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28/10/2018

Lo spread sul filo del rasoio tra mito e realtà

Come ampiamente prevedibile la vicenda spread ha catturato l’attenzione politica. Non solo dei soggetti istituzionali ma anche di chi, da differenti posizioni, si occupa di politica. Non è la prima volta che accade, nel 2011 lo spread in poche settimane passò da quota 150 a oltre 500 causando il crollo del governo Berlusconi. Questa, però, è la prima volta che accade con un uso consolidato dei social media. Quindi con un radicamento microfisico del tema e della criticità sociale che l’accompagna. Certo, per diversi trader, lo spread a 500 rappresenta solo lo scrollone di un albero che sta comunque in piedi ma, dal punto di vista politico e sociale, è un grosso elemento di fibrillazione.

Nei mesi scorsi, a livello di mainstream, erano circolate due tesi differenti. La prima è che lo spread non era così importante per valutare le finanze di un paese. La seconda, di tipo opposto, è che si stava preparando il grande complotto contro l’Italia. Dietro queste convinzioni se ne annidavano altre. Del tipo “l’Italia ha abbastanza ricchezza per cavarsela in qualsiasi tempesta” o “se cade l’Italia cade l’Europa” e simili. Ora, si tratta di uscire dai luoghi comuni per entrare nella realtà. Cosa abbastanza difficile per un paese che, quando pensa in termini politici, ragiona con mentalità da cortile oppure ricava categorie, e suggestioni, da scenari esteri di riferimento inapplicabili su quanto sta accadendo da noi.

Facciamo quindi opera di citazione e ricordiamo un articolo di Senza Soste del 26 marzo, ben prima della firma del “contratto di governo” dove avvertivamo dello scenario che rischiava di formarsi. Il titolo era piuttosto esplicito “l’alleanza M5S-Lega potrebbe portare alla guerra finanziaria” e l’articolo lo potete trovare qui.

Basterebbe dire che, da allora, lo spread è almeno raddoppiato, che il disinvestimento dall’Italia ha toccato dai 15 ai 20 miliardi di euro secondo le stime, che agenzie di rating e Commissione Europea hanno attaccato il debito italiano, per constatare che il problema c’è. Nell’articolo citato troverete la previsione dell’attacco concentrico ai titoli italiani, oltre ai bond bancari che sono andati in sofferenza nelle scorse settimane e anche un nome, BlackRock, importante mastermind dei titoli pubblici italiani, il cui CEO ha incontrato Conte a New York per valutare se continuare a investire in Italia o meno.

Concludevamo così: “Rischiamo di trovarci quindi tra Scilla e Cariddi: tra un’Europa che preme per le consuete austerità e rigore, temperate da qualche misura-immagine, e un possibile governo [gialloverde ndr] le cui misure, e la cui forza, sono tutte da valutare. E sarebbe una situazione nella quale le consuete retoriche delle sinistre, le quali hanno in mano un po’ di account su Facebook e poco più, servirebbero ancor meno che nel passato”.

Sette mesi dopo circa, cominciamo da queste ultime. Le retoriche, perché si tratta di queste vista l’estrema debolezza di tutte le sinistre, si sono indirizzate su tre filoni.

Il primo, con differenti giudizi sul governo gialloverde, semplicemente sostiene l’importanza di fare più deficit rispetto a quello previsto dal governo Conte. Così ragionando se si vuol far crescere lo spread a 800 in poco tempo, far banchettare qualche fondo che gestisce pensioni sulle ricchezze pubbliche del nostro paese, la strada è quella giusta. Questo per dire cosa: il maggior deficit, nel mondo reale, attira le tattiche predatorie della finanza globale che si nutre di volatilità dei bond. Siccome, come per il governo Monti, poi si paga noi è meglio aver chiaro ciò che si dice. Per fare deficit si tratta di aver ben chiare, e praticabili, quelle misure di innovazione economica, tecnologica, finanziaria quella visione di economia che cambia, quell’idea di società subito praticabile, in grado di resistere a questo genere, violento, di urti causati dalla guerra finanziaria. Questo genere di visione politica praticabile oggi non c’è, al suo posto c’è solo una maionese impazzita di opinioni, infatti si sentono solo retoriche. Il deficit non è, oggi, solo una misura economica. Per cui è importante, magari, osare piuttosto che essere moderati. E’ una misura che attira attacco finanziario, almeno al nostro paese, per cui non basta invocarlo, bisogna saper reggere l’urto.

