Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/11/2025

Sarajevo e il business dell’assedio: storia di un turismo disumano

di Paolo Pantaleoni

Mi trovavo a Sarajevo nei primi anni 2000. La città appariva profondamente segnata da una guerra che era terminata una manciata di anni prima. Quattro inverni di assedio, fame, privazioni per una tra le popolazioni al tempo più multietniche, tolleranti e cosmopolite che l’Europa avesse mai conosciuto.

I condomini e le abitazioni portavano tutti, o quasi, i segni ben visibili dei proiettili e dei colpi di artiglieria. Gli alberi da poco ripiantati, le panchine completamente assenti, perché per scaldarsi gli abitanti della città avevano tagliato e bruciato tutto il legno reperibile, spesso sfidando i cecchini a costo della vita in una disumana lotta per la sopravvivenza.

Oggi a Bascarsija sono tornati anche i piccioni.

Per un decennio i torraioli del centro di Sarajevo erano quasi spariti, finiti nelle pentole come fonte di proteine.

In quegli anni si trovava nei negozi di souvenir del centro, un libro, con la copertina grigia, che aveva raccolto alcune delle ricette d’emergenza create durante l’assedio (dalle lumache alle rane passando per i piccioni e i funghi la popolazione assediata si nutrì con qualsiasi cosa fosse disponibile) e che aveva il titolo di Sarajevo Cooking Book.

Nei primi anni 2000, qualcuno aveva da poco iniziato a riempire,inizialmente con della vernice colorata, e solo successivamente con della resina rossa, i fori dei proiettili di mortaio sull’asfalto,trasformandoli in opere d’arte commemorativa simili a rose sfiorite con i petali strappati e sparsi dal vento.

Sono le rose di Sarajevo, ancora visibili oggi nel centro della città tra Bascarsija e Skenderija.

Il palazzo del parlamento era uno scheletro, così come la biblioteca nazionale, bruciata con un lancio di granate incendiarie per cancellare il simbolo di sei secoli di multiculturalismo.

Oltre agli esseri umani quell’assedio aveva colpito i simboli dell’identità plurale bosniaca.

In quella guerra a morire fu anche la Bosnia, come idea di un paese plurale, multiculturale, accogliente in cui per secoli avevano convissuto identità, storie, tradizioni profondamente diverse tra loro.

Al museo del tunnel, aperto ancora oggi (anche se oggetto di un contenzioso con i proprietari dell’abitazione da cui uno dei due lati del tunnel iniziava) e realizzato nell’edificio da cui si accedeva al tunnel, oggi smantellato, che dal quartiere a maggioranza serbadi Dobrinja portava a Butmir, oltre le linee serbe, passando sotto la pista dell’aeroporto, e che fu dal 1993 al 1996 la principale via di accesso alla città assediata, vidi un filmato.

Il filmato in serbo croato, e che l’operatore spiegava in inglese come meglio poteva, raccontava sommariamente i quattro anni di assedio, il tram fermo sui binari e crivellato di colpi, le persone nascoste agli angoli delle strade o che si riparavano dietro ai blindati di colore bianco dell’Unprofor.

Chiesi all’operatore del museo semi deserto di farmi rivedere il filmato.

Come tutte le opere che raccontano una guerra etnica alcuni passaggi storici importanti erano stati omessi, come il fatto che quel conflitto sia stato anche un conflitto delle campagne contro le città ed omettendo il ruolo di oltre diecimila volontari serbi, cittadini di Sarajevo, che difesero la città contro l’esercito serbo bosniaco.

Questo elemento destabilizzò profondamente gli assedianti a tal punto che si rifiutavano di parlare con Jovan Divjak, generale serbo, che guidò con successo la difesa di Sarajevo.

I comandanti dell’esercito serbo bosniaco dichiararono che avrebbero parlato con Divijak solo se si fosse convertito all’islam, lui con ironia rispose che avrebbe parlato con loro solo se fossero scesi dalle piante.

Di quel filmato, ad avermi colpito fu l’immagine di un cecchino che sparava a raffica con uno Zastava M76, senza indossare la divisa dell’esercito serbo bosniaco.

Chiesi chi fosse quell’uomo, con indosso un giubbotto di pelle nero.

Mi fu detto che si trattava di Edward Limonov, un politico e scrittore russo, ultranazionalista, che si divertiva, pagando, ad unirsi ai cecchini serbi, per sparare in direzione della Ulica Zmaja of Bosne, la via di comunicazione est-ovest che attraversava Sarajevo.

Mi fu raccontato che, oltre ai mercenari pagati per combattere, da varie parti d’Europa esisteva una sorta di turismo dell’assedio dove pagando si poteva sparare dalla parte degli assedianti.

Rimasi allibito, mi interrogai su quanto ci fosse di vero e quanto di propaganda (che spesso non termina con la fine della guerra ma prosegue ben oltre).

Sapevo dei volontari greci a Srebrenica dei neo fascisti italiani che si erano uniti alle milizie croate per affinità ideologica (Andrea Insabato, autore di un attentato dinamitardo contro la sede del Manifesto nel 2000, pubblicò nel 1991 sul periodico di annunci Porta Portese, un’inserzione in cui reclutava volontari per combattere in Bosnia) ma l’idea che fosse esistito in quegli anni un safari per sparare contro altri esseri umani mi sembrò una cosa oltre l’umano.

