Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2022

Il partito più pro-establishment? Il Pd, naturalmente...

A conti fatti, se volessimo stilare una classifica dei partiti italiani sulla base di un ipotetico range che si estenda tra i due estremi della nota dicotomia “sistema-antisistema”, il partito che, sulla base delle politiche perseguite e poi, una volta al governo, messe in atto con cristallina efficienza e senza colpo ferire, e che, dunque, risulta più saldamente ed utilmente collocato sul punto più estremo del range coincidente, peraltro, con un ultraliberismo sfrenato cui si è aggiunto, di recente, anche un granitico ed ostentatissimo oltranzismo atlantista e guerrafondaio, non possiamo che constatare che quel partito è, in tutta evidenza, il Partito Democratico.

E poi, non è affatto un caso che le porte girevoli del #PD, da decenni siano sempre aperte per quei sindacalisti di vertice che hanno servito fedelmente potere e padroni, i quali potranno così aggiungere alle pensioni d’oro da dirigenti sindacali apicali (in base ad una legge ad hoc del 1996) anche lo stipendio da parlamentare o da senatore. Tradizione consolidata da decenni di cui hanno ampiamente goduto i “pezzi grossi” di #Cgil , #Cisl e #Uil.

In cambio, hanno portato in dote al padronato i salari e gli stipendi più bassi d’Europa, il precariato di massa, la progressiva e sistematica distruzione dei diritti fondamentali dei lavoratori (che pure erano stati conquistati in decenni di dure lotte); 3-4 morti sul lavoro al giorno e 17.000 morti di lavoro e sul lavoro negli ultimi dieci anni; l’età pensionabile più alta di tutta la zona euro e, dulcis in fundo, pensioni da fame nera.

Più servi di così?

Di solito per arrivare a raggiungere questi risultati ci vuole, perlomeno, un colpo di Stato alla cilena o un golpe bianco tipo quello che avvenne in Italia alla fine degli anni Settanta.

Da noi, invece, basta una letterina proveniente da Bruxelles o dal Fondo Monetario Internazionale (il cui ex direttore agli affari fiscali, guarda caso, è stato candidato ora dal PD in un collegio blindato per andare a fare il senatore), oppure, una manovra finanziaria che faccia impennare lo spread per un lasso di tempo limitato, ed un governo tecnico come è successo anche per l’ultimo guidato da Mario Draghi.

Ovvero, un governo sostenuto da quasi tutti i partiti ma guidato in maniera autoritaria da un banchiere di rango internazionale ed in ottimi rapporti con i rapaci colossi della finanza mondiale.

Ma, soprattutto, sono necessari partiti e sindacati che avallino e collaborino, attivamente ed organicamente, alla macelleria sociale di turno, alle privatizzazioni selvagge, alle manovre finanziarie sempre più ferocemente antipopolari.

Una specialità tutta italiana.

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11/08/2022

Il PD candida Carlo Cottarelli e Susanna Camusso: granitica coerenza

Il PD ieri ha annunciato due candidature molto significative:

1) Carlo Cottarelli, bocconiano di ferro, Chicago boy ed ex direttore del dipartimento Affari Fiscali del FMI (Fondo Monetario Internazionale) agenzia di dominio finanziario che esercita la sua ferocia sui paesi debitori, ne sanno qualcosa in America Latina ed in Grecia;

2) Susanna Camusso ex segretaria generale Cgil, come da tradizione consolidata sale sul carro dove finiscono tutti gli ex dirigenti della Cgil eletti con il PD, ovvero, quelli che, in questi ultimi tre decenni, hanno votato tutte le leggi peggiori contro i lavoratori (jobs act compreso) e che hanno concorso in modo organico al massacro del welfare e del sistema previdenziale pubblico.

Confindustria e colossi finanziari internazionali ringraziano commossi.

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24/01/2019

La marcia del gambero della CGIL

La paura del voto ha portato la CGIL indietro di quasi trent’anni. Non alle lotte di allora, beninteso, che sarebbe una buona cosa, ma alla struttura interna ingessata tra le componenti, allora di partito. Ora i partiti non ci sono più ma quella ingessatura torna.

L’accordo tra Landini, Camusso e Colla per la gestione cosiddetta “unitaria” del più grande sindacato italiano è una ulteriore dimostrazione della sua involuzione e crisi. Non che il voto tra i due avrebbe rappresentato di per sé un progresso. Landini e Colla si contrapponevano alla carica di segretario generale non avendo dichiarato nessuna differenza politica, facendo parte dello stesso documento congressuale che aveva ricevuto il solito 98% nei congressi di base, con una partecipazione reale bassissima, poi come sempre gonfiata dai dati ufficiali finti.

Tuttavia il voto tra i due candidati avrebbe sconvolto le certezze burocratiche dell’organizzazione, avrebbe forse aperto qualche spiraglio ad un salutare confronto di posizioni. Forse avrebbe davvero costretto i due candidati a dire qualcosa di diverso l’uno dall’altro.

Proprio per evitare questo alla fine si è giunti all’accordo, che instaura la carica di vicesegretario della CGIL – anzi, di doppio vice segretario per la “questione di genere” – carica inesistente nello Statuto. Si annuncia così un Manuale Cencelli nei ruoli di direzione che si diffonderà rapidamente in tutta l’organizzazione.

In un certo senso la Cgil torna all’architettura con la quale era organizzata nel passato, quando il direttivo nazionale era spartito a tavolino tra un 60% di comunisti, un 35 di socialisti e il resto alle varie anime della sinistra radicale. E i socialisti avevano il vice segretario, chiamato segretario generale aggiunto. Poi lo scioglimento del PCI e la fine del PSI privarono di senso le componenti di partito, che furono superate, anche per merito della minoranza di Essere Sindacato, che nel 1991 fece saltare il banco, presentando al congresso un documento politico alternativo a tutta la vecchia maggioranza dell’organizzazione.

Ovviamente la diarchia Landini - Colla non può materialmente riproporre una CGIL finita negli anni '80. Però la sostanza sarà che la corrente del vicesegretario finirà per essere sempre più identificata ed identificarsi con un PD derenzizzato, mentre la maggioranza landiniana dovrà inventarsi una identità che non ha. Quale sarà?

Landini viene eletto segretario per accordo politico con Susanna Camusso, la cui direzione della CGIL è sicuramente stata la peggiore dal dopoguerra. Il più grande sindacato si è inabissato nel burocraticismo, nella marginalità e nella inconsistenza dell’iniziativa, cui hanno corrisposto catastrofici arretramenti delle condizioni di lavoro, precarietà, disoccupazione. E la legge Fornero ed il Jobsact, lasciati passare dalla CGIL senza reagire.

Landini divenne un leader nazionale quando nel 2010 disse NO al piano Marchionne. In realtà quel suo “no” era frutto della storia di un quindicennio della FIOM, che a partire dagli anni '90 aveva assunto un profilo politico e sindacale decisamente distinto da quello della CGIL.

Era quella la FIOM che aveva sfilato a Genova nel 2001, contravvenendo alle decisioni della CGIl, e che aveva condotto una lunga lotta contro gli accordi sindacali al ribasso.

Era quella la FIOM che diceva no alla FIAT. Landini appena eletto segretario assunse quel no e fu la sua fortuna. Poi, forte del consenso per quel no, nei suoi otto anni di mandato Landini ha operato per riportare la FIOM nell’attuale normalità sindacale, sia rispetto alla CGIL, sia rispetto alle controparti.

L’ultimo contratto nazionale da lui sottoscritto per i metalmeccanici è il peggiore della storia della categoria, cancella venti e più anni di lotte e conquiste della FIOM, sposa totalmente il modello sindacale legato all’impresa, al mercato, agli enti bilaterali su pensioni, sanità e quant’altro. Dopo questo accordo Landini è entrato nella segreteria CGIL, che poi a maggioranza lo ha designato a successore di Susanna Camusso.

Gran parte degli iscritti della CGIL saluteranno comunque con soddisfazione e speranza l’elezione di Landini. La sua immagine mediatica di combattente radicale è infatti ancora molto forte, anche se tutti i comportamenti concreti di questi anni l’hanno smentita. D’altra parte il buio della direzione Camusso può essere rischiarato anche solo dal bagliore di qualche buona battuta.

Tuttavia il favore mediatico non basta e non dura, qualche scelta politica andrà fatta.

Non credo affatto che Landini vorrà distinguersi da Colla per movimentismo o per giochi politici spregiudicati coi Cinque Stelle, come qualcuno gli attribuisce. L’uomo è sufficientemente scaltro e spregiudicato per fare di queste scelte: nel passato tentò una alleanza tra rottamatori con Renzi, finita subito male, come il suo tentativo di una “coalizione sociale” mirante alla politica.

Dopo queste esperienze non credo che Landini tenti nuove incursioni nel campo minato della politica attuale. Penso invece che punterà alla unità con CISL e UIL e alla alleanza con Confindustria e imprese, su un terreno i cui confini sono già indicati dal contratto dei metalmeccanici.

Una volta nella CGIL questo si chiamava “patto dei produttori” , cioè l’alleanza corporativa tra imprese e sindacati per presentarsi uniti nei confronti della politica. Una scelta sempre sostenuta dalla CISL e dalla maggioranza moderata della CGIL. Questa scelta sarà ora la base della maggioranza landiniana e verrà presentata come quella di un sindacalismo “puro”, non inquinato da collocazioni politiche. Colla a sua volta potrà caratterizzarsi come più legato alla storia di collocazione “a sinistra” della CGIL e rivendicare un maggior protagonismo politico del sindacato.

Da un lato l’alleanza corporativa con CISL UIL e Confindustria, dall’altro il fiancheggiamento collaterale a ciò che resta del centrosinistra, due scelte perdenti del passato che verranno presentate come il luminoso futuro di una CGIL che cerca di uscire dalla sua crisi con il passo del gambero. E che intanto festeggia di non aver votato, non sia mai...

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01/06/2018

Da Camusso a Mattarella: “Viva la gabbia dei trattati europei”

E’ difficile prevedere come evolverà la vicenda riguardante la formazione del governo considerato i colpi di scena, le ripetute giravolte e le piroette compiute, in questi giorni, dai vari attori in campo, nessuno escluso.

Ciò che risulta palese, però, al di là dell’esito finale è che tutta questa vicenda si sviluppa intorno ad una gigantesca fiction: quella secondo la quale la Lega e il M5S sarebbero forze antisistema, pericolose per gli assetti della governance europea al punto tale da poterla mettere in pericolo.

E così i dibattiti televisivi si arrovellano sulla prima versione della bozza del contratto di governo (quella contenente l’uscita dall’euro e la cancellazione di 250 miliardi di debito pubblico), sulle pericolose pulsioni anti europeiste del povero Savona e su qualche eccentrica dichiarazione di Salvini.

E’ stata sufficiente questa percezione per mandare in tilt un intero sistema ed indurre il presidente Mattarella a rifiutare la lista dei ministri in nome dello spread e dei mercati; ma, dall’altro lato, questa mossa ha ulteriormente ridimensionato le già tiepidissime pulsioni antisistema dell’improbabile accoppiata Di Maio - Salvini, tutti protesi a rassicurare che giammai avrebbero davvero sfidato l’UE, ma si sarebbero limitati a richiedere la modifica di qualche regola.

