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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/03/2019

Da Belgrado: “se nel 1999 la Russia fosse stata quella di oggi”...


Il 24 marzo 1999, il Segretario generale della NATO, il socialista spagnolo Javier Solana, ordinava al comandante delle forze NATO in Europa, il generale USA Wesley Clark, di avviare l’operazione “Allied Force” contro la Jugoslavia. Sottoposte ad attacchi aerei Belgrado, Priština, Užitse, Novi Sad, Kragujevats, Pančevo, Podgoritsa e altre città della Jugoslavia.

E’ sempre bene ricordare come anche il governo D’Alema, con il plauso delle forze “democratiche” italiane, partecipasse all’aggressione, in cui si calcola che siano stati lanciati tremila missili da crociera, circa 80mila tonnellate di bombe, comprese quelle a grappolo e con uranio impoverito, tanto che ancora oggi, su 7 milioni di popolazione, ci sono in Serbia 40mila malati di cancro e l’incidenza del male nei bambini è di 2,5 volte superiore alla media europea.

Secondo i dati serbi, i bombardamenti provocarono oltre mille morti tra i militari e 4mila civili, tra cui circa 90 bambini, con oltre diecimila feriti. La rivista russa “Vita internazionale” ricorda come i bombardieri NATO (di USA, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Canada, Turchia, Italia e Germania) decollati dalle basi in Italia, e i missili lanciati da navi e sommergibili della VI Flotta in Adriatico e Ionio, colpissero non solo obiettivi militari, ma soprattutto edifici residenziali, amministrativi e governativi, radio e giornali, scuole, ospedali, ponti, treni passeggeri e autobus, strutture industriali, chiese, mercati. Con l’inizio dell’aggressione, i terroristi albanesi lanciarono in Kosovo un attacco generale, equipaggiati con armamenti e le più recenti attrezzature di comunicazione satellitare, lasciate loro dalla missione OSCE, riparata in Macedonia prima dell’inizio dei bombardamenti.

“All’epoca, i canali televisivi occidentali parlavano di colonne di rifugiati albanesi, “cacciati dal Kosovo dalle forze serbe” scrive “Vita internazionale”, quando in realtà “fuggivano dalle bombe NATO, che non distinguevano in base all’etnia: il 14 aprile, aerei NATO colpirono due volte un convoglio di profughi albanesi sulla strada Prizren-Đakovitsa, uccidendo più di 75 civili”.

I bombardamenti sulla Jugoslavia sono un crimine contro l’umanità, scrive su News Front-Serbia il professor Zoran Miloševič (di sfuggita: inserito nella “lista nera” del sito nazista ucraino “Mirotvorets”): “L’aggressione della NATO capovolse verso occidente le politiche serbe e montenegrine, nel senso che iniziò il disfacimento dell’esercito e il trasferimento delle risorse economiche chiave, la penetrazione dei valori occidentali nel nostro sistema educativo, la subordinazione dei media”.

In occasione dell’anniversario, il Ministero degli esteri russo ha rilasciato un comunicato in cui si afferma che la NATO “non aveva legittime basi per tali azioni: non un mandato ONU. Con quell’atto di aggressione si violarono i principi fondamentali del diritto internazionale sanciti dalla Carta ONU, dall’Atto finale di Helsinki e dagli obblighi internazionali degli Stati membri del blocco”.

Mosca ricorda anche come, sostenuti dai “bombardamenti NATO, gli albanesi del Kosovo commettessero crimini mostruosi, pulizie etniche, distruzione di chiese, rapimento di serbi per il commercio di organi: tutti fatti rivelati dalla relazione del senatore svizzero Dick Marty all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa del dicembre 2010”.

