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01/10/2018

Una lotta continua... I 70 anni di Giorgio Cremaschi

Giorgio Cremaschi – una vita passata tra Fiom e movimenti, fino alla costituzione prima di Eurostop e subito dopo di Potere al Popolo (di cui è uno dei portavoce nazionali) – compie oggi 70 anni.

L’intervista di Contropiano prova a fissare i passaggi utili a tutti gli attivisti, oggi, di una esperienza certamente non comune.

*****

70 anni passati militando, cominciando quindi grosso modo dal ’68. Che vuol dire?

Da prima. Ancora prima, perché mi sono iscritto alla Fgci nel 1967, quindi prima che iniziasse il ’68, e avevo cominciato da studente a partecipare alle manifestazioni per il Vietnam.

In che città?

A Bologna. A Bologna, da studente bolognese, liceale, ho partecipato al ’66 alle prime manifestazioni, per lo meno da parte mia. Ce n’erano state altre, ma le mie prime manifestazioni sono iniziate nel ’66 contro la guerra nel Vietnam. Non avevo ancora 18 anni, ma diciamo che per me – al di là del fatto di aver fatto una scelta di campo, di classe, di considerarmi comunista più o meno da quando ho messo i calzoni lunghi – il mio impegno militante inizia sul Vietnam. Penso che sia tipico di una generazione.

Assolutamente sì... Diciamo quando è stata la svolta, il momento in cui si comincia a dire: va bene, dedico la mia vita a questo tipo di attività?

Ma... Da un lato ho sempre fatto il militante, nel senso che io ero studente-lavoratore, stavo nella sezione universitaria del Pci, lavoravo non per lavorare, ma semplicemente per poter essere libero... Allora si poteva, questa è la differenza con l’oggi. Uno trovava un lavoro e poi quel lavoro gli permetteva di fare quel che cavolo voleva, questo è il vero cambiamento. Oggi, invece, devi fare tutto quello che vogliono per trovare un lavoro. Cioè, il lavoro era allora il punto di partenza, oggi è il punto di arrivo nella vita di un giovane. Questo dice anche quanto siamo tornati indietro. Quindi, da studente di scienze politiche – in realtà poi abbastanza trascurato, e soprattutto da lavoratore – partecipavo al ’68, ’69, ‘70, i movimenti, le lotte... Forse, se posso dire, se c’è un segno del destino che riguarda la mia vita è quando il 2 ottobre del 1968 sono stato arrestato e ho fatto qualche giorno di galera, perché siamo andati come studenti a Bologna a contestare il congresso dei medici del lavoro. Dicevamo che la malattia principale dei lavoratori era lo sfruttamento; ma i medici del lavoro era la prima malattia che negavano. Ci furono scontri con la polizia... Io fui arrestato, ma poi ho continuato a fare il militante...

Una svolta professionale, diciamo... Ma quando diventa una professione militante, dentro un’organizzazione?

Ho iniziato allora e da allora ho continuato a seguire come studente le lotte sociali ecc. La mia svolta vera invece è stata nel sindacato, nel sindacato vero e proprio. Sono entrato, come succedeva allora, quasi per caso... Nel 1974 l’Flm (i tre sindacati dei metalmeccanici si erano unti in una sola federazione, ndr) aveva appena conquistato le 150 ore (per gli operai che volevano acquisire un titolo di studio, ndr). Claudio Sabattini – che è stato uno dei miei maestri, anzi il mio maestro sindacale e politico, anche se poi ci ho litigato un vita, ma insomma... – era segretario della Fiom di Brescia. Claudio Sabattini è stato il mio maestro politico sin dai tempi dell’università a Bologna e per un lungo tempo siamo stati nella stessa collocazione a sinistra nel sindacato e nel PCI. Ci divise poi profondamente la svolta della Bolognina di Occhetto, che Sabattini approvò e che io invece contrastai duramente. In quell’occasione ci dividemmo anche in CGIL perché io partecipai con Fausto Bertinotti alla costruzione della mozione alternativa di sinistra di Essere Sindacato, mentre Sabattini si schierò con la maggioranza. Fu anche un conflitto tra amici, con dei momenti dolorosi per me e credo anche per lui.

