Gustavo Zagrebelsky dalle colonne di Repubblica ha rilanciato un tema di dibattito che può essere giudicato come fondamentale per affrontare la modernità: quello della neutralità della scienza e del suo distacco dall’etica.
In conclusione del suo discorso Zagrebelsky definisce come ideologica la ricerca della “purezza della scienza”, una purezza che dovrebbe poi proteggere la pretesa di neutralità.
Secondo l’autore tutto ciò finisce per essere un alibi per il non vedere, da parte degli scienziati, il senso delle proprie azioni e chiedere così un’autorizzazione in bianco.
La frase conclusiva dell’intervento di Zagrebelsky recita: “Non nasconderti dietro l’ipocrisia della scienza neutrale: sei abbastanza dotto da saper valutare se dall’uovo che stai covando sguscerà una colomba, un cobra o una chimera o magari nulla”.
Questa frase mi ha ricordato il 1976, quando quattro fisici della Sapienza – Giovanni Ciccotti, Marcello Cini, Michelangelo de Maria e Giovanni Jona-Lasinio – si misero a riflettere su come la ricerca scientifica e il suo decorso fossero storicamente soggetti a logiche economiche, e quindi su come le stesse rivoluzioni scientifiche mettessero in crisi l’immagine della scienza come superiore alla storia. «L’idea di autonomia delle teorie scientifiche rispetto alla società […] non ha fondamento nella realtà», scrivevano ne L’ape e l’architetto, un testo che almeno a mio giudizio rimane fondamentale proprio per affrontare il discorso sull’autonomia e la neutralità della scienza.
I quattro autori erano stati ispirati da una frase scritta da Marx nel “Capitale” “Ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera». Il processo lavorativo porta alla luce un risultato già immaginato come idea dal lavoratore.
Al tempo stesso, i mezzi utilizzati per realizzare il lavoro sono «indici dei rapporti sociali nel quadro in cui viene compiuto il lavoro» oltre che elementi di distinzione dell’epoca economica in corso”.
Oggi sentiamo spesso il discorso della decisionalità assunta attraverso l’algoritmo: un discorso che intende segnalare proprio un dato di neutralità, di oggettività scientifica nella determinazione delle scelte – ad esempio – in economia e anche in politica.
Possiamo così ricondurre il discorso sulla neutralità algoritmica a quello sulla neutralità della scienza, e con questo metterlo a critica.
Si legge nel già citato “L’ape e l’architetto” «Non-neutralità è un concetto formalmente negativo ma in quella formulazione è implicita una considerevole articolazione e un arricchimento nell’idea di scienza e di scientificità».
Sarebbe da chiedersi, allora, come sia stato possibile passare in poco più di trent’anni dalla riflessività epistemologica dei saggi di cui sopra alla fede iper-ottimistica in correlazioni statistiche e tecnologie opache.
Quasi sicuramente la risposta ha a che fare con il mito del calcolo nell’era dei big data e i tanti meccanismi di potere cui questo discorso si collega.
Tuttavia scrivono Daniele Gambit e Massimo Airoldi: “come il Turco Meccanico creato da von Kempelen nel 1769 per Maria Teresa d’Austria illudeva di giocare a scacchi autonomamente mentre era in realtà controllato da un umano, così le più recenti tecnologie di intelligenza artificiale traggono risultati sulla base dell’apprendimento compiuto su dati prodotti da migliaia di utenti connessi e delle scelte ingegneristiche nascoste nel codice software.”
Il dibattito pubblico e anche quello accademico sfuggono però a qualsiasi argomentazione critica e rimangono in larga misura dominati da una sorta di positivismo ingenuo legato a una narrazione tecno-ottimista e pro big data.
Emerge allora una domanda che equivale a quella che si pone Zagrebelsky nel saggio citato all’inizio: come ricollegare scienza ed etica; come criticare il mito della neutralità algoritmica senza diventare i custodi di un “passato che non ritorna”?
Il primo punto da assumere nel cercare di fornire una risposta, riguarda la consapevolezza che nell’applicazione del dominio della scienza e dei suoi effetti tecnologici, emerge sempre un rapporto mercificante tra soggetto e oggetto in una forma sempre più piena.