L’attuale Presidente dell’Ingušetija, Junus-Bek Evkurov, all’epoca maggiore paracadutista del GRU (l’intelligence militare) russo, tra i protagonisti della famosa “marcia-lancio su Priština” del 11 giugno 1999, con una ventina di uomini tenne sotto controllo l’aeroporto Slatina (quattro giorni fa è uscito nelle sale russe il film “Linea balcanica”, dedicato all’impresa) in attesa del battaglione russo dalla base SFOR in Bosnia-Erzegovina, che bruciò sul tempo una colonna corazzata britannica. Evkurov ricorda come della sua squadra facessero parte militari russi, “ma la maggioranza erano serbi, albanesi, croati. Persone di nazionalità diverse, di fedi diverse. Voglio sottolineare che c’erano molti albanesi, colpiti dalle azioni dei nazionalisti radicali albanesi e croati contro i civili”.

Se quel successo militare locale si fosse concretizzato in una volontà politica, dice Evkurov, forse ora la “situazione in Kosovo sarebbe diversa. Ma non è avvenuto. La Russia non era la stessa oggi; non aveva le stesse possibilità; i partner occidentali capivano che essa era fuori gioco e quindi si comportarono in modo così spudorato. Sono convinto che l’attuale politica estera venga condotta anche tenendo conto degli errori del 1999”.

Un anno fa, nel 19° anniversario dell’aggressione NATO, rispondendo alla domanda se questa si ripetesse oggi, a suo parere, la Russia interverrebbe nel conflitto, il Ministro degli esteri serbo Ivitsa Dačič aveva risposto: “Ne sono convinto. La Russia è in Siria su invito del governo siriano. Ora, immaginiamo come sarebbe andata la storia se nel 1999 fosse stato presidente Putin, la Russia fosse stata la stessa di oggi e la nostra leadership avesse chiesto aiuto”.

E Andrej Medvedev scrive oggi su iarex.ru che “con l’esempio della piccola Serbia, l’Occidente ci ha mostrato cosa sarebbe successo a noi; solo una circostanza non ha loro permesso di condurci sullo scenario jugoslavo: l’arma nucleare. La Jugoslavia è un esempio di ciò che si fa con i deboli e gli indifesi; di ciò che accade a un paese con un leader debole e un’élite filo-occidentale”.

D’altronde, per ricordare i legami, non solo ideali, tra serbi e russi, non è necessario andare troppo indietro nei secoli. Nei primi mesi del 1994, la Pravda pubblicava numerose lettere di volontari (militanti di formazioni nazionaliste russe, o veterani di Afghanistan, Transnistria, Abkhazija) che chiedevano informazioni su come entrare in contatto “con reparti russi che si battono nelle file dei difensori della Serbia”.

Come ieri a Dubossary, si diceva, così oggi a Sarajevo o a Goradze, “si tratta di combattere contro l’aperto attacco a slavi e ortodossi”. La Pravda calcolava in circa tremila il numero di volontari – “non mercenari”, si sottolineava – che, con ripetute permanenze al fronte di tre-quattro mesi, combattevano in Bosnia a partire dall’estate del ’92 “per la fede ortodossa, per i fratelli serbi, per salvare il popolo serbo dal genocidio scatenato dalle bande musulmane e dai loro protettori americani”.

Lo scorso 18 marzo, il Presidente serbo Aleksandr Vučič ha dichiarato che la Serbia “può perdonare l’aggressione NATO, ma non può dimenticarla. Desideriamo buoni rapporti con la NATO, ma non vogliamo entrarvi”. La morte di oltre 90 bambini, ha detto, “è il simbolo di quell’orrendo crimine compiuto contro la Jugoslavia e il suo popolo”. La Tass ricorda come, un anno fa, i sondaggi indicassero che il 62% dei serbi non ha perdonato l’aggressione NATO e non accetterebbero nemmeno le scuse, mentre l’84% è contrario all’adesione all’Alleanza atlantica.

