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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/02/2026

“Trouble in UK”. Arrestato il principe Andrea, trema la leadership britannica

Non stiamo ancora camminando sulle teste dei re, ma sicuramente viene calpestata quella di un principe reale.

Un vero e proprio terremoto politico e morale è infatti in corso nel Regno Unito a seguito dell’arresto dell’ex principe Andrea, prelevato dalla polizia nella sua residenza ‘privata’ di Sandringham con l’accusa di “condotta illecita nell’esercizio di una funzione pubblica”.

L’ex principe della casa reale di Windsor, il già defenestrato Andrea, è stato comunque rilasciato dopo 12 ore in custodia.

Uno sviluppo decisamente clamoroso e inedito in un paese ancora imbrigliato da un profondo sistema di ipocrisie e convenzioni intorno alla monarchia ma anche investito da una pesante crisi di credibilità della propria classe dirigente.

Il fratello di re Carlo III risulta indagato con l’accusa di aver condiviso informazioni riservate con il finanziere Jeffrey Epstein nella sua ex funzione di emissario commerciale del governo di Londra. Un reato che in Gran Bretagna, a seconda della gravità dell’infrazione, può comportare persino l’ergastolo, pur essendo concettualmente simile al nostro “abuso d’ufficio” (che è stato addirittura abolito come reato, dal governo attuale...).

L’accusa sarebbe dunque più legata alla divulgazione di notizie finanziarie riservate piuttosto che in relazione allo scandalo sessuale a seguito delle sue strette frequentazioni passate con il defunto finanziere e predatore sessuale statunitense Jeffrey Epstein, morto ufficialmente per “suicidio” in carcere nel 2019.

Il principe, precedentemente conosciuto come “Air Miles Andy”, avrebbe trattato gli interessi della suo paese come valuta di scambio con un condannato per reati sessuali, presumibilmente in cambio di “favori” di quel tipo.

I file fin qui resi pubblici mostrano che durante i suoi viaggi di lavoro come rappresentante del commercio estero britannico, l’ex principe aveva regolarmente tenuto informato Epstein sulle sue attività, sui colloqui riservati che aveva con i vari governi e quindi sulle possibilità di investimento che il finanziere americano avrebbe potuto sfruttare conoscendo in anticipo gli eventi in grado di “stuzzicare” i mercati.

Il sospetto è che Andrea abbia violato le regole e di fatto tradito il Paese, non solo per amicizia e complicità verso Epstein ma anche a fini di lucro, guadagnando lui stesso dagli investimenti operati dal finanziere grazie alle informazioni riservate ottenute.

Stando a quanto emerge dai materiali contenuti nell’ultima tranche di file visionati dalla BBC, sembra che Andrea abbia consapevolmente condiviso informazioni riservate con Jeffrey Epstein, in particolare durante il suo incarico ufficiale di “inviato commerciale” nel 2010 e 2011 (ossia dopo che Epstein aveva subito una prima condanna per reati sessuali e prostituzione minorile).

Secondo una inchiesta condotta dalla BBC le email dell’ultimo lotto di documenti di Epstein mostrano l’ex principe che trasmette rapporti sulle sue visite a Singapore, Hong Kong e Vietnam, nonché dettagli riservati su opportunità di investimento.

Le email indicano che il 7 ottobre 2010 Andrew inviò al finanziere statunitense i dettagli dei suoi successivi viaggi ufficiali come inviato commerciale in Asia, dove fu accompagnato da soci in affari di Epstein. Dopo il viaggio, il 30 novembre, sembra che abbia inoltrato a Epstein i rapporti ufficiali di quelle visite, inviatigli dal suo allora assistente speciale, Amit Patel, cinque minuti dopo averli ricevuti.

Ma oltre alle accuse relative alla diffusione di notizie riservate e ai guadagni privati ottenuti, sul principe Andrea incombono anche le accuse di essere un predatore sessuale.

Maria Farmer, la prima sopravvissuta al “sistema Epstein”, nota per aver denunciato Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell alla polizia, ha rilasciato una dichiarazione a commento all’arresto del principe Andrea.

“Oggi è solo l’inizio della responsabilità e della giustizia portate avanti da Virginia Roberts Giuffrè, una giovane madre che adorava così profondamente sua figlia da combattere contro i più potenti della terra per proteggerla”, ha detto Maria Farmer. “Ha fatto questo per tutte le figlie. Ora chiediamo che tutti i domino del potere e della corruzione inizino a cadere”

L’ex principe Andrea Windsor-Mountbatten lo scorso ottobre è stato privato di tutti i titoli dall’attuale re, suo fratello Carlo, proprio in seguito alla pubblicazione del libro postumo di memorie di Virginia Roberts Giuffrè, morta suicida, che lo chiamava in causa nello scandalo.

Il principe ha sempre negato le accuse ed aveva raggiunto un primo accordo extragiudiziale con Virginia Giuffre nel 2022, un accordo monetario che non conteneva però alcuna ammissione esplicita di responsabilità o scuse per la vittima.

Negli ultimi mesi era cresciuta la pressione affinché l’ex membro della famiglia reale accettasse di testimoniare negli Stati Uniti nell’ambito delle indagini sul caso Epstein.

