di perseguire questo corso sconvolgente, e chiese che si scusassero. In generale, però, il rapporto restò piuttosto stretto. Di recente gli Stati Uniti e la Turchia hanno raggiunto un accordo sulla guerra contro l’ISIS: la Turchia ha garantito l’accesso alle basi turche vicine alla Siria, e in cambio ha promesso di attaccare l’ISIS – ma invece ha attaccato i suoi nemici curdi.
Mentre questa potrebbe non essere un’opinione gradita a molte persone, la Russia, al contrario degli Stati Uniti sembra “misurata” quando si tratta dell’uso della forza. Supponendo che tu sia d’accordo con questa ipotesi, perché pensi che le cose stanno così?
Sono la parte più debole. Non hanno 800 basi militari in tutto il mondo, non potrebbero verosimilmente intervenire dovunque nel modo in cui gli Stati Uniti lo hanno fatto nel corso degli anni o fare qualcosa di simile alla campagna di assassinio di Obama. Lo stesso è avvenuto durante tutta la Guerra Fredda. Poterono usare la forza militare vicino ai loro confini, ma non poterono intraprendere nulla di simile alle guerre in Indocina, per esempio.
La Francia sembra essere diventata un obiettivo preferito dei terroristi fondamentalisti islamici. Quale è la spiegazione di questo?
In realtà sono molti di più gli Africani uccisi dal terrorismo islamico. Infatti Boko Haram è classificato più in alto rispetto all’ISIS come organizzazione terrorista globale. In Europa, la Francia è stata l’obiettivo più importante, in gran parte per motivi che risalgono alla guerra di Algeria.
Il terrorismo fondamentalista islamico del genere promosso dall’ISIS è stato condannato da organizzazioni come Hamas ed Hezbollah. Che cosa differenzia l’ISIS da altre cosiddette organizzazioni terroriste, e che cosa vuole realmente l’ISIS?
Dobbiamo stare attenti a ciò che chiamiamo “organizzazioni terroriste.” I partigiani anti-nazisti usarono il terrore. E lo ha usato anche l’esercito di George Washington a tal punto che una gran parte della popolazione scappò per la paura del suo terrore – per non parlare della comunità indigena, secondo la quale Washington era “il distruttore della città.” E’ difficile trovare un movimento nazionale di liberazione che non abbia usato il terrore. Hezbollah e Hamas si sono formate in reazione all’occupazione e aggressione di Israele. Ma qualsiasi criterio usiamo, l’ISIS è molto diversa. Sta cercando di ritagliarsi un territorio che governerà e di istituire un califfato islamico. E’ molto diverso dagli altri movimenti.
In seguito al massacro di Parigi del novembre 2015, durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente francese, Hollande, Obama ha dichiarato che “l’ISIS deve essere distrutta”. Pensa che sia possibile farlo? Se sì, come? Se no, perché?
Naturalmente l’Occidente ha la capacità di massacrare tutti nelle zone controllate dall’ISIS, ma anche questo non distruggerebbe l’ISIS – o, molto probabilmente qualche altro movimento brutale che si dovesse sviluppare al suo posto con la dinamica che ho citato prima. Uno scopo dell’ISIS è di trascinare i “crociati” in una guerra con tutti i musulmani. Possiamo contribuire a questa catastrofe, oppure possiamo tentare di affrontare le radici del problema e di contribuire a stabilire le condizioni in cui la mostruosità dell’ISIS sarà vinta da forze all’interno della regione.
L’intervento straniero è stata una maledizione per molto tempo ed è probabile che continui ad esserlo. Ci sono proposte sensate su come procedere su questa linea, per esempio quella fatta da William Polk, un raffinato studioso di Medio Oriente con una ricca esperienza non soltanto nella regione, ma anche ai più alti livelli della pianificazione del governo statunitense. Tale proposta ha un considerevole appoggio dalle indagini più attente dell’attrattiva dell’ISIS, specialmente quelle svolte [dall’antropologo] Scott Atran. Sfortunatamente, le possibilità che quel consiglio sarà ascoltato sono scarse.
L’economia politica bellica statunitense sembra essere strutturata in modo tale da apparire che sia quasi inevitabile, una cosa di cui il Presidente Dwight Eisenhower sembrava fosse consapevole, quando ci avvertì, nel suo discorso di commiato, dei pericoli del complesso militare-industriale. Secondo te, che cosa ci vorrà per far allontanare gli Stati Uniti dallo sciovinismo militaristico?
E’ piuttosto vero che i settori dell’economia traggono vantaggio dallo “sciovinismo militaristico”, ma non penso che questa sia la causa principale. Ci sono considerazioni internazionali geostrategiche ed economiche di grande importanza.
I benefici economici – sono soltanto un fattore – sono stati discussi sui giornali di economia in modi interessanti all’inizio del periodo seguito alla II Guerra mondiale.
Capirono che le massicce spese fatta dal governo avevano salvato il paese dalla Depressione e che c’era grande preoccupazione che se le spesa pubblica fosse stata ridotta, il paese sarebbe ricaduto nella Depressione. Una discussione istruttiva, sulla rivista Business Week (12 febbraio 1949), ha riconosciuto che la spesa sociale potrebbe avere lo stesso effetto di “politiche di intervento” della spesa militare, ma ha fatto notare che, secondo gli uomini di affari, “c’è una grandissima differenza tra le politiche di intervento in campo sociale e quelle in campo militare.” Le seconde “non alterano realmente la strutture dell’economia.” Per l’uomo d’affari, è soltanto un altro ordine, ma la spesa per i sussidi pubblici e le opere pubbliche “altera davvero l’economia. Crea nuovi canali propri. Crea nuove istituzioni. Redistribuisce il reddito.” E possiamo aggiungere altro. Le spese militari coinvolgono scarsamente il pubblico, ma la spese sociali sì, e hanno un effetto democratizzante. Per ragioni analoghe a queste, si preferiscono molto di più le spese militari.
Sempre riguardo a questo problema sul collegamento tra la cultura politica statunitense, l’apparente declino della supremazia americana nell’arena globale è più o meno probabile che trasformi i futuri presidenti degli Stati Uniti in guerrafondai?
Gli Stati Uniti raggiunsero il picco del loro potere dopo la II Guerra Mondiale, ma il declino arrivò molto presto con la “perdita della Cina” (quando la Cina divenne comunista) e in seguito con una rinascita delle potenze industriali e il corso agonizzante della decolonizzazione e, in anni più recenti, con altre forme di diversificazione del potere. Le reazioni potevano assumere varie forme. Una è quella del trionfalismo e dell’aggressività in stile Bush. Un’altra è la ritrosia in stile Obama di usare le forze di terra. E ci sono molte altre possibilità. L’umore popolare non è di scarsa importanza ed è un aspetto sul quale possiamo sperare di avere influenza.
La Sinistra dovrebbe appoggiare Ben Sanders quando si affilia al gruppo parlamentare del Partito Democratico?
Penso di sì. La sua campagna ha avuto un effetto salutare. Ha sollevato importanti problemi che sono altrimenti evitati e ha spostato leggermente i Democratici in direzione progressista. Le probabilità che possa essere eletto nel nostro sistema di elezioni comprate non sono molto alte, e se lo fosse sarebbe estremamente difficile per lui effettuare qualsiasi significativo cambiamento di politiche. I Repubblicani non spariranno, e grazie ai brogli e ad altre tattiche è probabile che controllino almeno la Camera come hanno fatto per alcuni anni con una minoranza di voti, ed è probabile che abbiano una voce forte al Senato. Si può contare sul fatto che i Repubblicani bloccheranno anche piccoli passai fatti in una direzione progressista – o peraltro, anche razionale. E’ importante riconoscere che non sono più un partito politico normale.
Come hanno osservato dei rispettabili analisti dell’American Enterprise Institute, di indirizzo conservatore, l’ex Partito [Repubblicano] è ora “un’insorgenza radicale” che ha abbastanza abbandonato la politica parlamentare per motivi interessanti dei quali qui non possiamo discutere. Anche i Democratici si sono spostati a destra e i loro elementi fondamentali non sono diversi dai Repubblicani moderati degli scorsi anni – sebbene alcune delle politiche di Eisenhower lo metterebbero più o meno dove Sanders si trova, sullo spettro politico.
Sanders, perciò, è improbabile che avrebbe molto sostegno da parte del Congresso, e poco a livello statale.
Inutile dire che le orde di lobbisti e di ricchi donatori non sarebbero certo alleati. Perfino i passi occasionali di Obama in una direzione progressista sono stati per lo più bloccati, anche se ci possono essere altri fattori, forse il razzismo; non è facile spiegare la ferocia dell’odio che ha evocato in altri termini. In generale, però, nell’improbabile caso che Sanders venga eletto, le sue mani sarebbero legate, a meno che non succeda quello che alla fine è sempre importante: a meno che non si sviluppino dei movimenti popolari, creando un’onda che potrebbe cavalcare e che potrebbe (e dovrebbe) spingerlo più oltre di dove altrimenti andrebbe.
Questo ci porta, credo, alla parte più importante della candidatura di Sanders. Ha mobilitato un enorme numero di persone. Se quelle forze possono essere sostenute anche dopo l’elezione, invece di farle affievolire una volta che lo spettacolo è finito, potrebbero diventare il tipo di forza popolare di cui il paese ha proprio bisognose deve occuparsi in modo costruttivo delle enormi sfide che arriveranno.
Le suddette osservazioni si riferiscono alla politica interna, alle aree su cui Sanders si è concentrato. Le sue concezioni e proposte di politica estera mi sembrano piuttosto convenzionalmente liberal democratiche. Non viene proposto nulla di particolarmente nuovo, per quanto possa vedere, comprese alcune supposizioni che penso dovrebbero essere seriamente messe in discussione.
Un’ultima domanda. Che cosa dice a coloro che sostengono l’idea che porre fine alla “guerra al terrore” è ingenuo e sbagliato?
Semplice: perché? E una domanda più importante? Perché pensate che gli Stati Uniti dovrebbero continuare a dare un contributo importante al terrorismo globale, mascherato da “guerra al terrore”?
da http://znetitaly.altervista.org
Traduzione a cura di Maria Chiara Starace per ZNET Italy
Fonte
*****
La ‘guerra al terrore’ degli Usa genera terroristi devoti più in fretta di quanto uccida le persone sospette.
La guerra al terrore ha ora assunto la forma di una campagna bellica globale totale. Nel frattempo, le cause reali della nascita e della diffusione di organizzazioni omicide come l’ISIS rimangono opportunamente ignorate.
In seguito al massacro di Parigi in novembre i maggiori paesi occidentali come Francia e Germania si stanno unendo agli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo islamico fondamentalista. Anche la Russia si è affrettata ad entrare nel club, dato che ha le sue proprie paure sulla diffusione del fondamentalismo islamico. Di fatto la Russia sta combattendo la sua personale “guerra al terrore” fin dalla fine del crollo dello stato sovietico. Allo stesso tempo, degli stretti alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, stanno fornendo sostegno diretto o indiretto all’ISIS, ma anche questa realtà viene opportunamente ignorata dalle forze occidentali che combattono il terrorismo internazionale. Soltanto la Russia ha osato di recente etichettare la Turchia “complice del terrorismo,” dopo che quel paese ha abbattuto un aereo da guerra russo per aver presumibilmente violato lo spazio aereo turco. (Per la cronaca, gli aerei da caccia turchi hanno violato per anni lo spazio aereo greco con grande frequenza, per esempio, 2.244 volte, soltanto nel 2014).