La politologa moscovita Elena Ponomareva dichiara che l’aggressione NATO del 1999 non fu che “la fase finale della strategia per il controllo totale dell’Occidente sui Balcani. La Casa Bianca aveva messo a punto i piani per la distruzione della Jugoslavia, come stato più ricco e strategicamente più importante della regione, molto prima del 1999. Nel 1984, l’amministrazione Reagan aveva emesso la direttiva NSC n. 133 per una “tacita rivoluzione” volta a rovesciare i governi comunisti e “far rientrare i paesi dell’Est europeo nell’orbita del mercato mondiale”.

Poi, proprio “da Belgrado, nell’ottobre 2000, iniziò la serie delle “rivoluzioni colorate” nell’area postsovietica”. Di più: nella creazione dello “stato del Kosovo” sono confluiti gli “interessi del governo USA, delle multinazionali americane e quelli della mafia albanese e del terrorismo internazionale”. Per la Russia, afferma Ponomareva, la “lezione jugoslava” fornisce preziose informazioni, dato che la politica balcanica dell’Occidente riflette i suoi principi geopolitici e interessi più profondi, in cui non c’è posto per la Russia, né per la Serbia, né altri paesi che abbiano una visione autonoma del proprio futuro”.

Pochi giorni fa, il sito colonelcassad riportava la testimonianza dell’ex agente della CIA Robert Baer al giornale bosniaco WebTribune, secondo cui negli anni 1991-’94 la sua sezione disponeva di milioni di dollari per le attività in Jugoslavia, in particolare per finanziare ONG e partiti di opposizione, a favore della secessione delle varie repubbliche.

La prima operazione, dice Baer, fu nel gennaio ’91, contro “presunti terroristi serbi” a Sarajevo, che avrebbero dovuto “contrastare le ambizioni separatiste bosniache. Ma tale gruppo di terroristi non esisteva affatto” e Baer sostiene di esser stato “ingannato dai vertici della CIA, che miravano ad attizzare gli odi interetnici in Jugoslavia; si doveva scegliere un capro espiatorio da incolpare di guerra e violenza: fu scelta la Serbia, in qualche modo successore della Jugoslavia”. Alla domanda su quali esponenti bosniaci fossero al soldo della CIA, Baer fa i nomi di “Stipe Mesič, Franjo Tudžman, Aliya Izetbegovič”, ma anche “molti funzionari e membri del governo in Jugoslavia, generali serbi, giornalisti, ecc.; per qualche tempo pagammo anche Radovan Karadžič, ma lui smise di prendere soldi quando capì di poter essere sacrificato e accusato dei crimini in Bosnia, organizzati in realtà dall’amministrazione statunitense”.

A proposito di Srebrenitsa, Baer afferma che il “numero delle vittime serbe non fu inferiore a quello di altre nazionalità, ma Srebrenitsa doveva essere un “marketing politico”. Un mese prima del presunto genocidio, il mio boss disse che la città sarebbe stata la principale notizia in tutto il mondo e ci ordinò di contattare i media. Srebrenitsa ricade su bosniaci, serbi e americani; ma, di tutto furono accusati i serbi. Molte delle vittime sepolte come musulmani erano serbi e di altre nazionalità. Alcuni anni fa, un altro ex agente della CIA che ora lavora per il FMI, ha affermato che Srebrenitsa fu il risultato di un accordo tra il governo USA e i politici bosniaci. Srebrenitsa fu sacrificata per dare all’America il pretesto per attaccare i serbi: fu la “linea rossa” di Bill Clinton”.

La giustificazione ufficiale dell’aggressione del 1999 continua a essere quella della “difesa della popolazione albanese del Kosovo”, ma lo scorso ottobre, il Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ammise candidamente che essa fu compiuta “per prevenire ulteriori azioni del regime di Miloševič”, fatto morire in carcere nel marzo 2006. Sono “giustificazioni abbastanza risibili” aveva commentato la storica russa Irina Rudneva, che “risuonano da venti anni. Ogni volta, cercano di convincere i serbi che tutto è stato fatto per il loro bene. Iniziarono con la frase “catastrofe umanitaria”; poi cominciarono a dire che lo avevano fatto per salvare gli albanesi. E ora viene effettivamente espressa la versione secondo cui USA e loro alleati avevano semplicemente deciso di rimuovere Miloševič con la forza e sostituirlo con un altro, più adatto”.

