di Atilio Boron
Nei primi mesi del 2026, il Venezuela è stato vittima di due eventi traumatici.
Il primo, il 3 gennaio, l’attacco militare denominato “Operazione Risoluzione Assoluta” lanciata dal governo degli Stati Uniti contro Caracas e, marginalmente, altre città come La Guaira.
Secondo trauma: il doppio terremoto di mercoledì scorso.
Ma procediamo per ordine. L'amministrazione Trump supponeva che con quell’audace manovra si sarebbero create le condizioni necessarie per far precipitare un’insurrezione popolare contro il governo chavista e, in questo modo, ottenere l’agognato “cambio di regime” che Washington insegue senza sosta dal momento stesso in cui Hugo Rafael Chávez Frías trionfò nelle elezioni presidenziali del dicembre 1998.
L’operazione in questione ottenne un risultato parziale ma importante: il rapimento del presidente Nicolás Maduro Moros e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Ma nonostante il suo nome pomposo, l'operazione fu un fallimento monumentale dal punto di vista militare e politico, così come lo fu l'“Operazione Furia Epica”, l’attacco di USA e Israele contro l’Iran. Nonostante l’aspetto minaccioso dei loro nomi, in entrambi i casi il “regime” – in questo caso il governo chavista – rimase in piedi, così come il suo omologo a Teheran.
Parliamo di fallimento perché basta confrontare l’enorme dispiegamento di oltre 150 aeromobili, tra aerei ed elicotteri, una portaerei, un sottomarino nucleare e una corazzata utilizzati per devastare il territorio venezuelano, più i 15.000 effettivi mobilitati per il combattimento e il comando di 200 uomini della Delta Force incaricata dell'“estrazione” (eufemismo per non dire rapimento) di Maduro, con le squadre e le truppe utilizzate il 2 maggio 2011 per catturare nientemeno che Osama bin Laden, presumibilmente nascosto nella città pakistana di Abbottabad: 23 membri del Comando Seal con il supporto di un totale di cinque elicotteri e una portaerei, per concludere che la significativa sproporzione tra le attrezzature e il personale utilizzato in entrambe le iniziative dimostra eloquentemente che l'“Operazione Risoluzione Assoluta” aveva obiettivi molto più ampi del rapimento di Maduro.
E andò male. Il governo chavista rimase al potere, il “regime” non crollò e le masse non invasero le strade chiedendo la testa dei loro governanti. Tuttavia, la transizione ordinata sotto la minaccia mortale esplicitamente comunicata dalla Casa Bianca al governo bolivariano, delegò il comando a Delcy Rodríguez come “presidente incaricata”, lasciando il governo chavista e l’economia venezuelana in una condizione di radicale subordinazione agli ordini provenienti da Washington.
Si parla infatti di un protettorato informale o di una condizione semicoloniale di fatto che si manifesta nel furto sfacciato e impunito del petrolio venezuelano, poiché il ricavato della sua vendita viene depositato in un conto speciale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e solo una minima parte viene inviata a Caracas; o nel mantenimento delle quasi 1.100 “misure coercitive unilaterali” che ancora oggi, cinque giorni dopo il doppio terremoto che ha devastato La Guaira e parte di Caracas, rimangono in vigore; o nei visibili cambiamenti nell’agenda della politica estera della Repubblica Bolivariana, soprattutto dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte per sette anni.
Ma, attenzione!: siamo di fronte a eventi “in pieno svolgimento”, come soleva dire Walter Martínez, e non solo in America Latina e nei Caraibi ma a livello mondiale. Per questo il tempo dirà se questo travolgimento della sovranità nazionale venezuelana è un’inevitabile opzione tattica difensiva – “per ora”, come direbbe Chávez – o se, purtroppo, si tratta di una capitolazione definitiva. Confidiamo che sia la prima. È incoraggiante che Washington non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi massimi, “cambiare il regime”; ma bisogna riconoscere che ciò che è rimasto in piedi ha poche somiglianze con il chavismo originale.
Passiamo al secondo evento traumatico. La tragedia sociopolitica perpetrata dal trumpismo si è moltiplicata esponenzialmente a causa del doppio sisma del 24 giugno, quando un potente terremoto di magnitudo 7,2 è stato seguito, appena 39 secondi dopo, da un altro ancora più intenso, che ha raggiunto 7,5 sulla scala logaritmica di Richter.
Non si è trattato di una scossa di assestamento, assicurano gli esperti, ma di due terremoti distinti, il secondo precipitato dal primo e con una violenza due volte e mezzo superiore. Nel loro insieme, questi due terremoti hanno avuto un’intensità senza precedenti nella storia venezuelana: è stato trenta volte superiore – ripeto: trenta volte superiore – a quello che scosse fin nelle fondamenta la città di Caracas nel 1967.
La devastazione materiale è sotto gli occhi di tutti e con essa l’elevato numero di vittime umane, le cui cifre difficilmente si conosceranno con certezza prima delle prossime settimane.
Nonostante ciò, la destra mondiale, fedele al suo carattere reazionario e necrofilo e al suo tradizionale disprezzo per la verità, ora accusa il governo di Delcy Rodríguez di non disporre degli elementi necessari per assistere adeguatamente le vittime e i sopravvissuti della terribile catastrofe.
Da qui piovono le denunce contro il chavismo come presunto “stato fallito”, ma le canaglie omettono di dire che se ci sono stati problemi nell’affrontare le conseguenze del doppio terremoto – mancanza di attrezzature come ruspe o altri macchinari pesanti, forniture mediche, ospedali ben riforniti, eccetera – ciò è dovuto ai dieci anni di sanzioni e ostacoli commerciali e finanziari di ogni tipo con cui il Venezuela è stato aggredito dal momento in cui nel marzo del 2015 il falso Premio Nobel per la Pace 2009 Barack Obama proclamò, con imperdonabile perfidia, che il governo bolivariano rappresentava una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
Le conseguenze di questa politica, aggravata durante la prima amministrazione Trump (2017-2021), furono catastrofiche, nel senso più stretto della parola. Le restrizioni imposte alla commercializzazione del greggio e i veti all’importazione di attrezzature e pezzi di ricambio per l’industria petrolifera hanno prodotto un crollo senza precedenti delle entrate generate dalla statale PDVSA.
Se nel 2012 le esportazioni petrolifere avevano raggiunto un picco di 93 miliardi di dollari, dopo le sanzioni iniziate da Barack Obama e potenziate dal primo Trump, queste scesero nel 2020 a 4,2 miliardi di dollari, cioè meno del 5 per cento di quanto ottenuto 8 anni prima! La guerra economica condotta con spietata intensità ha gravemente colpito le entrate dello Stato, indispensabili per finanziare le politiche pubbliche e naturalmente il benessere collettivo della società e il reddito dei lavoratori. Gli sforzi e la creatività del governo chavista presieduto da Nicolás Maduro sono riusciti in parte a mitigare questa situazione, portando il livello delle esportazioni a circa 18 miliardi di dollari, ben al di sotto della tendenza storica precedente al blocco ordinato da Washington.
Questo criminale attacco economico ha prodotto il definanziamento dei servizi sociali forniti dallo stato chavista in materia di salute, istruzione e settori correlati e il conseguente deterioramento del livello medio di retribuzione salariale del pubblico impiego.
Uno studio sull’impatto delle sanzioni economiche in Venezuela condotto da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs nell’ambito del Center for Economic and Policy Research di Washington DC conclude che le sanzioni “hanno causato più di 40.000 morti tra il 2017 e il 2018”. Queste sanzioni, proseguono gli autori, “rientrerebbero nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile” e non solo violano la legalità internazionale ma anche la stessa legislazione statunitense.
Per concludere, è ovvio che un governo attaccato con tanta ferocia e per così tanto tempo incontri difficoltà nell’affrontare una mostruosa combinazione di due tremendi terremoti.
Ma bisogna guardare alle cause e queste risiedono, fondamentalmente, negli effetti devastanti del blocco che il governo degli Stati Uniti ha decretato contro il Venezuela e, da oltre sei decenni, contro Cuba. Il blocco è genocidio, pulizia etnica, crimine contro l’umanità, qualcosa che i sinistri e mendaci pappagalli mediatici della destra e dell’imperialismo si incaricano di nascondere per poter così incolpare le vittime degli orrori inflitti loro dai propri carnefici.
Confidiamo che prima o poi sia il Venezuela che Cuba possano voltare pagina su questo orribile capitolo della storia dell’imperialismo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2026
Venezuela: la doppia catastrofe
17/04/2025
USA - L'impossibile ritorno al passato dell'amministrazione Trump
di Atilio Boron
Il ritorno radicale al protezionismo non solo è possibile ma necessario per un impero in declino, un fatto denunciato da analisti critici ma confermato da intellettuali di spicco dell’establishment statunitense, come Zbigniew Brzeziński in un testo del 2012 e, successivamente, da diversi rapporti della Rand Corporation (think tank ultra-reazionario Usa).
Il declino, o dissoluzione se si preferisce, è arrivato insieme a fattori interni critici: la lenta crescita economica, la perdita di competitività nei mercati globali e il gigantesco indebitamento del governo federale.
Se nel 1980 il debito pubblico degli Stati Uniti rispetto al PIL era del 34,54%, oggi ha raggiunto un livello astronomico del 122,55%. A questo si aggiunge l’insostenibile deficit commerciale, che continua a crescere e nel 2024 ha raggiunto i 131,4 miliardi di dollari, circa il 3,5% del PIL. Questo perché gli USA consumano più di quanto producono.
A questa costellazione di fattori interni di indebolimento imperiale si somma il deterioramento della legittimità democratica, evidenziato dall’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 e dai recenti e diffusi perdoni concessi da Trump a favore di circa 1.500 assalitori condannati dalla magistratura.
Invece del consenso bipartisan, oggi c’è una profonda frattura che mina il sistema politico, di cui il trumpismo è solo un’espressione.
A questo quadro già complesso si aggiungono i cambiamenti epocali nell’ambiente esterno agli Stati Uniti, trasformazioni che hanno modificato irreversibilmente la morfologia del sistema internazionale e i suoi imperativi geopolitici.
La crescita economica fenomenale della Cina e i significativi progressi di altri paesi del Sud Globale, come l’India e diverse nazioni asiatiche, hanno creato barriere oggettive alle pretese di Washington.
Per decenni, gli USA si sono abituati a imporre le proprie condizioni globalmente senza trovare ostacoli. Per quanto Trump possa rimpiangerlo, quell’“epoca d’oro” è finita per sempre, cancellata dal rafforzamento economico e tecnologico dei paesi del Sud Globale. Oggi, i vecchi atti di forza non hanno più lo stesso effetto, tanto meno le guerre commerciali, in cui l’aggressore finisce per essere vittima delle proprie decisioni.
Come se non bastasse, la “scacchiera mondiale” è ulteriormente complicata dall’inaspettato “ritorno” della Russia come potenza globale. Questo ha colto di sorpresa gli esperti ideologizzati dell’impero, convinti dell’eccezionalità degli USA come “nazione indispensabile”.
A causa dei loro paraocchi ideologici, credevano che dopo l’implosione dell’URSS, la Russia fosse condannata in eterno a essere uno spettatore passivo degli affari mondiali. Invece, la capacità militare russa (dimostrata nella guerra in Ucraina) e i successi diplomatici, come la formazione di ampie alleanze (i BRICS+, ad esempio), hanno ribaltato l’equilibrio geopolitico globale a sfavore degli interessi americani.
Il multipolarismo è arrivato ed è qui per restare.
Non sorprende che, di fronte a questi cambiamenti minacciosi (emersi già all’inizio del fallito “nuovo secolo americano”), alcuni studiosi e consulenti governativi abbiano invocato l’esercizio del potere nudo, senza convenzioni o rispetto per la legalità internazionale.
Robert Kagan, in un influente articolo pubblicato dopo l’11 settembre 2001, sostenne che, a differenza dell’Europa, gli USA devono agire in un “mondo hobbesiano anarchico”, dove la sicurezza dipende dall’uso della forza militare. Per lui, il mondo aveva bisogno di un “gendarme globale”, ruolo che solo Washington poteva ricoprire. Da qui la dottrina della “Guerra Preventiva” di George W. Bush, che giustificava l’annientamento di paesi considerati fuorilegge secondo gli standard della Casa Bianca.
Kagan riprende il ragionamento spregiudicato del diplomatico britannico Robert Cooper, secondo cui, fuori dall’Europa o dall’“Anglosfera”, bisogna usare “metodi brutali: forza, attacchi preventivi, inganni”. Vent’anni dopo, Josep Borrell, rappresentante dell’UE, ripeterà questa logica paragonando il “giardino europeo” al “resto della giungla”.
Tuttavia, già prima di Kagan e Cooper, Samuel P. Huntington aveva avvertito dei limiti degli USA come “sceriffo solitario” e dell’insostenibilità dell’unipolarismo. Secondo lui, il comportamento aggressivo di Washington avrebbe finito per creare una vasta coalizione anti-USA, comprendente non solo Russia e Cina ma anche il Sud Globale.
Inoltre, come gendarme del capitalismo mondiale, gli USA sono costretti a imporre i propri interessi con metodi discutibili: pressioni per adottare valori americani, sanzioni extraterritoriali illegali, etichette di “stati canaglia” per chi non si piega. Il risultato? Una crescente resistenza globale.
Militarmente, lo “sceriffo solitario” ha fallito in Corea, Vietnam, Iraq e Afghanistan, e non è riuscito a piegare Cuba né a rovesciare il Venezuela. Oggi, il “guardiano del capitalismo” è più debole e deve affrontare uno scenario internazionale molto più complesso.
Nella sua disperazione, Trump cerca di fermare il tempo, vestendo i panni dello sceriffo e usando la forza bruta come argomento diplomatico principale (“pace attraverso la forza”, come dice Marco Rubio). Ma il suo tentativo di resuscitare l’“ordine mondiale basato su regole” (già morto) è vano.
Trump ne è solo il becchino: ha abbandonato gli accordi di Parigi e l’OMS, tagliato i fondi al WTO e minacciato di lasciare l’ONU. Le sue guerre commerciali, con dazi a effetto boomerang, hanno solo peggiorato le cose.
Nel suo delirio imperiale, gli USA minacciano di imporre la loro volontà su chiunque: dalla Groenlandia (non in vendita) al Canale di Panama (non riconquistabile con la forza), fino al Messico (che rifiuta di etichettare i cartelli come “terroristi”).
Trump aveva promesso di chiudere la guerra in Ucraina in 24 ore, ma due mesi dopo le sue parole sono svanite, perché Putin non rinuncerà alla vittoria militare. E nonostante le pretese pacifiste, Trump continua a finanziare il genocidio israeliano a Gaza.
Finora, Trump e la sua cerchia oligarchica hanno limitato le loro ambizioni a gesti simbolici, ma sul campo delle relazioni internazionali hanno ottenuto poco o nulla. Anzi, il fronte interno si sta indebolendo: il 50% degli americani disapprova il suo operato (sondaggio dell’Economist del 27 marzo).
Tuttavia, in America Latina e nei Caraibi dobbiamo restare vigili. Come avvertivano Fidel e Che, quando le cose vanno male altrove, Washington si ritira nella sua “retroguardia strategica”: la nostra regione. Non esiterebbe a scatenare offensive politiche, mediatiche e militari per instaurare governi “amici” (o dittature feroci) e tenere lontane potenze rivali come Cina, Russia e Iran.
È successo in passato, e potrebbe ripetersi oggi.
Fonte
Il ritorno radicale al protezionismo non solo è possibile ma necessario per un impero in declino, un fatto denunciato da analisti critici ma confermato da intellettuali di spicco dell’establishment statunitense, come Zbigniew Brzeziński in un testo del 2012 e, successivamente, da diversi rapporti della Rand Corporation (think tank ultra-reazionario Usa).
Il declino, o dissoluzione se si preferisce, è arrivato insieme a fattori interni critici: la lenta crescita economica, la perdita di competitività nei mercati globali e il gigantesco indebitamento del governo federale.
Se nel 1980 il debito pubblico degli Stati Uniti rispetto al PIL era del 34,54%, oggi ha raggiunto un livello astronomico del 122,55%. A questo si aggiunge l’insostenibile deficit commerciale, che continua a crescere e nel 2024 ha raggiunto i 131,4 miliardi di dollari, circa il 3,5% del PIL. Questo perché gli USA consumano più di quanto producono.
A questa costellazione di fattori interni di indebolimento imperiale si somma il deterioramento della legittimità democratica, evidenziato dall’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 e dai recenti e diffusi perdoni concessi da Trump a favore di circa 1.500 assalitori condannati dalla magistratura.
Invece del consenso bipartisan, oggi c’è una profonda frattura che mina il sistema politico, di cui il trumpismo è solo un’espressione.
A questo quadro già complesso si aggiungono i cambiamenti epocali nell’ambiente esterno agli Stati Uniti, trasformazioni che hanno modificato irreversibilmente la morfologia del sistema internazionale e i suoi imperativi geopolitici.
La crescita economica fenomenale della Cina e i significativi progressi di altri paesi del Sud Globale, come l’India e diverse nazioni asiatiche, hanno creato barriere oggettive alle pretese di Washington.
Per decenni, gli USA si sono abituati a imporre le proprie condizioni globalmente senza trovare ostacoli. Per quanto Trump possa rimpiangerlo, quell’“epoca d’oro” è finita per sempre, cancellata dal rafforzamento economico e tecnologico dei paesi del Sud Globale. Oggi, i vecchi atti di forza non hanno più lo stesso effetto, tanto meno le guerre commerciali, in cui l’aggressore finisce per essere vittima delle proprie decisioni.
Come se non bastasse, la “scacchiera mondiale” è ulteriormente complicata dall’inaspettato “ritorno” della Russia come potenza globale. Questo ha colto di sorpresa gli esperti ideologizzati dell’impero, convinti dell’eccezionalità degli USA come “nazione indispensabile”.
A causa dei loro paraocchi ideologici, credevano che dopo l’implosione dell’URSS, la Russia fosse condannata in eterno a essere uno spettatore passivo degli affari mondiali. Invece, la capacità militare russa (dimostrata nella guerra in Ucraina) e i successi diplomatici, come la formazione di ampie alleanze (i BRICS+, ad esempio), hanno ribaltato l’equilibrio geopolitico globale a sfavore degli interessi americani.
Il multipolarismo è arrivato ed è qui per restare.
Non sorprende che, di fronte a questi cambiamenti minacciosi (emersi già all’inizio del fallito “nuovo secolo americano”), alcuni studiosi e consulenti governativi abbiano invocato l’esercizio del potere nudo, senza convenzioni o rispetto per la legalità internazionale.
Robert Kagan, in un influente articolo pubblicato dopo l’11 settembre 2001, sostenne che, a differenza dell’Europa, gli USA devono agire in un “mondo hobbesiano anarchico”, dove la sicurezza dipende dall’uso della forza militare. Per lui, il mondo aveva bisogno di un “gendarme globale”, ruolo che solo Washington poteva ricoprire. Da qui la dottrina della “Guerra Preventiva” di George W. Bush, che giustificava l’annientamento di paesi considerati fuorilegge secondo gli standard della Casa Bianca.
Kagan riprende il ragionamento spregiudicato del diplomatico britannico Robert Cooper, secondo cui, fuori dall’Europa o dall’“Anglosfera”, bisogna usare “metodi brutali: forza, attacchi preventivi, inganni”. Vent’anni dopo, Josep Borrell, rappresentante dell’UE, ripeterà questa logica paragonando il “giardino europeo” al “resto della giungla”.
Tuttavia, già prima di Kagan e Cooper, Samuel P. Huntington aveva avvertito dei limiti degli USA come “sceriffo solitario” e dell’insostenibilità dell’unipolarismo. Secondo lui, il comportamento aggressivo di Washington avrebbe finito per creare una vasta coalizione anti-USA, comprendente non solo Russia e Cina ma anche il Sud Globale.
Inoltre, come gendarme del capitalismo mondiale, gli USA sono costretti a imporre i propri interessi con metodi discutibili: pressioni per adottare valori americani, sanzioni extraterritoriali illegali, etichette di “stati canaglia” per chi non si piega. Il risultato? Una crescente resistenza globale.
Militarmente, lo “sceriffo solitario” ha fallito in Corea, Vietnam, Iraq e Afghanistan, e non è riuscito a piegare Cuba né a rovesciare il Venezuela. Oggi, il “guardiano del capitalismo” è più debole e deve affrontare uno scenario internazionale molto più complesso.
Nella sua disperazione, Trump cerca di fermare il tempo, vestendo i panni dello sceriffo e usando la forza bruta come argomento diplomatico principale (“pace attraverso la forza”, come dice Marco Rubio). Ma il suo tentativo di resuscitare l’“ordine mondiale basato su regole” (già morto) è vano.
Trump ne è solo il becchino: ha abbandonato gli accordi di Parigi e l’OMS, tagliato i fondi al WTO e minacciato di lasciare l’ONU. Le sue guerre commerciali, con dazi a effetto boomerang, hanno solo peggiorato le cose.