Ma la vicenda delle relazioni con il finanziere pedofilo non sta inguaiando solo la monarchia. Anche lo stolido premier britannico Starmer ha i suoi problemi nel giustificare la sua fiducia e gli incarichi assegnati a Peter Mandelson, un vero e proprio monumento della parte peggiore del partito Laburista (i “rampolli” di Tony Blair).

Nel 1994 Mandelson ha contribuito all’elezione di Blair come leader dei laburisti. Oltre a essere un suo stretto alleato e consigliere, ha anche diretto la campagna laburista per le elezioni generali del 1997. Nel 2004 si dimise dal Parlamento diventando Commissario europeo per il Regno Unito.

Dall’ottobre 2008 al maggio 2010 fu Segretario di Stato per le Imprese, l’Innovazione e le Competenze nel governo laburista di Gordon Brown. Successivamente ricoprì le cariche di Lord Presidente del Consiglio e Primo Segretario di Stato, sempre nei governi laburisti.

Nel dicembre 2024 è stato nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti, incarico mantenuto fino all’11 settembre 2025, quando in base alle rivelazioni sul caso Epstein venne dimesso dall’incarico dal suo amico Starmer.

In una recentissima intervista alla BBC lo stesso Starmer ha dovuto affrontare i legami di Peter Mandelson con Epstein, affermando che “nessuno è stato più severo con lui di se stesso”, riguardo alla decisione di nominarlo ambasciatore negli USA.

“Mi sono scusato per la mia decisione di nominare Peter Mandelson ambasciatore, e chiedo scusa alle vittime per aver creduto alle sue bugie”, ha detto Starmer alla televisione. Ma l’omertà e le coperture di cui Mandelson ha goduto in questi anni, stanno mettendo in seria difficoltà la già scarsa credibilità del primo ministro britannico Starmer.

Le cancellerie europee hanno ormai preso l’abitudine di addebitare il loro crollo di credibilità alla “guerra ibrida” della Russia. Ma neanche la più abile disinformazja russa riuscirebbe a realizzare un capolavoro in negativo come quelli a cui stiamo assistendo da Londra a Parigi o da Berlino a Roma.

P.s. Va sottolineato come, nonostante la maggior parte dei personaggi coinvolti dai files di Epstein sia statunitense, negli Usa ancora nessuno è ufficialmente indagato per i reati che in Europa stanno provocando arresti e dimissioni anche eccellenti, come questo che riguarda la famiglia reale inglese.

Fonte

17/02/2026

Starmer, per conto di chi è “premier”?

Il traballante Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato: “Dopo un accordo di pace sull’Ucraina, dovremo essere pronti a combattere la Russia”.

Starmer è spacciato. Ma le forze oscure che lo hanno portato al potere sono più forti che mai.

Le classi politiche e mediatiche che un tempo veneravano Mandelson e ora lo stanno abbandonando sono le stesse che hanno trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.

Circa 30 anni fa, la politica britannica è diventata, per sua natura, una scatola nera: un’arena in cui i potenti ricchi esercitano la loro influenza politica, ermeticamente isolata dalla vista degli elettori.

Solo ora, con la pubblicazione di una parte dei file Epstein, una fioca luce sta illuminando i suoi recessi, a indicare quanto completamente la classe dei miliardari abbia preso il controllo della vita politica in Gran Bretagna.

Il processo ebbe inizio negli anni Novanta, quando l’allora primo ministro Tony Blair reinventò il Partito Laburista, un tempo socialista e democratico, chiamandolo “New Labour”, accettando i presupposti neoliberisti del suo predecessore conservatore, Margaret Thatcher.

Blair abbandonò progressivamente il tradizionale sostegno ai sindacati e trasformò il partito laburista in un partito manageriale al servizio del capitale, promettendo di servire gli interessi delle più grandi aziende del mondo [questo processo è assolutamente contemporaneo dell’analoga trasformazione dell’ex Pci in Pd, ndr].

La figura che personificava questa tendenza fu Peter Mandelson, uno degli artefici del New Labour. Nel 1998, durante un viaggio nella Silicon Valley in qualità di segretario al Commercio per incontrare i miliardari emergenti del settore tecnologico, dichiarò la famosa frase: “Siamo estremamente tranquilli riguardo al fatto che la gente diventi ricca sfondata”.

Gli piace sottolineare di aver aggiunto “purché paghino le tasse”. Ma Blair e Mandelson hanno contribuito a progettare condizioni preferenziali che hanno garantito che i giganti della tecnologia non pagassero praticamente alcuna tassa nel Regno Unito, il tutto, ovviamente, nell’interesse di “attrarre investimenti”.

Il problema non era semplicemente che le priorità del New Labour erano diventate simili a quelle dei Conservatori.

E non è stato solo il fatto che il partito laburista si sia avvicinato ai super-ricchi a spingere i conservatori sempre più a destra nel tentativo di distinguersi, un processo che ha portato infine all’implosione del Partito Conservatore e all’emergere di un nuovo pretendente al trono della destra, il partito “riformista” di Nigel Farage.