Ma torniamo al 1974.. Allora non avevano nessuno a Brescia che in quel momento fosse in grado di fare il lavoro di organizzazione dei corsi, e quindi l’ho fatto io. Mi sono trasferito a Brescia, facendo questa scelta per un breve stage, come si dice, che aveva il compito specifico di organizzare i corsi delle 150 ore. Un’esperienza bellissima...

E quindi ti sei presentato a Brescia...

Mi sono presentato a Brescia... Devo dire che qui c’è una storia terribile da raccontare... Ci sono quei segni del destino che ti segnano. Avrei dovuto essere a Brescia il 28 maggio perché dovevo incontrare gli insegnanti che avevano una parte rilevante di quelli nei corsi che avrei dovuto organizzare. Quelli che sono in piazza della Loggia, nell’attentato fascista, facevano parte di un gruppo di insegnanti che poi avrebbero fatto i corsi delle 150 ore. E io dovevo andare alla manifestazione con loro... Solo che la sera prima, il 27 maggio, mi è venuta la febbre a 40. E quindi non sono andato...

Non sei andato in piazza...

Non sono andato in piazza con loro, altrimenti avrei dovuto essere insieme a quelli che poi sono morti nella strage. Intendo questo, quando dico che sono segni nella vita...

Gli esordi hard che ti segnano...

Esatto. I casi della vita, ecc. Da allora sono rimasto a Brescia. Poi ho avuto varie vicissitudini. A Brescia ho imparato la concretezza della lotta di classe. A Brescia allora c’era una classe operaia di una generosità enorme...

Citiamo qualche fabbrica, di quelle di allora...

Tutte le siderurgiche, a cominciare dall’Iveco. Io ricordo sempre – anzi, l’anno prossimo mi hanno detto i compagni che vogliono festeggiare – le 30 ore di sciopero, nel 1979, alla Om-Iveco, allora si chiamava ancora Om così. Perché la Fiat aveva rifiutato un collocamento obbligatorio di un disabile. Mario Bianchi, si chiamava. Riuscimmo a organizzare una lotta. Lui fece un presidio con la tenda, con un suo calessino davanti alla fabbrica; ci fu il ricorso, ma nel frattempo ci furono 30 ore di sciopero. Sciopero e corteo per Mario Bianchi, fatti solo per quello. E alla fine vincemmo la vertenza. Mario Bianchi entrò dentro la Fiat.

Ed erano anni molto complicati... Nel ’79 siamo in un passaggio storico complesso, diciamo...

Diciamo che sì, nel ’79 c’è una storia duplice... Il ’79, da un lato, è l’anno dell’ultimo contratto vincente dei metalmeccanici.

Poi arriva l’80...

Esatto. L’ultimo contratto vincente fatto con l’occupazione delle fabbriche. L’Italsider di Taranto fu occupata, fu una grandissima lotta, presìdi nelle strade... Io ricordo allora le critiche della Cgil alle nostre forme di lotta. Mi ricordo una riunione in cui un segretario della Cgil disse che certe forme di lotta che noi avevano adottato...

E chi era?

Neanche uno dei peggiori, era Rinaldo Scheda... Il quale però disse che certe forme di lotta come il blocco dei treni, cose che noi avevamo fatto, “non erano le forme di lotta naturali del movimento operaio”.

Beh, c’era stato già il ’76, la svolta della Cgil sui “sacrifici”...

Sì, certo. Però Brescia era, in quel caso lì, un po’ diversa... Perché a Brescia – forse per tante ragioni – lo scontro del ’69–70 si era ri-alimentato dopo la strage. Bisogna ricordare che la strage aveva comportato un’insorgenza operaia enorme. Tutte le fabbriche erano state occupate, c’erano stati mesi e mesi in cui la città era controllata dagli operai. Quindi, il mio battesimo del fuoco nasce da quel mondo lì. Allora ho visto la durezza dello scontro di classe per conquistare risultati... Si parla oggi delle domeniche al lavoro... Allora i siderurgici bresciani lavoravano tutti la domenica. Si decise di fare una lotta dei siderurgici per avere un turno di riposo la domenica, che voleva dire – per capirci – il passare da 21 a 20 turni. E questo avrebbe permesso – non che non si lavorasse mai la domenica – che non tutti lavorassero sempre la domenica.