Oggi, a distanza di 20 anni, allorché si fanno sempre più sfacciate le manovre CIA per una “rivoluzione colorata” a Belgrado e la NATO insiste sulla “legittimità” e “necessità” dell’aggressione del 1999, nessuno crede a una casualità nella trasformazione in ergastolo, decisa proprio ora, della precedente condanna a 40 anni inflitta nel 2016 all’ex Presidente della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, il 74enne Radovan Karadžič, accusato dal cosiddetto tribunale de L’Aja di genocidio nei confronti di musulmani bosniaci a Srebrenitsa nel 1995.

Fonte

24/03/2017

Giornate di campagna elettorale in Serbia

Redazione di Voce Jugoslava su Radio Città Aperta
 
La primavera ha fatto irruzione a Belgrado con una temperatura media di 25 gradi di giorno – molto meno di notte, come in ogni clima continentale che si rispetti. Sono giornate limpide e colorate da una splendida fioritura di violette, adatte a una campagna elettorale energica e aggressiva come è quella per le elezioni presidenziali in calendario il prossimo 2 aprile.
 
Sono però anche i giorni dell'anniversario dell'inizio della aggressione della NATO (24 marzo 1999). Quella ferita non è rimarginata, nonostante il tempo passato, le ristrutturazioni di molti degli edifici bombardati, che fanno storcere il naso a chi non vuole dimenticare, e i nuovi rapporti politici, sociali e macro-economici instauratisi dopo il "cambio di regime". Le strade di Belgrado si sono riempite di insegne luminose in stile occidentale, la viabilità ha subito trasformazioni importanti – con la costruzione di nuove autostrade e spettacolari ponti sui fiumi Sava e Danubio, anche grazie all'imprenditoria cinese. I nuovi ponti non cancellano però dai cuori le immagini di quelli "colpiti e affondati" dalla NATO né di quelli occupati da migliaia di cittadini che, urlando slogan e ballando, in quella primavera del 1999 mostravano al mondo intero fieramente i cartelli con la scritta TARGET.
L'anniversario a Belgrado è celebrato nell'arco di un paio di giorni attraverso qualche conferenza con tema geopolitico e cerimonie in memoria dei caduti; la campagna elettorale potrebbe invece durare fino al 16 aprile, in caso di ballottaggio.

L'opzione più probabile, e certamente la meno peggio da vari punti di vista, date le condizioni reali esistenti, è che vinca l'attuale primo ministro Aleksandar Vučić, che darebbe così il cambio al suo compagno di partito Tomislav Nikolić. Alle ultime elezioni politiche il loro Partito Progressista Serbo (SNS, una scissione moderata del Partito Radicale di Šešelj) ha incassato oltre il 48% dei voti. I due in tandem hanno gestito in questi anni la cosa pubblica e la collocazione della Serbia sulla scena internazionale con pacatezza ed equilibrio, riuscendo a garantire il posizionamento "centrale" del paese nella contesa sempre più dura apertasi tra Occidente e Federazione Russa: una contesa culminata con la guerra civile in Ucraina, che sotto numerosi aspetti assomiglia alla guerra – fratricida e imperialista assieme – che ha cancellato la Jugoslavia dalle carte geografiche tra il 1991 e il 2008 ed i cui strascichi permangono sotto forma di gravi tensioni e sfacciate ingerenze esterne.
 
