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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2026

Individuato uno dei cecchini del weekend a Sarajevo

di Ennio Remondino

Cecchini del weekend a Sarajevo

Indagato un 80enne di Pordenone sospettato di aver pagato per sparare sui civili. Un ex autotrasportatore di Pordenone sarebbe coinvolto nella vicenda dei ‘cecchini del weekend’ di Sarajevo, durante l’assedio della capitale bosniaca. Frammenti di sintetiche notizie di agenzia. «La Procura di Milano ha chiesto all’80enne, ex autotrasportatore, di recarsi lunedì negli uffici per un interrogatorio. I magistrati indagano sull’organizzazione che permetteva a persone facoltose di sparare sui civili durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1995». Per chiarezza di memoria, la capitale della Bosnia, resasi indipendente dalla Federazione Jugoslava, finisce sotto attacco dell’ultra destra nazionalista serba di Karadzic. Bersaglio nella città accerchiata – bosniacchi musulmani, serbi e croati compresi’ –. Orrori incrociati sino a 100mila vittime di tutte le parti.

L’indagine della Procura di Milano

La notizia è stata riportata prima dall’ANSA, che parla di ‘sviluppi di primo piano’ nell’indagine condotta dal Ros dei carabinieri e coordinate dal pm Alessandro Gobbis della Procura di Milano. L’inchiesta è partita nei mesi scorsi sulla base di un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nella denuncia vengono riportate, tra le altre cose, anche le parole dell’ex 007 bosniaco Edin Subasic, che ha riferito di aver avuto contatti all’epoca con il Sismi. Secondo l’AGI, una donna avrebbe confermato l’identità dell’ex camionista di Pordenone, che si sarebbe vantato con alcuni conoscenti di «essere andato a uccidere oltre confine».

‘Turisti da Trieste’ per andare a sparare

Secondo la ricostruzione di Subasic, l’allora Sismi, servizi segreti esteri, sarebbe stato a conoscenza dei viaggi in partenza da Trieste da parte di persone che pagavano per sparare, dalle colline, sui civili della Sarajevo assediata dalle forze serbo-bosniache. Ciò sarebbe accaduto all’inizio del 1994 e sarebbero stati gli stessi servizi segreti italiani a porre fine a questi ‘safari dell’orrore’. Di questo aspetto si ‘sussurrava’ ma senza riscontri di fatto. L’ex agente bosniaco avrebbe affermato che potevano esistere documenti contenenti intercettazioni tra agenti segreti bosniaci e italiani, complete di ‘presunte identificazioni degli assassini’. Difficile, ma vedremo.

Caccia grossa all’uomo

A pagare per sparare sui civili sarebbero stati ‘facoltosi uomini d’affari occidentali’, disposti a spendere cifre altissime per una trasferta di due o tre giorni nella Bosnia martoriata dalla guerra. E questa era la traccia giornalisti sul campo già da allora, quelli nella parte bersaglio. La maggior parte delle partenze avveniva da Trieste, ma alcuni si muovevano anche da Belgrado. Facendo confusione sulle poche strade allora percorribili che comunque imponevano un passaggio via Belgrado o dintorni. Sul caso si stanno muovendo anche Francia, Svizzera e Belgio, perché questi ‘tiratori’, stando agli atti, non sarebbero stati solo italiani. E questo si sapeva già da allora.

La Procura di Milano: «si tratta del primo riscontro sui nomi delle persone coinvolte, anche se il coinvolgimento dell’80enne di Pordenone è ancora in fase di chiarimento». Nelle denunce depositate dall’ex sindaca di Sarajevo, Benjamina Karić, comparivano già almeno cinque nomi di persone che avevano raccontato la vicenda nel documentario ‘Sarajevo Safari’ di Miran Zupančič del 2022. Con spinte croate contro il presidente serbo Aleksandar Vučić, allora volontario nei gruppi giovanili dei nazionalisti di Vojislav Šešelj.

Fonte

24/11/2025

Sarajevo e il business dell’assedio: storia di un turismo disumano

di Paolo Pantaleoni

Mi trovavo a Sarajevo nei primi anni 2000. La città appariva profondamente segnata da una guerra che era terminata una manciata di anni prima. Quattro inverni di assedio, fame, privazioni per una tra le popolazioni al tempo più multietniche, tolleranti e cosmopolite che l’Europa avesse mai conosciuto.

I condomini e le abitazioni portavano tutti, o quasi, i segni ben visibili dei proiettili e dei colpi di artiglieria. Gli alberi da poco ripiantati, le panchine completamente assenti, perché per scaldarsi gli abitanti della città avevano tagliato e bruciato tutto il legno reperibile, spesso sfidando i cecchini a costo della vita in una disumana lotta per la sopravvivenza.

