Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/06/2020

Sanità e territorio. Quo vadis?

Niente dovrà essere come prima. La pandemia ha messo a nudo in maniera marcata l’inefficienza e l’inefficacia del Servizio Sanitario Nazionale. La precisazione è d’obbligo.

La Medicina Preventiva non esiste più o quanto meno è stata “piegata” agli interessi economico-industriali (esempio eclatante Taranto).

La medicina assistenziale è stata cancellata dalla sussidiarietà che si traduce come intervento del privato con l’intento di trarre profitto con conseguente speculazione sui bisogni degli assistiti: si deve pagare una retta sia nel pubblico sia nel privato, perché la logica è prettamente economica e pervade egualmente pubblico e privato. In buona sostanza si va a colpire lo strato di popolazione che lavorando una vita, attraverso la contribuzione fiscale, sperava di avere una vecchiaia dignitosa e serena.

La pandemia ha dimostrato quanto sia stata demenziale la scelta di politica sanitaria generale e le leggi che la codificano.

In particolare mi riferisco al trasferimento, in Lombardia, secondo una circolare della Regione dell’8 marzo, di malati Covid nelle case di riposo in nome di un aumento di quota giornaliera, oltre che all’insipienza medica di un atto del genere.

La stessa questione riguarda la medicina curativa che naturalmente ha dei distinguo fondamentali fra quella territoriale e ospedaliera ma che ha mostrato un alto livello critico nell’affrontare la pandemia.

L’accreditamento del pubblico e del privato, quindi la parità di trattamento economico, ha deliberatamente messo in crisi la componente pubblica.

In pratica tutta l’urgenza è stata a carico delle terapie intensive pubbliche in quanto numericamente preponderanti sulle strutture private ma che celano una scelta economica: costano troppo e il ritorno economico non conviene.

A tale proposito va ricordato che le terapie intensive pubbliche devono tenere dei letti disponibili per eventuali emergenze provenienti dal privato. Altro punto dolente è stato l’affollamento degli ospedali in quasi totale assenza di presidi territoriali sanitari pubblici e di medicina convenzionata (leggi mutua).

Naturalmente tutte le forze politiche si sono scatenate nel denunciare la mancanza di centri di ricezione territoriali. Ma già si fanno dei distinguo. Le ricerche anticorpali mediante prelievo venoso vengono eseguite solo da strutture private al costo medio di 50€, mentre le strutture pubbliche, compresi gli ospedali, non sono “accreditate” per tale compito e le rilevazioni con il pungidito ripetibile a volontà, con risposta quasi immediata, dal costo di5€ non vengono effettuate in alcun luogo, privato o pubblico che sia.

Gli stessi datori di lavoro devono pagare di tasca loro l’eventuale test sierologico il che apre una serie di problematiche facili da immaginare. A questo proposito si apre un’altra questione importante relativa ai ticket sanitari.

Il ticket rappresenta un esborso ulteriore per i contribuenti e il continuo aumento ha prodotto un boom di laboratori privati sul territorio che offrono un servizio a un costo poco superiore al ticket con una risposta molto più breve e con attese minori.

Alla fine sarebbe giusto chiedersi se, visto che il Servizio Sanitario Nazionale è retto dalla fiscalità generale perché non si divide il pubblico dal privato? Questo concetto è in linea con la legge 833/78 che parla di sanità pubblica, gratuita, universale. Peccato che è stata superata dalla legge De Lorenzo nel 1992 e Bindi nel 1999 che prevedono l’aziendalizzazione della sanità e il tutto viene rafforzato da D’Alema con la modifica del titolo V della Costituzione, foriera della regionalizzazione differenziata che ci ha portato allo stato pietoso in cui oggi siamo.

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17/10/2019

Non c’è Speranza per un servizio sanitario universale

Da diversi giorni si dibatte sull’intenzione annunciata dal Ministro della sanità Speranza di modificare il sistema di tasse sulle prestazioni sanitarie, ossia il conosciutissimo ticket. La proposta sembra vertere su una rimodulazione dei ticket in base alle fasce di reddito e sull’abolizione del super-ticket, un obolo di 10 euro che dal 2007 si somma al ticket ordinario su ogni prestazione già gravata dalla tassa.