Non è questa la sede per approfondimenti sulla situazione in tutta l'area, ma per comprendere la precarietà quasi miracolosa dell'equilibrio serbo vanno richiamate le delicatissime situazioni esistenti nei paesi vicini. Nella FYROM (Macedonia di Skoplje), essendo fallito il progetto terrorista pan-albanese con la operazione di Kumanovo del maggio 2015, UE e NATO da molti mesi lavorano a rinfocolare lo scontro politico ed etnico cercando di imporre un governo socialdemocratico sostenuto dai secessionisti albanofoni al posto dell'attuale governo di impronta patriottica. In Montenegro, le stesse UE e NATO lo scorso ottobre hanno "coperto" l'ennesimo "golpe bianco" del "presidente eterno", il camorrista Milo Djukanović, che ha inscenato una operazione mediatico-repressiva proprio nel giorno delle elezioni politiche, garantendo così la vittoria formale del blocco atlantista che sta portando il piccolo paese nella NATO contro la volontà della maggioranza della sua popolazione. In Bosnia-Erzegovina la Repubblica Srpska difende con i denti alcune prerogative di sovranità che in tutti i modi il regime semicoloniale, instaurato dopo gli Accordi di Dayton, le vuole sottrarre: principale tra tutti, anche in questo caso, è il diritto a non entrare a far parte della NATO contro la volontà del proprio popolo, anch'esso bombardato nel 1994-1996.
 
Per quanto dunque riguarda la Serbia, il focolaio principale di crisi rimane ovviamente (lo è da 30 anni a questa parte) il Kosovo, che i paesi NATO hanno provato a strapparle a forza di atti militari e diplomatici unilaterali e illegali (1). Violenze, ingiustizie, provocazioni e polemiche non sono mai cessate dal giugno 1999 (momento della occupazione congiunta NATO-UCK del territorio) in poi, inclusa ovviamente la dichiarazione di indipendenza del 2008. Però sono adesso all'ordine del giorno nuovi passaggi simbolici dalla valenza potenzialmente lacerante, in particolare: la nuova decisione del "Parlamento" di Pristina di "nazionalizzare" i beni jugoslavi (ricordiamo la straordinaria ricchezza mineraria di quel territorio e tutte le infrastrutture industriali ad essa collegate) e l'annuncio della formazione di un "esercito del Kosovo" (fatto su misura, ovviamente, per la adesione alla NATO).
 
Ritornando dunque ai leader SNS, data la preoccupante situazione al contorno e globale, il loro equilibrio è apprezzato da tutti i soggetti internazionali: da Occidente – si pensi al gesto della visita di Vučić a Srebrenica – come da Oriente – visti i rapporti sempre più stretti, specialmente dal lato economico, con la Cina e ovviamente la Russia, con cui è stato stretto un accordo di partnership strategica nel 2014. In virtù di tale equilibrio, che potremmo definire opportunistico, gli anni del governo SNS sono stati finora contrassegnati dalla accumulazione di energie, anche economiche, nel segno ovviamente del nuovo corso liberista seguito al golpe dell'ottobre 2000.
 
Un orientamento liberista più acceso è propugnato dai candidati alla presidenza filo-occidentali: dall'ex "difensore civico" (ombudsman) Janković all’ex premier Živković ("Partito Nuovo"), dall’ex ministro degli Esteri Jeremić (di recente candidato a Segretario Generale dell’ONU, ma significativamente sgradito anche alla Russia) all’ex ministro dell’Economia Radulović, ed altri ancora. Tutti costoro erano però assenti dal Parlamento il giorno della visita della Rappresentante dell'UE Mogherini, a causa di una controproducente protesta che hanno voluto inscenare contro la sospensione della attività parlamentare in campagna elettorale. Nel Parlamento della capitale serba la Mogherini non ha trovato perciò applausi, come avrebbe voluto, bensì la sonora e plateale contestazione da parte dei deputati delle opposizioni di destra, cioè Dveri e il Partito Radicale con Vojslav Šešelj in testa. Dinanzi alla contestazione «Vučić, impassibile tra le fila della maggioranza di governo, è apparso ancora una volta come l’unico interlocutore possibile per l’UE» (2). Allo stesso Šešelj il circo mediatico, evidentemente diretto da "spin doctors" assai professionali formatisi in chissà quali istituti anglosassoni, ha attribuito il ruolo di candidato per eccellenza della parte più apertamente anti-europeista e anti-occidentale dell'opinione pubblica; alle consuete scritte sui muri ed ai manifesti scoloriti affissi dai militanti si sono aggiunti in queste settimane molti manifesti patinatissimi e bene illuminati che ne espongono il faccione con insistenza. Oltre al provocatorio Šešelj, sul fronte nazionalista alle elezioni c'è il rappresentante di Dveri, Obradović, ed il debole candidato del partito DSS che fu di Koštunica – Popović.
 