Oggi a Bascarsija sono tornati anche i piccioni.

Per un decennio i torraioli del centro di Sarajevo erano quasi spariti, finiti nelle pentole come fonte di proteine.

In quegli anni si trovava nei negozi di souvenir del centro, un libro, con la copertina grigia, che aveva raccolto alcune delle ricette d’emergenza create durante l’assedio (dalle lumache alle rane passando per i piccioni e i funghi la popolazione assediata si nutrì con qualsiasi cosa fosse disponibile) e che aveva il titolo di Sarajevo Cooking Book.

Nei primi anni 2000, qualcuno aveva da poco iniziato a riempire,inizialmente con della vernice colorata, e solo successivamente con della resina rossa, i fori dei proiettili di mortaio sull’asfalto,trasformandoli in opere d’arte commemorativa simili a rose sfiorite con i petali strappati e sparsi dal vento.

Sono le rose di Sarajevo, ancora visibili oggi nel centro della città tra Bascarsija e Skenderija.

Il palazzo del parlamento era uno scheletro, così come la biblioteca nazionale, bruciata con un lancio di granate incendiarie per cancellare il simbolo di sei secoli di multiculturalismo.

Oltre agli esseri umani quell’assedio aveva colpito i simboli dell’identità plurale bosniaca.

In quella guerra a morire fu anche la Bosnia, come idea di un paese plurale, multiculturale, accogliente in cui per secoli avevano convissuto identità, storie, tradizioni profondamente diverse tra loro.

Al museo del tunnel, aperto ancora oggi (anche se oggetto di un contenzioso con i proprietari dell’abitazione da cui uno dei due lati del tunnel iniziava) e realizzato nell’edificio da cui si accedeva al tunnel, oggi smantellato, che dal quartiere a maggioranza serbadi Dobrinja portava a Butmir, oltre le linee serbe, passando sotto la pista dell’aeroporto, e che fu dal 1993 al 1996 la principale via di accesso alla città assediata, vidi un filmato.

Il filmato in serbo croato, e che l’operatore spiegava in inglese come meglio poteva, raccontava sommariamente i quattro anni di assedio, il tram fermo sui binari e crivellato di colpi, le persone nascoste agli angoli delle strade o che si riparavano dietro ai blindati di colore bianco dell’Unprofor.

Chiesi all’operatore del museo semi deserto di farmi rivedere il filmato.

Come tutte le opere che raccontano una guerra etnica alcuni passaggi storici importanti erano stati omessi, come il fatto che quel conflitto sia stato anche un conflitto delle campagne contro le città ed omettendo il ruolo di oltre diecimila volontari serbi, cittadini di Sarajevo, che difesero la città contro l’esercito serbo bosniaco.

Questo elemento destabilizzò profondamente gli assedianti a tal punto che si rifiutavano di parlare con Jovan Divjak, generale serbo, che guidò con successo la difesa di Sarajevo.

I comandanti dell’esercito serbo bosniaco dichiararono che avrebbero parlato con Divijak solo se si fosse convertito all’islam, lui con ironia rispose che avrebbe parlato con loro solo se fossero scesi dalle piante.

Di quel filmato, ad avermi colpito fu l’immagine di un cecchino che sparava a raffica con uno Zastava M76, senza indossare la divisa dell’esercito serbo bosniaco.

Chiesi chi fosse quell’uomo, con indosso un giubbotto di pelle nero.

Mi fu detto che si trattava di Edward Limonov, un politico e scrittore russo, ultranazionalista, che si divertiva, pagando, ad unirsi ai cecchini serbi, per sparare in direzione della Ulica Zmaja of Bosne, la via di comunicazione est-ovest che attraversava Sarajevo.

Mi fu raccontato che, oltre ai mercenari pagati per combattere, da varie parti d’Europa esisteva una sorta di turismo dell’assedio dove pagando si poteva sparare dalla parte degli assedianti.

Rimasi allibito, mi interrogai su quanto ci fosse di vero e quanto di propaganda (che spesso non termina con la fine della guerra ma prosegue ben oltre).

Sapevo dei volontari greci a Srebrenica dei neo fascisti italiani che si erano uniti alle milizie croate per affinità ideologica (Andrea Insabato, autore di un attentato dinamitardo contro la sede del Manifesto nel 2000, pubblicò nel 1991 sul periodico di annunci Porta Portese, un’inserzione in cui reclutava volontari per combattere in Bosnia) ma l’idea che fosse esistito in quegli anni un safari per sparare contro altri esseri umani mi sembrò una cosa oltre l’umano.

