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domenica 21 ottobre 2018

La rage du peuple: Come e perché Mélenchon vince la guerra dei media


Le reazioni alle spettacolari perquisizioni nelle abitazioni di alcune figure di spicco della France Insoumise, tra cui quella del leader Jean-Luc Mélenchon, oltre alla sede di FI e del Partie de Gauche, formazione organica al movimento politico dell’ex candidato alle presidenziali francesi, hanno molto da insegnarci.

Abbiamo sinteticamente descritto in un contributo precedente la fase politica che sta attraversando l’Esagono, con una forbice che va allargandosi tra il drastico abbassamento della popolarità sia del Presidente Macron, eletto circa un anno e mezzo fa, sia della compagine governativa che ha come perno la sua maggioranza politica (LREM), mentre crescono i consensi verso il leader degli Insoumis.

Ciò che è successo da martedì in poi, non fa che confermare questo trend.

Due sondaggi d’opinione, in realtà probabilmente “confezionati” per accreditare l’ipotesi, nel primo caso, di una generale disapprovazione del comportamento di Mélenchon, e nel secondo di un disaccordo nella base della FI, smentiscono clamorosamente gli intenti dei loro realizzatori.

Il primo è un sondaggio di RTL, da cui risulta che il 57% dei francesi approva la collera del deputato di Marsiglia; il secondo di “20 minutes”, che chiede un commento, non una opinione secca, ai simpatizzanti insoumis su cosa pensino “delle ultime uscite di J.L.Mélenchon”, fa emergere che la base difende a spada tratta il suo operato.

Primo dato: nonostante il tentativo di sfruttare la reazione del leader di FI per screditarlo, che è stato condotto trasversalmente da tutti i media principali, anche da chi in genere mostra una notevole indipendenza di giudizio come “Le Monde”, o da coloro che senza screditarlo, “da sinistra”, l’hanno in questo caso comunque fortemente criticato, come “Libération” o “Mediapart”, la popolazione sembra avere gradito l’atteggiamento di chi che non si fa mettere i piedi in testa e le ragioni che l’hanno portato ad agire in quel modo.

Più precisamente, i media sembrano non aver compreso come, anche in questo caso, il movimento degli insoumis sia riuscito a canalizzare lo sciame d’odio contro lo stato di cose presenti e quindi come sia riuscito, di nuovo, ad interpretare la frattura del “noi” contro “loro” percepita a livello popolare.

“Le Monde”, che è il giornale che ha sollevato l’affaire Benalla, ha dedicato a Mélenchon il proprio editoriale di venerdì, oltre che la vignetta satirica di Plantu in prima pagina, in cui un iracondo Mélenchon urla di fronte a magistrati e poliziotti trasformando le sue parole in un turbine: “je suis le brut et la fureur”, con uno sconsolato poliziotto che piange sul petto di un suo superiore dicendo di non poterne più.

Un “baccano” e un “furore” che piacciono, nonostante – o più probabilmente grazie ai – commenti delle varie figure politiche della maggioranza e delle organizzazioni sindacali della polizia e della magistratura.

L’editoriale del prestigioso giornale francese termina in questo modo: “Ecco, infine, un uomo che ambisce a radunare il “popolo”, cominciando da quello di sinistra, e che perde i suoi nervi (...) in breve, dimostra che non ha il controllo indispensabile per le cariche a cui aspira”.

Ora, il bashing mediatico è la cifra con cui è trattato Mélenchon da quando la sua figura politica ha cominciato ad assumere una certa rilevanza, fin dalla campagna presidenziale dell’anno scorso che l’ha visto aumentare di popolarità, e sfiorare il ballottaggio attestandosi poco sotto il 20%.

Una campagna presidenziale, le cui presunte irregolarità in campo contabile sono al centro di una delle due inchieste per cui sono “scattate” le perquisizioni, su cui è utile fornire qualche numero.

Il leader degli Insoumis è nono, rispetto al “costo di ciascun voto”, cioè la proporzione tra spese sostenute e consensi ottenuti, con 1,51 Euro. Poco di più ha speso in proporzione la Le Pen, che è arrivata al ballottaggio.