Il secondo riguarda l’affermazione “l’Italia ha sufficiente risparmio nazionale per pagarsi il debito”. Senza entrare nel dettaglio della composizione italiana del debito, ricordando che basta la creazione di qualche future, ben fatto, sui bond italiani per massacrare dall’estero debito e risparmio italiano, forse non ci si capisce su una cosa. La strategia della Bce di finanziamento delle banche negli scorsi anni, avvallata con qualche fibrillazione da Francia e Germania, aveva uno scopo ben preciso: nazionalizzare il debito. E per quanto ci riguarda con una sfumatura non indifferente: in caso di crisi del debito, come nel 2011-12, l’Italia sarebbe magari esplosa con minore contagio rispetto ai paesi vicini. Che questa strategia, in un modo o in un altro, sembri pagare lo si vede da qualche dettaglio trascurato dai nostri strateghi, in questo caso anche di sinistra, dello “scoppia l’Italia scoppiano tutti”. Guardate gli spread dei famosi Piigs. Quelli dell’Italia, negli scorsi mesi, sono cresciuti visibilmente di più degli altri (es. confronto con Portogallo, Irlanda e Spagna). Anzi, il nostro si è avvicinato ai livelli greci. Segno che il focolaio di contagio è stato, per adesso, isolato. Rischiamo di farci esplodere da soli. Lo sappiano certi strateghi.

Terzo filone di retoriche di sinistra, un sempreverde quando appare la crisi, è quello del recupero dell’evasione fiscale. A parte, se si legge in controluce il rapporto di Moody’s, il rischio oggi è che il recupero di evasione finisca direttamente a pagare gli interessi della finanza globale, la questione è un’altra. Il grande tesoro dell’evasione recuperata, che da sola sanerebbe la nazione, è un mito da film sui pirati. La commissione sull’evasione fiscale, con la presidenza di un ex presidente Istat, pochi anni fa ha rilevato come l’evasione, rispetto al debito pubblico, sia meno del 6%. Un po’ poco per salvare il paese quando aumentano gli spread sul debito pubblico. Specie se, come fanno alcuni esperti in materia fiscale, di questo 6% se ne stima recuperabile il 2. Tenendo conto che i grandi capitali sono fuggiti all’estero da un pezzo, che l’evasione legale – ponendo sedi di aziende in altri paesi Ue - ha forti dimensioni cosa resterebbe da colpire? Entro questo 2% l’evasione di necessità di sicuro. Davvero poco per risollevare le sorti del paese. Certo, c’è il problema della ricchezza che è da tempo fuggita dall’Italia, quello del fatto che le banche, in forte crisi sistemica, non servono affatto l’interesse pubblico. Ma non è con le frasi miracolo sull’evasione che si risolve tutto questo.

La realtà è questa: c’è rimasta giusto qualche sinistra sovranista a immaginare qualche decreto alla Putin che, in materia di evasione come di fisco ed economia, mette tutto a posto. L’alta complessità, sociale e tecnologica raggiunta dall’economia, anche in un paese dove il capitalismo in molte zone è arretrato come il nostro, dovrebbe mettere in guardia dal fare affermazioni avventate. A proposito, vista l’alta complessità della questione giuridica anche in materia fiscale, auguri a chi pensa di risolvere questi problemi con un tratto di penna. Per come è strutturata la società oggi non si sa nemmeno se, per certe politiche, funzionerebbero i carri armati. Il potere, quello legato al denaro, sembra avere raggiunto una dimensione legale-tecnologica quasi inafferrabile.