No, il problema più grave era che, mentre il New Labour e i Tories gareggiavano equamente per ottenere il favore dei super-ricchi e dei media di loro proprietà nella speranza di essere introdotti alla carica, nessuno dei due osava invertire i guadagni economici inaspettati accumulati dai miliardari.

Né entrambi i partiti avevano alcun incentivo a denunciare la crescente presa di potere e corruzione della politica britannica da parte della classe dei miliardari, perché quella presa di potere era diventata il vero scopo del gioco politico.

Così nacque la scatola nera della politica britannica, finché i file Epstein, resi pubblici da un’amministrazione Trump più preoccupata di proteggere i propri segreti che quelli dei politici britannici, non ne hanno sollevato il coperchio quel tanto che bastava per rivelare cosa stava succedendo al suo interno. 

Il Primo Ministro coltivato in laboratorio

La polizia britannica sta ora indagando su Mandelson per “cattiva condotta nell’esercizio della sua carica pubblica”, in base alle accuse secondo cui avrebbe fatto trapelare informazioni governative riservate a Jeffrey Epstein nel 2009 e nel 2010, informazioni che Epstein avrebbe potuto utilizzare per arricchirsi.

Andrew Mountbatten-Windsor, un membro meno formale del sistema politico, sembra aver fatto più o meno la stessa cosa nella sua veste di inviato commerciale della Gran Bretagna.

Nello stesso periodo, Mandelson è noto per aver fatto pressioni sul Tesoro, su suggerimento di Epstein, affinché attenuasse la prevista tassa sui bonus dei banchieri. Incoraggiò l’amministratore delegato della banca d’investimento JP Morgan a “minacciare moderatamente” l’allora cancelliere per dissuaderlo dal sostenere la tassa.

Mandelson e il suo attuale marito, Reinaldo Avila da Silva, avevano già ricevuto ingenti pagamenti da Epstein.

Dopo le rivelazioni, i politici laburisti hanno fatto a gara per prendere le distanze da Mandelson, anche quelli, come il ministro della Salute Wes Streeting, che erano noti per essere suoi vicini.

Ma in realtà è difficile immaginare che Mandelson, esperto esponente del partito laburista e mentore della cerchia di funzionari che ha portato Keir Starmer al potere, fosse una specie di caso isolato.

Fermatevi un attimo per analizzare gli ultimi quattro primi ministri della Gran Bretagna: tre conservatori (Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak), seguiti dal laburista Starmer.

Sono la prova lampante di come la classe dei miliardari sia riuscita a svuotare le strutture politiche britanniche al punto che non riescono più a produrre leader seri.

Johnson non era solo un bugiardo seriale, ma riuscì persino nell’impresa sbalorditiva di trasformare una vita da pagliaccio in una qualifica di leadership. Era il politico panem et circenses per eccellenza.

Truss arrivò in carica così inebriata dalle fantasie alimentate dai miliardari sui mercati non regolamentati che prontamente fece crollare proprio il sistema che credeva di aver liberato.

Con Sunak, i miliardari avevano uno dei loro al comando, nel suo caso un quasi miliardario, con un patrimonio pari a quello di Re Carlo. Come cancelliere, Sunak era così fuori dal mondo reale che non sapeva come usare una carta di credito contactless.

E ora, in Starmer, i miliardari hanno trovato il loro “uomo del popolo” sintetico, creato in laboratorio: uno così inesperto di politica e potere che i suoi più stretti consiglieri, nascosti alla vista, hanno detto ai giornalisti che era un contenitore vuoto attraverso cui gestivano il governo.

Oppure, come dicono loro, usando una metafora che risuona soprattutto con le élite bancarie e mediatiche londinesi: “Keir non guida il treno. Pensa di guidarlo, ma lo abbiamo messo davanti alla DLR”, un riferimento alla Docklands Light Railway, la linea ferroviaria leggera automatizzata e senza conducente che collega il centro commerciale, bancario e mediatico di Canary Wharf al resto di Londra. 

“Nessun altro posto dove andare”

Starmer, il primo ministro più impopolare di sempre, si aggrappa alla carica con le unghie e con i denti.

Ci riesce in gran parte perché Mandelson e i suoi protetti, tra cui Morgan McSweeney, capo dello staff di Starmer, costretto a dimettersi lo scorso fine settimana nel tentativo di salvare il suo capo, hanno da tempo svuotato il Partito Laburista di chiunque avesse talento o indipendenza di pensiero.

Perché? Perché il partito laburista di Mandelson rifiutava politiche sostanziali che richiedessero il confronto con i ricchi. Non si considerava più un rappresentante degli interessi dei lavoratori in opposizione allo sfruttamento da parte di un’élite aziendale.

Il suo unico obiettivo era rassicurare i miliardari che proteggere i loro profitti era fondamentale. Tutto il resto era secondario.

Jon Trickett, che in passato è stato segretario privato di Mandelson, osserva che il New Labour dava per scontato che “gli elettori della classe operaia non avessero nessun altro posto dove andare. Secondo questa logica, il governo non aveva bisogno di usare il potere di governo per assicurarsi i loro voti”.

Conclude: “In definitiva, il New Labour avrebbe dovuto essere meno un movimento di rinnovamento e più un riorientamento verso le reti d’élite del capitale globale”.