Il cosiddetto ticket sanitario esiste formalmente in Italia dal 1989 e venne applicato per la prima volta nel 1993. Nato come tassa simbolica con l’intenzione di disincentivare la domanda smodata di sanità frenando gli abusi, con il tempo è diventato sempre più elevato acquisendo un peso molto consistente che negli anni più recenti si è attestato mediamente a circa 4-5 miliardi di euro annui complessivi di spesa compartecipata (ossia proveniente direttamente dai cittadini che pagano il ticket). Il ticket colpisce una quantità cospicua di farmaci e tutte le visite mediche diagnostiche, e può superare la cifra di 40-50 euro per diverse prestazioni a seconda delle regioni.

Il sistema, sin dagli inizi, ha garantito delle fasce di esenzione legate a fattori di reddito, condizioni di salute ed età. Attualmente è prevista l’esenzione solo per:
- persone sopra i 60 anni e bambini sotto i 6 anni che appartengono ad un nucleo familiare con reddito inferiore a 36.000 euro annui lordi;
- disoccupati che appartengono ad un nucleo familiare con reddito inferiore agli 11.000 euro lordi annui;
- soggetti affetti da determinate malattie croniche.

La gran parte delle persone, dunque, anche se povere ed anche se affette da svariate patologie croniche non incluse nella lista delle esenzioni, si ritrovano a pagare il ticket per ogni prestazione sanitaria.

Gli argomenti usati per giustificare l’esistenza dei ticket sono essenzialmente due:
- il primo, già menzionato e usato come cavallo di Troia per spianare la strada all’introduzione della tassa, è il presunto effetto disincentivante al fine di favorire un utilizzo appropriato della sanità;
- il secondo, emerso in modo crescente negli anni a venire con il consolidamento delle politiche di austerità in Italia e in Europa, è la presunta necessità di garantire un cofinanziamento a carico del paziente in un contesto di scarsità e difficoltà di reperimento delle risorse pubbliche.

Rispetto al primo elemento, va rilevata la profonda iniquità di un approccio che vorrebbe sostituire la sacrosanta educazione sanitaria di medici e pazienti, utile ad evitare un sovra-utilizzo abusivo delle strutture sanitarie, con l’arma del disincentivo economico che colpisce a pioggia tutti i soggetti, venendo così a creare un pericoloso effetto ‘distorsivo’ sulla prevenzione e la cura anche laddove, sia la prevenzione che la cura, fossero pienamente giustificate ed utili. Politiche di controllo dei medici curanti e campagne di sensibilizzazione ed educazione sanitaria capillari sortirebbero, viceversa, un effetto potenziale di moderazione degli abusi senza gravare sulle tasche dei cittadini bisognosi di percorsi di indagine diagnostica e di cura.

Il secondo elemento, base essenziale delle politiche economiche adottate nell’ultimo trentennio, va smontato radicalmente dalle fondamenta: non esiste scarsità di risorse pubbliche in un sistema economico con una disoccupazione a doppia cifra lontanissimo dal pieno impiego. Lo Stato potrebbe spendere risorse in deficit creando occupazione, crescita e servizi per il cittadino, compresi quelli sanitari; inoltre, anche in un sistema che, per ipotesi, abbia raggiunto il pieno impiego, le risorse per un sistema sanitario andrebbero reperite tramite uno sforzo collettivo di tipo progressivo che gravi in modo crescente, tramite la tassazione diretta, sui redditi più alti e sulla generalità delle persone anziché sulla persona in stato di bisogno sanitario.

È infatti evidente la forte regressività di una tassa quale il ticket sanitario che colpisce con cifre fisse una prestazione, indipendentemente dal reddito del soggetto che ne usufruisce, andando dunque a gravare in modo infinitamente più forte sul povero rispetto al ricco. È altresì evidente la regressività che quella tassa genera rispetto allo stato di bisogno, indipendentemente dal reddito percepito, nella misura esatta in cui colpisce il malato, il bisognoso, colui che deve intraprendere un percorso diagnostico per necessità e non invece colui che quel percorso ha la fortuna di non doverlo intraprendere perché è in buone condizioni di salute.

Tornando alla proposta di Speranza, che ricalca peraltro una proposta già annunciata nel 2014 dal governo Renzi e poi mai attuata, l’idea di una rimodulazione dei ticket sanitari sulla base dei livelli di reddito potrebbe a prima vista sembrare ragionevole nella misura in cui introduce dei minimi elementi di progressività in quell’impianto che, come abbiamo visto, impone una tassa in somma fissa dagli effetti gravemente regressivi.