Nel suo delirio imperiale, gli USA minacciano di imporre la loro volontà su chiunque: dalla Groenlandia (non in vendita) al Canale di Panama (non riconquistabile con la forza), fino al Messico (che rifiuta di etichettare i cartelli come “terroristi”).
Trump aveva promesso di chiudere la guerra in Ucraina in 24 ore, ma due mesi dopo le sue parole sono svanite, perché Putin non rinuncerà alla vittoria militare. E nonostante le pretese pacifiste, Trump continua a finanziare il genocidio israeliano a Gaza.
Finora, Trump e la sua cerchia oligarchica hanno limitato le loro ambizioni a gesti simbolici, ma sul campo delle relazioni internazionali hanno ottenuto poco o nulla. Anzi, il fronte interno si sta indebolendo: il 50% degli americani disapprova il suo operato (sondaggio dell’Economist del 27 marzo).
Tuttavia, in America Latina e nei Caraibi dobbiamo restare vigili. Come avvertivano Fidel e Che, quando le cose vanno male altrove, Washington si ritira nella sua “retroguardia strategica”: la nostra regione. Non esiterebbe a scatenare offensive politiche, mediatiche e militari per instaurare governi “amici” (o dittature feroci) e tenere lontane potenze rivali come Cina, Russia e Iran.
È successo in passato, e potrebbe ripetersi oggi.
Fonte
22/12/2024
Serie perplessità sul “miracolo argentino”
Un’analisi scientifica del presunto “miracolo economico” dovuto alla “motosega” di Milei, che tanto viene strombazzato nei media liberal-fascisti di casa nostra.
Tutto dipende da cosa si enfatizza e cosa si nasconde, da quali dati vengono ritenuti fondamentali e quali irrilevanti. Come se ogni dato non esprimesse un trasferimento di ricchezza sociale e di potere da certi settori ad altri.
Per esempio, se si considerano i dati percentuali sulla povertà come “fisiologici”, e non come un problema sociale devastante (anche in termini di “mercato”, visto che i consumi si fermano), tutto può sembrare più roseo per chi immagina che l’economia sia come l’astronomia. Ossia un meccanismo da guardare, piuttosto che il modo in cui una popolazione vive, si riproduce, si sviluppa o crepa.
Di fatto, per la “ricetta Milei” si potrebbe dire che “l'intervento è perfettamente riuscito, ma il paziente è morto”. Quando qualcuno – Giorgetti, Salvini, Meloni, Marattin, ecc. – propone di applicarla anche qui sta in realtà progettando la vostra sciagura.
È il punto di arrivo, in concreto, della “svolta neoliberista” della Thatcher e di Reagan, che ormai quasi dieci fa abbiamo sintetizzato nel programma “dovete morire prima“.
Buona lettura.
Tutto dipende da cosa si enfatizza e cosa si nasconde, da quali dati vengono ritenuti fondamentali e quali irrilevanti. Come se ogni dato non esprimesse un trasferimento di ricchezza sociale e di potere da certi settori ad altri.
Per esempio, se si considerano i dati percentuali sulla povertà come “fisiologici”, e non come un problema sociale devastante (anche in termini di “mercato”, visto che i consumi si fermano), tutto può sembrare più roseo per chi immagina che l’economia sia come l’astronomia. Ossia un meccanismo da guardare, piuttosto che il modo in cui una popolazione vive, si riproduce, si sviluppa o crepa.
Di fatto, per la “ricetta Milei” si potrebbe dire che “l'intervento è perfettamente riuscito, ma il paziente è morto”. Quando qualcuno – Giorgetti, Salvini, Meloni, Marattin, ecc. – propone di applicarla anche qui sta in realtà progettando la vostra sciagura.
È il punto di arrivo, in concreto, della “svolta neoliberista” della Thatcher e di Reagan, che ormai quasi dieci fa abbiamo sintetizzato nel programma “dovete morire prima“.
Buona lettura.
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di Atilio Boron
Il governo di Javier Milei ha compiuto un anno e il bilancio difficilmente potrebbe essere più desolante. Il “più grande aggiustamento che l’umanità abbia mai visto”, così come definito con grande orgoglio dal presidente nel suo discorso, ha ridotto il PIL di almeno il quattro per cento; fatto precipitare i consumi delle classi popolari; impoverito ampi segmenti della classe media; provocato la scomparsa di quasi 300 mila posti di lavoro e la chiusura di 16.500 piccole e medie imprese e 10 mila chioschi.
La gente consuma molta meno carne, i bambini bevono molto meno latte: un milione di loro va a dormire senza cenare e, secondo l’UNICEF, la cifra sale a quattro milioni e mezzo di persone se si includono anche gli adulti.
Con entrate sempre più ridotte, le famiglie sono costrette a spendere molto più di prima per acqua, gas, elettricità, telefonia e trasporti. Chi ha la sfortuna di ammalarsi avrà grandi difficoltà a ricevere assistenza negli ospedali pubblici, i cui bilanci sono stati drasticamente tagliati e il cui personale lotta da anni per un imprescindibile adeguamento salariale.
A ciò si aggiunge che le quote della sanità privata sono salite alle stelle, motivo per cui sempre più famiglie della classe media, che prima potevano permettersela, ora non più, si rivolgono senza successo agli ospedali pubblici.
Questo senza menzionare il prezzo dei farmaci richiesti dalla popolazione, soprattutto dagli anziani, un tempo distribuiti gratuitamente dal PAMI e ora ridotti al minimo. L’immagine di anziani che pregano in farmacia affinché gli venga venduto un blister o regalato un campione gratuito perché non possono permettersi di pagare il farmaco è diventata un classico del panorama sociale dell’Argentina ‘libertaria’.
Malati bisognosi di farmaci oncologici si scontrano con l’indifferenza di un governo che ha fatto della crudeltà uno dei suoi tratti distintivi.
In ambito educativo, il governo ha portato a livelli sconosciuti il definanziamento dell’istruzione pubblica a tutti i livelli, con l’attacco alle università nazionali come uno dei suoi obiettivi più accanitamente perseguiti.
La situazione è altrettanto allarmante per quanto riguarda l’istruzione scolastica e le scuole secondarie, anch’esse colpite da un definanziamento che dura da anni. Come è possibile che nel distretto più ricco dell’Argentina, la Città Autonoma di Buenos Aires, le scuole pubbliche non abbiano sufficienti posti per accogliere i bambini?
Di fronte a una situazione del genere, in cui lo Stato si disinteressa delle funzioni essenziali che garantiscono il benessere della popolazione (cosa che non accade nei capitalismi metropolitani), non smette di sorprendere l’indifferenza ufficiale di fronte a tanta sofferenza.
Ma basta ricordare che l’emblema che sintetizza l’ideologia di questo governo è “dove c’è un bisogno c’è un mercato”, frase che la Casa Rosada contrappone al supposto “eccesso populista” di Evita, quando giustamente affermava che “dove c’è un bisogno nasce un diritto”, un’autentica rivendicazione democratica.
Quel motto, che lega il bisogno al mercato, dimostra l’ignoranza che prevale tra le file dell’ufficialismo, la sua fenomenale mancanza di conoscenza della storia del capitalismo “realmente esistente”, che nulla ha a che vedere con le immagini idilliache di imprenditori privati diligenti che rispondono agli stimoli dei mercati, promuovono il benessere generale e agiscono senza interventi statali.
L’idea che il bisogno generi un mercato non è solo empiricamente errata, ma è anche moralmente imperdonabile.
La lista degli orrori prodotti in questo primo anno di governo libertario sarebbe interminabile. Mi astengo dal parlare della politica estera, perché in questo caso il catalogo di aberrazioni e goffaggini sarebbe ancora più lungo.
A livello sociale, questo esperimento ha prodotto ricchi più ricchi, grazie alla dedizione con cui Milei ha lottato per “aumentare i loro guadagni”; e poveri molto più numerosi (almeno metà della popolazione, secondo metodologie che sottostimano le dimensioni reali della povertà) e anche più poveri di prima.
Non è il socialismo, ma l’“anarco-capitalismo” al governo che merita l’aggettivo di “impoverente”, che Milei attribuisce a ogni governo progressista o di sinistra. O c’è forse qualche dubbio che la grande maggioranza degli argentini sia stata impoverita da questo governo?
Come qualificare poi la distruzione del sistema scientifico, l’attacco alle arti e alla cinematografia, il disprezzo per tutto ciò che si allontana dalla logica mercantile che riduce le creazioni più elevate dell’umanità alla condizione di merce, oggetti di valore solo in quanto fonti di profitto? Questo è il vero significato della battaglia culturale proposta dai ‘libertari’.
Non smette di essere sorprendente che questo vero disastro economico, sociale, culturale e politico, prodotto in appena un anno, sia stato definito dal presidente come “il miracolo argentino”. Una frase che, senza dubbio, passerà alla storia, ma certamente non per buone ragioni.
Infine, permettetemi di dire qualche parola sulle cifre che il presidente ha menzionato a caso nel suo discorso. Soffermiamoci solo su quelle relative all’inflazione, dove il terribile numero di 17 mila per cento appare per l’ennesima volta come uno spettro agghiacciante.
È evidente che Milei cerchi di rafforzarsi appellandosi al “successo” della sua lotta contro l’inflazione. L’ultima cifra, di novembre, è stata del 2,4 per cento, celebrata alla Casa Rosada come un risultato storico.
Ma un rapido sguardo al vicinato offre un bagno di sobrietà: a ottobre quel valore è stato dello 0,33 per cento in Uruguay, dello 0,56 per cento in Brasile e dell’uno per cento in Cile, mentre in Colombia l’indicatore è stato negativo: -0,13 per cento.
È comprensibile che questo governo abbia bisogno di convincere l’opinione pubblica di aver controllato l’inflazione, dato che la sua vittoria al ballottaggio dell’anno scorso si spiega in gran parte con l’incapacità del governo del Frente de Todos di contenere quel flagello.
Ma presentare come positivo un indice di inflazione mensile otto volte superiore a quello dell’Uruguay e quasi cinque a quello del Brasile appare quantomeno eccessivo.
Inoltre, Milei e i suoi numerosi portavoce nei media, così come i politici che sostengono i suoi progetti in Parlamento e nelle province, si guardano bene dal dire che il relativo controllo dell’inflazione è il risultato di una terapia d’urto che penalizza l’intera economia.
La caduta dei livelli di consumo, a causa del deterioramento dei salari nel settore formale e informale e delle pensioni, ha ridotto i consumi, “calmierando” così i prezzi e creando l’illusione che l’inflazione – che ha cause strutturali e non è un tema di eccesso di emissione monetaria, come dice il governo – sia stata sconfitta.
Che ci sia un cambiamento di tendenza negli indici di inflazione è indubbio; ma non è stata sconfitta, né c’è nulla che autorizzi a pensare che, una volta superata l’attuale recessione, l’inflazione non possa tornare con rinnovato vigore.
I fattori strutturali che la spiegano non sono stati minimamente affrontati da un governo che concepisce la sua missione come “distruggere lo Stato dall’interno” e che si affanna per eliminare tutte le restrizioni che le autorità dovrebbero imporre per evitare il darwinismo sociale di mercato, una delle cui conseguenze è proprio l’inflazione.
Fonte
29/10/2024
BRICS+ 2024. Il veto suicida del Brasile contro il Venezuela
L’imperdonabile veto del governo brasiliano all’ingresso del Venezuela nei BRICS+ non è una sorpresa. Esistono conflitti profondamente radicati tra i progetti regionali e internazionali del Ministero degli Affari Esteri del Brasile e quelli del governo bolivariano. Questo conflitto, a volte latente, altre volte manifesto, si è verificato indipendentemente da ciò che Lula pensava durante i suoi primi otto anni di mandato. Dopo molti attriti diplomatici, le relazioni tra Brasilia e Caracas si sono normalizzate solo dopo la sconfitta dell’ALCA nel novembre 2005.
Ma i rancori tra i due governi, e soprattutto tra i rispettivi ministeri degli Esteri, erano come quelle braci coperte di cenere, apparentemente spente, dove bastava una brezza per ravvivare il fuoco. E il vento soffiava forte nelle steppe di Kazan.
Per i diplomatici del subimperialismo brasiliano – mi rifaccio a questa caratterizzazione di Ruy Mauro Marinii (cf. “Subimperialismo y dependencia en América Latina”, Ver Adrián Sotelo Valencia, CLACSO 2021) – la posizione internazionale di Chávez, il suo instancabile iperattivismo e il tono fortemente antimperialista del suo discorso e della sua pratica concreta (come la creazione di Petrocaribe, ad esempio), hanno provocato fin dall’inizio una malcelata repulsione nei quadri dirigenti del Ministero degli Affari Esteri brasiliano.
Va ricordato che, a differenza della stragrande maggioranza dei Paesi, la “relativa autonomia” di cui gode il ministero degli Esteri all’interno dell’apparato statale brasiliano fa sì che le sue definizioni e proposte prevalgano spesso su quelle che potrebbero essere adottate dal presidente in carica, soprattutto quando quest’ultimo è un civile. La condotta di questa potente burocrazia sub-imperiale è regolata da un assioma: la coincidenza, l’accompagnamento (o almeno il non confronto) con la politica estera statunitense.
L’obiettivo di questo tacito allineamento con Washington è quello di preservare la stabilità dell’ordine neocoloniale in Sudamerica e, per quanto possibile, di impedire l’emergere di governi antimperialisti o, quando ciò è impossibile, di agire come fattore di “moderazione”. In cambio, la Casa Bianca dà la sua benedizione alla leadership del Brasile nella regione e gli apre persino la porta per collocare i suoi rappresentanti in alcuni ambiti del quadro istituzionale postbellico, come ad esempio l’Organizzazione mondiale del commercio.
Per questo motivo, il crescente protagonismo internazionale di Hugo Chávez ha sottoposto il patto siglato tra Brasilia e Washington a forti tensioni. Durante gran parte del primo mandato di Lula (2003-2007), le collisioni tra Caracas e Brasilia erano innegabili. L’amministrazione repubblicana ha chiesto più volte l’intervento di Brasilia per calmare le acque agitate dal leader bolivariano, che avrebbero presto acquistato nuovo vigore con l’avanzare del primo ciclo progressista e le elezioni che hanno catapultato alla presidenza personaggi come Evo Morales, Rafael Correa, Cristina Fernández e Fernando Lugo, Tabaré Vázquez e “Mel” Zelaya, e successivamente con la creazione dell’UNASUR Washington si è spinta a tal punto nel tentativo di convincere Lula a “calmare” Chávez da inviare Condoleezza Rice in Brasile per intercedere con il leader bolivariano affinché Caracas non disdicesse l’accordo di cooperazione militare tra Stati Uniti e Venezuela firmato circa trent’anni fa e, inoltre, per scoprire le “ragioni per cui Chávez aveva acquistato 70.000 fucili dalla Spagna”.
Naturalmente, questa mediazione non ha avuto alcun effetto.
I disaccordi tra Brasilia e Caracas continuarono a lungo. Elencarli sarebbe tanto lungo quanto noioso. Ricordiamone solo due: il rifiuto del governo Lula di attuare concretamente la Banca del Sud, solennemente fondata nel dicembre 2007 ma paralizzata fin dall’inizio soprattutto per la riluttanza brasiliana; e l’ostinato rifiuto del Brasile di ammettere il Venezuela nel Mercosur.
Date queste premesse, il comportamento della delegazione brasiliana a Kazan era prevedibile. L’assenza di Lula, dovuta a uno strano “incidente domestico”, rimarrà una delle grandi incognite del Vertice di Kazan. Forse lo sfortunato voto del Brasile all’ONU di condanna dell’“invasione russa” dell’Ucraina (4) può aver giocato un ruolo.
Ma quel che è certo è che con il veto all’ingresso del Venezuela come membro associato dei BRICS+, categoria che comprendeva anche Bolivia e Cuba, il prestigio internazionale del Brasile e la necessaria solidarietà tra i Paesi latinoamericani sono stati seriamente danneggiati.
Il governo di Lula ha ceduto alle pressioni conservatrici della sua stessa coalizione di governo e a quelle degli Stati Uniti, per i quali mantenere il Venezuela isolato è essenziale per continuare impunemente il suo criminale blocco contro quel Paese. Attaccarlo da solo non è la stessa cosa che attaccarlo quando è già membro dei BRICS+.
Quanto accaduto scredita il Brasile e fa apparire il suo governo come un docile partner di Washington che opera in America Latina, favorendo lo scollamento, per non dire la “disintegrazione”, tra i Paesi dell’area, il che alimenta i sospetti sulle future intenzioni del Ministero degli Affari Esteri brasiliano in campo internazionale. Per questo la mossa di Lula a Kazan è un “veto suicida” perché indebolisce la dignità internazionale del Brasile non solo in America Latina ma anche a livello globale.
L’analista brasiliano José Luis Fiori ha detto senza mezzi termini: “un Sudamerica diviso perderebbe rilevanza geopolitica e geoeconomica e le sue piccole unità ‘primarie-esportatrici’, nel loro isolamento, sono completamente irrilevanti sullo scacchiere geopolitico mondiale”. L’alternativa sarebbe quella di costruire un asse tra Brasile, Argentina e Venezuela, ma è quello che si è rotto quest’anno con il rifiuto di Milei all’incorporazione dell’Argentina nei BRICS+ e il veto del Brasile all’ingresso del Venezuela in questa organizzazione.
Con il suo veto, il governo brasiliano ha privato i BRICS+ dell’enorme vantaggio che avrebbe dato a questo raggruppamento l’incorporazione nei suoi ranghi del Paese con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Obiettivamente: ha indebolito il BRICS+, con grande gioia di Washington. Ecco perché credo che questo veto non avrà vita lunga e che Lula finirà per essere respinto, perché pochi errori potrebbero essere più gravi, nel mondo di oggi, che lasciare questa enorme riserva di petrolio alla mercé degli Stati Uniti, cosa che Cina, Russia e persino India non vedrebbero di buon occhio.
Ciò che sta accadendo è che il Ministero degli Affari Esteri brasiliano non crede che lo scacchiere internazionale si sia già trasformato in un sistema multipolare, da cui la sua errata decisione di porre il veto all’ingresso del Venezuela nei BRICS+. Continua a scommettere sul declino dell’egemonia statunitense e sul marcio “ordine mondiale basato sulle regole” con cui gli Stati Uniti difendono i propri interessi nazionali.
Il Ministero degli Esteri bolivariano ha ragione quando descrive il veto come “un gesto ostile, che si aggiunge alla politica criminale di sanzioni che sono state imposte a un popolo coraggioso e rivoluzionario”. Dire che “si aggiunge”, in un linguaggio diplomatico accurato, equivale a dire che il Brasile ha agito come una pedina diligente di Washington, convalidando le oltre 900 misure coercitive unilaterali che colpiscono il Paese fratello e mostrando una penosa mancanza di solidarietà.
Lula non ha ricordo del fatto che durante la pandemia, durante il governo dell’impresentabile Jair Bolsonaro, quando la gente moriva negli ospedali di Manaus per mancanza di ossigeno, il presidente Nicolás Maduro ordinò l’invio di 107 medici e sei autobotti con un totale di 136.000 litri di ossigeno per far fronte alla drammatica situazione negli ospedali di quella città? È questa la ricompensa del Brasile per quel gesto di solidarietà? Un veto deplorevole e imperdonabile.
Il Presidente Lula avrà un compito arduo se vuole che il suo Paese recuperi credibilità e dignità, non solo nell’ordine regionale latinoamericano e caraibico, ma anche agli occhi dei principali partner BRICS+, principalmente Cina, Russia e India. Sicuramente non passerà molto tempo prima che questo fatidico veto venga revocato e il presidente brasiliano dovrà sopportare un’amara bocciatura.
Fonte
Ma i rancori tra i due governi, e soprattutto tra i rispettivi ministeri degli Esteri, erano come quelle braci coperte di cenere, apparentemente spente, dove bastava una brezza per ravvivare il fuoco. E il vento soffiava forte nelle steppe di Kazan.
Per i diplomatici del subimperialismo brasiliano – mi rifaccio a questa caratterizzazione di Ruy Mauro Marinii (cf. “Subimperialismo y dependencia en América Latina”, Ver Adrián Sotelo Valencia, CLACSO 2021) – la posizione internazionale di Chávez, il suo instancabile iperattivismo e il tono fortemente antimperialista del suo discorso e della sua pratica concreta (come la creazione di Petrocaribe, ad esempio), hanno provocato fin dall’inizio una malcelata repulsione nei quadri dirigenti del Ministero degli Affari Esteri brasiliano.
Va ricordato che, a differenza della stragrande maggioranza dei Paesi, la “relativa autonomia” di cui gode il ministero degli Esteri all’interno dell’apparato statale brasiliano fa sì che le sue definizioni e proposte prevalgano spesso su quelle che potrebbero essere adottate dal presidente in carica, soprattutto quando quest’ultimo è un civile. La condotta di questa potente burocrazia sub-imperiale è regolata da un assioma: la coincidenza, l’accompagnamento (o almeno il non confronto) con la politica estera statunitense.