È necessario essere capaci di esercitare una funzione critica sulla violenza che la tecnica, frutto della scienza del dominio, esprime implicitamente.
Serve una critica che reclami il recupero delle finalità umanistiche che avevano contraddistinto l’emergere della civiltà moderna, anche attraverso l’espressione delle utopie egualitarie e della “critica all’economia politica”.
Diventa necessaria una “critica all’egemonia della scienza”, prestando attenzione, comunque, a non prestare il fianco alle idee del “ritorno all’indietro”, di un decadente conservatorismo, o peggio ancora del lasciare le scelte collettive semplicemente in mano agli egoismi o ai tormenti dell’anima dei singoli.
Queste contraddizioni non possono essere considerate irrisolvibili oppure da affidarsi a una sorta di “risoluzione trascendente”.
Deve essere sconfitta una ritrovata “rivoluzione conservatrice” e recuperato il senso di una razionalità fondata sull’espressione della politica intesa come frutto di una dialettica sistemica.
La scienza non deve essere intesa come espressione della volontà di potenza che si esprimeva nel ‘900 attraverso i giganteschi apparati di coercizione di massa e di avvio verso lo sterminio e adesso più sottilmente attraverso meccanismi di costrizione occulta dei popoli dentro i confini della miseria e della diseguaglianza in un quadro di nuova “selezione di massa”.
Il solo antidoto possibile a questo tragico scenario è quello del ritorno alla politica e all’espressione attraverso di essa di finalità umanistiche che, ostinatamente, possono essere ancora comprese nell’ideale di un obiettivo di eguaglianza economica, sociale e culturale.
Un’eguaglianza diffusa come base per affrontare l’inedito quadro di contraddizioni che la tragica maschera della modernità ci sta mettendo di fronte.
Politica, insomma, come suo primato inteso come fattore dell’umana coesistenza che assume l’aspetto di un’identità collettiva, considerata non tanto dal punto di vista del potere ma essenzialmente intesa quale energia, anche conflittuale, che deve essere all’origine della sua forma da concretizzarsi attraverso soggetti che concorrono alla legittimità, per far sì che proprio il potere non tenda ad accrescere se stesso.
Politica come generazione di controforze che sfidano il potere in nome di un concetto non astratto di libertà e di capacità di fornire un senso alle scelte collettive di contrasto alla sopraffazione della tecnica e dell’economia.
Utopia? Necessaria quanto l’etica intesa come fondarsi su valori morali condivisi dai quali possa discendere la realtà quotidiana dell’agire politico.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/10/2019
29/11/2018
Il “tradimento” degli intellettuali “progressisti”. Ieri sulla Fiat oggi sulla Tav
“Gli intellettuali se non hanno tradito, tradiranno” . Nelle file della sinistra popolare e di classe siamo cresciuti con questa stimmate nel cervello. In questo c’è molto la diffidenza storica di chi è di estrazione popolare verso i professoroni e in qualche modo “i ricchi”.
In modo più sofisticato, il filosofo francese Julien Benda scrisse sul “tradimento dei chierici”, un libro usato in modo ambivalente da detrattori e sostenitori. Eppure Benda scriveva negli anni Venti che: “I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l’hanno solo con la democrazia “bacata”, com’essa si è dimostrata più volte nel corso di quest’ultimo cinquantennio, ma che sono tutti per una democrazia “pulita e onesta”. Non è vero niente, dato che la democrazia più pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono”.
Questa diffidenza verso gli intellettuali, nell’epoca del “pensiero social”, è diventata ostilità vera e propria. Anzi è stata ridotta a macchietta diffondendo l’idea che su ogni argomento, anche quelli più complessi, una opinione valga l’altra, indifferentemente dai dati empirici che ne dimostrano l’aderenza o meno alla realtà. I social e l’habitat grillino hanno seminato questa mala pianta a piene mani.