Eppure le cose non sono così ovvie e ci sono ottime ragioni per ritenere l’approccio della proposta viziato all’origine.

Partiamo da una prima considerazione: l’accesso alle cure e il mantenimento della salute è un diritto universale, tra i più basilari che una società dovrebbe riconoscere ad una persona. La malattia, la sofferenza, lo stato di bisogno psico-fisico sono esigenze che sorgono per accidenti della vita e non certo per responsabilità individuali (se non in casi molto marginali). Si tratta quindi di un bisogno di cui l’intera società dovrebbe farsi carico con risorse collettive senza che sia il bisognoso di turno a sostenerne il costo. Si potrebbe obiettare: ma se il bisognoso è ricco non avrà certo problemi a finanziare almeno in parte il costo di un percorso diagnostico ed aiuterà così il sistema a reperire risorse per i più poveri! L’obiezione è sbagliata per almeno due motivi.

Il primo motivo è che ricchi e poveri devono essere discriminati a monte nel processo di imposizione fiscale, e non a valle al momento dell’accesso ad un servizio a buona ragione giudicato universale. È la progressività generale delle imposte, vergognosamente ridotta al lumicino nel sistema italiano degli ultimi decenni, a garantire, all’origine, la progressività del finanziamento di un servizio come quello sanitario. Il vero obiettivo, dunque, dovrebbe essere quello di incrementare drasticamente il grado di progressività del sistema tributario (in direzione diametralmente opposta rispetto alla proposta leghista della flat tax) nella sua struttura facendo pagare tante imposte a chi può permetterselo e poi finanziare con questo gettito i servizi pubblici universali per tutti, al netto peraltro dell’ampia possibilità di finanziamento in deficit.

Voler ripristinare la progressività perduta a valle rappresenta un palliativo non solo iniquo, ma anche inefficace e persino pericoloso. Iniquo, perché si decide di tassare il benestante malato e bisognoso al posto della generalità dei benestanti. Inefficace, perché è ben noto che i più ricchi non fanno uso della sanità pubblica, ricorrendo nella maggioranza dei casi a diagnostica e cura privata coperta da laute assicurazioni. Pericoloso, infine, perché apre la pista ad un nuovo concetto di stato sociale che da anni, non solo in ambito sanitario, si tenta di affermare nei Paesi europei sulla scia del modello anglosassone e sulla spinta delle politiche di austerità: ossia quello di uno Stato sociale compassionevole con i soggetti più poveri e che viene finanziato, di fatto, da quelli un po’ meno poveri tramite sistemi impositivi sempre meno progressivi.

Lo Stato sociale universalistico di molte nazioni europee si sviluppò nel corso del Novecento e in particolare nei tre decenni che seguono la fine della seconda guerra mondiale sulla base di un principio generale: lo Stato è in grado di intervenire nell’economia garantendo a tutti servizi socialmente rilevanti, che devono essere sottratti alla logica del mercato, e che possono essere finanziati collettivamente, o tramite ricorso al deficit o tramite imposte fortemente progressive. Istruzione e sanità hanno rappresentato da sempre i capisaldi dello Stato sociale universalistico assieme ad altri ambiti parzialmente o integralmente sottratti alla logica del mercato.

Il modello di stato sociale anglosassone di marca statunitense è sempre stato invece di natura ben diversa: lo Stato interviene coprendo con servizi essenziali diretti o finanziando monetariamente l’uso di servizi privati, le esigenze primarie della popolazione più povera, mentre tutti gli altri, compresa la gran massa della classe media e medio-bassa, non povera ma certo non ricca, si paga cure, istruzioni e servizi di ogni altro genere da sé in genere tramite un sistema assicurativo privato. Il tutto basato su un sistema di imposizione fiscale meno progressivo degli omologhi europei che implica un forte carico sulla classe media. Si chiama Stato sociale compassionevole, limitato alla popolazione più povera, basato non sull’idea del diritto sociale universale ma su quella dell’assistenza minima e spesso scadente, limitata agli indigenti. Un sistema che nei fatti implica una redistribuzione di risorse dalla classe media e medio-bassa ai più poveri (quindi interna alla classe lavoratrice) mentre i ricchi godono senza affanni di servizi privati di eccellenza e finanziano solo marginalmente i limitati servizi universali. Un sistema che, come noto, in ambito sanitario crea mancato accesso alle cure, alla prevenzione e una spesa privata abnorme a tutto vantaggio di assicurazioni e sanità privata.