Visto che da oltre trent’anni le sinistre altro non sono che modi diversi di reclamare diritti inesigibili nel capitalismo contemporaneo deve essere chiara una cosa: senza una praticabile idea, innovativa, di economia, niente è possibile. Se non soluzioni, solo retoriche, di breve respiro.

Siccome chi scrive è di sinistra, e intende restarlo, non resta che aggiungere questo: basta cazzate. Le sinistre non studiano, non leggono la realtà, non innovano il loro modo di far politica, si riproducono allontanandosi dal mondo. Finché sarà così non cambierà nulla. Certo, ci sono soggetti di sinistra che vogliono somigliare a quei soggetti che, secondo una idea delle società contemporanee piuttosto scheletrica, gli sottraggono “il popolo”. In una cosa gli stanno somigliando: in quella di elaborare slogan semplici che si vogliono in grado di risolvere problemi complessi, destinati a sbattere la faccia in quel muro incomprensibile che si chiama realtà. In questo senso le destre populiste paiono imbattibili: un’area, stando ai sondaggi, di consenso gialloverde del 60% contro un 6, mettendo dentro di tutto, delle nanosinistre. Anche qui, auguri.

E ora torniamo al mondo vero. Alla scommessa sul filo del rasoio del governo Conte. E su quel filo di quel rasoio ci siamo noi, s’intende. Di cosa stiamo parlando?

Ma della scommessa sulla tenuta del governo, dei conti pubblici, e in ultima istanza della società. Ricordate lo spread del 2011? Bene, chi ha comprato allora, nel 2011, i Btp, alla data di oggi, tra cedole e apprezzamento ha guadagnato oltre il 50% cumulativo. Per pagare il tutto il paese non è fallito ma è stato, semplicemente, tosato. Il governo Conte sta facendo una scommessa simile, offrire un titolo appetibile senza entrare in una zona dove lo stato finisce sbancato, coltivando sostanzialmente il proprio elettorato. Mandandogli messaggi, in parte col marketing e in parte materiali (costo qualche miliardo di deficit in più), in materia di pensionamento e sostegno al reddito. Ma anche i gialloverdi appaiono privi di una visione nuova di società, e di una innovativa dell’economia. Lo si capisce non solo dalla esiguità degli investimenti ma anche dall’assenza di un profilo di politiche economiche. Il sovranismo, l’invocazione di un potere che non è come si immagina o come si propaganda, come sostituto della visione di società, insomma. Ma oggi, ed è quello, altro che sparate sui social, che la finanza vuol sapere, con la crescita dello spread l’Italia in pratica è l’unico paese Ocse che paga rendimenti sui titoli di stato superiori all’inflazione. Per cui se ci sono capitali che fuggono per via dello spread, ne arrivano altri che, da questa situazione, sono attirati.

Vogliamo dircela la verità? Se lo spread è un terreno di guerra finanziaria, dove i bond vengono attaccati per essere ricomprati al ribasso, il governo Conte ha tutta l’aria di voler stare nel dividendo di questa guerra. In questo modo: le strategie di ribasso della finanza globale buttano giù i bond italiani, il governo fa deficit “per la ripresa”, i soggetti finanziari possono comprare nuovi titoli a rendimenti maggiori o vecchi titoli a prezzo di saldo. Un sillogismo degno, e più redditizio, di quelli di Arisostele. Qualcosa, come notiamo, già avvenuto nel 2011. E così il governo si finanzia a nuovi livelli. E a spese nostre ci mancherebbe. La differenza, rispetto ad allora, la fa il tentativo di redistribuzione tra pensioni e Rdc, a macchia di leopardo nella società italiana, della “manovra del popolo”. Il gioco è ovviamente sul filo del rasoio perchè in caso di precipitazione degli spread tutto potrebbe diventare insostenibile.