Ma il tradimento degli intellettuali si ripresenta puntuale, soprattutto “di quelli che non ti aspetti” proprio perché, come diceva Julien Benna, sono schierati per la democrazia ma alla fine ne hanno una visione aderente ad una società comunque gerarchizzata, in cui loro, pur criticamente, non hanno l’incombenza di mescolarsi e convivere con il popolaccio: essi in fondo sono sempre e solo èlite.
Se poi il popolaccio entra in campo, e spesso lo fa in modo spurio, senza andare troppo per il sottile, concedendo qualcosa di troppo alle strumentalizzazioni dei più spregiudicati, gli intellettuali non esitano a schierarsi con chi assicura che lo statu quo non ne verrà stravolto, anche a costo di rimettere in discussione il suffragio universale. Non occorre arrivare all’economista Gambisa Moyo per sentirlo ripetere sempre più spesso anche in Italia.
La verifica sul tradimento o meno degli intellettuali avviene sempre ed infatti quando il gioco si fa duro, quando la posta in gioco attiene interessi materiali e non solo battaglia delle opinioni.
Questa contraddizione non è sfuggita ad uno storico come Angelo D’Orsi (una vita all’università di Torino ma con poche concessioni all’establishment). D’Orsi sottolinea infatti lo schieramento di una larga parte dell’intellettualità “progressista” con la manifestazione dei Si Tav di alcuni giorni fa a Torino. “Ha fatto specie davvero leggere, nel commento (sulla Stampa) di un osservatore serio come Vladimiro Zagrebelsky, l’elogio di quella piazza, che sarebbe stata formata da “cittadini con il senso del dovere” scrive D’Orsi nel suo commento.
Insomma, Gustavo Zagrebelski, illustre giurista, padre nobile delle cause “progressiste”, promotore del NO al referendum contro-costituzionale di Renzi nel 2016, editorialista di tutti i giornali del Gruppo Gedi (quello di La Repubblica e La Stampa), si è schierato oggi come fecero “come un sol uomo” esattamente gli stessi ambienti nell’ottobre del 1980: allora a fianco dei capetti della Fiat e della borghesia torinese cresciuta intorno alla Fiat e contro gli operai che avevano occupato la fabbrica. Oggi si schierano invece con il composito fronte di interessi a favore della Tav e contro il movimento No Tav.
Già questo sarebbe un motivo in più per riempire le strade e le piazza di Torino il prossimo 8 dicembre insieme al popolo No Tav e umiliare nei numeri e nei contenuti la manifestazione Si Tav dello scorso 10 novembre. Quella manifestazione di “cittadini con il senso del dovere”, come li definisce Zagrebelski, vedeva insieme padroni e sindacati ufficiali, fascisti, leghisti, Pd, Forza Italia, la n’drangheta calabrese infilatasi negli appalti e gli imprenditori preoccupati delle conseguenze del blocco di una grande opera che si è già rivelata più costosa, dannosa e inutile di quanto si potesse immaginare.
Anche in questo caso contano i dati empirici che il Movimento No Tav ha reso pubblici da anni, mai smentiti, se non in nome del completamento di un disastro annunciato e cominciato nonostante l’eroica resistenza popolare della Val di Susa.
Ma perché oggi Zagrebelski come l’intellettualità liberale e progressista nell’ottobre del 1980 sulla Fiat, si schierano con i padroni, con interessi speculativi e privati dichiarati, con la devastazione del territorio in nome di una imprecisa e imprecisabile “modernizzazione”? Anche nel 1980 la Fiat di Agnelli impugnò la clava della modernizzazione del sistema industriale e delle relazioni sindacali, per licenziare migliaia di operai e riscrivere completamente una fase della storia del movimento operaio in Italia.
Qualche giorno fa in una riunione un giovane attivista, niente affatto sprovveduto, ha sottolineato come sulla Tav a Torino, la borghesia fosse costretta a ricorrere ancora una volta alla mobilitazione popolare per sostenere i propri interessi. Uno sforzo che la borghesia milanese o bolognese non ha mai avuto bisogno di fare perché ha in mano tutte le carte del gioco: dal potere economico al consenso.