In campo sanitario, per fortuna, l’Italia è ancora lontana dall’aver adottato il modello nord-americano, potendo vantare uno dei sistemi di cura della malattia universalistici più avanzati e accessibili al mondo. Tuttavia, nell’ambito diagnostico e di prevenzione il processo di mercificazione e privatizzazione è in corso da molti anni e in via di preoccupante avanzamento. Il ticket sempre più esoso e, ancora di più, le liste di attesa chilometriche che implicano attese fino ad un anno per prestazioni anche importanti, hanno spianato volutamente la strada alla sanità privata o ad odiosi sistemi intermedi come l’Intramoenia di uso semi-privato di strutture pubbliche che consentono, pagando di più, di scavalcare le liste estenuanti. A ciò si aggiunge il grave processo di regionalizzazione avviato dal 2001 con la Riforma del Titolo V che ha creato pesanti disparità territoriali in termini di qualità, costo ed entità delle liste di attesa.

Di fronte a questa situazione emergenziale la proposta del ministro Speranza, al netto del condivisibile proposito di abolizione erga omnes del super-ticket, non introduce alcun vero cambiamento di prospettiva, ma finisce per cristallizzare molte delle tendenze in atto. Limitarsi a rimodulare i ticket facendo pagare meno ai poveri e presumibilmente di più ai meno poveri (la proposta avanzata da Speranza è, infatti, a tutti gli effetti, una riforma a costo zero e a parità di introiti sanitari), coprendo ideologicamente il tutto con l’esempio del tutto marginale del ricco che finalmente pagherà di più per accedere a servizi iniquamente garantiti sotto-costo, ha un significato e delle implicazioni molto chiare.

L’adozione di una proposta simile significa rinunciare in modo ufficiale all’universalità del servizio sanitario; significa praticare una redistribuzione interna alla classe lavoratrice tra redditi medi e bassi ovvero una guerra tra poveri e un po’ meno poveri; significa infine trascurare il fatto che la mercificazione e la privatizzazione strisciante del sistema di prevenzione e diagnostica sono dovute sia alla presenza dei ticket gravanti sulla generalità della fasce di reddito medie e basse, sia, soprattutto, alle mostruose liste di attesa che spostano fette crescenti della popolazione dal pubblico al privato a tutto beneficio di cliniche private lautamente convenzionate e assicurazioni private. Una situazione scandalosa che vede il servizio pubblico di diagnostica e prevenzione non solo sempre più costoso, ma spesso semplicemente inesistente poiché attendere un anno per poter ottenere delle analisi la cui utilità si misura in giorni o settimane significa, di fatto assenza conclamata del servizio.

Una vera alternativa, se così vuole chiamarsi, in campo sanitario, dovrebbe dunque basarsi:
- sul ripristino della centralità del servizio pubblico gratuito e universale;
- sulla totale abolizione del ticket per tutti;
- la riduzione drastica delle liste di attesa attraverso, ad esempio, cospicui investimenti nella sanità pubblica, che prevedano la costruzione di ospedali nuovi e che contemplino nuove e maggiori assunzioni di medici e infermieri;
- sul riorientamento della spesa pubblica oggi destinata a centri privati a favore di più capillari servizi pubblici;
- sull’abolizione di sistemi semi-privati come l’intramoenia;
- ed infine sulla ricentralizzazione territoriale del servizio per superare le intollerabili asimmetrie regionali oggi esistenti.

Un’impostazione che richiede, a monte, lo scardinamento del dogma della scarsità delle risorse imposto dall’austerità fiscale di matrice europea, una drastica inversione di tendenza nelle politiche tributarie a favore di sistemi che siano realmente progressivi e la fine dell’assoggettamento dell’interesse pubblico agli interessi del capitale privato in ambito sanitario e in ogni ambito della vita economica.

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04/10/2019

Ticket sulla sanità. Una dannosa trovata

La speranza è l’attesa fiduciosa che si realizzi qualcosa quando si ha invece la preoccupazione che non accadrà.