L’obiettivo di questo tacito allineamento con Washington è quello di preservare la stabilità dell’ordine neocoloniale in Sudamerica e, per quanto possibile, di impedire l’emergere di governi antimperialisti o, quando ciò è impossibile, di agire come fattore di “moderazione”. In cambio, la Casa Bianca dà la sua benedizione alla leadership del Brasile nella regione e gli apre persino la porta per collocare i suoi rappresentanti in alcuni ambiti del quadro istituzionale postbellico, come ad esempio l’Organizzazione mondiale del commercio.
Per questo motivo, il crescente protagonismo internazionale di Hugo Chávez ha sottoposto il patto siglato tra Brasilia e Washington a forti tensioni. Durante gran parte del primo mandato di Lula (2003-2007), le collisioni tra Caracas e Brasilia erano innegabili. L’amministrazione repubblicana ha chiesto più volte l’intervento di Brasilia per calmare le acque agitate dal leader bolivariano, che avrebbero presto acquistato nuovo vigore con l’avanzare del primo ciclo progressista e le elezioni che hanno catapultato alla presidenza personaggi come Evo Morales, Rafael Correa, Cristina Fernández e Fernando Lugo, Tabaré Vázquez e “Mel” Zelaya, e successivamente con la creazione dell’UNASUR Washington si è spinta a tal punto nel tentativo di convincere Lula a “calmare” Chávez da inviare Condoleezza Rice in Brasile per intercedere con il leader bolivariano affinché Caracas non disdicesse l’accordo di cooperazione militare tra Stati Uniti e Venezuela firmato circa trent’anni fa e, inoltre, per scoprire le “ragioni per cui Chávez aveva acquistato 70.000 fucili dalla Spagna”.
Naturalmente, questa mediazione non ha avuto alcun effetto.
I disaccordi tra Brasilia e Caracas continuarono a lungo. Elencarli sarebbe tanto lungo quanto noioso. Ricordiamone solo due: il rifiuto del governo Lula di attuare concretamente la Banca del Sud, solennemente fondata nel dicembre 2007 ma paralizzata fin dall’inizio soprattutto per la riluttanza brasiliana; e l’ostinato rifiuto del Brasile di ammettere il Venezuela nel Mercosur.
Date queste premesse, il comportamento della delegazione brasiliana a Kazan era prevedibile. L’assenza di Lula, dovuta a uno strano “incidente domestico”, rimarrà una delle grandi incognite del Vertice di Kazan. Forse lo sfortunato voto del Brasile all’ONU di condanna dell’“invasione russa” dell’Ucraina (4) può aver giocato un ruolo.
Ma quel che è certo è che con il veto all’ingresso del Venezuela come membro associato dei BRICS+, categoria che comprendeva anche Bolivia e Cuba, il prestigio internazionale del Brasile e la necessaria solidarietà tra i Paesi latinoamericani sono stati seriamente danneggiati.
Il governo di Lula ha ceduto alle pressioni conservatrici della sua stessa coalizione di governo e a quelle degli Stati Uniti, per i quali mantenere il Venezuela isolato è essenziale per continuare impunemente il suo criminale blocco contro quel Paese. Attaccarlo da solo non è la stessa cosa che attaccarlo quando è già membro dei BRICS+.
Quanto accaduto scredita il Brasile e fa apparire il suo governo come un docile partner di Washington che opera in America Latina, favorendo lo scollamento, per non dire la “disintegrazione”, tra i Paesi dell’area, il che alimenta i sospetti sulle future intenzioni del Ministero degli Affari Esteri brasiliano in campo internazionale. Per questo la mossa di Lula a Kazan è un “veto suicida” perché indebolisce la dignità internazionale del Brasile non solo in America Latina ma anche a livello globale.
L’analista brasiliano José Luis Fiori ha detto senza mezzi termini: “un Sudamerica diviso perderebbe rilevanza geopolitica e geoeconomica e le sue piccole unità ‘primarie-esportatrici’, nel loro isolamento, sono completamente irrilevanti sullo scacchiere geopolitico mondiale”. L’alternativa sarebbe quella di costruire un asse tra Brasile, Argentina e Venezuela, ma è quello che si è rotto quest’anno con il rifiuto di Milei all’incorporazione dell’Argentina nei BRICS+ e il veto del Brasile all’ingresso del Venezuela in questa organizzazione.
Con il suo veto, il governo brasiliano ha privato i BRICS+ dell’enorme vantaggio che avrebbe dato a questo raggruppamento l’incorporazione nei suoi ranghi del Paese con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Obiettivamente: ha indebolito il BRICS+, con grande gioia di Washington. Ecco perché credo che questo veto non avrà vita lunga e che Lula finirà per essere respinto, perché pochi errori potrebbero essere più gravi, nel mondo di oggi, che lasciare questa enorme riserva di petrolio alla mercé degli Stati Uniti, cosa che Cina, Russia e persino India non vedrebbero di buon occhio.
Ciò che sta accadendo è che il Ministero degli Affari Esteri brasiliano non crede che lo scacchiere internazionale si sia già trasformato in un sistema multipolare, da cui la sua errata decisione di porre il veto all’ingresso del Venezuela nei BRICS+. Continua a scommettere sul declino dell’egemonia statunitense e sul marcio “ordine mondiale basato sulle regole” con cui gli Stati Uniti difendono i propri interessi nazionali.
Il Ministero degli Esteri bolivariano ha ragione quando descrive il veto come “un gesto ostile, che si aggiunge alla politica criminale di sanzioni che sono state imposte a un popolo coraggioso e rivoluzionario”. Dire che “si aggiunge”, in un linguaggio diplomatico accurato, equivale a dire che il Brasile ha agito come una pedina diligente di Washington, convalidando le oltre 900 misure coercitive unilaterali che colpiscono il Paese fratello e mostrando una penosa mancanza di solidarietà.
Lula non ha ricordo del fatto che durante la pandemia, durante il governo dell’impresentabile Jair Bolsonaro, quando la gente moriva negli ospedali di Manaus per mancanza di ossigeno, il presidente Nicolás Maduro ordinò l’invio di 107 medici e sei autobotti con un totale di 136.000 litri di ossigeno per far fronte alla drammatica situazione negli ospedali di quella città? È questa la ricompensa del Brasile per quel gesto di solidarietà? Un veto deplorevole e imperdonabile.
Il Presidente Lula avrà un compito arduo se vuole che il suo Paese recuperi credibilità e dignità, non solo nell’ordine regionale latinoamericano e caraibico, ma anche agli occhi dei principali partner BRICS+, principalmente Cina, Russia e India. Sicuramente non passerà molto tempo prima che questo fatidico veto venga revocato e il presidente brasiliano dovrà sopportare un’amara bocciatura.
Fonte
15/03/2024
Argentina - Chi pagherà i piatti rotti da Milei?
di Atilio Boron
Javier Milei ha appena insultato brutalmente, ancora una volta, il presidente colombiano Gustavo Petro. Disorientato, il presidente argentino persiste nei suoi attacchi contro se stesso e gli altri.
Pochi giorni fa, ha descritto i membri del Congresso argentino come un “nido di topi” (eletti dalla cittadinanza, per la cronaca); o uno dei suoi ex compari, Ricardo López Murphy come “traditore e spazzatura“; e il suo attuale ministro della Sicurezza, Patricia Bullrich, che ha fulminato in campagna elettorale per essere una “montonera assassina“.
Gli insulti a papa Francesco sono stati di una bassezza che raramente si è vista nella storia, e così potremmo continuare a elaborare un’interminabile raccolta delle escrescenze verbali di un personaggio allucinato, che abita una realtà parallela, che parla con il suo cane morto (ai cui consigli si ispira) e che non ha la più pallida idea della responsabilità istituzionale che gli spetta come presidente dell’Argentina e che dovrebbe impedirgli di dire la prima barbarie che gli attraversa la mente, tenendo conto che le sue parole e i suoi gesti intemperanti e irrispettosi compromettono le relazioni internazionali del nostro Paese.
Ora, nell’ambito della conferenza Conservative Political Action tenutasi nel Maryland – uno spettacolo di Las Vegas messo in scena per sostenere le ambizioni elettorali di Trump – ha appena detto che il presidente Petro “sta affondando i colombiani, e che è una piaga letale” per gli abitanti di quel grande paese. In precedenza, aveva dichiarato che era un “assassino colombiano che sta affondando la Colombia“.
Petro, personaggio integro ed esemplare di coerenza, non ha bisogno che nessuno lo difenda dal vomito verbale dell’impresentabile presidente argentino. Soprattutto se si tiene conto che sta sprofondando questo travagliato paese in una crisi globale, che giorno dopo giorno alimenta una “tempesta perfetta” che probabilmente – insisto sulla probabilistica delle previsioni – finirà per gettare l’energico uomo della Casa Rosada nelle discariche della storia.
Non è superfluo dire che se ci fosse un dibattito tra i due presidenti su questioni economiche, sociali o internazionali, Milei non resisterebbe all’attacco di Petro oltre il secondo round, se posso usare la metafora della boxe. Sarebbe una batosta fenomenale per l’argentino.
La totale irresponsabilità di Milei negli affari internazionali lo spinge a lanciare insulti a destra e a manca contro i presidenti di Colombia, Brasile, Cuba e Venezuela, per rimanere solo nella regione; o quella che si manifesta anche nel rifiuto di aderire ai BRICS, il gruppo più dinamico e promettente dell’economia mondiale, che rivela la supina ignoranza del personaggio e del suo Cancelliere in queste materie.
A questi va aggiunto il veto alla costruzione del Canale della Magdalena, che garantirebbe l’accesso sovrano dei fiumi argentini all’Atlantico, bypassando Montevideo, alla politica di capitolazione indegna sulla questione delle Malvinas, che costò tante vite alla gioventù argentina.
Sfoghi verbali che si traducono in gravissimi errori politici che questo paese dovrà pagare per molti anni, frutto delle cupe fantasie di Milei su quell’inesistente capitalismo apolide proposto dai rozzi stregoni della Scuola Austriaca e del fatto, cruciale dal mio modesto punto di vista, che per il presidente né la sovranità né la nazione sono questioni importanti.
Soprattutto per chi, come lui, crede che la nazione non esista e che non sia altro che una fastidiosa intelaiatura architettata dai collettivisti per fornire una base allo Stato, carnefice dei mercati.
Fonte
Javier Milei ha appena insultato brutalmente, ancora una volta, il presidente colombiano Gustavo Petro. Disorientato, il presidente argentino persiste nei suoi attacchi contro se stesso e gli altri.
Pochi giorni fa, ha descritto i membri del Congresso argentino come un “nido di topi” (eletti dalla cittadinanza, per la cronaca); o uno dei suoi ex compari, Ricardo López Murphy come “traditore e spazzatura“; e il suo attuale ministro della Sicurezza, Patricia Bullrich, che ha fulminato in campagna elettorale per essere una “montonera assassina“.
Gli insulti a papa Francesco sono stati di una bassezza che raramente si è vista nella storia, e così potremmo continuare a elaborare un’interminabile raccolta delle escrescenze verbali di un personaggio allucinato, che abita una realtà parallela, che parla con il suo cane morto (ai cui consigli si ispira) e che non ha la più pallida idea della responsabilità istituzionale che gli spetta come presidente dell’Argentina e che dovrebbe impedirgli di dire la prima barbarie che gli attraversa la mente, tenendo conto che le sue parole e i suoi gesti intemperanti e irrispettosi compromettono le relazioni internazionali del nostro Paese.
Ora, nell’ambito della conferenza Conservative Political Action tenutasi nel Maryland – uno spettacolo di Las Vegas messo in scena per sostenere le ambizioni elettorali di Trump – ha appena detto che il presidente Petro “sta affondando i colombiani, e che è una piaga letale” per gli abitanti di quel grande paese. In precedenza, aveva dichiarato che era un “assassino colombiano che sta affondando la Colombia“.
Petro, personaggio integro ed esemplare di coerenza, non ha bisogno che nessuno lo difenda dal vomito verbale dell’impresentabile presidente argentino. Soprattutto se si tiene conto che sta sprofondando questo travagliato paese in una crisi globale, che giorno dopo giorno alimenta una “tempesta perfetta” che probabilmente – insisto sulla probabilistica delle previsioni – finirà per gettare l’energico uomo della Casa Rosada nelle discariche della storia.
Non è superfluo dire che se ci fosse un dibattito tra i due presidenti su questioni economiche, sociali o internazionali, Milei non resisterebbe all’attacco di Petro oltre il secondo round, se posso usare la metafora della boxe. Sarebbe una batosta fenomenale per l’argentino.
La totale irresponsabilità di Milei negli affari internazionali lo spinge a lanciare insulti a destra e a manca contro i presidenti di Colombia, Brasile, Cuba e Venezuela, per rimanere solo nella regione; o quella che si manifesta anche nel rifiuto di aderire ai BRICS, il gruppo più dinamico e promettente dell’economia mondiale, che rivela la supina ignoranza del personaggio e del suo Cancelliere in queste materie.
A questi va aggiunto il veto alla costruzione del Canale della Magdalena, che garantirebbe l’accesso sovrano dei fiumi argentini all’Atlantico, bypassando Montevideo, alla politica di capitolazione indegna sulla questione delle Malvinas, che costò tante vite alla gioventù argentina.
Sfoghi verbali che si traducono in gravissimi errori politici che questo paese dovrà pagare per molti anni, frutto delle cupe fantasie di Milei su quell’inesistente capitalismo apolide proposto dai rozzi stregoni della Scuola Austriaca e del fatto, cruciale dal mio modesto punto di vista, che per il presidente né la sovranità né la nazione sono questioni importanti.
Soprattutto per chi, come lui, crede che la nazione non esista e che non sia altro che una fastidiosa intelaiatura architettata dai collettivisti per fornire una base allo Stato, carnefice dei mercati.
Fonte
22/11/2023
Argentina - La vittoria di Milei “è stata una costruzione mediatica accuratamente pianificata”
Come è consuetudine in termini di analisi politica o elettorale in America Latina e nei Caraibi, poche ore dopo la vittoria di Javier Milei alle elezioni presidenziali argentine, abbiamo intervistato in esclusiva per Correo del Alba il noto politologo e intellettuale Atilio Boron, con il quale abbiamo riflettuto sul trionfo dell’estrema destra.
Milei è quello che oggi in campo politico viene definito un outsider: che fine ha fatto la sua figura controversa, sostenuta dai giovani, soprattutto uomini, e che è risorta come un'onda? La vecchia guardia peronista non se l’aspettava? È responsabile dei risultati del 19 novembre?
Facciamo un passo alla volta. Innanzitutto, Milei era un outsider nell’arena politica, ma non nei media. Mariana Moyano, la giornalista tristemente scomparsa qualche settimana fa, ha verificato che nel 2018 è stato l’economista più consultato nei programmi radiofonici e televisivi.
Secondo questa fonte, in quell’anno è stato intervistato 235 volte e ha avuto 193.547 secondi di tempo di trasmissione [più di 50 ore, ndt]. Nessun altro personaggio della vita politica si avvicina a queste cifre, e lo stesso è accaduto negli anni successivi.
In altre parole, si è trattato di una costruzione mediatica accuratamente pianificata.
In secondo luogo, il ruolo dei giovani, la principale vittima del processo di informalizzazione, “desalarizzazione” e insicurezza del lavoro. Il segmento tra i 18 e i 29 anni, per un totale di 8.337.914 persone, rappresenta il 24,29% delle liste elettorali nazionali. Inoltre, un 1.163.477 giovani tra i 16 e i 17 anni hanno diritto al voto.
A livello nazionale, questa fascia d’età rappresenta solo il 3,3% del totale delle liste elettorali, una percentuale quasi uguale a quella della provincia di Entre Ríos. Di conseguenza, si tratta di poco più del 27% dell’elettorato composto da giovani che hanno trovato pochi o nessun incentivo a votare per il candidato del partito al governo, o che non hanno un ricordo molto vivo degli eventi del 19 e 20 novembre 2001 e nemmeno dell’epoca d’oro del kirchnerismo.
Non erano innamorati della proposta ufficiale, cosa che risultava evidente anche a un cieco solo confrontando il fervore giovanile delle manifestazioni di Milei – accuratamente allestite, senza dubbio, ma adatte a suscitare l’entusiasmo dei giovani – con l’impacchettamento e una certa svogliatezza che hanno prevalso in quasi tutte le manifestazioni che il Frente de Todos ha organizzato per Massa.
Per concludere con questa domanda, è evidente che la vecchia guardia peronista, ripiegata su se stessa e arroccata nella difesa dei propri interessi corporativi e settoriali, da tempo non vede quello che sta per accadere, né ha la minima comprensione di cosa sia la società contemporanea e di come funzioni oggi. Non è la sola, ma è senza dubbio la principale responsabile di questo disastro.
Quanto di ciò che Milei ha promesso in campagna elettorale è possibile oggi in Argentina?
È difficile fare pronostici. Ci sono aree in cui la resistenza sociale, spontanea, dal basso, sarà molto forte. Penso al caso del tentativo di portare avanti la privatizzazione della previdenza sociale, vista l’esperienza catastrofica degli Administradora de Fondos de Jubilaciones y Pensiones [fondi previdenziali e pensionistici, ndt] nel mondo.
In altri, forse non tanto, ad esempio se l’oggetto di questa politica fosse Aerolíneas Argentinas [la compagnia di bandiera, ndt]; ma anche lì potrebbero esserci sorprese.
Per quanto riguarda Yacimientos Petrolíferos Fiscales [compagnia energetica argentina specializzata nell’estrazione, nella raffinazione e nella vendita del petrolio e dei suoi derivati, ndt], le cose saranno un po’ più complicate, perché le province sono proprietarie del patrimonio del sottosuolo e questo significherebbe aprire un dibattito che per il governo sarebbe difficile da prevedere, vista la composizione di entrambe le camere del Congresso.
In breve, sarà necessario esaminare ogni singolo caso e misurare la correlazione di forze prevalente in ciascun caso.
Sono molti i fattori che influenzano questa disparità di reazioni. Uno è il fatto che molte organizzazioni sociali e forze di partito sono molto indebolite e delegittimate.
Due, la decomposizione dell’universo popolare, frammentato in una miriade di situazioni lavorative segnate dalla precarietà assoluta, dalla mancanza di rappresentanza sindacale e dalla totale assenza di una legislazione protettiva che vada a beneficio di un settore sempre più minoritario della popolazione economicamente attiva.
Tre, la lotta all’interno dell’eterogeneo blocco dominante, dove le frazioni legate alla speculazione finanziaria hanno un’influenza maggiore rispetto a quelle ancorate alla produzione industriale e persino all’agroalimentare.
I risultati variabili di questa disputa tra frazioni delle classi dominanti saranno molto importanti per facilitare o ostacolare la realizzazione delle promesse della campagna elettorale del nuovo presidente.
Milei è un cambio di paradigma che rappresenta maggiormente la gioventù che è cresciuta accompagnata dai social network che circoscrivono la realtà ai loro soli interessi?
È un emergente di quella situazione di estrema vulnerabilità di una gioventù brutalmente colpita dalla pandemia e dalla quarantena e, inoltre, da una politica economica che ha approfondito l’esclusione economica e sociale e aumentato la povertà a livelli senza precedenti, fatta eccezione per i brevi episodi di iper–inflazione del maggio-luglio 1989 e del gennaio-marzo 1990.
Per questa categoria sociale, l’esperienza del governo di Alberto Fernández e del suo ministro delle Finanze, Sergio Massa, è stata un vero e proprio disastro. Per questi giovani non c’erano né politiche economiche che aumentassero i salari (tranne che per una minoranza, il che era insufficiente), né un’epica che permettesse loro di vedersi come militanti di una causa nazionale, tanto meno un apparato di comunicazione che rafforzasse le loro richieste facendo sentire la voce di chi era al potere.
Il risultato: una corsa quasi massiccia verso qualcuno che, astutamente, è stato presentato dai poteri dominanti come fresco, giovane, nuovo, nonostante fosse un uomo di 53 anni.
Sorprendente? Non per chi, come noi, studia il ruolo dei social network, degli algoritmi e delle nuove tecniche di neuro–marketing politico. O per chi, come me, ha predicato nel deserto la necessità di condurre la battaglia delle idee a cui eravamo stati chiamati da Fidel fin dalla fine del secolo scorso e che la sinistra in generale e il movimento nazional-popolare hanno irresponsabilmente sottovalutato.
Il risultato: trionfo dell’“antipolitica”; identificazione della “casta” e dello Stato come agenti predatori, nascondendo il ruolo della borghesia e delle classi dirigenti come agenti dello sfruttamento collettivo; l’esaltazione dell’iper–individualismo e del suo correlato, l’abbandono, se non il ripudio, delle strategie di azione collettiva e delle organizzazioni di classe, territoriali o del lavoro, confidando nella “salvezza” individuale e condannando chi partecipava alle proteste collettive, il tutto a vantaggio dell’esaltazione irrazionale di un abile demagogo sponsorizzato dai capitali più concentrati.