Eppure quell’assedio di disumanità si nutrì abbondantemente.

Quell’assedio fu un affare lucroso per gli assedianti, come lucrose per alcuni sanno essere le guerre.

Nella primavera del 1992, la sproporzione delle forze in campo avrebbe consentito alle truppe serbe, con le armi pesanti della JNA, di prendere la città in poche settimane se non in pochi giorni.

Le truppe serbe non lo fecero.

Non vollero farlo.

In parte perché non erano interessati a prendere la città ma le aree della Bosnia a maggioranza serba, o in prossimità del confine con la Serbia ed il Montenegro, eliminando la popolazione non serba, in parte poiché trovarono più conveniente e lucroso assediare la città anziché conquistarla.

Si garantirono ricavi spaventosi con il mercato nero del gasolio, degli aiuti umanitari e degli aspiranti rifugiati.

La multinazionale serbo croata dell’esproprio fece in Bosnia affari d’oro.

L’assedio produsse ricchezze e capitali enormi tra gli assedianti, visse di indifferenza e di un embargo sulle armi che colpiva la sola Bosnia (e quindi coloro che in quell’assedio si difendevano) senza essere esteso a Serbia e Croazia, i cui governi in quella guerra non solo erano parte attiva, ma prima che la tragedia bosniaca iniziasse, Tudjman e Milosevic, due diverse facce del nazionalismo arrembante dei primi anni novanta, si erano già spartiti la Bosnia sulla pelle dei bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) e di quei bosniaci che continuavano a credere in una Bosnia multietnica e plurale.

L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano non mi sembra affatto inverosimile.

Mi sembra invece surreale che ciò avvenga per un esposto fatto da uno scrittore, Ezio Gavazzeni, che, nelle informazioni raccolte e fornite alla Procura, parla anche di un rapporto informativo già esistente all’epoca dei fatti tra servizi segreti bosniaci e servizi segreti italiani.

Edin Subasic, al tempo agente dei servizi segreti militari dell’Esercito Bosniaco, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org racconta di come i servizi segreti bosniaci informarono sia l’Unprofor che il SISMI in merito a quanto emerso dall’interrogatorio di un prigioniero serbo che ha raccontato di essere arrivato a Sarajevo dalla Serbia assieme a cinque italiani vestiti da cacciatori.

Il regista sloveno Miran Zupanic ha raccontato nel 2022 la vicenda in un documentario, Sarajevo Safari ma già nel 1995 la notizia trapelò sia sulla stampa bosniaca, che su quella italiana (con articoli sia della Stampa che del Corriere della Sera).

Sarebbe auspicabile che l’indagine, oltre che sul fenomeno, raccontato da più fonti, facesse luce sugli eventuali meccanismi di complicità ed omissione di cui godettero i protagonisti coinvolti, in un paese, l’Italia, che scoprì la tragedia balcanica solo quando si trovò in casa propria coloro che da quella guerra fuggivano.

FOnte

25/03/2019

Da Belgrado: “se nel 1999 la Russia fosse stata quella di oggi”...


Il 24 marzo 1999, il Segretario generale della NATO, il socialista spagnolo Javier Solana, ordinava al comandante delle forze NATO in Europa, il generale USA Wesley Clark, di avviare l’operazione “Allied Force” contro la Jugoslavia. Sottoposte ad attacchi aerei Belgrado, Priština, Užitse, Novi Sad, Kragujevats, Pančevo, Podgoritsa e altre città della Jugoslavia.

E’ sempre bene ricordare come anche il governo D’Alema, con il plauso delle forze “democratiche” italiane, partecipasse all’aggressione, in cui si calcola che siano stati lanciati tremila missili da crociera, circa 80mila tonnellate di bombe, comprese quelle a grappolo e con uranio impoverito, tanto che ancora oggi, su 7 milioni di popolazione, ci sono in Serbia 40mila malati di cancro e l’incidenza del male nei bambini è di 2,5 volte superiore alla media europea.

Secondo i dati serbi, i bombardamenti provocarono oltre mille morti tra i militari e 4mila civili, tra cui circa 90 bambini, con oltre diecimila feriti. La rivista russa “Vita internazionale” ricorda come i bombardieri NATO (di USA, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Canada, Turchia, Italia e Germania) decollati dalle basi in Italia, e i missili lanciati da navi e sommergibili della VI Flotta in Adriatico e Ionio, colpissero non solo obiettivi militari, ma soprattutto edifici residenziali, amministrativi e governativi, radio e giornali, scuole, ospedali, ponti, treni passeggeri e autobus, strutture industriali, chiese, mercati. Con l’inizio dell’aggressione, i terroristi albanesi lanciarono in Kosovo un attacco generale, equipaggiati con armamenti e le più recenti attrezzature di comunicazione satellitare, lasciate loro dalla missione OSCE, riparata in Macedonia prima dell’inizio dei bombardamenti.