L’ex attivista laburista James Schneider osserva su Mandelson: “Ha lavorato per modernizzare il linguaggio del partito e riorganizzarne le lealtà, per rendere il partito sicuro per i consigli di amministrazione, malleabile nei confronti dei lobbisti e ostile a qualsiasi ripresa dei suoi vecchi impegni nei confronti dei sindacati o della proprietà pubblica”.

Fu questa intimità con la classe dei miliardari a far sì che Mandelson continuasse a tornare al governo come un soldo rotto, nonostante venisse spesso licenziato in disgrazia. 

Tiro al bersaglio

La lente più adatta per valutare l’attuale crisi del partito laburista, e lo scandalo Mandelson, è quella del predecessore di Starmer alla guida del partito, Jeremy Corbyn.

La classe politica e mediatica che un tempo venerava Mandelson e ora si affretta a rinnegarlo è la stessa classe che ha trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.

Di fatto, Mandelson e Corbyn sono stati i due assi attorno ai quali si sono fuse le diverse visioni del futuro della Gran Bretagna nel partito laburista.

Sotto la guida di Blair, Mandelson si impegnò a rimodellare i parlamentari e la burocrazia del partito laburista a sua immagine: come partito manageriale per la classe emergente dei signori della tecnologia.

Ma non è riuscito a portare con sé il terzo centro di potere del partito laburista, ovvero i suoi membri, ed è per questo che Corbyn è sfuggito alle garanzie istituzionali nel 2015 e si è ritrovato eletto leader.

A quel tempo, il partito laburista era da tempo un partito tecnocratico e senz’anima, in competizione con i conservatori per soddisfare le esigenze dei ricchi, pur nutrendo la fragile speranza che, per miracolosa osmosi, un po’ della loro ricchezza sarebbe arrivata anche a noi.

Le priorità politiche di Corbyn erano l’antitesi di tutto ciò che Mandelson rappresentava e l’opposto di ciò che volevano i miliardari a cui per decenni è stato permesso di saccheggiare i servizi pubblici britannici.

Chiedeva la ricostruzione di un’economia redistributiva più equa, basata sui principi del socialismo democratico. Voleva riprendere il controllo dei servizi pubblici nazionali ed espandere i servizi pubblici. Il suo obiettivo era costruire solidarietà comunitaria e di classe: “Per i molti, non per i pochi”.

Nel 2017, Mandelson rivelò che sbarazzarsi di Corbyn come leader del partito laburista era la sua missione politica: “Lavoro ogni singolo giorno, in qualche piccolo modo, per anticipare la fine del suo mandato. Qualsiasi cosa, per quanto piccola possa essere – un’e-mail, una telefonata o una riunione che convoco – ogni giorno cerco di fare qualcosa per salvare il Partito Laburista dalla sua leadership”.

I media di proprietà dei miliardari, ovviamente, erano più che disposti ad aiutarlo.

Corbyn era considerato troppo “trasandato” per essere primo ministro. Era sessista. O non era abbastanza patriottico o rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale. O era troppo ottuso per guidare il Paese o era una spia russa.

E infine, naturalmente, lui e le centinaia di migliaia di nuovi membri attratti dal partito laburista dal suo messaggio di cambiamento e speranza erano antisemiti perché criticavano l’occupazione permanente e illegale dei palestinesi da parte di Israele.

Nell’ombra, venivano preparati piani di emergenza in caso di vittoria di Corbyn. Un generale dell’esercito ha dichiarato al Sunday Times che la classe dirigente si sarebbe ammutinata per rovesciare qualsiasi governo guidato da Corbyn. Immagini trapelate mostravano soldati in Afghanistan che usavano il suo volto come bersaglio. 

‘Corri il guanto di sfida’

Dietro tutto questo si cela la potenza degli Stati Uniti, il nucleo imperiale la cui politica è ancora più profondamente radicata nella classe dei miliardari.

In una registrazione trapelata nel 2019, il Segretario di Stato americano ed ex direttore della CIA, Mike Pompeo, avvertì che era fondamentale impedire al leader laburista di arrivare al potere, suggerendo che fosse già in corso una campagna organizzata per screditare Corbyn.

“Potrebbe darsi che Corbyn riesca a superare la sfida e farsi eleggere. È possibile”, ha detto Pompeo. “Sappiate che non aspetteremo che faccia queste cose per iniziare a reagire. È troppo rischioso, troppo importante e troppo difficile una volta che è già successo”.

Perché le istituzioni statunitensi e britanniche erano così determinate a fermare l’avanzata di Corbyn, anche se ciò significava sabotare apertamente il processo politico democratico del Regno Unito?

Proprio perché Corbyn era l’unico importante politico britannico a non essere stato catturato.

Durante il suo mandato come leader laburista, le elezioni britanniche hanno smesso di essere puro teatro politico. Il voto contava. La politica, per una volta, era una questione di sostanza. È emerso un leader che non equiparava gli interessi degli elettori comuni alla ricchezza dei miliardari.

Se Corbyn fosse riuscito a superare la sfida di Pompeo ed entrare al numero 10 di Downing Street, sarebbe stato in grado di sradicare la cricca di Mandelson che controlla il partito laburista e di restituire voce alla gente comune.