Ci sono analisti e trader che valutano l’aumento di 8 miliardi di deficit nella finanziaria 2019, come ampiamente sopportabile. Alcuni fanno questo ragionamento: se l’Italia che ha un surplus di commercio estero del 2,5% del PIL, uno storico avanzo primario di bilancio (leggi meno servizi per noi) e un forte risparmio privato, oggi certificato da Moody’s, offrisse rendimenti del 4% o 5% (leggi spread più alto) arriverebbero fondi da tutto il mondo per comprare BTP. Assieme, piano piano, anche ai risparmiatori italiani che stanno ora soffrendo perdite su tutti i loro fondi, gestioni e polizze che le banche hanno loro rifilato che, magari, potranno rendendosi conto che i titoli di stato non fanno perdere quanto la cosiddetta ”industria del risparmio gestito”. E comunque 8 miliardi, maggior deficit della manovra 2019, potrebbero essere presi dalla società italiana che, non a caso, è stata dichiarata solvibile dall’ultimo rating di Moody’s, per finanziare questi soggetti.

Più che una manovra del popolo pare quindi la manovra di un compromesso tra sovranismo gialloverde e finanza globale, destinato a durare fino a quando gli spread non sono insostenibili. Da menzionare, in materia, lo stesso Salvini che, in diretta a Radio 102.5, ha testualmente detto: “Se gli speculatori (letterale) aiutano a far crescere l’Italia invece di danneggiare i nostri titoli sono benvenuti”. Sono le frasi, dette dal campione del controllo delle terre d’Italia, che chi investe dall’estero, dal cielo della finanza globale, vuol sentire. Il resto, il popolo tosato dagli interessi da pagare provocati proprio da Salvini, può benissimo continuare a farsi i selfie con questo personaggio.

Controindicazioni? I rischi per il sistema bancario di questo gioco, scaricabili sulla società con maggiori costi dei servizi, l’insufficienza sistemica della bassa crescita dovuta alla manovra del popolo, il fatto che l’Europa comunque ci sta isolando, in caso di crisi, per farci esplodere da soli. Messa in termini di calcolo con uno spread tra i 350 e i 550, secondo alcune stime, questo compromesso tra sovranismo e finanza globale può resistere. E, secondo diversi analisti, non si dovrebbe sforare, comunque vada, questa quota. Certo, il conto si pagherà. A spese, in senso letterale, della società italiana, ovvio, mai niente è gratis. Poi ci sono gli scogli successivi, la crisi dell’eurozona, che reagisce contro l’Italia per evitare l’implosione, la portata della Brexit, le mutazioni del sistema bancario, la fine del Quantitative Easing europeo, il rialzo dei tassi di interesse Usa, la data della fine del ciclo espansivo americano, l’entità delle correzioni di Wall Street, insomma gli scogli dell’immediato domani. Sempre se, tra i comportamenti della Commissione Europea, il rating negativo delle agenzie, e le mosse di qualche fondo, questa impalcatura tiene.

Oggi però, altro che luoghi comuni sul “paese ricco” e sul “complotto”: il governo gialloverde sembra aver trovato, o cercare attivamente, il proprio equilibrio, il proprio dividendo, nella guerra finanziaria. Quella che si svolge anche contro se stesso (oltre che Turchia, Argentina, paesi emergenti etc.). Un equilibrio difficile come in ogni tregua di guerra. Incerto, anche nella durata. Perché la guerra finanziaria, come quella sul campo, vive dell’incertezza del giorno dopo giorno. Ma la politica, che con la guerra ha una certa parentela, vive di queste cose. E magari anche di altre. Visto che le dichiarazioni di qualche esponente della Lega, che ha causato vere fratture in borsa, magari andrebbero lette anche loro come quell’operazione di spin delle notizie che genera dei cospicui dividendi anche per chi rilascia queste dichiarazioni al microfono. Plausibile specie se, magari, questo spin doctor improvvisato al microfono, oltre ad essere da padano nelle istituzioni italiane, ha lavorato a Deutsche Bank. Anche qui, se a sinistra si sapesse lavorare, ci sarebbe materia per un serio scontro politico. Ma Lazzaro, a livello nazionale, non è destinato a resuscitare tanto facilmente.

Redazione, 25 ottobre 2018

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