“All’epoca, i canali televisivi occidentali parlavano di colonne di rifugiati albanesi, “cacciati dal Kosovo dalle forze serbe” scrive “Vita internazionale”, quando in realtà “fuggivano dalle bombe NATO, che non distinguevano in base all’etnia: il 14 aprile, aerei NATO colpirono due volte un convoglio di profughi albanesi sulla strada Prizren-Đakovitsa, uccidendo più di 75 civili”.

I bombardamenti sulla Jugoslavia sono un crimine contro l’umanità, scrive su News Front-Serbia il professor Zoran Miloševič (di sfuggita: inserito nella “lista nera” del sito nazista ucraino “Mirotvorets”): “L’aggressione della NATO capovolse verso occidente le politiche serbe e montenegrine, nel senso che iniziò il disfacimento dell’esercito e il trasferimento delle risorse economiche chiave, la penetrazione dei valori occidentali nel nostro sistema educativo, la subordinazione dei media”.

In occasione dell’anniversario, il Ministero degli esteri russo ha rilasciato un comunicato in cui si afferma che la NATO “non aveva legittime basi per tali azioni: non un mandato ONU. Con quell’atto di aggressione si violarono i principi fondamentali del diritto internazionale sanciti dalla Carta ONU, dall’Atto finale di Helsinki e dagli obblighi internazionali degli Stati membri del blocco”.

Mosca ricorda anche come, sostenuti dai “bombardamenti NATO, gli albanesi del Kosovo commettessero crimini mostruosi, pulizie etniche, distruzione di chiese, rapimento di serbi per il commercio di organi: tutti fatti rivelati dalla relazione del senatore svizzero Dick Marty all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa del dicembre 2010”.

L’attuale Presidente dell’Ingušetija, Junus-Bek Evkurov, all’epoca maggiore paracadutista del GRU (l’intelligence militare) russo, tra i protagonisti della famosa “marcia-lancio su Priština” del 11 giugno 1999, con una ventina di uomini tenne sotto controllo l’aeroporto Slatina (quattro giorni fa è uscito nelle sale russe il film “Linea balcanica”, dedicato all’impresa) in attesa del battaglione russo dalla base SFOR in Bosnia-Erzegovina, che bruciò sul tempo una colonna corazzata britannica. Evkurov ricorda come della sua squadra facessero parte militari russi, “ma la maggioranza erano serbi, albanesi, croati. Persone di nazionalità diverse, di fedi diverse. Voglio sottolineare che c’erano molti albanesi, colpiti dalle azioni dei nazionalisti radicali albanesi e croati contro i civili”.

Se quel successo militare locale si fosse concretizzato in una volontà politica, dice Evkurov, forse ora la “situazione in Kosovo sarebbe diversa. Ma non è avvenuto. La Russia non era la stessa oggi; non aveva le stesse possibilità; i partner occidentali capivano che essa era fuori gioco e quindi si comportarono in modo così spudorato. Sono convinto che l’attuale politica estera venga condotta anche tenendo conto degli errori del 1999”.

Un anno fa, nel 19° anniversario dell’aggressione NATO, rispondendo alla domanda se questa si ripetesse oggi, a suo parere, la Russia interverrebbe nel conflitto, il Ministro degli esteri serbo Ivitsa Dačič aveva risposto: “Ne sono convinto. La Russia è in Siria su invito del governo siriano. Ora, immaginiamo come sarebbe andata la storia se nel 1999 fosse stato presidente Putin, la Russia fosse stata la stessa di oggi e la nostra leadership avesse chiesto aiuto”.

E Andrej Medvedev scrive oggi su iarex.ru che “con l’esempio della piccola Serbia, l’Occidente ci ha mostrato cosa sarebbe successo a noi; solo una circostanza non ha loro permesso di condurci sullo scenario jugoslavo: l’arma nucleare. La Jugoslavia è un esempio di ciò che si fa con i deboli e gli indifesi; di ciò che accade a un paese con un leader debole e un’élite filo-occidentale”.

D’altronde, per ricordare i legami, non solo ideali, tra serbi e russi, non è necessario andare troppo indietro nei secoli. Nei primi mesi del 1994, la Pravda pubblicava numerose lettere di volontari (militanti di formazioni nazionaliste russe, o veterani di Afghanistan, Transnistria, Abkhazija) che chiedevano informazioni su come entrare in contatto “con reparti russi che si battono nelle file dei difensori della Serbia”.