Ha un senso la “guerra al terrore”? E’ una politica efficace? E in che cosa è diversa l’attuale fase della “guerra al terrore” dalle due precedenti fasi che si sono svolte durante le amministrazioni di Ronald Reagan e George W. Bush, rispettivamente? Inoltre, chi trae realmente vantaggio dalla “guerra al terrore”? E quale è il collegamento tra il complesso militare-industriale degli Stati Uniti e le guerre? Il critico della politica estera degli Stati Uniti, famoso nel mondo, Noam Chomsky ha offerto la sua opinione a Truthout su questi argomenti in un’intervista esclusiva con C.J. Polychroniou.
C.J. Polychroniou: Grazie, Noam, per questa intervista. Vorrei cominciare sentendo che cosa pensi dei più recenti sviluppi della guerra contro il terrorismo che è una politica risalente agli anni di Reagan e che fu successivamente trasformata in dottrina di “crociata” [Islamofobica] da George W. Bush con un costo semplicemente incalcolabile di vite umane innocenti e con effetti sorprendentemente profondi per la legge internazionale e la pace mondiale. La guerra al terrorismo sta apparentemente entrando in una fase nuova e forse più pericolosa, dato che altri paesi si sono buttati nella mischia con agende politiche e interessi differenti, rispetto a quelli degli Stati Uniti e di alcuni dei loro alleati. Primo, sei d’accordo con la succitata valutazione sull’evoluzione della guerra contro il terrorismo e, se sì, quali saranno probabilmente le conseguenze economiche, sociali e politiche di una guerra permanente al terrore per le società occidentali in particolare?
Noam Chomsky: Le due fasi della “guerra al terrore” sono molto diverse, eccetto che per un aspetto fondamentale. La guerra di Reagan si trasformò molto rapidamente in guerre terroriste omicide, e presumibilmente è il motivo per cui è stata fatta “sparire”. Le sue guerre terroriste ebbero conseguenze orribili per l’America Centrale, l’Africa meridionale e il Medio Oriente. L’America Centrale, il suo obiettivo più diretto, deve ancora riprendersi, una delle principali ragioni dell’attuale crisi di profughi. Lo stesso si può dire della seconda fase, dichiarata di nuovo da George W. Bush 20 anni dopo, nel 2001. L’aggressione diretta ha devastato vaste aree e il terrore ha assunto nuove forme, in particolare la campagna globale di assassinio con i droni, di Obama, che infrange nuovi record negli annali del terrorismo e, come altre azioni simili, probabilmente genera terroristi devoti più in fretta di quanto uccida le persone sospette.
L’obiettivo della guerra di Bush era al-Qaida. Una martellata dopo l’altra – Afghanistan, Iraq, Libya e oltre – è riuscito a diffondere il terrore jihadista da una piccola area tribale in Afghanistan a, praticamente, tutto il mondo, dall’Africa Occidentale e, attraverso il Levante fino all’Asia sudorientale. Uno dei grandi trionfi politici della storia. Nel frattempo, al-Qaida è stata rimossa da elementi molto più feroci e distruttivi. Attualmente, l’ISIS (ISIL – Stato Islamico) ha il record di mostruosa brutalità, ma altri “pretendenti” al titolo non sono molto indietro. La dinamica che risale a molti anni fa, è stata studiata in un’importante opera dall’analista militare Andrew Cockburn, nel suo libro Kill Chain. Documenta come, quando si uccide un leader senza occuparsi delle radici e delle cause del fenomeno, viene di solito sostituito molto rapidamente da qualcuno più giovane, più competente e più violento.
Una conseguenza di queste conquiste è che l’opinione pubblica mondiale considera con largo margine, gli Stati Uniti come la maggior minaccia alla pace. Molto indietro, al secondo posto c’è il Pakistan, posizione presumibilmente ingrandita dal voto in India. Ulteriori successi del genere già registrato potrebbero creare anche una più vasta guerra con un mondo musulmano infiammato, mentre le società occidentali si assoggettano a repressione interna, alla riduzione dei diritti civili e gemono sotto il peso di enormi spese, realizzando i sogni più folli di Osama bin Laden e quelli attuali dell’ISIS.
Nella discussione politica che ruota attorno alla “guerra al terrore”, la differenza tra operazioni dichiarate e quelle segrete non è certo sparita. Nel frattempo l’identificazione dei gruppi terroristi e la scelta dei protagonisti o degli stati che appoggiano il terrorismo non soltanto sembra essere totalmente arbitraria, ma in alcuni casi anche i colpevoli identificati hanno sollevato il dubbio se la “guerra al terrore” sia di fatto una vera guerra contro il terrorismo o se sia una copertura per giustificare delle politiche di conquista globale. Per esempio, mentre al-Qaida e l’ISIS sono organizzazioni innegabilmente terroriste e assassine, il fatto che alleati degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita e il Qatar e perfino nazioni che sono membri della NATO, come la Turchia, abbiano di fatto appoggiato l’ISIS, è o ignorato o seriamente minimizzato sia dai decisori politici statunitensi che dai media convenzionali. Ha dei commenti da fare su questo argomento?
Lo stesso si poteva dire delle versioni di Reagan e di Bush della “guerra al terrore”. Per Reagan è stata il pretesto per intervenire in America Centrale per quella che il Vescovo del Salvador, Rivera y Damas, succeduto all’Arcivescovo Oscar Romero che fu assassinato, definì “una guerra di sterminio e genocidio contro una popolazione civile indifesa.” E’ stato anche peggio in Guatemala, piuttosto orribile in Honduras. Il Nicaragua era l’unico paese che aveva un esercito che lo difese dai terroristi di Reagan; negli altri paesi le forze di sicurezza erano i terroristi.
In Sudafrica, la “guerra al terrore” fornì il pretesto per appoggiare i crimini razzisti sudafricani in patria e nella regione, con un costo orrendo di vite umane. Dopo tutto, dovevamo difendere la civiltà da “uno dei più famigerati gruppi terroristi” del mondo, il Congresso Nazionale Africano di Nelson Mandela. Lui stesso rimase sulla lista americana dei terroristi fino al 2008. In Medio Oriente, l’idea della “guerra al terrore” portò all’appoggio all’invasione omicida del Libano da parte di Israele, e a molto altro. Con Bush, fornì il pretesto per invadere l’Iraq. E continua così.
Quello che sta accadendo in Siria sfugge alla descrizione. Le principali forze di terra che si oppongono all’ISIS sembra che siano i Curdi, proprio come in Iraq, dove sono sulla lista statunitense dei terroristi. In entrambi i paesi, sono l’obiettivo primario dell’assalto del nostro alleato, la Turchia che sta appoggiando anche il gruppo affiliato di al-Qaida in Siria, il Fronte al-Nusra che sembra poco diverso dall’ISIS, sebbene siano in guerra per il territorio. L’appoggio turco per al-Nusra è così estremo, che quando il Pentagono inviò varie dozzine di combattenti che aveva addestrato, sembra che la Turchia abbia allertato al Nusra che istantaneamente li sterminò. Al-Nusra e Ahrar al-Sham suo stretto alleato, sono appoggiati dagli alleati degli Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar e, sembra, potrebbero ricevere armi moderne dalla CIA. Hanno riferito che hanno usato missili TOW anti carro, forniti dalla CIA per infliggere gravi sconfitte all’esercito di Assad, probabilmente spingendo i Russi a intervenire. La Turchia sembra che continui a permettere agli jihadisti di affluire attraverso il confine verso l’ISIS.
L’Arabia Saudita in particolare è stata un’importante sostenitrice del movimenti estremisti jihadisti per anni, non soltanto per finanziarli, ma anche per diffondere le sue radicali dottrine Wahhbite islamiste con le scuole coraniche, le moschee e gli ecclesiastici. Con non poca giustizia, Patrick Cockburn descrive la “Wahhabizzazione” dell’Islam sunnita come uno degli sviluppi più pericolosi dell’epoca. L’Arabia Saudita e gli Emirati hanno enormi forze militari moderne, ma sono a malapena impegnati nella guerra contro l’ISIS. Operano in Yemen dove stanno creando una considerevole catastrofe umanitaria e molto probabilmente, come prima, stanno generando terroristi futuri per farli diventare nostri obiettivi nella nostra “guerra al terrore.” Nel frattempo, la regione e la sua gente continuano a essere devastati.
Per la Siria l’unica esile speranza sembra che siano i negoziati tra i molti elementi coinvolti, escluso l’ISIS. Tra questi ci sono persone realmente orribili, come il presidente siriano Bashar al-Assad che non commetteranno volentieri un suicidio, e così dovranno essere coinvolti in negoziati se la spirale verso il suicidio nazionale non dovesse continuare. Finalmente si fanno dei passi, anche se esitanti, a Vienna. Ci sono altre cose che si possono fare sul terreno, ma uno spostamento verso la diplomazia è essenziale.
Il ruolo della Turchia nella cosiddetta guerra globale contro il terrorismo deve essere considerato come uno degli atti più ipocriti nei moderni annali della diplomazia; Putin non ha moderato le parole in seguito all’abbattimento dell’aereo da caccia russo, etichettando la Turchia “complice dei terroristi.” Il petrolio è il motivo per il quale gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali consapevolmente ignorano l’appoggio di certe nazioni del Golfo alle organizzazioni terroriste come l’ISIS, ma quale è il motivo di evitare di contestare l’appoggio della Turchia al terrorismo fondamentalista islamico?
La Turchia è sempre stata un importante alleato della NATO, di grande importanza geostrategica. Nel corso di tutti gli anni ’90, quando la Turchia stava compiendo alcune delle peggiori atrocità nella sua guerra contro la popolazione curda, divenne la massima beneficiaria delle armi statunitensi (al di fuori di Israele ed Egitto, una categoria separata). Il rapporto è stato teso, di tanto in tanto, soprattutto nel 2003 quando il governo adottò la posizione del 95% della popolazione e si rifiutò di partecipare all’attacco degli Stati Uniti all’Iraq.
La Turchia fu aspramente condannata per non essere riuscita a comprendere il significato di “democrazia.” Paul Wolfowitz che i media salutarono come “l’idealista principale” dell’amministrazione Bush, rimproverò le forze armate turche per aver permesso al governo di perseguire questo corso sconvolgente, e chiese che si scusassero. In generale, però, il rapporto restò piuttosto stretto. Di recente gli Stati Uniti e la Turchia hanno raggiunto un accordo sulla guerra contro l’ISIS: la Turchia ha garantito l’accesso alle basi turche vicine alla Siria, e in cambio ha promesso di attaccare l’ISIS – ma invece ha attaccato i suoi nemici curdi.
Mentre questa potrebbe non essere un’opinione gradita a molte persone, la Russia, al contrario degli Stati Uniti sembra “misurata” quando si tratta dell’uso della forza. Supponendo che tu sia d’accordo con questa ipotesi, perché pensi che le cose stanno così?
Sono la parte più debole. Non hanno 800 basi militari in tutto il mondo, non potrebbero verosimilmente intervenire dovunque nel modo in cui gli Stati Uniti lo hanno fatto nel corso degli anni o fare qualcosa di simile alla campagna di assassinio di Obama. Lo stesso è avvenuto durante tutta la Guerra Fredda. Poterono usare la forza militare vicino ai loro confini, ma non poterono intraprendere nulla di simile alle guerre in Indocina, per esempio.
La Francia sembra essere diventata un obiettivo preferito dei terroristi fondamentalisti islamici. Quale è la spiegazione di questo?
In realtà sono molti di più gli Africani uccisi dal terrorismo islamico. Infatti Boko Haram è classificato più in alto rispetto all’ISIS come organizzazione terrorista globale. In Europa, la Francia è stata l’obiettivo più importante, in gran parte per motivi che risalgono alla guerra di Algeria.
Il terrorismo fondamentalista islamico del genere promosso dall’ISIS è stato condannato da organizzazioni come Hamas ed Hezbollah. Che cosa differenzia l’ISIS da altre cosiddette organizzazioni terroriste, e che cosa vuole realmente l’ISIS?
