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martedì 30 ottobre 2018

Milano: le lunghe mani “smart” sulla città

L’ultimo numero di “D La Repubblica” contiene uno speciale interamente dedicato a “Milano vicino all’Europa”: il repertorio completo della retorica e delle celebrazioni che circondano, ormai da tempo, Milano in quanto città-vetrina internazionale, innovativa ed accogliente e che l’hanno portata ad ottenere dalla società FPA, del gruppo Digital 360, per il quarto anno consecutivo, il titolo di città più “smart” d’Italia, ovvero “più vicina ai bisogni dei cittadini, più inclusiva, più vivibile”.

A quanto pare, però, le caratteristiche che sfodera Repubblica come punti forti della città c’entrano ben poco con l’inclusività e la vivibilità.

Meta privilegiata dai giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Cattolica o in Bocconi, centro d’elezione per le “city” e le “week” dedicate a moda, design, libri, arte, musica perché finalmente “è passato il concetto – anche tra i grandi sponsor – che l’arte non sia solo un godimento, ma anche un buon investimento”, città smart grazie alla realizzazione di opere come i grattacieli di City Life, pronta a trasformare l’ex area Expo in un “ambiziosissimo tecno-park che assomiglierà ad un campus americano”, per finire con una sviolinata sulle politiche di accoglienza del Sindaco Sala e su come gli stranieri sono buoni a “produrre reddito, Pil, tasse e rimesse verso i paesi emergenti”, pur avendo qualche problemino di povertà e marginalità sociale, ma tutto sommato niente di ché.

Ah scusate. Forse ci siamo sbagliati... perché noi Milano la vediamo un po’ diversa da questa.

O forse ai giornalisti di Repubblica, acuti osservatori, è sfuggito qualcosina. Se solo avessero messo il naso fuori da via Tortona e dal quadrilatero della moda si sarebbero accorti che:

– a Milano gli spazi autogestiti dove si fa cultura, quella gratis e accessibile a tutti e non quella degli investimenti dei grandi sponsor, vengono sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine, come è successo di recente ai collettivi Zip e Lambretta;

– a fronte delle speculazioni edilizie di City Life, dove un appartamento costa 10.000 euro al metro quadro, in città esiste una vera e propria emergenza abitativa, l’edilizia popolare cade a pezzi, e i progetti sociali che cercano di sopperire a tale emergenza come il residence sociale “aldo dice 26 X 1” vengono altrettanto sgomberati; a quanto pare gli sfrattati se ne fanno poco del fatto che il Bosco Verticale abbia “rimesso la città sulle mappe degli archilover globali”...

– nell’hinterland, nel frattempo, si moltiplicano gli incendi dolosi nei depositi di rifiuti, espressione del potere mafioso ben radicato sul territorio. È la “guerra dei rifiuti”, che negli ultimi 15 mesi in tutta la Lombardia ha visto almeno un incendio al mese, soprattutto nel milanese e nel pavese, e che fa della regione una terra dei fuochi al pari di altre zone d’Italia.

– chi abita l’Hinterland milanese (soprattutto le classi popolari costrette ad allontanarsi dalla città a causa degli affitti elevatissimi) subisce poi il degrado e l’inefficienza del sistema di trasporto di Rfi e Trenord, fatto di quotidiani ritardi, soppressioni e guasti, che rendono il pendolarismo in Lombardia una vera odissea, fino alle tragedie come quella di Pioltello, che ha visto il deragliamento di un treno e la morte di tre persone a causa delle condizioni pessime delle rotaie; ed è di ieri l’ennesimo guasto su un treno di Trenord, con i vagoni che si sono riempiti di fumo a causa di un guasto ai freni.