Il problema è forse che la borghesia torinese sente che, a differenza di quella milanese, sta declinando. L’essere cresciuta sistematicamente nella ciccia e negli interstizi della Fiat, una volta che la Fiat diventata Fca se ne sta andando dall’Italia (vedi la vendita di Magneti Marelli e ora di Comau), lascia dietro di sé poca roba decente e tante macerie. Non solo. Milano ha cercato anche di scippare a Torino il Salone del libro inventandosi la Fiera dell’Editoria. Ed infine i flussi del capitale umano qualificato se cercano un lavoro guardano a Milano e non certo a Torino. Quindi niente linfa vitale, neanche con l’immigrazione interna, come avvenne invece negli anni Cinquanta e Sessanta con l’emigrazione meridionale verso la città-fabbrica per eccellenza.
Anche su questo prendiamo a prestito il prof. D’Orsi quando scrive che per la borghesia torinese “l’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica”.
L’8 dicembre a Torino dunque non si gioca solo una partita sui numeri della manifestazione No Tav come risposta a quella dei Si Tav. Per un verso si farà quello che andava fatto a Torino nell’Ottobre del 1980 per rispondere ed umiliare “la marcia dei quarantamila” reggicoda della Fiat: una manifestazione di centomila operai che avrebbe mandato un segnale chiaro e forte di interessi materiali in conflitto. Ma sia le direzioni sindacali che quelle politiche (lo stesso Berlinguer fu messo in minoranza nel Pci), per non parlare poi dei “chierici progressisti”, imposero la capitolazione degli operai Fiat per mandare un segnale doloroso a tutti i lavoratori.
Sostenere oggi il Movimento No Tav non significa solo materializzare una resistenza popolare contro una grande affare dannoso, costoso e inutile, significa materializzare un altro e diverso modello di sviluppo per questo paese. Fermando le grandi opere inutili, avviando quelle utili alla collettività e non ai prenditori privati, riportando sotto controllo pubblico le leve strategiche dello sviluppo economico.
Una bella sfida tra interessi materiali in conflitto.
Fonte
In modo più sofisticato, il filosofo francese Julien Benda scrisse sul “tradimento dei chierici”, un libro usato in modo ambivalente da detrattori e sostenitori. Eppure Benda scriveva negli anni Venti che: “I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l’hanno solo con la democrazia “bacata”, com’essa si è dimostrata più volte nel corso di quest’ultimo cinquantennio, ma che sono tutti per una democrazia “pulita e onesta”. Non è vero niente, dato che la democrazia più pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono”.
Questa diffidenza verso gli intellettuali, nell’epoca del “pensiero social”, è diventata ostilità vera e propria. Anzi è stata ridotta a macchietta diffondendo l’idea che su ogni argomento, anche quelli più complessi, una opinione valga l’altra, indifferentemente dai dati empirici che ne dimostrano l’aderenza o meno alla realtà. I social e l’habitat grillino hanno seminato questa mala pianta a piene mani.
Ma il tradimento degli intellettuali si ripresenta puntuale, soprattutto “di quelli che non ti aspetti” proprio perché, come diceva Julien Benna, sono schierati per la democrazia ma alla fine ne hanno una visione aderente ad una società comunque gerarchizzata, in cui loro, pur criticamente, non hanno l’incombenza di mescolarsi e convivere con il popolaccio: essi in fondo sono sempre e solo èlite.
Se poi il popolaccio entra in campo, e spesso lo fa in modo spurio, senza andare troppo per il sottile, concedendo qualcosa di troppo alle strumentalizzazioni dei più spregiudicati, gli intellettuali non esitano a schierarsi con chi assicura che lo statu quo non ne verrà stravolto, anche a costo di rimettere in discussione il suffragio universale. Non occorre arrivare all’economista Gambisa Moyo per sentirlo ripetere sempre più spesso anche in Italia.
La verifica sul tradimento o meno degli intellettuali avviene sempre ed infatti quando il gioco si fa duro, quando la posta in gioco attiene interessi materiali e non solo battaglia delle opinioni.