Dobbiamo stare attenti a ciò che chiamiamo “organizzazioni terroriste.” I partigiani anti-nazisti usarono il terrore. E lo ha usato anche l’esercito di George Washington a tal punto che una gran parte della popolazione scappò per la paura del suo terrore – per non parlare della comunità indigena, secondo la quale Washington era “il distruttore della città.” E’ difficile trovare un movimento nazionale di liberazione che non abbia usato il terrore. Hezbollah e Hamas si sono formate in reazione all’occupazione e aggressione di Israele. Ma qualsiasi criterio usiamo, l’ISIS è molto diversa. Sta cercando di ritagliarsi un territorio che governerà e di istituire un califfato islamico. E’ molto diverso dagli altri movimenti.
In seguito al massacro di Parigi del novembre 2015, durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente francese, Hollande, Obama ha dichiarato che “l’ISIS deve essere distrutta”. Pensa che sia possibile farlo? Se sì, come? Se no, perché?
Naturalmente l’Occidente ha la capacità di massacrare tutti nelle zone controllate dall’ISIS, ma anche questo non distruggerebbe l’ISIS – o, molto probabilmente qualche altro movimento brutale che si dovesse sviluppare al suo posto con la dinamica che ho citato prima. Uno scopo dell’ISIS è di trascinare i “crociati” in una guerra con tutti i musulmani. Possiamo contribuire a questa catastrofe, oppure possiamo tentare di affrontare le radici del problema e di contribuire a stabilire le condizioni in cui la mostruosità dell’ISIS sarà vinta da forze all’interno della regione.
L’intervento straniero è stata una maledizione per molto tempo ed è probabile che continui ad esserlo. Ci sono proposte sensate su come procedere su questa linea, per esempio quella fatta da William Polk, un raffinato studioso di Medio Oriente con una ricca esperienza non soltanto nella regione, ma anche ai più alti livelli della pianificazione del governo statunitense. Tale proposta ha un considerevole appoggio dalle indagini più attente dell’attrattiva dell’ISIS, specialmente quelle svolte [dall’antropologo] Scott Atran. Sfortunatamente, le possibilità che quel consiglio sarà ascoltato sono scarse.
L’economia politica bellica statunitense sembra essere strutturata in modo tale da apparire che sia quasi inevitabile, una cosa di cui il Presidente Dwight Eisenhower sembrava fosse consapevole, quando ci avvertì, nel suo discorso di commiato, dei pericoli del complesso militare-industriale. Secondo te, che cosa ci vorrà per far allontanare gli Stati Uniti dallo sciovinismo militaristico?
E’ piuttosto vero che i settori dell’economia traggono vantaggio dallo “sciovinismo militaristico”, ma non penso che questa sia la causa principale. Ci sono considerazioni internazionali geostrategiche ed economiche di grande importanza.
I benefici economici – sono soltanto un fattore – sono stati discussi sui giornali di economia in modi interessanti all’inizio del periodo seguito alla II Guerra mondiale.
Capirono che le massicce spese fatta dal governo avevano salvato il paese dalla Depressione e che c’era grande preoccupazione che se le spesa pubblica fosse stata ridotta, il paese sarebbe ricaduto nella Depressione. Una discussione istruttiva, sulla rivista Business Week (12 febbraio 1949), ha riconosciuto che la spesa sociale potrebbe avere lo stesso effetto di “politiche di intervento” della spesa militare, ma ha fatto notare che, secondo gli uomini di affari, “c’è una grandissima differenza tra le politiche di intervento in campo sociale e quelle in campo militare.” Le seconde “non alterano realmente la strutture dell’economia.” Per l’uomo d’affari, è soltanto un altro ordine, ma la spesa per i sussidi pubblici e le opere pubbliche “altera davvero l’economia. Crea nuovi canali propri. Crea nuove istituzioni. Redistribuisce il reddito.” E possiamo aggiungere altro. Le spese militari coinvolgono scarsamente il pubblico, ma la spese sociali sì, e hanno un effetto democratizzante. Per ragioni analoghe a queste, si preferiscono molto di più le spese militari.
Sempre riguardo a questo problema sul collegamento tra la cultura politica statunitense, l’apparente declino della supremazia americana nell’arena globale è più o meno probabile che trasformi i futuri presidenti degli Stati Uniti in guerrafondai?
Gli Stati Uniti raggiunsero il picco del loro potere dopo la II Guerra Mondiale, ma il declino arrivò molto presto con la “perdita della Cina” (quando la Cina divenne comunista) e in seguito con una rinascita delle potenze industriali e il corso agonizzante della decolonizzazione e, in anni più recenti, con altre forme di diversificazione del potere. Le reazioni potevano assumere varie forme. Una è quella del trionfalismo e dell’aggressività in stile Bush. Un’altra è la ritrosia in stile Obama di usare le forze di terra. E ci sono molte altre possibilità. L’umore popolare non è di scarsa importanza ed è un aspetto sul quale possiamo sperare di avere influenza.
La Sinistra dovrebbe appoggiare Ben Sanders quando si affilia al gruppo parlamentare del Partito Democratico?
Penso di sì. La sua campagna ha avuto un effetto salutare. Ha sollevato importanti problemi che sono altrimenti evitati e ha spostato leggermente i Democratici in direzione progressista. Le probabilità che possa essere eletto nel nostro sistema di elezioni comprate non sono molto alte, e se lo fosse sarebbe estremamente difficile per lui effettuare qualsiasi significativo cambiamento di politiche. I Repubblicani non spariranno, e grazie ai brogli e ad altre tattiche è probabile che controllino almeno la Camera come hanno fatto per alcuni anni con una minoranza di voti, ed è probabile che abbiano una voce forte al Senato. Si può contare sul fatto che i Repubblicani bloccheranno anche piccoli passai fatti in una direzione progressista – o peraltro, anche razionale. E’ importante riconoscere che non sono più un partito politico normale.
Come hanno osservato dei rispettabili analisti dell’American Enterprise Institute, di indirizzo conservatore, l’ex Partito [Repubblicano] è ora “un’insorgenza radicale” che ha abbastanza abbandonato la politica parlamentare per motivi interessanti dei quali qui non possiamo discutere. Anche i Democratici si sono spostati a destra e i loro elementi fondamentali non sono diversi dai Repubblicani moderati degli scorsi anni – sebbene alcune delle politiche di Eisenhower lo metterebbero più o meno dove Sanders si trova, sullo spettro politico.
Sanders, perciò, è improbabile che avrebbe molto sostegno da parte del Congresso, e poco a livello statale.
Inutile dire che le orde di lobbisti e di ricchi donatori non sarebbero certo alleati. Perfino i passi occasionali di Obama in una direzione progressista sono stati per lo più bloccati, anche se ci possono essere altri fattori, forse il razzismo; non è facile spiegare la ferocia dell’odio che ha evocato in altri termini. In generale, però, nell’improbabile caso che Sanders venga eletto, le sue mani sarebbero legate, a meno che non succeda quello che alla fine è sempre importante: a meno che non si sviluppino dei movimenti popolari, creando un’onda che potrebbe cavalcare e che potrebbe (e dovrebbe) spingerlo più oltre di dove altrimenti andrebbe.
Questo ci porta, credo, alla parte più importante della candidatura di Sanders. Ha mobilitato un enorme numero di persone. Se quelle forze possono essere sostenute anche dopo l’elezione, invece di farle affievolire una volta che lo spettacolo è finito, potrebbero diventare il tipo di forza popolare di cui il paese ha proprio bisognose deve occuparsi in modo costruttivo delle enormi sfide che arriveranno.
Le suddette osservazioni si riferiscono alla politica interna, alle aree su cui Sanders si è concentrato. Le sue concezioni e proposte di politica estera mi sembrano piuttosto convenzionalmente liberal democratiche. Non viene proposto nulla di particolarmente nuovo, per quanto possa vedere, comprese alcune supposizioni che penso dovrebbero essere seriamente messe in discussione.
Un’ultima domanda. Che cosa dice a coloro che sostengono l’idea che porre fine alla “guerra al terrore” è ingenuo e sbagliato?
Semplice: perché? E una domanda più importante? Perché pensate che gli Stati Uniti dovrebbero continuare a dare un contributo importante al terrorismo globale, mascherato da “guerra al terrore”?
da http://znetitaly.altervista.org
Traduzione a cura di Maria Chiara Starace per ZNET Italy
Fonte
20/07/2017
Arabia Saudita - Il gattopardo Mohammed e il falso cambiamento
di Michele Giorgio – Il Manifesto
La presunta volontà di
innovazione e trasformazione, sociale ed economica, di re Salman
dell’Arabia Saudita e, soprattutto, di suo figlio e (neo) principe
ereditario Mohammed, è il filo conduttore di un reportage, dal titolo
“Il Regno svelato”, apparso a inizio luglio su Repubblica.it.
Un lungo racconto che apre finestre interessanti su diversi aspetti di un Paese per vocazione inchiodato al passato e che si traveste di
modernità indossando un abito fatto di costruzioni avveniristiche,
automobili costose e ostentazione di ricchezza. Racconto che
diventa “fiction” quando lascia intendere al lettore che il giovane
Mohammed, di fatto già al comando, grazie al suo piano “Vision 2030” ha
tutte le carte in regola per «traghettare» l’Arabia Saudita verso un
futuro di progresso. Per fortuna sono proprio i sauditi intervistati, anzi le saudite, a riportare il lettore alla realtà.
Mohammed bin Salman risulterà simpatico a Repubblica.it ma
non è il “cambiamento” auspicato. Il rampollo è l’incarnazione del
sistema saudita, è la perpetuazione di un Regno creato dal colonialismo
occidentale e che si è assegnato un ruolo: imporre la sua supremazia
nella regione, combattere lo Sciismo e imporre a tutti i musulmani il
Wahhabismo, cugino stretto del salafismo radicale dell’Isis e di al
Qaeda, grazie anche all’impiego delle ingenti fortune economiche e
finanziarie prodotte dall’esportazione del greggio.
E fino a quando i Saud guideranno il Paese, in stretta alleanza con
il clero Wahhabita, l’Arabia Saudita non potrà cambiare all’interno
perché solo così può garantire il dominio dell’establishment
politico-religioso, con il consenso di una larga parte della sua
popolazione come dimostra il sostegno che ha ricevuto l’arresto della
ragazza che qualche giorno fa su Snapchat aveva osato mostrarsi in
minigonna e non con il tradizionale abaya nero.
Il modello wahhabita, nella visione dei Saud, è quello al
quale dovranno adattarsi e piegarsi i musulmani, ovunque. È la forza che
dovrà spazzare via l’Islam popolare e variegato, figlio delle culture
dei suoi tanti popoli. E’ la spada che dovrà schiacciare il
revival sciita incarnato dall’Iran. Il giovane principe Mohammed ha già
mostrato di essere in linea con questo modello strategico, militare,
economico, religioso e sociale.
Solo una lettura ingenua può vedere in “Vision 2030” un cambiamento reale, anche nella società. Nella migliore delle ipotesi è, come nel Gattopardo, un cambiamento che non cambia nulla. Parla
l’ardore con il quale Mohammed bin Salman ha promosso l’intervento
militare dell’Arabia Saudita in Yemen, per ribadire la storica egemonia
del Paese nel più povero degli Stati della regione e fermare
«l’espansionismo iraniano» alleato dei ribelli sciiti Houthi.
Una guerra sporca, sanguinosa, di cui non si parla e si scrive, nel
rispetto della regola che vuole che non si riferisca dei crimini
commessi dagli alleati dell’Occidente, come l’Arabia Saudita.
Due giorni fa l’ennesima mattanza di civili: 20 yemeniti sono stati
uccisi in un raid aereo a guida saudita su un campo profughi nella
provincia di Taiz.