Corbyn intendeva porre fine al regime di austerità bipartisan in vigore nel Regno Unito, ormai durato 16 anni, ovvero la politica economica che giustificava le continue razzie delle casse pubbliche da parte dei miliardari.

Le imposte sul patrimonio, i limiti alle retribuzioni eccessive, la comproprietà dei lavoratori nelle grandi aziende, la nazionalizzazione e le imposte sugli utili straordinari avrebbero tutti colpito duramente le tasche dei miliardari. 

Le linee rosse di Corbyn

È altrettanto difficile immaginare che la politica estera britannica avrebbe seguito lo stesso corso bipartisan degli ultimi anni sotto la guida di Corbyn.

Egli non avrebbe mai dato priorità ai profitti dei produttori di armi rispetto alla vita di decine di migliaia di bambini palestinesi a Gaza.

Non avrebbe mai accettato di utilizzare aerei britannici per trasportare bombe statunitensi da 2.000 libbre in Israele per radere al suolo Gaza, né di effettuare voli spia della RAF sull’enclave per fornire a Israele le informazioni di intelligence utilizzate per colpire i palestinesi.

Inutile dire che non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, che Israele avesse il “diritto” di privare la popolazione di Gaza di cibo, acqua e carburante.

E avrebbe respinto la serie di restrizioni alla libertà di parola e di protesta in patria, volte a proteggere Israele dagli oppositori del suo documentato genocidio – ora riclassificati come “terroristi” – che stanno gradualmente spianando la strada a uno stato di polizia.

Più in generale, si sarebbe opposto al continuo sostegno britannico alle “guerre eterne”, linfa vitale di una classe miliardaria che ha bisogno di controllare le risorse globali per sé e che ingrassa sempre di più grazie ai profitti delle industrie belliche.

Non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, di più che raddoppiare la spesa del Regno Unito per la macchina da guerra della NATO, una bella piccola entrata per i miliardari su cui insiste il miliardario Donald Trump.

Sotto Corbyn, la Gran Bretagna avrebbe ceduto il controllo del suo enorme database NHS, ovvero i dati su di te e su di me, a un gigante della tecnologia di spionaggio statunitense come Palantir, che è già fondamentale nel genocidio di Israele a Gaza e nella neonata milizia fascista di Trump, l’ICE?

Sappiamo la risposta, perché Corbyn ce l’ha detta.

Uno dei ministri di Corbyn chiederebbe, come il ministro degli Interni Shabana Mahmood, di usare l’intelligenza artificiale per reinventare un’idea di sorveglianza del XVIII secolo, il Panopticon, che garantirà, per usare le sue parole, che “gli occhi dello Stato possano essere puntati su di te in ogni momento”

Legami poco chiari con i miliardari

C’è un motivo per cui ora è aperta la caccia a Mandelson. Perché i miliardari – e i loro media – preferirebbero che il tuo odio fosse rivolto alla loro arci-creatura piuttosto che a loro direttamente.

La teoria della “mela marcia” (o due, se si conta Mountbatten-Windsor) distoglie utilmente la nostra attenzione da chi e cosa veniva servito.

L’attenzione si concentra sul rapporto personale di Mandelson con Epstein. Ma la sua rete di legami commerciali si estendeva ben oltre un singolo predatore sessuale.

Fino a questo mese, quando è stato costretto a disinvestire sotto l’attento controllo in seguito alla pubblicazione dei file Epstein, Mandelson era fondatore e socio senior della società di lobbying Global Counsel. I suoi clienti sono alcune delle aziende più potenti del pianeta.

Molti di loro si stanno ora salvando per evitare di essere associati a Mandelson. Ma tra i clienti esistenti o recentemente usciti ci sono colossi della tecnologia come Palantir, TikTok e OpenAI; aziende di combustibili fossili come Shell, Anglo American e Glencore; servizi finanziari come JP Morgan, Standard Chartered, Barclays e Bank of America; e aziende di beni di consumo come Nestlé, Shein, BMW e la Premier League inglese.

Non è che queste aziende abbiano commesso qualcosa di illegale nell’essere rappresentate da Global Counsel, o che Global Counsel stessa abbia commesso qualcosa di illegale. È che l’interfaccia in gran parte invisibile tra il mondo della politica e le aziende più potenti della storia umana ha plasmato ciò che è considerato legale.

L’oscurità di questo sistema è proprio il suo punto.

Nel 2010, Mandelson disse a Epstein che la Global Counsel, che stava allora fondando, avrebbe fornito “consulenti sulla politica degli accordi che si desidera negoziare e sulle questioni che si desidera risolvere o sulle modifiche normative necessarie per la protezione/il successo commerciale”.

Almeno ora, sotto pressione, la nostra classe politica prigioniera sta iniziando a porsi domande molto limitate su cosa stia realmente accadendo.

Ad esempio, come ha fatto il cliente di Mandelson, Palantir, ad aggiudicarsi un contratto da 241 milioni di sterline (329 milioni di dollari) con il Ministero della Difesa del Regno Unito senza una gara d’appalto aperta? E perché un incontro ufficiale a Washington DC tra Mandelson, Starmer e l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, non è stato verbalizzato?