Il ministro della Salute Speranza, che questa estate non ha disdegnato di andare a prendere lezioni al meeting di Comunione e Liberazione, conferma il fondato timore che la sanità non si risolleverà, e non certo in relazione a ciò che evoca il suo nome.

Pensare che il Servizio Sanitario Nazionale possa riemergere dal baratro in cui è stato affondato, è ormai una utopia.

Il provvedimento sbandierato dal ministro Speranza sulla progressività dei ticket sanitari è un’altra farloccata per far dire che è un provvedimento “di sinistra” quando invece è solo fumo negli occhi.

Nell’ultimo decennio la spesa pubblica ha sottratto al Servizio Sanitario Nazionale ben 37 miliardi.

Questo dato va messo in relazione con un altro dato che è quello della spesa sanitaria privata che negli ultimi 5 anni è cresciuta del 10% sfiorando i 40 miliardi.

Tradotto in altri termini: chi ha potuto è fuggito dal servizio pubblico e si è rivolto a quello privato con la conseguenza che il pubblico è diventato sempre più inefficiente e il privato è diventato eccellenza, quantomeno nella percezione.

La progressività dei ticket sanitari calcolati in base alle effettive possibilità reddituali è un provvedimento certamente aderente al dettato costituzionale ma nella sua effettività ha senso solo ed esclusivamente se la sanità è tutta pubblica.

Se le prestazioni migliori si hanno solo nella sanità privata, perché in questi anni è stata quella maggiormente finanziata, la differenziazione dei ticket comporterà una ulteriore forbice: i ricchi che dovranno pagare il ticket più alto non andranno di certo a spenderlo nelle strutture fatiscenti del pubblico che quindi, a questo punto, sarà ulteriormente penalizzato non potendo contare sui maggiori introiti di chi può pagare di più.

Con un ticket aumentato, le persone più facoltose con maggior convinzione si rivolgeranno alla sanità privata convenzionata che in questo modo continuerà ad ingrassare.

Chi avrà meno possibilità, come già accade ora, continuerà invece a rivolgersi al servizio pubblico, con offerta sanitaria obsoleta, oltretutto ancor meno finanziata dalla assenza del ticket.

La forbice tra pubblico inefficiente e privato d’eccellenza aumenterà come in tutte le impostazioni neoliberiste introdotte nel nostro ordinamento da forze politiche di destra ma che per meglio truffare il consenso, hanno avuto il coraggio di autoqualificarsi di sinistra, come LEU e il PD.

Una vera riforma sta nella definitiva chiusura dei rubinetti verso la sanità privata che, in Italia, è cattolica.

Basterebbe una legge a costo zero: obbligarli a garantire nei loro ospedali aborto e eutanasia in cambio dei soldi pubblici, e pur di non consentire l’autodeterminazione, sarebbero disposti a rinunciare al finanziamento dello Stato.

Dunque un provvedimento a costo zero che questa classe politica, nella sua irreversibile cattolicizzazione non assumerà mai.

Qualcuno lo faccia capire a Speranza prima che si ubriachi della sua inutile e forse dannosa trovata.

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25/09/2016

Nuovi ticket, la sanità diventa (quasi) privata

Mentre in televisione sorrideva fissa, come le hanno insegnato ai corsi di Publitalia-Forza Italia, la ministra della salute Beatrice Lorenzin – giustamente ridicolizzata per le campagne abortite sul Fertility Day – assicurava giuliva che "nella legge di stabilità ci saranno due miliardi in più per la sanità". A far intendere che, aumentando la spesa, avrebbe funzionato meglio o si sarebbe creato lo spazio per ridurre qualche ticket.

E' vero naturalmente il contrario: i ticket aumentano. Anzi, vengono introdotti anche per prestazioni che finora erano esenti dal pagamento di un balzello supplementare (per finanziare la sanità pubblica, infatti, paghiamo già le tasse).