Come ieri a Dubossary, si diceva, così oggi a Sarajevo o a Goradze, “si tratta di combattere contro l’aperto attacco a slavi e ortodossi”. La Pravda calcolava in circa tremila il numero di volontari – “non mercenari”, si sottolineava – che, con ripetute permanenze al fronte di tre-quattro mesi, combattevano in Bosnia a partire dall’estate del ’92 “per la fede ortodossa, per i fratelli serbi, per salvare il popolo serbo dal genocidio scatenato dalle bande musulmane e dai loro protettori americani”.

Lo scorso 18 marzo, il Presidente serbo Aleksandr Vučič ha dichiarato che la Serbia “può perdonare l’aggressione NATO, ma non può dimenticarla. Desideriamo buoni rapporti con la NATO, ma non vogliamo entrarvi”. La morte di oltre 90 bambini, ha detto, “è il simbolo di quell’orrendo crimine compiuto contro la Jugoslavia e il suo popolo”. La Tass ricorda come, un anno fa, i sondaggi indicassero che il 62% dei serbi non ha perdonato l’aggressione NATO e non accetterebbero nemmeno le scuse, mentre l’84% è contrario all’adesione all’Alleanza atlantica.

La politologa moscovita Elena Ponomareva dichiara che l’aggressione NATO del 1999 non fu che “la fase finale della strategia per il controllo totale dell’Occidente sui Balcani. La Casa Bianca aveva messo a punto i piani per la distruzione della Jugoslavia, come stato più ricco e strategicamente più importante della regione, molto prima del 1999. Nel 1984, l’amministrazione Reagan aveva emesso la direttiva NSC n. 133 per una “tacita rivoluzione” volta a rovesciare i governi comunisti e “far rientrare i paesi dell’Est europeo nell’orbita del mercato mondiale”.

Poi, proprio “da Belgrado, nell’ottobre 2000, iniziò la serie delle “rivoluzioni colorate” nell’area postsovietica”. Di più: nella creazione dello “stato del Kosovo” sono confluiti gli “interessi del governo USA, delle multinazionali americane e quelli della mafia albanese e del terrorismo internazionale”. Per la Russia, afferma Ponomareva, la “lezione jugoslava” fornisce preziose informazioni, dato che la politica balcanica dell’Occidente riflette i suoi principi geopolitici e interessi più profondi, in cui non c’è posto per la Russia, né per la Serbia, né altri paesi che abbiano una visione autonoma del proprio futuro”.

Pochi giorni fa, il sito colonelcassad riportava la testimonianza dell’ex agente della CIA Robert Baer al giornale bosniaco WebTribune, secondo cui negli anni 1991-’94 la sua sezione disponeva di milioni di dollari per le attività in Jugoslavia, in particolare per finanziare ONG e partiti di opposizione, a favore della secessione delle varie repubbliche.

La prima operazione, dice Baer, fu nel gennaio ’91, contro “presunti terroristi serbi” a Sarajevo, che avrebbero dovuto “contrastare le ambizioni separatiste bosniache. Ma tale gruppo di terroristi non esisteva affatto” e Baer sostiene di esser stato “ingannato dai vertici della CIA, che miravano ad attizzare gli odi interetnici in Jugoslavia; si doveva scegliere un capro espiatorio da incolpare di guerra e violenza: fu scelta la Serbia, in qualche modo successore della Jugoslavia”. Alla domanda su quali esponenti bosniaci fossero al soldo della CIA, Baer fa i nomi di “Stipe Mesič, Franjo Tudžman, Aliya Izetbegovič”, ma anche “molti funzionari e membri del governo in Jugoslavia, generali serbi, giornalisti, ecc.; per qualche tempo pagammo anche Radovan Karadžič, ma lui smise di prendere soldi quando capì di poter essere sacrificato e accusato dei crimini in Bosnia, organizzati in realtà dall’amministrazione statunitense”.

A proposito di Srebrenitsa, Baer afferma che il “numero delle vittime serbe non fu inferiore a quello di altre nazionalità, ma Srebrenitsa doveva essere un “marketing politico”. Un mese prima del presunto genocidio, il mio boss disse che la città sarebbe stata la principale notizia in tutto il mondo e ci ordinò di contattare i media. Srebrenitsa ricade su bosniaci, serbi e americani; ma, di tutto furono accusati i serbi. Molte delle vittime sepolte come musulmani erano serbi e di altre nazionalità. Alcuni anni fa, un altro ex agente della CIA che ora lavora per il FMI, ha affermato che Srebrenitsa fu il risultato di un accordo tra il governo USA e i politici bosniaci. Srebrenitsa fu sacrificata per dare all’America il pretesto per attaccare i serbi: fu la “linea rossa” di Bill Clinton”.