Beninteso, che l’euro, i trattati, i mercati abbiano da tempo stracciato la nostra Costituzione e con essa anche la democrazia formale, è cosa nota almeno da quel 2011, in cui Draghi e Trichet riscrissero, con una letterina, la gerarchia delle fonti del nostro ordinamento e le priorità che la politica avrebbe dovuto inderogabilmente perseguire.

In fondo, anche la funzione “pedagogica” dei mercati che ci è stata candidamente spiegata dal Commissario Ue Ottinger, ha soltanto riportato alla memoria quelle parole che Schauble dedicò nel 2015 al popolo greco chiarendo che il risultato di un referendum non poteva certo cambiare politiche già decise dall’Unione Europea.

Insomma, diciamo che chi detiene le leve del potere non usa troppi giri di parole per chiarire chi decide davvero e soprattutto l’insindacabilità di quelle decisioni.

D’altronde è proprio questa insindacabilità il tratto distintivo di quella cornice giuridico normativa (i Trattati) sovraordinata alle Costituzioni: ma questo è anche il punto di debolezza e fragilità di un sistema le cui crepe cominciano ad affiorare in tutti i paesi. E quelle crepe attengono alla totale incompatibilità tra i trattati europei e la volontà popolare: comandare senza avere consenso non è cosa facile per nessuno e la crisi di egemonia di quella élite che si è autoproclamata al governo dell’Europa è un dato reale certificato in tutti i paesi ed oramai anche nel nostro.

La prima avvisaglia si era colta nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, tutto il resto ne è derivato come logica conseguenza.

E’ così persino un ricambio della classe politica (non credo si possa attribuire alla Lega e ai 5 Stelle altre caratteristiche) viene percepito come una seria minaccia per la governance europea producendo le reazioni scomposte alle quali abbiamo assistito in questi giorni.

Ma gli sviluppi di questa crisi istituzionale hanno nello stesso tempo smascherato tutti i danni prodotti, e quelli che ancora produce, quella sedicente sinistra che ha di fatto consegnato la bandiera (fittizia) dell’opposizione ai diktat finanziari, al caricaturale e razzista “prima gli italiani” del duo Di Maio - Salvini.

In questo contesto le desolanti parole della Camusso “Mattarella ha agito nell’interesse di una cosa fondamentale per l’Italia e i lavoratori, che sono i trattati internazionali. Non ho mai pensato che fosse possibile risolvere i problemi dell’Italia con l’Europa attraverso l’uscita dall’Europa, che sarebbe un gigantesco indebolimento. A lavoratori e pensionati tutto serve tranne che uscire dall’euro” fotografano appieno la complicità e la degenerazione culturale, valoriale e politica di quello che un tempo era considerato il più grande sindacato dei lavoratori.

Fa rabbia che tutta questa fiction si svolga in assenza di un movimento capace di delineare, come sta accadendo in Francia, una vera alternativa di sistema che parta dalla rottura della gabbia dell’Unione Europea, per affermare la centralità del lavoro, dei diritti sociali e della solidarietà sociale.

Ma fa anche ben sperare quella energia positiva e contagiosa che si è respirata nei due giorni dell’assemblea di Potere al Popolo di Napoli: una base di partenza per costruire un movimento vero e capace di interrompere questa gigantesca fiction nella quale oggi siamo immersi.

di Alessandro Giannelli - Piattaforma Eurostop e attivista sindacale Usb

L’articolo è stato evidentemente scritto qualche ora prima del varo del governo grillin-leghista, ma non perde certo per questo efficacia. Anzi...

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10/11/2017

Napoli. D’Alema e Camusso persone non gradite all’università


Battono le agenzie questa “terribile” notizia:

“Un gruppo di circa 100 giovani tra collettivi universitari e centri sociali ha occupato l’edificio dell’università Federico II di Napoli dove a breve è prevista un’iniziativa con Massimo D’Alema e Susanna Camusso. Si è registrata anche una breve colluttazione con le forze dell’ordine dopo di che è scattata l’occupazione”.
Raccontano invece gli studenti:
Ci vuole coraggio a chiamare a discutere di lavoro precario e crisi due dei principali esponenti della politica che negli ultimi 10 anni non hanno mosso un dito per le classi popolari, anzi le hanno affossate.

Da un lato D’Alema, fondatore del PD, il partito del Jobs Act e della Buona Scuola, partito in cui è rimasto per 10 anni, fino a che, buttato fuori la porta da Renzi & Co, ha fatto finta di “rifondare” la sinistra. Lui che nel ’99 autorizzò i bombardamenti in Serbia, lui che votò la legge Fornero, ma la lista sarebbe infinita…

Dall’altra parte Susanna Camusso. Sotto la sua guida la CGIL ha completato quel processo di distacco dalle lotte dei lavoratori, ha firmato qualsiasi cosa, ha lasciato soli i militanti che resistevano su posti di lavoro allucinanti…

E gente come questa, a due mesi dalle elezioni, viene a fare LEZIONI ALL’UNIVERSITA’ per lanciarsi in campagna elettorale!

E la polizia ferma noi prima della porta dell’aula! Vergognatevi...

Ex Opg Je so’ pazzo
Al contrario, Repubblica dà la notizia in questa versione:
Alcune decine di studenti dei collettivi di studenti napoletani hanno fatto irruzione nell’aula A2 della sede di Giurisprudenza di via Marina della Federico II, sfondando il cordone sicurezza delle forze dell’ordine. Al complesso universitario sono attesi la leader Cgil, Susanna Camusso, e Massimo D’Alema per l’evento “L’Europa e la crisi della socialdemocrazia”.

Al grido di “D’Alema dov’è” contestano “il riciclaggio della sinistra, presentata nei luoghi della formazione”. “Ci sentiamo presi in giro”, dicono gli studenti, “non è certo un verginello della politica”.

Il gruppo di universitari, disoccupati e aderenti ai centri sociali, ha diffuso un volantino con la firma “Marcia degli esclusi” e ha occupato, con un vero e proprio blitz, l’aula dell’ateneo bloccando, di fatto, i lavori. Momenti di tensione tra alcuni funzionari della digos, in servizio d’ordine, e i manifestanti. Fuori dall’edificio è rimasta anche il segretario della Cgil che è ancora in attesa di poter entrare, mentre l’ex segretario dei DS, avvertito dalle forze dell’ordine, non si è presentato.

“E’ sempre spiacevole quando non si riesce a discutere liberamente. In questo modo si fa un danno a tutti” ha detto la Camusso lasciando l’università. L’ex segretaria è stata inseguita dalla Cgil fino all’auto dai manifestanti che hanno urlato: “Jatevenne”.

“Da studenti troviamo assurdo e quantomeno paradossale che siano invitati nel nostro ateneo a parlare di lavoro e diritti personaggi come quelli che vediamo oggi, che sono stati sostenitori – si legge in un documento diffuso fuori dall’università – delle peggiori politiche degli ultimi dieci anni, a spese degli ultimi e degli sfruttati”.
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28/06/2017

Landini il “federmeccanico” entra in Cgil

La notizia del prossimo ingresso di Landini nella segreteria nazionale Cgil era annunciata da tempo. L’operazione è parte di un accordo complessivo che consegnerà i metalmeccanici ad una persona di assoluto gradimento di Susanna Camusso. Non c’è alcun motivo di stupore.

Si tratta della formalizzazione della svolta che, sotto la guida autoritaria e dispotica di Landini, ha cancellato con caparbietà e determinazione ogni differenza programmatica, politica e contrattuale tra la Fiom e la Cgil. Occorre andare molto indietro nel tempo per ritrovare un Segreterio generale Fiom eletto in segreteria nazionale Cgil. Una cortesia che non solo non è stata riconosciuta a Sabatini e a Rinaldini al termine del loro mandato alla guida dei meccanici, ma non è stato loro neanche offerto un incarico qualsiasi in confederazione.

Oggi Landini entra, a pieno titolo, in una Cgil che è ai minimi storici della sua credibilità, senza più anima e testa, e in caduta libera di iscritti e rappresentatività. È la Fiom che conquista la Cgil o viceversa? Con buona pace di tutti coloro che hanno bisogno di eroi presunti e feticci a cui affidare le ceneri della radicalità che fu, la Fiom che ha ordinato la battaglia più che decennale, sociale e politica, in difesa del contratto nazionale, della democrazia e del sindacalismo indipendente non esiste più.

Landini all’atto della sua elezione ha ereditato una linea che non è mai stata sua, sebbene abbia rappresentato la sua fortuna personale. Il No a Pomigliano e Mirafiori, lo stesso scontro con Marchionne sono in realtà la coda della lunga stagione di antagonismo dei metalmeccanici dentro la Cgil. Dalla sua elezione ha lavorato alacremente, in perfetta sintonia con i settori più retrivi della Fiom che non a caso lo hanno subito dopo eletto a loro leader naturale, per decostruire pezzo per pezzo il profilo programmatico e la linea contrattuale sino a sottoscrivere il contratto nazionale Federmeccanica che cancella se stesso, togliendo la libertà contrattuale, ogni politica salariale e autorità sindacale sugli orari per regalare un caffè al giorno e un buono benzina all’anno ai lavoratori metalmeccanici.

Per arrivare a ciò Landini ha combattuto sì una dura battaglia, ma contro la storia stessa della categoria che ha ereditato. Con i favori della notorietà televisiva ha governato la discussione interna con la mistificazione, le menzogne e le epurazioni, cancellando quel rigore intellettuale che aveva sempre contraddistinto il comitato centrale Fiom.

Landini lascia una Fiom indistinguibile dal resto delle categorie della Cgil. Il suo curriculum è pieno di sconfitte e flop, dalla coalizione sociale abortita all’occupazione della fabbriche (solo gridata) all’occupazione dei consigli di amministrazione degli enti bilaterali (reale) dall’art.18 e legge Fornero con il via libero di Cgil Cisl Uil, da Fiat sino alla resa sul contratto nazionale.

Tuttavia la storia (breve) la fanno sempre i vincitori e i loro pennivendoli. Così Landini è leader mainstream degli irriducibili di una sinistra del tutto compatibile con il sistema dominante e per questa ragione sempre presente sugli schermi TV.

Non deve essere sembrato vero al padronato metalmeccanico tutto quello che ha concesso loro la Fiom sul contratto nazionale. L’applauso unanime che ha salutato quella firma ha incoronato Landini quale segretario più apprezzato da Federmeccanica, imbarazzando non poco persino la composta e pacata segreteria Cgil... Ha espulso la sinistra sindacale, normalizzato i gruppi dirigenti e imposto la linea di un umile rientro con un pugno di ferro tanto caro ai padroni...

Landini, va riconosciuto, non ha fatto tutto da solo. Ha potuto contare su un quadro di pesantissima passività sociale, amara coda delle sconfitte subite, rappresentando il bisogno di pace e normalità del ventre molle di un apparato messo a dura prova dalla linea radicale precedente alla sua segreteria.

Nessuno può dire quale sarà il futuro di Landini, alla guida della Cgil o di uno schieramento politico alle prossime elezioni. Quello che è certo è che cadrà in piedi, come sempre accade a coloro che fiutano la direzione del vento. Destino ben diverso da quello consegnato ai lavoratori metalmeccanici.