La sinistra non presenta candidati. I socialisti (SPS e Movimento dei Socialisti) sono oramai da molti anni in coalizione con l'SNS e dunque appoggiano Vučić. La sinistra di classe doveva essere rappresentata da Zeljko Veselinović, coordinatore del sindacato SLOGA (federato alla Federazione Sindacale Mondiale), per la iniziativa civica "Il lavoratore non è merce": ma appena il 5 marzo con una dichiarazione pubblica rilasciata via YouTube Veselinović ha comunicato che "a causa delle condizioni impossibili" (spec. dal punto di vista economico) poste per la presentazione della lista e la partecipazione alle elezioni, doveva rinunciare alla competizione. È l'ennesima volta che le formazioni anticapitaliste sono tenute fuori dalle competizioni elettorali tramite tagliole burocratiche e finanziarie.
 
La UE si lagna della crescita dell'influenza russa in Serbia (3), ma ha poco da piangere sul latte versato essendo questo uno dei frutti di quanto ha essa stessa seminato nel corso dell'ultimo quarto di secolo. Non si può dimenticare che la UE ha responsabilità non minori di quelle statunitensi nel determinarsi del disastro jugoslavo: proprio contestualmente al suo atto fondativo, il 17 dicembre 1991, a Maastricht, la allora Comunità Europea per diktat tedesco sacrificò l'unità jugoslava e con essa la pace nel continente (4). Il 23 dicembre successivo, come preannunciato a Maastricht, la Germania dichiarava unilateralmente e pubblicamente il suo riconoscimento delle repubbliche di Croazia e Slovenia, con effetto a partire dal 15 gennaio successivo; il 13 gennaio 1992 era però la Città del Vaticano a precedere tutti, riconoscendo la Croazia come stato indipendente, seguita due giorni dopo da tutti i paesi della UE.
 
Incontestabile fu dunque l'analisi di Slobodan Milošević, che dinanzi al “Tribunale ad hoc” dell'Aia, il 30 gennaio 2002 disse: «C'era un piano evidente contro quello Stato di allora [la Jugoslavia] che era, direi, un modello per il futuro federalismo europeo.» Necessariamente, anche post-mortem Milošević rimane il convitato di pietra di ogni passaggio politico in Serbia, e quindi pure in queste elezioni. Proprio negli stessi giorni della visita della Mogherini, nell'altro anniversario marzolino – quello del giorno 11, quando nel 2006 il cadavere di Milošević fu ritrovato nella cella dell'Aia – a Belgrado la associazione SloboDA (che vuol dire "Slobo SI" ma anche "Libertà") ha presentato pubblicamente il testo "Anatomia di un assassinio giudiziario" (5), contenente tutta la documentazione forense e amministrativa che dimostra come all'interno del "Tribunale ad hoc" sia stato pianificato e realizzato l'omicidio dell'ultimo presidente jugoslavo, vittima della somministrazione intenzionalmente scorretta di un farmaco in grado di causare sbalzi di pressione esiziali per un cardiopatico.
 