La giustificazione ufficiale dell’aggressione del 1999 continua a essere quella della “difesa della popolazione albanese del Kosovo”, ma lo scorso ottobre, il Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ammise candidamente che essa fu compiuta “per prevenire ulteriori azioni del regime di Miloševič”, fatto morire in carcere nel marzo 2006. Sono “giustificazioni abbastanza risibili” aveva commentato la storica russa Irina Rudneva, che “risuonano da venti anni. Ogni volta, cercano di convincere i serbi che tutto è stato fatto per il loro bene. Iniziarono con la frase “catastrofe umanitaria”; poi cominciarono a dire che lo avevano fatto per salvare gli albanesi. E ora viene effettivamente espressa la versione secondo cui USA e loro alleati avevano semplicemente deciso di rimuovere Miloševič con la forza e sostituirlo con un altro, più adatto”.

Oggi, a distanza di 20 anni, allorché si fanno sempre più sfacciate le manovre CIA per una “rivoluzione colorata” a Belgrado e la NATO insiste sulla “legittimità” e “necessità” dell’aggressione del 1999, nessuno crede a una casualità nella trasformazione in ergastolo, decisa proprio ora, della precedente condanna a 40 anni inflitta nel 2016 all’ex Presidente della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, il 74enne Radovan Karadžič, accusato dal cosiddetto tribunale de L’Aja di genocidio nei confronti di musulmani bosniaci a Srebrenitsa nel 1995.

Fonte

21/11/2012

Gli agenti delle "guerre umanitarie"

La strage di Srebenica, la Cia, le manipolazioni mediatiche della guerra nella ex Jugoslavia. Parla Robert Baer, ex agente della Cia nei Balcani. A lui si è ispirato il film "Syriana" con George Cloney.

Nel corso degli anni ci sono stati molti ex militari e personale dei servizi segreti che hanno scritto libri e articoli che parlano del loro lavoro e gli obiettivi dei loro padroni. Tali informazioni sono sempre le più interessanti, quanto più l'oggetto è vicino alle emozioni della gente e quando è necessario (per obiettivi politici) che la percezione del pubblico sia modificata.
Robert Baer è un ex alto ufficiale della CIA e autore di numerose opere sul suo lavoro di quel tempo e sui suoi ex datori di lavoro, nelle amministrazioni di Bill Clinton e George W. Bush. Le sue pubblicazioni sono state fonte di irritazione e disagi per le attuali autorità statunitensi che hanno anche portato al suo arresto in diverse occasioni.
Come agente della CIA, ha lavorato nella ex Jugoslavia dal 1991-1994 e in Medio Oriente. Ha partecipato a numerosi documentari sul canale televisivo nazionale Geographic accusando Bush di fare la guerra per il petrolio! La seguente intervista con Robert Baer è stato condotto da Milos Cupurdija in Canada e mette in evidenza alcune delle letture comuni sbagliate, in quanto abilmente manipolate circa gli eventi che hanno lacerato e insanguinato l’ex Jugoslavia.


Quando è arrivato in Jugoslavia e quale è stato il suo primo lavoro?
Sono arrivato in elicottero con altri 3 agenti il ​​12 gennaio 1991 a Sarajevo. Il nostro compito era quello di tenere d'occhio i presunti terroristi serbi che avrebbero potuto attaccare Sarajevo.

Chi erano questi terroristi e perché avrebbero dovuto attaccare Sarajevo?
Ci furono date informazioni su un gruppo chiamato "Supremazia Serba" ed un loro progetto di attaccare edifici simbolo a Sarajevo con l’obiettivo di condurre la Bosnia alla secessione dalla Jugoslavia.

Esisteva questo gruppo? Che cosa ha effettivamente fatto a Sarajevo?
Tale gruppo non è mai esistito la verità è che eravamo stati ingannati dal nostro comando centrale. Ci avevano dato il compito di impaurire la popolazione e diffondere il panico tra i politici in Bosnia. Fondamentalmente abbiamo lavorato a riempirgli la testa con l'idea che i serbi avrebbero attaccato. Inizialmente abbiamo fatto questo lavoro poi alla fine ci siamo resi conto che stavamo diffondendo storie e panico per un gruppo che non esisteva.

Quanto tempo è durata quest’operazione e come si chiamava?
Per me è durata due settimane, perché poi ho ricevuto l'ordine di andare in Slovenia per occuparmi di un altro incarico. L'operazione ha continuato per un altro mese e il nome in codice era "Istina/Verità", che è esattamente ciò che non era.