– Milano come centro della cultura digitale e della “condivisione di competenze per costruire il nuovo”; ma, dietro queste parole fumose, sharing economy a Milano vuol dire soprattutto lavoro sfruttato dei fattorini, che fanno consegne con paghe da fame e privi di qualsiasi tutela: la chiamano innovazione ma è caporalato digitale. Accanto a loro, ulteriori forme di lavoro precario come quella dei lavoratori della logistica, negli stabilimenti e centri di smistamento appena fuori dalla città; il modello EXPO del lavoro gratuito e degli stage; quella degli operatori sociali dei centri di accoglienza che affollano Milano e l’hinterland, pagati pochissimo con turni massacranti e che rischiano ora il posto di lavoro anche a causa della svolta securitaria di Salvini, con la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli e la sua riconversione in un cpr. Sacche enormi di lavoratori precari uniti nella logica di sfruttamento del sistema delle cooperative e dei cambi di appalto.

– nonostante ATM sia in attivo di più di 39 milioni, è previsto da gennaio un rincaro di biglietti e abbonamenti.

– La creazione dell’”ambiziosissimo tecno park” in salsa americana è stata pensata al solo fine di coprire i buchi di bilancio lasciati dall’Expo e il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale in quell’area serve per rendere appetibili quei terreni alle grandi multinazionali che ci speculeranno; in ogni caso è un’operazione che va contro gli interessi degli studenti che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Evidentemente la parte del leone nell’ambiziosissimo tecnopark la giocheranno le multinazionali e non l’Università Statale. E per quest’operazione scellerata di svendita dell’università pubblica lo stato sborserà 130 milioni di fondi europei. I finanziamenti alla ricerca vengono continuamente tagliati ma quando c’è da socializzare le perdite dell’Expo vuoi che non si trovino 130 milioni?

– Per quanto il PD locale si autoproclami aperto all’accoglienza e tollerante, in piazza a “dare un segnale contro il razzismo” ci va soltanto per opportunismo quando le politiche razziste le porta avanti Salvini e non quando sono targate Minniti, che del PD è uno dei fiori all’occhiello.

Al di là della retorica patinata, è questa la vicinanza di Milano all’Europa, che viene proclamata come modello da Repubblica: sacche enormi di lavoro precario, svendita delle istituzioni e dei servizi pubblici ai privati e una città che diventa sempre più a misura di ricchi, mentre i poveri se ne devono stare nelle periferie a prendersi le briciole (perché in effetti con il biglietto ATM a due euro forse non vale la pena andare fino in piazza Gae Aulenti per “sperare di incontrare i Ferragnez + pupo”). Nel frattempo, l’aria continua ad essere irrespirabile, a dispetto di car sharing e bike sharing tanto decantati, anche grazie alle guerre mafiose che si consumano nell’hinterland intorno alla questione rifiuti.

A fronte di tutto questo, il resoconto che ha premiato Milano come città più smart d’Italia parla della città come di “una realtà che fronteggia con determinazione le sfide ambientali e funzionali metropolitane e che ha saputo individuare nuove dinamiche di sviluppo economico”.

Ma a noi le “dinamiche di sviluppo economico” di Milano sembrano le stesse di tante altre parti d’Italia: l’intera città cannibalizzata dalla speculazione edilizia utile solo a pochi ricchi, le classi popolari esiliate nei quartieri dormitorio fuori città (ormai anche la periferia è diventata off limits) il servizio di trasporto pubblico che connette città e hinterland abbandonato all’incuria e al degrado; un centro dorato ed esclusivo che si autocompiace della propria “modernità”, mentre tutto il resto attorno va in malora: queste non sono dinamiche di sviluppo economico “nuove”, sono le tradizionali e vecchissime ricette di “sviluppo” che vengono proposte.

Ed è questo il modello di città che noi, come Potere al Popolo Milano, vogliamo combattere su tutti i fronti, prima di tutto smascherando le ipocrisie dei media e di presunte “agenzie di rating” delle città, a favore invece di politiche del lavoro, abitative, culturali e dei trasporti realmente al servizio degli interessi pubblici e non schiave della speculazione privata.

#riprendiamociquellocheènostro #poterealpopolo

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