Questa contraddizione non è sfuggita ad uno storico come Angelo D’Orsi (una vita all’università di Torino ma con poche concessioni all’establishment). D’Orsi sottolinea infatti lo schieramento di una larga parte dell’intellettualità “progressista” con la manifestazione dei Si Tav di alcuni giorni fa a Torino. “Ha fatto specie davvero leggere, nel commento (sulla Stampa) di un osservatore serio come Vladimiro Zagrebelsky, l’elogio di quella piazza, che sarebbe stata formata da “cittadini con il senso del dovere” scrive D’Orsi nel suo commento.
Insomma, Gustavo Zagrebelski, illustre giurista, padre nobile delle cause “progressiste”, promotore del NO al referendum contro-costituzionale di Renzi nel 2016, editorialista di tutti i giornali del Gruppo Gedi (quello di La Repubblica e La Stampa), si è schierato oggi come fecero “come un sol uomo” esattamente gli stessi ambienti nell’ottobre del 1980: allora a fianco dei capetti della Fiat e della borghesia torinese cresciuta intorno alla Fiat e contro gli operai che avevano occupato la fabbrica. Oggi si schierano invece con il composito fronte di interessi a favore della Tav e contro il movimento No Tav.
Già questo sarebbe un motivo in più per riempire le strade e le piazza di Torino il prossimo 8 dicembre insieme al popolo No Tav e umiliare nei numeri e nei contenuti la manifestazione Si Tav dello scorso 10 novembre. Quella manifestazione di “cittadini con il senso del dovere”, come li definisce Zagrebelski, vedeva insieme padroni e sindacati ufficiali, fascisti, leghisti, Pd, Forza Italia, la n’drangheta calabrese infilatasi negli appalti e gli imprenditori preoccupati delle conseguenze del blocco di una grande opera che si è già rivelata più costosa, dannosa e inutile di quanto si potesse immaginare.
Anche in questo caso contano i dati empirici che il Movimento No Tav ha reso pubblici da anni, mai smentiti, se non in nome del completamento di un disastro annunciato e cominciato nonostante l’eroica resistenza popolare della Val di Susa.
Ma perché oggi Zagrebelski come l’intellettualità liberale e progressista nell’ottobre del 1980 sulla Fiat, si schierano con i padroni, con interessi speculativi e privati dichiarati, con la devastazione del territorio in nome di una imprecisa e imprecisabile “modernizzazione”? Anche nel 1980 la Fiat di Agnelli impugnò la clava della modernizzazione del sistema industriale e delle relazioni sindacali, per licenziare migliaia di operai e riscrivere completamente una fase della storia del movimento operaio in Italia.
Qualche giorno fa in una riunione un giovane attivista, niente affatto sprovveduto, ha sottolineato come sulla Tav a Torino, la borghesia fosse costretta a ricorrere ancora una volta alla mobilitazione popolare per sostenere i propri interessi. Uno sforzo che la borghesia milanese o bolognese non ha mai avuto bisogno di fare perché ha in mano tutte le carte del gioco: dal potere economico al consenso.
Il problema è forse che la borghesia torinese sente che, a differenza di quella milanese, sta declinando. L’essere cresciuta sistematicamente nella ciccia e negli interstizi della Fiat, una volta che la Fiat diventata Fca se ne sta andando dall’Italia (vedi la vendita di Magneti Marelli e ora di Comau), lascia dietro di sé poca roba decente e tante macerie. Non solo. Milano ha cercato anche di scippare a Torino il Salone del libro inventandosi la Fiera dell’Editoria. Ed infine i flussi del capitale umano qualificato se cercano un lavoro guardano a Milano e non certo a Torino. Quindi niente linfa vitale, neanche con l’immigrazione interna, come avvenne invece negli anni Cinquanta e Sessanta con l’emigrazione meridionale verso la città-fabbrica per eccellenza.
Anche su questo prendiamo a prestito il prof. D’Orsi quando scrive che per la borghesia torinese “l’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica”.
L’8 dicembre a Torino dunque non si gioca solo una partita sui numeri della manifestazione No Tav come risposta a quella dei Si Tav. Per un verso si farà quello che andava fatto a Torino nell’Ottobre del 1980 per rispondere ed umiliare “la marcia dei quarantamila” reggicoda della Fiat: una manifestazione di centomila operai che avrebbe mandato un segnale chiaro e forte di interessi materiali in conflitto. Ma sia le direzioni sindacali che quelle politiche (lo stesso Berlinguer fu messo in minoranza nel Pci), per non parlare poi dei “chierici progressisti”, imposero la capitolazione degli operai Fiat per mandare un segnale doloroso a tutti i lavoratori.