La notizia data dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati
(Unhcr) ha trovato ben poco spazio sui media italiani, a differenza
della guerra civile in Siria, un altro scenario in cui Riyadh è
largamente coinvolta con effetti devastanti, attraverso il finanziamento
di gruppi salafiti responsabili di attentati e di governare con
brutalità i territori sotto il loro controllo. Lo stesso era avvenuto in
Afghanistan con i finanziamenti prima ai mujaheddin anticomunisti e poi
ai Taliban.
Ma l’Occidente finge di non vedere. L’attenzione ora
è rivolta ai «crimini del regime di Bashar Assad». Fanno gola le decine
di miliardi di dollari che l’Arabia Saudita investe ogni anno
nell’acquisto di armi occidentali. Ne sa qualcosa Donald Trump
che due mesi fa, durante la sua visita a Riyadh, ha firmato accordi per
forniture belliche ai sauditi per (almeno) 110 miliardi di dollari.
Viaggio che ha aperto la strada alla decisione di re Salman di
nominare principe ereditario il figlio Mohammed, gradito alla
Amministrazione Usa. E che ha anche dato il via libera all’offensiva dei
Saud contro il Qatar, petromonarchia filo-Usa come quella saudita ma
incostante nell’azione anti-Iran che pretende Riyadh.
Non sono tutte vittorie quelle che ha raccolto il giovane
falco Mohammed. Anzi, proprio Washington ha frenato i suoi impulsi
“eccessivi” che rischiavano di compromettere la stabilità del Golfo a
danno degli interessi statunitensi. Le 13 condizioni che i
Saud, e i loro alleati, avevano posto a Doha per mettere fine alla
crisi, ora sono diventate sei “principi” per un compromesso. Una battuta
d’arresto che non fermerà il principe saudita che ha in mente un solo
futuro per il suo Paese: egemonia regionale e conservazione sociale.
Ragazza in minigonna arrestata. Riad e la triste condizione delle donne
Il caso della ragazza saudita Khulood, nickname utilizzato quando ha
postato su Snapchat un video che la ritrae in minigonna e t-shirt, ha
portato alla sua incarcerazione immediata e ripropone il problema dei
diritti delle donne nella monarchia saudita.
“Non sono qui per dare lezioni a nessuno o dirvi cosa dovete fare e come
– aveva dichiarato Trump nel suo discorso al summit in Arabia Saudita.
Il presidente americano, senza fare alcun riferimento sui diritti umani
violati o sulla condizione delle donne, ha ribadito che
l’amministrazione americana intende sostenere i paesi alleati nella
regione, Arabia Saudita in primis, purché questi sostengano gli
interessi americani. La visita del presidente è stata “accompagnata”
addirittura da alcune donne senza la abaya (velo integrale
nero) e dalla diffusione di musica e concerti in giro per Riyadh. Segni
di un cambiamento considerato “fittizio”, soprattutto nei confronti dei
diritti delle donne.
Dopo un primo periodo di totale silenzio sui principali quotidiani
europei, sta assumendo maggiore eco la campagna portata avanti dalla ONG
Human Rights Watch e UN Watch riguardo all’elezione,
lo scorso aprile, dell’Arabia Saudita come membro della Commissione
delle Nazioni Unite sullo status delle donne (UNCSW), l’organismo
dell’ONU impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere e
l’avanzamento delle donne. Una scelta in contrasto con l’attuale
situazione delle donne saudite e, secondo il quotidiano inglese The Independent,
“un’assurdità in contrasto con gli obiettivi e gli ideali della
commissione”. Lo stesso quotidiano inglese riporta che la monarchia
saudita occupi “il 141° posto su 145 riguardo alla libertà delle donne”
secondo il Report sulla Disparità di Genere 2016 del Forum Economico
Mondiale.
Rothna Begum, ricercatrice per la parità di genere di HRW, ha dichiarato in un recente report che è assurdo che proprio “l’Arabia
Saudita sieda nella Commissione per la promozione dei diritti delle
donne, mentre il suo governo continua in qualsiasi forma a discriminare
il genere femminile”.
Le donne, fin dalla nascita, sono affidate alla figura del
“guardiano”, in genere un maschio della famiglia (padre o fratello),
prima, e il marito, poi, che limita le libertà della donna, impedendone
di fatto ogni emancipazione. Secondo la dottrina wahhabita, la donna
non può uscire da sola, non può guidare nessun mezzo, può
allontanarsi dalla sua residenza o dalla sua città solo con
l’autorizzazione del “guardiano”. Divieti e proibizioni che toccano
tutti gli aspetti della quotidianità. Le donne, infatti, devono
indossare la abaya (velo nero) senza mostrare il viso o
mostrarsi truccate, non possono cambiarsi o provare abito nei negozi,
leggere riviste, studiare o lavorare, praticare sport alla vista di
altri, andare dal medico e limitare qualsiasi tipo di conversazione con
un uomo che non sia un parente.
Una tutela che dura tutta la vita. Il rapporto di Human Rights Watch dal titolo “Boxed In: Women and Saudi Arabia’s Male Guardianship System”, denuncia il sistema discriminatorio saudita.
Helen Clark, capo del Programma Sviluppo delle Nazioni Unite, ha
giustificato l’ingresso dell’Arabia Saudita, sostenuto anche da numerosi
paesi europei, come un tentativo per “supportare nella penisola araba coloro che stanno lavorando per cambiare la condizione delle donne”.
Secondo tutti i movimenti femministi, illegali nel paese, i
cambiamenti sono di sola facciata per limitare le proteste delle ONG
impegnate nella tutela dei diritti delle donne. Hillel Neuer, direttrice
di UN Watch, organizzazione che si occupa di monitorare
l’attività delle Nazioni Unite, ha promosso una campagna contro
l’elezione saudita ed ha dichiarato che “eleggere l’Arabia Saudita
tra i membri che devono occuparsi di proteggere i diritti delle donne è
come mettere un piromane a capo dei pompieri”. L’episodio di questi giorni ne è l’ennesima conferma.
12/07/2017
Isis: il gran ballo in maschera della modernità globale
Mentre sta tramontando, tra le rovine di Mosul e Raqqa, la dimensione geografica e “statuale” del Califfato, è bene continuare ad indagare il senso e la traiettoria storica di questa presenza – che perdurerà ancora lungo, in forme mobili e deterritorializzate, a cavallo di almeno due continenti.
Da alcuni anni è aperto il dibattito sul rapporto complesso e ambivalente tra il fenomeno Isis e la modernità. Ci si è chiesto spesso: la comparsa del Califfato è l’ultimo culminante episodio dell’impatto critico e autodistruttivo del mondo islamico con le categorie del moderno, o piuttosto è il segnale di una insospettabile capacità di adattamento, alla modernità stessa? Certo bisognerebbe perimetrare due concetti inafferrabili e mutevoli: l’Islam (che come categoria astratta e meta-storica non esiste) e la Modernità (che è un cantiere concettuale sempre aperto e in perenne evoluzione). Ma l’argomento è affascinante e vale la pena entrarci, in una modalità che allarghi il discorso specialistico solitamente riservato agli storici, agli islamologi, agli antropologi.
Di solito, quando si parla dello Jihadismo globale e del suo rapporto con la modernità, ci si sofferma sulla dimensione, morbosa ed efficacissima, della padronanza tecnologica dei media, che questa forza manifesta. Ci sorprende vedere tagliagole barbuti, fautori di arcaismi secolari, maneggiare la infosfera con tale efficacia hollywoodiana. I boia stringono in pugno il coltellaccio, ma in tasca hanno uno smartphone iperconnesso e rappresentano se stessi su riviste on line graficamente raffinate. Questo ci turba: perché associamo la tecnologia alla civiltà (o almeno a quel che supponiamo essa dovrebbe essere). Naturalmente basta volgere lo sguardo pochi decenni indietro, nel cuore della civilissima Europa infettata dal nazismo, per cogliere la medesima ambivalenza: un movimento propugnante valori parimenti arcaici, ma altrettanto disinvolto nel suo rapporto con la Tecnica, nell’epoca del pieno sviluppo della grande industria di massa e del capitalismo monopolistico di Stato. Anzi: in alcuni casi si può dire che più il campo valoriale è regressivo – e ostentatamente arcaico – più il rapporto con la tecnologia pare diventare ossessivo, quasi come se le due dimensioni si legittimassero a vicenda. Questo cortocircuito, rende confusi e circospetti: quello che ci viene raccontato come il nemico estremo, gioca nella nostra stessa metà campo, non è un alieno germinato nei deserti, condivide il nostro background e, quando può, il nostro stesso stile di vita sostanziale – essendo la comune dimensione bio-politica totalmente informata e forgiata da tempi e modi della tecnologia.
Ma il feeling di queste forme di radicalismo con la modernità è ancora più profondo ed evocativo, e va oltre le considerazioni circa l’uso dei media e del web.
L’Isis non è solo l’onda lunga di uno Jhiadismo globale che nasce 40 anni fa negli altipiani afghani con i dollari americani e i petroldollari sauditi. Rappresenta una evoluzione della specie, se così possiamo dire, di quel filone (da qui le rotture sanguinose con Al Qaeda e con i Talebani).
L’approccio dell’Isis è inedito, più radicale e catartico, rispetto qualsiasi altra soggettività islamista mai apparsa nell’ultimo secolo: il progetto neo-califfale punta alla costruzione di un “Homo Novus” islamico, provando a fare tabula rasa (non solo ideologicamente) di ogni passato, in una prassi di soppressione e cancellazione delle memorie pre-esistenti – comprese quelle islamiche locali.
Dai complessi monumentali antichi – sopravvissuti per 1400 anni alle diverse autorità religiose succedutesi nel tempo – fino alle tombe degli odiatissimi sufi, la furia distruttrice rivela qualcosa che va ben oltre l’iconoclastia. Si tratta di un’azione velleitaria e folle di “ricostruzione da zero” del Soggetto e della sua realtà: una qualche forma di titanica velleità prometeica, in cui un pugno di eletti, rifonda il corso storico e decreta, dal pulpito di una moschea, la nascita di un “musulmano nuovo” – che inevitabilmente richiama il mito dell’“uomo nuovo” che verrebbe partorito dalle macerie fumanti di ogni palingenesi, reale o presunta.
Questo schema, alle orecchie di noi occidentali, non suona propriamente inedito – è qualcosa che ha molto a che vedere con la Modernità (e con la Politica, sua figlia prediletta). Sono discorsi che evocano movenze e attriti che si sono già inverati, soprattutto nel corso del ventesimo secolo, e di cui siamo stati testimoni e protagonisti. L’idea della tabula rasa su cui ri-edificare, con la forza illuminata (dalla Ragione o dalla Rivelazione, cambia poco) della volontà, un Mondo Nuovo e un Uomo Nuovo che lo abiti, è una suggestione profondamente radicata nella storia europea, nella NOSTRA storia, almeno dall’89 francese in poi. Il Mostro, l’estraneo, ha attinto largamente dal “nostro” armamentario ideologico, rovesciandone il segno e accelerandone, in una furia devastatrice, la fase del kathairo, dell’estirpazione, del fuoco purificatore.
La storia dell’Islam non conosceva questa ansia catartica.
Dopo il primo secolo di folgorante espansione, diventa a suo modo una storia di lentezza, di confini mobili e porosi, di perdite, riconquiste e sovrapposizioni di civiltà e culture che si succedono per secoli. Persino la predicazione profetica impiegò 26 anni a radicarsi. Le culture tradizionali (pre-moderne) avevano consapevolezza del tempo storico, dell’impossibilità di forzarlo.
