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domenica 28 ottobre 2018

Quale futuro per Potere al Popolo?

Potere al Popolo sta vivendo un momento fondamentale e pericoloso della sua costruzione e l’unica maniera per superarlo è discutere apertamente dei problemi e di cosa fare.

Personalmente sono molto arrabbiato con tutti quelli, individualmente e come organizzazioni varie, che sino ad ora hanno gestito PaP dopo la prima assemblea del Teatro Italia, perché ci siamo aggrovigliati sugli elementi distruttivi (statuti e gruppi dirigenti), perdendo di vista il vero potenziale di PaP: ricostruire una pratica condivisa di lotta comunista, mettere in campo una generazione nuova di giovani.

Per uscire da questa fase è necessario per prima cosa finirla con accuse reciproche, spesso scadute in insulti, ma concentrarci nella nostra identità marxista, nell’individuare lotte da praticare, farci riconoscibili nei territori e produrre critica politica.

Quanto al percorso attuale di PaP, io ho un ricordo preciso della mia giovinezza, quando a metà degli anni ’70 si cominciò a formare Democrazia Proletaria, prima come cartello elettorale, poi in partito vero, che riunì la sinistra anti-capitalista “non intellettuale e non-filo PCI” nata dopo il ’68, e che produsse un laboratorio politico efficace (ecologismo, pacifismo, democrazia partecipata, critica della sinistra storica, operaismo, eccetera).

Dico questo perché è chiaro che in PaP sono confluite organizzazioni e individualità con sensibilità e pratiche diverse (anche molto) e questi percorsi sono costituiti da comunità vere, compagne e compagni che si conoscono da molti anni, risorsa e non ostacolo se si evita la contrapposizione arida e illogica di chi pensa, come organizzazione, di essere il polo attrattivo di tutti verso di se.

A questo quadro si è innestata una generazione giovane e nuova a cui si deve dare spazio, ma anche dare una memoria politica e culturale plurale.

Con queste caratteristiche, pensare che PaP sia già l’embrione di un partito è distruttivo, gruppi e organizzazioni esistono e saranno superati solo con un lavoro comune, di certo non di breve periodo.

E’ chiaro che alcune cose basilari PaP le ha prodotte e queste basi sono sia il cardine, sia l’argine verso eventuali alleanze o confluenze.

Individuare nella NATO un‘organizzazione militare distruttiva e criminale, l’Unione Europea quale una formazione politica creata per imporre le politiche capitaliste dei super ricchi, le lotte come elemento necessario per ricominciare a rivendicare salario e diritti, significa porre una chiarezza a chi, come Liberi e Uguali, continua a barcamenarsi tra pseudo rappresentanza istituzionale (inconcludente e passiva) e fiancheggiamento del PD, ormai chiaramente di destra e interno al sistema capitalista: chiamarsi di sinistra per questi soggetti è un limite alla nostra azione perché confonde e demotiva chi invece è “escluso”.

Nella nostra azione, però, dobbiamo evitare di essere ideologici, ovvero proporre la pura e semplice uscita dalla NATO o l’abbandono dell’Euro (come aveva proposto e poi si è rimangiato il M5S), perché sono due camice di forza create apposta per costringere, più concreto è lottare e trovare tutti i modi per boicottarle sino a che crollino da sole (e probabilmente per i loro stessi elementi interni, come le elite politiche fascistoidi selezionate dalla NATO negli ex paesi socialisti o le politiche UE rigidamente liberiste che distruggono ricchezza provocando povertà).

Avviare per esempio una campagna per la rimozione dello stoccaggio di bombe nucleari in Italia e la rimozione di basi che ci rendano bersaglio nucleare (il comando sud della Nato a Napoli e il Muos in Sicilia), fare una campagna perché in costituzione le spese militari siano al massimo l’1% del Pil (la Nato chiede il 4%!) è concretamente sabotare questi criminali e le loro politiche di morte.

Con i compagni nel mio municipio a Roma abbiamo cominciato sia la campagna per il no alla privatizzazione dell’Atac, sia una discussione sulla mutualità, e da queste concretezze che chiediamo agli altri in PaP di impegnarsi.

Fonte

Bene la parte che critica apertamente la lotta tra organizzazioni che si è - purtroppo - rapidamente dipanata in PaP a livello "dirigenziale".
Male, invece, attendere che i nemici crollino da soli; si tratta di una regressione al più inconcludente vertenzialismo che ha depotenziato la sinistra tanto quanto l'elettoralismo delle dirigenze partitiche degli ultimi 30 anni.

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