Data questa configurazione culturale, era quasi impossibile, soprattutto con un’inflazione che si aggirava intorno al 13% o 15% al mese, che un ministro dell’Economia responsabile di questa situazione vincesse le elezioni. In questo contesto, il voto ottenuto da Massa è davvero sorprendente.
Milei sarà in grado di porre fine allo Stato sociale che ha caratterizzato l’Argentina dalla metà del secolo scorso con Perón ed Evita?
La prima domanda risponde in parte a quest’altra. Ma all’Argentina di Perón ed Evita dobbiamo aggiungere gli importanti progressi economici e sociali degli anni del kirchnerismo, anche se è chiaro che, per quanto lodevoli, non sono stati sufficienti per affrontare con successo le devastazioni che l’accumulazione capitalista produce in tutto il mondo e soprattutto in un Paese con uno Stato debole e inefficiente come l’Argentina.
Si noti che, come afferma un rapporto della Central de Trabajadores de la Argentina (CTA), tra il 2016 e il 2022 il trasferimento di reddito dal lavoro al capitale è stato pari a 87 miliardi di dollari, di cui 48 miliardi sono stati trasferiti nel 2021 e nel 2022, anni in cui era al potere una coalizione “nazionale e popolare”.
Il risultato: un gravissimo deterioramento dei salari, che nell’economia formale sono addirittura al di sotto della soglia di povertà.
Ci si poteva aspettare qualcosa di diverso dalla frustrazione e dalla rabbia di ampie fasce di elettorato di fronte a questa dolorosa realtà economica?
Quali anticorpi avevano per non farsi sedurre da un discorso insensato, pieno di miti assurdi (come, ad esempio, che l’Argentina all’inizio del XX secolo era il Paese più ricco del mondo, tra tante altre assurdità!), ma che vociferava la necessità di porre fine a una situazione intollerabile, lasciando da parte tutto ciò che è vecchio ed esecrando una presunta “casta” che, per il proprio tornaconto, li aveva condannati alla povertà e all’indigenza?
Come prevede l’opposizione a Milei, ci sarà un movimento che vigilerà sul suo programma?
Dipenderà dalla riorganizzazione e dalla riarticolazione del campo popolare, dalle sue proposte concrete di lotta, dal carattere della sua strategia difensiva di fronte ai prevedibili attacchi di un governo ossessionato dal taglio dei diritti sociali e del lavoro e dal massimo aggiustamento dell’economia.
Dipende anche dall’emergere di leadership credibili con un grande potere di mobilitazione, capaci di attrarre i milioni di persone sprofondate nella miseria e nell’insicurezza dalla voracità illimitata del capitale.
Il sistema dei partiti è crollato e, peggio ancora, le forze politiche e identitarie che hanno segnato gran parte della vita politica argentina dalla metà del secolo scorso fino a pochi anni fa – il radicalismo e il peronismo – sono entrate in una crisi di proporzioni senza precedenti.
Probabilmente riappariranno, in chiave neoliberale e sotto forme mutanti e probabilmente aberranti che poco o nulla avranno a che fare con il DNA che li costituiva.
Il radicalismo organico è svanito e i suoi elettori si sono buttati con tutte le loro forze a votare per qualcuno che ha insultato pesantemente i due leader più importanti di quella forza politica: Yrigoyen e Alfonsín. E l’apparato del peronismo, e gli elettori di quella corrente, solo in parte hanno sostenuto la candidatura di Massa.
Basta vedere quello che è successo nelle province che di solito sono bastioni del voto peronista (La Rioja, Salta, Tucumán, Chaco, Catamarca, Santa Cruz e in misura minore altre) per capire che questo elettorato è ora disponibile per qualsiasi demagogo o per qualsiasi accordo cupolare deciso dai gruppi che in ogni provincia hanno assunto il sigillo di approvazione peronista.
Né i Radicali né i Peronisti sono oggi forze politiche con un’organizzazione, una leadership e strategie di lotta politica di portata nazionale. Si sono frammentati in 24 partiti, uno per ogni provincia, e sono disposti a negoziare il loro voto a seconda delle circostanze.
Come è il rapporto di Milei con le Forze armate e come sarà?
Penso che sarà molto buono. La vicepresidente Victoria Villarruel è un’apologeta sfegatata della dittatura genocida, un’ammiratrice del dittatore Jorge Rafael Videla e dei suoi compari nella violazione dei diritti umani; sarà ministro della Difesa e della Sicurezza.
La socializzazione politica reazionaria delle Forze Armate, compito per il quale il Comando Sud e i vari trattati di collaborazione militare tra Stati Uniti e Argentina giocano un ruolo molto importante, aprirà sicuramente la strada alla repressione che le politiche ultraliberiste di Milei necessariamente richiederanno.
In linea con quanto detto e fatto da Patricia Bullrich come ministro della Sicurezza nel governo di Macri, Milei darà alle Forze armate e alla polizia il via libera per scatenare il loro potenziale repressivo contro il “nemico interno” nella più totale impunità.
La “Dottrina Chocobar” era un protocollo che permetteva alle forze federali di sparare senza dare l’allarme contro qualsiasi sospetto, il che implica un gravissimo passo indietro in termini di rispetto delle garanzie individuali e dello Stato di diritto. È stato abrogato da una delle prime iniziative del governo di Alberto Fernández, ma purtroppo sembra che questa dottrina tornerà con il nuovo governo.
Resta comunque da vedere come reagiranno le forze di sicurezza di fronte a migliaia di giovani, donne e bambini che chiedono giustizia, anche se le lezioni della storia contemporanea dell’America Latina dimostrano che la confusione tra sicurezza interna e difesa esterna è spesso la madre di gravissime violazioni dei diritti umani, come è accaduto in Messico negli anni precedenti al governo di Andrés Manuel López Obrador.
Negli Stati Uniti e nei Paesi europei le due funzioni sono chiaramente delimitate. Il nuovo governo argentino sembra disposto a fare un azzardo dalle conseguenze più che evidenti e disastrose.
Ma, in questa come in altre questioni, come le politiche di riduzione o annullamento dei diritti, sarebbe un errore sottovalutare la risposta della società argentina, che in diverse occasioni ha dimostrato di opporsi a feroci dittature o a selvaggi piani di aggiustamento economico.
La storia argentina offre numerosi esempi di resistenza e, sebbene la società sia molto cambiata negli ultimi tempi, non sarebbe strano se questo ribellismo riapparisse con forza vulcanica, anche in assenza di strutture organizzative adeguate.
Il “Cordobazo” del 1969 e l’insurrezione popolare del 19 e 20 dicembre 2001 sono spettri che senza dubbio turberanno i sogni di chi cerca di distruggere le conquiste economiche, sociali e culturali che il popolo argentino ha ottenuto con grandi lotte.
In che modo il trionfo di Milei, dal punto di vista geopolitico, potrebbe influenzare la regione?
Innanzitutto, danneggerebbe l’Argentina perché, in linea con le richieste di Washington, la trasformerebbe in un ariete per ridurre la presenza della Cina nella regione, anche a costo di danneggiare gli interessi nazionali dell’Argentina, i suoi settori di esportazione e la forza lavoro ad essi legata.
Quella di Milei è probabilmente una vittoria “sognata” per l’establishment statunitense. Perché trova nel sud del continente un fanatico disposto a eseguire senza discutere i minimi suggerimenti provenienti da Washington: anticomunista convinto (in una definizione di tale vaghezza che va da Lula a Papa Francesco, passando per Cina, Cuba, Venezuela e Nicaragua); incondizionatamente allineato con l’Impero, giustificatore del genocidio in corso a Gaza, ammiratore dello Stato terrorista israeliano e della società statunitense, Milei dalla Casa Rosada incoraggerà con il suo esempio comportamenti analoghi tra i leader della destra dei Paesi vicini.
Forse, e anche in questo caso dobbiamo tenere conto delle divisioni all’interno del blocco dominante, potrebbe arrivare non solo a escludere l’Argentina dall’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e dalla Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), ma addirittura a rifiutare o a rimandare sine die la decisiva incorporazione del nostro Paese nel gruppo dei BRICS Plus, che dovrebbe avvenire il 1° gennaio del prossimo anno.
Insomma, la crociata contro il “nemico cinese”, secondo i documenti del Consiglio di sicurezza nazionale statunitense, ha trovato il suo profeta in queste lontane e turbolente terre del Sud. E, da un punto di vista geopolitico, con Milei alla presidenza argentina, la posizione dell’America Latina e dei Caraibi sullo scacchiere internazionale ne risentirà.
Fonte
Milei è quello che oggi in campo politico viene definito un outsider: che fine ha fatto la sua figura controversa, sostenuta dai giovani, soprattutto uomini, e che è risorta come un'onda? La vecchia guardia peronista non se l’aspettava? È responsabile dei risultati del 19 novembre?
Facciamo un passo alla volta. Innanzitutto, Milei era un outsider nell’arena politica, ma non nei media. Mariana Moyano, la giornalista tristemente scomparsa qualche settimana fa, ha verificato che nel 2018 è stato l’economista più consultato nei programmi radiofonici e televisivi.
Secondo questa fonte, in quell’anno è stato intervistato 235 volte e ha avuto 193.547 secondi di tempo di trasmissione [più di 50 ore, ndt]. Nessun altro personaggio della vita politica si avvicina a queste cifre, e lo stesso è accaduto negli anni successivi.
In altre parole, si è trattato di una costruzione mediatica accuratamente pianificata.
In secondo luogo, il ruolo dei giovani, la principale vittima del processo di informalizzazione, “desalarizzazione” e insicurezza del lavoro. Il segmento tra i 18 e i 29 anni, per un totale di 8.337.914 persone, rappresenta il 24,29% delle liste elettorali nazionali. Inoltre, un 1.163.477 giovani tra i 16 e i 17 anni hanno diritto al voto.
A livello nazionale, questa fascia d’età rappresenta solo il 3,3% del totale delle liste elettorali, una percentuale quasi uguale a quella della provincia di Entre Ríos. Di conseguenza, si tratta di poco più del 27% dell’elettorato composto da giovani che hanno trovato pochi o nessun incentivo a votare per il candidato del partito al governo, o che non hanno un ricordo molto vivo degli eventi del 19 e 20 novembre 2001 e nemmeno dell’epoca d’oro del kirchnerismo.
Non erano innamorati della proposta ufficiale, cosa che risultava evidente anche a un cieco solo confrontando il fervore giovanile delle manifestazioni di Milei – accuratamente allestite, senza dubbio, ma adatte a suscitare l’entusiasmo dei giovani – con l’impacchettamento e una certa svogliatezza che hanno prevalso in quasi tutte le manifestazioni che il Frente de Todos ha organizzato per Massa.
Per concludere con questa domanda, è evidente che la vecchia guardia peronista, ripiegata su se stessa e arroccata nella difesa dei propri interessi corporativi e settoriali, da tempo non vede quello che sta per accadere, né ha la minima comprensione di cosa sia la società contemporanea e di come funzioni oggi. Non è la sola, ma è senza dubbio la principale responsabile di questo disastro.
Quanto di ciò che Milei ha promesso in campagna elettorale è possibile oggi in Argentina?
È difficile fare pronostici. Ci sono aree in cui la resistenza sociale, spontanea, dal basso, sarà molto forte. Penso al caso del tentativo di portare avanti la privatizzazione della previdenza sociale, vista l’esperienza catastrofica degli Administradora de Fondos de Jubilaciones y Pensiones [fondi previdenziali e pensionistici, ndt] nel mondo.
In altri, forse non tanto, ad esempio se l’oggetto di questa politica fosse Aerolíneas Argentinas [la compagnia di bandiera, ndt]; ma anche lì potrebbero esserci sorprese.
Per quanto riguarda Yacimientos Petrolíferos Fiscales [compagnia energetica argentina specializzata nell’estrazione, nella raffinazione e nella vendita del petrolio e dei suoi derivati, ndt], le cose saranno un po’ più complicate, perché le province sono proprietarie del patrimonio del sottosuolo e questo significherebbe aprire un dibattito che per il governo sarebbe difficile da prevedere, vista la composizione di entrambe le camere del Congresso.
In breve, sarà necessario esaminare ogni singolo caso e misurare la correlazione di forze prevalente in ciascun caso.
Sono molti i fattori che influenzano questa disparità di reazioni. Uno è il fatto che molte organizzazioni sociali e forze di partito sono molto indebolite e delegittimate.
Due, la decomposizione dell’universo popolare, frammentato in una miriade di situazioni lavorative segnate dalla precarietà assoluta, dalla mancanza di rappresentanza sindacale e dalla totale assenza di una legislazione protettiva che vada a beneficio di un settore sempre più minoritario della popolazione economicamente attiva.
Tre, la lotta all’interno dell’eterogeneo blocco dominante, dove le frazioni legate alla speculazione finanziaria hanno un’influenza maggiore rispetto a quelle ancorate alla produzione industriale e persino all’agroalimentare.
I risultati variabili di questa disputa tra frazioni delle classi dominanti saranno molto importanti per facilitare o ostacolare la realizzazione delle promesse della campagna elettorale del nuovo presidente.
Milei è un cambio di paradigma che rappresenta maggiormente la gioventù che è cresciuta accompagnata dai social network che circoscrivono la realtà ai loro soli interessi?
È un emergente di quella situazione di estrema vulnerabilità di una gioventù brutalmente colpita dalla pandemia e dalla quarantena e, inoltre, da una politica economica che ha approfondito l’esclusione economica e sociale e aumentato la povertà a livelli senza precedenti, fatta eccezione per i brevi episodi di iper–inflazione del maggio-luglio 1989 e del gennaio-marzo 1990.
Per questa categoria sociale, l’esperienza del governo di Alberto Fernández e del suo ministro delle Finanze, Sergio Massa, è stata un vero e proprio disastro. Per questi giovani non c’erano né politiche economiche che aumentassero i salari (tranne che per una minoranza, il che era insufficiente), né un’epica che permettesse loro di vedersi come militanti di una causa nazionale, tanto meno un apparato di comunicazione che rafforzasse le loro richieste facendo sentire la voce di chi era al potere.
Il risultato: una corsa quasi massiccia verso qualcuno che, astutamente, è stato presentato dai poteri dominanti come fresco, giovane, nuovo, nonostante fosse un uomo di 53 anni.
Sorprendente? Non per chi, come noi, studia il ruolo dei social network, degli algoritmi e delle nuove tecniche di neuro–marketing politico. O per chi, come me, ha predicato nel deserto la necessità di condurre la battaglia delle idee a cui eravamo stati chiamati da Fidel fin dalla fine del secolo scorso e che la sinistra in generale e il movimento nazional-popolare hanno irresponsabilmente sottovalutato.
Il risultato: trionfo dell’“antipolitica”; identificazione della “casta” e dello Stato come agenti predatori, nascondendo il ruolo della borghesia e delle classi dirigenti come agenti dello sfruttamento collettivo; l’esaltazione dell’iper–individualismo e del suo correlato, l’abbandono, se non il ripudio, delle strategie di azione collettiva e delle organizzazioni di classe, territoriali o del lavoro, confidando nella “salvezza” individuale e condannando chi partecipava alle proteste collettive, il tutto a vantaggio dell’esaltazione irrazionale di un abile demagogo sponsorizzato dai capitali più concentrati.
Data questa configurazione culturale, era quasi impossibile, soprattutto con un’inflazione che si aggirava intorno al 13% o 15% al mese, che un ministro dell’Economia responsabile di questa situazione vincesse le elezioni. In questo contesto, il voto ottenuto da Massa è davvero sorprendente.
Milei sarà in grado di porre fine allo Stato sociale che ha caratterizzato l’Argentina dalla metà del secolo scorso con Perón ed Evita?
La prima domanda risponde in parte a quest’altra. Ma all’Argentina di Perón ed Evita dobbiamo aggiungere gli importanti progressi economici e sociali degli anni del kirchnerismo, anche se è chiaro che, per quanto lodevoli, non sono stati sufficienti per affrontare con successo le devastazioni che l’accumulazione capitalista produce in tutto il mondo e soprattutto in un Paese con uno Stato debole e inefficiente come l’Argentina.
Si noti che, come afferma un rapporto della Central de Trabajadores de la Argentina (CTA), tra il 2016 e il 2022 il trasferimento di reddito dal lavoro al capitale è stato pari a 87 miliardi di dollari, di cui 48 miliardi sono stati trasferiti nel 2021 e nel 2022, anni in cui era al potere una coalizione “nazionale e popolare”.
Il risultato: un gravissimo deterioramento dei salari, che nell’economia formale sono addirittura al di sotto della soglia di povertà.
Ci si poteva aspettare qualcosa di diverso dalla frustrazione e dalla rabbia di ampie fasce di elettorato di fronte a questa dolorosa realtà economica?
Quali anticorpi avevano per non farsi sedurre da un discorso insensato, pieno di miti assurdi (come, ad esempio, che l’Argentina all’inizio del XX secolo era il Paese più ricco del mondo, tra tante altre assurdità!), ma che vociferava la necessità di porre fine a una situazione intollerabile, lasciando da parte tutto ciò che è vecchio ed esecrando una presunta “casta” che, per il proprio tornaconto, li aveva condannati alla povertà e all’indigenza?
Come prevede l’opposizione a Milei, ci sarà un movimento che vigilerà sul suo programma?
Dipenderà dalla riorganizzazione e dalla riarticolazione del campo popolare, dalle sue proposte concrete di lotta, dal carattere della sua strategia difensiva di fronte ai prevedibili attacchi di un governo ossessionato dal taglio dei diritti sociali e del lavoro e dal massimo aggiustamento dell’economia.
Dipende anche dall’emergere di leadership credibili con un grande potere di mobilitazione, capaci di attrarre i milioni di persone sprofondate nella miseria e nell’insicurezza dalla voracità illimitata del capitale.
Il sistema dei partiti è crollato e, peggio ancora, le forze politiche e identitarie che hanno segnato gran parte della vita politica argentina dalla metà del secolo scorso fino a pochi anni fa – il radicalismo e il peronismo – sono entrate in una crisi di proporzioni senza precedenti.
Probabilmente riappariranno, in chiave neoliberale e sotto forme mutanti e probabilmente aberranti che poco o nulla avranno a che fare con il DNA che li costituiva.
Il radicalismo organico è svanito e i suoi elettori si sono buttati con tutte le loro forze a votare per qualcuno che ha insultato pesantemente i due leader più importanti di quella forza politica: Yrigoyen e Alfonsín. E l’apparato del peronismo, e gli elettori di quella corrente, solo in parte hanno sostenuto la candidatura di Massa.
Basta vedere quello che è successo nelle province che di solito sono bastioni del voto peronista (La Rioja, Salta, Tucumán, Chaco, Catamarca, Santa Cruz e in misura minore altre) per capire che questo elettorato è ora disponibile per qualsiasi demagogo o per qualsiasi accordo cupolare deciso dai gruppi che in ogni provincia hanno assunto il sigillo di approvazione peronista.
Né i Radicali né i Peronisti sono oggi forze politiche con un’organizzazione, una leadership e strategie di lotta politica di portata nazionale. Si sono frammentati in 24 partiti, uno per ogni provincia, e sono disposti a negoziare il loro voto a seconda delle circostanze.
Come è il rapporto di Milei con le Forze armate e come sarà?
Penso che sarà molto buono. La vicepresidente Victoria Villarruel è un’apologeta sfegatata della dittatura genocida, un’ammiratrice del dittatore Jorge Rafael Videla e dei suoi compari nella violazione dei diritti umani; sarà ministro della Difesa e della Sicurezza.
La socializzazione politica reazionaria delle Forze Armate, compito per il quale il Comando Sud e i vari trattati di collaborazione militare tra Stati Uniti e Argentina giocano un ruolo molto importante, aprirà sicuramente la strada alla repressione che le politiche ultraliberiste di Milei necessariamente richiederanno.
In linea con quanto detto e fatto da Patricia Bullrich come ministro della Sicurezza nel governo di Macri, Milei darà alle Forze armate e alla polizia il via libera per scatenare il loro potenziale repressivo contro il “nemico interno” nella più totale impunità.
La “Dottrina Chocobar” era un protocollo che permetteva alle forze federali di sparare senza dare l’allarme contro qualsiasi sospetto, il che implica un gravissimo passo indietro in termini di rispetto delle garanzie individuali e dello Stato di diritto. È stato abrogato da una delle prime iniziative del governo di Alberto Fernández, ma purtroppo sembra che questa dottrina tornerà con il nuovo governo.
Resta comunque da vedere come reagiranno le forze di sicurezza di fronte a migliaia di giovani, donne e bambini che chiedono giustizia, anche se le lezioni della storia contemporanea dell’America Latina dimostrano che la confusione tra sicurezza interna e difesa esterna è spesso la madre di gravissime violazioni dei diritti umani, come è accaduto in Messico negli anni precedenti al governo di Andrés Manuel López Obrador.
Negli Stati Uniti e nei Paesi europei le due funzioni sono chiaramente delimitate. Il nuovo governo argentino sembra disposto a fare un azzardo dalle conseguenze più che evidenti e disastrose.