Già nel corso del primo secolo, entrando in collisione con i residui degli imperi siriani e persiani, il baricentro del mondo islamico si sposta verso Damasco e Baghdad, assorbendone parte delle eredità millenarie. Si definisce il profilo storico di un islam “persiano” e metropolitano, lontano dai deserti e dalle rotte carovaniere della penisola arabica. E, proseguendo, nascerà un Islam mediterraneo, berbero-andaluso, poi afghano-indiano e quindi turco-caucasico.
Questi molti Islam plurali erano il prodotto di un meticciato profondo e di complesse stratificazioni. Il massiccio edificio coranico, apparentemente monolitico era in grado di fare i conti con la storia concreta dei popoli – dalla Spagna alla Cina – senza la pretesa di cancellarla e riscriverla in toto. Non c’erano modelli preconfezionati da importare o adottare: tutto – dalle forme di governo fino alla teologia – risultava essere il prodotto di infiniti processi di aggiustamento, conflitto e convivenza, che definivano assetti di volta in volta nuovi e diversi.
L’idea di un Islam immutato e immobile nei secoli è una scempiaggine moderna, che l’Occidente sbandiera come alibi e falsa coscienza: gli Islam sono sempre stati molti e diversi ed epoca dopo epoca, l’Occidente ha idealtipizzato uno di questi modelli, a seconda delle sue necessità politiche, di lotta, colonizzazione o cooptazione di settori di quel mondo.
L'edificazione dello pseudo-Califfato dell’Isis, mostra una insospettabile consapevolezza, da parte dei gruppi dirigenti jhiadisti, delle tematiche della governance contemporanea. Non per niente, pezzi importanti del Bathismo (cioè dell’eredità pan-arabista, laica e modernista) vi hanno aderito con disinvoltura.
Lo stesso richiamo alla categoria di “Stato” che Daesh sbandiera nella sua denominazione, è una suggestione moderna e molto “occidentale”: l’Islam tradizionale, nel corso storico concreto, ha sempre prodotto la dimensione imperiale – che significa multietnicità, pluriconfessionalità, livelli diversi di potere che si equilibrano, tra Emirati, Città-Stato, comunità, confraternite. L’idea moderna di Stato, con un’architettura rigida, definita e non mediabile dei poteri, strumento di formidabile accelerazione dei processi storici, è un concetto estraneo alla tradizione islamica. L’Isis esalta il concetto di edificazione dello Stato proprio perché lo Stato è l’unico strumento possibile di governo della modernità – soprattutto nella sua razionale spietatezza. Tanto per capirci: il genocidio armeno è il biglietto da visita dei “giovani turchi” di Ataturk e uno degli atti di fondazione della moderna Turchia laica (il Sultanato, ostaggio impotente, sarebbe stato soppresso da lì a poco).
Il genocidio organizzato è il marchio di fabbrica dello Stato moderno e delle sue logiche di epurazione ed omogeneizzazione interna.
Questo è anche il filo conduttore della politica dell’autoproclamato Stato Islamico: ricostruire la Umma depurandola di tutti gli elementi spuri (quelli che disconoscono l’autorità califfale), dotare questo corpo finalmente omogeneo di confini ideologici e materiali insormontabili, costituirsi come fondazione di una storia nuova, dove tutto il tempo pregresso è jahillya, età dell’ignoranza da ripudiare.
È per legittimarsi modernamente come Stato, che l’Isis sbandiera le sue efferatezze (quelle che gli altri attori in campo di solito nascondono): il monopolio della violenza è l’unico elemento di “statualità” che possono giocarsi efficacemente davanti ai territori controllati e al mondo – mancando tutti gli altri, soprattutto quelli che possono avere un rapporto con una qualche idea di governo della polis. La legittimazione dell’Autorità politica e statuale, è direttamente proporzionale alla ferocia esibita. Il meccanismo di riconoscimento che vogliono stimolare nei popoli è in fondo semplice: se arrivano davvero a fare “questo” – decapitare, bruciare, squartare – ed hanno il coraggio di diffonderlo, vuol dire che incarnano davvero un Potere legittimo, perché solo un Potere legittimo può essere in grado di padroneggiare il Male e trasformarlo in virtù pubblica e Legge. Perché, altrimenti, i giacobini esibivano le teste mozzate davanti a tutta Europa – se non come fattore di auto-legittimazione, dentro il parto doloroso della modernità? E questo è stato il refrain di molte epopee rivoluzionarie: la nuova legalità ha bisogno della catarsi – ce lo chiede la storia...
La prassi e l’ideologia dell’Isis si mostrano quindi come prodotto ideologico di laboratorio (anche sofisticato) che, pur evocando le sacre radici della Tradizione, trova riscontro più che nella vicenda storica concreta dell’Islam, nelle convulsioni geopolitiche della tarda modernità, nelle sue accelerazioni, nella sue proteiche riconfigurazioni.
Oggi l’Isis viene raffigurato come l’emblema del Male e del Nemico Assoluto. Il nuovo feroce Saladino che legittima l’esistenza di formidabili apparati militari di contrasto, nonché la irreversibile militarizzazione della società e della metropoli.
Come paradossalmente spesso capita nella storia, però, cerchi il Nemico, cerchi l’Altro per eccellenza, il barbaro, il sub-umano, e trovi uno specchio che riflette una tua immagine distorta...
L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga.
Materialismo mercantile, immersione acritica nella Tecnica, utopie di rifondazione catartica dell’umano: più che una sopravvivenza anacronistica, queste forze sembrano una variante pienamente legittima della contemporaneità.
Del resto, è la storia recente di questo universo pseudo-jhiadista, a rivelare se stesso. La Salafya – cioè l’insieme di scuole e tendenze che vorrebbero rifarsi esclusivamente ai costumi delle prime tre generazioni di musulmani – è una invenzione moderna, che ostenta tradizionalismi inventati. Rifiuta ed è rifiutata dalle quattro scuole legittime. Nasce e alligna dentro lo scontro geo-politico della fine del ventesimo secolo e per diffondersi ha avuto bisogno di decenni di enormi investimenti economici: masse di ulema-commissari politici, migliaia di moschee edificate ai quattro angoli del pianeta, la collaborazione logistica di molti apparati statali, compreso quello israeliano. I Salafiti “ufficiali” in larga parte rifiutano lo stragismo terrorista, ma molti musulmani dicono di loro che “sono un prodotto occidentale, come la Coca Cola”.
E se la Salafya è il frutto di un grande investimento geo-politico-strategico, stessa cosa vale per il suo fratello maggiore, il wahabismo – la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita – che è parimenti il prodotto, moderno, del... ciclo degli idrocarburi.
Senza il petrolio, nessuno oggi conoscerebbe lo sciagurato estremismo di Abd al-Wahab, pazzo predicatore sconfitto e scacciato dalla penisola arabica tra la fine e l’inizio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. È solo la forza del mare di petrolio, su cui i discendenti dei Saud si ritroveranno seduti un secolo dopo, che ha consentito al wahabismo di diventare dottrina di Stato in buona parte delle monarchie del Golfo. E di produrre una sciagurata egemonia in territori e settori di mondo arabo, fino a pochi anni fa alieni a quella cultura. Lo Spirito, la predicazione, l’ortodossia e l’osservanza, c’entrano poco: la materialissima e modernissima forza del dio petrol-dollaro, disegna nel vuoto suggestioni iper tradizionaliste, gestisce fondazioni miliardarie, demolisce le tombe e le antiche vestigia del passato profetico e costruisce super alberghi a 5 stelle che fanno ombra alla Ka’ba. Materialismo, finanza, investimenti, guerre e posizionamenti sullo scacchiere internazionale – altro che sharia.
Insomma, cerchi i barbari alle porte e trovi che siamo tutti immersi nel medesimo imbarbarimento. E che esso riflette pienamente il presente e il futuro verso cui marciamo.
In conclusione, una domanda ritorna costantemente, con buona ragione: ma questo ciclo jhiadista, c’entra o non c’entra con la religione? È tutto politica, è tutto strumentalità, è tutto costruzione artificiale eterodiretta? La fede, sta all’inizio o alla fine, di questa catena di disastri che si squaderna davanti ai nostri occhi?
È difficile dare risposte semplici a problematiche tanto complesse, ma traslare la domanda su un altro piano, a noi più consueto, forse ci aiuta: le Crociate c’entravano o no con la religione?
Certo che c’entravano, sarebbe puerile negarlo. La croce e il mito della difesa dei Luoghi Sacri erano il fattore ideologico di mobilitazione per le masse e l’elemento di nobilitazione dell’impresa, mica una banale sovrastruttura. Però: le Crociate spontanee, quelle sollecitate dal fanatismo (le cosiddette Crociate dei pezzenti) non riuscirono mai neanche ad arrivare a Gerusalemme, vagarono senza mezzi per le contrade europee fino ai territori bizantini, si “limitarono” a saccheggi e pogrom antiebraici e poi furono disperse.
Le vere Crociate le organizzarono Papi, Imperatori, Re e Principi. Gli Stati.
Non qualche fanatico imbecille.
Fonte
Da alcuni anni è aperto il dibattito sul rapporto complesso e ambivalente tra il fenomeno Isis e la modernità. Ci si è chiesto spesso: la comparsa del Califfato è l’ultimo culminante episodio dell’impatto critico e autodistruttivo del mondo islamico con le categorie del moderno, o piuttosto è il segnale di una insospettabile capacità di adattamento, alla modernità stessa? Certo bisognerebbe perimetrare due concetti inafferrabili e mutevoli: l’Islam (che come categoria astratta e meta-storica non esiste) e la Modernità (che è un cantiere concettuale sempre aperto e in perenne evoluzione). Ma l’argomento è affascinante e vale la pena entrarci, in una modalità che allarghi il discorso specialistico solitamente riservato agli storici, agli islamologi, agli antropologi.
Di solito, quando si parla dello Jihadismo globale e del suo rapporto con la modernità, ci si sofferma sulla dimensione, morbosa ed efficacissima, della padronanza tecnologica dei media, che questa forza manifesta. Ci sorprende vedere tagliagole barbuti, fautori di arcaismi secolari, maneggiare la infosfera con tale efficacia hollywoodiana. I boia stringono in pugno il coltellaccio, ma in tasca hanno uno smartphone iperconnesso e rappresentano se stessi su riviste on line graficamente raffinate. Questo ci turba: perché associamo la tecnologia alla civiltà (o almeno a quel che supponiamo essa dovrebbe essere). Naturalmente basta volgere lo sguardo pochi decenni indietro, nel cuore della civilissima Europa infettata dal nazismo, per cogliere la medesima ambivalenza: un movimento propugnante valori parimenti arcaici, ma altrettanto disinvolto nel suo rapporto con la Tecnica, nell’epoca del pieno sviluppo della grande industria di massa e del capitalismo monopolistico di Stato. Anzi: in alcuni casi si può dire che più il campo valoriale è regressivo – e ostentatamente arcaico – più il rapporto con la tecnologia pare diventare ossessivo, quasi come se le due dimensioni si legittimassero a vicenda. Questo cortocircuito, rende confusi e circospetti: quello che ci viene raccontato come il nemico estremo, gioca nella nostra stessa metà campo, non è un alieno germinato nei deserti, condivide il nostro background e, quando può, il nostro stesso stile di vita sostanziale – essendo la comune dimensione bio-politica totalmente informata e forgiata da tempi e modi della tecnologia.
Ma il feeling di queste forme di radicalismo con la modernità è ancora più profondo ed evocativo, e va oltre le considerazioni circa l’uso dei media e del web.
L’Isis non è solo l’onda lunga di uno Jhiadismo globale che nasce 40 anni fa negli altipiani afghani con i dollari americani e i petroldollari sauditi. Rappresenta una evoluzione della specie, se così possiamo dire, di quel filone (da qui le rotture sanguinose con Al Qaeda e con i Talebani).