Un altro cliente di Global Counsel, OpenAI, che ha recentemente firmato un accordo con il Regno Unito per valutare l’integrazione della sua intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari, di sicurezza e di istruzione, ha recentemente nominato George Osborne, ex cancelliere britannico, come suo rappresentante principale. Sarà responsabile della collaborazione con i governi di tutto il mondo per la definizione delle loro politiche in materia di intelligenza artificiale . 

Diffamazione

È impossibile immaginare che Corbyn si sia inserito volontariamente in questo mondo di controllo aziendale, ora requisito minimo per qualsiasi politico che aspiri a un ruolo nel governo, ed è per questo che non solo i miliardari e i loro media, ma anche la burocrazia del Partito Laburista, hanno lavorato instancabilmente alla diffamazione di Corbyn.

L’ascesa e la caduta di Morgan McSweeney, fino allo scorso fine settimana capo dello staff di Starmer, esemplificano questa oscura impresa congiunta delle élite politiche e imprenditoriali.

McSweeney ha mosso i primi passi in politica nei primi anni 2000, sviluppando per Mandelson un database politico noto come “Excalibur” per perfezionare i messaggi della campagna elettorale laburista e raccogliere informazioni da utilizzare contro gli oppositori politici, tra cui i parlamentari laburisti, spesso divulgandole a giornalisti favorevoli.

McSweeney non solo ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione del primo ministro di plastica per eccellenza, Starmer, ma è stato anche determinante nella precedente campagna autolesionista del partito laburista per far cadere Corbyn, come spiega il giornalista investigativo Paul Holden nel suo recente libro The Fraud.

Subito dopo l’elezione di Corbyn a leader del partito laburista nel 2015, McSweeney prese le redini di un gruppo di fazioni che formò un think tank chiamato Labour Together, la cui missione segreta era quella di distruggere il nuovo leader e promuovere un sostituto visto più favorevolmente dai donatori aziendali.

Di fatto, Labour Together è diventato un fondo segreto destinato principalmente a ricchi donatori, uno dei quali era profondamente interessato a riciclare l’immagine di Israele, l’altro aveva fatto ingenti investimenti nell’assistenza sanitaria privata, per sostenere la causa.

Al momento delle elezioni del 2020 per sostituire Corbyn alla guida del partito laburista, Labour Together aveva accumulato una piccola fortuna.

Per legge, circa 730.000 sterline (996.000 dollari) avrebbero dovuto essere dichiarate alla Commissione Elettorale. Ma McSweeney non lo ha fatto e nel 2021 la Commissione Elettorale ha ritenuto il gruppo colpevole di oltre 20 diverse violazioni della legge. In seguito è stato multato.

Holden sostiene che l’evasività di McSweeney avesse uno scopo politico: impedire il controllo delle attività di Labour Together.

Il think tank ha utilizzato i fondi non dichiarati per fondare clandestinamente gruppi di “astro-turf” – finti movimenti di base finanziati da aziende – che hanno promosso una campagna diffamatoria contro Corbyn e i suoi sostenitori, bollandoli come antisemiti. Allo stesso tempo, Starmer è stato promosso, soprattutto tra i membri del partito laburista, come un uomo pulito che avrebbe ampiamente seguito le orme di Corbyn.

Una volta diventato leader, Starmer aveva tutte le carte in regola per epurare gli esponenti della sinistra dal partito e smembrare la base dei suoi iscritti, in modo che il controllo potesse essere restituito ai donatori aziendali.

Holden conclude: “Il progetto politico che ci ha portato al governo Starmer è stato un’impresa sconsiderata e probabilmente illegale, la cui cattiva condotta minaccia la salute della democrazia britannica”

Merce danneggiata

In particolare, Holden e un piccolo gruppo di giornalisti che hanno cercato di scrutare la scatola nera della politica britannica sotto Starmer hanno scoperto questo mese di essere stati loro stessi presi di mira da un’indagine segreta da parte di un alleato di Starmer.

Nel 2023, Josh Simons, ora ministro del governo laburista, pagò 30.000 sterline (41.000 dollari) a un’agenzia di pubbliche relazioni per la gestione delle crisi, affinché identificasse i giornalisti, tra cui Holden, che avevano indagato sulle attività di Labour Together, nonché le loro fonti.

All’epoca, Simons era il direttore di Labour Together, come successore di McSweeney.

Sembra che l’obiettivo fosse quello di spaventare i giornalisti o di diffamarli con storie inventate sui media.

Holden apre The Fraud con un resoconto del Guardian, in seguito all’operazione di sorveglianza di Simons, che lo avverte che stavano per pubblicare affermazioni secondo cui sarebbe stato indagato per un attacco informatico illegale alla Commissione elettorale nel 2021.

Quando Holden ha minacciato di intentare una causa per diffamazione, il Guardian ha fatto marcia indietro.

La verità è che gli scandali che hanno coinvolto Mandelson, McSweeney e Starmer sono stati fin troppo evidenti per i giornalisti di Westminster per anni.

Questi giornalisti hanno scelto di rimanere in silenzio, proteggendo la scatola nera, in parte per paura di tradire direttamente queste potenti figure politiche e in parte per paura di tradire i potenti proprietari delle piattaforme mediatiche che li impiegano.