Sostenere oggi il Movimento No Tav non significa solo materializzare una resistenza popolare contro una grande affare dannoso, costoso e inutile, significa materializzare un altro e diverso modello di sviluppo per questo paese. Fermando le grandi opere inutili, avviando quelle utili alla collettività e non ai prenditori privati, riportando sotto controllo pubblico le leve strategiche dello sviluppo economico.
Una bella sfida tra interessi materiali in conflitto.
Fonte
04/10/2016
Caro Zagrebelsky, governo Renzi e controriforma sono la stessa cosa
Non è decisivo sapere chi sia stato più efficace in tv tra Renzi e Zagrebelsky. Non è neppure sicuro che il successo, decretato dai commentatori, delle capacità di televendita del presidente del consiglio infranga il suo alone di sfacciata e respingente arroganza.
Ciò che mi ha invece negativamente colpito è un limite politico delle pur rigorosissime esposizioni del costituzionalista del NO. Un limite che a mio parere dà un vantaggio, televisivo e non, a Renzi. Un vantaggio che chi difende la Costituzione dal suo stravolgimento non può concedere.
Zagrebelsky avrebbe semplicemente dovuto chiedere a Renzi perché fosse lì. Perché il capo del governo stia in campagna elettorale da gennaio per sostenere la sua riforma costituzionale.
Perché la risposta alla domanda su dove fosse il pericolo autoritario, domanda con la quale Renzi ha incalzato Zagrebelsky, stava proprio lì nello studio televisivo. Stava in un capo del governo che vuole riscrivere la Costituzione del suo paese, come avviene in ogni regime autoritario.
Su consiglio stringente di Giorgio Napolitano ora Matteo Renzi spiega che non bisogna personalizzare il referendum. Lo afferma ventiquattro ore su ventiquattro, mentre imperversa su tutti mass media. Ridicolo. Questa è la costituzione del governo Renzi e chi la respinge ne mette in discussione anche gli autori.
Certo, tra chi fa campagna per il No ci sono anche esponenti del partito democratico che invece dichiarano di non voler colpire il governo. È legittimo, ma insostenibile. Perché il governo della Repubblica ha deciso di riscrivere la Costituzione della Repubblica imponendo il continuo ricorso al voto di fiducia. Fiducia chiesta ad un parlamento dichiarato incostituzionale e quindi sicuramente privo della legittimità necessaria a cambiare la nostra Carta, di cui rappresenta invece una palese violazione.
La deriva autoritaria sta prima di tutto nel modo stesso in cui la pessima riforma è stata imposta e il governo e chi lo sostiene, a partire da Giorgio Napolitano, ne sono pienamente responsabili.
È stato lo stesso Zagrebelsky a sostenere che le costituzioni non si cambiano a colpi di maggioranza, ma poi si è fermato sulla soglia delle responsabilità del governo attuale.
Che invece usa spudoratamente le sua riforma su tutti i tavoli politici nazionali ed internazionali per ottenere vantaggi. Dateci un po' di flessibilità voi di Bruxelles, abbiamo cambiato la Costituzione, ha detto Renzi a Bratislava senza molto successo.
E la Banca Morgan che non sopporta le costituzioni antifasciste perché frenano le politiche liberiste, e le multinazionali, i poteri economici, le burocrazie finanziarie e le ambasciate, come si fa a non parlarne?
Di fronte alla denuncia di Zagrebelsky sul potere oligarchico che scaturirebbe dalla costituzione renziana, Eugenio Scalfari ha risposto che le oligarchie ci sono sempre state. Ma non scherziamo, un conto sono i gruppi dirigenti politici e sindacali che nel passato hanno guidato la costruzione della nostra democrazia e la partecipazione di massa, un conto le élites finanziarie che vogliono comandare oggi su tutto e su tutti. Confondere gli uni con gli altri è malafede intellettuale e costituzionale
Bisogna dare una spiegazione alle cose. il Jobsact, la legge Fornero, la Buona scuola, il decreto sulle trivelle e quello sulle privatizzazioni, il decreto Ilva già fatto e quello per il Ponte sullo Stretto in preparazione, tutte queste sono leggi che già smantellano i diritti della prima parte della Costituzione. La controriforma della sua seconda parte serve a chiudere il cerchio.