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30/04/2017

Requiem sindacale

C’è una piccola ma significativa notizia nella vicenda di Alitalia e del referendum perso da padroni e sindacati confederali lunedì scorso: l’intervista rilasciata ieri dal segretario della Cgil – Susanna Camusso – al Corriere della Sera svela un modo, e un mondo, completamente adagiato alle retoriche padronali, definitivamente incapace di relazionarsi a quel mondo del lavoro che pure si vorrebbe rappresentare. Non è un caso che i sindacati confederali abbiano le proprie referenze sociali tra i pensionati e i settori ultra-garantiti del lavoro pubblico: perché sono morti. Dice la Camusso: «No alla nazionalizzazione di Alitalia», inserendosi così nel profluvio di retorica liberista che si chiede «perché 10mila lavoratori devono decidere del destino dell’intera comunità nazionale?». Eh già, perché mai dei lavoratori (di un’azienda privata, peraltro!) dovrebbero decidere sul loro destino, nell’ennesimo fallimento manageriale ripagato con le tasche di quegli stessi lavoratori? Questo il livello del dibattito economico in Italia, ma la Camusso raggiunge comunque vette sconsiderate anche per questi tempi tristi. Un sindacato contrario alla pubblicizzazione di un’azienda è una contraddizione in termini. Dovrebbe essere la richiesta minima a prescindere dalle posizioni sindacali, o politiche, rappresentate. E’ una richiesta che si iscrive nel solco stesso dell’attività sindacale, quella per cui nei settori strategici dell’economia lo Stato abbia voce in capitolo e proprietà pubblica, contribuendo così anche alle garanzie contrattuali dei dipendenti. E invece la Camusso si premura dal prendere le distanze, dal puntualizzare, dal negare qualsiasi approccio “statalista”, perché, come si sente ripetere ad ogni piè sospinto in questi giorni, «lo Stato in quarant’anni ha già versato nelle casse di Alitalia 7,5 miliardi di euro». E grazie al cazzo. Alitalia è stata per cinquant’anni un’azienda pubblica: chi altri doveva investire capitale pubblico se non lo Stato? Di più: a cosa servono le tasse se non hanno l’obiettivo di sostenere quei servizi considerati fondamentali, e tra i quali rientra a pieno diritto il trasporto pubblico, compreso quello aereo? Domande inconciliabili con lo spirito dei tempi. Ma questo, d’altronde già pessimo di suo, è restituito in tutta la sua dimensione reazionaria proprio dalla Camusso, dirigente “del più importante sindacato italiano”, che lotta al fianco della privatizzazione dell’azienda e contro la sua ventilata nazionalizzazione.

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12/01/2017

Un sistema fragile che neanche la Consulta può salvare

Non ci sarà referendum per ripristinare l'articolo 18. E probabilmente neppure sui voucher e gli appalti.

La sentenza della Corte Costituzionale non ha in realtà sorpreso nessuno, forse neppure gli estensori dei tre quesiti proposti dalla Cgil. Com'è ormai noto, il quesito sull'art. 18 non si limitava a proporre la cancellazione di quella parte del Jobs Act che ha liberalizzato i licenziamenti disciplinari illegittimi, ossia pretestuosi e ricattatori, nelle imprese con più di quindici lavoratori, ma di fatto trasferiva alle imprese industriali e dei servizi la normativa prima applicata alle imprese agricole; in cui l'art. 18 copriva i dipendenti delle aziende con più di cinque dipendenti.

Facile dunque immaginare che la Consulta avrebbe dovuto decidere se questa formula rispettava il dettato costituzionale (il referendum popolare può solo abrogare delle norme esistenti), oppure si configurava come propositivo di una nuova norma. Nel secondo caso, come poi deciso ieri dalla Consulta, il quesito diventa “inammissibile”.

In ogni caso, queste cose, gli avvocati della Cgil le sanno meglio di noi. Impossibile dunque pensare a un “errore” o un'ingenuità degli estensori materiali e della segreteria confederale (che ha dato l'ok finale). Ma è difficile anche pensare a una “forzatura” furbesca, perché su questi argomenti la letteratura costituzionale è piena di precedenti e sentenze pressoché univoche. L'unica eccezione – come ricordato anche oggi da alcuni commentatori – risale al 2003, quando fu ammesso il quesito referendario per estendere proprio l'art. 18 – allora pienamente vigente, anche se attaccato dal governo Berlusconi – alle imprese più piccole, ma comunque con più di cinque dipendenti. In quell'occasione, poi, si votò ma non si raggiunse il quorum e dunque la norma rimase intatta.

Tutte cose risapute e su cui un'organizzazione seria – che vuole insomma raggiungere l'obiettivo del ripristino delle tutele garantite dall'ordinamento precedente – non può decidere di correre rischi inutili. E invece proprio questo è stato fatto, ripetiamo, da professionisti del diritto.

C'è poi la valutazione strettamente politica, che avrebbe dovuto sconsigliare l'ennesimo ricorso allo strumento referendario in materia di diritti del lavoro. Per il buon motivo che tutti i referendum di questo tipo sono stati persi. Al contrario di quanto accade per i cosiddetti diritti civili, obbiettivamente universali (divorzio, aborto, ecc), sui temi del lavoro vengono chiamati a dare il voto figure sociali opposte (gli “imprenditori” di ogni ordine e grado, che in Italia sono circa 3 milioni) o soltanto non interessate direttamente al tema (per esempio i pensionati e gli “inattivi”). Ne consegue che il rischio di non raggiungimento del quorum è in questi casi decisamente più alto; quindi si va a giocare in un territorio infido.

Vero è che l'esperienza del 4 dicembre può indicare una diversa fase politica, in cui la popolazione è in buona misura stanca di essere massacrata da decisioni governative criminali e impoverenti, dunque più disposta a dar segnali negativi all'establishment. Ma un sindacato – e la Cgil, formalmente, lo è ancora – sa benissimo che la modifica dei rapporti di forza sociali e politici, tali da imporre una cambio di marcia alla legislazione, si impone solo grazie alla mobilitazione sociale (non solo con gli scioperi generali). Affidarsi al referendum, insomma, è un gesto di sfiducia in primo luogo verso i propri rappresentati: i lavoratori di ogni tipologia contrattuale.

Resta dunque la domanda: gli estensori del quesito, gli “esperti” della Cgil, hanno “rischiato” di proposito? Hanno cioè scelto di farsi rigettare dalla Consulta proprio il tema principale, l'art. 18? Non possiamo ovviamente rispondere con certezza assoluta, ma solo ricordare che in questa tenzone tra Cgil e Corte Costituzionale si affrontavano due vecchie volpi del craxismo: Giuliano Amato e Susanna Camusso. A sospettare la combine si fa sempre peccato, ma come diceva il Belzebù democristiano, “purtroppo ci si azzecca quasi sempre...”.

Si, va bene, ma ora che succede?

In teoria, il governo dovrebbe fissare le date – nella tarda primavera – per la consultazione referendaria su due quesiti ormai “orfani” dell'argomento trainante; dunque quasi innocui. Una tentazione potrebbe essere dunque quella di mandarci al voto nella consapevolezza che molto probabilmente non ci sarebbe il quorum, trasformando la nuova consultazione in una vendetta per il 4 dicembre.

Ma anche a prescindere da valutazioni diverse – qualsiasi voto è sempre un rischio, quando la popolazione ti odia – ci sono forti controindicazioni. Scegliere di fare il referendum, infatti, implica la decisione di non andare ad elezioni politiche anticipate in tempi brevi; e rinviare a dopo l'estate non ha senso, visto che la scadenza naturale della legislatura è fissata al febbraio 2018.

Al contrario, se riuscissero a fare una legge elettorale “omogenea” per Camera e Senato (dopo la sentenza della Consulta sull'Italicum, il 24 gennaio), si potrebbe andare al voto politico entro giugno. In questo caso il referendum su voucher e appalti verrebbe rinviato al prossimo anno, dando tutto il tempo al Parlamento – attuale o rinnovato – di modificare il Jobs Act nei due punti critici, senza nemmeno allontanarsi troppo dal testo attuale. E quindi evitarlo.

Le incognite sono altrettanto conosciute: ogni giorno di rinvio delle elezioni politiche sono decimi di punto in meno per la residua popolarità di Renzi. Il voto a febbraio equivale quasi a una condanna a fargli fare per sempre la spesa alla Coop di Rignano... Ma a votare subito non ci pensa davvero quasi nessun altro. Non i grillini alle prese con la prima vera crisi politica interna, dopo i pasticci della giunta Raggi a Roma e le figure barbine rimediate “in Europa”. Non i leghisti, che non sanno neppure quali alleati potranno trovare. Non Berlusconi, che attende la “riabilitazione” da Starasburgo per potersi eventualmente ricandidare, pur con sondaggi deprimenti, ma che appare anche il più deciso a salvare il governo in carica. Non il Pd, che sta ancora elaborando il fallimento furioso della stagione renziana, distrutta dal voto di dicembre. Non "la sinistrina" risultante da aggregazioni tra disperati, ennesimo contenitore senza alcun progetto.

Soprattutto non lo vuole l'Unione Europea, che sta già preparandosi agli tsunami elettorali in Olanda, Francia e Germania, col rischio di risultati che indebolirebbe pesantemente la credibilità della governance fin qui egemone.

Non ridete. Ma molto dipende dal fragile sistema circolatorio di Gentiloni...

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17/05/2016

Fuori dalla Cgil. A chi interessa minimizzare?

Troppi silenzi, troppa poca generosità e forse troppa paura accompagnano la decisione di Sergio Bellavita, Maria Pia Zanni, Stefania Fantauzzi di annunciare l’abbandono della Cgil. Che i palazzi e i palazzetti più o meno legati al partito democratico, al governo Renzi, ma anche alla finta opposizione contro di essi di CGILCISLUIL, abbiano interesse a tacere su tutta questa vicenda è comprensibile. Ma questa storia è stata messa sostanzialmente in sordina anche da buona parte di quella sinistra radicale che nel passato avrebbe speso paginate di discussione.

Pare quasi che la questione in sé non sia considerata rilevante, quando invece essa è fondamentale.

Alcuni delegati della FIOM degli stabilimenti Fiat hanno deciso di organizzare lotte contro il supersfruttamento del lavoro, e per farlo si sono uniti a militanti dei sindacati di base. Maurizio Landini e il suo gruppo dirigente, invece che premiare questi militanti, che rischiano il posto di lavoro per affermare i principi su cui è stata costruita la FIOM, invece che considerarli come esempio per tutti, li ha fatti dichiarare incompatibili con l’organizzazione. Sergio Bellavita ha pubblicamente espresso il proprio sostegno a questi lavoratori, e per questo è stato destituito da dirigente nazionale della FIOM e rimandato in fabbrica.

Non siamo di fronte ad una questione di carattere personale, ma alla repressione del dissenso su come ci si comporta rispetto alla Fiat di Marchionne. La FIOM di Landini ha deciso che la guerra è finita e che chi vuole continuarla viene cacciato. In nome del realismo si può anche essere d’accordo con questa scelta, in ben più grande dimensione in Grecia Tsipras ha fatto lo stesso con la Troika, ma non si può certo ridimensionarne l’importanza.

E invece dopo che Sergio e le altre compagne e compagni hanno annunciato che continueranno la lotta fuori da quella Cgil che impedisce loro di organizzarla da dentro, la gravità del fatto è scomparsa.