Per saperlo, però, bisogna letteralmente scoprirlo spulciando pazientemente i documenti governativi (la relazione tecnica del ministero della Salute al decreto sui Lea). Solo così, infatti, qualcuno – in questo caso qualche funzionario non dormiente o non ancora "complicizzato" della Cgil – ha notato che sono stati decisi nuovi "Livelli essenziali di assistenza" (Lea). Si tratta della lista di cure e prestazioni garantite ai cittadini gratuitamente o con compartecipazione alla spesa. Basta spostare alcune voci dalla gratuità alla "compartecipazione" e il gioco è fatto. Interventi di piccola chirurgia finora gratuite, come l’intervento per la cataratta o per il tunnel carpale, oppure dall’ernia al dito a martello, dall’impianto e ricostruzione del cristallino fino a interventi di artroscopia ed artroplastica. Si tratta, in tutto, di 24 prestazioni che diventeranno a pagamento.

Le maggiori entrate previste non sono poi decisive: appena 60 milioni. Ci si dovrebbe quindi chiedere perché tanto zelo nello stilare una lista di "risparmi" dal risultato così impercettibile. Guardando meglio, però, si vede che si tratta quasi sempre di interventi per patologie tipiche di persone anziane. Dunque, più che al risparmio, si punta al rapido degrado delle condizioni di vita di questa fascia di età, favorendone la "riduzione delle aspettative di vita".

In effetti, così le cose acquistano un certo senso. Macabro.

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20/11/2015

Sanità pubblica tra liste d’attesa e ticket

di Tania Careddu

Chi l’ha detto che la salute non ha prezzo? Liste d’attesa lunghissime, ticket eccessivamente gravosi, assistenza territoriale in affanno, malpractice e servizi per la salute mentale fuori uso: a fare le spese per le inefficienze di un Sistema Sanitario Nazionale sempre meno accessibile, i cittadini. Con la soluzione di rivolgersi progressivamente alle prestazioni sanitarie private.
Stando a quanto riporta il XVIII Rapporto PiT Salute 2015 Sanità pubblica, accesso privato, redatto da Cittadinanzattiva, al primo posto della classifica delle difficoltà segnalate, ci sono i tempi di attesa.

Esami diagnostici, interventi chirurgici e visite specialistiche possono attendere: mediamente, per una risonanza magnetica tredici mesi, per un’ecografia nove, per una mammografia dodici, per una colonscopia otto e per un elettrocardiogramma sette.

Esami (in generale) per i quali si registra anche un aumento del ticket. Altra frizione, l’esenzione del pagamento non solo troppo elevato, ma, relativamente al quale, spesso, le informazioni complete e corrette scarseggiano finanche alla mancata applicazione per imperizia del medico prescrivente o per mancata indicazione dei pazienti.

Numerose le prestazioni a costo pieno. Oltre che per l’acquisto dei farmaci, il peso del ticket sulla diagnostica e la specialistica sta diventando sempre più oneroso, così come i costi per le prestazioni in intramoenia, da dover sostenere per affrontare tempestivamente il bisogno di cura negato dalla sanità pubblica.

Un servizio, pure quello, di malpractice, al secondo posto nella graduatoria delle preoccupazioni dei cittadini: errori terapeutici - in ortopedia, chirurgia generale e oculistica e diagnostici in oncologia, ortopedia, ginecologia e ostetricia -; condizioni inaccettabili delle strutture, disattenzione del personale sanitario, infezioni nosocomiali e da sangue infetto.

Negate le visite a domicilio o il rilascio di una prescrizione da parte del medico di famiglia che originano lamentele sull’assistenza sanitaria di base. Voce, al terzo posto della lista, che turba il 30,1 per cento dei cittadini. Compresa la riabilitazione, carente o di scarsa qualità nei servizi ospedalieri e raramente attivabile a domicilio. In difficoltà anche la ASL che risentono della mancanza di fondi pure per il rinnovo o l’acquisto di apparecchiature.

Fonte

Manca giusto una precisazione nell'articolo, si chiama austerità quella che porta alle situazioni descritte.

23/10/2015

Più tasse per tutti, ma non per i ricchi

Premessa: è difficile discutere una una "legge di stabilità" che ben pochi hanno visto. I ministri l'hanno approvata prima che fosse scritta, le due Camere non l'hanno ancora ricevuta, il Presidente della Repubblica, ieri sera alle 22, non l'aveva ancora tra le mani. Figuratevi noi, poveri cronisti sprovvisti di "entrature a palazzo"...

Ma qualcuno ne ha sicuramente dovuto assaggiare le conseguenze. Per esempio i presidenti di Regione - quelli pomposamente chiamati "governatori" - almeno per la parte riguardante la sanità, per Costituzione (quella emendata in solitudine dal Pd quasi venti anni fa, introducendo il principio suicida della "legislazione concorrente" tra Regioni e Stato, solo per "recuperare i voti alla Lega") affidata alle Regioni.

