di Michele Giorgio - il Manifesto
Dopo aver minato la
stabilità del Libano imponendo le dimissioni (poi sospese) al premier
Saad Hariri, i sauditi sono ora riusciti a impantanare le già modeste
possibilità di successo delle trattative, tra il governo siriano e i
rappresentanti delle opposizioni, che si aprono oggi a Ginevra sotto
l’egida dell’Onu.
Come aveva anticipato il quotidiano di Damasco al Watan, la
delegazione governativa ha rinviato la partenza a causa della
dichiarazione diffusa la scorsa settimana al termine della riunione a
Riyadh dagli oppositori telecomandati dai Saud.
Nel documento è stata inclusa di nuovo la richiesta che il presidente Bashar Assad si faccia da parte subito,
quindi prima di qualsiasi accordo per una soluzione politica della
guerra in Siria. «Abbiamo ricevuto un messaggio da parte del governo
siriano in cui si affermava che oggi la delegazione del regime non
sarebbe arrivata a Ginevra», ha comunicato ieri l’inviato per la Siria
Steffan de Mistura al Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Damasco vuole chiarezza sugli obiettivi del negoziato e
denuncia il «ritorno al punto di partenza» dopo i passi in avanti fatti
nell’ultimo anno – agevolati dai successi militari dell’esercito siriano contro la galassia jihadista e islamista – per
spingere gli oppositori e i loro sponsor arabi e occidentali a fare i
conti con la realtà e a rinunciare a una richiesta insostenibile.
Non la pensano così i sauditi che non si rassegnano e stanno facendo di
tutto per rovesciare le intese sulla Siria raggiunte da russi, turchi e
iraniani e che, almeno in parte, trovano appoggio anche a Washington. Nuove
difficoltà anche per il Congresso nazionale per il dialogo sulla Siria
in programma a Sochi. Sarà posticipato al febbraio 2018. Doveva
tenersi già questo mese ma era stato posticipato a dicembre.
L’iniziativa russa vuole mettere insieme tutte le componenti della
società siriana, compresi i curdi. Ma i curdi non ci sono ancora. Lo ha confermato ieri Qadri Jamil, a capo del gruppo dell’opposizione «Piattaforma di Mosca».
Mentre il negoziato a Ginevra diventa zoppo e quello a Sochi subisce un nuovo rinvio, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, ha lanciato a Riyadh la «Coalizione antiterrorismo«
formata da 41 paesi musulmani, in occasione della riunione dell’Imctc
(Islamic Military Counter Terrorism Coalition). Lo smanioso rampollo
reale, che di fatto è già subentrato al padre re Salman, ha spiegato che
la Coalizione metterà insieme «le sue capacità militari, finanziarie,
politiche e di intelligence... e ciò avverrà a partire da oggi ed ogni
paese contribuirà con il massimo delle proprie capacità». Quindi ha
versato lacrime di coccodrillo condannando l’attacco di venerdì scorso
alla moschea sufi nel Sinai. L’erede al trono ha dichiarato che si
tratta di un «evento molto doloroso che ci ricorda i pericoli del
terrorismo e dell’estremismo».
Commovente.
Tuttavia, il giovane «MBS», come da un po’ lo chiamano i media
anglosassoni, ha omesso un particolare non proprio insignificante. Riyadh contribuisce generosamente al sostegno di istituzioni e gruppi religiosi vicini al salafismo – cugino di primo grado del wahhabismo saudita – che da anni è il principale produttore di estremismo e jihadismo armato in giro per il mondo.
Al parto della «Coalizione antiterrorismo» islamica, che si aggiunge a quella che è nota ufficiosamente come la «Nato araba» (Arabia saudita, Emirati, Egitto e Giordania), non ha partecipato il Qatar, pur essendo un paese membro dell’Imctc.
Il generale Rahil Sharif, comandante militare dell’Imctc, ieri ha
parlato di «un approccio integrato per coordinare e unire gli sforzi sui
quattro cardini della coalizione: l’ideologia, la comunicazione, il
finanziamento del terrorismo e il settore militare, al fine di
combattere tutte le forme di terrorismo ed estremismo». Nell’Imctc detterà legge l’Arabia Saudita
che, non è difficile immaginarlo, indicherà di volta in volta i
«terroristi da colpire». E, possiamo scommetterci, saranno solo gruppi
sciiti legati all’Iran, come gli houthi yemeniti e il movimento libanese
Hezbollah.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/11/2017
Egitto - Lo stragismo salafita contro il misticismo sufi
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Qualcuno parla dell’11 Settembre dell’Egitto ma è più giusto dire che il massacro di oltre trecento fedeli nella moschea al Rawda nel nord del Sinai è l’ultimo e più sanguinoso atto della perenne aggressione dei jihadisti salafiti contro il sufismo, la corrente mistica dell’Islam che in Egitto conta circa 15 milioni di adepti. Poco conta se sia stato l’Isis a compiere la strage o un altro gruppo armato. Tutte queste organizzazioni sunnite estremiste guardano con odio e disprezzo ai sufi che considerano non musulmani se non addirittura dei politeisti fuori dell’Islam contro i quali usare anche la forza. I media egiziani dicono che lo sceicco sufi responsabile della moschea presa di mira due giorni fa era stato minacciato più volte da miliziani dell’Isis che gli avevano intimato di interrompere «quei riti». Poi è scattato lo sterminio che non ha risparmiato bambini e adolescenti.
Come negli anni Ottanta e Novanta i sufi erano stati un argine contro il proselitismo del Jihad Islami e della Gamaa al Islamiya che avevano dichiarato guerra allo Stato – due degli attentati più noti in quegli anni furono l’assassinio del presidente Anwar Sadat compiuto dal Jihad nel 1981 e i 62 turisti, in gran parte svizzeri, massacrati nel novembre 1997 da un commando della Gamaa nel tempio funerario della regina Hatshepsut nei pressi di Luxor –, anche oggi i mistici islamici rappresentano uno degli ostacoli sociali più importanti sulla strada dei gruppi jihadisti salafiti (circa 7 milioni di egiziani si proclamano salafiti ma non praticano la violenza e sono rappresentanti nel Parlamento). Un ostacolo che gli estremisti ritengono più difficile delle stesse forze armate perchè agisce tra la gente, specialmente tra i più poveri, quindi nello stesso serbatoio di consenso.
«I sufi riescono a strappare molte centinaia di giovani ai gruppi più radicali, in un modo che l’Esercito non è stato in grado di fare. L’Isis vuole eliminare un rivale ideologico molto convincente», spiega al manifesto Mohammed Sabry, giornalista e analista che ha lavorato a lungo nel Sinai. «I sufi – aggiunge – hanno gli strumenti religiosi, le capacità intellettuali e anche l’astuzia politica per contrastare l’Isis». Nel Sinai i jihadisti l’anno scorso hanno decapitato un anziano dirigente sufi con l’accusa di stregoneria e hanno diffuso un comunicato nel quale esortavano alla lotta al sufismo. «La comunità sufi rimarrà resiliente, come ha sempre fatto, nonostante il massacro nella moschea di al Radwa faccia temere l’inizio di una serie di attacchi. Sono però pronti a difendersi e a cooperare con l’Esercito nella lotta l’Isis», prevede Sabry.
Il termine sufi deriva dall’arabo “suf” (lana). Pare che agli asceti del passato indossassero un vestito di lana molto semplice per dimostrare la loro rinuncia alle vanità del mondo. Fra i grandi esponenti del misticismo islamico ci sono una donna, Rabiia al Adawiuya (morta nell’801 a Bassora), il teosofo egiziano Dhui lun Misri (morto nell’859), l’iracheno al Hallaj ucciso proprio perchè sufi nel 922 e Jalal Eddin al Rumi (1207-1273) fondatore della setta dei dervisci rotanti che simboleggiano il movimento degli astri. L’unità è la dottrina del sufismo: le cose create, compreso l’uomo, sono una manifestazione piena di Allah e lo scopo del sufista è quello di raggiungere una completa immersione (fana) nella sostanza universale attraverso l’osservanza della legge. L’ascetismo e la meditazione e infine l’approdo alla certezza assoluta (paragonabile al nirvana per i buddisti).
In Egitto ci sono 74 ordini sufi (tarikas) riconosciuti ma non per questo appoggiati e protetti in modo efficiente dalle forze di sicurezza. Non sono mancati in questi ultimi anni provvedimenti della polizia, su pressione dei sunniti radicali, che hanno vietato i raduni dhikr sufi, con balli e canzoni religiose, che hanno provocato gravi scontri alla moschea di Hussein e Sayyida Zeinab, al Cairo.
I salafiti colpiscono regolarmente il sufismo che accusano di incoraggiare il peccato, la depravazione e la mescolanza dei sessi che avviene nei santuari durante i “mawlid”, i festeggiamenti per il “compleanno” delle figure religiose islamiche (oltre a quello di Maometto in Egitto se ne celebrano altri sette) che considerano non manifestazioni della devozione popolare ma riti pagani. Presa di mira in modo particolare è la moschea di Sayyid Ahmed al Badawi, a Tanta, tomba del fondatore dell’ordine sufi Ahmadiya, dove uomini e donne possono entrare insieme. Ma numerosi attacchi alle moschee dei mistici sono avvenuti anche ad Alessandria.
Fonte
Qualcuno parla dell’11 Settembre dell’Egitto ma è più giusto dire che il massacro di oltre trecento fedeli nella moschea al Rawda nel nord del Sinai è l’ultimo e più sanguinoso atto della perenne aggressione dei jihadisti salafiti contro il sufismo, la corrente mistica dell’Islam che in Egitto conta circa 15 milioni di adepti. Poco conta se sia stato l’Isis a compiere la strage o un altro gruppo armato. Tutte queste organizzazioni sunnite estremiste guardano con odio e disprezzo ai sufi che considerano non musulmani se non addirittura dei politeisti fuori dell’Islam contro i quali usare anche la forza. I media egiziani dicono che lo sceicco sufi responsabile della moschea presa di mira due giorni fa era stato minacciato più volte da miliziani dell’Isis che gli avevano intimato di interrompere «quei riti». Poi è scattato lo sterminio che non ha risparmiato bambini e adolescenti.
Come negli anni Ottanta e Novanta i sufi erano stati un argine contro il proselitismo del Jihad Islami e della Gamaa al Islamiya che avevano dichiarato guerra allo Stato – due degli attentati più noti in quegli anni furono l’assassinio del presidente Anwar Sadat compiuto dal Jihad nel 1981 e i 62 turisti, in gran parte svizzeri, massacrati nel novembre 1997 da un commando della Gamaa nel tempio funerario della regina Hatshepsut nei pressi di Luxor –, anche oggi i mistici islamici rappresentano uno degli ostacoli sociali più importanti sulla strada dei gruppi jihadisti salafiti (circa 7 milioni di egiziani si proclamano salafiti ma non praticano la violenza e sono rappresentanti nel Parlamento). Un ostacolo che gli estremisti ritengono più difficile delle stesse forze armate perchè agisce tra la gente, specialmente tra i più poveri, quindi nello stesso serbatoio di consenso.
«I sufi riescono a strappare molte centinaia di giovani ai gruppi più radicali, in un modo che l’Esercito non è stato in grado di fare. L’Isis vuole eliminare un rivale ideologico molto convincente», spiega al manifesto Mohammed Sabry, giornalista e analista che ha lavorato a lungo nel Sinai. «I sufi – aggiunge – hanno gli strumenti religiosi, le capacità intellettuali e anche l’astuzia politica per contrastare l’Isis». Nel Sinai i jihadisti l’anno scorso hanno decapitato un anziano dirigente sufi con l’accusa di stregoneria e hanno diffuso un comunicato nel quale esortavano alla lotta al sufismo. «La comunità sufi rimarrà resiliente, come ha sempre fatto, nonostante il massacro nella moschea di al Radwa faccia temere l’inizio di una serie di attacchi. Sono però pronti a difendersi e a cooperare con l’Esercito nella lotta l’Isis», prevede Sabry.
Il termine sufi deriva dall’arabo “suf” (lana). Pare che agli asceti del passato indossassero un vestito di lana molto semplice per dimostrare la loro rinuncia alle vanità del mondo. Fra i grandi esponenti del misticismo islamico ci sono una donna, Rabiia al Adawiuya (morta nell’801 a Bassora), il teosofo egiziano Dhui lun Misri (morto nell’859), l’iracheno al Hallaj ucciso proprio perchè sufi nel 922 e Jalal Eddin al Rumi (1207-1273) fondatore della setta dei dervisci rotanti che simboleggiano il movimento degli astri. L’unità è la dottrina del sufismo: le cose create, compreso l’uomo, sono una manifestazione piena di Allah e lo scopo del sufista è quello di raggiungere una completa immersione (fana) nella sostanza universale attraverso l’osservanza della legge. L’ascetismo e la meditazione e infine l’approdo alla certezza assoluta (paragonabile al nirvana per i buddisti).
In Egitto ci sono 74 ordini sufi (tarikas) riconosciuti ma non per questo appoggiati e protetti in modo efficiente dalle forze di sicurezza. Non sono mancati in questi ultimi anni provvedimenti della polizia, su pressione dei sunniti radicali, che hanno vietato i raduni dhikr sufi, con balli e canzoni religiose, che hanno provocato gravi scontri alla moschea di Hussein e Sayyida Zeinab, al Cairo.
I salafiti colpiscono regolarmente il sufismo che accusano di incoraggiare il peccato, la depravazione e la mescolanza dei sessi che avviene nei santuari durante i “mawlid”, i festeggiamenti per il “compleanno” delle figure religiose islamiche (oltre a quello di Maometto in Egitto se ne celebrano altri sette) che considerano non manifestazioni della devozione popolare ma riti pagani. Presa di mira in modo particolare è la moschea di Sayyid Ahmed al Badawi, a Tanta, tomba del fondatore dell’ordine sufi Ahmadiya, dove uomini e donne possono entrare insieme. Ma numerosi attacchi alle moschee dei mistici sono avvenuti anche ad Alessandria.
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27/10/2017
Il miraggio ideologico saudita a Neom
C’è una strana coincidenza tra la caduta di Raqqa, la capitale del Califfato ridotta in cenere, e l’annuncio del dinamico principe saudita Mohammed bin Salman che punta a edificare con 500 miliardi di dollari Neom, la città del futuro. La Siria è distrutta, lo Yemen, nel cortile di casa dei sauditi, forse ancora di più proprio a causa dei bombardamenti di Riad ed ecco che il Regno, custode di Mecca e Medina, decide di costruire nuove immaginifiche metropoli. Non è la prima volta: già un decennio fa venne pubblicizzato dai sauditi un piano per erigere nel deserto sei città e alla fine ne venne alla luce, molto più modestamente, una sola, la Città dell’Economia dedicata a re Abdullah.
Nel discorso del principe Mohammed su Neom c’è un passaggio rivelatore: «Restaureremo una cultura islamica più tollerante come esisteva prima dell’ascesa dell’estremismo iraniano nel 1979». Forse adesso abbiamo capito cosa significa Neom. Gli obiettivi di Mohammed sono due. Cercare nei giovani sauditi – tra i quali qualche milione è disoccupato – un alleato per rafforzare la legittimità di una monarchia assoluta e retrograda e contrastare allo stesso tempo l’establishment religioso che ha già arricciato il naso quando è stato annunciata la patente alle donne.
Ma soprattutto Riad punta a contenere gli ayatollah iraniani, usciti, insieme alla Russia, Assad e agli Hezbollah libanesi, come i veri vincitori della guerra siriana dove l’Arabia Saudita e le litigiose monarchie del Golfo, in competizione tra di loro come il Qatar e i sauditi, avevano appoggiato i jihadisti. L’ennesima sconfitta per i sunniti.
L’immagine di islam moderato che vuole propagandare il principe contrasta con la politica saudita degli ultimi decenni. L’Iran sarà anche una repubblica islamica che ha sostenuto i movimenti sciiti più militanti ma l’Arabia Saudita, proprietà esclusiva di cinquemila principi del sangue, è anche peggio.
Dopo la vittoria della rivoluzione di Khomeini sulla monarchia dello Shah Reza Palhevi, sauditi e monarchie del Golfo avevano finanziato con 50-60 miliardi di dollari la guerra di Saddam Hussein all’Iran: lo scopo era far fuori l’avversario sciita ma anche vendicare una testa coronata che era caduta senza che gli americani, alleati storici, intervenissero a salvarla. Poi è venuta la guerra dell’Afghanistan che ha costituito per Riad l’unica vera vittoria di politica estera.
La sconfitta dell’Armata Rossa sovietica da parte dei mujaheddin fu consentita dai petrodollari dei sauditi che imposero l’ortodossia del wahabismo, il pilastro ideologico del regno dei Saud. Il suo fondatore, Mohammed Ibn al Wahab (1702-1792) era un predicatore intransigente che considerava unica e vera religione quella del profeta Maometto e dei “salaf al salih”, gli antenati, da cui viene il termine salafismo. Per Wahab l’unica salvezza è il ritorno all’unicità divina, al “tawhid”, eponimo di movimenti jihadisti.
Tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti miscredenti, quindi vengono proibite dottrine e pratiche del sufismo, dal culto dei santi ai pellegrinaggi non canonici. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. E’ questa l’ideologia che dai Saud è passata anche da Al Qaida e all’Isis.
Ora con la sconfitta del Califfato e le difficoltà belliche in Yemen contro gli Houthi sciiti, i sauditi temono il ritorno dei foreign fighter e qualcuno che metta in discussione la loro legittimità basata sul dogma religioso wahabita. Ma non possono sconfessarlo perché è il fondamento del Regno, quindi indicano l’Iran come Paese estremista e si fanno portatori di un “islam moderato” di cui mai sono stati i portabandiera, al contrario. Basteranno i miliardi di dollari di nuovi progetti a contrabbandare questo falso ideologico? Forse sì, anche perché in Occidente aspettiamo a braccia aperte le loro commesse, vere o presunte, come miraggi nel deserto.
Fonte
Nel discorso del principe Mohammed su Neom c’è un passaggio rivelatore: «Restaureremo una cultura islamica più tollerante come esisteva prima dell’ascesa dell’estremismo iraniano nel 1979». Forse adesso abbiamo capito cosa significa Neom. Gli obiettivi di Mohammed sono due. Cercare nei giovani sauditi – tra i quali qualche milione è disoccupato – un alleato per rafforzare la legittimità di una monarchia assoluta e retrograda e contrastare allo stesso tempo l’establishment religioso che ha già arricciato il naso quando è stato annunciata la patente alle donne.
Ma soprattutto Riad punta a contenere gli ayatollah iraniani, usciti, insieme alla Russia, Assad e agli Hezbollah libanesi, come i veri vincitori della guerra siriana dove l’Arabia Saudita e le litigiose monarchie del Golfo, in competizione tra di loro come il Qatar e i sauditi, avevano appoggiato i jihadisti. L’ennesima sconfitta per i sunniti.
L’immagine di islam moderato che vuole propagandare il principe contrasta con la politica saudita degli ultimi decenni. L’Iran sarà anche una repubblica islamica che ha sostenuto i movimenti sciiti più militanti ma l’Arabia Saudita, proprietà esclusiva di cinquemila principi del sangue, è anche peggio.
Dopo la vittoria della rivoluzione di Khomeini sulla monarchia dello Shah Reza Palhevi, sauditi e monarchie del Golfo avevano finanziato con 50-60 miliardi di dollari la guerra di Saddam Hussein all’Iran: lo scopo era far fuori l’avversario sciita ma anche vendicare una testa coronata che era caduta senza che gli americani, alleati storici, intervenissero a salvarla. Poi è venuta la guerra dell’Afghanistan che ha costituito per Riad l’unica vera vittoria di politica estera.
La sconfitta dell’Armata Rossa sovietica da parte dei mujaheddin fu consentita dai petrodollari dei sauditi che imposero l’ortodossia del wahabismo, il pilastro ideologico del regno dei Saud. Il suo fondatore, Mohammed Ibn al Wahab (1702-1792) era un predicatore intransigente che considerava unica e vera religione quella del profeta Maometto e dei “salaf al salih”, gli antenati, da cui viene il termine salafismo. Per Wahab l’unica salvezza è il ritorno all’unicità divina, al “tawhid”, eponimo di movimenti jihadisti.
Tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti miscredenti, quindi vengono proibite dottrine e pratiche del sufismo, dal culto dei santi ai pellegrinaggi non canonici. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. E’ questa l’ideologia che dai Saud è passata anche da Al Qaida e all’Isis.