Lì c’è una specificità, perché l’altoforno non si può spegnere mai...

Esatto. Costò 300 ore di sciopero questa lotta e portò alla conquista della domenica. Ecco, questo per dire cosa furono in grado di fare i siderurgici bresciani. A Brescia c’era una classe operaia, ripeto, di una grande forza e generosità, che aveva contro un padronato particolarmente feroce. Nel quale nasceva anche il mondo di oggi. Io ricordo gli anni ’80 a Brescia. Brescia era dominata dallo scontro sociale di classe tra noi – l’Flm, non solo la Fiom, la Flm – e Lucchini, che era il “padrone nuovo”... Lucchini rappresentava a Brescia in qualche modo l’impresa e il mercato. Lucchini era un padrone terribile, feroce nelle sue aziende; che però politicamente era vicino alla “sinistra”, a una sua parte, ossia al gruppo dirigente “migliorista” del Pci. Uno che si presentava cioè come un “antisistema nel sistema”, contro i vecchi padroni...

Chi erano i migliorisiti del Pci? Spiegamolo per i più giovani...

I miglioristi... Lucchini era amico di Napolitano e di tutto il gruppo dirigente. Io negli anni ’80 ero segretario della Fiom di Brescia. Il segretario della federazione del Pci, con cui litigavo su tutto, parlo degli anni ’80, si chiamava Giampiero Borghini, che poi è diventato di Forza Italia. Questo per capirci. Però quello che voglio dire è che a Brescia si poteva vedere, in qualche modo – già alla fine degli anni ’70 – la nascita del craxismo e poi del berlusconismo... Cioè forze del potere che, stando dentro il potere, si presentano come “contro il potere”. Lucchini era contro l’establishment tradizionale degli industriali, si presentava come “nuovo”, apriva... Aveva con sé tutta una serie di personaggi della “sinistra” del Pci e soprattutto del Psi di allora. Quelli che spiegavano che bisognava stare con Lucchini perché “c’era il mercato”, ecc. Dico questo perché l’esperienza con Lucchini mi ha vaccinato. Mi ha vaccinato da tutti i successivi 30 anni, dalle svolte pro-mercato della “sinistra”... Forse per questo che mi sono conservato come che sono...

Hai fatto un overdose di “sinistra di mercato”...

Esatto.

Quindi non ti potevi più ammalare...

La formazione che ho avuto, tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 a Brescia, dove c’era un lotta di classe durissima contro padroni che all’esterno si presentavano come “progressisti”, mi ha vaccinato contro tutte le degenerazioni successive della “sinistra”. Mi ha messo in una condizione – poi – di tenere quella che in tutta la mia vita ho considerato la “linea guida” dei miei comportamenti (anche se non sono sempre ci sono riuscito). Cioè la “lotta su due fronti”, come la chiamava anche un grande rivoluzionario come Victor Serge. La lotta su due fronti è una lotta contro il nemico di classe, ma anche contro le degenerazioni, le complicità e le svendite che ci sono nel tuo campo. E devo dire che è quello che ho fatto fino ad adesso.

Ho vissuto direttamente e pianto, dai cancelli della OM IVECO di Brescia la sconfitta alla Fiat e subito l’ho sentita come un punto di svolta strategico a favore dei padroni. Tuttavia negli anni ‘80 Brescia, dove ero segretario della Fiom, era un punto di resistenza e tenuta a livello nazionale. E anche di scontro con la svolta moderata del sindacato in quegli anni. Allora ho avuti i miei più duri conflitti con Lama, Trentin e una volta persino con Garavini. Da quelle dure battaglie politiche – allora si scherzava assai meno di oggi – ho imparato molto. Ma sinceramente se ci ripenso alla luce dell’oggi, beh, credo di aver avuto ragione.