L’approccio dell’Isis è inedito, più radicale e catartico, rispetto qualsiasi altra soggettività islamista mai apparsa nell’ultimo secolo: il progetto neo-califfale punta alla costruzione di un “Homo Novus” islamico, provando a fare tabula rasa (non solo ideologicamente) di ogni passato, in una prassi di soppressione e cancellazione delle memorie pre-esistenti – comprese quelle islamiche locali.
Dai complessi monumentali antichi – sopravvissuti per 1400 anni alle diverse autorità religiose succedutesi nel tempo – fino alle tombe degli odiatissimi sufi, la furia distruttrice rivela qualcosa che va ben oltre l’iconoclastia. Si tratta di un’azione velleitaria e folle di “ricostruzione da zero” del Soggetto e della sua realtà: una qualche forma di titanica velleità prometeica, in cui un pugno di eletti, rifonda il corso storico e decreta, dal pulpito di una moschea, la nascita di un “musulmano nuovo” – che inevitabilmente richiama il mito dell’“uomo nuovo” che verrebbe partorito dalle macerie fumanti di ogni palingenesi, reale o presunta.
Questo schema, alle orecchie di noi occidentali, non suona propriamente inedito – è qualcosa che ha molto a che vedere con la Modernità (e con la Politica, sua figlia prediletta). Sono discorsi che evocano movenze e attriti che si sono già inverati, soprattutto nel corso del ventesimo secolo, e di cui siamo stati testimoni e protagonisti. L’idea della tabula rasa su cui ri-edificare, con la forza illuminata (dalla Ragione o dalla Rivelazione, cambia poco) della volontà, un Mondo Nuovo e un Uomo Nuovo che lo abiti, è una suggestione profondamente radicata nella storia europea, nella NOSTRA storia, almeno dall’89 francese in poi. Il Mostro, l’estraneo, ha attinto largamente dal “nostro” armamentario ideologico, rovesciandone il segno e accelerandone, in una furia devastatrice, la fase del kathairo, dell’estirpazione, del fuoco purificatore.
La storia dell’Islam non conosceva questa ansia catartica.
Dopo il primo secolo di folgorante espansione, diventa a suo modo una storia di lentezza, di confini mobili e porosi, di perdite, riconquiste e sovrapposizioni di civiltà e culture che si succedono per secoli. Persino la predicazione profetica impiegò 26 anni a radicarsi. Le culture tradizionali (pre-moderne) avevano consapevolezza del tempo storico, dell’impossibilità di forzarlo.
Già nel corso del primo secolo, entrando in collisione con i residui degli imperi siriani e persiani, il baricentro del mondo islamico si sposta verso Damasco e Baghdad, assorbendone parte delle eredità millenarie. Si definisce il profilo storico di un islam “persiano” e metropolitano, lontano dai deserti e dalle rotte carovaniere della penisola arabica. E, proseguendo, nascerà un Islam mediterraneo, berbero-andaluso, poi afghano-indiano e quindi turco-caucasico.
Questi molti Islam plurali erano il prodotto di un meticciato profondo e di complesse stratificazioni. Il massiccio edificio coranico, apparentemente monolitico era in grado di fare i conti con la storia concreta dei popoli – dalla Spagna alla Cina – senza la pretesa di cancellarla e riscriverla in toto. Non c’erano modelli preconfezionati da importare o adottare: tutto – dalle forme di governo fino alla teologia – risultava essere il prodotto di infiniti processi di aggiustamento, conflitto e convivenza, che definivano assetti di volta in volta nuovi e diversi.
L’idea di un Islam immutato e immobile nei secoli è una scempiaggine moderna, che l’Occidente sbandiera come alibi e falsa coscienza: gli Islam sono sempre stati molti e diversi ed epoca dopo epoca, l’Occidente ha idealtipizzato uno di questi modelli, a seconda delle sue necessità politiche, di lotta, colonizzazione o cooptazione di settori di quel mondo.
L'edificazione dello pseudo-Califfato dell’Isis, mostra una insospettabile consapevolezza, da parte dei gruppi dirigenti jhiadisti, delle tematiche della governance contemporanea. Non per niente, pezzi importanti del Bathismo (cioè dell’eredità pan-arabista, laica e modernista) vi hanno aderito con disinvoltura.
Lo stesso richiamo alla categoria di “Stato” che Daesh sbandiera nella sua denominazione, è una suggestione moderna e molto “occidentale”: l’Islam tradizionale, nel corso storico concreto, ha sempre prodotto la dimensione imperiale – che significa multietnicità, pluriconfessionalità, livelli diversi di potere che si equilibrano, tra Emirati, Città-Stato, comunità, confraternite. L’idea moderna di Stato, con un’architettura rigida, definita e non mediabile dei poteri, strumento di formidabile accelerazione dei processi storici, è un concetto estraneo alla tradizione islamica. L’Isis esalta il concetto di edificazione dello Stato proprio perché lo Stato è l’unico strumento possibile di governo della modernità – soprattutto nella sua razionale spietatezza. Tanto per capirci: il genocidio armeno è il biglietto da visita dei “giovani turchi” di Ataturk e uno degli atti di fondazione della moderna Turchia laica (il Sultanato, ostaggio impotente, sarebbe stato soppresso da lì a poco).
Il genocidio organizzato è il marchio di fabbrica dello Stato moderno e delle sue logiche di epurazione ed omogeneizzazione interna.
Questo è anche il filo conduttore della politica dell’autoproclamato Stato Islamico: ricostruire la Umma depurandola di tutti gli elementi spuri (quelli che disconoscono l’autorità califfale), dotare questo corpo finalmente omogeneo di confini ideologici e materiali insormontabili, costituirsi come fondazione di una storia nuova, dove tutto il tempo pregresso è jahillya, età dell’ignoranza da ripudiare.
È per legittimarsi modernamente come Stato, che l’Isis sbandiera le sue efferatezze (quelle che gli altri attori in campo di solito nascondono): il monopolio della violenza è l’unico elemento di “statualità” che possono giocarsi efficacemente davanti ai territori controllati e al mondo – mancando tutti gli altri, soprattutto quelli che possono avere un rapporto con una qualche idea di governo della polis. La legittimazione dell’Autorità politica e statuale, è direttamente proporzionale alla ferocia esibita. Il meccanismo di riconoscimento che vogliono stimolare nei popoli è in fondo semplice: se arrivano davvero a fare “questo” – decapitare, bruciare, squartare – ed hanno il coraggio di diffonderlo, vuol dire che incarnano davvero un Potere legittimo, perché solo un Potere legittimo può essere in grado di padroneggiare il Male e trasformarlo in virtù pubblica e Legge. Perché, altrimenti, i giacobini esibivano le teste mozzate davanti a tutta Europa – se non come fattore di auto-legittimazione, dentro il parto doloroso della modernità? E questo è stato il refrain di molte epopee rivoluzionarie: la nuova legalità ha bisogno della catarsi – ce lo chiede la storia...
La prassi e l’ideologia dell’Isis si mostrano quindi come prodotto ideologico di laboratorio (anche sofisticato) che, pur evocando le sacre radici della Tradizione, trova riscontro più che nella vicenda storica concreta dell’Islam, nelle convulsioni geopolitiche della tarda modernità, nelle sue accelerazioni, nella sue proteiche riconfigurazioni.
Oggi l’Isis viene raffigurato come l’emblema del Male e del Nemico Assoluto. Il nuovo feroce Saladino che legittima l’esistenza di formidabili apparati militari di contrasto, nonché la irreversibile militarizzazione della società e della metropoli.
Come paradossalmente spesso capita nella storia, però, cerchi il Nemico, cerchi l’Altro per eccellenza, il barbaro, il sub-umano, e trovi uno specchio che riflette una tua immagine distorta...
L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga.
Materialismo mercantile, immersione acritica nella Tecnica, utopie di rifondazione catartica dell’umano: più che una sopravvivenza anacronistica, queste forze sembrano una variante pienamente legittima della contemporaneità.
Del resto, è la storia recente di questo universo pseudo-jhiadista, a rivelare se stesso. La Salafya – cioè l’insieme di scuole e tendenze che vorrebbero rifarsi esclusivamente ai costumi delle prime tre generazioni di musulmani – è una invenzione moderna, che ostenta tradizionalismi inventati. Rifiuta ed è rifiutata dalle quattro scuole legittime. Nasce e alligna dentro lo scontro geo-politico della fine del ventesimo secolo e per diffondersi ha avuto bisogno di decenni di enormi investimenti economici: masse di ulema-commissari politici, migliaia di moschee edificate ai quattro angoli del pianeta, la collaborazione logistica di molti apparati statali, compreso quello israeliano. I Salafiti “ufficiali” in larga parte rifiutano lo stragismo terrorista, ma molti musulmani dicono di loro che “sono un prodotto occidentale, come la Coca Cola”.
E se la Salafya è il frutto di un grande investimento geo-politico-strategico, stessa cosa vale per il suo fratello maggiore, il wahabismo – la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita – che è parimenti il prodotto, moderno, del... ciclo degli idrocarburi.
Senza il petrolio, nessuno oggi conoscerebbe lo sciagurato estremismo di Abd al-Wahab, pazzo predicatore sconfitto e scacciato dalla penisola arabica tra la fine e l’inizio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. È solo la forza del mare di petrolio, su cui i discendenti dei Saud si ritroveranno seduti un secolo dopo, che ha consentito al wahabismo di diventare dottrina di Stato in buona parte delle monarchie del Golfo. E di produrre una sciagurata egemonia in territori e settori di mondo arabo, fino a pochi anni fa alieni a quella cultura. Lo Spirito, la predicazione, l’ortodossia e l’osservanza, c’entrano poco: la materialissima e modernissima forza del dio petrol-dollaro, disegna nel vuoto suggestioni iper tradizionaliste, gestisce fondazioni miliardarie, demolisce le tombe e le antiche vestigia del passato profetico e costruisce super alberghi a 5 stelle che fanno ombra alla Ka’ba. Materialismo, finanza, investimenti, guerre e posizionamenti sullo scacchiere internazionale – altro che sharia.
Insomma, cerchi i barbari alle porte e trovi che siamo tutti immersi nel medesimo imbarbarimento. E che esso riflette pienamente il presente e il futuro verso cui marciamo.
In conclusione, una domanda ritorna costantemente, con buona ragione: ma questo ciclo jhiadista, c’entra o non c’entra con la religione? È tutto politica, è tutto strumentalità, è tutto costruzione artificiale eterodiretta? La fede, sta all’inizio o alla fine, di questa catena di disastri che si squaderna davanti ai nostri occhi?
È difficile dare risposte semplici a problematiche tanto complesse, ma traslare la domanda su un altro piano, a noi più consueto, forse ci aiuta: le Crociate c’entravano o no con la religione?
Certo che c’entravano, sarebbe puerile negarlo. La croce e il mito della difesa dei Luoghi Sacri erano il fattore ideologico di mobilitazione per le masse e l’elemento di nobilitazione dell’impresa, mica una banale sovrastruttura. Però: le Crociate spontanee, quelle sollecitate dal fanatismo (le cosiddette Crociate dei pezzenti) non riuscirono mai neanche ad arrivare a Gerusalemme, vagarono senza mezzi per le contrade europee fino ai territori bizantini, si “limitarono” a saccheggi e pogrom antiebraici e poi furono disperse.
Le vere Crociate le organizzarono Papi, Imperatori, Re e Principi. Gli Stati.
Non qualche fanatico imbecille.