Perché è andato in Slovenia?
Mi fu detto che la Slovenia si apprestava a dichiarare la sua indipendenza dalla Jugoslavia. Mi hanno dato dei soldi, parecchi milioni di dollari con i quali avremmo dovuto finanziare le organizzazioni non governative, i partiti di opposizione e quei politici che erano pronti a incitare e propagandare tra la popolazione la secessione.

Alla luce di queste attività di propaganda che tipo di idea aveva della CIA e che cosa pensano i suoi colleghi?
Naturalmente non si può discutere un compito dato dalla CIA, soprattutto in quel momento in cui tutti erano nervosi e paranoici. Numerosi agenti e alti ufficiali erano scomparsi nel nulla perché si erano rifiutati di lavorare alla propaganda contro i serbi in Jugoslavia. Io personalmente ero scioccato dalla quantità di menzogne ​​perpetrate dalla CIA e dai politici degli Stati Uniti. Molti agenti della CIA hanno lavorato a questa propaganda, ma non erano del tutto consapevoli di ciò che stavano facendo, in quanto ciascuno era coinvolto in un solo aspetto del progetto e solo coloro che potevano mettere insieme l'intero quadro, conoscevano le finalità del lavoro e questi erano solo i politici.

Quindi c'era solo propaganda contro i serbi?
Sì e no. La propaganda aveva lo scopo di dividere le repubbliche e di favorirne il distacco dalla Jugoslavia. Abbiamo dovuto scegliere un agnello sacrificale che doveva avere la colpa di ogni cosa. Qualcuno che doveva essere interamente responsabile per la guerra e la violenza. La Serbia è stata scelta perché era in qualche modo il successore della Jugoslavia.

Può dire i nomi dei politici della ex Jugoslavia che avrebbero ricevuto soldi dalla CIA?
Sì, anche se questo è delicato. Stipe Mesic, Franjo Tudjman, Alija Izebegović, molti consiglieri e membri del governo della ex Jugoslavia, e anche generali serbi, giornalisti e anche alcune unità militari. Per un certo tempo Radovan Karadzic è stato pagato, ma ha smesso di prendere aiuti quando si rese conto che sarebbe stato sacrificato e accusato di crimini in Bosnia. Egli fu “giocato” dal governo degli Stati Uniti.

Lei ha citato il finanziamento e il controllo dei mezzi di comunicazione, come è avvenuta questa operazione?
È già noto che alcuni agenti della CIA erano responsabili per la scrittura delle dichiarazioni ufficiali che poi sarebbero state lette nei notiziari. Naturalmente i giornalisti non ne sapevano niente, essi ricevevano le istruzioni dai loro capi, come questi avevano ricevuto istruzioni dal loro capo che era un nostro uomo (della CIA). C'era un compito sopra tutto ed era quello di incitare all'odio e al nazionalismo attraverso la televisione e di esasperare le differenze tra le persone.

Srebrenica cui siamo tutti a conoscenza. Può dire qualcosa su questo avvenimento?
Sì, dal 1992 sono stato di nuovo in Bosnia, ma questa volta abbiamo dovuto addestrare unità militari che rappresentavano la Bosnia; il nuovo Stato, che aveva appena dichiarato l'indipendenza. Srebrenica è una storia esagerata, e sfortunatamente molte persone sono state manipolate.
I numeri delle persone uccise... questi erano tutti parte del marketing politico. Il mio capo che era stato precedentemente Senatore degli Stati Uniti, più volte mi disse che ci sarebbe stato ad un certo punto una grande truffa in Bosnia. Un mese prima del presunto genocidio di Srebrenica mi disse che questa città sarebbe stata conosciuta in tutto il mondo e fummo incaricati di tenere informare i media. Quando gli ho chiesto perché, mi disse che avrei visto coi miei occhi. Ricevemmo l'ordine secondo cui, insieme al nuovo esercito bosniaco, avremmo dovuto attaccare le case e la gente di Srebrenica. Naturalmente i serbi sarebbero stati incitati e pagati a reagire facendo lo stesso anche loro.

Chi poteva essere responsabile del genocidio di Srebrenica?
Semplicemente le morti di Srebrenica erano dovute ai bosniaci, ai serbi e agli americani, noi! Ma la colpa di tutto è stata indicata nei serbi. Purtroppo molte delle vittime sono state sepolte in quanto musulmani, invece erano serbi o di altre nazionalità. Qualche anno fa un mio amico, un ex agente della CIA e attualmente al lavoro in seno al FMI, ha detto che Srebrenica era un prodotto di un accordo tra il governo degli Stati Uniti e di politici in Bosnia. Srebrenica come città è stata sacrificata perché dopo i presunti crimini dei serbi, l'America aveva un motivo per attaccare.

