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venerdì 19 ottobre 2018

Chi ha in mano il debito pubblico italiano?

Sfatiamo un po’ di fake news e manipolazioni mediatiche veicolate dagli agenti del capitale finanziario in questo scenario da tregenda che viene diffuso.

Secondo la banca d’affari Nomura il 31,3% dei titoli del nostro debito pubblico è detenuto da investitori esteri (si tratta di 738 miliardi di valore in titoli di stato), il resto è in mano a investitori “italiani”.

Di questo 31,3% appena il 5% risulta in mano a soggetti extra-europei (a inizio anni 2000 questa percentuale era del 10%). I fondi statunitensi risultano avere in pancia appena l’1% dei titoli del debito italiano mentre quelli giapponesi risultano esposti sull’1,5 per cento.

Il fatto che sia cresciuta la quota di possessori “italiani” dei titoli di stato (oggi sono il 62%) è dovuto in gran parte all’ingresso della Bce come compratore nell’ambito del Quantitative Easing. Per il tramite della Banca d’Italia, la Bce ad oggi risulta titolare di ben 340 miliardi di euro di debito pubblico italiano. In pratica ha svolto quell’effetto stabilizzatore che aveva la Banca d’Italia fino al 1981, quando lo sciagurato protocollo segreto tra il governatore della Banca d’Italia Ciampi e il ministro del Bilancio Andreatta, sancì il divorzio tra la banca centrale e il Ministero del Tesoro innescando l’escalation del debito pubblico, fino ad allora abbastanza limitato e sotto controllo.

In compenso possiamo ammettere che è ormai scomparso il cosiddetto “Bot people” consistente fino a venti anni fa (era proprietario al 53% dell’intero debito fino a metà degli anni ‘90). Nel caso italiano gli investimenti sui titoli di debito da parte delle famiglie si è ridotto al 5,2% (circa 132 miliardi) e questo significa che quasi due terzi dell’intero debito in mano “agli italiani”, è soprattutto in mano di società, banche, assicurazioni, si tratta del 44% del debito.

I “risparmiatori” minacciati dallo spread di cui cianciano Pd, Forza Italia e agenti del capitale finanziario non sono certo le famiglie ma le banche, le assicurazioni e i fondi di investimento privati. Certo alcune di esse muovono i capitali investiti dai loro clienti, ma possiamo essere quasi sicuri che tra questi non ci sono operai, disoccupati, dipendenti pubblici o piccoli esercenti e artigiani. Questi, i loro risparmi, sono stati costretti a utilizzarli per arrivare a fine mese o per mantenere figli disoccupati e precari o i nipoti presi in carico sul proprio stato di famiglia perché i genitori non ce la fanno.

Insomma, se si rimettesse in discussione il debito pubblico italiano accumulatosi fino ad oggi proprio per colpa dei liberisti “de noantri” (Ciampi, Andreatta, Carli etc.), cosa che andava fatta a suo tempo e che non è stata fatta, a doversi preoccupare non sarebbe la signora Nina pensionata, il signor Antonio operaio i giovani Maria e Francesco con contratto part time, ma gli azionisti e i manager di banche, assicurazioni e fondi di investimento privati, a questo punto più “italiani” che stranieri. Ma in questo sarebbero veramente “stessa feccia stessa razza”.

Si potrebbe cominciare a mettere in discussione la legittimità di buona parte di questo debito, a rivedere gli interessi pagati fin troppo profumatamente in passato e quelli futuri. Infine, una volta terminato il Qe della Bce, si dovrebbe riportare la Banca d’Italia sotto il controllo del Ministero dell’Economia mettendo fine al suicida protocollo segreto del 1981 e riconsegnando a questo meccanismo la sua funzione stabilizzatrice e non destabilizzante. Si potrebbero fare queste cose, anzi si dovrebbero fare, quanto prima.

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