Eppure quell’assedio di disumanità si nutrì abbondantemente.

Quell’assedio fu un affare lucroso per gli assedianti, come lucrose per alcuni sanno essere le guerre.

Nella primavera del 1992, la sproporzione delle forze in campo avrebbe consentito alle truppe serbe, con le armi pesanti della JNA, di prendere la città in poche settimane se non in pochi giorni.

Le truppe serbe non lo fecero.

Non vollero farlo.

In parte perché non erano interessati a prendere la città ma le aree della Bosnia a maggioranza serba, o in prossimità del confine con la Serbia ed il Montenegro, eliminando la popolazione non serba, in parte poiché trovarono più conveniente e lucroso assediare la città anziché conquistarla.

Si garantirono ricavi spaventosi con il mercato nero del gasolio, degli aiuti umanitari e degli aspiranti rifugiati.

La multinazionale serbo croata dell’esproprio fece in Bosnia affari d’oro.

L’assedio produsse ricchezze e capitali enormi tra gli assedianti, visse di indifferenza e di un embargo sulle armi che colpiva la sola Bosnia (e quindi coloro che in quell’assedio si difendevano) senza essere esteso a Serbia e Croazia, i cui governi in quella guerra non solo erano parte attiva, ma prima che la tragedia bosniaca iniziasse, Tudjman e Milosevic, due diverse facce del nazionalismo arrembante dei primi anni novanta, si erano già spartiti la Bosnia sulla pelle dei bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) e di quei bosniaci che continuavano a credere in una Bosnia multietnica e plurale.

L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano non mi sembra affatto inverosimile.

Mi sembra invece surreale che ciò avvenga per un esposto fatto da uno scrittore, Ezio Gavazzeni, che, nelle informazioni raccolte e fornite alla Procura, parla anche di un rapporto informativo già esistente all’epoca dei fatti tra servizi segreti bosniaci e servizi segreti italiani.

Edin Subasic, al tempo agente dei servizi segreti militari dell’Esercito Bosniaco, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org racconta di come i servizi segreti bosniaci informarono sia l’Unprofor che il SISMI in merito a quanto emerso dall’interrogatorio di un prigioniero serbo che ha raccontato di essere arrivato a Sarajevo dalla Serbia assieme a cinque italiani vestiti da cacciatori.

Il regista sloveno Miran Zupanic ha raccontato nel 2022 la vicenda in un documentario, Sarajevo Safari ma già nel 1995 la notizia trapelò sia sulla stampa bosniaca, che su quella italiana (con articoli sia della Stampa che del Corriere della Sera).

Sarebbe auspicabile che l’indagine, oltre che sul fenomeno, raccontato da più fonti, facesse luce sugli eventuali meccanismi di complicità ed omissione di cui godettero i protagonisti coinvolti, in un paese, l’Italia, che scoprì la tragedia balcanica solo quando si trovò in casa propria coloro che da quella guerra fuggivano.

FOnte

13/10/2023

Palestina/4. Aggiornamenti. Ultimatum israeliano alla popolazione di Gaza

La situazione a Gaza

Il giornale Times of Israel riferisce che l’Onu è stato informata che Israele ha ordinato a 1,1 milioni di palestinesi residenti nel nord della Striscia di Gaza di trasferirsi nel Sud dell’enclave entro 24 ore: l’avvertimento potrebbe preludere a un’offensiva terrestre. Israele ha avvertito che opererà “in modo significativo” nella zona di Gaza City nei prossimi giorni e per questo i civili potranno tornare solo dopo che sarà fatto un nuovo annuncio. Hamas ha minimizzato l’ultimatum di Israele liquidandolo come “falsa propaganda” a cui i palestinesi non devono abboccare. Ma un portavoce del Palazzo di Vetro ha chiesto una revoca dell’ultimatum per motivi umanitari: “Le Nazioni Unite si appellano con forza perché un simile ordine, se confermato, sia ritirato per evitare di trasformare quella che è già una tragedia in una situazione di calamità”, ha affermato il portavoce del segretario generale, Stephane Dujarric.

L’Ansa riferisce che molte migliaia di persone hanno lasciato a precipizio le proprie abitazioni a Gaza City e si stanno dirigendo a sud in seguito all’avvertimento dell’esercito israeliano secondo cui il nord della Striscia diventerà zona di operazioni militari. Fonti locali riferiscono che chi non dispone di mezzi di trasporto sta procedendo a piedi con qualche bagaglio a mano.

Le autorità israeliane hanno dichiarato ieri sera che non ci sarà alcuna interruzione umanitaria dell’assedio alla Striscia di Gaza fino a quando non saranno liberati tutti gli ostaggi detenuti da Hamas.

Israele ha chiarito questo concetto dopo che il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) aveva chiesto l’autorizzazione all’ingresso di carburante per evitare che gli ospedali sovraccarichi si “trasformino in obitori”.

