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26/10/2018

L’Unione Europea e i “populisti ingenui”

Fin dal giorno dopo l’insediamento del governo giallo-blu (sulla questione cromatica ci torneremo in un prossimo post) i due vice ministri Salvini e Di Maio hanno continuato a ripetere urbi et orbi che non esiste alcun piano B per la fuoriuscita dall’Unione Europea né, tantomeno, dalla zona euro. Aggiungendo che la loro reale intenzione è quella di riformare l’Ue e non certo di romperla.

Ognuno dei loro scontri dialettici con i “burocrati bolliti” di stanza a Bruxelles, diventati sempre più frequenti dopo la presentazione del DEF, è stato così idealmente procrastinato al redde rationem del prossimo maggio, quando con le elezioni europee, a detta loro, l’ondata populista metterà finalmente fine al duopolio PPE-PSE. Ora, noi non abbiamo elementi per dire se queste dichiarazioni servano opportunisticamente a non far “agitare i mercati” da cui dipende il costo del debito italiano, o se invece i due siano effettivamente convinti di quanto sostengono. A naso, però, propenderemmo per la seconda ipotesi, visti anche i limiti strategici che sono intrinseci ad ogni ragionamento populista.

Tanto per fare un esempio il ministro leghista Lorenzo Fontana, in un’intervista riportata sul Corriere della Sera del 23 ottobre (leggi) in cui annuncia la nascita dell’internazionale sovranista per il prossimo febbraio, è arrivato addirittura a sostenere che dopo maggio l’europarlamento a trazione sovranista porrà mano ai trattati, cambiandoli. Fontana, forse troppo occupato a svelare i complotti dei gay per dominare il mondo, parrebbe quindi ignorare che i trattati europei sono accordi tra stati e che una loro eventuale revisione (secondo l’articolo 48 del Tue) prevederebbe la ratifica da parte degli stessi.

A fronte dello scontro al calor bianco che si sta determinando con la governance europea, l’ingenuità populista non tiene conto di almeno 3 elementi, alcuni di architettura istituzionale ed altri più squisitamente politici:

Primo: L’Ue, nonostante le successive approssimazioni istituzionali con cui si è andata ridisegnando, resta fondamentalmente una struttura intergovernativa. Per riformarla mettendo mano ai trattati occorrerebbe dunque che i populisti (o, nel caso, anche le sinistre unioneuropeiste) vincessero contemporaneamente le elezioni nazionali andando al governo in tutti gli stati membri. E in molti di questi stati anche questo non sarebbe sufficiente e si renderebbe necessario comunque un passaggio di ratifica referendaria.

In secondo luogo, nonostante le modifiche apportate con il Trattato di Lisbona, il parlamento europeo non assomiglia nemmeno lontanamente, per poteri e prerogative, a quelli nazionali. Pensare di “conquistare l’Ue dall’interno” passando per Strasburgo è, a dir poco, illusorio. L’europarlamento non è la stanza dei bottoni, piuttosto la stanza senza bottoni.

Infine c’è il dato politico: quasi tutte le rilevazioni degli istituti demoscopici europei registrano si un avanzata del populismo, ma non tale da mettere in discussione l’asse PPE-PSE. L’internazionale sovranista, come l’ha definista lo stesso Fontana, considerando anche il peso ponderato che hanno i diversi paesi nella loro attribuzione, difficilmente raccoglierà più del 30% dei seggi. A questo si aggiunge la sua palese eterogenità venuta fuori clamorosamente in occasione della discussione in sede europea della manovra presentata dall’Italia e che ha visto tutti i paesi membri, compresi quelli teoricamente alleati, bocciare il DEF di Conte, Di Maio e Salvini.

Dopo maggio dunque potrebbe tornare ad aprirsi per la sinistra di classe (qui il condizionale è d’obbligo) un piccolo spazio in cui ricominciare a fare politica e cercare di recuperare almeno la “connessione sentimetale” con quei settori del nostro blocco sociale che oggi affidano al populismo la propria rappresentanza.

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