E' in questo percorso che a a un certo punto – siamo già negli anni ’90, quindi dopo la caduta del Muro – tutto precipita molto più velocemente. Vissuti dall’interno della Fiom, e quindi della Cgil, come te li sei vissuti fino a che non hai messo la parola fine a quel tipo di militanza?

La dico brutalmente. Non mi sono mai considerato della Cgil, mi sono sempre considerato della Fiom. Non sono mai stato un dirigente dalla Cgil. Poi ovviamente so perfettamente che le due cose si intrecciavano. Però io sono sempre stato della Fiom. E penso che la Fiom abbia vissuto stagioni diverse. Mentre negli anni ’80 la Cgil ha subito sull’onda della sconfitta alla Fiat, il processo di normalizzazione del sindacato. Penso che negli anni ’90 la Fiom sia stata la forza che ha provato ad andare in controtendenza, proprio insieme ad altre, ma io credo sia stata la più grande. Non voglio nascondere i meriti di tanti altri – il sindacalismo di base, ecc – che hanno fatto una battaglia enorme in quegli anni...

Ma in altri settori...

In altri settori, certo... Però nell’immaginario, nella lotta contro le imprese, contro il padronato, la Fiom degli anni ’90 – fino a metà degli anni 2000 – è stata un’organizzazione che ha cercato di andare in controtendenza. E’ andata in controtendenza sul piano sociale e contrattuale, cercando di forzare i limiti della concertazione, con scioperi, vertenze, lotte. E’ andata in controtendenza anche sul piano politico... Negli anni '70 la FLM unitaria era l’anima e la forza della sinistra sindacale, critica verso le politiche delle compatibilità e di unità nazionale che si andavano realizzando. Ricordo i grandiosi sciopero e manifestazione dei metalmeccanici a Roma il 2 dicembre del 1977, rivolti esplicitamente contro il governo Andreotti sostenuto dall’astensione del PCI. Dentro la Fiom eravamo tra i contrari al compromesso storico, e ricordo che noi vicini politicamente a Claudio Sabattini, venivamo chiamati “sandinisti” dal socialista Del Turco, perché accusati di volere conflitto a tutti i costi. Poi i sandinisti vinsero in Nicaragua e Del Turco abbandonò la definizione... Voglio sempre ricordare che nel 2001 a Genova, la Fiom, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, decise – e questo è uno dei meriti di Claudio Sabattini – di rimanere in manifestazione, mentre Cofferati e la Cgil si ritirarono. E’ bene ricordarlo questo perché oggi sento una storia che dice: “la Fiom e la Cgil...” Per la Cgil è vero; per la Fiom non è vero. Non è assolutamente vero. Per 15 anni c’è stata una polarizzazione tra ciò che rappresentava la Fiom e ciò che rappresentava la Cgil. Questa polarizzazione alla fine è stata conclusa, è stata normalizzata, questa è la verità, io penso... Oggi la Fiom e la Cgil non sono più distinguibili.

Hai fatto l’esperienza anche con l’opposizione all’interno della Cgil, fino a “Il sindacato è un ‘altra cosa”. Attualmente questo tipo di di dissenso interno, è rimasto significativo o è, come dire, il margine dell’”opposizione della corona”?