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23/05/2017
Rohani ai sauditi: urne non armi
Il sorriso più beffardo che pacifico di Hassan Rohani, presidente iperconfermato dell’Iran della Rivoluzione Islamica, ha caratterizzato il suo primo intervento pubblico. A ridosso di un’elezione molto partecipata dalla popolazione (42 milioni di votanti sui 55 milioni aventi diritto) il chierico sciita si toglie qualche sassolino dalla scarpa, parlando della dinastia saudita visitata e abbracciata dal presidente statunitense Trump. Un evento commentato dalla stampa mondiale, che a detta di parecchi osservatori avrebbe aperto un nuovo orizzonte alla politica estera americana. Rohani dà subito un affondo, quando sottolinea come quella società avrebbe bisogno di urne non di armi, perché il primo alleato statunitense in Medio Oriente, ovviamente dopo Israele, non brilla per partecipazione popolare alla vita nazionale. Pur trattandosi di sudditi costoro appaiono totalmente dimenticati dai regnanti Saud per qualsiasi dinamica, compresa quella d’una rappresentanza per delega. Del resto nella sfavillante Riyad del modernismo edilizio, le mentalità politica, amministrativa e religiosa restano ferme, guardano a presente e futuro duettando col passato d’un tradizionalismo oltranzista. Un fenomeno non solo delle fede sunnita, specie se in chiave wahabita, però il presidente iraniano dimentica il conservatorismo interno e guarda in casa d’altri. La polemica ruota attorno al passo bellicista del mondo saudita, a cui Trump propone e impone una mossa che lancia Oltreoceano come un colpaccio affaristico.
Vendere 110 miliardi in armamenti, che potranno diventare 350 in un decennio, dovrebbe garantirgli oltre che un alleato iper armato in quell’area sempre geograficamente caldissima, una ventata di popolarità fra operai, tecnici e padroni impegnati nel lucrosissimo settore della produzione bellica. Il cuore pulsante dell’industria yankee. Rohani, rivolgendosi a Paperoni e sceicchi, ricorda come non siano le sole armi a creare la forza d’una nazione bensì le elezioni. L’urna gli è stata amica e il presidente confermato prende spunto dal primo tour dell’uomo della Casa Bianca per ricordarlo, sebbene l’occhio sia rivolto al panorama internazionale e regionale che secondo alcuni analisti starebbe mutando. Rispetto al semi immobilismo di Obama, Trump mostra il piglio decisionista, soprattutto meno ipocrita. Pone sotto i riflettori le scelte mostrate in questi giorni a Riyad. Ma negli anni precedenti l’amministrazione Usa non aveva fermato colpi di mano e operazioni compiute dagli alleati delle petromonarchie, come testimoniano la situazione yemenita e la continuità dell’offensiva jihadista in Medioriente e Occidente. E’ vero che uno scarto tanto deciso da parte di Trump sembrerebbe porre l’Iran nuovamente in castigo sul versante economico e forse geopolitico, ma gli sviluppi sono tutti da scoprire e nient’affatto definiti. La leadership iraniana coglie l’occasione elettorale per evidenziare le differenze di forma e sostanza con quegli attori regionali con cui le tensioni, già profonde, sono negli ultimi tempi aumentate. Ricordiamo come nel gennaio 2016 i Saud condannarono a morte 47 detenuti, fra loro c’era un noto religioso sciita, Nimr- al-Nimr, già in carcere per non precisate accuse.
L’arresto, avvenuto nel 2012, era seguìto agli interventi del chierico a favore di alcune manifestazioni popolari che nei mesi precedenti si erano verificate anche in Arabia Saudita, proteste represse e spente nel giro di poche settimane. Quell’esecuzione innescò l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e da quel momento le relazioni diplomatiche fra i due Paesi sono azzerate. E mentre anche il ministro degli Esteri Zarif faceva eco al suo presidente e sottolineava come la stabilità regionale non può derivare solo dalle alleanze, ma necessita della forza della popolazione, Rohani è sceso nell’area energetica del Paese, la provincia del Kuzestan, per inaugurare un nuovo centro di smistamento del traffico ferroviario. Lì giungerà la rete ad alta velocità Teheran-Ahwaz, uno dei rami dei trasporti cui la leadership moderata ha puntato per rilanciare alcuni settori dell’economia interna (preventivo di spesa 82 milioni di dollari). Nel primo giro presidenziale impostato a conferma degli impegni economici del suo programma, è inserito anche una visita nei luoghi dove passerà l’oleodotto del West Karoun (3 miliardi di dollari il preventivo) che corre sul confine iracheno, zona insanguinata dalla guerra circa quarant’anni fa. Alle immagini dei martiri che riempiono le città iraniane, fanno da contraltare gli attuali progetti energetici: 2,5 miliardi l’oleodotto del Nord Azadegan e altri investimenti riguardanti distribuzioni di elettricità in aree decentrate. Devono confortare la fiducia dell’elettorato per sviluppo e lavoro e consolidarne l’amichevole sostegno. Mentre agli avversari esteri possono fare da monito proprio quei martiri, attorno a cui iraniani conservatori e riformisti s’inchinano e s’uniscono.
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23/10/2016
Arabia Saudita - Le donne gridano: "Sono io il mio guardiano"
di Chiara Cruciati
Una campagna senza precedenti, una pioggia di firme e di tweet che non cessa. A quasi due mesi dal lancio, senza che il governo di Riyadh abbia dato alcuna risposta, la mobilitazione online viene ripresa quotidianamente: le donne saudite vogliono la fine del sistema di tutela maschile, del cosiddetto “guardiano”. La petizione, che ha superato le 14.600 firme, è stata inviata un mese fa a re Salman. A lanciarla era stata l’attivista e ricercatrice Hala Aldosari e aveva subito ottenuto il sostegno di organizzazioni, associazioni di base e singoli cittadini.
Il sistema in questione rientra a pieno titolo nella legislazione della petromonarchia, fondata su un’interpretazione conservatrice e fanatica dell’Islam, quel wahhabismo che della casa regnante di Riyadh è pietra angolare e fondatrice. Non è un caso che moltissimi religiosi, teologi e giurisprudenti musulmani considerino la nozione della tutela maschile un’interpretazione patriarcale che non trova riscontro nel Corano.
Secondo tale sistema, la donna è costretta ad ottenere dal proprio “guardiano”, che può essere il marito, il padre, il fratello e nel caso delle vedove il figlio, il permesso per vivere la propria vita: uscire dal paese, ricevere cure mediche, sposarsi, lavorare, studiare, chiedere l’emissione del passaporto e di qualsiasi altro documento di identità, addirittura uscire di prigione alla fine della pena.
Sia nel 2009 che nel 2013 il governo saudita, sotto pressione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, promise di abolirlo. Ma lo ha mantenuto facendo passare qualche riforma, mero maquillage. Una prigione sociale che arriva fino alla partecipazione politica: solo lo scorso anno la petromonarchia ha votato la legge che riconosce alle donne di votare. Ma il primo test elettorale ha mostrato tutti i suoi limiti: le donne che sono riuscite a infilare la scheda nell’urna hanno potuto farlo solo se accompagnate da un uomo, in seggi ovviamente separati da quelli maschili, circostanza che spiega perché hanno votato meno del 10% delle aventi diritto, 130mila donne su un milione e mezzo.
«Le donne qui sono in trappola – dice una donna saudita, in condizione di anonimato, alla Cnn – Non possono fare nulla, tutto dipende dal guardiano. Se è un brav’uomo ti lascia lavorare, o studiare, che è un diritto fondamentale. Se non lo è, te lo impedisce». Un destino che lega tutte le donne, a prescindere dall’estrazione sociale, dalle condizioni economiche o da quelle educative.
Cittadine a metà, cittadine di serie B, che oggi ricorrono ai social media per sponsorizzare la propria causa: i due hashtag più popolari di settembre e ottobre – #IamMyOwnGuardian (nato dopo la pubblicazione del rapporto della scorsa estate di Human Rights Watch) e #StopEnslavingSaudiWomen – hanno attirato l’attenzione di chi il cambiamento non lo vuole: a settembre, a causa delle numerose segnalazioni contro gli account di organizzazioni che hanno rilanciato la campagna, Twitter li ha unilateralmente sospesi generando non poche proteste: il secondo azionista della società californiana è il principe al-Waleed al Bin Talab Bin Abdulaziz Al Saud, con il 5,2% delle azioni. Che hanno funzionato: Twitter ha poi riattivato gli account dell’ong finita nel mirino, S.A.F.E Movement, e del suo direttore Isaac Cohen.
Ma è nel paese che le resistenze sono più forti: il gran mufti Abdulaziz al-Sheikh, la più alta autorità sunnita in Arabia Saudita, già noto per aver emesso fatwa che definire controverse è poco, poche settimane fa ha aspramente criticato qualsiasi tentativo di modificare il sistema del guardiano, etichettando le campagne su Twitter come «un crimine contro l’Islam e una minaccia esistenziale alla società saudita»: «Si tratta di un appello diabolocio che va contro la Shari’a e le indicazioni del profeta».
Fonte
Una campagna senza precedenti, una pioggia di firme e di tweet che non cessa. A quasi due mesi dal lancio, senza che il governo di Riyadh abbia dato alcuna risposta, la mobilitazione online viene ripresa quotidianamente: le donne saudite vogliono la fine del sistema di tutela maschile, del cosiddetto “guardiano”. La petizione, che ha superato le 14.600 firme, è stata inviata un mese fa a re Salman. A lanciarla era stata l’attivista e ricercatrice Hala Aldosari e aveva subito ottenuto il sostegno di organizzazioni, associazioni di base e singoli cittadini.
Il sistema in questione rientra a pieno titolo nella legislazione della petromonarchia, fondata su un’interpretazione conservatrice e fanatica dell’Islam, quel wahhabismo che della casa regnante di Riyadh è pietra angolare e fondatrice. Non è un caso che moltissimi religiosi, teologi e giurisprudenti musulmani considerino la nozione della tutela maschile un’interpretazione patriarcale che non trova riscontro nel Corano.
Secondo tale sistema, la donna è costretta ad ottenere dal proprio “guardiano”, che può essere il marito, il padre, il fratello e nel caso delle vedove il figlio, il permesso per vivere la propria vita: uscire dal paese, ricevere cure mediche, sposarsi, lavorare, studiare, chiedere l’emissione del passaporto e di qualsiasi altro documento di identità, addirittura uscire di prigione alla fine della pena.
Sia nel 2009 che nel 2013 il governo saudita, sotto pressione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, promise di abolirlo. Ma lo ha mantenuto facendo passare qualche riforma, mero maquillage. Una prigione sociale che arriva fino alla partecipazione politica: solo lo scorso anno la petromonarchia ha votato la legge che riconosce alle donne di votare. Ma il primo test elettorale ha mostrato tutti i suoi limiti: le donne che sono riuscite a infilare la scheda nell’urna hanno potuto farlo solo se accompagnate da un uomo, in seggi ovviamente separati da quelli maschili, circostanza che spiega perché hanno votato meno del 10% delle aventi diritto, 130mila donne su un milione e mezzo.
«Le donne qui sono in trappola – dice una donna saudita, in condizione di anonimato, alla Cnn – Non possono fare nulla, tutto dipende dal guardiano. Se è un brav’uomo ti lascia lavorare, o studiare, che è un diritto fondamentale. Se non lo è, te lo impedisce». Un destino che lega tutte le donne, a prescindere dall’estrazione sociale, dalle condizioni economiche o da quelle educative.
Cittadine a metà, cittadine di serie B, che oggi ricorrono ai social media per sponsorizzare la propria causa: i due hashtag più popolari di settembre e ottobre – #IamMyOwnGuardian (nato dopo la pubblicazione del rapporto della scorsa estate di Human Rights Watch) e #StopEnslavingSaudiWomen – hanno attirato l’attenzione di chi il cambiamento non lo vuole: a settembre, a causa delle numerose segnalazioni contro gli account di organizzazioni che hanno rilanciato la campagna, Twitter li ha unilateralmente sospesi generando non poche proteste: il secondo azionista della società californiana è il principe al-Waleed al Bin Talab Bin Abdulaziz Al Saud, con il 5,2% delle azioni. Che hanno funzionato: Twitter ha poi riattivato gli account dell’ong finita nel mirino, S.A.F.E Movement, e del suo direttore Isaac Cohen.