Da un lato ci sono coloro che spiegano che in fondo il mondo è sempre uguale a sé stesso, che la Cgil è sempre stata una organizzazione moderata e non si capisce perché qualcuno lo scopra solo ora. Dal lato opposto c’è chi accusa Bellavita e gli altri di aver alzato apposta lo scontro con Landini e Camusso, per farsi cacciare da una Cgil da cui da tempo avevano deciso di andarsene. In questo modo si evita opportunisticamente di affrontare la questione reale.

Chi crede nel sindacalismo conflittuale e di classe può restare in una Cgil e in una FIOM ove si colpiscono i lavoratori? Perché questo è il punto di fondo. Allontanamenti autoritari di dirigenti scomodi in Cgil e FIOM ci sono sempre stati, ma è la prima volta che si cacciano operai che scioperano. E non si venga a dire che non sono queste le ragioni. Se i delegati della FIOM di Melfi e Termoli con i militanti dei sindacati di base avessero organizzato convegni sul socialismo mondiale, nulla sarebbe accaduto. Invece hanno proclamato scioperi contro gli straordinari al sabato, riusciti per altro, e per questo sono andato sotto processo.

Questa è la vera normalizzazione in atto nella Cgil, non la cancellazione del dissenso nelle tavole rotonde, ma l'omologazione di tutti i comportamenti concreti a quelli dei vertici confederali e di categoria. E questa normalizzazione si scatena oggi perché è la Fiom di Landini a operarla per prima.

Lasciando la Cgil avevo scritto:
“La Cgil ha sempre avuto una dialettica interna. Tra linee politiche, tra esperienze, tra luoghi di lavoro, territori e centro, tra categorie e confederazione. Dagli anni '90 il confronto tra maggioranza e minoranze si è intrecciato con quello tra la FIOM e la confederazione. In questi confronti e conflitti si aprivano spazi di esperienze ed iniziative controcorrente. Oggi tutto questo non c’è più. Una normalizzazione profonda percorre tutta l’organizzazione e l’ultimo congresso le ha conferito sanzione formale. Non facciamoci ingannare dalle polemiche televisive e dalle imboscate di qualche voto segreto. Fanno parte di scontri di potere tra cordate di gruppi dirigenti, mentre tutte le decisioni più importanti son state assunte all’unanimità, salvo il voto contrario della piccola minoranza di cui ho fatto parte e di cui non si è mai tenuto alcun conto...”
Alcuni anni fa, quando ancora ero segretario della FIOM, il segretario della Cisl Bonanni in una intervista aveva rimproverato la maggioranza della Cgil di non avere il coraggio di liberarsi degli “antagonisti”. La CISL lo ha fatto in casa sua, sostenne allora il segretario di cui si è poi parlato per la pensione favolosa, ha pagato dei prezzi, ma ora è una organizzazione coerente. Ora la Cgil segue quel consiglio e lo può fare proprio perché è Maurizio Landini che lo mette in pratica: Susanna Camusso da sola non ci sarebbe riuscita.

Con coraggio i compagni della Fiat e Bellavita hanno sfidato questa normalizzazione e ne sono stati colpiti. Ora decidono di continuare fuori dalla Cgil per non rinunciare a tutto ciò che hanno fatto. Bisognerebbe sostenerli e basta.

Chi vuole restare in Cgil ovviamente merita rispetto, deve sapere però che non rimane per dissentire, ma per consentire. Il dissenso vero non sarà più ammesso, la vicenda Fiat è e verrà considerata come esemplare. Quindi chi resta dovrà adeguarsi, magari nel nome della rivoluzione futura, oppure incorrere nelle stesse sanzioni.

In questi giorni abbiamo visto in Francia sindacati sicuramente non rivoluzionari come la CGT promuovere giornate e giornate di sciopero contro la versione locale del Jobs act. E quei sindacati si sono incontrati con un poderoso movimento di giovani e studenti. In Grecia contro il nuovo cedimento di Tsipras ci sono stati poco tempo fa due giorni di sciopero generale, indetti non solo da parte dei comunisti e radicali del PAME, ma da tutti i sindacati.

O si capisce e si affronta la specifica gravità della situazione sindacale italiana, ove CgilCislUil non ci hanno neppure provato a contrastare le politiche liberiste dei governi e delle imprese, o si finisce per essere parte del degrado di quello che una volta era il movimento sindacale più forte d’Europa.

Per fortuna non è vero che fuori da questo degrado non ci sia nulla. Ci sono invece lotte ancora insufficienti, ma sempre più diffuse, che richiedono rappresentanza ed organizzazione. Fanno bene Bellavita, Zanni, Fantauzzi e spero anche altri con loro a cercare nuove vie per continuare. Anche perché a me pare che, dietro tanti discorsi sul bene dei lavoratori e sulla necessità di restare in Cgil per contestare i gruppi dirigenti, ci sia una certa dose di paura, che non è mai stata buona consigliera.

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13/05/2016

#occupycgil. La protesta della opposizione in Cgil

Il licenziamento di Sergio Bellavita, ex segretario nazionale della Fiom, appena confermato dalla confederazione guidata da Susanna Camusso, rischia di minare la residua credibilità della Cgil.

La minoranza interna – l’area “Il sindacato è un’altra cosa”, che ha proprio in Bellavita il coordinatore nazionale principale – ha lanciato ieri lo slogan #occupyCgil, occupando simbolicamente il salone “Di Vittorio”, nella sede nazionale del sindacato, con un’assemblea cui hanno partecipato “150 persone”. I promotori hanno annunciato che aggiungono “non ce ne andremo fino a quando il segretario Susanna Camusso non verrà a parlarci. La mobilitazione è scattata dopo che la segreteria Landini ha revocato all’unanimità il distacco sindacale rispedendolo di fatto in fabbrica, la bolognese Cei.

“Abbiamo deciso di occupare la sede della Cgil nazionale – si legge sul Facebook di Bellavita – a oltranza. Non possiamo permettere che la maggioranza della Cgil chiuda ogni spazio di opposizione defenestrando il portavoce nazionale Sergio Bellavita e i delegati Fca del comitato di lotta. Aspettiamo che Susanna Camusso venga qui e ripristini la dignità dell’unica area di opposizione interna. Non non molliamo. Noi non ci stiamo”.

A Camusso, dopo l’incontro della scorsa settimana sul caso Bellavita, la minoranza muove un’accusa precisa: “Ha tenuto a esplicitare (allo stesso incontro, ndr) che ritiene non più possibile la costruzione di un’area di opposizione interna alla Cgil. Ed ha preannunciato nuove regole congressuali”, riportava la stessa area critica interna.

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11/05/2016

Camusso conferma Landini: Bellavita licenziato

È una sentenza difficile da digerire quella che la segreteria nazionale Cgil ha emesso nei miei confronti. Secondo Susanna Camusso non posso più ricoprire incarichi in nessuna struttura della Cgil, né di categoria, né confederale, né nazionale ne’ di territorio. Sergio Bellavita non potrà più fare il sindacalista. La sentenza, dopo che nei giorni scorsi l’esecutivo nazionale dell’area ha posto il problema alla segreteria Cgil, è stata emessa ieri.

Una laconica telefonata in tarda serata ci ha comunicato che l’unica disponibilità della Cgil è quella di contrattare con l’azienda, in cui rientrerò il primo giugno, un pacchetto di ore di permessi sindacali.

Cioè quanto prevede lo statuto per consentire la partecipazione alle sedute degli organismi dirigenti di cui si è componenti. Una proposta indecente, avanzata con l’evidente scopo di infliggere un’umiliazione collettiva all’unica area di opposizione in Cgil. Un fatto di una gravità senza precedenti.

È un boccone amaro da ingoiare anche perché nessuno mi ha ancora esposto le ragioni della cacciata che non siano legate al ruolo di rappresentanza collettiva che ho ricoperto dal congresso ad oggi. Un tempo i dirigenti Cgil avevano il coraggio di espellere, oggi si riduce al silenzio destituendo da ogni incarico chi non si piega. Sta succedendo ai delegati Fiat condannati all’incompatibilità perché praticano e vorrebbero praticare le lotte ed è successo al sottoscritto. Pago il prezzo di aver difeso insieme ai compagni dell’area, senza se e senza ma, i delegati e le delegate Fiat dalla ignobile persecuzione di meschini funzionari la cui unica preoccupazione è mantenere il posto di lavoro in Fiom conquistato con la fedeltà e il servilismo al capo padrone. Non mi pento di averlo fatto, anzi ne sono orgoglioso. Difficile però non farsi travolgere dalla tristezza davanti a chi pretende di rappresentare questa come una vicenda personale del tutto separata dalle scelte di fondo della Cgil. Non è così.

Susanna Camusso nell’incontro della scorsa settimana ci ha tenuto a esplicitare che ritiene non più possibile la costruzione di un’area di opposizione interna alla Cgil. Ed ha preannunciato nuove regole congressuali. Nulla accade per caso. La mia cacciata, l’incompatibilità assurta a ordinamento interno servono a dire come e a quale prezzo si sta nell’organizzazione. Un’ulteriore svolta, il tentativo di chiudere il cerchio della cislizzazione della Cgil. Per queste ragioni bisogna chiudere, espellere il dissenso.

Il primo giugno rientro in fabbrica e da lì riparto.

Sergio Bellavita

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05/03/2016

Camusso e Landini dovrebbero imparare dai delegati, e invece li cacciano

Il Sant'Uffizio della Cgil, il Collegio Statutario, ha decretato che buona parte dei delegati FIOM degli stabilimenti Fiat di Termoli e Melfi hanno tenuto comportamenti incompatibili con l'organizzazione. Ora queste lavoratrici e questi lavoratori verranno convocati dalle segreterie della FIOM del Molise e della Basilicata, che in accordo con la segreteria nazionale li hanno denunciati.

Se non faranno abiura e non prometteranno di cambiare comportamento, questi delegati saranno espulsi dall'organizzazione.

Sembra incredibile anche solo a raccontarlo, visto che Camusso e Landini ogni giorno fanno proclami di democrazia. Eppure è proprio così, semplici operai vengono cacciati dal loro sindacato perché fanno il loro dovere di sindacalisti.

La ragione formale del provvedimento è che questi delegati FIOM avrebbero costituito negli stabilimenti Fiat un coordinamento con delegati e militanti dei sindacati di base. Siccome questa è una motivazione ridicola, che mette in discussione i diritti costituzionali delle persone, occorre andare a quella vera, che naturalmente non viene espressa.

Mesi fa, dopo il fallimento dello sciopero del sabato a Pomigliano, sciopero mal preparato e peggio gestito, la FIOM nazionale decise di sospendere tutte le lotte in Fiat. I delegati di Melfi e di Termoli non accettarono questa resa e decisero di continuare a proclamare scioperi e proteste contro i turni, i ritmi, le condizioni di lavoro massacranti. Era una scelta difficile, perché si misurava con la paura dei lavoratori di fronte al regime autoritario e ricattatorio che governa la Fiat di Marchionne. Ed era anche una scelta coraggiosa perché le direzioni aziendali non usano guanti di velluto con chi non si piega o non si vende.