Guarda, non voglio giudicare il lavoro di altri compagni che rispetto, con cui ho buoni rapporti... Fanno una battaglia difficilissima dentro la Cgil. Ai tempi di Essere sindacato (così si chiamava allora l’opposizione interna alla Cgil, ndr), quella battaglia mi costò il posto nella segreteria nazionale della FIOM, e fui mandato a Torino. Che allora, come scrisse Loris Campetti era la “Sardegna” in cui si mandavano i sindacalisti “cattivi” a rieducarsi. Invece fu una esperienza bellissima, che mi permise di partecipare alla costruzione di quel ruolo di lotta e rifermento sociale che ebbe la Fiom per quasi una quindicina di anni, dalla metà degli anni '90 al 2010. A volte in collaborazione, a volte in conflitto con Sabattini, che diresse la Fiom negli anni '90. E poi con Rinaldini, con cui tornai in segreteria nazionale, abbiamo fatto credo lotte e scelte importanti, sia sul piano delle vertenze contrattuali e di fabbrica, sia sul piano politico; e qui ricordo di nuovo la decisione della FIOM, contro la CGIL di Cofferati, di manifestare a Genova durante il G8 dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. E poi le manifestazioni sul lavoro e contro la precarietà negli anni dei governi Berlusconi e Prodi. Nel 2010 la Fiom disse di no a Marchionne su Pomigliano e Mirafiori e diventò un enorme punto di riferimento del paese che voleva lottare. C’erano enormi potenzialità, ma bisognava scegliere una strada di aperta rottura con la direzione della CGIL. Invece la direzione di Landini, mi dispiace doverlo dire, fece la scelta opposta e progressivamente guidò la FIOM verso una autonormalizzazione.

Ovviamente penso che, strategicamente, la ripresa del movimento operaio in Italia richieda non solo i lavoratori della Cgil, ma anche quelli della Cisl e della Uil. Onestamente penso anche però che a questo non ci si arriva con una battaglia interna, ma con cambiamenti, rotture, crescite di organizzazioni sindacali alternative che costruiscano una alternativa alla complicità del sindacalismo confederale, e quindi costringano anche questo a cambiare. Perché io ho presente che la Fiom ha resistito negli anni ’50-’60. La sua resistenza da sola, spesso minoritaria... Quando c’è stata la ripresa delle lotte ha portato anche la Fim e la Uilm a radicalizzarsi. Quindi, se mi dici: per il futuro si può prescindere dai lavoratori che fanno parte delle grandi organizzazioni sindacali? No. E’ possibile però portarli con una battaglia interna? Io mi baso sulla mia esperienza, e quindi dico: no. Anzi, io penso, ti dico sinceramente, che tutte le principali scelte che ho fatto nella mia vita le rifarei tutte, da quelle di 14 anni ad oggi. Però, qualcuna la modulerei nel tempo diversamente. Per dire, probabilmente dalla Cgil avrei dovuto andarmene via prima, quando era chiaro che si veniva normalizzata l’esperienza della Fiom.

Però non hai fatto solo il sindacalista, hai provato a mettere insieme dei fronti di lotta che erano più politici. Ricordiamo l’esperienza del movimento No Debito, il tentativo con Ross@, poi con Eurostop e ora Potere al Popolo. Quest’altra parte della tua vita come la vedi?

Questa, diciamo, si è sviluppata progressivamente di fronte alla caduta e al crollo delle organizzazioni ufficiali della sinistra. Cioè, detto brutalmente: io non sono mai stato un dirigente politico, nel senso puro del termine. Ho cercato sempre di fare politica sia quando ero nel Pci, sia dopo. Perché ovviamente la politica è tutto... Ho cercato di fare politica partendo dalla mia esperienza sociale, quindi prima come studente, come militante dei movimenti studenteschi, poi come sindacalista. Ho sempre fatto politica partendo dal sociale e dalla condizione sociale. Diciamo che in questi ultimi anni mi sono reso conto che questo si poteva fare finché la politica c’era. Però siccome la politica è scomparsa...

Tocca a noi farla...

La politica è scomparsa e bisognava costruire, dare una mano per costruire di nuovo un referente politico per le lotte, per i movimenti sociali, per tutti coloro che non si arrendono. Ho partecipato a tanti tentativi, oggi trovo che quello più entusiasmante che c’è è quello di Potere al Popolo, in cui vedo delle energie, delle potenzialità che da molti anni non vedevo. Naturalmente siamo nell’Italia di Salvini, di Di Maio, in cui come come abbiamo detto nel dibattito qui adesso (alla festa di Bologna, 22/9, ndr) “la sinistra è stata distrutta dalla sinistra”. Piccole forze hanno avuto il coraggio e la forza di reagire e di resistere, e di questo va dato loro merito. Però bisogna costruire qualcosa di diverso. Potere al Popolo è quello che è, in continuità con i valori della sinistra anticapitalista, di coloro che criticano il sistema; però esercita anche un punto di forte rottura con le esperienze tradizionali. Perché, se siamo arrivati a questo punto, è evidente che non si può pensare semplicemente di ricongiungersi alle storie della sinistra italiana che si è autodistrutta.