Ma, in questa come in altre questioni, come le politiche di riduzione o annullamento dei diritti, sarebbe un errore sottovalutare la risposta della società argentina, che in diverse occasioni ha dimostrato di opporsi a feroci dittature o a selvaggi piani di aggiustamento economico.
La storia argentina offre numerosi esempi di resistenza e, sebbene la società sia molto cambiata negli ultimi tempi, non sarebbe strano se questo ribellismo riapparisse con forza vulcanica, anche in assenza di strutture organizzative adeguate.
Il “Cordobazo” del 1969 e l’insurrezione popolare del 19 e 20 dicembre 2001 sono spettri che senza dubbio turberanno i sogni di chi cerca di distruggere le conquiste economiche, sociali e culturali che il popolo argentino ha ottenuto con grandi lotte.
In che modo il trionfo di Milei, dal punto di vista geopolitico, potrebbe influenzare la regione?
Innanzitutto, danneggerebbe l’Argentina perché, in linea con le richieste di Washington, la trasformerebbe in un ariete per ridurre la presenza della Cina nella regione, anche a costo di danneggiare gli interessi nazionali dell’Argentina, i suoi settori di esportazione e la forza lavoro ad essi legata.
Quella di Milei è probabilmente una vittoria “sognata” per l’establishment statunitense. Perché trova nel sud del continente un fanatico disposto a eseguire senza discutere i minimi suggerimenti provenienti da Washington: anticomunista convinto (in una definizione di tale vaghezza che va da Lula a Papa Francesco, passando per Cina, Cuba, Venezuela e Nicaragua); incondizionatamente allineato con l’Impero, giustificatore del genocidio in corso a Gaza, ammiratore dello Stato terrorista israeliano e della società statunitense, Milei dalla Casa Rosada incoraggerà con il suo esempio comportamenti analoghi tra i leader della destra dei Paesi vicini.
Forse, e anche in questo caso dobbiamo tenere conto delle divisioni all’interno del blocco dominante, potrebbe arrivare non solo a escludere l’Argentina dall’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e dalla Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), ma addirittura a rifiutare o a rimandare sine die la decisiva incorporazione del nostro Paese nel gruppo dei BRICS Plus, che dovrebbe avvenire il 1° gennaio del prossimo anno.
Insomma, la crociata contro il “nemico cinese”, secondo i documenti del Consiglio di sicurezza nazionale statunitense, ha trovato il suo profeta in queste lontane e turbolente terre del Sud. E, da un punto di vista geopolitico, con Milei alla presidenza argentina, la posizione dell’America Latina e dei Caraibi sullo scacchiere internazionale ne risentirà.
Fonte
05/01/2023
Lula tra due fuochi
L’insediamento alla presidenza del Brasile di Luiz Inacio “Lula” da Silva è una grande notizia per l’America Latina e i Caraibi. Si presume che il gigante sudamericano recupererà il protagonismo internazionale passato e che contribuirà a rilanciare i diversi processi di integrazione in corso nella regione, cosa più che mai importante nel bicentenario della nefasta Dottrina Monroe.
L’agenda spazia dal rilancio del Mercosur fino alla Celac (Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici), passando per l’Unasur, per citare solo i più significativi.
Un segno che il riorientamento della politica estera brasiliana è l’impegno del nuovo presidente, viene no solo dalla partecipazione di Lula al prossimo vertice Celac – che si terrà a Buenos Aires il 24 gennaio – ma anche a reinserire il Brasile in quell’organismo, da cui era uscito per decisione del governo Bolsonaro.
Ovviamente questa è solo una parte dell’agenda che Mauro Vieira, il cancelliere di Lula, ha tra le mani. Il rafforzamento dei legami con i Paesi del Sud del mondo è un’altra delle sue priorità, come pure l’insistere sulla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per garantire un seggio permanente al Brasile in tale organismo.
E, senza dubbio, altro tema prioritario sarà il rilancio dei BRICS, l’accordo tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, attualmente impantanato in un difficile (ma non insolubile) processo di espansione promosso da Pechino che contempla l’incorporazione di Argentina, Egitto, Indonesia, Kazakistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Nigeria, Senegal e Thailandia.
Dopo il suo viaggio in Argentina, Lula ha, in linea di massima, programmato un paio di visite molto conflittuali: alla Casa Bianca, prima, e poi a Pechino. Entrambe nel primo trimestre dell’anno.
Detto questo, Lula deve fare appello a tutte le sue arti diplomatiche e di abile negoziatore per non rimanere intrappolato nella crociata che l’Amministrazione Biden ha lanciato contro i due partner del Brasile nei BRICS: contro la Russia, attraverso la “guerra per procura” o “procura di guerra” condotta sul suolo ucraino con la complicità degli indegni governi neocoloniali d’Europa; e la crescente escalation bellica contro la Cina, il “principale nemico” secondo il recente documento del Consiglio di Sicurezza Nazionale perché, secondo quanto affermato nel documento, è l’unico Paese che ha la volontà e la capacità di ridisegnare a proprio vantaggio l’attuale ordine mondiale.
La Russia ha la prima, la volontà, ma non la capacità. La guerra in Ucraina è uno stratagemma volto proprio a erodere quella capacità.
Ma la Cina è un’altra cosa. Per il Brasile il Paese asiatico è di gran lunga il primo partner commerciale: lo scambio tra i due ha raggiunto, nel 2022, 135.000 milioni di dollari, più del doppio di quello registrato con gli Stati Uniti.
I gesti di Biden nei confronti del gigante asiatico non potrebbero essere più bellicosi, e imbarazzanti per Lula: dall’invitare un rappresentante di Taiwan al suo insediamento presidenziale, gesto senza precedenti da quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese, e fare altrettanto in occasione del suo sventurato “Vertice per la Democrazia”, dove l’inviato di Taipei siedeva accanto nientemeno che a Juan Guaidó e ad altre figure del genere.
A parte questo, bisogna ricordare le continue provocazioni che le forze statunitensi compiono nel Mar Cinese Meridionale, o la visita di Nancy Pelosi e il tentativo di negare l’accesso ai microchip alla Cina.
Lula sa che anche un altro dei suoi partner nei BRICS, l’India, oggi non è visto di buon occhio da Washington perché il suo raddoppiato scambio commerciale con la Russia è interpretato come un contributo economico allo sforzo militare di Mosca in Ucraina e ad attenuare l’impatto delle sanzioni che Biden ha imposto alla Russia.
Pertanto, dietro i sorrisi amichevoli che rimarranno stampati sulla fotografia ufficiale nella Stanza Ovale della Casa Bianca, la cosa più probabile è che, una volta che i fotografi si saranno ritirati, la tensione che oggi caratterizza il sistema internazionale si trasferisca con tutta la sua forza nell’incontro tra i due governanti.
Washington ha bisogno di alleati incondizionati per la sua crociata contro Russia e Cina, e la cosa peggiore che possa fare il Brasile, e qualsiasi altro paese latino-caraibico, è imbarcarsi in una lotta che ci è completamente estranea e in cui ha quasi tutto da perdere e niente da guadagnare.
Lula sicuramente sa che uno dei pochi modi che ha per evitare di essere reclutato in quella guerra è rafforzare l’unione dei paesi di Nostra America. Speriamo che possa agire, o lo lascino agire, di conseguenza.
Fonte
L’agenda spazia dal rilancio del Mercosur fino alla Celac (Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici), passando per l’Unasur, per citare solo i più significativi.
Un segno che il riorientamento della politica estera brasiliana è l’impegno del nuovo presidente, viene no solo dalla partecipazione di Lula al prossimo vertice Celac – che si terrà a Buenos Aires il 24 gennaio – ma anche a reinserire il Brasile in quell’organismo, da cui era uscito per decisione del governo Bolsonaro.
Ovviamente questa è solo una parte dell’agenda che Mauro Vieira, il cancelliere di Lula, ha tra le mani. Il rafforzamento dei legami con i Paesi del Sud del mondo è un’altra delle sue priorità, come pure l’insistere sulla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per garantire un seggio permanente al Brasile in tale organismo.
E, senza dubbio, altro tema prioritario sarà il rilancio dei BRICS, l’accordo tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, attualmente impantanato in un difficile (ma non insolubile) processo di espansione promosso da Pechino che contempla l’incorporazione di Argentina, Egitto, Indonesia, Kazakistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Nigeria, Senegal e Thailandia.
Dopo il suo viaggio in Argentina, Lula ha, in linea di massima, programmato un paio di visite molto conflittuali: alla Casa Bianca, prima, e poi a Pechino. Entrambe nel primo trimestre dell’anno.
Detto questo, Lula deve fare appello a tutte le sue arti diplomatiche e di abile negoziatore per non rimanere intrappolato nella crociata che l’Amministrazione Biden ha lanciato contro i due partner del Brasile nei BRICS: contro la Russia, attraverso la “guerra per procura” o “procura di guerra” condotta sul suolo ucraino con la complicità degli indegni governi neocoloniali d’Europa; e la crescente escalation bellica contro la Cina, il “principale nemico” secondo il recente documento del Consiglio di Sicurezza Nazionale perché, secondo quanto affermato nel documento, è l’unico Paese che ha la volontà e la capacità di ridisegnare a proprio vantaggio l’attuale ordine mondiale.
La Russia ha la prima, la volontà, ma non la capacità. La guerra in Ucraina è uno stratagemma volto proprio a erodere quella capacità.
Ma la Cina è un’altra cosa. Per il Brasile il Paese asiatico è di gran lunga il primo partner commerciale: lo scambio tra i due ha raggiunto, nel 2022, 135.000 milioni di dollari, più del doppio di quello registrato con gli Stati Uniti.
I gesti di Biden nei confronti del gigante asiatico non potrebbero essere più bellicosi, e imbarazzanti per Lula: dall’invitare un rappresentante di Taiwan al suo insediamento presidenziale, gesto senza precedenti da quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese, e fare altrettanto in occasione del suo sventurato “Vertice per la Democrazia”, dove l’inviato di Taipei siedeva accanto nientemeno che a Juan Guaidó e ad altre figure del genere.
A parte questo, bisogna ricordare le continue provocazioni che le forze statunitensi compiono nel Mar Cinese Meridionale, o la visita di Nancy Pelosi e il tentativo di negare l’accesso ai microchip alla Cina.
Lula sa che anche un altro dei suoi partner nei BRICS, l’India, oggi non è visto di buon occhio da Washington perché il suo raddoppiato scambio commerciale con la Russia è interpretato come un contributo economico allo sforzo militare di Mosca in Ucraina e ad attenuare l’impatto delle sanzioni che Biden ha imposto alla Russia.
Pertanto, dietro i sorrisi amichevoli che rimarranno stampati sulla fotografia ufficiale nella Stanza Ovale della Casa Bianca, la cosa più probabile è che, una volta che i fotografi si saranno ritirati, la tensione che oggi caratterizza il sistema internazionale si trasferisca con tutta la sua forza nell’incontro tra i due governanti.
Washington ha bisogno di alleati incondizionati per la sua crociata contro Russia e Cina, e la cosa peggiore che possa fare il Brasile, e qualsiasi altro paese latino-caraibico, è imbarcarsi in una lotta che ci è completamente estranea e in cui ha quasi tutto da perdere e niente da guadagnare.
Lula sicuramente sa che uno dei pochi modi che ha per evitare di essere reclutato in quella guerra è rafforzare l’unione dei paesi di Nostra America. Speriamo che possa agire, o lo lascino agire, di conseguenza.
Fonte
31/03/2022
Ucraina - Come e perché è stata preparata la guerra
di Atilio Boron
Prima di essere eletto presidente degli Stati Uniti, Dwight D. Eisenhower fu il primo comandante della NATO. Nel febbraio 1951, pochi mesi dopo il suo insediamento, scrisse: “Se tra 10 anni tutte le truppe americane di stanza in Europa allo scopo di assicurare la difesa nazionale non saranno tornate negli Stati Uniti, allora questo progetto, la NATO, sarà fallito”.
Le truppe non tornarono, ma la loro presenza in Europa continuò a crescere. Non solo, ma una volta disintegrata l’Unione Sovietica, e contrariamente alle solenni e vuote promesse dei principali leader dei governi occidentali (Clinton, Bush, Obama, Helmut Kohl in Germania, Tony Blair nel Regno Unito, ecc.) che “la NATO non si sarebbe mossa di un centimetro verso est”, hanno spostato attrezzature e truppe fino ai confini della Russia.
Ma come! Il nemico non era l’Unione Sovietica e il comunismo? No. Il nemico era, ed è, la Russia, un paese vasto e potente la cui sola presenza, sotto il dominio comunista o capitalista, è un ostacolo ai piani di dominio mondiale degli USA (Chomski dixit).
Quando nel 1997 Bill Clinton iniziò l’allargamento della NATO, la nipote di Eisenhower, Susan, raccolse le firme di 49 rinomati specialisti (militari, diplomatici e accademici) e pubblicò una lettera aperta il 26 giugno affermando che il “piano di espansione della NATO è un errore politico di proporzioni storiche”.
Susan prese attentamente nota dell’opinione espressa poco prima – il 5 febbraio in un articolo del New York Times – nientemeno che da George Kennan, il diplomatico il cui famoso “Long Telegram” del 22 febbraio 1946 al presidente Harry Truman (firmato con lo pseudonimo di Mister X) era stato l’architetto della politica di “contenimento” dell’espansionismo sovietico che avrebbe poi portato alla creazione della NATO.
Profondamente turbato dalle intenzioni di Clinton, Kennan scrisse in quel pezzo che “l’espansione della NATO sarebbe il più tragico errore nella politica degli Stati Uniti in tutta l’era post-guerra fredda... perché spingerebbe la politica estera della Russia in una direzione che non sarebbe decisamente quella che vogliamo”.
Clinton, e con lui l’intero complesso militare-industriale e finanziario, ignorarono gli avvertimenti del veterano diplomatico e continuarono con le loro politiche. Stimolare le guerre e le spese militari era ciò che Washington avrebbe dovuto fare, dato che i suoi politici nell’amministrazione e nel Congresso finanziano le proprie carriere pubbliche con i contributi delle grandi imprese di quel settore.
L’URSS non era ancora crollata quando il vice segretario alla difesa di George W. Bush padre, Paul Wolfowitz, era a capo dell’esercito statunitense. Per Bush senior, Paul Wolfowitz, produsse una “Defense Planning Guidance” che fu fatta trapelare alla stampa il 7 marzo 1992, in cui si afferma nel suo primo paragrafo che “il nostro primo obiettivo è quello di prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sia sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che rappresenti una minaccia... Il che richiede che ci sforziamo di impedire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse, sotto controllo consolidato, sarebbero sufficienti a generare potenza globale”.
L’indignazione fu enorme e l’estremo unilateralismo del suo contenuto lo portò ad essere etichettato, anche in certi media dell’establishment, come imperialista. Ha anche causato disagio il fatto che il suo autore abbia affermato senza mezzi termini l’importanza degli “interventi militari preventivi” per neutralizzare possibili minacce di altre nazioni e per evitare che regimi autocratici diventino superpotenze.
Naturalmente, il destinatario del documento è chiaramente la Russia post-sovietica. Dopo che il documento è trapelato alla stampa, il Pentagono ha pubblicato la versione annacquata, di fatto un mero tentativo di “riduzione del danno”, coprendo senza successo le sue espressioni più brutali con un linguaggio più diplomatico, ma senza abbandonare minimamente le tesi centrali della “Defense Planning Guidance”. (“U.S. Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop”, New York Times, 8/03/1992).
La ricostruzione della potenza economica e militare della Russia ha stimolato nuove riflessioni e documenti politici che raccomandavano alla Casa Bianca varie linee d’azione.
I progressi militari della Russia sono stati evidenti nel suo ruolo decisivo nella sconfitta dell’insurrezione jihadista in Siria, un pantano creato dalla decisione di Washington di rovesciare Bashar al-Assad con l’aiuto dello Stato Islamico e dei suoi decapitatori seriali.
Lo stesso è stato vero quando, dopo il colpo di Stato del 2014 in Ucraina, con un’operazione fulminea Vladimir Putin riportò la Crimea sotto la giurisdizione russa.
Ma il 2019 vide la comparsa di un documento fondamentale pubblicato nientemeno che dalla Rand Corporation e il cui titolo dice tutto: “Overextending and unbalancing Russia”.
Secondo i suoi autori, le sue pagine “elencano opzioni non violente e costose che gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero promuovere nelle aree economiche, politiche e militari per stressare la Russia – sovraccaricando e sbilanciando – la sua economia, il suo esercito e la stabilità del suo regime politico”.
Il documento esamina a lungo le varie aree per ognuna delle quali presenta diverse opzioni. Per esempio, in economia, imponendo sanzioni e barriere commerciali, ponendo fine alla dipendenza europea dal gas russo, favorendo le esportazioni di gas degli Stati Uniti verso l’Europa, e incoraggiando l’emigrazione di scienziati e persone altamente istruite per privare la Russia di questo tipo di risorse umane.
Per ciascuna di queste opzioni, la probabilità di successo della misura, i suoi benefici così come i suoi costi e rischi sono stati stimati, ed è stata formulata una raccomandazione.
Nel campo militare, il primo di questi era quello di fornire aiuti letali all’Ucraina, aumentare il sostegno ai ribelli siriani, promuovere la liberalizzazione in Bielorussia, espandere i legami tra gli Stati Uniti e il Caucaso meridionale e ridurre l’influenza russa in Asia centrale.
Di nuovo, ognuna di queste alternative è valutata in termini di probabilità di successo, benefici e costi. Il rapporto è disponibile qui.
Conclusione: come abbiamo detto prima della pubblicazione di questo documento e come riaffermiamo con ancora più forza, l’Ucraina è una guerra provocata immoralmente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei.
Senza tener conto dei terribili costi umani della guerra, che le potenze occidentali stanno ora piangendo lacrime di coccodrillo, hanno chiuso tutte le opzioni alla Russia, che a un certo punto aveva persino proposto di avviare colloqui per entrare nella NATO; un atteggiamento che non ha suscitato nelle democraticissime e umaniste potenze occidentali la minima intenzione di iniziare anche solo colloqui sull’argomento.
Nessuna delle giuste richieste di sicurezza della Russia è stata ascoltata, come se un ordine mondiale stabile e sicuro potesse essere costruito per tutti tranne che per una superpotenza come la Russia, assediata dal Baltico al Mar Nero.
I piani perversi di Wolfowitz e della Rand sono inconfutabilmente eloquenti. È la tabella di marcia che gli Stati Uniti hanno elaborato, con la complicità di spregevoli governi europei, per distruggere la Russia come hanno fatto con la Jugoslavia.
Nessuno può prevedere come finirà questa guerra. Vale la pena ricordare, tuttavia, con von Clausewitz, che per secoli la Russia è stata attaccata, molestata e invasa. In ogni caso sembrava all’inizio che la disfatta fosse inevitabile, ma è sempre riuscita a ribaltare ciò che sembrava scontato e a sconfiggere i suoi aggressori.
Sarà diverso questa volta?
Fonte
Prima di essere eletto presidente degli Stati Uniti, Dwight D. Eisenhower fu il primo comandante della NATO. Nel febbraio 1951, pochi mesi dopo il suo insediamento, scrisse: “Se tra 10 anni tutte le truppe americane di stanza in Europa allo scopo di assicurare la difesa nazionale non saranno tornate negli Stati Uniti, allora questo progetto, la NATO, sarà fallito”.
Le truppe non tornarono, ma la loro presenza in Europa continuò a crescere. Non solo, ma una volta disintegrata l’Unione Sovietica, e contrariamente alle solenni e vuote promesse dei principali leader dei governi occidentali (Clinton, Bush, Obama, Helmut Kohl in Germania, Tony Blair nel Regno Unito, ecc.) che “la NATO non si sarebbe mossa di un centimetro verso est”, hanno spostato attrezzature e truppe fino ai confini della Russia.
Ma come! Il nemico non era l’Unione Sovietica e il comunismo? No. Il nemico era, ed è, la Russia, un paese vasto e potente la cui sola presenza, sotto il dominio comunista o capitalista, è un ostacolo ai piani di dominio mondiale degli USA (Chomski dixit).
Quando nel 1997 Bill Clinton iniziò l’allargamento della NATO, la nipote di Eisenhower, Susan, raccolse le firme di 49 rinomati specialisti (militari, diplomatici e accademici) e pubblicò una lettera aperta il 26 giugno affermando che il “piano di espansione della NATO è un errore politico di proporzioni storiche”.
Susan prese attentamente nota dell’opinione espressa poco prima – il 5 febbraio in un articolo del New York Times – nientemeno che da George Kennan, il diplomatico il cui famoso “Long Telegram” del 22 febbraio 1946 al presidente Harry Truman (firmato con lo pseudonimo di Mister X) era stato l’architetto della politica di “contenimento” dell’espansionismo sovietico che avrebbe poi portato alla creazione della NATO.