Un video di mercoledì su uno degli attacchi di Israele a Gaza sembra mostrare l’uso di fosforo bianco, la controversa munizione che può causare gravi danni se usata contro i civili. Lo riporta il Washington Post citando un’analisi di Human Rights Watch. Il video, verificato dal Washington Post, mostra due colpi di artiglieria sparati in rapida successione verso i gli obiettivi che, una volta esplosi, rilasciano automaticamente il fosforo bianco. In una nota Human Rights Watch ha confermato che il fosforo bianco è stato usato sopra Gaza City.

Il ministero della Sanità palestinese afferma che il bilancio attuale è di 1.417 morti e 6.268 feriti. Moltissimi i bambini uccisi. L’unica centrale elettrica è stata disattivata e gli ospedali sono a corto di carburante per i generatori di emergenza.

Il governo israeliano ha giurato di annientare il Movimento di resistenza islamica palestinese Hamas che governa la Striscia di Gaza come punizione collettiva per quello che viene descritto emotivamente come “l’attacco più letale contro gli ebrei dopo l’Olocausto”. Sabato scorso, centinaia di palestinesi armati hanno attraversato la frontiera di Gaza e hanno attaccato caserme dell’esercito israeliano e colonie.

La situazione in Cisgiordania

L’ospedale di Ramallah ha annunciato la morte di un palestinese ferito dai proiettili israeliani nella città di Deir Bazi’, a ovest di Ramallah. Ciò avviene poco dopo che un altro palestinese è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane vicino alla città di Nabi Elias, a est di Qalqilya. Le forze di occupazione israeliane trattengono ancora il suo corpo. Sale così a 36 il bilancio delle vittime delle violenze israeliane in Cisgiordania da sabato scorso, mentre il numero dei feriti ha raggiunto 650.

Situazione in Israele

“No alle punizioni collettive” scrive Hanin Majadli oggi sul quotidiano israeliano Haaretz, una delle poche voci che non si è allineata alla campagna di guerra totale contro i palestinesi annunciata dal governo.

Il Ministero degli Esteri e il Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliani hanno rilasciato giovedì sera una dichiarazione congiunta in cui si esortano tutti gli israeliani che si trovano all’estero a prestare particolare attenzione venerdì, citando l’appello di Hamas ai suoi sostenitori in tutto il mondo a partecipare a una “Giornata della rabbia”.

Di conseguenza, la dichiarazione avvertiva che probabilmente ci sarebbero state proteste in vari Paesi, che avrebbero potuto diventare violente, con israeliani ed ebrei potenzialmente presi di mira.

Agli israeliani all’estero è stato consigliato di “stare all’erta, di tenersi lontani da proteste e manifestazioni e, se possibile, di farsi aggiornare dalle forze di sicurezza locali su possibili proteste e incidenti di disordini nei dintorni”.

Hamas ha invitato a manifestazioni di massa in Cisgiordania, a Gerusalemme e in tutto il mondo arabo e musulmano. Ha esortato i giovani palestinesi della Cisgiordania a “sollevarsi e uscire in folle ruggenti” e a scontrarsi con i coloni e i soldati della zona. È stato lanciato anche un appello ai palestinesi della diaspora, così come “al popolo libero della nostra nazione araba e islamica in tutto il mondo”, affinché si riuniscano “nel punto più vicino a Gerusalemme” per mostrare la loro solidarietà con i palestinesi e fermare i “piani israeliani di ebraicizzare Gerusalemme e Al-Aqsa”.

Le reazioni nel mondo. In Francia vietate manifestazioni per la Palestina. Oggi e domani manifestazioni in Italia

Il ministro degli Interni francese Gérald Darmanin ha deciso di vietare le manifestazioni a sostegno del popolo palestinese in tutto la Francia.

La decisione, tuttavia, non ha impedito alle manifestazioni a Parigi e in altre città di denunciare gli attacchi israeliani alla Striscia di Gaza, che hanno causato migliaia di morti e feriti in meno di una settimana.

Nonostante il divieto annunciato, centinaia di persone hanno manifestato ieri in Place de la République a Parigi per denunciare il bombardamento israeliano in corso su Gaza.

I manifestanti hanno scandito slogan tra cui “Israele è un assassino” e “Macron è complice”, riferendosi alle dichiarazioni del presidente francese a sostegno dell’offensiva israeliana su larga scala contro Gaza in seguito all’operazione “Alluvione di Al-Aqsa” lanciata dalla Resistenza palestinese sabato scorso.

Ieri si sono svolte manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese anche in altre città francesi, tra cui Lione e Marsiglia, e la polizia avrebbe utilizzato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti.

Giovedì Darmanin ha incaricato le autorità locali di vietare le manifestazioni filo-palestinesi in una dichiarazione pubblicata sul sito web del ministero degli Interni francese. Il ministro ha giustificato il divieto affermando che tali manifestazioni avrebbero portato a “disturbi dell’ordine pubblico” in Francia.

In Italia sono state convocate manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese. Oggi si scenderà in piazza a Roma e Napoli ma anche a Pesaro. Domani manifestazioni a Milano, Torino, Brescia, Vicenza, Firenze, Pisa, Bari, Catania.

Fonte