Ora con la sconfitta del Califfato e le difficoltà belliche in Yemen contro gli Houthi sciiti, i sauditi temono il ritorno dei foreign fighter e qualcuno che metta in discussione la loro legittimità basata sul dogma religioso wahabita. Ma non possono sconfessarlo perché è il fondamento del Regno, quindi indicano l’Iran come Paese estremista e si fanno portatori di un “islam moderato” di cui mai sono stati i portabandiera, al contrario. Basteranno i miliardi di dollari di nuovi progetti a contrabbandare questo falso ideologico? Forse sì, anche perché in Occidente aspettiamo a braccia aperte le loro commesse, vere o presunte, come miraggi nel deserto.
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12/07/2017
Isis: il gran ballo in maschera della modernità globale
Mentre sta tramontando, tra le rovine di Mosul e Raqqa, la dimensione geografica e “statuale” del Califfato, è bene continuare ad indagare il senso e la traiettoria storica di questa presenza – che perdurerà ancora lungo, in forme mobili e deterritorializzate, a cavallo di almeno due continenti.
Da alcuni anni è aperto il dibattito sul rapporto complesso e ambivalente tra il fenomeno Isis e la modernità. Ci si è chiesto spesso: la comparsa del Califfato è l’ultimo culminante episodio dell’impatto critico e autodistruttivo del mondo islamico con le categorie del moderno, o piuttosto è il segnale di una insospettabile capacità di adattamento, alla modernità stessa? Certo bisognerebbe perimetrare due concetti inafferrabili e mutevoli: l’Islam (che come categoria astratta e meta-storica non esiste) e la Modernità (che è un cantiere concettuale sempre aperto e in perenne evoluzione). Ma l’argomento è affascinante e vale la pena entrarci, in una modalità che allarghi il discorso specialistico solitamente riservato agli storici, agli islamologi, agli antropologi.
Di solito, quando si parla dello Jihadismo globale e del suo rapporto con la modernità, ci si sofferma sulla dimensione, morbosa ed efficacissima, della padronanza tecnologica dei media, che questa forza manifesta. Ci sorprende vedere tagliagole barbuti, fautori di arcaismi secolari, maneggiare la infosfera con tale efficacia hollywoodiana. I boia stringono in pugno il coltellaccio, ma in tasca hanno uno smartphone iperconnesso e rappresentano se stessi su riviste on line graficamente raffinate. Questo ci turba: perché associamo la tecnologia alla civiltà (o almeno a quel che supponiamo essa dovrebbe essere). Naturalmente basta volgere lo sguardo pochi decenni indietro, nel cuore della civilissima Europa infettata dal nazismo, per cogliere la medesima ambivalenza: un movimento propugnante valori parimenti arcaici, ma altrettanto disinvolto nel suo rapporto con la Tecnica, nell’epoca del pieno sviluppo della grande industria di massa e del capitalismo monopolistico di Stato. Anzi: in alcuni casi si può dire che più il campo valoriale è regressivo – e ostentatamente arcaico – più il rapporto con la tecnologia pare diventare ossessivo, quasi come se le due dimensioni si legittimassero a vicenda. Questo cortocircuito, rende confusi e circospetti: quello che ci viene raccontato come il nemico estremo, gioca nella nostra stessa metà campo, non è un alieno germinato nei deserti, condivide il nostro background e, quando può, il nostro stesso stile di vita sostanziale – essendo la comune dimensione bio-politica totalmente informata e forgiata da tempi e modi della tecnologia.
Ma il feeling di queste forme di radicalismo con la modernità è ancora più profondo ed evocativo, e va oltre le considerazioni circa l’uso dei media e del web.
L’Isis non è solo l’onda lunga di uno Jhiadismo globale che nasce 40 anni fa negli altipiani afghani con i dollari americani e i petroldollari sauditi. Rappresenta una evoluzione della specie, se così possiamo dire, di quel filone (da qui le rotture sanguinose con Al Qaeda e con i Talebani).
L’approccio dell’Isis è inedito, più radicale e catartico, rispetto qualsiasi altra soggettività islamista mai apparsa nell’ultimo secolo: il progetto neo-califfale punta alla costruzione di un “Homo Novus” islamico, provando a fare tabula rasa (non solo ideologicamente) di ogni passato, in una prassi di soppressione e cancellazione delle memorie pre-esistenti – comprese quelle islamiche locali.
Dai complessi monumentali antichi – sopravvissuti per 1400 anni alle diverse autorità religiose succedutesi nel tempo – fino alle tombe degli odiatissimi sufi, la furia distruttrice rivela qualcosa che va ben oltre l’iconoclastia. Si tratta di un’azione velleitaria e folle di “ricostruzione da zero” del Soggetto e della sua realtà: una qualche forma di titanica velleità prometeica, in cui un pugno di eletti, rifonda il corso storico e decreta, dal pulpito di una moschea, la nascita di un “musulmano nuovo” – che inevitabilmente richiama il mito dell’“uomo nuovo” che verrebbe partorito dalle macerie fumanti di ogni palingenesi, reale o presunta.
Questo schema, alle orecchie di noi occidentali, non suona propriamente inedito – è qualcosa che ha molto a che vedere con la Modernità (e con la Politica, sua figlia prediletta). Sono discorsi che evocano movenze e attriti che si sono già inverati, soprattutto nel corso del ventesimo secolo, e di cui siamo stati testimoni e protagonisti. L’idea della tabula rasa su cui ri-edificare, con la forza illuminata (dalla Ragione o dalla Rivelazione, cambia poco) della volontà, un Mondo Nuovo e un Uomo Nuovo che lo abiti, è una suggestione profondamente radicata nella storia europea, nella NOSTRA storia, almeno dall’89 francese in poi. Il Mostro, l’estraneo, ha attinto largamente dal “nostro” armamentario ideologico, rovesciandone il segno e accelerandone, in una furia devastatrice, la fase del kathairo, dell’estirpazione, del fuoco purificatore.
La storia dell’Islam non conosceva questa ansia catartica.
Dopo il primo secolo di folgorante espansione, diventa a suo modo una storia di lentezza, di confini mobili e porosi, di perdite, riconquiste e sovrapposizioni di civiltà e culture che si succedono per secoli. Persino la predicazione profetica impiegò 26 anni a radicarsi. Le culture tradizionali (pre-moderne) avevano consapevolezza del tempo storico, dell’impossibilità di forzarlo.
Già nel corso del primo secolo, entrando in collisione con i residui degli imperi siriani e persiani, il baricentro del mondo islamico si sposta verso Damasco e Baghdad, assorbendone parte delle eredità millenarie. Si definisce il profilo storico di un islam “persiano” e metropolitano, lontano dai deserti e dalle rotte carovaniere della penisola arabica. E, proseguendo, nascerà un Islam mediterraneo, berbero-andaluso, poi afghano-indiano e quindi turco-caucasico.
Questi molti Islam plurali erano il prodotto di un meticciato profondo e di complesse stratificazioni. Il massiccio edificio coranico, apparentemente monolitico era in grado di fare i conti con la storia concreta dei popoli – dalla Spagna alla Cina – senza la pretesa di cancellarla e riscriverla in toto. Non c’erano modelli preconfezionati da importare o adottare: tutto – dalle forme di governo fino alla teologia – risultava essere il prodotto di infiniti processi di aggiustamento, conflitto e convivenza, che definivano assetti di volta in volta nuovi e diversi.
L’idea di un Islam immutato e immobile nei secoli è una scempiaggine moderna, che l’Occidente sbandiera come alibi e falsa coscienza: gli Islam sono sempre stati molti e diversi ed epoca dopo epoca, l’Occidente ha idealtipizzato uno di questi modelli, a seconda delle sue necessità politiche, di lotta, colonizzazione o cooptazione di settori di quel mondo.
L'edificazione dello pseudo-Califfato dell’Isis, mostra una insospettabile consapevolezza, da parte dei gruppi dirigenti jhiadisti, delle tematiche della governance contemporanea. Non per niente, pezzi importanti del Bathismo (cioè dell’eredità pan-arabista, laica e modernista) vi hanno aderito con disinvoltura.
Lo stesso richiamo alla categoria di “Stato” che Daesh sbandiera nella sua denominazione, è una suggestione moderna e molto “occidentale”: l’Islam tradizionale, nel corso storico concreto, ha sempre prodotto la dimensione imperiale – che significa multietnicità, pluriconfessionalità, livelli diversi di potere che si equilibrano, tra Emirati, Città-Stato, comunità, confraternite. L’idea moderna di Stato, con un’architettura rigida, definita e non mediabile dei poteri, strumento di formidabile accelerazione dei processi storici, è un concetto estraneo alla tradizione islamica. L’Isis esalta il concetto di edificazione dello Stato proprio perché lo Stato è l’unico strumento possibile di governo della modernità – soprattutto nella sua razionale spietatezza. Tanto per capirci: il genocidio armeno è il biglietto da visita dei “giovani turchi” di Ataturk e uno degli atti di fondazione della moderna Turchia laica (il Sultanato, ostaggio impotente, sarebbe stato soppresso da lì a poco).
Il genocidio organizzato è il marchio di fabbrica dello Stato moderno e delle sue logiche di epurazione ed omogeneizzazione interna.
Questo è anche il filo conduttore della politica dell’autoproclamato Stato Islamico: ricostruire la Umma depurandola di tutti gli elementi spuri (quelli che disconoscono l’autorità califfale), dotare questo corpo finalmente omogeneo di confini ideologici e materiali insormontabili, costituirsi come fondazione di una storia nuova, dove tutto il tempo pregresso è jahillya, età dell’ignoranza da ripudiare.
È per legittimarsi modernamente come Stato, che l’Isis sbandiera le sue efferatezze (quelle che gli altri attori in campo di solito nascondono): il monopolio della violenza è l’unico elemento di “statualità” che possono giocarsi efficacemente davanti ai territori controllati e al mondo – mancando tutti gli altri, soprattutto quelli che possono avere un rapporto con una qualche idea di governo della polis. La legittimazione dell’Autorità politica e statuale, è direttamente proporzionale alla ferocia esibita. Il meccanismo di riconoscimento che vogliono stimolare nei popoli è in fondo semplice: se arrivano davvero a fare “questo” – decapitare, bruciare, squartare – ed hanno il coraggio di diffonderlo, vuol dire che incarnano davvero un Potere legittimo, perché solo un Potere legittimo può essere in grado di padroneggiare il Male e trasformarlo in virtù pubblica e Legge. Perché, altrimenti, i giacobini esibivano le teste mozzate davanti a tutta Europa – se non come fattore di auto-legittimazione, dentro il parto doloroso della modernità? E questo è stato il refrain di molte epopee rivoluzionarie: la nuova legalità ha bisogno della catarsi – ce lo chiede la storia...
La prassi e l’ideologia dell’Isis si mostrano quindi come prodotto ideologico di laboratorio (anche sofisticato) che, pur evocando le sacre radici della Tradizione, trova riscontro più che nella vicenda storica concreta dell’Islam, nelle convulsioni geopolitiche della tarda modernità, nelle sue accelerazioni, nella sue proteiche riconfigurazioni.
Oggi l’Isis viene raffigurato come l’emblema del Male e del Nemico Assoluto. Il nuovo feroce Saladino che legittima l’esistenza di formidabili apparati militari di contrasto, nonché la irreversibile militarizzazione della società e della metropoli.
Come paradossalmente spesso capita nella storia, però, cerchi il Nemico, cerchi l’Altro per eccellenza, il barbaro, il sub-umano, e trovi uno specchio che riflette una tua immagine distorta...
L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga.
Materialismo mercantile, immersione acritica nella Tecnica, utopie di rifondazione catartica dell’umano: più che una sopravvivenza anacronistica, queste forze sembrano una variante pienamente legittima della contemporaneità.
Del resto, è la storia recente di questo universo pseudo-jhiadista, a rivelare se stesso. La Salafya – cioè l’insieme di scuole e tendenze che vorrebbero rifarsi esclusivamente ai costumi delle prime tre generazioni di musulmani – è una invenzione moderna, che ostenta tradizionalismi inventati. Rifiuta ed è rifiutata dalle quattro scuole legittime. Nasce e alligna dentro lo scontro geo-politico della fine del ventesimo secolo e per diffondersi ha avuto bisogno di decenni di enormi investimenti economici: masse di ulema-commissari politici, migliaia di moschee edificate ai quattro angoli del pianeta, la collaborazione logistica di molti apparati statali, compreso quello israeliano. I Salafiti “ufficiali” in larga parte rifiutano lo stragismo terrorista, ma molti musulmani dicono di loro che “sono un prodotto occidentale, come la Coca Cola”.
E se la Salafya è il frutto di un grande investimento geo-politico-strategico, stessa cosa vale per il suo fratello maggiore, il wahabismo – la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita – che è parimenti il prodotto, moderno, del... ciclo degli idrocarburi.
Senza il petrolio, nessuno oggi conoscerebbe lo sciagurato estremismo di Abd al-Wahab, pazzo predicatore sconfitto e scacciato dalla penisola arabica tra la fine e l’inizio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. È solo la forza del mare di petrolio, su cui i discendenti dei Saud si ritroveranno seduti un secolo dopo, che ha consentito al wahabismo di diventare dottrina di Stato in buona parte delle monarchie del Golfo. E di produrre una sciagurata egemonia in territori e settori di mondo arabo, fino a pochi anni fa alieni a quella cultura. Lo Spirito, la predicazione, l’ortodossia e l’osservanza, c’entrano poco: la materialissima e modernissima forza del dio petrol-dollaro, disegna nel vuoto suggestioni iper tradizionaliste, gestisce fondazioni miliardarie, demolisce le tombe e le antiche vestigia del passato profetico e costruisce super alberghi a 5 stelle che fanno ombra alla Ka’ba. Materialismo, finanza, investimenti, guerre e posizionamenti sullo scacchiere internazionale – altro che sharia.
Insomma, cerchi i barbari alle porte e trovi che siamo tutti immersi nel medesimo imbarbarimento. E che esso riflette pienamente il presente e il futuro verso cui marciamo.
In conclusione, una domanda ritorna costantemente, con buona ragione: ma questo ciclo jhiadista, c’entra o non c’entra con la religione? È tutto politica, è tutto strumentalità, è tutto costruzione artificiale eterodiretta? La fede, sta all’inizio o alla fine, di questa catena di disastri che si squaderna davanti ai nostri occhi?
È difficile dare risposte semplici a problematiche tanto complesse, ma traslare la domanda su un altro piano, a noi più consueto, forse ci aiuta: le Crociate c’entravano o no con la religione?
Certo che c’entravano, sarebbe puerile negarlo. La croce e il mito della difesa dei Luoghi Sacri erano il fattore ideologico di mobilitazione per le masse e l’elemento di nobilitazione dell’impresa, mica una banale sovrastruttura. Però: le Crociate spontanee, quelle sollecitate dal fanatismo (le cosiddette Crociate dei pezzenti) non riuscirono mai neanche ad arrivare a Gerusalemme, vagarono senza mezzi per le contrade europee fino ai territori bizantini, si “limitarono” a saccheggi e pogrom antiebraici e poi furono disperse.
Le vere Crociate le organizzarono Papi, Imperatori, Re e Principi. Gli Stati.
Non qualche fanatico imbecille.
Fonte
Da alcuni anni è aperto il dibattito sul rapporto complesso e ambivalente tra il fenomeno Isis e la modernità. Ci si è chiesto spesso: la comparsa del Califfato è l’ultimo culminante episodio dell’impatto critico e autodistruttivo del mondo islamico con le categorie del moderno, o piuttosto è il segnale di una insospettabile capacità di adattamento, alla modernità stessa? Certo bisognerebbe perimetrare due concetti inafferrabili e mutevoli: l’Islam (che come categoria astratta e meta-storica non esiste) e la Modernità (che è un cantiere concettuale sempre aperto e in perenne evoluzione). Ma l’argomento è affascinante e vale la pena entrarci, in una modalità che allarghi il discorso specialistico solitamente riservato agli storici, agli islamologi, agli antropologi.
Di solito, quando si parla dello Jihadismo globale e del suo rapporto con la modernità, ci si sofferma sulla dimensione, morbosa ed efficacissima, della padronanza tecnologica dei media, che questa forza manifesta. Ci sorprende vedere tagliagole barbuti, fautori di arcaismi secolari, maneggiare la infosfera con tale efficacia hollywoodiana. I boia stringono in pugno il coltellaccio, ma in tasca hanno uno smartphone iperconnesso e rappresentano se stessi su riviste on line graficamente raffinate. Questo ci turba: perché associamo la tecnologia alla civiltà (o almeno a quel che supponiamo essa dovrebbe essere). Naturalmente basta volgere lo sguardo pochi decenni indietro, nel cuore della civilissima Europa infettata dal nazismo, per cogliere la medesima ambivalenza: un movimento propugnante valori parimenti arcaici, ma altrettanto disinvolto nel suo rapporto con la Tecnica, nell’epoca del pieno sviluppo della grande industria di massa e del capitalismo monopolistico di Stato. Anzi: in alcuni casi si può dire che più il campo valoriale è regressivo – e ostentatamente arcaico – più il rapporto con la tecnologia pare diventare ossessivo, quasi come se le due dimensioni si legittimassero a vicenda. Questo cortocircuito, rende confusi e circospetti: quello che ci viene raccontato come il nemico estremo, gioca nella nostra stessa metà campo, non è un alieno germinato nei deserti, condivide il nostro background e, quando può, il nostro stesso stile di vita sostanziale – essendo la comune dimensione bio-politica totalmente informata e forgiata da tempi e modi della tecnologia.
Ma il feeling di queste forme di radicalismo con la modernità è ancora più profondo ed evocativo, e va oltre le considerazioni circa l’uso dei media e del web.
L’Isis non è solo l’onda lunga di uno Jhiadismo globale che nasce 40 anni fa negli altipiani afghani con i dollari americani e i petroldollari sauditi. Rappresenta una evoluzione della specie, se così possiamo dire, di quel filone (da qui le rotture sanguinose con Al Qaeda e con i Talebani).
L’approccio dell’Isis è inedito, più radicale e catartico, rispetto qualsiasi altra soggettività islamista mai apparsa nell’ultimo secolo: il progetto neo-califfale punta alla costruzione di un “Homo Novus” islamico, provando a fare tabula rasa (non solo ideologicamente) di ogni passato, in una prassi di soppressione e cancellazione delle memorie pre-esistenti – comprese quelle islamiche locali.
Dai complessi monumentali antichi – sopravvissuti per 1400 anni alle diverse autorità religiose succedutesi nel tempo – fino alle tombe degli odiatissimi sufi, la furia distruttrice rivela qualcosa che va ben oltre l’iconoclastia. Si tratta di un’azione velleitaria e folle di “ricostruzione da zero” del Soggetto e della sua realtà: una qualche forma di titanica velleità prometeica, in cui un pugno di eletti, rifonda il corso storico e decreta, dal pulpito di una moschea, la nascita di un “musulmano nuovo” – che inevitabilmente richiama il mito dell’“uomo nuovo” che verrebbe partorito dalle macerie fumanti di ogni palingenesi, reale o presunta.
Questo schema, alle orecchie di noi occidentali, non suona propriamente inedito – è qualcosa che ha molto a che vedere con la Modernità (e con la Politica, sua figlia prediletta). Sono discorsi che evocano movenze e attriti che si sono già inverati, soprattutto nel corso del ventesimo secolo, e di cui siamo stati testimoni e protagonisti. L’idea della tabula rasa su cui ri-edificare, con la forza illuminata (dalla Ragione o dalla Rivelazione, cambia poco) della volontà, un Mondo Nuovo e un Uomo Nuovo che lo abiti, è una suggestione profondamente radicata nella storia europea, nella NOSTRA storia, almeno dall’89 francese in poi. Il Mostro, l’estraneo, ha attinto largamente dal “nostro” armamentario ideologico, rovesciandone il segno e accelerandone, in una furia devastatrice, la fase del kathairo, dell’estirpazione, del fuoco purificatore.
La storia dell’Islam non conosceva questa ansia catartica.
Dopo il primo secolo di folgorante espansione, diventa a suo modo una storia di lentezza, di confini mobili e porosi, di perdite, riconquiste e sovrapposizioni di civiltà e culture che si succedono per secoli. Persino la predicazione profetica impiegò 26 anni a radicarsi. Le culture tradizionali (pre-moderne) avevano consapevolezza del tempo storico, dell’impossibilità di forzarlo.