Profondamente turbato dalle intenzioni di Clinton, Kennan scrisse in quel pezzo che “l’espansione della NATO sarebbe il più tragico errore nella politica degli Stati Uniti in tutta l’era post-guerra fredda... perché spingerebbe la politica estera della Russia in una direzione che non sarebbe decisamente quella che vogliamo”.
Clinton, e con lui l’intero complesso militare-industriale e finanziario, ignorarono gli avvertimenti del veterano diplomatico e continuarono con le loro politiche. Stimolare le guerre e le spese militari era ciò che Washington avrebbe dovuto fare, dato che i suoi politici nell’amministrazione e nel Congresso finanziano le proprie carriere pubbliche con i contributi delle grandi imprese di quel settore.
L’URSS non era ancora crollata quando il vice segretario alla difesa di George W. Bush padre, Paul Wolfowitz, era a capo dell’esercito statunitense. Per Bush senior, Paul Wolfowitz, produsse una “Defense Planning Guidance” che fu fatta trapelare alla stampa il 7 marzo 1992, in cui si afferma nel suo primo paragrafo che “il nostro primo obiettivo è quello di prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sia sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che rappresenti una minaccia... Il che richiede che ci sforziamo di impedire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse, sotto controllo consolidato, sarebbero sufficienti a generare potenza globale”.
L’indignazione fu enorme e l’estremo unilateralismo del suo contenuto lo portò ad essere etichettato, anche in certi media dell’establishment, come imperialista. Ha anche causato disagio il fatto che il suo autore abbia affermato senza mezzi termini l’importanza degli “interventi militari preventivi” per neutralizzare possibili minacce di altre nazioni e per evitare che regimi autocratici diventino superpotenze.
Naturalmente, il destinatario del documento è chiaramente la Russia post-sovietica. Dopo che il documento è trapelato alla stampa, il Pentagono ha pubblicato la versione annacquata, di fatto un mero tentativo di “riduzione del danno”, coprendo senza successo le sue espressioni più brutali con un linguaggio più diplomatico, ma senza abbandonare minimamente le tesi centrali della “Defense Planning Guidance”. (“U.S. Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop”, New York Times, 8/03/1992).
La ricostruzione della potenza economica e militare della Russia ha stimolato nuove riflessioni e documenti politici che raccomandavano alla Casa Bianca varie linee d’azione.
I progressi militari della Russia sono stati evidenti nel suo ruolo decisivo nella sconfitta dell’insurrezione jihadista in Siria, un pantano creato dalla decisione di Washington di rovesciare Bashar al-Assad con l’aiuto dello Stato Islamico e dei suoi decapitatori seriali.
Lo stesso è stato vero quando, dopo il colpo di Stato del 2014 in Ucraina, con un’operazione fulminea Vladimir Putin riportò la Crimea sotto la giurisdizione russa.
Ma il 2019 vide la comparsa di un documento fondamentale pubblicato nientemeno che dalla Rand Corporation e il cui titolo dice tutto: “Overextending and unbalancing Russia”.
Secondo i suoi autori, le sue pagine “elencano opzioni non violente e costose che gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero promuovere nelle aree economiche, politiche e militari per stressare la Russia – sovraccaricando e sbilanciando – la sua economia, il suo esercito e la stabilità del suo regime politico”.
Il documento esamina a lungo le varie aree per ognuna delle quali presenta diverse opzioni. Per esempio, in economia, imponendo sanzioni e barriere commerciali, ponendo fine alla dipendenza europea dal gas russo, favorendo le esportazioni di gas degli Stati Uniti verso l’Europa, e incoraggiando l’emigrazione di scienziati e persone altamente istruite per privare la Russia di questo tipo di risorse umane.
Per ciascuna di queste opzioni, la probabilità di successo della misura, i suoi benefici così come i suoi costi e rischi sono stati stimati, ed è stata formulata una raccomandazione.
Nel campo militare, il primo di questi era quello di fornire aiuti letali all’Ucraina, aumentare il sostegno ai ribelli siriani, promuovere la liberalizzazione in Bielorussia, espandere i legami tra gli Stati Uniti e il Caucaso meridionale e ridurre l’influenza russa in Asia centrale.
Di nuovo, ognuna di queste alternative è valutata in termini di probabilità di successo, benefici e costi. Il rapporto è disponibile qui.
Conclusione: come abbiamo detto prima della pubblicazione di questo documento e come riaffermiamo con ancora più forza, l’Ucraina è una guerra provocata immoralmente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei.
Senza tener conto dei terribili costi umani della guerra, che le potenze occidentali stanno ora piangendo lacrime di coccodrillo, hanno chiuso tutte le opzioni alla Russia, che a un certo punto aveva persino proposto di avviare colloqui per entrare nella NATO; un atteggiamento che non ha suscitato nelle democraticissime e umaniste potenze occidentali la minima intenzione di iniziare anche solo colloqui sull’argomento.
Nessuna delle giuste richieste di sicurezza della Russia è stata ascoltata, come se un ordine mondiale stabile e sicuro potesse essere costruito per tutti tranne che per una superpotenza come la Russia, assediata dal Baltico al Mar Nero.
I piani perversi di Wolfowitz e della Rand sono inconfutabilmente eloquenti. È la tabella di marcia che gli Stati Uniti hanno elaborato, con la complicità di spregevoli governi europei, per distruggere la Russia come hanno fatto con la Jugoslavia.
Nessuno può prevedere come finirà questa guerra. Vale la pena ricordare, tuttavia, con von Clausewitz, che per secoli la Russia è stata attaccata, molestata e invasa. In ogni caso sembrava all’inizio che la disfatta fosse inevitabile, ma è sempre riuscita a ribaltare ciò che sembrava scontato e a sconfiggere i suoi aggressori.
Sarà diverso questa volta?
Fonte
01/03/2022
Il conflitto Russia-Ucraina visto dall’America Latina
di Atilio Boron
Mentre l’occupazione russa dell’Ucraina – e dico “occupazione” per usare il termine applicato alle invasioni che hanno la benedizione delle potenze consolidate: occupazione dell’Iraq, della Libia, della Siria, dei territori palestinesi, ecc. – si diffonde, le domande sulla natura e sul significato di questa operazione si moltiplicano.
Fin dall’inizio, le presunte “verità” e “prove” fornite dalla stampa occidentale dalle sue ammiraglie negli Stati Uniti e in Europa devono essere completamente respinte, perché ciò che questi media stanno diffondendo è una palese propaganda.
Certo, da un punto di vista strettamente militare è vero che la Russia ha “invaso” l’Ucraina. Ma poiché “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, come ci ricordava von Clausewitz, questo spiegamento militare deve essere qualificato e interpretato secondo le premesse politiche che gli danno senso.
Questo è ciò che cercheremo di fare di seguito.
E queste premesse sono molto chiare: la Russia ha adottato questa misura eccezionale, che in astratto merita una condanna, come risposta a trent’anni di attacchi iniziati dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Qualche tempo fa Vladimir Putin, con la sua solita forza, ha detto ai leader occidentali: “Non vi siete accontentati di sconfiggere la Russia nella Guerra fredda. L’avete umiliata”.
La lotta politica (e militare) non è un esercizio astratto o una gara di gesti o frasi retoriche. È per questo che ciò che su un comodo piano d’intelletto si presenta con assoluta chiarezza e senza fessure, nella lotta feroce nel fango e nel sangue della storia, l’“invasione” in questione appare con un significato completamente diverso: come una reazione difensiva a vessazioni infinite e ingiustificate.
Dopo la disintegrazione dell’URSS, la Russia ha sciolto il Patto di Varsavia, ha stabilito un regime politico nello stile delle democrazie europee, ha ripristinato un capitalismo profondamente oligarchico con metodi mafiosi, ha aperto la sua economia al capitale straniero e ha persino accarezzato l’idea di entrare nella NATO.
Tuttavia, nonostante tutti questi sforzi per adattarsi al consenso ideologico–politico occidentale, la Russia è ancora vista come un attore aberrante nel sistema internazionale, proprio come lo era in epoca sovietica; come un nemico dal quale proteggersi e, allo stesso tempo, al quale viene impedito di proteggersi, perché se la sicurezza internazionale non è negoziabile per gli Stati Uniti e i suoi alleati europei, alla Russia non è riconosciuto tale privilegio.
L’operazione militare lanciata contro l’Ucraina è la logica conseguenza di una situazione politica ingiusta, o il punto di arrivo di quella che Boaventura de Sousa Santos ha diagnosticato come “l’assoluta inettitudine dei leader occidentali” a rendersi conto che non c’è e non ci sarà sicurezza europea se non è garantita anche alla Russia.
Inettitudine da parte di una leadership europea che merita anche altre etichette: miope, corrotta, ignorante e sottomessa fino all’ignominia di fronte all’egemonismo statunitense, che non esiterà a scatenare nuove guerre in Europa o nel suo cortile mediorientale tutte le volte che gli farà comodo.
Questo fallimento di leadership li ha portati prima a disprezzare o sottovalutare la Russia (esprimendo una diffusa russofobia che non è percepita da molti russi) e poi a demonizzare Putin, un processo in cui Joe Biden si è spinto a lunghezze inimmaginabili nel campo della diplomazia.
Infatti, in piena campagna elettorale, e per dimostrare il suo atteggiamento dialogante, ha caratterizzato Putin come il capo di una “cleptocrazia autoritaria”.
In una nota pubblicata poco dopo il colpo di Stato del 2014, Henry Kissinger, un criminale di guerra ma a differenza di Biden un profondo conoscitore delle realtà internazionali, ha scritto che “Putin è uno stratega serio, in linea con le premesse della storia russa”, nonostante ciò è stato sistematicamente sottovalutato in Occidente. Egli conclude che “per l’Occidente, la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per coprire l’assenza di una politica”.
Nello stesso articolo, altamente raccomandabile per la sinistra postmoderna sempre più confusa, sia in America Latina che in Europa, l’ex segretario di Stato dell'amministrazione Nixon fornisce una riflessione necessaria per comprendere l’eccezionalità della crisi ucraina.
Per i russi, “l’Ucraina non potrà mai essere un paese straniero. La storia della Russia inizia in quella che è conosciuta come Kievan–Russia”. Ed è per questo che anche dissidenti del sistema sovietico come Alexander Solzhenitsyn e Josep Brodsky “hanno insistito nel sottolineare che l’Ucraina era parte integrante della storia russa, e quindi della Russia”.
Nessuno dei leader occidentali sembra avere la minima idea di questa eredità storica, che è decisiva per capire perché Putin ha tracciato la “linea rossa” della NATO proprio in Ucraina.
Questi riferimenti, che sembrano incoraggiare un atteggiamento di fuga o di negazione dell’orrore del momento presente, sono essenziali per comprendere il conflitto e alla fine risolverlo. Vale quindi la pena leggere ciò che un internazionalista americano, John Mearsheimer, ha scritto nel 2014, quando Washington, in collaborazione con le bande naziste, ha organizzato il colpo di stato che ha rovesciato il legittimo governo di Viktor Yanukovych.
In quell’articolo, il professore dell’Università di Chicago ha scritto che la crisi ucraina e la riconquista della Crimea da parte di Putin è “colpa dell’Occidente” per la sua maldestra gestione delle relazioni con Mosca.
Ha anche aggiunto che qualsiasi presidente americano avrebbe reagito violentemente se una potenza come la Russia avesse precipitato in un colpo di Stato un paese vicino, diciamo il Messico, deposto un governo amico di Washington e installato al suo posto un regime profondamente anti–americano (“Why the Ukraine crisis is the West’s fault”, in Foreign Affairs, Vol. 93, No. 5, settembre–ottobre 2014).
In sintesi: le apparenze non sempre rivelano l’essenza delle cose, e ciò che a prima vista sembra essere una cosa – un’invasione – se visto da un’altra prospettiva e tenendo conto dei dati contestuali può risultare qualcosa di completamente diverso.
Fonte
Mentre l’occupazione russa dell’Ucraina – e dico “occupazione” per usare il termine applicato alle invasioni che hanno la benedizione delle potenze consolidate: occupazione dell’Iraq, della Libia, della Siria, dei territori palestinesi, ecc. – si diffonde, le domande sulla natura e sul significato di questa operazione si moltiplicano.
Fin dall’inizio, le presunte “verità” e “prove” fornite dalla stampa occidentale dalle sue ammiraglie negli Stati Uniti e in Europa devono essere completamente respinte, perché ciò che questi media stanno diffondendo è una palese propaganda.
Certo, da un punto di vista strettamente militare è vero che la Russia ha “invaso” l’Ucraina. Ma poiché “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, come ci ricordava von Clausewitz, questo spiegamento militare deve essere qualificato e interpretato secondo le premesse politiche che gli danno senso.
Questo è ciò che cercheremo di fare di seguito.
E queste premesse sono molto chiare: la Russia ha adottato questa misura eccezionale, che in astratto merita una condanna, come risposta a trent’anni di attacchi iniziati dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Qualche tempo fa Vladimir Putin, con la sua solita forza, ha detto ai leader occidentali: “Non vi siete accontentati di sconfiggere la Russia nella Guerra fredda. L’avete umiliata”.
La lotta politica (e militare) non è un esercizio astratto o una gara di gesti o frasi retoriche. È per questo che ciò che su un comodo piano d’intelletto si presenta con assoluta chiarezza e senza fessure, nella lotta feroce nel fango e nel sangue della storia, l’“invasione” in questione appare con un significato completamente diverso: come una reazione difensiva a vessazioni infinite e ingiustificate.
Dopo la disintegrazione dell’URSS, la Russia ha sciolto il Patto di Varsavia, ha stabilito un regime politico nello stile delle democrazie europee, ha ripristinato un capitalismo profondamente oligarchico con metodi mafiosi, ha aperto la sua economia al capitale straniero e ha persino accarezzato l’idea di entrare nella NATO.
Tuttavia, nonostante tutti questi sforzi per adattarsi al consenso ideologico–politico occidentale, la Russia è ancora vista come un attore aberrante nel sistema internazionale, proprio come lo era in epoca sovietica; come un nemico dal quale proteggersi e, allo stesso tempo, al quale viene impedito di proteggersi, perché se la sicurezza internazionale non è negoziabile per gli Stati Uniti e i suoi alleati europei, alla Russia non è riconosciuto tale privilegio.
L’operazione militare lanciata contro l’Ucraina è la logica conseguenza di una situazione politica ingiusta, o il punto di arrivo di quella che Boaventura de Sousa Santos ha diagnosticato come “l’assoluta inettitudine dei leader occidentali” a rendersi conto che non c’è e non ci sarà sicurezza europea se non è garantita anche alla Russia.
Inettitudine da parte di una leadership europea che merita anche altre etichette: miope, corrotta, ignorante e sottomessa fino all’ignominia di fronte all’egemonismo statunitense, che non esiterà a scatenare nuove guerre in Europa o nel suo cortile mediorientale tutte le volte che gli farà comodo.
Questo fallimento di leadership li ha portati prima a disprezzare o sottovalutare la Russia (esprimendo una diffusa russofobia che non è percepita da molti russi) e poi a demonizzare Putin, un processo in cui Joe Biden si è spinto a lunghezze inimmaginabili nel campo della diplomazia.
Infatti, in piena campagna elettorale, e per dimostrare il suo atteggiamento dialogante, ha caratterizzato Putin come il capo di una “cleptocrazia autoritaria”.
In una nota pubblicata poco dopo il colpo di Stato del 2014, Henry Kissinger, un criminale di guerra ma a differenza di Biden un profondo conoscitore delle realtà internazionali, ha scritto che “Putin è uno stratega serio, in linea con le premesse della storia russa”, nonostante ciò è stato sistematicamente sottovalutato in Occidente. Egli conclude che “per l’Occidente, la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per coprire l’assenza di una politica”.
Nello stesso articolo, altamente raccomandabile per la sinistra postmoderna sempre più confusa, sia in America Latina che in Europa, l’ex segretario di Stato dell'amministrazione Nixon fornisce una riflessione necessaria per comprendere l’eccezionalità della crisi ucraina.
Per i russi, “l’Ucraina non potrà mai essere un paese straniero. La storia della Russia inizia in quella che è conosciuta come Kievan–Russia”. Ed è per questo che anche dissidenti del sistema sovietico come Alexander Solzhenitsyn e Josep Brodsky “hanno insistito nel sottolineare che l’Ucraina era parte integrante della storia russa, e quindi della Russia”.
Nessuno dei leader occidentali sembra avere la minima idea di questa eredità storica, che è decisiva per capire perché Putin ha tracciato la “linea rossa” della NATO proprio in Ucraina.
Questi riferimenti, che sembrano incoraggiare un atteggiamento di fuga o di negazione dell’orrore del momento presente, sono essenziali per comprendere il conflitto e alla fine risolverlo. Vale quindi la pena leggere ciò che un internazionalista americano, John Mearsheimer, ha scritto nel 2014, quando Washington, in collaborazione con le bande naziste, ha organizzato il colpo di stato che ha rovesciato il legittimo governo di Viktor Yanukovych.
In quell’articolo, il professore dell’Università di Chicago ha scritto che la crisi ucraina e la riconquista della Crimea da parte di Putin è “colpa dell’Occidente” per la sua maldestra gestione delle relazioni con Mosca.
Ha anche aggiunto che qualsiasi presidente americano avrebbe reagito violentemente se una potenza come la Russia avesse precipitato in un colpo di Stato un paese vicino, diciamo il Messico, deposto un governo amico di Washington e installato al suo posto un regime profondamente anti–americano (“Why the Ukraine crisis is the West’s fault”, in Foreign Affairs, Vol. 93, No. 5, settembre–ottobre 2014).
In sintesi: le apparenze non sempre rivelano l’essenza delle cose, e ciò che a prima vista sembra essere una cosa – un’invasione – se visto da un’altra prospettiva e tenendo conto dei dati contestuali può risultare qualcosa di completamente diverso.
Fonte
17/11/2021
America Latina: consigli modesti per una sinistra confusa
di Atilio Boron
La Foreign Agents Registration Act (FARA) è una legge americana approvata nel 1938 che richiede agli individui che rappresentano gli interessi delle potenze straniere dotati di una certa “capacità politica o quasi politica” di rivelare la loro relazione con il governo straniero e fornire informazioni dettagliate sui propri finanziamenti e attività alle autorità statunitensi.
Vediamo, esponenti della sinistra latinoamericana, fermatevi un attimo a pensare per favore; è solo questo che vi chiedo.
Come pensate che reagirebbe il governo degli Stati Uniti se la Russia di Vladimir Putin, violando la legislazione vigente in quel paese, reclutasse e finanziasse sfacciatamente alcuni opinion leader, ONG o la stampa che si definisce indipendente e li gettasse nella competizione elettorale per sconfiggere il governo o, in alternativa, rovesciarlo con mezzi sediziosi o promuovere azioni come la presa del Campidoglio il 6 gennaio di quest’anno?
Negli Stati Uniti questi soggetti verrebbero processati e condannati a scontare lunghe pene (esiste una legge che lo prevede dal 1938, volta a impedire la diffusione di idee o attività filosovietiche), e nessuno per questo direbbe che negli USA esiste una dittatura.
Ma se una cosa del genere accade in Nicaragua, dove Washington ha fatto, con totale impudenza, ciò che fa in tutti i nostri paesi – promuovere leadership contrarie ai governi progressisti, con il pretesto di rivitalizzare la “società civile”, finanziandole, consigliandole e offrendo loro protezione mediatica – e le autorità nicaraguensi si difendessero con una legge simile a quella che esiste negli Stati Uniti, ah! Allora sì! A Managua regna la dittatura!
Non vi sembra un po’ incoerente?
Socialisti, comunisti, anarchici, anticapitalisti di tutti i paesi, per favore: svegliatevi, informatevi e studiate la nostra storia prima di riprodurre il discorso della destra e dell’imperialismo e condannare – per mano di Luis Almagro, Biden, Macri, Piñera, Duque e compagnia – con santa indignazione le recenti elezioni nicaraguensi!
Non condannate qui ciò che approvate là. E non illudetevi: anche se lo fate, anche se vi strappate le vesti ripetendo ardentemente la denuncia della destra, mai nessuno vi crederà!
Come risultato metterete a repentaglio la vostra coerenza politica e per di più perderete le elezioni. Non dimenticare che i popoli preferiscono sempre l’originale alla copia.
Fonte
La Foreign Agents Registration Act (FARA) è una legge americana approvata nel 1938 che richiede agli individui che rappresentano gli interessi delle potenze straniere dotati di una certa “capacità politica o quasi politica” di rivelare la loro relazione con il governo straniero e fornire informazioni dettagliate sui propri finanziamenti e attività alle autorità statunitensi.
Vediamo, esponenti della sinistra latinoamericana, fermatevi un attimo a pensare per favore; è solo questo che vi chiedo.
Come pensate che reagirebbe il governo degli Stati Uniti se la Russia di Vladimir Putin, violando la legislazione vigente in quel paese, reclutasse e finanziasse sfacciatamente alcuni opinion leader, ONG o la stampa che si definisce indipendente e li gettasse nella competizione elettorale per sconfiggere il governo o, in alternativa, rovesciarlo con mezzi sediziosi o promuovere azioni come la presa del Campidoglio il 6 gennaio di quest’anno?