Benoit Hamon, vincitore delle primarie del partito socialista, ha speso 6,58 Euro per voto.

Il leader degli Insoumis è quinto per le spese complessive sostenute, dietro Macron che ha speso 16,7 milioni di Euro, Hamon (15,07), F. Fillon della LR (13,78), Le Pen (12,42), mentre lui ne ha spesi solo 10,6, la cui la parte preponderante è stata impiegata per organizzare incontri pubblici, con la sua immagine che veniva proiettata in forma di ologramma contemporaneamente in più comizi.

Ed è proprio da quella sua ascesa nelle preferenze di voto nei sondaggi durante la campagna che i media mainstream non hanno badato a spese e sono ricorsi a qualsiasi mezzo per “screditarlo”, nel mentre conquistava sempre più fette di consenso tra una parte rilavante dell’elettorato.

Ma cosa ha fatto questa volta?

Ha trasmesso una serie di dirette FB in cui, nel corso della perquisizione nella sua abitazione, ne ha denunciato con forza il carattere politico, trattando in malo modo gli agenti; ha invitato i simpatizzanti della FI a recarsi nella sede della FI che stavano perquisendo; ha cercato di “forzare” insieme agli altri deputati il cordone di forze dell’ordine a “protezione” della sede; ha parlato ai media con un atteggiamento che può essere ben sintetizzato da un meme che l’ha paragonato ironicamente a Vincent Cassel nella scena dell’Odio, in cui allo specchio mima l’inizio di un litigio (“l’hai detto a me?!”); ha presidiato la sede con la fascia tricolore con gli altri deputati di fronte alla sede gridando “re-si-stance, re-si-stance” di fronte alle telecamere che lo riprendevano...

In sintesi ha dato una idea di forza e determinazione, anche in una situazione che poteva “metterlo all’angolo”, e rischiava di metterlo sullo stesso piano dei vari esponenti politici e formazioni che sono stati oggetto di perquisizioni ed inchieste.

In poche parole, ha “rivoltato” un macchina messa in campo per indebolire “il suo” movimento.

Per chi conosce la sua biografia, sia personale che politica, sa che prima di indossare i panni del socialista legato a Mitterand, si era fatto le ossa come sindacalista studentesco, affrontando spesso bagarre tipiche del confronto politico “di strada”, ed ancora prima ha dovuto farsi rispettare sin da giovanissimo in ambienti popolari diffidenti e ostili, catapultato con la sua famiglia di pied-noir di umili origini in Madrepatria, dove se cedi alla sopraffazione hai un marchio che ti segna per sempre come vulnerabile, mentre se reagisci ti guadagni il rispetto e spesso un discreto seguito.

Il leader degli insoumis non è un manichino per salotti televisivi, né un prodotto delle istituzioni preposte alla formazione dell’élite, ma conserva un istinto di classe e una volontà di accettare lo scontro politico in tutte le sue forme, alzando i toni quando è necessario, come in questo caso, e predisponendo chi lo vede ad identificarsi in lui, simbolo di un oppositore risoluto ad un potere sempre più sordo alle richieste popolari.

Come lui stesso aveva dichiarato nella sua intervista autobiografica, l’avere alzato i toni l’aveva fatto uscire mediaticamente dall’anonimato, durante la prima campagna presidenziale con il Front de Gauche, catturando l’attenzione e polarizzando il giudizio su di sé.

La ruvidezza dei modi non preclude però la finezza dei ragionamenti.

*****

Abbiamo più volte richiamato, dopo averli seguiti passo passo, i passaggi che hanno portato ad una netta frattura tra Macron e il popolo francese, la nemesi dello storytelling di un potere che si narrava come rivoluzionario, il palese insuccesso sia nel radicare il suo movimento per farlo divenire una vera e propria organizzazione politica, sia la sua incapacità di “sfondare” a livello continentale, nonostante la sua elezione abbia suscitato, ai tempi, l’entusiasmo bipartisan degli “europeisti”.