Già nel corso del primo secolo, entrando in collisione con i residui degli imperi siriani e persiani, il baricentro del mondo islamico si sposta verso Damasco e Baghdad, assorbendone parte delle eredità millenarie. Si definisce il profilo storico di un islam “persiano” e metropolitano, lontano dai deserti e dalle rotte carovaniere della penisola arabica. E, proseguendo, nascerà un Islam mediterraneo, berbero-andaluso, poi afghano-indiano e quindi turco-caucasico.
Questi molti Islam plurali erano il prodotto di un meticciato profondo e di complesse stratificazioni. Il massiccio edificio coranico, apparentemente monolitico era in grado di fare i conti con la storia concreta dei popoli – dalla Spagna alla Cina – senza la pretesa di cancellarla e riscriverla in toto. Non c’erano modelli preconfezionati da importare o adottare: tutto – dalle forme di governo fino alla teologia – risultava essere il prodotto di infiniti processi di aggiustamento, conflitto e convivenza, che definivano assetti di volta in volta nuovi e diversi.
L’idea di un Islam immutato e immobile nei secoli è una scempiaggine moderna, che l’Occidente sbandiera come alibi e falsa coscienza: gli Islam sono sempre stati molti e diversi ed epoca dopo epoca, l’Occidente ha idealtipizzato uno di questi modelli, a seconda delle sue necessità politiche, di lotta, colonizzazione o cooptazione di settori di quel mondo.
L'edificazione dello pseudo-Califfato dell’Isis, mostra una insospettabile consapevolezza, da parte dei gruppi dirigenti jhiadisti, delle tematiche della governance contemporanea. Non per niente, pezzi importanti del Bathismo (cioè dell’eredità pan-arabista, laica e modernista) vi hanno aderito con disinvoltura.
Lo stesso richiamo alla categoria di “Stato” che Daesh sbandiera nella sua denominazione, è una suggestione moderna e molto “occidentale”: l’Islam tradizionale, nel corso storico concreto, ha sempre prodotto la dimensione imperiale – che significa multietnicità, pluriconfessionalità, livelli diversi di potere che si equilibrano, tra Emirati, Città-Stato, comunità, confraternite. L’idea moderna di Stato, con un’architettura rigida, definita e non mediabile dei poteri, strumento di formidabile accelerazione dei processi storici, è un concetto estraneo alla tradizione islamica. L’Isis esalta il concetto di edificazione dello Stato proprio perché lo Stato è l’unico strumento possibile di governo della modernità – soprattutto nella sua razionale spietatezza. Tanto per capirci: il genocidio armeno è il biglietto da visita dei “giovani turchi” di Ataturk e uno degli atti di fondazione della moderna Turchia laica (il Sultanato, ostaggio impotente, sarebbe stato soppresso da lì a poco).
Il genocidio organizzato è il marchio di fabbrica dello Stato moderno e delle sue logiche di epurazione ed omogeneizzazione interna.
Questo è anche il filo conduttore della politica dell’autoproclamato Stato Islamico: ricostruire la Umma depurandola di tutti gli elementi spuri (quelli che disconoscono l’autorità califfale), dotare questo corpo finalmente omogeneo di confini ideologici e materiali insormontabili, costituirsi come fondazione di una storia nuova, dove tutto il tempo pregresso è jahillya, età dell’ignoranza da ripudiare.
È per legittimarsi modernamente come Stato, che l’Isis sbandiera le sue efferatezze (quelle che gli altri attori in campo di solito nascondono): il monopolio della violenza è l’unico elemento di “statualità” che possono giocarsi efficacemente davanti ai territori controllati e al mondo – mancando tutti gli altri, soprattutto quelli che possono avere un rapporto con una qualche idea di governo della polis. La legittimazione dell’Autorità politica e statuale, è direttamente proporzionale alla ferocia esibita. Il meccanismo di riconoscimento che vogliono stimolare nei popoli è in fondo semplice: se arrivano davvero a fare “questo” – decapitare, bruciare, squartare – ed hanno il coraggio di diffonderlo, vuol dire che incarnano davvero un Potere legittimo, perché solo un Potere legittimo può essere in grado di padroneggiare il Male e trasformarlo in virtù pubblica e Legge. Perché, altrimenti, i giacobini esibivano le teste mozzate davanti a tutta Europa – se non come fattore di auto-legittimazione, dentro il parto doloroso della modernità? E questo è stato il refrain di molte epopee rivoluzionarie: la nuova legalità ha bisogno della catarsi – ce lo chiede la storia...
La prassi e l’ideologia dell’Isis si mostrano quindi come prodotto ideologico di laboratorio (anche sofisticato) che, pur evocando le sacre radici della Tradizione, trova riscontro più che nella vicenda storica concreta dell’Islam, nelle convulsioni geopolitiche della tarda modernità, nelle sue accelerazioni, nella sue proteiche riconfigurazioni.
Oggi l’Isis viene raffigurato come l’emblema del Male e del Nemico Assoluto. Il nuovo feroce Saladino che legittima l’esistenza di formidabili apparati militari di contrasto, nonché la irreversibile militarizzazione della società e della metropoli.
Come paradossalmente spesso capita nella storia, però, cerchi il Nemico, cerchi l’Altro per eccellenza, il barbaro, il sub-umano, e trovi uno specchio che riflette una tua immagine distorta...
L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga.
Materialismo mercantile, immersione acritica nella Tecnica, utopie di rifondazione catartica dell’umano: più che una sopravvivenza anacronistica, queste forze sembrano una variante pienamente legittima della contemporaneità.
Del resto, è la storia recente di questo universo pseudo-jhiadista, a rivelare se stesso. La Salafya – cioè l’insieme di scuole e tendenze che vorrebbero rifarsi esclusivamente ai costumi delle prime tre generazioni di musulmani – è una invenzione moderna, che ostenta tradizionalismi inventati. Rifiuta ed è rifiutata dalle quattro scuole legittime. Nasce e alligna dentro lo scontro geo-politico della fine del ventesimo secolo e per diffondersi ha avuto bisogno di decenni di enormi investimenti economici: masse di ulema-commissari politici, migliaia di moschee edificate ai quattro angoli del pianeta, la collaborazione logistica di molti apparati statali, compreso quello israeliano. I Salafiti “ufficiali” in larga parte rifiutano lo stragismo terrorista, ma molti musulmani dicono di loro che “sono un prodotto occidentale, come la Coca Cola”.
E se la Salafya è il frutto di un grande investimento geo-politico-strategico, stessa cosa vale per il suo fratello maggiore, il wahabismo – la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita – che è parimenti il prodotto, moderno, del... ciclo degli idrocarburi.
Senza il petrolio, nessuno oggi conoscerebbe lo sciagurato estremismo di Abd al-Wahab, pazzo predicatore sconfitto e scacciato dalla penisola arabica tra la fine e l’inizio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. È solo la forza del mare di petrolio, su cui i discendenti dei Saud si ritroveranno seduti un secolo dopo, che ha consentito al wahabismo di diventare dottrina di Stato in buona parte delle monarchie del Golfo. E di produrre una sciagurata egemonia in territori e settori di mondo arabo, fino a pochi anni fa alieni a quella cultura. Lo Spirito, la predicazione, l’ortodossia e l’osservanza, c’entrano poco: la materialissima e modernissima forza del dio petrol-dollaro, disegna nel vuoto suggestioni iper tradizionaliste, gestisce fondazioni miliardarie, demolisce le tombe e le antiche vestigia del passato profetico e costruisce super alberghi a 5 stelle che fanno ombra alla Ka’ba. Materialismo, finanza, investimenti, guerre e posizionamenti sullo scacchiere internazionale – altro che sharia.
Insomma, cerchi i barbari alle porte e trovi che siamo tutti immersi nel medesimo imbarbarimento. E che esso riflette pienamente il presente e il futuro verso cui marciamo.
In conclusione, una domanda ritorna costantemente, con buona ragione: ma questo ciclo jhiadista, c’entra o non c’entra con la religione? È tutto politica, è tutto strumentalità, è tutto costruzione artificiale eterodiretta? La fede, sta all’inizio o alla fine, di questa catena di disastri che si squaderna davanti ai nostri occhi?
È difficile dare risposte semplici a problematiche tanto complesse, ma traslare la domanda su un altro piano, a noi più consueto, forse ci aiuta: le Crociate c’entravano o no con la religione?
Certo che c’entravano, sarebbe puerile negarlo. La croce e il mito della difesa dei Luoghi Sacri erano il fattore ideologico di mobilitazione per le masse e l’elemento di nobilitazione dell’impresa, mica una banale sovrastruttura. Però: le Crociate spontanee, quelle sollecitate dal fanatismo (le cosiddette Crociate dei pezzenti) non riuscirono mai neanche ad arrivare a Gerusalemme, vagarono senza mezzi per le contrade europee fino ai territori bizantini, si “limitarono” a saccheggi e pogrom antiebraici e poi furono disperse.
Le vere Crociate le organizzarono Papi, Imperatori, Re e Principi. Gli Stati.
Non qualche fanatico imbecille.
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03/08/2016
Al Nusra “divorzia” da Al Qaeda, con il consenso dei sauditi
Il fronte Al Nusra si separa dal suo principale sponsor globale: Al Qaeda. Per la prima volta dalla sua nascita in Siria nel 2012, il suo fondatore, Abu Muhammed al Jolani, ha mostrato il suo volto e, attraverso un video inviato all’emittente Al Jazeera, ha comunicato che “il Fronte Al Nusra si scioglierà e confluirà nel Fronte di Conquista del Levante (Jabhat Fatah al Sham)”. Questa nuova formazione raggrupperà, inoltre, tutte le milizie che vengono considerate “moderate” dai paesi occidentali: Ahrar Al Sham, Jaysh Al Islam e il gruppo “Noureddine Al Zenki” (tutte formazioni finanziate dall’Arabia Saudita).
La notizia della separazione da Al Qaeda è arrivata dopo un precedente video del suo leader, Ayman Al Zawahiri, che ha dato il suo assenso dichiarando “siamo uniti ai nostri fratelli da un legame più forte di una semplice adesione alla nostra organizzazione, si può rinunciare al nostro rapporto di affiliazione se questo servirà a riunire tutte le forze salafite per combattere gli “infedeli” in Siria”. In poche parole il legame ideologico rimane saldo e gli obiettivi restano gli stessi. Il Fronte Al Nusra, però, in questa maniera cerca di “rinnovarsi” e “tutelarsi” per uscire dalla lista nera delle organizzazioni jihadiste “criminali” per rientrare in quelle “moderate”. La stessa tecnica del cambio di nome, del resto, è già stata utilizzata da altri gruppi salafiti per restare agganciati ai finanziamenti dei paesi del golfo, monarchia saudita e Qatar per primi. Un movimento “moderato” come “Noureddine Al Zenki “ ha pochi giorni fa postato un video in cui un ragazzino di 14 anni veniva decapitato perché appartenente ad un gruppo pro-regime. Un altro movimento “moderato” come Ahrar Al Sham, in questi ultimi giorni, utilizza gli abitanti dei quartieri orientali di Aleppo come scudi umani, vietando e impedendo loro di poter scappare dalla battaglia attraverso i corridoi umanitari concordati con il regime siriano e sotto tutela russa.
Il cambiamento di nome e la fuoriuscita da Al Qaeda vengono visti dai media arabi come un tentativo di “rilegittimazione” in maniera da far stemperare le continue frizioni tra la coalizione a guida USA e quella con a capo la Russia. I jet di Mosca hanno ripreso i bombardamenti in Siria anche a causa dell’ambiguità americana e francese nel tutelare gruppi come il Fronte Al Nusra, riconosciuti come formazioni di “resistenza al regime”. Significative le parole del ministro degli Affari Esteri francese, Laurent Fabius che, in un’intervista di qualche anno fa, aveva dichiarato: “il fronte Al Nusra sta facendo un buon lavoro”, senza ricordare i massacri sui civili, le fosse comuni o l’utilizzo di attentati dinamitardi e auto-bomba. Dal loro punto di vista le autorità russe, per voce di Igor Morozov (portavoce per gli affari esteri), hanno ribadito che “il fatto che il Fronte Al Nusra abbia cambiato nome non significa nulla per le forze russe che continueranno a combatterlo in tutto il territorio siriano visto che quella è un’organizzazione terroristica legata ad Al Qaeda”. Dello stesso tono le dichiarazioni da parte iraniana che considerano la notizia come “un semplice gioco di parole che non cambia la natura terrorista del gruppo” oppure un tentativo per uscire dalla “lista nera delle Nazioni Unite”. Ufficialmente anche gli USA hanno dichiarato il loro disappunto. John Kirby, responsabile del Dipartimento di Stato, ha commentato così la notizia del cambio di nome: “Al Nusra è un’organizzazione terrorista legata ad Al Qaeda. I suoi obiettivi, nonostante il cambio di nome, sono sempre gli stessi e noi li giudichiamo terroristi per quello che fanno o hanno fatto in passato”.
Secondo il quotidiano libanese Assafir, invece, la dichiarazione di separazione di Al Nusra dal network di Al Qaeda è preoccupante perché è un pericoloso tentativo di riunificare tutta quella galassia “salafita” in territorio siriano. Il nuovo Fronte jihadista si pone, infatti, come maggiormente “nazionalista” in confronto a quello del fratello-nemico Daesh, la cui maggioranza delle milizie proviene da altri paesi. Altro elemento riportato dal giornale libanese è il cambio di strategia: legittimazione sul piano internazionale ed interno da parte del suo leader Al Jolani (mostratosi in video) e, soprattutto, eliminazione delle minacce nei confronti dell’occidente e degli Stati Uniti. Nel suo discorso, infatti, al Jolani non ha rinnovato le sue minacce contro i popoli europei, come fece nel 2014 dopo i primi raid della coalizione internazionale.
La strategia del nuovo “Fronte di Conquista del Levante” rimane comunque molto simile a quella di Al Qaeda: avere un basso profilo nel terrorismo globale contro l’occidente e supportare i diversi gruppi jihadisti affiliati nei loro paesi. In quest’ottica una riunificazione dei gruppi radicali mira, infatti, a combattere e contrastare il nemico più vicino: il regime di Bashar Al Assad. Questo disegno è molto simile alla politica portata avanti da Al Zawahiri, in maniera totalmente opposta a quella del suo predecessore Bin Laden, e favorita dai paesi del golfo. Non è casuale che in questi ultimi mesi siano stati inviati in territorio siriano alcuni tra i più alti quadri qaedisti, come Seif al Adl Al Masri (considerato come il ministro della difesa di Al Qaeda) o Abu Muhammad Al Masri (ex braccio destro di Bin Laden) proprio per pianificare una nuova strategia di lotta. La nuova tattica punta, infatti, ad avere un carattere più nazionale e meno minaccioso nei confronti del mondo occidentale in maniera da esporre maggiormente il fratello-nemico Daesh ad attacchi congiunti da parte di statunitensi e russi.
La Siria, come titola il giornale libanese, sembra ormai diventata il fulcro del pensiero salafita globale che continua a infiammare ed alimentare lo jihadismo internazionale (Daesh e Al Qaeda) e a devastare un paese in conflitto da oltre cinque anni.
Fonte
La notizia della separazione da Al Qaeda è arrivata dopo un precedente video del suo leader, Ayman Al Zawahiri, che ha dato il suo assenso dichiarando “siamo uniti ai nostri fratelli da un legame più forte di una semplice adesione alla nostra organizzazione, si può rinunciare al nostro rapporto di affiliazione se questo servirà a riunire tutte le forze salafite per combattere gli “infedeli” in Siria”. In poche parole il legame ideologico rimane saldo e gli obiettivi restano gli stessi. Il Fronte Al Nusra, però, in questa maniera cerca di “rinnovarsi” e “tutelarsi” per uscire dalla lista nera delle organizzazioni jihadiste “criminali” per rientrare in quelle “moderate”. La stessa tecnica del cambio di nome, del resto, è già stata utilizzata da altri gruppi salafiti per restare agganciati ai finanziamenti dei paesi del golfo, monarchia saudita e Qatar per primi. Un movimento “moderato” come “Noureddine Al Zenki “ ha pochi giorni fa postato un video in cui un ragazzino di 14 anni veniva decapitato perché appartenente ad un gruppo pro-regime. Un altro movimento “moderato” come Ahrar Al Sham, in questi ultimi giorni, utilizza gli abitanti dei quartieri orientali di Aleppo come scudi umani, vietando e impedendo loro di poter scappare dalla battaglia attraverso i corridoi umanitari concordati con il regime siriano e sotto tutela russa.
Il cambiamento di nome e la fuoriuscita da Al Qaeda vengono visti dai media arabi come un tentativo di “rilegittimazione” in maniera da far stemperare le continue frizioni tra la coalizione a guida USA e quella con a capo la Russia. I jet di Mosca hanno ripreso i bombardamenti in Siria anche a causa dell’ambiguità americana e francese nel tutelare gruppi come il Fronte Al Nusra, riconosciuti come formazioni di “resistenza al regime”. Significative le parole del ministro degli Affari Esteri francese, Laurent Fabius che, in un’intervista di qualche anno fa, aveva dichiarato: “il fronte Al Nusra sta facendo un buon lavoro”, senza ricordare i massacri sui civili, le fosse comuni o l’utilizzo di attentati dinamitardi e auto-bomba. Dal loro punto di vista le autorità russe, per voce di Igor Morozov (portavoce per gli affari esteri), hanno ribadito che “il fatto che il Fronte Al Nusra abbia cambiato nome non significa nulla per le forze russe che continueranno a combatterlo in tutto il territorio siriano visto che quella è un’organizzazione terroristica legata ad Al Qaeda”. Dello stesso tono le dichiarazioni da parte iraniana che considerano la notizia come “un semplice gioco di parole che non cambia la natura terrorista del gruppo” oppure un tentativo per uscire dalla “lista nera delle Nazioni Unite”. Ufficialmente anche gli USA hanno dichiarato il loro disappunto. John Kirby, responsabile del Dipartimento di Stato, ha commentato così la notizia del cambio di nome: “Al Nusra è un’organizzazione terrorista legata ad Al Qaeda. I suoi obiettivi, nonostante il cambio di nome, sono sempre gli stessi e noi li giudichiamo terroristi per quello che fanno o hanno fatto in passato”.
Secondo il quotidiano libanese Assafir, invece, la dichiarazione di separazione di Al Nusra dal network di Al Qaeda è preoccupante perché è un pericoloso tentativo di riunificare tutta quella galassia “salafita” in territorio siriano. Il nuovo Fronte jihadista si pone, infatti, come maggiormente “nazionalista” in confronto a quello del fratello-nemico Daesh, la cui maggioranza delle milizie proviene da altri paesi. Altro elemento riportato dal giornale libanese è il cambio di strategia: legittimazione sul piano internazionale ed interno da parte del suo leader Al Jolani (mostratosi in video) e, soprattutto, eliminazione delle minacce nei confronti dell’occidente e degli Stati Uniti. Nel suo discorso, infatti, al Jolani non ha rinnovato le sue minacce contro i popoli europei, come fece nel 2014 dopo i primi raid della coalizione internazionale.
La strategia del nuovo “Fronte di Conquista del Levante” rimane comunque molto simile a quella di Al Qaeda: avere un basso profilo nel terrorismo globale contro l’occidente e supportare i diversi gruppi jihadisti affiliati nei loro paesi. In quest’ottica una riunificazione dei gruppi radicali mira, infatti, a combattere e contrastare il nemico più vicino: il regime di Bashar Al Assad. Questo disegno è molto simile alla politica portata avanti da Al Zawahiri, in maniera totalmente opposta a quella del suo predecessore Bin Laden, e favorita dai paesi del golfo. Non è casuale che in questi ultimi mesi siano stati inviati in territorio siriano alcuni tra i più alti quadri qaedisti, come Seif al Adl Al Masri (considerato come il ministro della difesa di Al Qaeda) o Abu Muhammad Al Masri (ex braccio destro di Bin Laden) proprio per pianificare una nuova strategia di lotta. La nuova tattica punta, infatti, ad avere un carattere più nazionale e meno minaccioso nei confronti del mondo occidentale in maniera da esporre maggiormente il fratello-nemico Daesh ad attacchi congiunti da parte di statunitensi e russi.
La Siria, come titola il giornale libanese, sembra ormai diventata il fulcro del pensiero salafita globale che continua a infiammare ed alimentare lo jihadismo internazionale (Daesh e Al Qaeda) e a devastare un paese in conflitto da oltre cinque anni.