Dopo tanta fatica si cominciavano a vedere i primi risultati. A Termoli c'era stata una protesta improvvisa, che aveva coinvolto tutta la fabbrica. A Melfi la stampa locale registrava la crescente insoddisfazione degli operai per la pesantezza dei carichi e dei turni di lavoro. I gruppi dirigenti della FIOM avrebbero dovuto usare ovunque come esempio l'operato i questi delegati, invece hanno cominciato a contrastarli. E quando hanno visto che non cedevano alle pressioni, li hanno denunciati al Collegio Statutario. Questo organismo era stato concepito come una sorta di Corte Costituzionale della Cgil, che avrebbe dovuto vigilare sulla coerenza dei comportamenti dei gruppi dirigenti rispetto allo statuto. Invece, man mano che degradava la democrazia interna al sindacato, anche questo organismo si è trasformato. Ed è diventato un tribunale dell'inquisizione sui comportamenti dei militanti di base.

La sanzione verso i delegati "incompatibili" è peraltro coerente con l'accordo del 10 gennaio 2014. Con quel patto la Cgil ha garantito alle controparti la "esigibilità" delle intese. Cioè l'impegno ad imporre obbedienza ai delegati, anche quando si fanno accordi che proprio non piacciono. Ora in Fiat è la stessa Cgil che sanziona chi lotta contro i turni di lavoro massacranti.

Questa decisione spiega, meglio di tante dotte analisi, perché la democrazia e i diritti siano precipitati così in basso e perché sia così difficile la risalita.

Voglio perciò esprimere piena solidarietà alle compagne e ai compagni colpiti dal vergognoso e vile provvedimento, in particolare a Stefania Fantauzzi, "Mimmo" Destradis Domenico e Antonio Lamorte, della cui amicizia mi onoro.

Per Susanna Camusso e Maurizio Landini questa vicenda segna una macchia che nessun riflettore televisivo potrà coprire.

Per coloro che non si arrendono il rigore ed il coraggio di queste operaie e di questi operai sono un insegnamento prezioso.

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06/10/2015

"Pronti a occupare le fabbriche", l'ultima risorsa di Landini

L'esempio dei dipendenti AIr France, che hanno – come sempre accade in Francia – "mostrato i denti" all'azienda che vuole licenziare e basta, sembra rianimare l'esangue dibattito italico su come resistere al declino e alla deindustrializzazione.

"Occupare le fabbriche? Sarei pronto a farlo per difendere il lavoro". Così Maurizio Landini, segretario generale Fiom, ai microfoni di Agorà, su Raitre. "Oggi qualsiasi azienda che chiude è persa per sempre. Per difendere posti di lavoro e crearne di nuovi siamo pronti ad utilizzare, democraticamente come abbiamo sempre dimostrato, determinate azioni."

"Il tema nel nostro Paese è creare nuovi posti di lavoro. Non lo si affronta rendendo più facili i licenziamenti o riducendo le tasse alle imprese. Per farlo occorrono un progetto industriale, investimenti pubblici e privati e politiche che incentivino l'occupazione come la riduzione dell'età pensionabile". E quindi "Se il governo ha 5 miliardi di euro faccia investimenti anziché cancellare la tassa sulla prima casa, spenda queste somme per un piano straordinario di investimenti sul territorio che genererebbe posti di lavoro".

Come si vede, il discorso è subito passato dal conflitto possibile alla domanda destinata a restare inevasa. Intanto in Francia i sindacati del trasporto aereo non mostrano di essere rimasti spiazzati dalla radicalizzazione della protesta, peraltro molto controllata e ben mirata (i dirigenti della compagnia raggiunti dai lavoratori sono stati – sì – spogliati dei loro abiti, ma non hanno preso neanche uno schiaffo).

I principali sindacati rappresentati nel gruppo Air France-Klm chiedono infatti al governo francese di intervenire e scongiurare i licenziamenti nella compagnia francese, prendendo "un impegno forte per il suo riassetto". "Solo un progetto industriale fondato su uno sviluppo ambizioso potrà suscitare l'adesione dell'insieme dei dipendenti Air France", scrivono in una nota comune, ricordando che lo Stato è azionista al 17% della compagnia.

L'unica forma di distinguo appare quella firmata dalla Cgt, in un intervento pubblicato dal quotidiano L'humanité, che condanna "le aggressioni fisiche" di ieri contro i dirigenti Air France, ma anche "i licenziamenti" che la società minaccia di effettuare. "Chi semina vento raccoglie tempesta", scrivono.

Viene da pensare a quel che avrebbero potuti dire Camusso et similia davanti a un episodio della stessa entità. O meglio, lo si è visto nelle stesse ore, con la segretaria della Cgil pronta a "dare il resto" ai cinque dirigenti che avevano improvvisato una ben più tranquilla protesta sul Decumano, all'Expo, e che sono stati fermati per l'intera giornata dalla polizia.

A proposito: avete notato che la polizia francese, invece, non si è nemmeno fatta vedere durante la protesta che ha bloccato il cda di Air France?

Giustamente, dunque, il principale sindacato di base, l'Usb, ironizza sulla possibile "occupazione delle fabbriche" evocata da Landini.

“Landini si dichiara pronto ad occupare le fabbriche in certe condizioni e per difendere il lavoro. Siamo d'accordo – afferma Paolo Sabatini, dell’Esecutivo Nazionale USB – ma basta con le roboanti enunciazioni in televisione che poi non vengono mai seguite da fatti concreti. Landini, poi, provi ad occupare una fabbrica e poi vedremo ciò che farà Camusso”.

Prosegue il dirigente USB: “La verità, in Italia come in Francia, è che è necessario praticare le lotte e rappresentare i lavoratori in modo adeguato e non semplicemente fare le passerelle in televisione”.

“Il segretario generale della Fiom si preoccupi anche di ciò che la sua Cgil, insieme a Cisl e Uil, sta valutando sul tema della contrattazione insieme a Confindustria e Governo e di cosa si prepara contro il diritto di sciopero. Detto questo, siamo pronti ad azioni sempre più determinate a livello sindacale e, se Landini è d'accordo, allora ci faccia un colpo di telefono, a telecamere spente”, conclude Sabatini.

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02/10/2015

La torta in faccia a... Susanna Camusso

Questa torta va a Susanna Camusso e viene dai lavoratori di Expo, che con paghe da fame - pochi - o facendo tutto gratis - tanti - fanno funzionare quella baracca.

Lunedì prossimo tutto il direttivo della Cgil andrà in gita alla fiera milanese, sponsorizzata da Coca Cola, McDonald e altre multinazionali benefattrici di cibo verso l'umanità. Tra breve la vetrina degli inganni e degli appalti sotto inchiesta chiuderà, e le migliaia di persone che l'han tenuta aperta saranno in mezzo ad una strada con tanti ringraziamenti.

Un sindacato che fa il suo dovere dovrebbe occuparsi di questo, magari facendo autocritica per aver firmato l'accordo a causa del quale migliaia di giovani han lavorato gratis. Invece la segreteria Cgil convoca il direttivo in visita guidata alla fiera, come hanno fatto il PD di Renzi, la Confindustria di Squinzi, il Collegio nazionale dei Geometri e altre organizzazioni della cosiddetta società civile in vena di marchette.

A questo punto ci chiediamo quale intenso programma di incontri si prepari per il gruppo dirigente del più grande sindacato italiano. Da Vinitaly alla fiera del tartufo a quella del porcellino da latte l'Italia è piena di eventi da sponsorizzare. E poi ci sono Gardaland, Aquafan, Zoosafari che aspettano.

Crediamo che non intendesse proprio questo, Di Vittorio, quando chiedeva ai sindacalisti di stare in mezzo al popolo. E pensiamo che, se potesse, il fondatore della Cgil questa torta la tirerebbe per primo.

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01/10/2015

La Cgil sceglie l'Expo per il Direttivo nazionale, Landini: "Fatto grave, non parteciperò"

Dell'Expo si è detto di tutto e di più. Anche noi su questo sito e sul nostro giornale cartaceo abbiamo ripetutamente pubblicato notizie e analisi sul significato della "Esposizione Universale" di Milano e su tutto ciò che si porta dietro (qui in fondo riportiamo una rassegna di articoli).

La ciliegina sulla torta che mancava era però quella del più grande sindacato italiano, la Cgil, che ha deciso di tenere la riunione del suo Direttivo nazionale del prossimo 5-6 ottobre proprio all'Expo, suscitando le ire della Fiom di Maurizio Landini, dell'area Democrazia e Lavoro e di tanti iscritti e delegati dei luoghi di lavoro. Non solo il Direttivo si terrà all'Expo, ma addirittura nell'intervallo dei lavori è prevista una visita guidata per i sindacalisti all'interno dell'Esposizione.

"Il luogo scelto è parecchio discutibile - dice Maurizio Landini (vedi comunicato in foto) - sia per i tanti scandali che hanno accompagnato la gestione dell'area e la costruzione degli impianti, sia per le condizioni di lavoro al suo interno. Ma ancora più grave è l'intermezzo previsto e proposto nel bel mezzo della discussione del Direttivo, nel pomeriggio del 5 ottobre, con una visita guidata ai padiglioni dell'Expo". Poi prosegue: "Finanziare un tour turistico di dirigenti sindacali con i soldi dei nostri iscritti non mi sembra proprio il modo migliore per affrontare una fase che per le lavoratrici e i lavoratori è segnata soprattutto da difficoltà e sacrifici, né mi sembra possa fornire alcun contributo a rappresentare al meglio i loro interessi". E conclude: "Per tutto questo vi informo che non parteciperò a questa prima giornata del Direttivo dandovi appuntamento al giorno dopo".

È partita anche una raccolta di firme contro questa decisione, e anche l'area della Cgil "Democrazia e Lavoro" ha prodotto questo comunicato di forte contrarietà nel quale tra le altre cose afferma: "Per noi e per tantissime delle persone con cui ci relazioniamo quotidianamente, l'Expo è stato anche uno spaccato di tutto quello che ha intaccato negativamente lo sviluppo di questo paese: la corruzione, la speculazione immobiliare, la cementificazione, l'espropriazione di beni comuni, lo sfruttamento del lavoro".

Per ricordare a Susanna Camusso cos'è Expo, ecco una rassegna di articoli.

Redazione, 1 ottobre 2015

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Klodian Elezi, morto di Expo nei cantieri che lavorano 24h

Expo, in 20.000 al lavoro (ma 18.500 lo faranno gratis)

Controllo a distanza: in Expo il Grande Fratello si chiama Manpower

I 70.000 posti di lavoro di Expo 2015 sono diventati 640 e precari

Expo 2015 regala 60mila euro per il Family Day

La vera eccellenza di Expo: gli arresti!

Expo 2015 e la corruzione negli appalti pubblici

Expo: Renzi si accorge che c’è vita oltre Twitter

Non a tutti piace Expo

Costi e benefici dietro la retorica di Expo 2015

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06/08/2015

Renzi allo sbaraglio: promette le politiche fallimentari di Jeb Bush

A Matteo Renzi va dato atto di una cosa: all’assemblea nazionale del Pd a Milano ha parlato di economia (almeno di quello che lui pensa essere materia economica), mentre gli oppositori interni hanno parlato di schieramenti. Detto questo, il discorso economico alla nazione di Matteo Renzi a Milano è stato un autentico disastro. Sempre se si analizzano le politiche proposte da Renzi, non certo se si guarda al mainstream televisivo. Quest’ultimo infatti mette sempre i riflettori su chi annuncia meno tasse, benedicendo mediaticamente gli sfrondatori di aliquote e i mentori delle detassazioni. E, se è per quello, è di un buon effetto-annuncio che Renzi ha bisogno. I sondaggi lo vedono in calo, con circa 10 punti in meno rispetto al risultato “magico” del 2014, l’economia è stagnante (specie se i dati guardano alla struttura del paese quindi al netto del calo dell’euro e del prezzo del petrolio) e qualcosa bisogna pur raccontare per risalire l’audience. Vedremo se Renzi recupererà quel mezzo punto nei sondaggi grazie all’ennesimo annuncio sul taglio delle tasse che, da Berlusconi fino a Letta passando da Prodi e persino da Monti, non è mai mancato nel repertorio del marketing politico dalla fine della prima Repubblica. Si tratta di quel repertorio generalista che - insieme a quelli sulla microcriminalità o sull’immigrazione - si pensa che in qualche modo tocchi la maggior parte dell’elettorato.