Negli Stati Uniti questi soggetti verrebbero processati e condannati a scontare lunghe pene (esiste una legge che lo prevede dal 1938, volta a impedire la diffusione di idee o attività filosovietiche), e nessuno per questo direbbe che negli USA esiste una dittatura.
Ma se una cosa del genere accade in Nicaragua, dove Washington ha fatto, con totale impudenza, ciò che fa in tutti i nostri paesi – promuovere leadership contrarie ai governi progressisti, con il pretesto di rivitalizzare la “società civile”, finanziandole, consigliandole e offrendo loro protezione mediatica – e le autorità nicaraguensi si difendessero con una legge simile a quella che esiste negli Stati Uniti, ah! Allora sì! A Managua regna la dittatura!
Non vi sembra un po’ incoerente?
Socialisti, comunisti, anarchici, anticapitalisti di tutti i paesi, per favore: svegliatevi, informatevi e studiate la nostra storia prima di riprodurre il discorso della destra e dell’imperialismo e condannare – per mano di Luis Almagro, Biden, Macri, Piñera, Duque e compagnia – con santa indignazione le recenti elezioni nicaraguensi!
Non condannate qui ciò che approvate là. E non illudetevi: anche se lo fate, anche se vi strappate le vesti ripetendo ardentemente la denuncia della destra, mai nessuno vi crederà!
Come risultato metterete a repentaglio la vostra coerenza politica e per di più perderete le elezioni. Non dimenticare che i popoli preferiscono sempre l’originale alla copia.
Fonte
20/08/2021
La nuova triade del potere mondiale
di Atilio Boron
Eventi traumatici hanno sempre segnato i grandi momenti di trasformazione del sistema internazionale. Le due bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki e la sconfitta del nazismo da parte dell’Armata Rossa nel 1945 hanno dato vita all’ordine bipolare; la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la disintegrazione dell’Unione Sovietica all’inizio del 1992 hanno segnato l’effimero unipolarismo statunitense, che aspirava a durare per tutto il XXI secolo; gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington hanno messo fine a questa illusione e dimostrato la vulnerabilità del territorio statunitense.
Questo ha inaugurato il multipolarismo o policentrismo, che molti hanno interpretato come una fase di “transizione geopolitica globale” di durata incerta. Ebbene, la caduta di Kabul il 15 agosto 2021 per mano dei talebani e l’imbarazzante sconfitta militare e politica degli Stati Uniti hanno segnato il certificato di morte di quella transizione e hanno inaugurato una nuova fase sulla scena internazionale.
Il tratto distintivo di questa nuova fase è la presenza di una “triade dominante” che ha assunto un protagonismo di gravitazione ineguagliabile nella geopolitica mondiale.
È composto dagli Stati Uniti, una potenza in declino il cui enorme bilancio militare non gli permette di vincere le guerre. Ha combattuto le guerre in Afghanistan, Iraq e Libia e in tutti i casi il governo è stato lasciato nelle mani dei suoi avversari, per non parlare del fiasco dell’avventura lanciata da Barack Obama in Siria.
A Washington si deve aggiungere la Cina, locomotiva indispensabile dell’economia mondiale e sede di formidabili sviluppi tecnologici che, secondo l’ex presidente Jimmy Carter, hanno chiaramente superato gli Stati Uniti in diversi settori chiave.
E infine, la Russia come emporio di energia e anche come proprietaria di una raffinata industria militare e del secondo più grande arsenale nucleare del pianeta.
Naturalmente, la coesistenza all’interno di questa triade sarà burrascosa e irta di conflitti. Gli Stati Uniti continueranno a giocare un ruolo importante negli affari internazionali, ma non saranno più l’attore onnipotente o inespugnabile del passato o lo “sceriffo solitario” di Samuel P. Huntington.
Dovranno affrontare non solo due rivali isolati (talvolta caratterizzati come “nemici” dai documenti ufficiali del governo statunitense) ma una coalizione opposta.
Con la loro abile alleanza Russia e Cina hanno realizzato quello che Zbigniew Brzezinski ha teorizzato come il “peggiore scenario” per gli interessi di Washington. Per questo ha raccomandato invano alla Casa Bianca di fare tutto il necessario per evitare un riavvicinamento tra Pechino e Mosca, ma non lo hanno ascoltato.
In sintesi, oggi il sistema internazionale poggia su un treppiede instabile: due delle tre gambe si muovono in sincronia mentre la terza, gli Stati Uniti, cerca di controbilanciare il peso e le iniziative delle altre due.
Per i paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina/Caraibi, questa nuova configurazione della correlazione globale delle forze è una grande notizia perché apre possibilità senza precedenti di relazioni economiche e di cooperazione politica, che possono contribuire a rafforzare la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni oppresse dall’imperialismo statunitense.
Fonte
Eventi traumatici hanno sempre segnato i grandi momenti di trasformazione del sistema internazionale. Le due bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki e la sconfitta del nazismo da parte dell’Armata Rossa nel 1945 hanno dato vita all’ordine bipolare; la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la disintegrazione dell’Unione Sovietica all’inizio del 1992 hanno segnato l’effimero unipolarismo statunitense, che aspirava a durare per tutto il XXI secolo; gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington hanno messo fine a questa illusione e dimostrato la vulnerabilità del territorio statunitense.
Questo ha inaugurato il multipolarismo o policentrismo, che molti hanno interpretato come una fase di “transizione geopolitica globale” di durata incerta. Ebbene, la caduta di Kabul il 15 agosto 2021 per mano dei talebani e l’imbarazzante sconfitta militare e politica degli Stati Uniti hanno segnato il certificato di morte di quella transizione e hanno inaugurato una nuova fase sulla scena internazionale.
Il tratto distintivo di questa nuova fase è la presenza di una “triade dominante” che ha assunto un protagonismo di gravitazione ineguagliabile nella geopolitica mondiale.
È composto dagli Stati Uniti, una potenza in declino il cui enorme bilancio militare non gli permette di vincere le guerre. Ha combattuto le guerre in Afghanistan, Iraq e Libia e in tutti i casi il governo è stato lasciato nelle mani dei suoi avversari, per non parlare del fiasco dell’avventura lanciata da Barack Obama in Siria.
A Washington si deve aggiungere la Cina, locomotiva indispensabile dell’economia mondiale e sede di formidabili sviluppi tecnologici che, secondo l’ex presidente Jimmy Carter, hanno chiaramente superato gli Stati Uniti in diversi settori chiave.
E infine, la Russia come emporio di energia e anche come proprietaria di una raffinata industria militare e del secondo più grande arsenale nucleare del pianeta.
Naturalmente, la coesistenza all’interno di questa triade sarà burrascosa e irta di conflitti. Gli Stati Uniti continueranno a giocare un ruolo importante negli affari internazionali, ma non saranno più l’attore onnipotente o inespugnabile del passato o lo “sceriffo solitario” di Samuel P. Huntington.
Dovranno affrontare non solo due rivali isolati (talvolta caratterizzati come “nemici” dai documenti ufficiali del governo statunitense) ma una coalizione opposta.
Con la loro abile alleanza Russia e Cina hanno realizzato quello che Zbigniew Brzezinski ha teorizzato come il “peggiore scenario” per gli interessi di Washington. Per questo ha raccomandato invano alla Casa Bianca di fare tutto il necessario per evitare un riavvicinamento tra Pechino e Mosca, ma non lo hanno ascoltato.
In sintesi, oggi il sistema internazionale poggia su un treppiede instabile: due delle tre gambe si muovono in sincronia mentre la terza, gli Stati Uniti, cerca di controbilanciare il peso e le iniziative delle altre due.
Per i paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina/Caraibi, questa nuova configurazione della correlazione globale delle forze è una grande notizia perché apre possibilità senza precedenti di relazioni economiche e di cooperazione politica, che possono contribuire a rafforzare la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni oppresse dall’imperialismo statunitense.
Fonte
05/08/2021
La pace non è un business
di Atilio Boron
Pochi giorni fa Joe Biden ha annunciato che le truppe di stanza in Afghanistan torneranno negli Stati Uniti il 31 agosto 2021. Questa data segnerà il vergognoso fallimento della “Operation Freedom’s Sentinel” e della “Resolute Support Mission” della NATO.
Infatti, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno invaso l’Afghanistan e hanno iniziato la più lunga avventura militare della storia degli Stati Uniti.
Una corretta comprensione di questa notizia richiede di non perdere di vista le molte guerre che hanno seguito i tragici eventi del 2001. È vero, l’Afghanistan è sta la più lunga, ma non l’unica. Mentre il teatro più importante di queste operazioni era in Afghanistan e Iraq, le truppe statunitensi e i loro alleati sono stati coinvolti in azioni militari significative in Pakistan, Siria, Libia, Yemen, Somalia e Filippine.
Nonostante la negligenza con cui la stampa egemone ha coperto questi eventi, le indagini successive hanno dimostrato che almeno 801.000 persone sono morte a causa di queste guerre e altre 37 milioni sono state sfollati dalle loro case, condannate a una vita nomade e miserabile, in molti casi per sempre.
E che dire dei costi economici astronomici di questi conflitti? Fino al 2020, il governo federale ha speso 6,4 trilioni di dollari. Questa cifra include gli stanziamenti approvati dal Congresso e gli interessi sui prestiti contratti per finanziare le guerre, che per la gioia di Wall Street sono stati finanziati prendendo prendendo dal settore privato, portando il deficit del governo federale e il debito nazionale alle stelle.
Entro il 2029, il debito nazionale dovrebbe raggiungere gli 89 trilioni di dollari, il che porterebbe il rapporto debito/PIL del paese al 277%, superando l’attuale rapporto debito/PIL del Giappone del 272%.
I governi americani che si sono succeduti si sono lanciati allegramente in guerre senza raccogliere le vere risorse per finanziarle. Al contrario, Harry Truman fece passare un aumento temporaneo fino al 92% delle aliquote fiscali sulle fasce di reddito più alte per finanziare la guerra di Corea e Lyndon Johnson fece lo stesso per sostenere i costi della guerra del Vietnam, aumentandole fino al 77%.
George W. Bush, invece, ha ridotto la pressione fiscale sui ricchi invece di aumentarla, e i suoi successori non hanno fatto nulla per porre fine a tale follia.
Queste cifre dimostrano i formidabili profitti che queste operazioni hanno prodotto per il complesso militare-industriale e anche per gli avvoltoi finanziari di Wall Street. Offrono favolose opportunità di business senza tener conto dei loro costi umani o del fatto che Washington ha raccolto solo vittorie parziali ed effimere, come in Iraq, o sconfitte traumatiche come in Vietnam e Afghanistan.
Molti esperti sostengono che gli Stati Uniti non possono più vincere le guerre, eppure continuano a combatterle. La ragione è facile da capire: alimentano esponenzialmente i profitti della frazione finanziaria del capitalismo statunitense e, in misura minore, quelli del tradizionale complesso militare-industriale, cioè lo “Stato duro” dell’imperialismo statunitense.
Questo è coerente con la rude osservazione di Jimmy Carter quando si chiedeva perché la Cina è più avanti di noi. “Ho normalizzato le relazioni diplomatiche nel 1979”, diceva. “Dal 1979, sai quante volte la Cina è stata in guerra con qualcuno? Nessuna. E noi, d’altra parte, abbiamo continuato a combattere le guerre da allora”.
Carter concludeva che gli Stati Uniti sono “la nazione più bellicosa nella storia del mondo” a causa del desiderio di imporre i valori e gli interessi americani agli altri paesi, evidenziando come la Cina stesse investendo le sue risorse in progetti come l’alta velocità ferroviaria e le infrastrutture di base piuttosto che sprecarle nella difesa.
Naturalmente, la Cina non ha un “complesso militare-industriale-finanziario” che ha un disperato bisogno di guerre per raccogliere enormi dividendi e per pagare gli stravaganti compensi, bonus e remunerazioni varie intascati dagli amministratori delegati delle sue gigantesche transnazionali.
Questo è il motivo per cui, purtroppo, la pace è stata un obiettivo così sfuggente e le guerre, d’altra parte, proliferano quasi senza controllo. Non c’è motivo di credere che questo cambierà nei prossimi anni.
Fonte
Pochi giorni fa Joe Biden ha annunciato che le truppe di stanza in Afghanistan torneranno negli Stati Uniti il 31 agosto 2021. Questa data segnerà il vergognoso fallimento della “Operation Freedom’s Sentinel” e della “Resolute Support Mission” della NATO.
Infatti, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno invaso l’Afghanistan e hanno iniziato la più lunga avventura militare della storia degli Stati Uniti.
Una corretta comprensione di questa notizia richiede di non perdere di vista le molte guerre che hanno seguito i tragici eventi del 2001. È vero, l’Afghanistan è sta la più lunga, ma non l’unica. Mentre il teatro più importante di queste operazioni era in Afghanistan e Iraq, le truppe statunitensi e i loro alleati sono stati coinvolti in azioni militari significative in Pakistan, Siria, Libia, Yemen, Somalia e Filippine.
Nonostante la negligenza con cui la stampa egemone ha coperto questi eventi, le indagini successive hanno dimostrato che almeno 801.000 persone sono morte a causa di queste guerre e altre 37 milioni sono state sfollati dalle loro case, condannate a una vita nomade e miserabile, in molti casi per sempre.
E che dire dei costi economici astronomici di questi conflitti? Fino al 2020, il governo federale ha speso 6,4 trilioni di dollari. Questa cifra include gli stanziamenti approvati dal Congresso e gli interessi sui prestiti contratti per finanziare le guerre, che per la gioia di Wall Street sono stati finanziati prendendo prendendo dal settore privato, portando il deficit del governo federale e il debito nazionale alle stelle.
Entro il 2029, il debito nazionale dovrebbe raggiungere gli 89 trilioni di dollari, il che porterebbe il rapporto debito/PIL del paese al 277%, superando l’attuale rapporto debito/PIL del Giappone del 272%.
I governi americani che si sono succeduti si sono lanciati allegramente in guerre senza raccogliere le vere risorse per finanziarle. Al contrario, Harry Truman fece passare un aumento temporaneo fino al 92% delle aliquote fiscali sulle fasce di reddito più alte per finanziare la guerra di Corea e Lyndon Johnson fece lo stesso per sostenere i costi della guerra del Vietnam, aumentandole fino al 77%.
George W. Bush, invece, ha ridotto la pressione fiscale sui ricchi invece di aumentarla, e i suoi successori non hanno fatto nulla per porre fine a tale follia.
Queste cifre dimostrano i formidabili profitti che queste operazioni hanno prodotto per il complesso militare-industriale e anche per gli avvoltoi finanziari di Wall Street. Offrono favolose opportunità di business senza tener conto dei loro costi umani o del fatto che Washington ha raccolto solo vittorie parziali ed effimere, come in Iraq, o sconfitte traumatiche come in Vietnam e Afghanistan.
Molti esperti sostengono che gli Stati Uniti non possono più vincere le guerre, eppure continuano a combatterle. La ragione è facile da capire: alimentano esponenzialmente i profitti della frazione finanziaria del capitalismo statunitense e, in misura minore, quelli del tradizionale complesso militare-industriale, cioè lo “Stato duro” dell’imperialismo statunitense.
Questo è coerente con la rude osservazione di Jimmy Carter quando si chiedeva perché la Cina è più avanti di noi. “Ho normalizzato le relazioni diplomatiche nel 1979”, diceva. “Dal 1979, sai quante volte la Cina è stata in guerra con qualcuno? Nessuna. E noi, d’altra parte, abbiamo continuato a combattere le guerre da allora”.
Carter concludeva che gli Stati Uniti sono “la nazione più bellicosa nella storia del mondo” a causa del desiderio di imporre i valori e gli interessi americani agli altri paesi, evidenziando come la Cina stesse investendo le sue risorse in progetti come l’alta velocità ferroviaria e le infrastrutture di base piuttosto che sprecarle nella difesa.
Naturalmente, la Cina non ha un “complesso militare-industriale-finanziario” che ha un disperato bisogno di guerre per raccogliere enormi dividendi e per pagare gli stravaganti compensi, bonus e remunerazioni varie intascati dagli amministratori delegati delle sue gigantesche transnazionali.
Questo è il motivo per cui, purtroppo, la pace è stata un obiettivo così sfuggente e le guerre, d’altra parte, proliferano quasi senza controllo. Non c’è motivo di credere che questo cambierà nei prossimi anni.
Fonte
27/07/2021
La Rivoluzione Cubana, vittima del suo successo
Cuba è vittima del proprio successo. Una conquista di portata formidabile ma che l’opinione “benpensante” insiste nel qualificare come un fallimento fenomenale. Alcuni lo fanno per ignoranza, ripetendo il messaggio che i media mainstream e i loro “opinionisti” declinano da un copione che nelle sue linee generali è stato sviluppato negli Stati Uniti dai primi mesi del trionfo della Rivoluzione.
Nella maggior parte dei casi questo messaggio è lanciato da un folto gruppo di mercenari della guerra delle comunicazioni che sanno di mentire, ma la generosa ricompensa che l’impero elargisce loro, riesce a mettere a tacere i loro dubbi e trasformarsi in delirio di diffamazione e menzogna contro i nemici che di volta in volta Washington gli indica.
Ho detto successo, volutamente, perché come si potrebbe qualificare altrimenti la performance di un piccolo Paese che, pur essendo vittima del blocco più lungo e ferreo della storia dell’umanità, è riuscito, grazie alla sua rivoluzione, a produrre ammirevoli indicatori sociali?
Prendiamo, senza andare troppo indietro nel tempo, la lotta alla pandemia di Covid-19 e osserviamo il comportamento di un indicatore chiave: il numero di morti per milione di abitanti.
Nonostante le restrizioni imposte dal blocco, inasprite da Donald Trump e mantenute da Joe Biden, il tasso di mortalità per milione di abitanti a Cuba è, ad oggi, pari a 195 per milione. In Brasile sono 2.555, in Argentina 2.259; Belgio 2.166; Gli Stati Uniti, carnefice del popolo cubano, hanno un tasso di 1.881, sempre per milione di abitanti; Cile, 1.808; Uruguay, 1.696 e Svezia 1.438.
Insomma: il “regime” cubano (come viene chiamato per squalificarlo) ha un tasso di cura della sua popolazione quasi dieci volte superiore a quello dell’esemplare “democrazia” statunitense e circa sette volte più efficace di quello della tanto ammirata “democrazia” svedese.
Poiché la tutela della cittadinanza è un tratto essenziale della democrazia, mentre l’esistenza di un sistema multipartitico non lo è (si ricordi che nella dittatura brasiliana almeno due partiti politici “funzionavano”, e che sotto i regimi di Anastasio Somoza e Alfredo Stroessner ce n’erano ancor di più) con elezioni periodiche e tutte le caratteristiche che la saggezza convenzionale della scienza politica considera consustanziali alla democrazia, la conclusione a cui possiamo giungere è che da questo punto di vista – la cura della popolazione – Cuba Rivoluzionaria è molto più democratica di qualunque dei paesi sopra citati.
E questo sarebbe tutto? I suoi successi nella lotta al Covid-19? No, per niente. La salute come diritto universale raggiunge livelli formidabili a Cuba, mentre negli Stati Uniti (il paese aggressore) è una merce in più, accessibile a chiunque possa acquistarla. Chi ha denaro ha accesso alla salute, gli altri devono pregare il buon Dio di liberarli da ogni male.
Un indicatore sensibile, tra i tanti che potrebbero essere utilizzati per rappresentare graficamente l’impegno di Cuba in materia di salute, è il tasso di mortalità infantile: mentre questo è del 4 per mille nati vivi nella più grande isola delle Antille, negli Stati Uniti, vergognosamente, è del 6 per mille nati vivi, secondo quanto dice la Banca Mondiale.
In Colombia, il cui governo si vanta (con sua disgrazia) di aver trasformato quel Paese nell'”Israele dell’America Latina” e su cui piovono gli elogi di Mario Vargas Llosa, la cifra sale a un criminale 12 per mille nati vivi.
Come se quanto sopra non bastasse, Cuba è l’unico paese dell’America Latina e dei Caraibi che ha raggiunto l’autosufficienza vaccinale, non con uno ma con due vaccini già in uso e altri tre in via di approvazione.
Paesi con molta più popolazione ed economie molto più grandi (Brasile, Messico, Argentina, per esempio) mostrano una penosa dipendenza in questo campo, nonostante nessuno di loro soffra di un blocco come quello che opprime cubane e cubani.
Aggiungete a quanto sopra che la Rivoluzione Cubana mostra un tasso di alfabetizzazione del 99,8 per cento nella popolazione dai 15 anni in su contro il 99,0 per cento degli Stati Uniti; una competizione serrata, ma in cui Cuba si guadagna gli allori. E quell’accesso alla cultura, in tutte le sue manifestazioni, è uno dei grandi successi della rivoluzione cubana, evidenziato dalla qualità universale dei suoi musicisti, artisti visivi, pittori, scrittori e così via.