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06/07/2016
L’attentato a Medina, il wahabismo e il “File 17”
Arabia saudita. L’attentato a Medina di due giorni è figlio del wahabismo e del salafismo che vedono persino nelle visite dei fedeli alla Tomba di Maometto una forma di paganesimo latente. Intanto Obama ha declassificato parte di un dossier segreto dell’inchiesta sull’11 settembre che fa emergere responsabilità saudite
“Fermiamo chi vuole dirottare la nostra religione”. È il titolo dell’editoriale di Meher Murshed ieri sul quotidiano Gulf News. «È tempo che il mondo islamico si unisca per rigettare questa deviazione (l’Isis). Occorre convocare una riunione d’emergenza dell’Organizzazione della Conferenza Islamica per ribadire l’unità della comunità musulmana di fronte a questo orrore». Murshed si è riferito all’attentato (quattro morti e cinque feriti) compiuto lunedì sera da un kamikaze a Medina, seconda città santa dell’Islam, davanti alla moschea, Al Masjid an Nabawi, che ospita la tomba di Maometto. Un attacco – il terzo in un solo giorno in Arabia saudita – che ha impressionato i musulmani, ovunque. Quello che l’editorialista arabo non ha scritto è che tanti wahabiti in Arabia saudita e nel Golfo da anni invocano la distruzione della Tomba di Maometto a Medina e della casa del profeta alla Mecca perchè contrari alla loro interpretazione dell’Islam –. Sarebbero, a loro dire, espressioni di un paganesimo latente. È già sparita la casa di Khadijah, la prima moglie di Maometto, e al suo posto ora ci sono dei bagni pubblici. Un hotel della catena Hilton occupa da qualche tempo il luogo dove era l’abitazione del primo califfo, Abu Bakr. Un rapporto della Islamic Heritage Research Foundation rivela che dal 1985 i bulldozer inviati dalla casa regnante Saud e dai leader religiosi wahabiti hanno demolito il 98% dei luoghi santi e storici dell’Islam in Arabia saudita.
Se wahabiti e salafiti da decenni non fanno altro che invocare e finanziare con miliardi di dollari, nei Paesi islamici e nelle comunità musulmane in Occidente, l’applicazione della loro visione dell’Islam, non deve sorprendere che un figlio di questo politica vada a Medina per far saltare in aria la Tomba di Maometto. Meher Murshed dovrebbe porsi una domanda fondamentale su chi sta dirottando l’Islam: i fanatici esaltati dell’Isis oppure una corrente minoritaria ma molto potente dell’Islam, legata a doppio filo ai petromonarchi del Golfo, che rifiuta il modo di vivere e di pensare degli altri musulmani? Così come i dirigenti della Cia e del Fbi dovrebbero interrogarsi di nuovo sul perché molti degli attentatori dell’11 Settembre erano cittadini sauditi.
Le responsabilità saudite nell’attacco alle Torri Gemelle continuano ad emergere nonostante gli sforzi delle Amministrazioni Bush e Obama di nasconderle per ragioni politiche e diplomatiche. Sotto la pressione delle famiglie delle vittime, il Dipartimento di stato nei giorni scorsi ha declassificato una parte delle ormai famose 28 pagine segrete del Rapporto della Commissione d’inchiesta del Congresso sull’11 Settembre. Pagine che riguardano il ruolo svolto da cittadini sauditi, alcuni con incarichi importanti negli Usa, a sostegno dei dirottatori che si lanciarono sulle Twin Towers e (ma i dubbi sono forti) sul Pentagono. Il documento reso pubblico è noto come “File 17”. «Le informazioni contenute nel ‘File 17’ si basano su ciò che è scritto nelle 28 pagine», assicura l’ex senatore democratico Bob Graham, co-presidente della inchiesta svolta del Congresso.
Il “File 17” mette in evidenza le attività sospette in particolare di quattro sauditi: Fahad al Thumairy, Omar al Bayoumi, Osama Bassnan e Mohdhar Abdullah. Il primo era un diplomatico e un imam della moschea King Fahad di Culver City, in California, generosamente finanziata dalle istituzioni wahabite di Riyadh. È sospettato di aver aiutato due dei dirottatori dopo il loro arrivo a Los Angeles e di aver dato vita ad un gruppo jihadista, accusa che ha sempre respinto. Nel febbraio 2000 al Thumairy incontrò Omar al Bayoumi, poco prima che quest’ultimo avesse un colloquio con i dirottatori. Al Thumairy nega di aver conosciuto al Bayoumi ma i due hanno avuto decine di conversazioni telefoniche tra il 1998 e il 2000. Il 6 maggio 2003 al Thumairy cercò di tornare negli Stati Uniti. Le autorità Usa invece di aspettarlo in aeroporto per arrestarlo decisero inspiegabilmente di rifiutargli il visto, lasciandolo così libero in Arabia saudita. Da parte sua Omar al Bayoumi aiutò i dirottatori a trovare un appartamento a San Diego, città dove molti arabi lo ritenevano un agente dell’intelligence saudita. Al Bayoumi lasciò gli Stati Uniti nell’agosto del 2001, settimane prima degli attacchi dell’11 settembre. Un suo collaboratore, Osama Bassnan, è stato in contatto frequente con i dirottatori e molti lo ricordano come un sostenitore di Osama bin Laden. Anche lui è libero. Il quarto saudita indicato nel “File 17”, Mohdhar Abdullah, ha fatto da traduttore ai due dirottatori e li ha aiutati ad aprire conti bancari. È stato espulso verso lo Yemen nel maggio 2004. Per il ministro degli esteri saudita Adel Jubeir il “File 17” non conterrebbe alcuna informazione utile alle indagini.
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“Fermiamo chi vuole dirottare la nostra religione”. È il titolo dell’editoriale di Meher Murshed ieri sul quotidiano Gulf News. «È tempo che il mondo islamico si unisca per rigettare questa deviazione (l’Isis). Occorre convocare una riunione d’emergenza dell’Organizzazione della Conferenza Islamica per ribadire l’unità della comunità musulmana di fronte a questo orrore». Murshed si è riferito all’attentato (quattro morti e cinque feriti) compiuto lunedì sera da un kamikaze a Medina, seconda città santa dell’Islam, davanti alla moschea, Al Masjid an Nabawi, che ospita la tomba di Maometto. Un attacco – il terzo in un solo giorno in Arabia saudita – che ha impressionato i musulmani, ovunque. Quello che l’editorialista arabo non ha scritto è che tanti wahabiti in Arabia saudita e nel Golfo da anni invocano la distruzione della Tomba di Maometto a Medina e della casa del profeta alla Mecca perchè contrari alla loro interpretazione dell’Islam –. Sarebbero, a loro dire, espressioni di un paganesimo latente. È già sparita la casa di Khadijah, la prima moglie di Maometto, e al suo posto ora ci sono dei bagni pubblici. Un hotel della catena Hilton occupa da qualche tempo il luogo dove era l’abitazione del primo califfo, Abu Bakr. Un rapporto della Islamic Heritage Research Foundation rivela che dal 1985 i bulldozer inviati dalla casa regnante Saud e dai leader religiosi wahabiti hanno demolito il 98% dei luoghi santi e storici dell’Islam in Arabia saudita.
Se wahabiti e salafiti da decenni non fanno altro che invocare e finanziare con miliardi di dollari, nei Paesi islamici e nelle comunità musulmane in Occidente, l’applicazione della loro visione dell’Islam, non deve sorprendere che un figlio di questo politica vada a Medina per far saltare in aria la Tomba di Maometto. Meher Murshed dovrebbe porsi una domanda fondamentale su chi sta dirottando l’Islam: i fanatici esaltati dell’Isis oppure una corrente minoritaria ma molto potente dell’Islam, legata a doppio filo ai petromonarchi del Golfo, che rifiuta il modo di vivere e di pensare degli altri musulmani? Così come i dirigenti della Cia e del Fbi dovrebbero interrogarsi di nuovo sul perché molti degli attentatori dell’11 Settembre erano cittadini sauditi.
Le responsabilità saudite nell’attacco alle Torri Gemelle continuano ad emergere nonostante gli sforzi delle Amministrazioni Bush e Obama di nasconderle per ragioni politiche e diplomatiche. Sotto la pressione delle famiglie delle vittime, il Dipartimento di stato nei giorni scorsi ha declassificato una parte delle ormai famose 28 pagine segrete del Rapporto della Commissione d’inchiesta del Congresso sull’11 Settembre. Pagine che riguardano il ruolo svolto da cittadini sauditi, alcuni con incarichi importanti negli Usa, a sostegno dei dirottatori che si lanciarono sulle Twin Towers e (ma i dubbi sono forti) sul Pentagono. Il documento reso pubblico è noto come “File 17”. «Le informazioni contenute nel ‘File 17’ si basano su ciò che è scritto nelle 28 pagine», assicura l’ex senatore democratico Bob Graham, co-presidente della inchiesta svolta del Congresso.
Il “File 17” mette in evidenza le attività sospette in particolare di quattro sauditi: Fahad al Thumairy, Omar al Bayoumi, Osama Bassnan e Mohdhar Abdullah. Il primo era un diplomatico e un imam della moschea King Fahad di Culver City, in California, generosamente finanziata dalle istituzioni wahabite di Riyadh. È sospettato di aver aiutato due dei dirottatori dopo il loro arrivo a Los Angeles e di aver dato vita ad un gruppo jihadista, accusa che ha sempre respinto. Nel febbraio 2000 al Thumairy incontrò Omar al Bayoumi, poco prima che quest’ultimo avesse un colloquio con i dirottatori. Al Thumairy nega di aver conosciuto al Bayoumi ma i due hanno avuto decine di conversazioni telefoniche tra il 1998 e il 2000. Il 6 maggio 2003 al Thumairy cercò di tornare negli Stati Uniti. Le autorità Usa invece di aspettarlo in aeroporto per arrestarlo decisero inspiegabilmente di rifiutargli il visto, lasciandolo così libero in Arabia saudita. Da parte sua Omar al Bayoumi aiutò i dirottatori a trovare un appartamento a San Diego, città dove molti arabi lo ritenevano un agente dell’intelligence saudita. Al Bayoumi lasciò gli Stati Uniti nell’agosto del 2001, settimane prima degli attacchi dell’11 settembre. Un suo collaboratore, Osama Bassnan, è stato in contatto frequente con i dirottatori e molti lo ricordano come un sostenitore di Osama bin Laden. Anche lui è libero. Il quarto saudita indicato nel “File 17”, Mohdhar Abdullah, ha fatto da traduttore ai due dirottatori e li ha aiutati ad aprire conti bancari. È stato espulso verso lo Yemen nel maggio 2004. Per il ministro degli esteri saudita Adel Jubeir il “File 17” non conterrebbe alcuna informazione utile alle indagini.
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21/12/2015
La Siria, lo Stato Islamico e la “guerra all’Europa”/terza parte
Terzo appuntamento con il nostro approfondimento, qui e qui la prima e la seconda parte.
Intervistato dal Corriere della Sera Vali Nasr, rettore della Scuola di studi politici internazionali della John Hopkins University di Washington, ha recentemente dichiarato: Se andiamo a cercare spiegazioni per tutti i rivoli rischiamo di perdere il quadro d’insieme. Il nodo centrale è la Siria. Se non ci fosse stata la guerra civile siriana oggi l’Isis non esisterebbe.(…) Il fatto che esista un’organizzazione terrorista con una sua base territoriale è una cosa di enorme importanza. Sul piano operativo e anche su quello psicologico. Un ribelle reclutato dall’Isis, magari un criminale comune, all’improvviso si sente investito di una missione: ha non solo un’ideologia, ma anche una patria da difendere. Il politologo di origine iraniana, già consigliere di Obama, coglie così, meglio di molti altri osservatori politici, gli elementi di novità strategici e tattici che stanno dietro l’ascesa dello Stato Islamico. La categoria del “terrorismo islamico”, con cui si è soliti inquadrare il tema, inchioda il nemico a due sole dimensioni: la violenza e la fede. Il problema è che lo stigma bipolare coglie alcuni aspetti epifenomenici della questione, ma ne nasconde altri, meno visibili ma indispensabili per comprenderne la natura. Su tutti quella volontà di “farsi Stato” del movimento di al-Baghdādī che ne costituisce il cuore del “pensiero strategico”, nonché il tratto peculiare e distintivo rispetto alle precedenti generazioni di jihadisti. Un elemento che raramente viene colto, tanto che lo Stato Islamico raramente è citato con il suo nome, semmai virgolettato, mentre gli si preferisce in genere l’acronimo Isis o, in arabo, Daesh (ad-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa l-Shām). Sopprimendo o edulcorando l’evocazione della statualità si perde però di vista il carattere innovativo della movimento e delle analoghe strutture attive nella “fascia salafita”, tra Sahel, Sahara e Golfo. Non a caso Boko Haram si richiama al Califfato di Sokoto, uno dei più vasti imperi africani che prima di essere sgominato dai britannici nel 1903 si estendeva dal bacino del Niger al lago Ciad. E anche in questo caso l’obiettivo è (ri)farsi Stato Islamico nella Nigeria settentrionale, ricongiungendosi ai territori contigui ed etnicamente affini in Niger, Ciad e Camerun. Per certi versi lo Stato islamico può essere considerato come una specie di avatar delle petromonarchie del Golfo poiché ha come fondamento ideologico il wahhabismo, propagato con la violenza, e si appoggia alle risorse petrolifere conquistate in Iraq e Siria, per assicurarsi fonti di finanziamento e accrescere la propria influenza. E’ noto inoltre come i libri di Abd al-Wahhāb, fondatore della dottrina wahhabita, siano distribuiti in Iraq ed in Siria proprio dall’IS. Esiste dunque un forte legame ideologico e di solidarietà materiale fra il regime saudita e l’organizzazione jihadista. E’ necessario tuttavia prendere in considerazione anche le profonde mutazioni che ha assunto il wahhabismo nella sua trasposizione in un contesto diverso rispetto a quello della penisola arabica. La sua trasformazione cioè da ideologia di riferimento di un movimento conservatore e legittimista a base dottrinale in un movimento “rivoluzionario”. Ed è proprio questa trasformazione (che pone in imbarazzo gli stessi sauditi sempre più in difficoltà nel giustificare i propri legami economici e politici con gli Stati Uniti) che sta alla base della comprensione del fenomeno dello Stato Islamico. Questa forma di salafismo-jihadista emerge con la guerra in Afghanistan ed ha fin qui prodotto tre generazioni di combattenti.
La prima generazione è stata quella che ha fondato il movimento, conferendogli un carattere globale nel contesto della “guerra di liberazione” afghana degli anni Ottanta del secolo scorso. Il suo principale teorico era lo sceicco palestinese Abd Allāh Yūsuf al-’Azzām.
La seconda generazione è quella che ha dato origine ad al-Qāʿida, il movimento di Osama bin Laden e di al-Ẓawāhirī. Anch’essa ha origine nell’esperienza dell’Afghanistan, declinata però in contesti nuovi (Egitto, Bosnia, Algeria, Cecenia). Si può dire che l’impronta ideologica di questa seconda generazione di combattenti sia stata quella di dare alla guerra santa una dimensione globale, individuando negli Usa il proprio principale nemico.
La terza generazione è invece quella di Abou Moussab al-Zarqaoui e di Abou Moussab al-Souri che hanno, seppur in modo diverso, sottoposto a critica gli obiettivi e il modus operandi dei predecessori teorizzando un jihad “locale” che si concentrasse prioritariamente sulle zone liberate da usare come base per una espansione futura. Con al-Zarqaoui si procede quindi ad una “irachenizzazione” di al-Qāʿida.
Lo Stato Islamico si radica nelle riflessioni di questa terza generazione jihadista. Letta in questa prospettiva la guerra in Afghanistan, lungi dall’essere l’ultimo conflitto per procura combattuto dalle due superpotenze del Novecento nel contesto della Guerra Fredda, diviene piuttosto l’incubatrice degli accadimenti che si dipanano dal primo attentato al World Trade Center del 1994 fino alla proclamazione del califfato nel 2014. Vale allora la pena ricordare, seppure brevemente, quanto ebbe a sostenere il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Zbigniew Brzezinski, in merito al sostegno fornito da Washington ai mujāhidīn afghani, all’epoca considerati dall’occidente combattenti per la libertà: Cos’è più importante? I talebani o il crollo dell’impero sovietico? Qualche musulmano riottoso o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?
Queste riflessioni ci riportano a prendere in considerazione nel dettaglio il luogo dove l’idea stessa di Stato Islamico è nata: la fascia sunnita dell’Iraq. Avendo ben chiaro, però, che prima dell’intervento statunitense del 2003 in questo paese non esisteva ancora una branca di al-Qāʿida, e che essa è nata solo nel 2004, approfittando del clima di caos politico generato dalla caduta di Saddam Hussein e dopo la fuga dei principali capi jihadisti dall’Afghanistan. Le radici dello Stato Islamico risalgono dunque all’arrivo in Iraq di al-Zarqaoui e all’inizio delle operazioni del suo gruppo, Jama’at al-Tawhid wal-Jihad, affiliatosi al network di al-Qāʿida nel 2004 e rinominatosi al-Qāʿida in Iraq. E’ sempre qui che avviene la mutazione di al-Qāʿida in Iraq in Isi (poi Isis nel 2013 e Is nel 2014), dopo la morte nel giugno del 2006 dello stesso al-Zarqaoui (ormai “dissidente” da al-Qāʿida stessa) e la fusione nell’ottobre dello stesso con una federazione di gruppi jihadisti locali, la Maglia Shura al-Mujahidin fi al-Iraq. Ed è sempre nel teatro iracheno che l’odierno IS matura il nuovo pensiero strategico (la fondazione di uno Stato) e anche una tattica politica volta a cercare appoggi in fazioni e gruppi ideologicamente molto lontani dallo jihadismo. L’organizzazione si struttura in un territorio dove hanno trovato rifugio molti orfani di Saddam Hussein, un’area dove da anni cova il risentimento per l’invasione americana e dove la repressione sciita nei confronti della minoranza sunnita era più marcata. Ed è proprio tra ex ufficiali della Guardia Repubblicana, come l’ex colonnello al-Turkmānī, o alti ufficiali dei servizi segreti, come Abdul Hadi al Iraqi, o generali dell’Esercito come Abū ʿAlī al–Anbārī, tutti radicalizzati in carcere, che lo Stato Islamico recluta i suoi leader più abili.
Tra la fine del 2006-2007 l’organizzazione aveva subito battute di arresto critiche quando le milizie tribali arabo-sunnite del Movimento del risveglio (Sahwa) le si erano rivoltate contro, mentre il gruppo dei volontari stranieri e il denaro iniziavano a scarseggiare. Le cellule jihadiste subirono così un processo di disintegrazione producendo criminali locali dediti a rapimenti ed estorsioni utili a pagare i salari degli affiliati più che a finanziare l’insurrezione. In uno studio su al-Qāʿida in Iraq del dicembre del 2013 Michael Knights spiegava: a partire dalla metà del 2010 l’Isi era “un morto che cammina”.
Il cambiamento avviene nell’estate del 2010 quando la leadership dell’Isi passa nelle mani di Abu Bakr al-Baghdādī, un ex prigioniero del carcere americano di Camp Bucca. Nell’aprile del 2011 si assiste ad un rilancio dell’organizzazione che si garantisce un significativo spazio operativo all’interno delle comunità arabo-sunnite con una serie di clamorosi attacchi contro le carceri irachene. Il punto di svolta vero e proprio però è la progressiva disintegrazione della Siria a partire dall’inizio del 2012. Il paese, che per anni era stato solo una stazione di passaggio per i foreign fighters diretti in Iraq, diventa prima il rifugio sicuro dei jihadisti che operavano in Iraq, e poi la culla dell’Isis. L’intuizione tattica alla base dei successi militari è la fusione, in un unico campo di battaglia, delle aree sunnite di Iraq e Siria. Proprio per questo il conflitto siriano ha costituito un trampolino di lancio ideale per le ambizioni transnazionali di al-Baghdādī e la sua ideologia “antimperialista”. Si trattava di un occasione storica per abbattere la frontiera siro-irachena creata in maniera artificiale dai francesi facendo leva sulla ribellione della maggioranza sunnita in Siria e della minoranza sunnita in Iraq. Per i salafiti infatti la Siria non esiste. Questo nome sarebbe come quello dell’Iraq una fabbricazione degli atei e nel loro gergo ispirato al corano l’Iraq si chiama Bilad al-rafidayn (terra dei due fiumi) mentre la Siria sarebbe Bilad al-Sham (terra del Levante). Al-Baghdādī cominciò con il creare una branca ufficiale di al-Qāʿida in Siria, che prese il nome di Jabhat al-Nuṣra, dotandola di uomini, mezzi e armi. Abou Mohammed al-Jolani, un quadro siriano dell’organizzazione, venne incaricato di supervisionare e dirigere l’operazione.