Mandelson e McSweeney sono già fuori, e Starmer non è certo lontano da loro. Ora sono merce danneggiata e irreparabile. Ma il sistema che li ha creati è ancora forte come sempre. E presto troverà una nuova serie di avatar per eseguire i suoi ordini.

*****

La minaccia è la pace

Starmer si è presentato a Monaco e ha affermato che la Russia ha commesso un “errore strategico”.

Poi, nello stesso momento, ha ammesso che la Russia sta espandendo il suo esercito e la sua base industriale a una velocità vertiginosa, nel bel mezzo di una guerra.

Cos’è, Keir? Un errore... o una macchina che non riesci a fermare?

La verità è più sgradevole di entrambe le risposte. L’errore strategico non è stato il fatto che Mosca abbia frainteso l’Europa. Ma che è stata l’Europa a fraintendere Mosca.

L’Europa ha reciso la propria spina dorsale energetica. Ha svuotato la sua industria a comando e solo ora, all’ultimo minuto, cerca di riavviare un complesso militare-industriale in rovina. L’Europa si è convinta che le conferenze stampa teatrali potessero sostituire le linee di produzione e l’acciaio.

E ora Merz, con faccia seria, afferma che l’economia dell’UE è “dieci volte” quella della Russia, eppure l’Europa non è dieci volte più forte. Io lo interpreto più come una confessione dell’umiliazione dell’Europa.

Inoltre... non fingiamo che il numero 10x significhi quello che vogliono che significhi. La guerra industriale non si combatte con il PIL nominale. Si combatte con il potere d’acquisto, i costi energetici, la capacità produttiva e la capacità di mobilitazione dello Stato. Persino i burocrati della difesa a livello UE usano esplicitamente le conversioni in PPA quando confrontano i bilanci, perché chiunque sia serio sa che il prezzo di listino non equivale alla produzione reale.

E vogliono applausi per questo?

Poi Starmer fa la vera rivelazione... la pace non ridurrebbe il pericolo, ma lo aumenterebbe.

Leggetelo con calma. La minaccia è la pace. Non la guerra. Non l’escalation. Non un errore di calcolo.

Pace!

Quando la pace diventa una minaccia, non stai difendendo l’Europa: la stai preparando al sacrificio finale.

Quindi, quando Starmer afferma che un accordo di pace farebbe sì che la Russia “si riarmi più velocemente”, sta dicendo a voce alta la parte nascosta: in realtà non vogliono la pace a meno che non preservi il racket della mobilitazione. La pace diventa la “minaccia” perché pone fine al canale della paura che giustifica un decennio di spese, truffe Ponzi sugli appalti e politiche di emergenza.

Ed è qui che si passa dall’ipocrisia a qualcosa di più oscuro: Starmer sta di fatto offrendo volontariamente all’Europa una posizione di escalation “fino alla fine del decennio”, fingendo che questa sia “stabilità”. Questa retorica è come camminare nel sonno verso l’abisso. Non è necessario desiderare la catastrofe per orientarsi verso di essa, basta normalizzare il linguaggio dell’inevitabilità: “essere pronti a combattere, accelerare i preparativi, risposta completa”.

E chiariamo la scala di crescita a cui si sta avvicinando.

L’Europa è indietro di generazioni nell’adozione di sistemi missilistici e d’attacco di fascia alta, che oggi definiscono la deterrenza russa. La segnalazione russa con sistemi come l’Oreshnik, un missile balistico a medio raggio utilizzato almeno due volte dal 2024, con velocità fino a Mach 11 in fase terminale e dispersione del carico utile di tipo MIRV, è un messaggio cinetico: i gradini dell’escalation esistono e sono controllati dalla Russia.

Quindi risparmiateci il cosplay morale. L’Europa non ci è inciampata. L’ha scelto, con l’autolesionismo economico, la deindustrializzazione, il sabotaggio energetico, e poi il gran finale... vendere all’opinione pubblica un futuro in cui la pace è pericolosa e la mobilitazione perpetua è “responsabile”. Questo è l’errore strategico su scala darwiniana.

Questa asimmetria non è retorica. È fisica. E alla fisica non importa niente dei discorsi di Monaco.

Quindi, quando Starmer parla di “risposte complete” e “preparazione accelerata”, non sta offrendo sicurezza agli europei. Sta offrendo un futuro in cui gli errori di calcolo diventano statisticamente inevitabili.

E questa è la parte imperdonabile. L’escalation mascherata da prudenza è un’incoscienza criminale.

E la storia è spietata con i leader che scambiano la retorica delirante per potere.

Il video.

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09/02/2026

Starmer sotto il fuoco degli “Epstein files”

L’onda nauseabonda degli Epstein files comincia a seminare il panico in Europa, mentre negli Stati Uniti l’intero establishment – quello pro e quello contro Trump – prova ancora a resistere cercando di scaricare sul competitor il maggior peso dello scandalo.

In Gran Bretagna, però, questa pur evanescente possibilità non esiste più, visto che sia i laburisti – si fa per dire... – che i conservatori sono al minimo dei consensi storici, mentre avanza una destra neonazista (quella accolta con tutti gli onori da Salvini al suo ministero) e, sul fronte opposto, il buon Jeremy Corbin si riaffaccia sulla scena dopo aver subito di tutto da Keir Starmer e la sua pattugli di bastardi senza onore.