E di pari passo con questa preoccupazione di socializzare non solo l’economia ma anche la cultura arriva la democratizzazione dell’accesso allo sport. Essendo in termini demografici, un piccolo paese è il primo dell’America Latina e dei Caraibi quando si tratta di calcolare le medaglie ottenute ai Giochi Olimpici: con 226 medaglie in totale, di cui 78 d’oro, è davanti non solo a tutti gli altri paesi della regione ma ad altri come Canada, Spagna, Danimarca, Turchia e di gran lunga avanti a Brasile, Messico e Argentina.
E se guardiamo al medagliere dei Giochi Panamericani, dietro al Golia nordamericano, che lo guida con 2.066 medaglie d’oro, subito dietro c’è Cuba con 908, il Canada con 491, il Brasile 383, l’Argentina 327 e il Messico 258.
Va da sé che questi risultati non nascondono i problemi che affliggono l’economia cubana. Fidel ha sempre ricordato che la Cuba socialista era un’economia sottosviluppata, dipendente e molto vulnerabile, più di ogni altra nella regione a causa del blocco genocida a cui è sottoposta.
E anche se sarebbe un errore attribuire al blocco tutte le difficoltà economiche di Cuba, poiché ve ne sono molte endogene – per esempio, il ritardato aggiornamento del modello economico e l’eccesso di burocrazia nella gestione macroeconomica – non può esserci il minimo dubbio che questi problemi siano stati potenziati oltre misura dagli effetti devastanti di un blocco che perdura da sessant’anni.
Qualsiasi analisi dell’economia cubana che ignori questo fatto fondamentale, non può fornire una spiegazione convincente dei suoi problemi e deve essere considerata una grossolana commedia propagandistica.
Conclusione: se l’impero credesse davvero a ciò che dicono i suoi portavoce, dovrebbe revocare immediatamente il blocco, in modo che diventi ovvio che i problemi dell’economia cubana sono dovuti all’irrazionalità del socialismo e all’inettitudine del governo rivoluzionario, causando la ribellione della popolazione contro le autorità e provocandone il rovesciamento.
Ma sanno che non è così e quindi persistono con il blocco.
Se no, perché provocare il periodico ripudio universale contro una politica genocida che negli ultimi 29 anni è stata condannata dall’unanimità quasi assoluta nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?
Se Washington mantiene il blocco è perché sa benissimo che senza di esso l’economia cubana fiorirebbe come in nessun altro paese della regione, e questo sarebbe un pessimo esempio per il resto del mondo.
Sarebbe la conferma empirica della superiorità di un’economia socialista su quella capitalista, e questo è un argomento tabù per la destra e gli imperialisti. Da qui l’ossessione malata di tutti i governi, dal 1959 ad oggi, di mantenere il blocco.
Fonte
Nella maggior parte dei casi questo messaggio è lanciato da un folto gruppo di mercenari della guerra delle comunicazioni che sanno di mentire, ma la generosa ricompensa che l’impero elargisce loro, riesce a mettere a tacere i loro dubbi e trasformarsi in delirio di diffamazione e menzogna contro i nemici che di volta in volta Washington gli indica.
Ho detto successo, volutamente, perché come si potrebbe qualificare altrimenti la performance di un piccolo Paese che, pur essendo vittima del blocco più lungo e ferreo della storia dell’umanità, è riuscito, grazie alla sua rivoluzione, a produrre ammirevoli indicatori sociali?
Prendiamo, senza andare troppo indietro nel tempo, la lotta alla pandemia di Covid-19 e osserviamo il comportamento di un indicatore chiave: il numero di morti per milione di abitanti.
Nonostante le restrizioni imposte dal blocco, inasprite da Donald Trump e mantenute da Joe Biden, il tasso di mortalità per milione di abitanti a Cuba è, ad oggi, pari a 195 per milione. In Brasile sono 2.555, in Argentina 2.259; Belgio 2.166; Gli Stati Uniti, carnefice del popolo cubano, hanno un tasso di 1.881, sempre per milione di abitanti; Cile, 1.808; Uruguay, 1.696 e Svezia 1.438.
Insomma: il “regime” cubano (come viene chiamato per squalificarlo) ha un tasso di cura della sua popolazione quasi dieci volte superiore a quello dell’esemplare “democrazia” statunitense e circa sette volte più efficace di quello della tanto ammirata “democrazia” svedese.
Poiché la tutela della cittadinanza è un tratto essenziale della democrazia, mentre l’esistenza di un sistema multipartitico non lo è (si ricordi che nella dittatura brasiliana almeno due partiti politici “funzionavano”, e che sotto i regimi di Anastasio Somoza e Alfredo Stroessner ce n’erano ancor di più) con elezioni periodiche e tutte le caratteristiche che la saggezza convenzionale della scienza politica considera consustanziali alla democrazia, la conclusione a cui possiamo giungere è che da questo punto di vista – la cura della popolazione – Cuba Rivoluzionaria è molto più democratica di qualunque dei paesi sopra citati.
E questo sarebbe tutto? I suoi successi nella lotta al Covid-19? No, per niente. La salute come diritto universale raggiunge livelli formidabili a Cuba, mentre negli Stati Uniti (il paese aggressore) è una merce in più, accessibile a chiunque possa acquistarla. Chi ha denaro ha accesso alla salute, gli altri devono pregare il buon Dio di liberarli da ogni male.
Un indicatore sensibile, tra i tanti che potrebbero essere utilizzati per rappresentare graficamente l’impegno di Cuba in materia di salute, è il tasso di mortalità infantile: mentre questo è del 4 per mille nati vivi nella più grande isola delle Antille, negli Stati Uniti, vergognosamente, è del 6 per mille nati vivi, secondo quanto dice la Banca Mondiale.
In Colombia, il cui governo si vanta (con sua disgrazia) di aver trasformato quel Paese nell'”Israele dell’America Latina” e su cui piovono gli elogi di Mario Vargas Llosa, la cifra sale a un criminale 12 per mille nati vivi.
Come se quanto sopra non bastasse, Cuba è l’unico paese dell’America Latina e dei Caraibi che ha raggiunto l’autosufficienza vaccinale, non con uno ma con due vaccini già in uso e altri tre in via di approvazione.
Paesi con molta più popolazione ed economie molto più grandi (Brasile, Messico, Argentina, per esempio) mostrano una penosa dipendenza in questo campo, nonostante nessuno di loro soffra di un blocco come quello che opprime cubane e cubani.
Aggiungete a quanto sopra che la Rivoluzione Cubana mostra un tasso di alfabetizzazione del 99,8 per cento nella popolazione dai 15 anni in su contro il 99,0 per cento degli Stati Uniti; una competizione serrata, ma in cui Cuba si guadagna gli allori. E quell’accesso alla cultura, in tutte le sue manifestazioni, è uno dei grandi successi della rivoluzione cubana, evidenziato dalla qualità universale dei suoi musicisti, artisti visivi, pittori, scrittori e così via.
E di pari passo con questa preoccupazione di socializzare non solo l’economia ma anche la cultura arriva la democratizzazione dell’accesso allo sport. Essendo in termini demografici, un piccolo paese è il primo dell’America Latina e dei Caraibi quando si tratta di calcolare le medaglie ottenute ai Giochi Olimpici: con 226 medaglie in totale, di cui 78 d’oro, è davanti non solo a tutti gli altri paesi della regione ma ad altri come Canada, Spagna, Danimarca, Turchia e di gran lunga avanti a Brasile, Messico e Argentina.
E se guardiamo al medagliere dei Giochi Panamericani, dietro al Golia nordamericano, che lo guida con 2.066 medaglie d’oro, subito dietro c’è Cuba con 908, il Canada con 491, il Brasile 383, l’Argentina 327 e il Messico 258.
Va da sé che questi risultati non nascondono i problemi che affliggono l’economia cubana. Fidel ha sempre ricordato che la Cuba socialista era un’economia sottosviluppata, dipendente e molto vulnerabile, più di ogni altra nella regione a causa del blocco genocida a cui è sottoposta.
E anche se sarebbe un errore attribuire al blocco tutte le difficoltà economiche di Cuba, poiché ve ne sono molte endogene – per esempio, il ritardato aggiornamento del modello economico e l’eccesso di burocrazia nella gestione macroeconomica – non può esserci il minimo dubbio che questi problemi siano stati potenziati oltre misura dagli effetti devastanti di un blocco che perdura da sessant’anni.
Qualsiasi analisi dell’economia cubana che ignori questo fatto fondamentale, non può fornire una spiegazione convincente dei suoi problemi e deve essere considerata una grossolana commedia propagandistica.
Conclusione: se l’impero credesse davvero a ciò che dicono i suoi portavoce, dovrebbe revocare immediatamente il blocco, in modo che diventi ovvio che i problemi dell’economia cubana sono dovuti all’irrazionalità del socialismo e all’inettitudine del governo rivoluzionario, causando la ribellione della popolazione contro le autorità e provocandone il rovesciamento.
Ma sanno che non è così e quindi persistono con il blocco.
Se no, perché provocare il periodico ripudio universale contro una politica genocida che negli ultimi 29 anni è stata condannata dall’unanimità quasi assoluta nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?
Se Washington mantiene il blocco è perché sa benissimo che senza di esso l’economia cubana fiorirebbe come in nessun altro paese della regione, e questo sarebbe un pessimo esempio per il resto del mondo.
Sarebbe la conferma empirica della superiorità di un’economia socialista su quella capitalista, e questo è un argomento tabù per la destra e gli imperialisti. Da qui l’ossessione malata di tutti i governi, dal 1959 ad oggi, di mantenere il blocco.
Fonte
14/07/2021
Cuba, il bloqueo e la crisi
Washington crede che sia giunto il momento di intensificare i suoi attacchi contro qualsiasi governo della regione che non obbedisca ai suoi ordini. Negli ultimi giorni abbiamo assistito al sospetto assassinio del presidente di Haiti, con un modus operandi che porta l’impronta della CIA.
Anche il brutale attacco di paramilitari e narcotrafficanti colombiani, equipaggiati con armi da guerra, nella Cota 905 alla periferia di Caracas e che sparano a raffica sui residenti sorpresi dall’insolita e inaspettata aggressione.
L’offensiva contro il Nicaragua ha guadagnato forza quando i sondaggi sulle intenzioni di voto hanno anticipato una clamorosa vittoria del Sandinismo nelle prossime elezioni presidenziali.
E ora Cuba, sottoposta per sessant’anni a una campagna di aggressioni di ogni tipo che, ovviamente, non poteva non avere un profondo impatto sulla vita economica dell'isola. Immaginatevi cosa sarebbe successo in qualsiasi altro paese che fosse stato sottoposto a vessazioni così brutali per così tanto tempo.
È facile da dire, ma non c’è nessun precedente nella storia mondiale di una nazione che sia stata attaccata senza sosta da un’altra nazione per sessant’anni! Sono convinto che nemmeno gli Stati Uniti avrebbero resistito così a lungo a un attacco del genere.
Sarebbero sicuramente implosi peggio dell’Unione Sovietica, in un’orgia di sangue alimentata dal gigantesco arsenale di armi da fuoco nelle mani della popolazione civile. Per non parlare di quello che sarebbe successo in Argentina, Brasile, Messico o Colombia se avessero subito le vessazioni che ha subito Cuba.
Quello che Washington sta facendo è chiamato genocidio perché il bloqueo, condannato quasi all’unanimità dalla comunità internazionale, causa enormi sofferenze alla popolazione. Queste politiche uccidono, ammalano, causano fame e disagi indicibili. Sono, in breve, un crimine contro l’umanità.
Gli Stati Uniti hanno preparato il terreno per l’attuale assalto negli ultimi anni, con un bombardamento sistematico e multimilionario, comprando volontà inconsistenti o ambiziose, facendo appello alle reti sociali e ai loro fatidici algoritmi, alle “fake news” e al coro formato dalla sua peonada di politici scadenti e perfidi agenti di propaganda travestiti da “giornalisti seri e indipendenti”.
Con incommensurabile cattiveria Washington ha intensificato le misure di blocco quando è scoppiata la pandemia, un gesto sufficiente a mettere a nudo la turpitudine morale dell’imperialismo, la sua vera natura.
Alcune proteste attuali sono comprensibili; altre, probabilmente la maggioranza, sono il prodotto del denaro e dell’enorme campagna di destabilizzazione orchestrata dalla Casa Bianca. Anche se sono di entità molto minore di quanto sostiene la corrotta stampa egemonica, la direzione della Rivoluzione se ne è fatta carico e ha spiegato la genesi di quei malanni che hanno mobilitato alcune centinaia di cubani nelle strade.
Che ci siano stati errori nella gestione macroeconomica; o che le recenti misure di unificazione del tasso di cambio siano state inopportune, forse tardive; o che i prezzi relativi siano stati notevolmente fuori linea è indiscutibile.
Ma sarebbe assolutamente scorretto cercare di spiegare questi problemi e la reazione di alcuni settori sociali ad essi senza prendere in considerazione gli effetti scardinati di un blocco che dura da sei decenni.
Negli ultimi giorni, ho visto e sentito analisti cervelloni parlare dei problemi dell’economia cubana senza pronunciare nemmeno una volta la parola “blocco”. La loro ansia di ricevere l’affettuosa pacca sulla spalla dello zio Sam è così grande che li porta a ignorare completamente il ruolo fondamentale che il blocco gioca nel (mal)funzionamento dell’economia cubana.
Restrizioni per importare ed esportare, per comprare cibo, medicine, forniture mediche, pezzi di ricambio per i trasporti o la produzione elettrica; o dover pagare stravaganti spese di trasporto per le merci che entrano o escono dall’isola, con banche e agenti commerciali riluttanti a fare affari con Cuba a causa delle sanzioni che il brutale Golia del Nord promette a chi viola il blocco.
Se in queste condizioni la Rivoluzione Cubana è stata l’unico paese della regione con la capacità di produrre i propri vaccini per combattere il Covid-19 (per la vergogna di Argentina, Brasile, Cile o Messico) e se durante tutti questi decenni ha potuto garantire un accesso universale e gratuito a standard elevati di assistenza sanitaria, istruzione, sicurezza sociale, sport, musica e cultura, è perché la Rivoluzione ha avuto un enorme successo.
Altrimenti tutto questo non sarebbe stato realizzato.
Perciò, coloro che si ergono a giudici di Cuba e non tengono conto nelle loro spiegazioni del ruolo decisivo e inevitabile giocato nelle sue attuali disgrazie dall’ossessione americana di impadronirsi di quell’isola non meritano più considerazione di un commentatore che, parlando della Seconda Guerra Mondiale e delle sue devastazioni, non menziona il nome di Hitler.
Come potremmo descrivere un tale personaggio? Come un immorale, un ciarlatano pagato, in questo caso dell’impero che riproduce, con arie di “obiettività scientifica”, il discorso legittimante di un genocidio.
Nel corso della Storia, Cuba – la patria di Martí e Fidel, di Camilo e del Che – ha dato ampie prove di patriottismo. Il suo popolo può lamentarsi a gran voce dei problemi attuali, ma da lì a inginocchiarsi per essere sottomesso al giogo degli eredi dei marines che hanno urinato sulla statua dell’Apostolo a Central Park; o dell’oligarchia che vuole solo riportare Cuba alla sua condizione coloniale; o dei blogger e “influencer” disposti a gettare ai cani la dignità nazionale per una manciata di dollari, c’è un passo enorme.
E il popolo cubano non lo accetterà mai, anche se dovesse morire nel tentativo di difenderla.
Fonte
Anche il brutale attacco di paramilitari e narcotrafficanti colombiani, equipaggiati con armi da guerra, nella Cota 905 alla periferia di Caracas e che sparano a raffica sui residenti sorpresi dall’insolita e inaspettata aggressione.
L’offensiva contro il Nicaragua ha guadagnato forza quando i sondaggi sulle intenzioni di voto hanno anticipato una clamorosa vittoria del Sandinismo nelle prossime elezioni presidenziali.
E ora Cuba, sottoposta per sessant’anni a una campagna di aggressioni di ogni tipo che, ovviamente, non poteva non avere un profondo impatto sulla vita economica dell'isola. Immaginatevi cosa sarebbe successo in qualsiasi altro paese che fosse stato sottoposto a vessazioni così brutali per così tanto tempo.
È facile da dire, ma non c’è nessun precedente nella storia mondiale di una nazione che sia stata attaccata senza sosta da un’altra nazione per sessant’anni! Sono convinto che nemmeno gli Stati Uniti avrebbero resistito così a lungo a un attacco del genere.
Sarebbero sicuramente implosi peggio dell’Unione Sovietica, in un’orgia di sangue alimentata dal gigantesco arsenale di armi da fuoco nelle mani della popolazione civile. Per non parlare di quello che sarebbe successo in Argentina, Brasile, Messico o Colombia se avessero subito le vessazioni che ha subito Cuba.
Quello che Washington sta facendo è chiamato genocidio perché il bloqueo, condannato quasi all’unanimità dalla comunità internazionale, causa enormi sofferenze alla popolazione. Queste politiche uccidono, ammalano, causano fame e disagi indicibili. Sono, in breve, un crimine contro l’umanità.
Gli Stati Uniti hanno preparato il terreno per l’attuale assalto negli ultimi anni, con un bombardamento sistematico e multimilionario, comprando volontà inconsistenti o ambiziose, facendo appello alle reti sociali e ai loro fatidici algoritmi, alle “fake news” e al coro formato dalla sua peonada di politici scadenti e perfidi agenti di propaganda travestiti da “giornalisti seri e indipendenti”.
Con incommensurabile cattiveria Washington ha intensificato le misure di blocco quando è scoppiata la pandemia, un gesto sufficiente a mettere a nudo la turpitudine morale dell’imperialismo, la sua vera natura.
Alcune proteste attuali sono comprensibili; altre, probabilmente la maggioranza, sono il prodotto del denaro e dell’enorme campagna di destabilizzazione orchestrata dalla Casa Bianca. Anche se sono di entità molto minore di quanto sostiene la corrotta stampa egemonica, la direzione della Rivoluzione se ne è fatta carico e ha spiegato la genesi di quei malanni che hanno mobilitato alcune centinaia di cubani nelle strade.
Che ci siano stati errori nella gestione macroeconomica; o che le recenti misure di unificazione del tasso di cambio siano state inopportune, forse tardive; o che i prezzi relativi siano stati notevolmente fuori linea è indiscutibile.
Ma sarebbe assolutamente scorretto cercare di spiegare questi problemi e la reazione di alcuni settori sociali ad essi senza prendere in considerazione gli effetti scardinati di un blocco che dura da sei decenni.
Negli ultimi giorni, ho visto e sentito analisti cervelloni parlare dei problemi dell’economia cubana senza pronunciare nemmeno una volta la parola “blocco”. La loro ansia di ricevere l’affettuosa pacca sulla spalla dello zio Sam è così grande che li porta a ignorare completamente il ruolo fondamentale che il blocco gioca nel (mal)funzionamento dell’economia cubana.
Restrizioni per importare ed esportare, per comprare cibo, medicine, forniture mediche, pezzi di ricambio per i trasporti o la produzione elettrica; o dover pagare stravaganti spese di trasporto per le merci che entrano o escono dall’isola, con banche e agenti commerciali riluttanti a fare affari con Cuba a causa delle sanzioni che il brutale Golia del Nord promette a chi viola il blocco.
Se in queste condizioni la Rivoluzione Cubana è stata l’unico paese della regione con la capacità di produrre i propri vaccini per combattere il Covid-19 (per la vergogna di Argentina, Brasile, Cile o Messico) e se durante tutti questi decenni ha potuto garantire un accesso universale e gratuito a standard elevati di assistenza sanitaria, istruzione, sicurezza sociale, sport, musica e cultura, è perché la Rivoluzione ha avuto un enorme successo.
Altrimenti tutto questo non sarebbe stato realizzato.
Perciò, coloro che si ergono a giudici di Cuba e non tengono conto nelle loro spiegazioni del ruolo decisivo e inevitabile giocato nelle sue attuali disgrazie dall’ossessione americana di impadronirsi di quell’isola non meritano più considerazione di un commentatore che, parlando della Seconda Guerra Mondiale e delle sue devastazioni, non menziona il nome di Hitler.
Come potremmo descrivere un tale personaggio? Come un immorale, un ciarlatano pagato, in questo caso dell’impero che riproduce, con arie di “obiettività scientifica”, il discorso legittimante di un genocidio.
Nel corso della Storia, Cuba – la patria di Martí e Fidel, di Camilo e del Che – ha dato ampie prove di patriottismo. Il suo popolo può lamentarsi a gran voce dei problemi attuali, ma da lì a inginocchiarsi per essere sottomesso al giogo degli eredi dei marines che hanno urinato sulla statua dell’Apostolo a Central Park; o dell’oligarchia che vuole solo riportare Cuba alla sua condizione coloniale; o dei blogger e “influencer” disposti a gettare ai cani la dignità nazionale per una manciata di dollari, c’è un passo enorme.
E il popolo cubano non lo accetterà mai, anche se dovesse morire nel tentativo di difenderla.
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