Rapidamente al-Nuṣra si impose come una forza disciplinata, ben equipaggiata e influente nelle zone liberate dall’esercito siriano. Malgrado ciò i rapporti tra al-Jolani e al-Baghdādī si deteriorano. Sebbene i due leader condividessero l’obiettivo dell’instaurazione del califfato, Jabhat al-Nuṣra adottava un atteggiamento più pragmatico nell’applicazione della legge islamica allo scopo di non alienarsi il sostegno della popolazione locale e degli altri gruppi ribelli siriani con cui cooperava. Nell’aprile del 2013 al-Baghdādī annunciò la fusione del suo movimento (Stato Islamico in Iraq) con al-Nuṣra, per dare vita allo Stato Islamico in Iraq e Sham (ISIS). I partigiani di al-Jolani non gradirono però l’operazione e rinnovarono la propria fedeltà ad al-Qāʿida, il cui capo, al-Ẓawāhirī, nel giugno del 2013 decise che le due organizzazioni dovessero rimanere distinte, seppure in un rapporto di reciproca collaborazione. Questa presa di posizione indusse al-Baghdādī a ripudiare la propria organizzazione promuovendo una scissione: i partigiani di al-Jolani mantennero il nome di Jabhat al-Nuṣra mentre quelli di al-Baghdādī utilizzarono la nuova denominazione di Stato Islamico in Iraq e Sham, il cui portavoce in Siria divenne Abu ali al-Anbari. A partire da questo momento l’Isis conobbe un rafforzamento progressivo che lo portò dalla precedente politica di alleanza con altre forze ribelli ad una progressiva autosufficienza. La disciplina dei suoi miliziani, la competenza tecnica dei suoi quadri, la coerenza ideologica e il buon equipaggiamento delle truppe provocarono due tipi di reazione negli altri gruppi “ribelli” siriani: alcuni rimasero soggiogati dal suo prestigio e confluirono nella nuova organizzazione, spinti anche dall’impotenza dimostrata dal FSA, altri allarmati dalla sua forza iniziarono a combatterlo. Si tratta in particolare delle brigate islamiste e salafite del Fronte Islamico, create nel novembre del 2013, di alcune brigate nazionaliste o islamico nazionaliste e del Fronte Rivoluzionario Siriano.
Nel gennaio del 2014 il movimento di al-Baghdādī riuscì ad assumere il pieno controllo di Raqqa, cacciando i miliziani di al-Nuṣra che l’avevano “liberata” il 6 marzo del 2013 ed eleggendola a “capitale” del Califfato. Si tratta di una città di poco più di 200 mila abitanti che ha però una storia densa di significato per i musulmani poiché per 13 anni, dal 796 al 809, fu la capitale del Califfato di Harun al-Rashid. Il 10 giugno, dopo una folgorante offensiva durata pochi giorni, al-Baghdādī condusse le sue truppe ad occupare la citta irachena di Mosul, la seconda citta del paese con oltre 2 milioni di abitanti, da dove il 29 giugno annunciò al mondo la nascita del Califfato. Un abbozzo di Stato che ora occupa un’area più vasta della Gran Bretagna abitata da circa 10 milioni di persone e che si è formato nel suo territorio di elezione, lo spazio tribale sunnita a cavallo della linea Sykes-Picot, fra l’Iraq occidentale e la Siria orientale.
Appare chiaro dunque come lo Stato islamico sia figlio delle guerre imperialiste e delle avventure neocoloniali. La combinazione letale, ma efficace, di estremismo religioso ed esperienza militare è frutto innanzitutto della destabilizzazione dell’Iraq, iniziata nel 2003 con l’invasione degli Stati Uniti, e poi del confronto bellico scoppiato in Siria nel 2011. Appare altrettanto evidente come siano stati gli Usa e l’Unione Europa, insieme ai loro alleati turchi, sauditi, qatarioti, kuwaitiani e degli Emirati Arabi ad aver creato le condizioni per la nascita dell’Isis. Le guerre irregolari o la guerriglia sono sempre profondamente politiche, e i conflitti scoppiati con la “guerra al terrore” lo sono in modo particolare. Questo non significa che ciò che accade sul campo di battaglia sia insignificante, ma che dev’essere opportunamente e politicamente contestualizzato. Altrimenti non si spiegherebbe come nella presa di Mosul 1300 miliziani jihadisti siano riusciti in soli quattro giorni a sbaragliare un contingente avversario che poteva contare, almeno sulla carta, su oltre 60.000 effettivi ben equipaggiati. Il nodo della questione era che per la maggioranza degli abitanti di Mosul i combattenti dell’Isis, per quanto brutali, erano comunque preferibili alle forze di al-Mālikī controllate dagli sciiti. Così se è vero che nella situazione attuale è facile immaginare che gli attacchi aerei avranno un’efficacia relativa, dato che l’IS agisce come un esercito di guerriglia e non vi sono movimenti di truppe o di materiali facilmente individuabili e bombardabili dall’alto, mentre i suoi dirigenti sono abituati a nascondersi. E’ ancor più vero che annientare l’impianto militare dello Stato Islamico senza sanare davvero e in tutti i suoi aspetti la grande ferita dell’Iraq porterà inevitabilmente l’IS a reincarnarsi in un nuovo e più sofisticato “mostro provvidenziale” da utilizzare come pretesto per ulteriori operazioni militari.
La “territorializzazione” del jihad risponde però anche ad altre esigenze oltre a quella ideologica, su tutte la legittimazione sociale e le necessità logistica-finanziarie. Secondo il capo del consiglio provinciale di quell’area lo Stato Islamico impadronendosi di Mosul, il 10 giugno 2014, avrebbe messo le mani su qualcosa come 400 o 500 milioni di dollari custoditi nella banca centrale della città. Tuttavia le risorse finanziarie derivanti dalle conquiste territoriali non spiegano da sole la potenza finanziaria del movimento che secondo recenti stime potrebbe contare su assets per 2 miliardi di dollari. Una parte consistente del Pil dello Stato islamico deriva dal petrolio. Secondo stime del governo USA, l’IS guadagna almeno 50 milioni di dollari al mese dall’estrazione e vendita illegale di petrolio commercializzato a prezzo di saldo: dai 35 ai 10 dollari al barile. Come vuole la legge del mercato ogni scambio suppone un venditore e un compratore. Alla prima figura corrisponde in questo caso il “terrorista islamico”. Alla seconda, il consumatore globale, soprattutto occidentale. La strategia di espansione di IS in Iraq e Siria non ha fatto altro che puntare al controllo degli impianti petroliferi. L’ultimo pozzo siriano è stato conquistato lo scorso luglio, i jihadisti controllano ora 253 pozzi petroliferi di cui 161 ancora operativi. Secondo il comitato parlamentare per l’energia di Baghdad l’IS estrae ogni giorno 30-40 mila barili in Siria e 20 mila barili in Iraq. Secondo altre fonti la produzione non arriverebbe invece ai 10 mila barili giornalieri, anche a causa dell’intensificazione dei bombardamenti aerei. Comunque sia la gestione dei pozzi richiede competenze specifiche e per ovviare ai problemi tecnici i jihadisti hanno potuto contare sull’invio di macchinari e personale esperto da parti degli Stati sostenitori. Oltre alle donazioni da una miriade di controverse organizzazioni di carità, il contrabbando di greggio e di prodotti raffinati resta dunque la maggiore entrata su cui punta il califfo al-Baghdādī.
La strategia dell’IS poggia anche sul controllo delle risorse naturali, cosa che gli ha permesso di retribuire i propri miliziani e sostenere le popolazioni amministrate attraverso la confisca, ad esempio, dei depositi di grano e i mulini della Siria dell’est e nelle province di Ninive in Iraq. In questo l’IS è riuscito la dove gli altri gruppi anti al-Asad hanno fallito: i forni, le fabbriche, i mulini e i silos sono stati rimessi in grado di funzionare e i loro prodotti sono stati offerti a prezzi calmierati alle popolazioni povere. Fintanto che la sua condizione finanziaria glielo permette l’IS può così praticare una politica sociale attiva ottenendo in cambio l’accettazione delle sue politiche draconiane in materia di costumi e ordine pubblico. L’auto sufficienza in termini di risorse finanziarie, umane, energetiche o alimentari ha anche permesso di avviare un’amministrazione efficace sui territori controllati. Come descrive Emanuela C. Del Re in un recente numero della rivista Limes questo proto Stato ha ormai una “capitale”, globalmente riconosciuta nella città siriana di Raqqa ed è stato suddiviso in province, i wilāyāt, seguendo un concetto storico dell’islam. Al vertice della macchina statale c’è il “califfo” , il “vicario di Dio” (khalīfat rasūl Allāh), e immediatamente sotto di lui due vice provenienti dal Consiglio della šūrā, l’organo più importante dello Stato Islamico. Questi sono responsabili dei wilāyāt iracheni e di quelli siriani. Il vice di al-Baghdādī in Siria è Abu ali al-Anbari, mentre in Iraq questo ruolo era ricoperto fino all’agosto scorso, quando è rimasto ucciso in un attacco di droni, da Abū Muslim al-Turkmānī. L’apparato statale fa perno su otto consigli: il “Consiglio della sharīʿa”, che ha natura teologica e amministra la giustizia; il “Consiglio della šūrā”, che definisce le politiche statali; il dipartimento delle finanze; l’Ahl al-Hall wa’l-Aqd (coloro che sciolgono e legano), con finalità legislative; il consiglio militare, il consiglio di sicurezza, il consiglio dei media e l’organizzazione amministrativa vera e propria. Tale organizzazione come abbiamo visto sopra fa perno sui wilāyāt affidati ad un “governatore”, il Wālī, i cui immediati sottoposti sono gli emiri che controllano le zone in cui è divisa la provincia. La macchina burocratica può contare su circa un migliaio di quadri intermedi, forniti di esperienza militare o di polizia, per amministrare territori in cui vivono milioni di persone. La formazione di questo migliaio di quadri sta a testimoniare l’ambizione dello Stato Islamico di far durare a lungo la propria amministrazione. Il Califfato ha portato avanti, fin da subito, una strategia di omogeneizzazione dei territori controllati che ha visto nella distruzione dei santuari, delle moschee sciite e nella furia iconoclasta il suo tratto più “spettacolare”, ma che si è concretizzata per i cristiani dei Mosul nella proposta di accettazione dello status di dhimmi (status di suddito non musulmano), in quella di conversione all’Islam oppure nell’esilio. Lo Stato Islamico promuove inoltre la hijra (emigrazione) attraverso l’esaltazione della figura del mujāhidīn muhāǧir (combattente migrante) e l’insediamento di veri e propri coloni stranieri per sostituire quelle popolazioni locali poco disposte ad accettare le leggi draconiane imposte dai jihadisti. Di fatto si tratta di un’importazione di sostenitori che soddisfano determinati criteri ideologico-religiosi per schiacciare le forme del dissenso, un tratto che nemmeno troppo paradossalmente evoca il sionismo. Un aiuto propagandistico in questo senso lo hanno indubbiamente fornito le conquiste territoriali ottenute dall’IS che gli hanno procurato un grande prestigio verso i jihadisti del Medio oriente e più in generale di tutti i paesi del mondo. In un rapporto del giugno dello scorso anno si stima che attualmente ci siano elementi di 81 paesi differenti, fra cui molti paesi occidentali. Un fenomeno inedito per la sua ampiezza. Intervistato dal Sole 24 Ore Gilles de Kerchove, coordinatore europeo dell’antiterrorismo, ha recentemente dichiarato: Stimo che i cittadini europei che stiano combattendo o abbiano combattuto in Siria siano circa 5 mila. Ipotizziamo che il 5-10% di loro sia molto violento. Il numero è enorme.
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Intervistato dal Corriere della Sera Vali Nasr, rettore della Scuola di studi politici internazionali della John Hopkins University di Washington, ha recentemente dichiarato: Se andiamo a cercare spiegazioni per tutti i rivoli rischiamo di perdere il quadro d’insieme. Il nodo centrale è la Siria. Se non ci fosse stata la guerra civile siriana oggi l’Isis non esisterebbe.(…) Il fatto che esista un’organizzazione terrorista con una sua base territoriale è una cosa di enorme importanza. Sul piano operativo e anche su quello psicologico. Un ribelle reclutato dall’Isis, magari un criminale comune, all’improvviso si sente investito di una missione: ha non solo un’ideologia, ma anche una patria da difendere. Il politologo di origine iraniana, già consigliere di Obama, coglie così, meglio di molti altri osservatori politici, gli elementi di novità strategici e tattici che stanno dietro l’ascesa dello Stato Islamico. La categoria del “terrorismo islamico”, con cui si è soliti inquadrare il tema, inchioda il nemico a due sole dimensioni: la violenza e la fede. Il problema è che lo stigma bipolare coglie alcuni aspetti epifenomenici della questione, ma ne nasconde altri, meno visibili ma indispensabili per comprenderne la natura. Su tutti quella volontà di “farsi Stato” del movimento di al-Baghdādī che ne costituisce il cuore del “pensiero strategico”, nonché il tratto peculiare e distintivo rispetto alle precedenti generazioni di jihadisti. Un elemento che raramente viene colto, tanto che lo Stato Islamico raramente è citato con il suo nome, semmai virgolettato, mentre gli si preferisce in genere l’acronimo Isis o, in arabo, Daesh (ad-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa l-Shām). Sopprimendo o edulcorando l’evocazione della statualità si perde però di vista il carattere innovativo della movimento e delle analoghe strutture attive nella “fascia salafita”, tra Sahel, Sahara e Golfo. Non a caso Boko Haram si richiama al Califfato di Sokoto, uno dei più vasti imperi africani che prima di essere sgominato dai britannici nel 1903 si estendeva dal bacino del Niger al lago Ciad. E anche in questo caso l’obiettivo è (ri)farsi Stato Islamico nella Nigeria settentrionale, ricongiungendosi ai territori contigui ed etnicamente affini in Niger, Ciad e Camerun. Per certi versi lo Stato islamico può essere considerato come una specie di avatar delle petromonarchie del Golfo poiché ha come fondamento ideologico il wahhabismo, propagato con la violenza, e si appoggia alle risorse petrolifere conquistate in Iraq e Siria, per assicurarsi fonti di finanziamento e accrescere la propria influenza. E’ noto inoltre come i libri di Abd al-Wahhāb, fondatore della dottrina wahhabita, siano distribuiti in Iraq ed in Siria proprio dall’IS. Esiste dunque un forte legame ideologico e di solidarietà materiale fra il regime saudita e l’organizzazione jihadista. E’ necessario tuttavia prendere in considerazione anche le profonde mutazioni che ha assunto il wahhabismo nella sua trasposizione in un contesto diverso rispetto a quello della penisola arabica. La sua trasformazione cioè da ideologia di riferimento di un movimento conservatore e legittimista a base dottrinale in un movimento “rivoluzionario”. Ed è proprio questa trasformazione (che pone in imbarazzo gli stessi sauditi sempre più in difficoltà nel giustificare i propri legami economici e politici con gli Stati Uniti) che sta alla base della comprensione del fenomeno dello Stato Islamico. Questa forma di salafismo-jihadista emerge con la guerra in Afghanistan ed ha fin qui prodotto tre generazioni di combattenti.
La prima generazione è stata quella che ha fondato il movimento, conferendogli un carattere globale nel contesto della “guerra di liberazione” afghana degli anni Ottanta del secolo scorso. Il suo principale teorico era lo sceicco palestinese Abd Allāh Yūsuf al-’Azzām.
La seconda generazione è quella che ha dato origine ad al-Qāʿida, il movimento di Osama bin Laden e di al-Ẓawāhirī. Anch’essa ha origine nell’esperienza dell’Afghanistan, declinata però in contesti nuovi (Egitto, Bosnia, Algeria, Cecenia). Si può dire che l’impronta ideologica di questa seconda generazione di combattenti sia stata quella di dare alla guerra santa una dimensione globale, individuando negli Usa il proprio principale nemico.
La terza generazione è invece quella di Abou Moussab al-Zarqaoui e di Abou Moussab al-Souri che hanno, seppur in modo diverso, sottoposto a critica gli obiettivi e il modus operandi dei predecessori teorizzando un jihad “locale” che si concentrasse prioritariamente sulle zone liberate da usare come base per una espansione futura. Con al-Zarqaoui si procede quindi ad una “irachenizzazione” di al-Qāʿida.
Lo Stato Islamico si radica nelle riflessioni di questa terza generazione jihadista. Letta in questa prospettiva la guerra in Afghanistan, lungi dall’essere l’ultimo conflitto per procura combattuto dalle due superpotenze del Novecento nel contesto della Guerra Fredda, diviene piuttosto l’incubatrice degli accadimenti che si dipanano dal primo attentato al World Trade Center del 1994 fino alla proclamazione del califfato nel 2014. Vale allora la pena ricordare, seppure brevemente, quanto ebbe a sostenere il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Zbigniew Brzezinski, in merito al sostegno fornito da Washington ai mujāhidīn afghani, all’epoca considerati dall’occidente combattenti per la libertà: Cos’è più importante? I talebani o il crollo dell’impero sovietico? Qualche musulmano riottoso o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?
Queste riflessioni ci riportano a prendere in considerazione nel dettaglio il luogo dove l’idea stessa di Stato Islamico è nata: la fascia sunnita dell’Iraq. Avendo ben chiaro, però, che prima dell’intervento statunitense del 2003 in questo paese non esisteva ancora una branca di al-Qāʿida, e che essa è nata solo nel 2004, approfittando del clima di caos politico generato dalla caduta di Saddam Hussein e dopo la fuga dei principali capi jihadisti dall’Afghanistan. Le radici dello Stato Islamico risalgono dunque all’arrivo in Iraq di al-Zarqaoui e all’inizio delle operazioni del suo gruppo, Jama’at al-Tawhid wal-Jihad, affiliatosi al network di al-Qāʿida nel 2004 e rinominatosi al-Qāʿida in Iraq. E’ sempre qui che avviene la mutazione di al-Qāʿida in Iraq in Isi (poi Isis nel 2013 e Is nel 2014), dopo la morte nel giugno del 2006 dello stesso al-Zarqaoui (ormai “dissidente” da al-Qāʿida stessa) e la fusione nell’ottobre dello stesso con una federazione di gruppi jihadisti locali, la Maglia Shura al-Mujahidin fi al-Iraq. Ed è sempre nel teatro iracheno che l’odierno IS matura il nuovo pensiero strategico (la fondazione di uno Stato) e anche una tattica politica volta a cercare appoggi in fazioni e gruppi ideologicamente molto lontani dallo jihadismo. L’organizzazione si struttura in un territorio dove hanno trovato rifugio molti orfani di Saddam Hussein, un’area dove da anni cova il risentimento per l’invasione americana e dove la repressione sciita nei confronti della minoranza sunnita era più marcata. Ed è proprio tra ex ufficiali della Guardia Repubblicana, come l’ex colonnello al-Turkmānī, o alti ufficiali dei servizi segreti, come Abdul Hadi al Iraqi, o generali dell’Esercito come Abū ʿAlī al–Anbārī, tutti radicalizzati in carcere, che lo Stato Islamico recluta i suoi leader più abili.
Tra la fine del 2006-2007 l’organizzazione aveva subito battute di arresto critiche quando le milizie tribali arabo-sunnite del Movimento del risveglio (Sahwa) le si erano rivoltate contro, mentre il gruppo dei volontari stranieri e il denaro iniziavano a scarseggiare. Le cellule jihadiste subirono così un processo di disintegrazione producendo criminali locali dediti a rapimenti ed estorsioni utili a pagare i salari degli affiliati più che a finanziare l’insurrezione. In uno studio su al-Qāʿida in Iraq del dicembre del 2013 Michael Knights spiegava: a partire dalla metà del 2010 l’Isi era “un morto che cammina”.