Perché pensa che la Jugoslavia si sciolse e perché il suo governo volle avere un suo ruolo in tutto questo?
Tutto è chiaro, la gente che aveva tranquillamente istigato ad alta voce alla guerra, con l’avvento della pace, ora sono proprietari di aziende che sfruttano una grande varietà di risorse minerarie e simili in quella terra! Semplicemente, di voi hanno fatto schiavi, ed il vostro popolo ora lavora quasi gratuitamente e i prodotti vanno in Germania e in America, ed essi guadagnano! Alla fine dovete pagare per importare quello che avete fatto voi stessi e poiché non avete i soldi dovete contrarre prestiti. Questa è la storia in tutti i Balcani!

Lei non è stato attivo in ​​Kosovo come agente della CIA, ma c'era là qualche pressione da parte degli Stati Uniti?
Certo! Il Kosovo è stata preso per due motivi, in primo luogo per le sue risorse minerali e naturali, e in secondo luogo per la base militare NATO in Kosovo! Nel cuore d'Europa è la più grande base militare.

Hai un messaggio per il popolo della ex Jugoslavia?
Ce l’ho. Dimenticare il passato recente, esso è stata una messa in scena e falsato. Siete stati manipolati e hanno ottenuto quello che volevano, e sarebbe stupido per voi odiarvi ancora l'un l'altro. Dovete essere forti e dimostrare che siete a conoscenza di quanto è successo e dei responsabili.
Mi scuso sinceramente e questo è il motivo per cui da tempo ora svelo i segreti della CIA e della Casa Bianca.

Da Britic Magazine - Londra - 10 ottobre 2012

Fonte

Mi viene da vomitare...
Nonostante questo consiglio a tutti la visione di Syriana, se non siete delle teste quadre, il film in oggetto può essere un ottimo spunto per iniziare a vedere la politica internazionale con occhi diversi.

PS: chissà se tra vent'anni uscirà una nuova gola profonda in grado di fare chiarezza, almeno parziale, sulla destabilizzazione di Medio Oriente e Africa Mediterranea a seguito della primavera araba.

12/07/2011

Srebrenica

Si celebra oggi il 16mo anniversario della strage di Srebrenica, l'eccidio compiuto dalle forze serbo-bosniache del generale Ratko Mladic che nel 1995 provocò la morte di otto mila musulmani. Sempre oggi si terranno anche i funerali di altre 613 vittime estratte dalle fosse comuni ed identificate nel corso dell'ultimo anno tramite il test del Dna. Migliaia di persone sono affluite nella cittadina bosniaca per partecipare alle cerimonie. A Potocari, alla periferia di Srebrenica, sono giunti ieri sera, dopo tre giorni di cammino, i seimila partecipanti della tradizionale "marcia della morte" con cui vengono ripercorsi i sentieri montuosi sui quali fuggirono i musulmani assediati dalle truppe serbe.

Tra le autorità presenti alle commemorazioni, due esponenti della presidenza tripartita bosniaca, il musulmano Bakir Izetbegovic e il croato Zeljko Komsi, il presidente della Croazia Ivo Josipovic, e Valentin Inzko, Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia. Il presidente serbo, Boris Tadic, ha ricordato con dolore le vittime dell'"orribile crimine" di Srebrenica e tutte le altre vittime dei conflitti della ex Jugoslavia. "È necessario individuare e punire i colpevoli - ha detto Tadic - solo così sarà possibile la riconciliazione nei Balcani".

Milos Saljic, avvocato difensore dell'ex generale serbo-bosniaco Mladic accusato dal Tpi di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, e in particolare della strage del luglio 1995, ha fatto sapere che dimostrerà che a Srebrenica "non vi fu genocidio". Parlando a Belgrado al Daily News Report, il legale ha negato che il massacro di 16 anni fa abbia a che vedere con il suo cliente: "Credo che Mladic verrà riconosciuto colpevole, ma non di genocidio. Il nostro obiettivo è quello di fare in modo che la verità emerga per dimostrare al mondo che il popolo serbo non ha commesso nessun genocidio". Tra le autorità che Mladic chiamerà in sua difesa al processo - tra le quali figurano l'ex Segretario di Stato americano Madeleine Albright, l'ex presidente Usa Bill Clinton - non vi saranno i comandanti del battaglione olandese di Unprofor incaricato di difendere Srebrenica.

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