Chi non arriva alla fine del mese è il primo interessato a fermare la deriva autoritaria voluta dal governo per conto dei poteri forti, delle oligarchie economiche. Se loro perderanno il referendum, non saranno riusciti a consolidare costituzionalmente il potere acquisito nella economia e nella società, e la lotta per i diritti e la giustizia potrà riprendere.
Renzi non merita e non ha bisogno di vantaggi. Lui ed i poteri economici che ci dominano hanno voluto stravolgere la Costituzione nata dalla sconfitta del fascismo. È sacrosanto che il NO alla controriforma li coinvolga appieno. Perché il governo Renzi e la controriforma costituzionale sono la stessa cosa.
Per questo il 22 ottobre manifesteremo coerentemente per il No alla controriforma e per il No a Renzi.
Fonte
Ciò che mi ha invece negativamente colpito è un limite politico delle pur rigorosissime esposizioni del costituzionalista del NO. Un limite che a mio parere dà un vantaggio, televisivo e non, a Renzi. Un vantaggio che chi difende la Costituzione dal suo stravolgimento non può concedere.
Zagrebelsky avrebbe semplicemente dovuto chiedere a Renzi perché fosse lì. Perché il capo del governo stia in campagna elettorale da gennaio per sostenere la sua riforma costituzionale.
Perché la risposta alla domanda su dove fosse il pericolo autoritario, domanda con la quale Renzi ha incalzato Zagrebelsky, stava proprio lì nello studio televisivo. Stava in un capo del governo che vuole riscrivere la Costituzione del suo paese, come avviene in ogni regime autoritario.
Su consiglio stringente di Giorgio Napolitano ora Matteo Renzi spiega che non bisogna personalizzare il referendum. Lo afferma ventiquattro ore su ventiquattro, mentre imperversa su tutti mass media. Ridicolo. Questa è la costituzione del governo Renzi e chi la respinge ne mette in discussione anche gli autori.
Certo, tra chi fa campagna per il No ci sono anche esponenti del partito democratico che invece dichiarano di non voler colpire il governo. È legittimo, ma insostenibile. Perché il governo della Repubblica ha deciso di riscrivere la Costituzione della Repubblica imponendo il continuo ricorso al voto di fiducia. Fiducia chiesta ad un parlamento dichiarato incostituzionale e quindi sicuramente privo della legittimità necessaria a cambiare la nostra Carta, di cui rappresenta invece una palese violazione.
La deriva autoritaria sta prima di tutto nel modo stesso in cui la pessima riforma è stata imposta e il governo e chi lo sostiene, a partire da Giorgio Napolitano, ne sono pienamente responsabili.
È stato lo stesso Zagrebelsky a sostenere che le costituzioni non si cambiano a colpi di maggioranza, ma poi si è fermato sulla soglia delle responsabilità del governo attuale.
Che invece usa spudoratamente le sua riforma su tutti i tavoli politici nazionali ed internazionali per ottenere vantaggi. Dateci un po' di flessibilità voi di Bruxelles, abbiamo cambiato la Costituzione, ha detto Renzi a Bratislava senza molto successo.
E la Banca Morgan che non sopporta le costituzioni antifasciste perché frenano le politiche liberiste, e le multinazionali, i poteri economici, le burocrazie finanziarie e le ambasciate, come si fa a non parlarne?