Fare spettacolo su un taglio delle tasse, tra l’altro tutto da dimostrare, è anche governare il partito, o meglio quello che ne rimane, scosso dalle vicende romane e siciliane. E anche da quel lento processo di uscita di correnti e cordate (da Civati a Fassina) che, a partire dalle elezioni in Liguria fino alla pessima legge sulla scuola, ha attraversato il Pd. Assieme ad un calo record dei tesseramenti. Un bel Matteo Renzi show da Milano, in uno scenario blu soffuso fatto per regalare una sensazione di freschezza in periodo di canicola, era quindi quello che ci voleva. Sul piano dell’immagine e della messa tra parentesi del dibattito interno. Ma, questioni di sondaggi e di immagine a parte, il governo Renzi è davvero intenzionato a tagliare le tasse di 50 miliardi? E quale tipo di economia innescherebbe?

Sgombriamo subito il campo da un equivoco: nel dibattito politico si sta parlando come se si trattasse degli anni ’80, ovvero con uno stato nazionale che prende decisioni da solo e poi le applica. Oggi invece è diverso: il two e il six pack, approvati da Roma negli anni scorsi, rendono il bilancio nazionale a revisione, con tanto di multe in caso di applicazione sbagliata, preventiva e consuntiva da parte di Bruxelles. Per cui, oltre ad assistere allo spettacolo di Renzi, i media, se vogliono capirci qualcosa sul taglio delle tasse, non dovrebbero far altro che intervistare la Merkel o Hollande. Ma ne soffrirebbe l’effetto annuncio, naturalmente. Il consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld (scuderia McKinsey, che in Inghilterra gestisce direttamente la privatizzazione della sanità), cerca di delineare la politica del governo in materia di taglio delle tasse.

Gutgeld riporta che, oltre ai 35 miliardi di manovra necessari per il taglio delle tasse, servono anche 70 miliardi per impedire che scattino, nel 2016, gli aumenti automatici di Iva e accise sulla benzina. Una manovra quindi, salvo peggioramenti della congiuntura economica, di circa 110 miliardi in tre anni. Tutti dedicati a tagli delle tasse e della spesa pubblica. Ma quali sono, secondo Gutgeld, gli strumenti per arrivare a questa manovra?

1) Spending review di 10 miliardi, toccando anche nodi nevralgici della spesa sociale (sempre sotto il pretesto “sprechi”) deprimendo le economie locali;
2) Aumento del Pil imprevisto che genera maggiore tassazione;
3) Allargamento del rapporto deficit-pil di quasi due punti per generare risorse.

Mentre il secondo punto è quasi fantascientifico, visti i tassi di crescita continentali e globali, si capisce che Renzi farà pressione verso l’Europa per poter allargare il rapporto deficit-Pil. E’ il vero strumento che il governo ha, a meno di non tagliare la spesa sociale oltre l’inverosimile (e già farebbe danni la spending review alla Gutgeld). La scommessa di Renzi è quindi difficile quanto evidente: aspettarsi appoggio da Bruxelles, e da Berlino, per una riforma che piace molto oltreoceano. E che potrebbe tanto più piacere se l’inquilino della casa bianca nel 2016 fosse un tipo alla Jeb Bush che, di quel tipo di riforma delle tasse, è un alfiere convinto. D’altronde è cronaca giornalistica il fatto che Michael Ledeen, della destra repubblicana americana, è stato ospite della Leopolda. E che Yoram Gutgeld non è certo ostile alla destra repubblicana. Come è noto il fatto che sono proprio le politiche di forte taglio delle tasse, meglio una flat tax che favorisce i ceti più ricchi, che piacciono alle grandi corporation finanziarie. Il tentativo della riforma delle tasse renziano non è quindi altro che la riedizione delle Reaganomics, versione spaghetti. Taglio delle tasse da redditi da lavoro, da capitale, da proprietà, bassa inflazione, stato minimo (del resto tra abolizione delle province e del senato e il collasso delle partecipate, la direzione è quella. E con i tagli alla tassa sulla casa molti comuni potrebbero semplicemente chiudere. Le politiche municipali finirebbero in mano alla neo-filantroplia e ai privati).

Senza avventurarsi in analisi di politiche differenti nello spazio e nel tempo, come per il confronto Reaganomics e politiche renziane, facciamo notare un grafico. E’ lo storico dell’andamento del salario in un paese, come gli Usa, dove la disponibilità di capitali liberata, tramite le Reaganomics, è stata molto più alta di quella potenzialmente disponibile con le Renzinomics.

Si noti come dal 1981, per quasi 20 anni, il potere di acquisto del salario americano non cessa di scendere proprio a partire dalle reaganomics. Senza mai recuperare totalmente in potere d’acquisto. Neanche oggi, nel 2015. E questa politica sarebbe da attuarsi in un paese dove il potere di acquisto, nei primi dieci anni di entrata in vigore dell’euro, è stato di circa meno 11.000 euro a famiglia.

Viene davvero da pensare che Renzi voglia liberare capitali, che possono finire ovunque visto il mondo globalizzato, per favorire dinamiche di deflazione salariale tali da avvicinare il costo del lavoro italiano a quello polacco.

Come se non bastasse, e non basta, ecco un articolo di Bloomberg, che non è un sito neobolscevico ma un grosso gruppo mediale dell’informazione finanziaria americana.

Noah Smith riporta infatti che l’analisi dei paesi che hanno applicato, a casa propria, le reaganomics rivela che non c’è alcuna evidenza di reale miglioramento nelle loro economie. Anzi, in diverse prese ad esame, le economie con le reaganomics peggiorano. Eppure Renzi cerca di vendere politiche non solo vecchie di 35 anni ma anche che non mostrano, nell’analisi storica, miglioramenti reali. Oltre a mostrare, come nel caso USA che è quello pilota, calo del potere di acquisto.

Sia chiaro: in questo paese le tasse sono alte. E non servono certo per i servizi sociali. Ma le tasse alte non possono essere un pretesto per disintegrare il paese. Meglio guardare ai dibattiti economici che evitano ricette renziane pardon, reaganiane. Ce ne sono, basta cercare e innovare in materia.

Siccome è bello chiudere con i patetici, parliamo un attimo di Susanna Camusso. Dopo 10 mesi in cui assieme allo statuto dei lavoratori è saltata anche la scuola (e la legge sulla scuola è una riforma del salario al ribasso). La zombie woman della Cgil è riuscita a dire, delle politiche reaganiane di Renzi, che aspetta che il governo “dalla parole passi ai fatti”. Ovvero, dati e proiezioni alla mano, la Camusso ce l’ha fatta ad augurarsi il più duro attacco al potere di acquisto di sempre. L’inconsistenza del mito dei sindacalisti ragionevoli, con la testa sulle spalle, concreti perché “riformisti” vive serena in questo personaggio. E la sua segreteria, rigorosamente priva di qualsiasi qualità e procedendo da un basso profilo all’altro, è riuscita a svendere, senza traumi per l’organizzazione, i lavoratori in un modo che non si vedeva dalla svolta CGIL dell’EUR del 1978. Roba da stare nella Hall of Fame antioperaia assieme a Luciano Lama. Con una differenza: Susanna Camusso, finora, ha generato tanta indifferenza che non l’ha neanche rincorsa nessuno. Per farsi cacciare dai luoghi pubblici, fatto che ha giustamente sigillato la vita di Luciano Lama, bisogna perlomeno farsi notare.

Redazione - 2 agosto 2015

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30/03/2015

Da rockstar a comparsa. I media di regime scaricano Landini

La manifestazione di Landini contro il governo Renzi, con al centro innanzitutto il Jobs Act e la discesa in campo della sua "coalizione sociale", sembra aver segnato una cambiamento netto di rotta. A parte Repubblica - che ha dato ampia copertura alla mobilitazione, offrendo in supporto alcuni dei suoi storici collaboratori (da Stefano Rodotà a Sandra Bonsanti), ma in contemporanea con un allucinante/allucinogeno editoriale di Scalfari incitante a "salvare Renzi da se stesso" - è stata tutta una gara alla svalorizzazione, sia della manifestazione in sé che del progetto politico incarnato nel segretario generale della Fiom

"Piazzetta rossa" (mettendo a impietoso confronto la manifestazione a difesa dell'art. 18 promossa dalla Cgil al tempo di Cofferati), "l'altro guanciale, insieme a Salvini, su cui Renzi può dormire tranquillo", "flop", ecc... Giudizi tranchant emessi da tribune come Il Corriere della Sera, non (solo) da qualche fascista non pentito o qualche stipendiato da Confindustria. Anche l'ex "rete di sinistra" RaiTre lo ha in qualche modo svalutato, relegandolo in seconda battuta (dopo le aperture sulla manifestazione di Tunisi e "i tormenti del giovane Andreas" (il pilota Germanwings che avrebbe provocato intenzionalmente il disastro aereo in Provenza), oppure affidandolo al motteggio sottilmente ironico tra Fabio Fazio ed Enrico Mentana.

Cos'è successo? "Il selvaggio" non buca più il video? In realtà è il video che ti prende o ti molla quando serve al proprietario...

Diciamo che con l'entrata in vigore del Jobs Act, per quanto riguarda il conflitto sociale e sindacale, è cambiata una fase e i media sono stati opportunamente "avvertiti". Basta piazze, basta scioperi, basta critiche in prima serata contro le politiche del governo, basta con la coltivazione mediatica di personaggi anche soltanto minimamente "non allineati". Il conflitto sociale va confinato in una zona d'ombra, bisogna parlarne e farlo vedere il meno possibile, non deve poter esprimere "leader persuasivi" (la televisione conferisce credibilità sociale, indipendentemente dalla qualità del discorso fatto). Al massimo può riemergere nella figura criminalizzata della "manifestazione con scontri", come è stata per esempio qualificata la giornata antifascista di Torino (basta guardare il video per capire che si è trattato invece di un pestaggio di massa premeditato).

Il leader della Fiom non può certo rientrare in quest'ultima categoria (anche se un assaggio di criminalizzazione l'ha dovuto sperimentareanche lui, al tempo delle proteste degli operai della Ast ThyssenKrupp di Terni, in trasferta a Roma); quindi si tratta di bucherellargli l'aureola di capopopolo capace di catalizzare consensi. Su questo piano, del resto, c'è ampio margine di manovra, visto l'analfabetismo politico di ritorno che esiste nella sua stessa base sociale. Basta riguardarsi i servizi da dentro la manifestazione della Fiom, zeppi di interviste-lampo di gente incazzata col governo per il Jobs Act che però dichiara che voterà ancora Pd...