Ma è nel paese che le resistenze sono più forti: il gran mufti Abdulaziz al-Sheikh, la più alta autorità sunnita in Arabia Saudita, già noto per aver emesso fatwa che definire controverse è poco, poche settimane fa ha aspramente criticato qualsiasi tentativo di modificare il sistema del guardiano, etichettando le campagne su Twitter come «un crimine contro l’Islam e una minaccia esistenziale alla società saudita»: «Si tratta di un appello diabolocio che va contro la Shari’a e le indicazioni del profeta».
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06/10/2016
Nasrallah (Hezbollah): ‘Wahabismo saudita disastroso come Israele’
Nel suo discorso per la Ashura – commemorazione per gli sciiti del martirio dell’Imam Husayn – il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha trattato diversi argomenti di politica interna ed estera: la diffusione del wahabismo in Medio Oriente, la guerra in Siria, l’alleanza tra Israele e l’Arabia Saudita e la stagnazione politica nel Paese dei Cedri.
In merito al wahabismo – corrente religiosa del jihadismo salafita – Nasrallah ha citato la conferenza religiosa sunnita di Grozny, dello scorso 25 agosto, che ha escluso “il wahabbismo come una delle scuole di pensiero del sunnismo”. La motivazione: il clima di terrore e la deriva jihadista (Al Qaeda e Daesh) hanno danneggiato “il vero volto dell’Islam”. Secondo il leader sciita, che ha elogiato le parole di apertura e di stima nei confronti di Hezbollah da parte del gran mufti di Al Azhar, lo scontro non è tra sciismo e sunnismo, ma tra la galassia jihadista ed il resto dell’umanità. “A Grozny c’è stato una vera e propria svolta... adesso c’è una vera e propria presa di coscienza contro il wahabismo saudita, finanziato dagli americani, che è dannoso come l’entità sionista”.
Riguardo al conflitto con Israele, Nasrallah ritiene che il governo di Tel Aviv sia incerto nell’intraprendere un nuova campagna militare contro Hezbollah, anche se prima o poi non perderà occasione per un nuovo intervento militare. “L’attuale congiuntura è propizia all’entità sionista visto che gode sia di una legittimazione tra i paesi arabi (sauditi e paesi del Golfo per primi, ndr) sia di nuovi finanziamenti. L’unica cosa che li dissuade è il fatto di non essere sicuri di vincere!”. In effetti le sue parole si riferiscono alla nuova alleanza geo-politica tra sauditi ed israeliani. Da una parte questa convergenza punta ad isolare e contrastare i paesi della resistenza (Siria, Iraq, Libano e Palestina) e dall’altra mira a legittimare una sorta di “riconoscimento politico” allo stato israeliano da parte degli stati arabi, a danno, ovviamente, del popolo palestinese e dei suoi territori occupati.
La stessa indecisione israeliana, diffusa sia dagli apparati di intelligence che dalla stampa, è legata alle incertezze emerse dopo il disastroso conflitto del 2006. I rischi sono diversi: Hezbollah ha aumentato considerevolmente il proprio arsenale bellico, i suoi soldati – 20mila oltre ad altri 15mila riservisti – hanno migliorato la loro capacità tattica e militare dopo 5 anni di conflitto in Siria e il suo esercito è in grado di poter fronteggiare qualsiasi tipologia di conflitto, dalla guerriglia allo scontro aperto. Il governo di Tel Aviv, secondo diversi analisti militari israeliani, rischierebbe una pioggia ininterrotta di missili (sono stimati circa 175mila testate di piccola e media gittata) e, molto probabilmente, un’invasione di Hezbollah nella sua parte settentrionale.
In merito alla guerra in Siria, che vede impegnati oltre 5mila combattenti di Hezbollah, Nasrallah ritiene che la soluzione politica e diplomatica al momento sia “impraticabile”. La conferma è stata la tregua del 10 settembre scorso, siglata da USA e Russia, che praticamente non è mai cominciata. L’ambiguità degli americani ed il loro incondizionato sostegno alle milizie jihadiste, sia di Fatah al Sham (ex Al Nusra) che di Daesh (con il bombardamento su DeirEz-Zor a danno delle truppe siriane lealiste), sono la conferma che l’obiettivo dell’amministrazione americana è quello di far cadere il regime di Al Assad “a qualunque costo e sostenendo chiunque”. Per quanto riguarda l’intervento di Hezbollah in Siria, il segretario ha rivendicato il fatto che “la resistenza è stata in grado, insieme all’esercito libanese, di sigillare il Paese dei Cedri e di tenerlo al di fuori della devastante guerra siriana”.
La stessa stagnazione politica all’interno del Libano, infine, potrebbe, alla lunga, compromettere la stabilità del paese. La lotta per l’elezione del presidente della Repubblica, vacante da ormai 3 anni, è tra due leader della corrente dell’8 Marzo: Suleiman Franjieh, candidato delle forze moderate libanesi, e il generale Michel Aoun, leader della Corrente Patriottica Libera. La costituzione libanese, retaggio del colonialismo francese, prevede la divisione delle cariche su base confessionale: la presidenza della Repubblica ad un maronita, quella del governo ad un sunnita e quella del parlamento ad uno sciita.
Il sostegno ad Aoun è ormai consolidato e trasversale perché comprende sia i suoi naturali alleati politici Hezbollah e Amal (sciiti) sia altri partiti come il Partito Socialista Progressista del druso Walid Jumblatt o addirittura il suo acerrimo nemico Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi (destra maronita). L’unico partito che si oppone è il movimento Al Mustaqbal (Futuro) di Saad Hariri, leader sunnita della corrente 14 Marzo, al soldo dei diktat e del veto saudita.
“Il pomo della discordia è causa non delle nostre divergenze interne, ma, soprattutto, dal movimento Futuro”, afferma Nasrallah. In un recente discorso il leader di Hezbollah ha offerto la carica di primo ministro proprio ad Hariri per la formazione di un governo di unità nazionale, in cambio della convergenza di voti sunniti sul candidato presidenziale Aoun. La risposta ancora non è giunta, ma un sì del pupillo di Riyadh sarebbe un’ulteriore sconfitta nei confronti della politica estera della potenza saudita che, attraverso lo stallo politico libanese, mira a controllare ed influenzare il Libano.
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In merito al wahabismo – corrente religiosa del jihadismo salafita – Nasrallah ha citato la conferenza religiosa sunnita di Grozny, dello scorso 25 agosto, che ha escluso “il wahabbismo come una delle scuole di pensiero del sunnismo”. La motivazione: il clima di terrore e la deriva jihadista (Al Qaeda e Daesh) hanno danneggiato “il vero volto dell’Islam”. Secondo il leader sciita, che ha elogiato le parole di apertura e di stima nei confronti di Hezbollah da parte del gran mufti di Al Azhar, lo scontro non è tra sciismo e sunnismo, ma tra la galassia jihadista ed il resto dell’umanità. “A Grozny c’è stato una vera e propria svolta... adesso c’è una vera e propria presa di coscienza contro il wahabismo saudita, finanziato dagli americani, che è dannoso come l’entità sionista”.
Riguardo al conflitto con Israele, Nasrallah ritiene che il governo di Tel Aviv sia incerto nell’intraprendere un nuova campagna militare contro Hezbollah, anche se prima o poi non perderà occasione per un nuovo intervento militare. “L’attuale congiuntura è propizia all’entità sionista visto che gode sia di una legittimazione tra i paesi arabi (sauditi e paesi del Golfo per primi, ndr) sia di nuovi finanziamenti. L’unica cosa che li dissuade è il fatto di non essere sicuri di vincere!”. In effetti le sue parole si riferiscono alla nuova alleanza geo-politica tra sauditi ed israeliani. Da una parte questa convergenza punta ad isolare e contrastare i paesi della resistenza (Siria, Iraq, Libano e Palestina) e dall’altra mira a legittimare una sorta di “riconoscimento politico” allo stato israeliano da parte degli stati arabi, a danno, ovviamente, del popolo palestinese e dei suoi territori occupati.
La stessa indecisione israeliana, diffusa sia dagli apparati di intelligence che dalla stampa, è legata alle incertezze emerse dopo il disastroso conflitto del 2006. I rischi sono diversi: Hezbollah ha aumentato considerevolmente il proprio arsenale bellico, i suoi soldati – 20mila oltre ad altri 15mila riservisti – hanno migliorato la loro capacità tattica e militare dopo 5 anni di conflitto in Siria e il suo esercito è in grado di poter fronteggiare qualsiasi tipologia di conflitto, dalla guerriglia allo scontro aperto. Il governo di Tel Aviv, secondo diversi analisti militari israeliani, rischierebbe una pioggia ininterrotta di missili (sono stimati circa 175mila testate di piccola e media gittata) e, molto probabilmente, un’invasione di Hezbollah nella sua parte settentrionale.
In merito alla guerra in Siria, che vede impegnati oltre 5mila combattenti di Hezbollah, Nasrallah ritiene che la soluzione politica e diplomatica al momento sia “impraticabile”. La conferma è stata la tregua del 10 settembre scorso, siglata da USA e Russia, che praticamente non è mai cominciata. L’ambiguità degli americani ed il loro incondizionato sostegno alle milizie jihadiste, sia di Fatah al Sham (ex Al Nusra) che di Daesh (con il bombardamento su DeirEz-Zor a danno delle truppe siriane lealiste), sono la conferma che l’obiettivo dell’amministrazione americana è quello di far cadere il regime di Al Assad “a qualunque costo e sostenendo chiunque”. Per quanto riguarda l’intervento di Hezbollah in Siria, il segretario ha rivendicato il fatto che “la resistenza è stata in grado, insieme all’esercito libanese, di sigillare il Paese dei Cedri e di tenerlo al di fuori della devastante guerra siriana”.
La stessa stagnazione politica all’interno del Libano, infine, potrebbe, alla lunga, compromettere la stabilità del paese. La lotta per l’elezione del presidente della Repubblica, vacante da ormai 3 anni, è tra due leader della corrente dell’8 Marzo: Suleiman Franjieh, candidato delle forze moderate libanesi, e il generale Michel Aoun, leader della Corrente Patriottica Libera. La costituzione libanese, retaggio del colonialismo francese, prevede la divisione delle cariche su base confessionale: la presidenza della Repubblica ad un maronita, quella del governo ad un sunnita e quella del parlamento ad uno sciita.
Il sostegno ad Aoun è ormai consolidato e trasversale perché comprende sia i suoi naturali alleati politici Hezbollah e Amal (sciiti) sia altri partiti come il Partito Socialista Progressista del druso Walid Jumblatt o addirittura il suo acerrimo nemico Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi (destra maronita). L’unico partito che si oppone è il movimento Al Mustaqbal (Futuro) di Saad Hariri, leader sunnita della corrente 14 Marzo, al soldo dei diktat e del veto saudita.
“Il pomo della discordia è causa non delle nostre divergenze interne, ma, soprattutto, dal movimento Futuro”, afferma Nasrallah. In un recente discorso il leader di Hezbollah ha offerto la carica di primo ministro proprio ad Hariri per la formazione di un governo di unità nazionale, in cambio della convergenza di voti sunniti sul candidato presidenziale Aoun. La risposta ancora non è giunta, ma un sì del pupillo di Riyadh sarebbe un’ulteriore sconfitta nei confronti della politica estera della potenza saudita che, attraverso lo stallo politico libanese, mira a controllare ed influenzare il Libano.
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