Proprio l’inner circle di Starmer è stato toccato direttamente dalla pubblicazione di una parte dei documenti del finanziere pedofilo, nonché terminale del Mossad israeliano.

Il primo ministro Starmer ha dovuto acconsentire a rivelare il processo di verifica utilizzato dal Partito Laburista, al governo, per approvare la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti nel dicembre 2024, quando i suoi rapporti “strettissimi” con Epstein erano già noti.

La pubblicazione di fotografie dello stesso Mandelson in per nulla diplomatiche mutande a fianco di una giovanissima ragazza in accappatoio, scattata nell’ormai famosa megavilla nei Caraibi ha concretizzato “le voci” e reso necessarie le sue dimissioni.

A quel punto, però, la domanda politica è diventata: “chi e perché lo aveva messo lì?”. Mandelson era sicuramente uno esperto, visto che aveva già ricoperto il ruolo di ministro degli esteri, ma era anche l’ultimo che si potesse scegliere per gestire quotidianamente i rapporti tra Londra e l’amministrazione Trump (a sua volta iperfotografato con ragazzine nella stessa villa). Praticamente il cuore della politica occidentale... 

Oltretutto, l’ultima diffusione di file ha dimostrato che Mandelson aveva mantenuto quei rapporti anche dopo che Epstein aveva scontato una prima condanna, nel 2008, per “favoreggiamento della prostituzione minorile”.

Ma la cosa più “scandalosa”, da punto di vista della credibilità come funzionario dello Stato, è che Mandelson – quando, nel 2009, era ministro del Commercio – nell’evoluzione della crisi finanziaria del 2008 aveva anticipato al finanziere le mosse che sarebbero state fatte nella gestione del debito pubblico e dei salvataggi bancari, così da permettere a Epstein guadagni facili e giganteschi (in cambio, ovviamente, di una parte di quegli extraprofitti straordinari).

Il 9 maggio 2010, Mandelson aveva scritto a Epstein: “Fonti mi dicono bailout da 500 miliardi di euro, quasi completo [sic]”. La mattina dopo, i governi europei approvarono un salvataggio da 500 miliardi di euro per le banche dopo la crisi finanziaria globale. Chi ne era stato informato prima aveva potuto comprare azioni di quelle banche a prezzo stracciati e poi rivenderle – molto rivalutate – dopo il “salvataggio”.

Giovedì, Starmer si è scusato con le vittime di Epstein per aver nominato Mandelson ambasciatore negli USA nonostante conoscesse i suoi legami con il finanziario screditato. “Era noto da tempo pubblicamente che Mandelson conoscesse Epstein, ma nessuno di noi conosceva la profondità e l’oscurità di quella relazione”, ha provato a cincischiare.

Mandelson, 72 anni, era un veterano politico laburista presente nei gabinetti di Tony Blair e Gordon Brown dal 1997 al 2010. Le sue dimissioni anche dal partito, comunque, non hanno interrotto la frana. Anzi.

Dovendo spiegare come si era arrivati alla sua nomina come ambasciatore negli Usa, pur sapendo benissimo che era un “uomo di Epstein”, Starmer ha dovuto scaricare il suo capo di gabinetto (un equivalente del nostrano “sottosegretario alla presidenza del Consiglio”), ovvero l’uomo che cura i dossier più importanti su cui poi il primo ministro decide.

Il Times, sabato, ha riportato che Starmer aveva ricevuto soltanto una nota di due pagine dal team “per la correttezza e l’etica” dell’Ufficio di Gabinetto. Morgan McSweeney, ancora molto giovane ma un serpente velenoso come pochi, ha dovuto così rassegnare le dimissioni da Capo di Gabinetto, lasciando Starmer privo di altri “scudi” altrettanto credibili.

Molti parlamentari laburisti lo stanno ora accusando di essersi mosso tardi e di aver gestito male la questione, oltre a quelle più generali sull’azione di governo. Benché in forma anonima, diversi giurano di non essere più disposti a sostenerlo. La fine del governo sembra quindi prossima.

McSweeney non era solo un “fedele esecutore”, però. Tutti gli avevano riconosciuto il dubbio “merito” di essere l’ispiratore del “ritorno al centro” del partito, dopo aver orchestrato e condotto una campagna di diffamazione pubblica contro il segretario precedente, quel Jeremy Corbin filo-palestinese e pro politiche di welfare che gli affaristi della City, e soprattutto gli Stati Uniti – quando ancora c’era Joe Biden, sottolineiamo – proprio non potevano sopportare come possibile primo ministro dopo la catastrofica caduta dei conservatori (che avevano cambiato in pochi anni più premier che vestiti).

Naturalmente l’accusa decisiva verso Corbyn era stata “l’antisemitismo”, col supporto entusiasta di tutte le componenti del sionismo anglosassone. Un’accusa falsa ma fortemente sponsorizzata. Che oggi appare ridicola di fronte a quelle verissime che escono dai file di Epstein, non per caso sionista e razzista.

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