Il cambiamento avviene nell’estate del 2010 quando la leadership dell’Isi passa nelle mani di Abu Bakr al-Baghdādī, un ex prigioniero del carcere americano di Camp Bucca. Nell’aprile del 2011 si assiste ad un rilancio dell’organizzazione che si garantisce un significativo spazio operativo all’interno delle comunità arabo-sunnite con una serie di clamorosi attacchi contro le carceri irachene. Il punto di svolta vero e proprio però è la progressiva disintegrazione della Siria a partire dall’inizio del 2012. Il paese, che per anni era stato solo una stazione di passaggio per i foreign fighters diretti in Iraq, diventa prima il rifugio sicuro dei jihadisti che operavano in Iraq, e poi la culla dell’Isis. L’intuizione tattica alla base dei successi militari è la fusione, in un unico campo di battaglia, delle aree sunnite di Iraq e Siria. Proprio per questo il conflitto siriano ha costituito un trampolino di lancio ideale per le ambizioni transnazionali di al-Baghdādī e la sua ideologia “antimperialista”. Si trattava di un occasione storica per abbattere la frontiera siro-irachena creata in maniera artificiale dai francesi facendo leva sulla ribellione della maggioranza sunnita in Siria e della minoranza sunnita in Iraq. Per i salafiti infatti la Siria non esiste. Questo nome sarebbe come quello dell’Iraq una fabbricazione degli atei e nel loro gergo ispirato al corano l’Iraq si chiama Bilad al-rafidayn (terra dei due fiumi) mentre la Siria sarebbe Bilad al-Sham (terra del Levante). Al-Baghdādī cominciò con il creare una branca ufficiale di al-Qāʿida in Siria, che prese il nome di Jabhat al-Nuṣra, dotandola di uomini, mezzi e armi. Abou Mohammed al-Jolani, un quadro siriano dell’organizzazione, venne incaricato di supervisionare e dirigere l’operazione.
Rapidamente al-Nuṣra si impose come una forza disciplinata, ben equipaggiata e influente nelle zone liberate dall’esercito siriano. Malgrado ciò i rapporti tra al-Jolani e al-Baghdādī si deteriorano. Sebbene i due leader condividessero l’obiettivo dell’instaurazione del califfato, Jabhat al-Nuṣra adottava un atteggiamento più pragmatico nell’applicazione della legge islamica allo scopo di non alienarsi il sostegno della popolazione locale e degli altri gruppi ribelli siriani con cui cooperava. Nell’aprile del 2013 al-Baghdādī annunciò la fusione del suo movimento (Stato Islamico in Iraq) con al-Nuṣra, per dare vita allo Stato Islamico in Iraq e Sham (ISIS). I partigiani di al-Jolani non gradirono però l’operazione e rinnovarono la propria fedeltà ad al-Qāʿida, il cui capo, al-Ẓawāhirī, nel giugno del 2013 decise che le due organizzazioni dovessero rimanere distinte, seppure in un rapporto di reciproca collaborazione. Questa presa di posizione indusse al-Baghdādī a ripudiare la propria organizzazione promuovendo una scissione: i partigiani di al-Jolani mantennero il nome di Jabhat al-Nuṣra mentre quelli di al-Baghdādī utilizzarono la nuova denominazione di Stato Islamico in Iraq e Sham, il cui portavoce in Siria divenne Abu ali al-Anbari. A partire da questo momento l’Isis conobbe un rafforzamento progressivo che lo portò dalla precedente politica di alleanza con altre forze ribelli ad una progressiva autosufficienza. La disciplina dei suoi miliziani, la competenza tecnica dei suoi quadri, la coerenza ideologica e il buon equipaggiamento delle truppe provocarono due tipi di reazione negli altri gruppi “ribelli” siriani: alcuni rimasero soggiogati dal suo prestigio e confluirono nella nuova organizzazione, spinti anche dall’impotenza dimostrata dal FSA, altri allarmati dalla sua forza iniziarono a combatterlo. Si tratta in particolare delle brigate islamiste e salafite del Fronte Islamico, create nel novembre del 2013, di alcune brigate nazionaliste o islamico nazionaliste e del Fronte Rivoluzionario Siriano.
Nel gennaio del 2014 il movimento di al-Baghdādī riuscì ad assumere il pieno controllo di Raqqa, cacciando i miliziani di al-Nuṣra che l’avevano “liberata” il 6 marzo del 2013 ed eleggendola a “capitale” del Califfato. Si tratta di una città di poco più di 200 mila abitanti che ha però una storia densa di significato per i musulmani poiché per 13 anni, dal 796 al 809, fu la capitale del Califfato di Harun al-Rashid. Il 10 giugno, dopo una folgorante offensiva durata pochi giorni, al-Baghdādī condusse le sue truppe ad occupare la citta irachena di Mosul, la seconda citta del paese con oltre 2 milioni di abitanti, da dove il 29 giugno annunciò al mondo la nascita del Califfato. Un abbozzo di Stato che ora occupa un’area più vasta della Gran Bretagna abitata da circa 10 milioni di persone e che si è formato nel suo territorio di elezione, lo spazio tribale sunnita a cavallo della linea Sykes-Picot, fra l’Iraq occidentale e la Siria orientale.
Appare chiaro dunque come lo Stato islamico sia figlio delle guerre imperialiste e delle avventure neocoloniali. La combinazione letale, ma efficace, di estremismo religioso ed esperienza militare è frutto innanzitutto della destabilizzazione dell’Iraq, iniziata nel 2003 con l’invasione degli Stati Uniti, e poi del confronto bellico scoppiato in Siria nel 2011. Appare altrettanto evidente come siano stati gli Usa e l’Unione Europa, insieme ai loro alleati turchi, sauditi, qatarioti, kuwaitiani e degli Emirati Arabi ad aver creato le condizioni per la nascita dell’Isis. Le guerre irregolari o la guerriglia sono sempre profondamente politiche, e i conflitti scoppiati con la “guerra al terrore” lo sono in modo particolare. Questo non significa che ciò che accade sul campo di battaglia sia insignificante, ma che dev’essere opportunamente e politicamente contestualizzato. Altrimenti non si spiegherebbe come nella presa di Mosul 1300 miliziani jihadisti siano riusciti in soli quattro giorni a sbaragliare un contingente avversario che poteva contare, almeno sulla carta, su oltre 60.000 effettivi ben equipaggiati. Il nodo della questione era che per la maggioranza degli abitanti di Mosul i combattenti dell’Isis, per quanto brutali, erano comunque preferibili alle forze di al-Mālikī controllate dagli sciiti. Così se è vero che nella situazione attuale è facile immaginare che gli attacchi aerei avranno un’efficacia relativa, dato che l’IS agisce come un esercito di guerriglia e non vi sono movimenti di truppe o di materiali facilmente individuabili e bombardabili dall’alto, mentre i suoi dirigenti sono abituati a nascondersi. E’ ancor più vero che annientare l’impianto militare dello Stato Islamico senza sanare davvero e in tutti i suoi aspetti la grande ferita dell’Iraq porterà inevitabilmente l’IS a reincarnarsi in un nuovo e più sofisticato “mostro provvidenziale” da utilizzare come pretesto per ulteriori operazioni militari.
La “territorializzazione” del jihad risponde però anche ad altre esigenze oltre a quella ideologica, su tutte la legittimazione sociale e le necessità logistica-finanziarie. Secondo il capo del consiglio provinciale di quell’area lo Stato Islamico impadronendosi di Mosul, il 10 giugno 2014, avrebbe messo le mani su qualcosa come 400 o 500 milioni di dollari custoditi nella banca centrale della città. Tuttavia le risorse finanziarie derivanti dalle conquiste territoriali non spiegano da sole la potenza finanziaria del movimento che secondo recenti stime potrebbe contare su assets per 2 miliardi di dollari. Una parte consistente del Pil dello Stato islamico deriva dal petrolio. Secondo stime del governo USA, l’IS guadagna almeno 50 milioni di dollari al mese dall’estrazione e vendita illegale di petrolio commercializzato a prezzo di saldo: dai 35 ai 10 dollari al barile. Come vuole la legge del mercato ogni scambio suppone un venditore e un compratore. Alla prima figura corrisponde in questo caso il “terrorista islamico”. Alla seconda, il consumatore globale, soprattutto occidentale. La strategia di espansione di IS in Iraq e Siria non ha fatto altro che puntare al controllo degli impianti petroliferi. L’ultimo pozzo siriano è stato conquistato lo scorso luglio, i jihadisti controllano ora 253 pozzi petroliferi di cui 161 ancora operativi. Secondo il comitato parlamentare per l’energia di Baghdad l’IS estrae ogni giorno 30-40 mila barili in Siria e 20 mila barili in Iraq. Secondo altre fonti la produzione non arriverebbe invece ai 10 mila barili giornalieri, anche a causa dell’intensificazione dei bombardamenti aerei. Comunque sia la gestione dei pozzi richiede competenze specifiche e per ovviare ai problemi tecnici i jihadisti hanno potuto contare sull’invio di macchinari e personale esperto da parti degli Stati sostenitori. Oltre alle donazioni da una miriade di controverse organizzazioni di carità, il contrabbando di greggio e di prodotti raffinati resta dunque la maggiore entrata su cui punta il califfo al-Baghdādī.
La strategia dell’IS poggia anche sul controllo delle risorse naturali, cosa che gli ha permesso di retribuire i propri miliziani e sostenere le popolazioni amministrate attraverso la confisca, ad esempio, dei depositi di grano e i mulini della Siria dell’est e nelle province di Ninive in Iraq. In questo l’IS è riuscito la dove gli altri gruppi anti al-Asad hanno fallito: i forni, le fabbriche, i mulini e i silos sono stati rimessi in grado di funzionare e i loro prodotti sono stati offerti a prezzi calmierati alle popolazioni povere. Fintanto che la sua condizione finanziaria glielo permette l’IS può così praticare una politica sociale attiva ottenendo in cambio l’accettazione delle sue politiche draconiane in materia di costumi e ordine pubblico. L’auto sufficienza in termini di risorse finanziarie, umane, energetiche o alimentari ha anche permesso di avviare un’amministrazione efficace sui territori controllati. Come descrive Emanuela C. Del Re in un recente numero della rivista Limes questo proto Stato ha ormai una “capitale”, globalmente riconosciuta nella città siriana di Raqqa ed è stato suddiviso in province, i wilāyāt, seguendo un concetto storico dell’islam. Al vertice della macchina statale c’è il “califfo” , il “vicario di Dio” (khalīfat rasūl Allāh), e immediatamente sotto di lui due vice provenienti dal Consiglio della šūrā, l’organo più importante dello Stato Islamico. Questi sono responsabili dei wilāyāt iracheni e di quelli siriani. Il vice di al-Baghdādī in Siria è Abu ali al-Anbari, mentre in Iraq questo ruolo era ricoperto fino all’agosto scorso, quando è rimasto ucciso in un attacco di droni, da Abū Muslim al-Turkmānī. L’apparato statale fa perno su otto consigli: il “Consiglio della sharīʿa”, che ha natura teologica e amministra la giustizia; il “Consiglio della šūrā”, che definisce le politiche statali; il dipartimento delle finanze; l’Ahl al-Hall wa’l-Aqd (coloro che sciolgono e legano), con finalità legislative; il consiglio militare, il consiglio di sicurezza, il consiglio dei media e l’organizzazione amministrativa vera e propria. Tale organizzazione come abbiamo visto sopra fa perno sui wilāyāt affidati ad un “governatore”, il Wālī, i cui immediati sottoposti sono gli emiri che controllano le zone in cui è divisa la provincia. La macchina burocratica può contare su circa un migliaio di quadri intermedi, forniti di esperienza militare o di polizia, per amministrare territori in cui vivono milioni di persone. La formazione di questo migliaio di quadri sta a testimoniare l’ambizione dello Stato Islamico di far durare a lungo la propria amministrazione. Il Califfato ha portato avanti, fin da subito, una strategia di omogeneizzazione dei territori controllati che ha visto nella distruzione dei santuari, delle moschee sciite e nella furia iconoclasta il suo tratto più “spettacolare”, ma che si è concretizzata per i cristiani dei Mosul nella proposta di accettazione dello status di dhimmi (status di suddito non musulmano), in quella di conversione all’Islam oppure nell’esilio. Lo Stato Islamico promuove inoltre la hijra (emigrazione) attraverso l’esaltazione della figura del mujāhidīn muhāǧir (combattente migrante) e l’insediamento di veri e propri coloni stranieri per sostituire quelle popolazioni locali poco disposte ad accettare le leggi draconiane imposte dai jihadisti. Di fatto si tratta di un’importazione di sostenitori che soddisfano determinati criteri ideologico-religiosi per schiacciare le forme del dissenso, un tratto che nemmeno troppo paradossalmente evoca il sionismo. Un aiuto propagandistico in questo senso lo hanno indubbiamente fornito le conquiste territoriali ottenute dall’IS che gli hanno procurato un grande prestigio verso i jihadisti del Medio oriente e più in generale di tutti i paesi del mondo. In un rapporto del giugno dello scorso anno si stima che attualmente ci siano elementi di 81 paesi differenti, fra cui molti paesi occidentali. Un fenomeno inedito per la sua ampiezza. Intervistato dal Sole 24 Ore Gilles de Kerchove, coordinatore europeo dell’antiterrorismo, ha recentemente dichiarato: Stimo che i cittadini europei che stiano combattendo o abbiano combattuto in Siria siano circa 5 mila. Ipotizziamo che il 5-10% di loro sia molto violento. Il numero è enorme.
Fonte
02/10/2015
Siria, Washington accusa Mosca: “bombardate i nostri jihadisti”
A Washington non sanno fare più neanche una propaganda che si rispetti. Suona infatti davvero paradossale l’accusa rivolta dall’amministrazione statunitense e dai media di Washington alla Russia: “avete bombardato i ribelli addestrati dalla Cia”.
Un’accusa che si rivela un clamoroso boomerang di fronte all’opinione pubblica mondiale che, se finora era distratta o confusa da anni di bugie, scopre dalla bocca dei leader stessi della ‘coalizione internazionale’ che Washington arma e addestra ribelli islamisti che poi combattono in Siria.
Eh si, perché secondo molte fonti – a partire dalla tv satellitare Al-Mayadeen – i Sukhoi di Mosca avrebbero, tra i vari obiettivi, bombardato zone in mano al cosiddetto ‘Esercito della conquista’, una coalizione di gruppi jihadisti, formata sia da ciò che rimane dell’Esercito Siriano Libero – la cosiddetta opposizione moderata – sia da Jabat al-Nusra, sezione locale di Al Qaeda, oltre che da gruppi salafiti. Un coacervo di simpatici tagliagole non meno estremisti dello Stato Islamico. Solo che i fondamentalisti sunniti in questione sono appoggiati da Washington, oltre che da Turchia e Arabia Saudita.
Le accuse statunitensi a Mosca di aver bombardato i jihadisti sbagliati ricalcano la tradizionale dottrina interventista e de stabilizzatrice di Washington. Come disse il presidente Franklin Delano Roosvelt ai suoi consiglieri a proposito del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza: "sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana".
Secondo quanto riportato da New York Times e Washington Post, almeno una delle postazioni dei ribelli siriani (in realtà provenienti da decine di paesi mediorientali e non, e solo in minoranza siriani) bombardate ieri dai russi ospitava un gruppo di combattenti addestrato dalla Cia, una notizia confermata anche dal senatore statunitense McCain in un’intervista concessa alla Cnn.
Anche se la propaganda russa continua a insistere sul fatto che ad essere colpiti in Siria sono le postazioni dello Stato Islamico, sembra che per ora la strategia di Putin sia tutt’altra: bombardare i gruppi ribelli fondamentalisti nelle zone dell’ovest del paese a ridosso dei territori ancora sotto il controllo del governo e dell’esercito di Damasco e delle milizie volontarie. Un modo per rompere l’accerchiamento intorno a Latakia e a Damasco, dare respiro alle forze lealiste e preparare il terreno per una grande offensiva di terra. A questo scopo starebbero affluendo in Siria alcune centinaia di volontari di Hezbollah e di miliziani sciiti provenienti dall’Iran. Secondo gli analisti l’obiettivo della controffensiva terrestre accompagnata dai bombardamenti russi potrebbe essere la riconquista di Idlib e Hama, non a caso colpite negli ultimi giorni dai raid dei Sukhoi. Così come Homs, dove recentemente la presenza dei miliziani di Daesh è aumentata con l’obiettivo di tagliare l’autostrada che consente alle forze lealiste di mantenere i collegamenti e la continuità territoriale tra Damasco e le zone del nord e della costa sotto il controllo governativo. Ad essere particolarmente bersagliati dai raid russi sono soprattutto i miliziani di Al Nusra, che alcuni apparati di sicurezza statunitensi propongono di appoggiare e rifornire di armi (più di quanto non avvenga già, s'intende) per usare la branca locale di Al Qaeda, insieme ad altri gruppi minori salafiti, contro lo Stato Islamico e contro le forze fedeli al governo siriano.
Le forze schierate da Mosca in Siria – alle quali vanno aggiunte quelle iraniane – sono consistenti: 6 cacciabombardieri Sukhoi Su-30, 12 bombardieri Sukhoi Su-24 e 12 aerei da attacco Sukhoi Su-25, oltre a decine di elicotteri e di droni. Alle forze aeree si affiancano decine di carri armati, mezzi blindati da combattimento e pezzi di artiglieria, piazzati a difesa della base militare russa di Tartous, sulla costa, e di altre postazioni temporanee realizzate nelle ultime settimane. E anche numerose batterie di missili antimissile e antiaerei che naturalmente non servono contro Al Nusra o Daesh. «Non ho visto volare aerei dell'Isis. Perché la Russia installa in Siria missili antiaerei Sa 15 o Sa 22?» ha chiesto polemicamente il comandante supremo delle forze Nato in Europa, il generale statunitense Philip Breedlove. Facendo finta di non sapere che la contraerea russa serve a blindare lo spazio aereo controllato dal governo di Damasco e a scoraggiare possibili incursioni dei caccia sauditi o israeliani o turchi, tutti paesi che hanno accolto l'iniziativa di Mosca anche meno entusiasticamente della Casa Bianca.
Stamattina il Ministro degli Esteri turco ha diffuso una dichiarazione congiunta, firmata da sette paesi – Francia, Germania, Qatar, Arabia Saudita, Gran Bretagna e Stati Uniti – che invita la Russia a cessare gli attacchi aerei “contro l’opposizione siriana e i civili e di concentrare i propri sforzi sulla lotta contro lo Stato Islamico”. Davvero una richiesta sfacciata da parte di paesi che non hanno mosso un dito per frenare l’espansione delle milizie di Daesh e che anzi le hanno a lungo blandite e tollerate, se non in alcuni casi finanziate e protette. Mentre la Turchia ha realizzato un solo raid a luglio contro alcune postazione jihadiste e poi si è concentrata negli attacchi contro la resistenza curda, Riad è impegnata da mesi in una massiccia campagna di bombardamenti che hanno fatto strage di civili yemeniti. Che ora si preoccupi dei civili siriani appare davvero poco credibile.
Intanto le tv occidentali inondano i loro palinsesti con le immagini delle vittime civili causate dai bombardamenti russi, mentre in un anno di raid da parte dei caccia e dei droni della cosiddetta ‘coalizione internazionale’ su Iraq e Siria non abbiamo mai visto sui nostri schermi alcuna immagine delle distruzioni e delle stragi operate, pure denunciate sistematicamente dai media locali.
Putin ha fatto abilmente notare che le accuse rivolte a Mosca – almeno alcune – di aver ucciso decine di innocenti sono pretestuose: «Le prime sono apparse quando gli aerei russi erano ancora in volo». Il che non vuol dire che i raid russi siano stati chirurgici, ammesso che possano esserlo bombardamenti realizzati spesso su aree densamente abitate dove i ribelli hanno piazzato le loro basi e i loro depositi di armi e munizioni.
Fonte
Un’accusa che si rivela un clamoroso boomerang di fronte all’opinione pubblica mondiale che, se finora era distratta o confusa da anni di bugie, scopre dalla bocca dei leader stessi della ‘coalizione internazionale’ che Washington arma e addestra ribelli islamisti che poi combattono in Siria.
Eh si, perché secondo molte fonti – a partire dalla tv satellitare Al-Mayadeen – i Sukhoi di Mosca avrebbero, tra i vari obiettivi, bombardato zone in mano al cosiddetto ‘Esercito della conquista’, una coalizione di gruppi jihadisti, formata sia da ciò che rimane dell’Esercito Siriano Libero – la cosiddetta opposizione moderata – sia da Jabat al-Nusra, sezione locale di Al Qaeda, oltre che da gruppi salafiti. Un coacervo di simpatici tagliagole non meno estremisti dello Stato Islamico. Solo che i fondamentalisti sunniti in questione sono appoggiati da Washington, oltre che da Turchia e Arabia Saudita.
Le accuse statunitensi a Mosca di aver bombardato i jihadisti sbagliati ricalcano la tradizionale dottrina interventista e de stabilizzatrice di Washington. Come disse il presidente Franklin Delano Roosvelt ai suoi consiglieri a proposito del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza: "sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana".