In effetti in Serbia il nodo del "cambio di regime", dal colpo di Stato dell'ottobre 2000 alla uccisione di Milošević all'Aia nel 2006, rimane sotto traccia nella vita politica e nella coscienza popolare nonostante la disinformazione strategica impartita in dosi massicce da un sistema mediatico fortemente condizionato dai monopoli capitalistici. A Belgrado capita di trovare persone che ti dicono seriamente che "Milošević in realtà fu portato a Mosca di nascosto ed è ancora vivo"... ultima favola giornalistica dopo altre surreali bufale, come quella di "Tito agente del Vaticano".
 
Ancora più chiaro di Milošević nel giudizio sull'Europa è stato solamente il grande drammaturgo tedesco Peter Handke: «Per me la Jugoslavia era l'Europa... La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era il modello per l'Europa del futuro. Non l'Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con le sue zone di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l'una con l'altra, specialmente come facevano i giovani in Jugoslavia, anche dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l'Europa, per come io la vorrei. Perciò, in me l'immagine dell'Europa è stata distrutta con la distruzione della Jugoslavia.» (6) Questo è l'epitaffio che campeggia sulla tomba del progetto europeo sin dal 1991, e che i manifestanti del 25 marzo a Roma, dopo tante inequivocabili ulteriori verifiche (basti pensare ai casi ucraino o greco) potrebbero fare proprio con pieno diritto.
 
NOTE
1) La Risoluzione ONU 1244 del 1999, con cui si è conclusa la aggressione NATO, sulla carta ribadisce la sovranità della Serbia sulla provincia del Kosovo-Metohija.
2) G. Vale: Serbia: il premier sogna da presidente (Affari Internazionali, 15/03/2017)
http://www.
3) L'Unione Europea teme la crescita dell'influenza russa in Serbia (Sputnik News, 20.03.2017)
https://it.sputniknews.com/
4) La cinica trattativa è stata raccontata anche Gianni De Michelis, che vi partecipò (Si veda ad es. Limes n.3/1996. Di essa rimane anche traccia formale nel documento UE numero 1342, seconda parte, del 6/11/1992.
5) Il libro "Anatomija sudskog ubistva" è in corso di traduzione a cura di Jugocoord Onlus, che su questi temi sta per lanciare una serie di attività concordate con SloboDA.
6) Intervista al giornalista televisivo tedesco Martin Lettmayer, gennaio 1997.
Sul tema delle responsabilità europee in Serbia si consiglia anche la lettura di
A. Martocchia: Nessuna Europa senza la Jugoslavia (su Marx21 / L'Ernesto n.3-4/2011)
 

15/08/2016

Verità e giustizia per Slobodan Milosevic

Apparentemente sembra una di quelle classiche notizie di mezza estate che servono per riempire lo spazio dei giornali e dei notiziari. Invece la notizia – che “stranamente” solo ora trova un po’ di spazio sui media – è un fatto di rilevante importanza.

L’ex Presidente della Serbia, Slobodan Milosevic, è stato scagionato dalla Corte Penale Internazionale per i cosiddetti crimini di guerra per le varie fasi delle guerre balcaniche degli anni ’90. Una decisione che ribalta completamente un allucinante castello accusatorio che per alcuni anni ha tenuto banco nel dibattito politico internazionale.

Eppure Slobodan Milosevic è stato lasciato morire in carcere – nel marzo del 2006 – dopo cinque anni di detenzione, senza poter usufruire di nessun beneficio, in una asettica cella del “democratico” tribunale dell’Aja in Olanda alla stregua di un volgare ed efferato criminale. Una sorte che – a dimostrazione che la storia la scrivono i vincitori – non fu replicata ed uguale per i presidenti di Croazia e Bosnia i quali – almeno formalmente – venivano ritenuti corresponsabili delle presunte malefatte di Milosevic mentre, in realtà, erano le teste d’ariete dell’aggressione della Federazione Jugoslava.