Vogliamo soffermarci su due aspetti che ha sottolineato Frédéric Dabi, direttore generale aggiunto dell’IFOP, intervistato da “Le Monde” questo venerdì: “Tra le ragioni dell’impopolarità del capo dello stato, i francesi citano massicciamente le dimissioni di Nicolas Hulot e la posizione del governo sul glifosato – dichiara il sondaggista – Questo dà credito all’idea che l’ambiente è relegato in secondo piano e che il potere ha ceduto alla lobby”.

Hulot era il popolare ministro della solidarietà e della transizione ecologica che ha dato improvvisamente le dimissioni alla fine dell’estate, denunciando il nulla di fatto governativo su importanti dossier ecologici per l’opera di pressione delle lobby, tra cui “lo scottante” dossier del nucleare francese.

Il Glifosato è invece il pesticida più usato in Francia, prodotto dalla multinazionale dell’agro-business Monsanto, che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità classifica come probabilmente cancerogeno e che Macron aveva promesso di bandire durante la sua presidenza.

In realtà per due volte un folto gruppo di deputati, tra cui per la stragrande maggioranza appartenenti ad LREM, ha votato contro la sua messa al bando, prima a fine maggio e poi a metà settembre, rigettando un emendamento legislativo (45 contro 35) che ne avrebbe permesso il divieto.

Di quei 42, 34 sono del movimento di Macron.

Da allora si è scatenato un vero e proprio odio popolare contro i “42 salopards”, accusati di essere “avvelenatori” al soldo dell’azienda universalmente famosa per il business degli OGM, e la loro immagine compare in rete insieme al teschio stilizzato, simbolo di morte.

Va detto, per completezza e onestà intellettuale, che l’Unione Europea autorizza il suo uso ancora per 14 anni! Quando si dice essere “accoglienti verso gli investitori”...

Fino al giorno prima dell’Affaire Mélenchon, la France Insoumise era la forza che più rappresentava la prospettiva della transizione ecologica dentro la cornice della trasformazione sociale, quindi l’alternativa concreta ad un governo universalmente considerato ecocida...

La strategia mediatica è stata chiara: screditare il leader degli Insoumis e distogliere l’attenzione da problemi molto più cogenti – solo ieri ci sono state più di 90 manifestazioni unitarie di pensionati contro la mancata indicizzazione delle pensioni ai valori dell’inflazione reale – e permettere a Macron, dopo l’ennesimo rimpasto governativo, di costruire una nuova narrazione, che desse di nuovo slancio e lustro alla sua figura politica (una ritrovata attenzione nei confronti dei territori, una equilibrio governativo più bilanciato verso il centro: i MoDem, ecc.).

Probabilmente, la macchina del fango mediatica si è rivolta in maniera inconsapevole contro se stessa, associando il suo apparato ad un establishment sempre più odiato.

Anche a sinistra c’è chi non ha colto che il caustico atteggiamento del leader della FI, e la determinazione delle sue figure di spicco nel non cedere alla possibilità di “giocare di rimessa” contro una manovra palesemente tesa ad indebolire il principale riferimento delle classi popolari – percepito come unico reale antidoto alla macronie, in grado di cristallizzare la volontà di riscatto di fronte ad un potere sordo alle esigenze dei più – non ha avuto le antenne sensibili a cogliere ciò che una parte sempre più rilevante chiede a gran voce, e non ha saputo quindi comprendere come questo episodio di guerra psicologica fosse un’ennesima arma di distrazione di massa.

Alexis Poulin sull’Huffingtonpost, facendo un breve sintesi dei veri pericoli simboleggiati dal sistema di potere macroniano, ha invece ben colto il dato politico, identificando nella rabbia di Mélenchon “una collera indirizzata contro tutti questi pericoli”.

E la collera di Mèlenchon era in questo caso non era la reazione di colui che si sente intoccabile e sopra le parti, ma semplicemente la rage du peuple...

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