Ma nel guado, Maurizio Landini, ci si è infilato anche da solo. "Scoperto" dalle tv al tempo del modello Pomigliano - ormai cinque anni fa, sembra passato un secolo - ha mediaticamente rappresentato per tutto questo tempo il modello ideale di sindacalista "vero", quasi plasticamente contrapposto ai funzionari impalpabili che rappresentano oggi il volto e il corpo della Cgil. Anche il suo iniziale "flirt" con Renzi, tutto giocato in funzione anti-Camusso, nel momento più aspro dell'attacco renziano al ruolo del sindacato negli ultimi venti anni (la "concertazione" è caduta da destra...), gli è valso un di più di audience che ora gli viene richiesto indietro con gli interessi.

Il suo progetto di "coalizione sociale", con tutta la fumosità che anche noi abbiamo più volte sottolineato criticamente, è entrato nel calcolo politico come volontà di coprire uno spazio oggettivo che si è aperto con la galoppata a destra del Pd renziano. Uno spazio della "sinistra nemmeno troppo riformista" che sfiora i bersaniani, ingloba civatiani e fassiniani (individui che non fanno area), ciò che resta di Sel, con tutto il pulviscolo di microsoggetti in cerca di un "contenitore elettorale" in grado di assicurare il superamento delle soglie di sbarramento.

In questa logica, anche l'indicare solo ora Renzi come "peggio di Berlusconi" sui temi del lavoro, appare allo stesso tempo necessario e tardivo. E' finito il tempo degli schieramenti "democratici" contrapposti al blocco berlusconian-fascista (quella fase mortifera per cui bisognava sempre turarsi il naso e accettare di tutto per impedire che vincesse l'avversario). Ora c'è un "centro dominante" e servono due opposizioni "innocue" - per intenzione strategica e potenziale elettorale - collocate un po' più a destra e un po' più a sinistra. Lo schema è disturbato solo dalla presenza di un  soggetto atipico come il Movimento 5 Stelle, peraltro auto-limitato da idee-faro di scarsa consistenza ("la casta", "i cittadini", "la rete", ecc) e di grande ambiguità.

Dal punto di vista della governance - il sistema di amministrazione "regionale" elaborato a Bruxelles e recitato qui da Renzi - un soggetto politico con le caratteristiche della coalizione sociale "deve" esistere. Soprattutto per far da tappo verso possibili radicalizzazioni dei conflitti sociali. Un soggetto che mira ad aggregare il malcontento, nel tentativo di dar forma a un nuovo rapporto tra il sociale e il politico al termine di una crisi storica dei partiti e dei sindacati "tradizionali";  ma che non prende neanche in considerazione l'eventualità di scontrarsi con i centri di comando veri (l'Unione Europea).

Un soggetto che nemmeno sta imparando qualcosa dalla "tragedia greca", ovvero da un governo di sinistra (molto più di quanto non sarebbe probabilmente la "coalizione sociale", se dovesse crescere e affermarsi elettoralmente) che prova a limitare la presa della Troika ma, proprio per questo, è costretto a dover immaginare un "piano B" (che sullo sfondo prevede anche l'uscita dall'euro, volontariamente o per imposizione Ue). E che dimostra perciò, suo malgrado, l'irriformabilità dell'Unione Europea e la debolezza dei "riformismi di necessità" che stanno sorgendo un po' dappertutto (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, sotto alcuni aspetti più confusi persino i Pentastellati nostrani).

E, in effetti, il "trattamento mediatico" di Landini è andato in parallelo, su tutt'altro fronte, con la creazione di Matteo Salvini quale "antagonista di destra" al governo. Un antagonista, qust'ultimo, così poco credibile da far dormire sonni tranquilli a chiunque. Landini è di un'altra pasta, rappresenta un'altra cultura che ha avuto - e ancora ha, con tutta la contraddittorietà allucinante che prima evidenziavamo - buone basi di massa. Ha insomma un "potenziale" superiore, che va ora opportunamente ridotto.

Possiamo scommettere che lo vedremo un po' meno in tv, nei prossimi mesi. A meno che il conflitto sociale non arrivi ad esprimere forme di rappresentanza politica ad un tempo più vere e radicali, ovvero con una visione "strategica" più solida e concreta.

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29/03/2015

Landini e Camusso, pace o tregua? La Fiom in piazza contro il Jobs Act

La Fiom oggi è scesa in piazza a Roma con una manifestazione nazionale contro il Jobs Act e contro "l'attacco ai diritti". In piazza per la manifestazione nazionale della Fiom "c'è tutta la segreteria della Cgil, noi siamo della Cgil e non un'altra cosa", ha detto Maurizio Landini, in apertura del corteo.

Infatti alla manifestazione di oggi c'era anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha raggiunto testa del corteo ed ha salutato con una stretta di mano il segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, Landini e più tardi, sul palco, ne ha ricevuto un bacio immortalato dalle foto e che diventerà virale in molti sensi (e non solo in quello della rete e dei mass media).

"Non siamo in piazza per difendere cose che non ci sono più, anche perché ci hanno tolto tutto - ha aggiunto Landini -. E Renzi stia tranquillo, non siamo qui contro di lui, ma abbiamo l'ambizione di proporre idee per il futuro dell'Italia". "Unire il lavoro: questa è la nostra proposta. Non è un percorso facile ma intendiamo andare avanti, sia per riformare il sindacato sia per ridare voce" a tutti i lavoratori, ha detto ancora Landini. "Ci sono persone che non sono rappresentate ma ora inizia una nuova fase, una nuova primavera, nei prossimi giorni metteremo in campo azioni concrete anche nei luoghi di lavoro", ha spiegato il segretario della Fiom-Cgil. "Se uno dice è anche una manifestazione politica, assolutamente sì, fatta dal sindacato". "In Italia tutti fanno politica, compresa Confindustria", ma anche il sindacato "così è da 100 anni, non esisterebbe la Cgil se non fosse anche soggetto politico".

Il governo Renzi "sta proseguendo come i governi precedenti Monti e Letta e anche con un peggioramento rispetto al governo Berlusconi": così il segretario generale della Fiom dal palco della manifestazione di piazza del Popolo che si è riempita di gente, ma più militanti ed ex militanti politici che metalmeccanici.

Dal palco è intervenuto anche Stefano Rodotà affermando che: "Oggi è una giornata diversa dalle altre, un fatto che inquieta. Qui non stiamo disturbando un manovratore ma va riconosciuta la dignità dei lavoratori, garantire l'esistenza dignitosa è un obbligo costituzionale. Ai lavoratori va bene che venga riconosciuto il diritto di presenza e parola in tutte le situazioni. Ciò che va bene per i lavoratori va bene per l'Italia. Questa è la frase che dobbiamo dire oggi".

Si sono espressi a sostegno del progetto di Landini anche gli esponenti della “sinistra” di Repubblica ossia Sandra Bonsanti e Gustavo Zagrebelsky animatori di Libertà e Giustizia, mentre in piazza si sono visti anche esponenti del Pd come Fassina e Rosy Bindi.

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19/03/2015

Camusso e Landini, la coabitazione sindacale

Stando alle loro ultime note ufficiali, tra le due segreterie Cgil e FIOM, non ci dovrebbero essere disaccordi di fondo. Entrambe sostengono la linea uscita dall'ultimo direttivo nazionale della confederazione, la ricerca dell'unità con Cisl e Uil e una politica di alleanze sociali e politiche per contrastare il Jobs act. La segreteria della FIOM rivendica con toni persino polemici il suo accordo con tutte le scelte della confederazione. E in effetti dalla conclusione del congresso nazionale del maggio scorso non c'è un solo atto importante della Cgil che non sia stato votato assieme da Camusso e Landini. Che per altro avevano iniziato il congresso con un documento comune pomposamente dichiarato come unitario, in quanto la nostra piccola opposizione non veniva neppure presa in considerazione.

Poi, con l'accordo del 10 gennaio 2014 tra Cgil Cisl Uil e Confindustria, si determinava un'aspra rottura. Il segretario della Fiom accusava, a ragione, la Cgil di aver sottoscritto il sistema di relazioni sindacali voluto da Marchionne. Un sistema di diritti e rappresentanza concesso solo ai firmatari dell'accordo, dunque in pieno contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale che aveva riammesso la FIOM in Fiat nonostante non fosse firmataria degli ultimi accordi. Un sistema fondato sul principio della cosiddetta esigibilità, cioè sul vincolo per i sindacati firmatari e per i loro delegati, di non organizzare contrasto di alcun tipo verso gli accordi non condivisi, pena sanzioni.

Landini contestò duramente quell'intesa e ruppe l'unità congressuale con Camusso. Che a sua volta accusò il segretario della FIOM di incoerenza per aver condiviso gran parte del percorso che aveva portato all'accordo. Dopo il congresso però i due si riappacificarono e condussero assieme la campagna contro il jobs act di Renzi. Ora il nuovo contrasto, ma su cosa?

La coalizione sociale è una nuova formazione politica? Landini smentisce risentito, anzi scrive addirittura che essa non è contro nessun partito politico. Al sindacato serve una coalizione sociale? Camusso dice sì, ma poi nega che sia quella proposta da Landini, che viene accusato di ambiguità sulla politica. Onestamente non si capisce molto e se non ci fosse una colossale sovraesposizione mediatica di tutta questa vicenda, la sole cose evidenti sarebbero la crisi e la confusione del gruppo dirigente del maggiore sindacato italiano.

È la terza volta negli ultimi venti anni che la FIOM tenta una coalizione sociale. La prima fu con i movimenti noglobal all'epoca del G8 di Genova. Il segretario della Fiom Claudio Sabattini, con il gruppo dirigente di allora, decise di rompere con Fim e Uilm sul contratto nazionale e di partecipare alle manifestazioni nel capoluogo ligure, nonostante il segretario della Cgil Sergio Cofferati avesse pubblicamente chiesto di non farlo.

Nel 2006 la Fiom guidata da Rinaldini manifestò contro il governo Prodi assieme a sindacati di base e centri sociali, anche allora nonostante il pubblico veto della Cgil. Ma quel percorso si esaurì proprio sul nodo e sui vincoli dei rapporti tra FIOM e Cgil.

Quel nodo si ripropose nel 2010, quando l'appena eletto Landini disse di no su Pomigliano a Marchionne, a Cisl e Uil, al PD e anche alla Cgil. Per alcuni mesi attorno a quel "no" si costruì un vasta mobilitazione sociale, ché sfociò nella manifestazione del 16 ottobre 2010 a Roma e ancor di più nello sciopero generale dei metalmeccanici del gennaio 2011, che per la prima volta vide accanto alla FIOM le sigle dei principali sindacati di base e gran parte dei movimenti sociali più radicali. Fatto senza precedenti per un segretario della Cgil in quella città, nella piazza Maggiore di Bologna Susanna Camusso fu pesantemente contestata da gran parte dei manifestanti che chiedevano lo sciopero generale.

In una riunione in quei giorni sostenni che se la FIOM avesse davvero voluto davvero consolidare il movimento e la coalizione sociale che si era costruita con gli operai della Fiat, avrebbe dovuto mettere in conto la rottura con la Cgil. Ma il segretario della FIOM respinse nettamente questa mia proposta. Si tentò allora di costruire un sostituto di un progetto più radicale, con la coalizione "Uniti Contro la Crisi", che alla FIOM univa una parte dei centri sociali e organizzazioni giovanili e studentesche, riconducibili all'area politica di Sel. Quel tentativo fu travolto dagli scontri della manifestazione del 15 ottobre 2011.