Secondo quanto riportato da New York Times e Washington Post, almeno una delle postazioni dei ribelli siriani (in realtà provenienti da decine di paesi mediorientali e non, e solo in minoranza siriani) bombardate ieri dai russi ospitava un gruppo di combattenti addestrato dalla Cia, una notizia confermata anche dal senatore statunitense McCain in un’intervista concessa alla Cnn.
Anche se la propaganda russa continua a insistere sul fatto che ad essere colpiti in Siria sono le postazioni dello Stato Islamico, sembra che per ora la strategia di Putin sia tutt’altra: bombardare i gruppi ribelli fondamentalisti nelle zone dell’ovest del paese a ridosso dei territori ancora sotto il controllo del governo e dell’esercito di Damasco e delle milizie volontarie. Un modo per rompere l’accerchiamento intorno a Latakia e a Damasco, dare respiro alle forze lealiste e preparare il terreno per una grande offensiva di terra. A questo scopo starebbero affluendo in Siria alcune centinaia di volontari di Hezbollah e di miliziani sciiti provenienti dall’Iran. Secondo gli analisti l’obiettivo della controffensiva terrestre accompagnata dai bombardamenti russi potrebbe essere la riconquista di Idlib e Hama, non a caso colpite negli ultimi giorni dai raid dei Sukhoi. Così come Homs, dove recentemente la presenza dei miliziani di Daesh è aumentata con l’obiettivo di tagliare l’autostrada che consente alle forze lealiste di mantenere i collegamenti e la continuità territoriale tra Damasco e le zone del nord e della costa sotto il controllo governativo. Ad essere particolarmente bersagliati dai raid russi sono soprattutto i miliziani di Al Nusra, che alcuni apparati di sicurezza statunitensi propongono di appoggiare e rifornire di armi (più di quanto non avvenga già, s'intende) per usare la branca locale di Al Qaeda, insieme ad altri gruppi minori salafiti, contro lo Stato Islamico e contro le forze fedeli al governo siriano.
Le forze schierate da Mosca in Siria – alle quali vanno aggiunte quelle iraniane – sono consistenti: 6 cacciabombardieri Sukhoi Su-30, 12 bombardieri Sukhoi Su-24 e 12 aerei da attacco Sukhoi Su-25, oltre a decine di elicotteri e di droni. Alle forze aeree si affiancano decine di carri armati, mezzi blindati da combattimento e pezzi di artiglieria, piazzati a difesa della base militare russa di Tartous, sulla costa, e di altre postazioni temporanee realizzate nelle ultime settimane. E anche numerose batterie di missili antimissile e antiaerei che naturalmente non servono contro Al Nusra o Daesh. «Non ho visto volare aerei dell'Isis. Perché la Russia installa in Siria missili antiaerei Sa 15 o Sa 22?» ha chiesto polemicamente il comandante supremo delle forze Nato in Europa, il generale statunitense Philip Breedlove. Facendo finta di non sapere che la contraerea russa serve a blindare lo spazio aereo controllato dal governo di Damasco e a scoraggiare possibili incursioni dei caccia sauditi o israeliani o turchi, tutti paesi che hanno accolto l'iniziativa di Mosca anche meno entusiasticamente della Casa Bianca.
Stamattina il Ministro degli Esteri turco ha diffuso una dichiarazione congiunta, firmata da sette paesi – Francia, Germania, Qatar, Arabia Saudita, Gran Bretagna e Stati Uniti – che invita la Russia a cessare gli attacchi aerei “contro l’opposizione siriana e i civili e di concentrare i propri sforzi sulla lotta contro lo Stato Islamico”. Davvero una richiesta sfacciata da parte di paesi che non hanno mosso un dito per frenare l’espansione delle milizie di Daesh e che anzi le hanno a lungo blandite e tollerate, se non in alcuni casi finanziate e protette. Mentre la Turchia ha realizzato un solo raid a luglio contro alcune postazione jihadiste e poi si è concentrata negli attacchi contro la resistenza curda, Riad è impegnata da mesi in una massiccia campagna di bombardamenti che hanno fatto strage di civili yemeniti. Che ora si preoccupi dei civili siriani appare davvero poco credibile.
Intanto le tv occidentali inondano i loro palinsesti con le immagini delle vittime civili causate dai bombardamenti russi, mentre in un anno di raid da parte dei caccia e dei droni della cosiddetta ‘coalizione internazionale’ su Iraq e Siria non abbiamo mai visto sui nostri schermi alcuna immagine delle distruzioni e delle stragi operate, pure denunciate sistematicamente dai media locali.
Putin ha fatto abilmente notare che le accuse rivolte a Mosca – almeno alcune – di aver ucciso decine di innocenti sono pretestuose: «Le prime sono apparse quando gli aerei russi erano ancora in volo». Il che non vuol dire che i raid russi siano stati chirurgici, ammesso che possano esserlo bombardamenti realizzati spesso su aree densamente abitate dove i ribelli hanno piazzato le loro basi e i loro depositi di armi e munizioni.
Fonte
25/09/2015
Islam afghano: non solo Taliban
Nell’anno in cui anche l’Afghanistan e i territori delle Fata, le aree tribali confinanti col Pakistan, hanno vissuto la comparsa di talebani dissidenti (Tehreek-e Taliban) desiderosi di rapportarsi all’Isis, uno studio condotto sul campo dal ricercatore Borhan Osman mette in luce una presenza stabile e crescente di forze islamiche sunnite alternative agli storici ceppi dei turbanti neri, in crisi di guida carismatica. Si tratta ovviamente di mondi paralleli, perché la presenza talebana è una realtà oggettiva, forte e radicata, cui guarda lo stesso governo ufficiale di Ghani, tenuto in vita dai finanziamenti statunitensi. In contrasto a quest’establishment corrotto, ma anche in alternativa al ruvido fondamentalismo talebano si pongono quattro gruppi esaminati nella ricerca. Tutti puntano a una difesa della tradizione islamica, guardando al maggior patrimonio che il Paese offre: le giovani generazioni.
Hizb ut-Tahrir è un’organizzazione che mira alla rinascita del Califfato: un’unica grande nazione per tutti gli islamici, seguendo il modello indicato dal profeta. Il gruppo, fondato negli anni Cinquanta dal giurista palestinese Taqiuddin Nabhani, risulta radicale negli intenti sebbene segua una pratica non violenta. Solo in una fase recente alcuni membri, una minoranza, si sono espressi per un rapporto coi talebani e con la loro jihad praticata contro le truppe d’occupazione della Nato. Nel 2008 è stata notata una crescita di adesioni al gruppo nelle province di Kabul e Kapisa dove, assieme a Badakhshan e Herat, si concentra il maggior intervento della struttura, rivolto prevalentemente ai giovani delle università. Divulgazione di messaggi tramite seminari, incontri e manifestazioni pubbliche sono le strade battute da Hizb per sostenere l’obiettivo del Califfato. Questo può scaturire da un percorso “entrista” che prevede l’adeguato indottrinamento dei membri del gruppo, un successivo ampliamento alle masse, il conseguimento del potere tramite soggetti penetrati nel governo e nelle Forze Armate. La bella teoria deve fare i conti con la realtà e nel 2009, nel corso delle presidenziali vinte a suon di brogli da Karzai, una trentina di aderenti al gruppo vennero arrestati provocando una contestazione diretta da Hizb ut-Tahrir contro gli stessi princìpi elettorali, denunciati come haram. Da quel momento il network ha formato anche un nucleo semi clandestino con differenti livelli di protezione e segretezza, seppure l’intento politico continui a essere basato su una presenza pubblica che utilizza incontri e dibattiti per fare proselitismo. L’attenzione, come accennato, è rivolta anche a uomini dell’apparato statale e delle forze di sicurezza con cui, però, cresce la contraddizione rispetto a una purezza islamica, sia per l’approvazione fra gli Esecutivi di leggi che contrastano con la Shari’a, sia per la presenza di finanziamenti occidentali anch’essi giudicati “contrari alla linea”.
Jamiat-e Eslah sostiene d’occuparsi di riforme e sviluppo sociale, il suo senso d’islamizzazione si sviluppa sul versante dell’individuo, della famiglia, della società. Il raggruppamento nega l’appartenenza alla grande branca della Fratellanza Musulmana, ma le posizioni politiche s’ispirano al famoso motto di al-Banna secondo cui “l’Islam è Religione e Stato”. S’è calcolato che l’espansione degli ultimi anni ha portato a oltre mille i membri impegnati ufficialmente col gruppo, più diverse migliaia di sostenitori sparsi in venti province, con una concentrazione su Kabul, Kunduz, Herat e Nangarhar. Strutturato anche il settore di comunicazione e propaganda grazie a stazioni radio, un canale televisivo presente a Herat, due campus ospitati nelle università della capitale e di Kunduz, tutto grazie ai cospicui finanziamenti provenienti dai Paesi del Golfo. L’organizzazione proibisce ai suoi membri ruoli nel governo, nel 2005 Eslah partecipò alle elezioni, ottenendo due deputati in Parlamento, dal 2010 non s’è più ripetuto avendo boicottato le consultazioni. Najm (Nehad-e Jawanan-e Musalam) con 1.200 attivisti presenti in molte province è l’ala giovanile del movimento e, grazie allo slancio energetico degli adepti, risulta attivissima. Pubbliche letture islamiche sono l’arma con cui Najm fa viaggiare il suo credo per incrementare il reclutamento che resta una finalità centrale. Chi assolve con meticolosità tale lavoro può guardare direttamente alla militanza in Eslah, che ha un processo di reclutamento rigorosissimo. La valutazione dei membri avviene dopo una prova che varia dai 2 ai 5 anni, superata la quale segue un giuramento di fedeltà alla causa; l’organizzazione garantisce una segretezza interna e richiede ai soci un contributo finanziario che s’aggira su un versamento del 3% del reddito. L’uso dei fondi è sociale: serve per attività caritatevole, servizi medici e di sostegno alle donne, insegnamento e anche all’informazione e alle pubblicazioni.
Hezb-e Islami Youth rispetto agli altri due gruppi attenua le connotazioni ideologiche, sebbene riguardo al tanto dibattuto Bilateral Security Agreement, che trattava la questione del “ritiro” e della permanenza delle truppe Nato sul territorio afghano, il gruppo abbia creato un’intensa campagna polemica e di dissenso con chi, come il presidente Ghani, l’ha ratificato appena assunto l’incarico. Rispetto alle altre formazioni la sua militanza appare più leggera, dati relativi all’ultimo raduno tenutosi a Kabul alla fine del 2013 riconducevano a settecento gli attivisti lì riuniti, la provenienza era da varie province (Nangarhar, Farah, Khost, Wardak). Ma, per diretta ammissione di alcuni partecipanti, si annotava una crisi d’impegno fra una prima fase di adesione orientativa e di sostegno ideale e una successiva di pratica che ovviamente costa sacrificio personale.
Il salafismo afghano, che pure si rifà al movimento fondato nel XVIII secolo in Arabia Saudita da Muhammad al-Wahhab, più che wahhabita preferisce definirsi muwahiddin e, rigettando la classica interpretazione dell’Islam della giurisprudenza, mira a un ritorno agli ideali islamici di diretta dipendenza dal Corano. Differentemente da altri salafiti gli afghani sono relativamente tolleranti verso gli sciiti, seppure momenti di conflitto fra etnìe che professano confessioni diverse (pashtun e hazara) si siano vissuti nella sanguinosissima guerra civile degli anni Novanta. All’inizio del decennio precedente furono i gruppi dei mujaheddin salafiti a lanciare e gestire la grande jihad antisovietica. Fu una fase di espansione di quest’orientamento islamico grazie agli enormi aiuti materiali e spirituali provenienti dall’Arabia Saudita e dal supporto tecnico-militare offerto dalla Cia, che manovrava il conseguente conflitto geopolitico. Il salafismo era diffuso tramite predicatori e canali di formazione e studio che portarono migliaia di giovani nelle scuole coraniche saudite. Durante l’insurrezione antisovietica nelle province di Kunar, Nuristan e Badakhshan vennero dichiarati dei mini Stati islamici che, comunque, ebbero vita breve anche dopo la ritirata dell’Armata Rossa. Abdul Rassul Sayyaf, uno dei più noti Signori della guerra, vicino al fondamentalismo salafita, è rimasto sempre un pragmatico, attento a interessi personali, più che lasciarsi prendere da battaglie d’ortodossia islamica. Un’altra diffusione dei princìpi di rigida interpretazione del libro sono giunti dagli studenti delle madrase pakistane, i taliban appunto, che hanno incarnato una fase del dominio politico del Paese dal 1996 al 2001. Gli attuali gruppi del salafismo raccolgono non solo studenti ma chi non ha un lavoro e vive la contraddizione della subalternità all’apparato dell’assistenza, diventato il motore dei governi-fantoccio che si susseguono dal 2004. Negli ultimi tempi un gruppo salafita come Jamaat ud-Dawah, operativo a Kunar e nel Nangarhar, che pure tiene un basso profilo ideologico, ha scelto d’integrarsi coi talebani. E, caso più raro, c’è notizia di qualche sheikh salafita che predica a favore del disegno dello Stato islamico attuato dagli uomini di Al-Baghdadi.
Fonte
Hizb ut-Tahrir è un’organizzazione che mira alla rinascita del Califfato: un’unica grande nazione per tutti gli islamici, seguendo il modello indicato dal profeta. Il gruppo, fondato negli anni Cinquanta dal giurista palestinese Taqiuddin Nabhani, risulta radicale negli intenti sebbene segua una pratica non violenta. Solo in una fase recente alcuni membri, una minoranza, si sono espressi per un rapporto coi talebani e con la loro jihad praticata contro le truppe d’occupazione della Nato. Nel 2008 è stata notata una crescita di adesioni al gruppo nelle province di Kabul e Kapisa dove, assieme a Badakhshan e Herat, si concentra il maggior intervento della struttura, rivolto prevalentemente ai giovani delle università. Divulgazione di messaggi tramite seminari, incontri e manifestazioni pubbliche sono le strade battute da Hizb per sostenere l’obiettivo del Califfato. Questo può scaturire da un percorso “entrista” che prevede l’adeguato indottrinamento dei membri del gruppo, un successivo ampliamento alle masse, il conseguimento del potere tramite soggetti penetrati nel governo e nelle Forze Armate. La bella teoria deve fare i conti con la realtà e nel 2009, nel corso delle presidenziali vinte a suon di brogli da Karzai, una trentina di aderenti al gruppo vennero arrestati provocando una contestazione diretta da Hizb ut-Tahrir contro gli stessi princìpi elettorali, denunciati come haram. Da quel momento il network ha formato anche un nucleo semi clandestino con differenti livelli di protezione e segretezza, seppure l’intento politico continui a essere basato su una presenza pubblica che utilizza incontri e dibattiti per fare proselitismo. L’attenzione, come accennato, è rivolta anche a uomini dell’apparato statale e delle forze di sicurezza con cui, però, cresce la contraddizione rispetto a una purezza islamica, sia per l’approvazione fra gli Esecutivi di leggi che contrastano con la Shari’a, sia per la presenza di finanziamenti occidentali anch’essi giudicati “contrari alla linea”.
Jamiat-e Eslah sostiene d’occuparsi di riforme e sviluppo sociale, il suo senso d’islamizzazione si sviluppa sul versante dell’individuo, della famiglia, della società. Il raggruppamento nega l’appartenenza alla grande branca della Fratellanza Musulmana, ma le posizioni politiche s’ispirano al famoso motto di al-Banna secondo cui “l’Islam è Religione e Stato”. S’è calcolato che l’espansione degli ultimi anni ha portato a oltre mille i membri impegnati ufficialmente col gruppo, più diverse migliaia di sostenitori sparsi in venti province, con una concentrazione su Kabul, Kunduz, Herat e Nangarhar. Strutturato anche il settore di comunicazione e propaganda grazie a stazioni radio, un canale televisivo presente a Herat, due campus ospitati nelle università della capitale e di Kunduz, tutto grazie ai cospicui finanziamenti provenienti dai Paesi del Golfo. L’organizzazione proibisce ai suoi membri ruoli nel governo, nel 2005 Eslah partecipò alle elezioni, ottenendo due deputati in Parlamento, dal 2010 non s’è più ripetuto avendo boicottato le consultazioni. Najm (Nehad-e Jawanan-e Musalam) con 1.200 attivisti presenti in molte province è l’ala giovanile del movimento e, grazie allo slancio energetico degli adepti, risulta attivissima. Pubbliche letture islamiche sono l’arma con cui Najm fa viaggiare il suo credo per incrementare il reclutamento che resta una finalità centrale. Chi assolve con meticolosità tale lavoro può guardare direttamente alla militanza in Eslah, che ha un processo di reclutamento rigorosissimo. La valutazione dei membri avviene dopo una prova che varia dai 2 ai 5 anni, superata la quale segue un giuramento di fedeltà alla causa; l’organizzazione garantisce una segretezza interna e richiede ai soci un contributo finanziario che s’aggira su un versamento del 3% del reddito. L’uso dei fondi è sociale: serve per attività caritatevole, servizi medici e di sostegno alle donne, insegnamento e anche all’informazione e alle pubblicazioni.
Hezb-e Islami Youth rispetto agli altri due gruppi attenua le connotazioni ideologiche, sebbene riguardo al tanto dibattuto Bilateral Security Agreement, che trattava la questione del “ritiro” e della permanenza delle truppe Nato sul territorio afghano, il gruppo abbia creato un’intensa campagna polemica e di dissenso con chi, come il presidente Ghani, l’ha ratificato appena assunto l’incarico. Rispetto alle altre formazioni la sua militanza appare più leggera, dati relativi all’ultimo raduno tenutosi a Kabul alla fine del 2013 riconducevano a settecento gli attivisti lì riuniti, la provenienza era da varie province (Nangarhar, Farah, Khost, Wardak). Ma, per diretta ammissione di alcuni partecipanti, si annotava una crisi d’impegno fra una prima fase di adesione orientativa e di sostegno ideale e una successiva di pratica che ovviamente costa sacrificio personale.
Il salafismo afghano, che pure si rifà al movimento fondato nel XVIII secolo in Arabia Saudita da Muhammad al-Wahhab, più che wahhabita preferisce definirsi muwahiddin e, rigettando la classica interpretazione dell’Islam della giurisprudenza, mira a un ritorno agli ideali islamici di diretta dipendenza dal Corano. Differentemente da altri salafiti gli afghani sono relativamente tolleranti verso gli sciiti, seppure momenti di conflitto fra etnìe che professano confessioni diverse (pashtun e hazara) si siano vissuti nella sanguinosissima guerra civile degli anni Novanta. All’inizio del decennio precedente furono i gruppi dei mujaheddin salafiti a lanciare e gestire la grande jihad antisovietica. Fu una fase di espansione di quest’orientamento islamico grazie agli enormi aiuti materiali e spirituali provenienti dall’Arabia Saudita e dal supporto tecnico-militare offerto dalla Cia, che manovrava il conseguente conflitto geopolitico. Il salafismo era diffuso tramite predicatori e canali di formazione e studio che portarono migliaia di giovani nelle scuole coraniche saudite. Durante l’insurrezione antisovietica nelle province di Kunar, Nuristan e Badakhshan vennero dichiarati dei mini Stati islamici che, comunque, ebbero vita breve anche dopo la ritirata dell’Armata Rossa. Abdul Rassul Sayyaf, uno dei più noti Signori della guerra, vicino al fondamentalismo salafita, è rimasto sempre un pragmatico, attento a interessi personali, più che lasciarsi prendere da battaglie d’ortodossia islamica. Un’altra diffusione dei princìpi di rigida interpretazione del libro sono giunti dagli studenti delle madrase pakistane, i taliban appunto, che hanno incarnato una fase del dominio politico del Paese dal 1996 al 2001. Gli attuali gruppi del salafismo raccolgono non solo studenti ma chi non ha un lavoro e vive la contraddizione della subalternità all’apparato dell’assistenza, diventato il motore dei governi-fantoccio che si susseguono dal 2004. Negli ultimi tempi un gruppo salafita come Jamaat ud-Dawah, operativo a Kunar e nel Nangarhar, che pure tiene un basso profilo ideologico, ha scelto d’integrarsi coi talebani. E, caso più raro, c’è notizia di qualche sheikh salafita che predica a favore del disegno dello Stato islamico attuato dagli uomini di Al-Baghdadi.