Questa “riabilitazione postuma” di Milosevic pur all’interno di un dispositivo giuridico e di una evidente falsificazione storica dei fatti che condanna, a pene pesantissime e discutibilissime, altri protagonisti della complessa vicenda Jugoslavia è una ulteriore prova – un altro tassello – che svela, inequivocabilmente, come la distruzione di quel paese fu pianificata scientificamente dalle potenze occidentali e dal Vaticano fino ai suoi esiti finali che prevedevano, fin dall’inizio, l’eliminazione del Presidente Milosevic descritto – dalla comunicazione deviante del capitale a scala globale – come l’incarnazione personificata del male assoluto. Non è un caso – poi – che altri oppositori al generale rullo compressore imperialista acceleratosi dopo il 1989 – da Saddam Hussein a Gheddafi – hanno conosciuto la morte fisica, senza neanche lo straccio di un processo, anche sulla scorta della sostanziale impunità che gli aggressori occidentali hanno usufruito prima, durante e dopo le ripetute aggressioni consumate contro i popoli della Jugoslavia.

Ora, dopo anni, questa notizia non suscita più l’indignazione e lo sdegno di cui necessiterebbe una sentenza di tale portata storica. Gli ultimi 20 anni sono stati un periodo di grande sconvolgimento internazionale dove l’accentuarsi della competizione globale tra potenze e il suo combinato disposto con la vigenza di una crisi strutturale del capitale ha provocato e continua a suscitare guerre d’aggressione, distruzione di entità statuali, movimenti migratori e inenarrabili sofferenze.

Un arco storico in cui è cresciuto l’interventismo bellico imperialista spesso camuffato o dalle insegne dell’ONU o da motivazioni “umanitarie”. Una nuova fase di militarismo imperialista che si alimenta di una propaganda distorta che tende alla persuasione delle coscienze, all’intruppamento reazionario dei settori sociali verso il proprio capitalismo di riferimento ed alla passivizzazione/narcotizzazione delle masse. Da comunisti abbiamo difeso, più volte, la Jugoslavia mentre veniva attaccata militarmente dagli USA e da altri paesi europei. Mai dimenticheremo l’infamia di Massimo D’Alema alla guida di quel governo che mandò i Tornado italiani sui cieli di Belgrado e della Jugoslavia a fare stragi di civili. Nel contempo abbiamo criticato Milosevic per la sua difesa incoerente dell’unità e della fratellanza dei popoli Jugoslavi attestata attorno alla “centralità dei serbi” e non invece – come il Presidente Tito magistralmente era stato capace di fare – a scala “pan/Jugoslava” in un possibile e corretto equilibrio politico e sociale tra le varie “repubbliche” che componevano quella Federazione nata da una vera guerra di popolo contro l’occupazione nazista e fascista.

Una incoerenza, quella di Milosevic e del Partito Socialista Serbo, nutrita, tra l’altro, da primi cedimenti sul versante economico verso il liberismo capitalista e le ricette del Fondo Monetario Internazionale foriera di disastri. Una autentica deriva che aprì la strada all’opera di manomissione economica, diplomatica e militare dell’Occidente che – subito dopo la morte di Tito e i fatti del 1989/1991 – conobbe un nuovo slancio antisociale in Jugoslavia come altrove.

La notizia – venuta alla luce in questi giorni anche se la sentenza risale al 24 marzo scorso – ci ha offerto la possibilità di ricordare il vero e proprio omicidio di Slobodan Milosevic e di richiamare, ancora una volta, l’attenzione e la critica attiva verso la cosiddetta neutralità del diritto internazionale e delle sue “istituzioni democratiche” tra cui il famigerato Tribunale Internazionale dell’Aja. Una attenzione ed una critica da rendere – anche alla luce dell’inasprirsi delle contraddizioni sul piano generale e dei venti di guerra che spirano minacciosi – prassi agente per attrezzare, anche sul terreno dei contenuti politici, il lavoro di ricostruzione e di riqualificazione del movimento No War.

Michele Franco, Rete dei Comunisti

Fonte