Ora il gruppo dirigente della FIOM ripropone ancora la formula della coalizione sociale. Ma gli interlocutori attuali non sono gli stessi delle passate esperienze. Mancano totalmente il sindacalismo di base e il dissenso Cgil, anche perché la FIOM ha deciso una svolta rispetto alle sue pratiche degli ultimi 20 anni, affidandosi all'accordo con Fim e Uilm per il rinnovo del contratto nazionale. Mancano l'arcipelago dei centri sociali e i movimenti radicali come i Notav e i Noexpo. Mancano molte forze con cui la FIOM ha dialogato e manifestato assieme nel passato, mentre gli inviti selezionati son stati inviati ad associazioni che, pur di grande prestigio, non siano in totale rottura con il PD ed il suo sistema di alleanze e potere. E infatti Libera ed ARCI han subìto tenuto a precisare che possono sostenere singole campagne, ma non potranno mai far parte di una coalizione formalmente organizzata.

La nuova coalizione lanciata dalla Fiom parte dunque su basi più incerte e sicuramente meno radicate che nel passato, eppure rispetto ad altre iniziative dell'organizzazione ha avuto una risonanza assai maggiore, perché?

La prima ragione sta nella portata stessa della sconfitta della Fiom, della Cgil, della sinistra e del mondo del lavoro di fronte alle politiche liberiste e di austerità. La distruzione dell'articolo 18, che nel passato la Cgil riuscì ad impedire, è lo sfondamento formale e simbolico del fronte del lavoro dopo trenta anni di ritirata più o meno organizzata e contrattata. Il lavoro è sottoposto al massacro sociale ed il sindacato ex più forte d'Europa mostra tutta la sua mastodontica fragilità.

Il fatto che questa resa dei conti finali col lavoro sia guidata dal leader del partito democratico ribalta poi tutti i punti cardinali del tradizionale modo d'agire della Cgil. Che reagisce a questo disastro oscillando tra l'identificazione con il dissenso politico verso Renzi e la ricerca dell'autonomia corporativa con Cisl Uil e Confindustria, di cui l'accordo del 10 gennaio è la formalizzazione. Nella linea e nei comportamenti concreti della Cgil non c'è alcun progetto di riconquista, ma una sorta di gestione della sconfitta che non può che provocare altre cadute.

Su questa debolezza prende vigore il ruolo di Landini, che in concreto non propone nulla di diverso dalla CGIL, come egli stesso puntualmente precisa, ma che raccoglie invece le speranze di chi, critico verso Cgil e PD, si augura che le cose cambino. Landini incrocia le speranze di cambiamento giusto che periodicamente si manifestano e per questo la domanda nei suoi confronti è prima di tutto politica. D'altra parte, e qui c'è la seconda ragione del suo successo, Landini emerge come leader nell'attuale politica ultra personalizzata e governata dai talk show. La coalizione sociale oggi proposta dalla FIOM è la più verticistica e rarefatta tra quelle sperimentate in questi anni, in realtà non ruota neppure attorno al sindacato, ma alla figura del suo leader.

La ragione del successo di Landini, il suo muoversi con grande amplificazione mediatica nel vuoto segnato dalla sconfitta della sinistra e del sindacato, è però anche causa del limite di fondo della sua iniziativa. La proposta attuale di coalizione sociale allude ad una forza politica, ma poi nega di volerla costruire. Si proclama la necessità di cambiare il sindacato, ma poi si afferma di volerlo fare con chi il sindacato lo ha condotto al punto attuale. Sul piano dei contenuti programmatici, Europa, Euro e politiche di concertazione e compatibilità sono sostanzialmente ignorate, mentre PD, Confindustria e sistema di potere vengono sì criticati, ma non definiti come avversari.

Ci vorrebbe insomma una vera rottura per evitare strade già percorse senza risultati. Invece, pur polemizzando duramente tra loro, Camusso e Landini coabitano nella stessa crisi sindacale e alla fine offrono ad essa risposte concorrenziali, ma simili.

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Vediamo se dopo i viaggi della speranza ad Atene, qualche scappato di casa improvviserà anche i pellegrinaggi al domicilio di Landini, salvo poi trovarsi nel giro di qualche settimana a pisciare (nuovamente...) controvento.

18/03/2015

Landini-Camusso, scontro vero; ma con gli occhi rivolti al passato

Lotta sindacale e lotta politica hanno sempre angustiato le notti insonni di tanti militanti. La distinzione teorica era in fondo semplice (da una parte l'azione nelle vertenze specifiche, dall'altra l'azione tesa a imporre leggi favorevoli o addirittura la conquista del potere politico), ma nella pratica i problemi erano infiniti, aggrovigliati, difficili da sciogliere.

Negli ultimi tempi – vent'anni – le cose si sono complicate ancora di più. Sindacati “concertativi” impegnati solo a difendere il proprio “ruolo politico” anche a costo di svendere diritti e salari; oppure sindacati conflittuali più o meno influenti in parecchie vertenze, ma senza alcun peso politico. E “partiti politici” in rapido disfacimento organizzativo, morale, ideologico, a favore di “contenitori” dominati da poteri forti (il Pd renziano rappresenta il precipitato di questo processo); oppure frazioni residuali fuori dai giochi elettorali, piccole sette identitarie, pulviscolo autorganizzato e via microscopizzando.

Il ritorno sulla scena dello scontro tra Maurizio Landini e Susanna Camusso non è però un bis in idem, una pura ripetizione. Dura da cinque anni, dai tempi del “modello Pomigliano” (Camusso avrebbe voluto che la Fiom firmasse “l'accordo”), ma le condizioni sociali e politiche – nel frattempo – sono completamente mutate.

Sappiamo dai giornali che Landini, con il mandato del Comitato centrale della Fiom, avanza la proposta di una “coalizione sociale” in grado di “far politica”, per ora non sul piano elettorale, ma su quello della promozione di mobilitazioni (il 28 marzo ce ne sarà una nazionale, a Roma), della promozione di referendum sul jobs act e altri misure “decretate” dal governo Renzi in accordo con Confindustria (ma sotto la benedizione dell'Unione Europea).

Sappiamo anche che la segreteria nazionale della Cgil – un organismo che Camusso ha costruito a sua immagine e somiglianza, circondandosi di “fedeli” – ha bocciato senza esitazioni la proposta landiniana; e che ieri la stessa Camusso ha incontrato il segretario della Fiom per chiedergli di “chiarire”, ovvero di fare marcia indietro, perché "Il bisogno di politica di Landini non può stravolgere la natura della Cgil. Noi non vogliamo diventare né i costruttori né i sostituti di movimenti".

I due se ne sono dette di tutti i colori, restando ognuno sulle proprie posizioni. Al punto che la partecipazione della Camusso alla manifestazione del 28 è diventata impossibile (al di là delle formule diplomatiche con cui si presenta la marcia indietro).

Diciamo subito che questo è uno scontro vero, non una sceneggiata a beneficio di telecamere. Ci sono due idee di sindacato e di lotta politica che vengono rappresentate dai due leader contrapposti all'interno della Cgil. Il problema è che si tratta di due linee senza alcuna possibilità di vittoria, quindi sbagliate.

La Camusso, di fatto, punta a un recupero – sia pur depotenziato – della “concertazione”, quindi del ruolo politico che ha fatto del sindacato confederale, negli ultimi 30 anni, un pilastro della “politica dei redditi” prima e della “stagione delle riforme liberali” poi.

Landini, invece, punta a un recupero dei diritti che i lavoratori dipendenti vanno perdendo ormai a passo di carica (dall'art. 18 all'agibilità sindacale sui posti di lavoro), a una difesa dei livelli salariali ormai in caduta libera (tra precarietà, ricatto, esternalizzazioni, ecc).

Sono linee molto differenti anche dal nostro punto di vista. L'obiettivo della Camusso non possiede alcun interesse generale, quelli di Landini fanno parte di un “ventaglio” più ampio, ma condiviso anche da molti altri soggetti.

Ma entrambe guardano indietro, a posizioni perdute, a condizioni non ripristinabili neanche agendo a livelli significativi di conflitto (cosa che peraltro, specie per la Camusso, sono da escludere). E la Storia, sappiamo, va soltanto in avanti.

È cambiato il contesto, ripetiamo. Il centro della decisione politica si è spostato radicalmente – anche sul piano “ordinamentale” – dal governo nazionale alle “istituzioni europee”. Le riforme strutturali che si sono tradotte in jobs act, apprendistato, contratti a termine e presto investiranno anche il nodo della rappresentanza sindacale, sono un copia-e-incolla della “lettera della Bce”, inviata da Trichet e Draghi (nell'agosto 2011) ai governi Berlusconi e Zapatero (ricordate? C'era un premier progressista che si chiamava così...).

E' da lì, da quell'ordine sovranazionale costruito sui concetti base dell'ordo-liberalismo (una linea di pensiero molto tedesca, nata addirittura negli altri '30), che discende anche la marginalizzazione politica dei sindacati. Persino di quelli “concertativi” o “complici” (la definizione, ricordiamo sempre, è di Maurizio Sacconi).

Escluso dunque che si possa tornare indietro. Sarebbe impossibile anche per un governo “riformista estremo” di cui peraltro non si vede alcun prodromo.

Si può solo andare avanti, rompendo la gabbia costruita intorno e sul movimento operaio, le giovani generazioni, i precari, i pensionati e via elencando tutte le vittime della stessa politica economica (l'austerità). Ma bisogna aver chiaro contro chi bisogna combattere, le dimensioni e la qualità dello schieramento da mettere in campo, l'asprezza – prevedibile, tenendo presente la vicenda greca – dello scontro da attuare, la portata storica della trasformazione che va realizzata per rendere concreto un obiettivo apparentemente “normale” come il ripristino di diritti del lavoro e un salario dignitoso.

Prendiamo atto che fin qui Landini si è rivolto ad associazioni più o meno progressiste, scegliendole tra quelle più “presentabili” (Libera, l'Arci, Emergency, il movimento per l'acqua pubblica, ecc). E prendiamo atto anche dei suoi inviti, per ora diretti esclusivamente alla sua destra (la Cgil, sostanzialmente). Un po' poco, e un po' inconsistente, come schieramento, per avvicinare obiettivi di quella portata, sopratutto contro un “nemico” di quelle dimensioni e con quel rifiuto programmatico del “confronto”.

Ci sembra insomma che in queste aree ancora non ci sia ben resi conto che il profilo previsto dall'ordo-liberalismo della Troika per un sindacato “utile” (per chi?) è davvero un altro. Quello schematizzato, per esempio, da Maurizio Ferrera in un editoriale sul Corriere della sera del 17 marzo: “Ciò che serve è una efficace (e «ragionevole») piattaforma comune (tra sindacati del Nord e del Sud Europa, ndr) per promuovere la crescita economica e l’inclusione sociale”.

Una piattaforma che tenga conto – confermandola – della giungla salariale europea unificando però le normative. Naturalmente al ribasso...

E' secondo noi più che probabile che la Camusso, quando riuscirà a capirlo, si disporrà di buon grado alle opportune modifiche, raggiungendo Cisl e Uil.

Da Landini ci aspetterebbero risposte diverse. Ma le domande gliele abbiamo già rivolte.

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