Fonte
14/06/2014
Dietro il «califfato» Iraq-Siria ci sono i dollari del Golfo
Ha ragione Robert Fisk quando sottolinea
l’irrazionalità del giudizio dell’Amministrazione americana che continua
a considerare l’Arabia Saudita un paese «moderato». Eppure il
sofisticato Barack Obama dovrebbe sapere (e lo sa), a differenza del suo
poco istruito predecessore George W. Bush, che la legittimità religiosa
del potere della famiglia reale saudita si fonda sul wahabismo, parente
stretto del salafismo più radicale che ispira lo Stato Islamico in Iraq
e in Siria (Siis) figlio di al Qaeda, giunto con i suoi mujahedin quasi
alle porte di Baghdad. Il potere saudita, scrive Fisk, nutre con i suoi
soldi e le sue armi il «mostro» nei deserti della Siria e dell’Iraq e
riesce ugualmente ad ingraziarsi l’Occidente e ad ottenere la sua
protezione.
E ha ragione anche la rivista Foreign Policy quando ricorda che la devastante sconfitta che sta subendo Nouri al Maliki è stata per anni il sogno del re saudita Abdallah che ha sempre visto nel primo ministro iracheno un burattino nelle mani del nemico Iran. E FP non manca di sottolineare che l’Arabia saudita si è rifiutata di mandare un ambasciatore a Baghdad e ha costantemente agito all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (il gabinetto di guerra agli sciiti delle petromonarchie sunnite) ad adottare la sua linea verso l’Iraq. Solo una superpotenza cieca e ottusa come gli Stati Uniti può fingere di non sapere che i fondi provenienti da anonimi e generosi cittadini dell’area dal Golfo stanno finanziando la costituzione di quel califfato sunnita nei territori tra il nord e l’ovest dell’Iraq e la Siria orientale che ora sono sotto il controllo dello Siis. Tutti hanno visto le immagini con le lunghe colonne di pick up ultimo modello, trasformati in veicoli da assalto, con bordo i miliziani del Siis. E le domande sorgono spontanee.
Chi ha dato ad Abu Bakr al Baghdadi i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10 mila uomini ai suoi ordini e le decine di gruppi jihadisti e tribali che si sono uniti alla sua campagna militare? A Washington lo sanno bene ma restano in silenzio ad osservare lo scioglimento come neve al sole delle forze di sicurezza irachene che avevano addestrato investendo diverse centinaia di milioni di dollari. Ieri il Washington Post , stimava in 90.000 i soldati iracheni (in gran parte sunniti) che hanno defezionato rifiutandosi di combattere i «fratelli» impegnati nel jihad contro il governo dei «rafida» (gli sciiti) al servizio dei «Safavidi» (gli iraniani).
Le conferme a sospetti ed indiscrezioni, vengono in questi giorni proprio dal comportamento di re Abdallah. In vacanza in Marocco, è rimasto in silenzio e non ha commentato sviluppi che dovrebbero indurlo a un immediato rientro a Riyadh, visto che la crisi irachena avviene alle porte di casa. Lo Siis gli ha offerto una occasione d’oro per «tagliare la testa al serpente» iraniano, come dichiarò qualche tempo fa. Il leader della dinastia Saud si tiene lontano dalla «nemica» al Qaeda – così da non turbare gli alleati americani – e allo stesso tempo lascia che i suoi cittadini e quelli di emirati e monarchie del Golfo offrano generosi aiuti a gruppi di ispirazione qaedista che agiscono in Iraq e Siria.
D’altronde la storia della politica estera saudita parla chiaro su questo punto: sostegno ai sunniti radicali all’estero e contenimento delle loro attività a casa. Non fu forse Riyadh, con il pieno appoggio della democrazia americana, a finanziare più di trent’anni fa la lotta armata di Osama bin Laden contro i sovietici e i «comunisti» al potere in Afghanistan? Non sono stati (anche) i sauditi a foraggiare l’addestramento (da parte pakistana) delle milizie Taliban poi entrate vittoriose a Kabul? Senza dimenticare le pie donazioni di anonimi sauditi alle scuole religiose più radicali da Tunisi fino a Islamabad. Il fatto che qualche mese fa il «re dell’intelligence», il principe Bandar bin Sultan, sia stato rimosso dall’incarico e, in apparenza, allontanato dalla corte su richiesta Usa, non cambia la linea di un paese impegnato a combattere lo sciismo e le correnti affini con ogni arma disponibile e, allo stesso tempo, a salvaguardare gli interessi strategici di Washington in Medio Oriente.
Fonte
Quando si dice alleanze perniciose e ambigue.
E ha ragione anche la rivista Foreign Policy quando ricorda che la devastante sconfitta che sta subendo Nouri al Maliki è stata per anni il sogno del re saudita Abdallah che ha sempre visto nel primo ministro iracheno un burattino nelle mani del nemico Iran. E FP non manca di sottolineare che l’Arabia saudita si è rifiutata di mandare un ambasciatore a Baghdad e ha costantemente agito all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (il gabinetto di guerra agli sciiti delle petromonarchie sunnite) ad adottare la sua linea verso l’Iraq. Solo una superpotenza cieca e ottusa come gli Stati Uniti può fingere di non sapere che i fondi provenienti da anonimi e generosi cittadini dell’area dal Golfo stanno finanziando la costituzione di quel califfato sunnita nei territori tra il nord e l’ovest dell’Iraq e la Siria orientale che ora sono sotto il controllo dello Siis. Tutti hanno visto le immagini con le lunghe colonne di pick up ultimo modello, trasformati in veicoli da assalto, con bordo i miliziani del Siis. E le domande sorgono spontanee.
Chi ha dato ad Abu Bakr al Baghdadi i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10 mila uomini ai suoi ordini e le decine di gruppi jihadisti e tribali che si sono uniti alla sua campagna militare? A Washington lo sanno bene ma restano in silenzio ad osservare lo scioglimento come neve al sole delle forze di sicurezza irachene che avevano addestrato investendo diverse centinaia di milioni di dollari. Ieri il Washington Post , stimava in 90.000 i soldati iracheni (in gran parte sunniti) che hanno defezionato rifiutandosi di combattere i «fratelli» impegnati nel jihad contro il governo dei «rafida» (gli sciiti) al servizio dei «Safavidi» (gli iraniani).
Le conferme a sospetti ed indiscrezioni, vengono in questi giorni proprio dal comportamento di re Abdallah. In vacanza in Marocco, è rimasto in silenzio e non ha commentato sviluppi che dovrebbero indurlo a un immediato rientro a Riyadh, visto che la crisi irachena avviene alle porte di casa. Lo Siis gli ha offerto una occasione d’oro per «tagliare la testa al serpente» iraniano, come dichiarò qualche tempo fa. Il leader della dinastia Saud si tiene lontano dalla «nemica» al Qaeda – così da non turbare gli alleati americani – e allo stesso tempo lascia che i suoi cittadini e quelli di emirati e monarchie del Golfo offrano generosi aiuti a gruppi di ispirazione qaedista che agiscono in Iraq e Siria.
D’altronde la storia della politica estera saudita parla chiaro su questo punto: sostegno ai sunniti radicali all’estero e contenimento delle loro attività a casa. Non fu forse Riyadh, con il pieno appoggio della democrazia americana, a finanziare più di trent’anni fa la lotta armata di Osama bin Laden contro i sovietici e i «comunisti» al potere in Afghanistan? Non sono stati (anche) i sauditi a foraggiare l’addestramento (da parte pakistana) delle milizie Taliban poi entrate vittoriose a Kabul? Senza dimenticare le pie donazioni di anonimi sauditi alle scuole religiose più radicali da Tunisi fino a Islamabad. Il fatto che qualche mese fa il «re dell’intelligence», il principe Bandar bin Sultan, sia stato rimosso dall’incarico e, in apparenza, allontanato dalla corte su richiesta Usa, non cambia la linea di un paese impegnato a combattere lo sciismo e le correnti affini con ogni arma disponibile e, allo stesso tempo, a salvaguardare gli interessi strategici di Washington in Medio Oriente.
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Quando si dice alleanze perniciose e ambigue.
24/05/2014
Egitto - Ucciso il leader del gruppo islamista Ansar Bait al Maqdis
Il leader del gruppo islamista e beduino Ansar Bait al Maqdis, Shadi
al-Menei, è stato ucciso ieri notte in uno scontro a fuoco a Maghara,
nella Penisola del Sinai dove la milizia è particolarmente attiva.
L’organizzazione ha rivendicato negli ultimi mesi numerosi attacchi, uno
dei più noti quello al bus di turisti sudcoreani fatto saltare in aria
lo scorso febbraio.
Le forze militari egiziane hanno aperto il fuoco contro quattro uomini a bordo di un’auto, sospettati di voler compiere di lì a poco un attacco contro un gasdotto. Ma le notizie per ora non sono chiare: altre fonti affermano che al-Menei è stato ucciso da 15 miliziani di un gruppo rivale per vendetta. Secondo quanto riportato in un comunicato stampa dell’esercito pubblicato su Facebook, invece, i militari egiziani avrebbero compiuto un’operazione in cui hanno perso la vita sei miliziani. Nel comunicato non si fa il nome di al-Menei, ma diversi ufficiali dell’esercito hanno fatto sapere alla stampa che il leader del gruppo è stato ucciso.
Dopo la deposizione di Morsi da parte dell’esercito egiziano, il 3 luglio 2013, le proteste dei sostenitori islamisti non si sono mai fermate e sono state affiancate ad attentati terroristici e attacchi a basi e checkpoint militari da parte di gruppi armati di ispirazione qaedista. Tra questi il temibile Ansar Bait al Maqdis, creato nel 2011 dopo la caduta di Mubarak, accusato di aver provocato la morte di oltre 200 soldati e ufficiali egiziani: gruppo salafita di ispirazione qaedista, pur non avendo mai accettato la partecipazione della Fratellanza alle elezioni egiziane, avrebbe poi sostenuto il gruppo.
È attivo in Sinai, uno dei terreni caldi dello scontro tra Stato e milizie: a monte non solo la caduta di Morsi, quanto piuttosto le condizioni di vita nella Penisola, da sempre lasciata ai margini politici ed economici del Paese. Scarsissimi investimenti, infrastrutture insufficienti e dura repressione delle attività non legali portate avanti dalle comunità beduine, contrabbando in primis.
Ad aprile una corte del Cairo ha definito il gruppo organizzazione terroristica, dopo la petizione mossa dal parlamentare Ibrahim Mahlab nei confronti del presidente ad interim Adly Mansour. Nei giorni precedenti anche Gran Bretagna e Stati Uniti avevano aggiunto la milizia nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali.
La sola risposta alla sollevazione del Sinai è la forza: Il Cairo ha lanciato nei mesi scorsi campagne militari per “estirpare il terrorismo” e ridare sicurezza all’area e al Paese. Tra le politiche attuate, ci sono le dure restrizioni nei confronti della Striscia di Gaza: il nuovo governo egiziano accusa Hamas di sostenere militarmente e finanziariamente i gruppi islamisti attivi in Sinai, attraverso i tunnel sotterranei che collegano la Striscia all’Egitto. Come conseguenza, oltre 1.100 tunnel sono stati distrutti dall’esercito egiziano, il valico ufficiale di Rafah viene aperto sporadicamente e ai pescatori gazawi è impedito avvicinarsi alle acqua territoriali egiziane.
Fonte
Le forze militari egiziane hanno aperto il fuoco contro quattro uomini a bordo di un’auto, sospettati di voler compiere di lì a poco un attacco contro un gasdotto. Ma le notizie per ora non sono chiare: altre fonti affermano che al-Menei è stato ucciso da 15 miliziani di un gruppo rivale per vendetta. Secondo quanto riportato in un comunicato stampa dell’esercito pubblicato su Facebook, invece, i militari egiziani avrebbero compiuto un’operazione in cui hanno perso la vita sei miliziani. Nel comunicato non si fa il nome di al-Menei, ma diversi ufficiali dell’esercito hanno fatto sapere alla stampa che il leader del gruppo è stato ucciso.
Dopo la deposizione di Morsi da parte dell’esercito egiziano, il 3 luglio 2013, le proteste dei sostenitori islamisti non si sono mai fermate e sono state affiancate ad attentati terroristici e attacchi a basi e checkpoint militari da parte di gruppi armati di ispirazione qaedista. Tra questi il temibile Ansar Bait al Maqdis, creato nel 2011 dopo la caduta di Mubarak, accusato di aver provocato la morte di oltre 200 soldati e ufficiali egiziani: gruppo salafita di ispirazione qaedista, pur non avendo mai accettato la partecipazione della Fratellanza alle elezioni egiziane, avrebbe poi sostenuto il gruppo.
È attivo in Sinai, uno dei terreni caldi dello scontro tra Stato e milizie: a monte non solo la caduta di Morsi, quanto piuttosto le condizioni di vita nella Penisola, da sempre lasciata ai margini politici ed economici del Paese. Scarsissimi investimenti, infrastrutture insufficienti e dura repressione delle attività non legali portate avanti dalle comunità beduine, contrabbando in primis.
Ad aprile una corte del Cairo ha definito il gruppo organizzazione terroristica, dopo la petizione mossa dal parlamentare Ibrahim Mahlab nei confronti del presidente ad interim Adly Mansour. Nei giorni precedenti anche Gran Bretagna e Stati Uniti avevano aggiunto la milizia nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali.
La sola risposta alla sollevazione del Sinai è la forza: Il Cairo ha lanciato nei mesi scorsi campagne militari per “estirpare il terrorismo” e ridare sicurezza all’area e al Paese. Tra le politiche attuate, ci sono le dure restrizioni nei confronti della Striscia di Gaza: il nuovo governo egiziano accusa Hamas di sostenere militarmente e finanziariamente i gruppi islamisti attivi in Sinai, attraverso i tunnel sotterranei che collegano la Striscia all’Egitto. Come conseguenza, oltre 1.100 tunnel sono stati distrutti dall’esercito egiziano, il valico ufficiale di Rafah viene aperto sporadicamente e ai pescatori gazawi è impedito avvicinarsi alle acqua territoriali egiziane.
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20/05/2013
I salafiti infiammano la Tunisia
La Tunisia non è pacificata. A due anni dalla rivoluzione che portò alla
caduta del regime di Ben Ali e a pochi mesi dall'agguato che ha ucciso
il leader della sinistra Belaid Chokri, il Paese si infiamma di nuovo.
Ieri negli scontri di piazza nelle città di Kairouan e Ettadhamen tra 11mila poliziotti anti-sommossa e qualche centinaio di manifestanti, un giovane di 27 anni - sostenitore dei salafiti - ha perso la vita, una quindicina i feriti. Le violenze sono cominciate dopo che venerdì il governo del partito Ennahda ha bloccato la conferenza annuale del gruppo salafita Ansar al Shariah (vicino ad Al Qaeda) che si sarebbe dovuto tenere ieri nella città tunisina, uno dei più importanti centri religiosi tunisini. I salafiti sono scesi in piazza comunque, manifestando contro il governo islamista che ha definito il gruppo "organizzazione terrorista e illegale, minaccia alla stabilità del Paese". Questa mattina il portavoce di Ansar al Shariah è stato arrestato.
Le ragioni dietro il no del governo al raduno del gruppo salafita erano state spiegate alla stampa tre giorni fa dal Ministero dell'Interno, secondo il quale un simile congresso rappresentava una minaccia per la sicurezza e l'ordine pubblico. E la città di Kairouan è stata posta "sotto assedio" dalle forze di sicurezza, che hanno bloccato con pattuglie tutti gli ingressi, perquisendo le auto e gli automobilisti in arrivo.
Centinaia i manifestanti anche in città vicine alla capitale: a Ettadhamen sono state erette delle vere e proprie barricate e i giovani hanno lanciato sassi alla polizia, che ha risposto con gas lacrimogeni e spari in aria. Scontri anche in altri centri intorno alla capitale, dove la manifestazioni hanno avuto come teatro delle moschee, a Douar Hicher, a Ariana e a Ben Arous.
A Kairouan, epicentro delle proteste, è stata arrestata Amina Tyler, la ragazza tunisina che poco tempo fa ha fatto infuriare Tunisi quando ha pubblicato foto a seno nudo contro la cultura maschilista e repressiva della società islamica. Pare che Amina avesse raggiunto la città del congresso salafita per sfidare apertamente il gruppo Ansar al Shariah, ma che sia stata poi fermata dalla polizia che temeva per la sua incolumità.
In serata il governatore di Kairouan, Abdelmajid Laghouan, ha fatto sapere che la ragazza è stata arrestata dagli agenti perché si sarebbe spogliata davanti alla moschea dove il gruppo salafita si era rifugiato. In realtà, le immagini che girano da ieri sulla rete dimostrano il contrario: la giovane non si è spogliata, ma avrebbe scritto sul muro della moschea "Femen", nome del movimento femminista che sta spopolando nel mondo.
La tensione, però, non si placa: il capo salafita Mohammed Khalif ha annunciato che il gruppo terrà il congresso la prossima domenica, sfidando apertamente il governo tunisino. Probabilmente il partito di maggioranza Ennahda questa volta non si ammorbidirà: il leader del movimento, Ben Hassine, è ricercato per l'assalto di settembre all'ambasciata Usa a Tunisi. Una deriva islamista e violenta che il governo, già indebolito dalle proteste dei mesi scorsi seguiti alla morte di Chokri, intende evitare ad ogni costo soprattutto dopo le accuse mosse dalla sinistra e dalle opposizioni di incapacità nella gestione della sicurezza e nell'amministrazione di un Paese sempre più povero.
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Ieri negli scontri di piazza nelle città di Kairouan e Ettadhamen tra 11mila poliziotti anti-sommossa e qualche centinaio di manifestanti, un giovane di 27 anni - sostenitore dei salafiti - ha perso la vita, una quindicina i feriti. Le violenze sono cominciate dopo che venerdì il governo del partito Ennahda ha bloccato la conferenza annuale del gruppo salafita Ansar al Shariah (vicino ad Al Qaeda) che si sarebbe dovuto tenere ieri nella città tunisina, uno dei più importanti centri religiosi tunisini. I salafiti sono scesi in piazza comunque, manifestando contro il governo islamista che ha definito il gruppo "organizzazione terrorista e illegale, minaccia alla stabilità del Paese". Questa mattina il portavoce di Ansar al Shariah è stato arrestato.
Le ragioni dietro il no del governo al raduno del gruppo salafita erano state spiegate alla stampa tre giorni fa dal Ministero dell'Interno, secondo il quale un simile congresso rappresentava una minaccia per la sicurezza e l'ordine pubblico. E la città di Kairouan è stata posta "sotto assedio" dalle forze di sicurezza, che hanno bloccato con pattuglie tutti gli ingressi, perquisendo le auto e gli automobilisti in arrivo.
Centinaia i manifestanti anche in città vicine alla capitale: a Ettadhamen sono state erette delle vere e proprie barricate e i giovani hanno lanciato sassi alla polizia, che ha risposto con gas lacrimogeni e spari in aria. Scontri anche in altri centri intorno alla capitale, dove la manifestazioni hanno avuto come teatro delle moschee, a Douar Hicher, a Ariana e a Ben Arous.
A Kairouan, epicentro delle proteste, è stata arrestata Amina Tyler, la ragazza tunisina che poco tempo fa ha fatto infuriare Tunisi quando ha pubblicato foto a seno nudo contro la cultura maschilista e repressiva della società islamica. Pare che Amina avesse raggiunto la città del congresso salafita per sfidare apertamente il gruppo Ansar al Shariah, ma che sia stata poi fermata dalla polizia che temeva per la sua incolumità.
In serata il governatore di Kairouan, Abdelmajid Laghouan, ha fatto sapere che la ragazza è stata arrestata dagli agenti perché si sarebbe spogliata davanti alla moschea dove il gruppo salafita si era rifugiato. In realtà, le immagini che girano da ieri sulla rete dimostrano il contrario: la giovane non si è spogliata, ma avrebbe scritto sul muro della moschea "Femen", nome del movimento femminista che sta spopolando nel mondo.
La tensione, però, non si placa: il capo salafita Mohammed Khalif ha annunciato che il gruppo terrà il congresso la prossima domenica, sfidando apertamente il governo tunisino. Probabilmente il partito di maggioranza Ennahda questa volta non si ammorbidirà: il leader del movimento, Ben Hassine, è ricercato per l'assalto di settembre all'ambasciata Usa a Tunisi. Una deriva islamista e violenta che il governo, già indebolito dalle proteste dei mesi scorsi seguiti alla morte di Chokri, intende evitare ad ogni costo soprattutto dopo le accuse mosse dalla sinistra e dalle opposizioni di incapacità nella gestione della sicurezza e nell'amministrazione di un Paese sempre più povero.
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