Appunto... Qual è la differenza principale per definire la discontinuità necessaria, anche se è ancora in formazione?

Beh... costruire un movimento politico che da un lato abbia fermissimi i principi di fondo, cioè la critica alla società capitalistica, la rottura con il sistema, l’opposizione alle due facce del sistema, una quella del Pd e l’altra quella Lega-5Stelle – perché sono le due facce che sostanzialmente si scambiano i ruoli nello stesso sistema – e dall’altra, però, un movimento che abbia la forza della coerenza. Credo che questo sia il punto: la coerenza dei comportamenti. Posso dire che la sinistra in Italia è morta prima di tutto per incoerenza tra ciò che diceva e ciò che faceva, quindi... Se posso dire, il primo punto è la coerenza nei comportamenti, sia quelli collettivi sia anche quelli personali. Che contano, sempre. Non è che ci si può nascondere dietro la bandiera del partito per dire, come dicevano i gesuiti, "fate quel che dico non fate quel che faccio”.

Questo non è più ammesso...

Non si può più fare... Bisogna ricostruire la coerenza dei comportamenti. Noi abbiamo di fronte una malvagità politica organizzata, che è la Lega Nord, che come tutte le malvagità vive dell’incoerenza di coloro che la contrastano. Cioè i leghisti possono dire: “io adesso me la piglio con i neri, con gli africani perché tanto anche tu, quando si tratta di fare le cose pratiche, hai le tue incoerenze... Mi faccio dare la sanatoria in 82 anni perché tanto anche tu...”. Ecco: se non gli togli quell’”anche tu”, non sei in grado di combattere questa malvagità organizzata, che oggi è il pensiero leghista. E io, arrivato a 70 anni, mi auguro di poter rivedere – e in ogni caso auguro ai giovani che stanno entrando e governando Potere al Popolo – di poter rivedere quello che ho visto io quando avevo 20 anni. La gente tirare su la testa, le persone normali diventare rivoluzionarie. Le persone normali, non i militanti. Le persone normali che dicevano: adesso basta, ci organizziamo e in un quartiere, in una scuola, in una fabbrica dove c’erano i licenziamenti ecc, non si mettevano a discutere di chi si poteva “scaricare” oppure no, ma dicevano: stiamo tutti assieme e andiamo da chi ci fa male e tutti uniti, e non si molla e non si lascia nessuno indietro. Io sono sicuro che questo tornerà, però bisogna lavorarci. Certo, arrivati a 70 anni onestamente non sono in grado di dire: “lo vedrò sicuramente”. Però i giovani lo dovranno vedere e dobbiamo lavorare anche perché, francamente, ci sono cose che mi colpiscono e mi fanno venire una rabbia terribile. Ad esempio ieri (21/9), l’aggressione dei fascisti a Bari. Ho visto la fotografia di Antonio Perillo con la retina in testa dopo le bastonate e mi è venuto i mente un giovane universitario che nel 1973 era stato aggredito e bastonato a più non posso dai fascisti a Bologna, con i manici di piccone, e che per lungo tempo dovette portare una retina sulla testa. Voglio dire... ne sono uscito io, ne usciranno anche i compagni di oggi, ancora più determinati di prima. Però...

Questa volta con una possibilità di vincere, magari...

Esatto. Se c’è una cosa che a quelli della mia generazione, come a tutti gli anziani, fa venire rabbia, è rivedere i vecchi mostri che tornano fuori e sentirli presentare come “nuovi”. No, sono lo schifo di sempre e solo le nostre debolezze, le nostre paure, e ovviamente la complicità altrui, li presenta come nuovi.

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