Chi l'ha capita meglio sembra Sergio Chiamparino, presidente piemontese e "renziano della prima ora", che si è dimesso dall'identica carica a capo della conferenza Stato-Regioni. Non è proprio una dichiarazione di guerra, anzi, ribadisce di "vedere il bicchiere della legge di stabilità mezzo pieno", ma sul punto della sanità dove si prevede che le Regioni in deficit dovranno aumentare Irpef e Irap locali, anche facendo ricorso all'aumento del costo dei ticket ha deciso che non poteva far altro che dimettersi. In modo "irrevocabile", ossia non a là Marino.

«Una regione in queste condizioni non può stare in testa alle altre e per questo ho presentato le mie dimissioni, ma il problema – chiarisce Chiamparino a La Stampa rischia di diventare esplosivo anche per le altre amministrazioni. Non chiediamo più soldi o di sanare il debito ma un decreto che costituisca un fondo patrimoniale ad hoc dove far affluire le anticipazioni assegnate dall’Economia».

Tecnicamente la questione è complicatissima (voci che appaiono o scompaiono, che assumono una dimensione o un'altra, a seconda che ci siano certe condizioni a contorno oppure altre, ma tutte dipendenti da quanto il governo nazionale ha deciso di tagliare sulla spesa sanitaria), ma nella pratica si traduce in un solo gesto: l'aumento del gettito e delle tasse locali. Proprio mentre il governo giura di star tagliando quelle nazionali.

Un falso, anche qui, abbastanza tipico del governo Renzi. Via l'Imu e la Tasi sulla prima casa, che per i meno abbienti si traduce in pochissime centinaia di euro (a fronte di molti servizi pubblici in meno, però, visti i tagli all'amministrazione sia centrale che locale), più spese per i ticket e meno salario netto in busta paga per effetto dell'aumento dell'Irpef regionale (e in attesa di decisioni su quella comunale). Uguale: più tasse per tutti, l'esatto opposto del discorsetto berlusconiano fatto e rivendicato da Renzi in questi giorni.

Anzi, non esattamente per tutti. Visto che Renzi si era rassegnato a lasciare Imu e Tasi su "ville, castelli e abitazioni signorili", dopo una mezza insurrezione (mediatica per carità...), una "manina" ignota si è affrettata a inserire nella legge uno sconto di almeno 1.000 euro sulla tassa che questi "poveretti" dovranno pagare.

Al contrario, tutti i meno abbienti ovvero tutti coloro che ricorrono alla sanità pubblica per curarsi (i ricchi vanno altrove, magari con "l'impegnativa" per avere uno sconto) potranno usufruire di meno servizi pubblici. A cominciare dalle 208 prestazioni diagnostiche che il ministero della salute (la Lorenzin non ha nemmeno una laurea...) ha deciso essere "inappropriate". Per esempio le analisi del sangue per testare trigliceridi e colesterolo, risonanze magnetiche, Tac e altro... Te le devi pagare da te, oppure, anche se riesci miracolosamente ad avere "l'impegnativa" dal medico di famiglia, comunque dovrai pagare un ticket più alto. Così impari ad ammalarti.

Un altro dettaglio chiaramente venuto fuori riguarda l'irrigidimento del blocco del turnover per i dipendenti pubblici. Ogni nuova assunzione deve costare solo il 25% di quanto pagato per i vecchi dipendenti che vanno in pensione. Tenuto conto che gli stipendi erogati ai pensionandi sono in genere più "pesanti" di quelli per i neoassunti (scatti di anzianità, indennità, ecc), si può calcolare che le nuove assunzioni possibili ammonteranno a meno della metà dei pensionati in uscita. Se poi l'ufficio pubblico cui vi dovete rivolgere non funziona più, sapete con chi ve la dovete prendere (con Renzi e Padoan, non con l'impiegato presente! Quelli che timbrano il cartellino e vanno a casa, mica li trovate lì...).

Varie ed eventuali nuove usciranno a breve, pensiamo. Ma il taglio in attesa dei peggioramenti che verranno imposti dall'esame della Commissione Europea è già abbastanza chiaro così.

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