Di fronte alla denuncia di Zagrebelsky sul potere oligarchico che scaturirebbe dalla costituzione renziana, Eugenio Scalfari ha risposto che le oligarchie ci sono sempre state. Ma non scherziamo, un conto sono i gruppi dirigenti politici e sindacali che nel passato hanno guidato la costruzione della nostra democrazia e la partecipazione di massa, un conto le élites finanziarie che vogliono comandare oggi su tutto e su tutti. Confondere gli uni con gli altri è malafede intellettuale e costituzionale
Bisogna dare una spiegazione alle cose. il Jobsact, la legge Fornero, la Buona scuola, il decreto sulle trivelle e quello sulle privatizzazioni, il decreto Ilva già fatto e quello per il Ponte sullo Stretto in preparazione, tutte queste sono leggi che già smantellano i diritti della prima parte della Costituzione. La controriforma della sua seconda parte serve a chiudere il cerchio.
Chi non arriva alla fine del mese è il primo interessato a fermare la deriva autoritaria voluta dal governo per conto dei poteri forti, delle oligarchie economiche. Se loro perderanno il referendum, non saranno riusciti a consolidare costituzionalmente il potere acquisito nella economia e nella società, e la lotta per i diritti e la giustizia potrà riprendere.
Renzi non merita e non ha bisogno di vantaggi. Lui ed i poteri economici che ci dominano hanno voluto stravolgere la Costituzione nata dalla sconfitta del fascismo. È sacrosanto che il NO alla controriforma li coinvolga appieno. Perché il governo Renzi e la controriforma costituzionale sono la stessa cosa.
Per questo il 22 ottobre manifesteremo coerentemente per il No alla controriforma e per il No a Renzi.
Fonte
03/10/2016
Carlo Freccero spiega la pericolosità del dibattito fra Renzi e Zagrebelsky
Carlo Freccero – tratto da http://ilmanifesto.info/la-post-democrazia-di-diritto/
Sino ad oggi il dibattito sul referendum si è mosso tra questi due poli: le precisazioni dei costituzionalisti contrapposte e l’odio per la casta e la politica della gente.
L’esempio più chiaro di questa contrapposizione è stato il dibattito di venerdì scorso tra Renzi e Zagrebesky. Si è trattato del classico dialogo tra sordi o meglio, tra due persone che parlano lingue diverse.
Zagrebesky faceva appello alla teoria, in particolare ai principi giuridici che una costituzione deve rispettare per essere accettabile.
Renzi conduceva il dibattito in nome del «fare». Ed usava la tecnica all’americana di abbattere, a qualsiasi costo, la credibilità dell’avversario con attacchi, neanche tanto velati a gufi, parrucconi, professori, che paralizzano il fare, trincerandosi nelle loro torri d’avorio da «pensionati d’oro».
Mentre Zagrebesky cercava di spiegare le ragioni del no, Renzi voleva solo demolire l’immagine del suo avversario agli occhi della gente comune.
Ma a parte questa impostazione all’americana, per cui sicuramente si era allenato con coach e spin doctor, anche il dialogo appariva privo di senso. Perché quando Zagrebesky illustrava un concetto, Renzi lo traduceva velocemente in un problema concreto a cui le sue leggi avrebbero da tempo trovato soluzione.
Come se di fronte a Socrate che parla del concetto di cavallinità, Renzi rispondesse: abbiamo disciplinato l’uso del cavallo su strada con numerose normative che riguardano l’uso del basto e la ferratura.
Probabilmente pur essendo in televisione il dibattito era seguito da un pubblico «alto» che ha seguito il discorso del professore Zagrebesky. Ma il grosso della campagna si giocherà in contesti più popolari ed oggi l’astrazione, la concettualizzazione, sembrano provenire da un passato «dipinto col pelo di cammello».
Secondo me il discorso dovrebbe invece partire da un punto di vista globale. In che modo una revisione della Costituzione, può avere conseguenze non solo sulla politica, ma anche sull’economia e perché banche e multinazionali sponsorizzano il SI con tanta aggressività da minacciare tutte le possibili disgrazie nel caso di vincita del NO?
E qui il discorso si fa difficile.
Il motivo è che le analisi globali vengono giudicate ideologiche quando non cospirazioniste. E si dice che bisogna giudicare le cose in modo semplice, a partire dal contenuto concreto della legge. Che prevede comunque meno indennità da pagare e rappresenta quindi un risparmio.
Sono figlio di una generazione che ha appreso a dubitare di ogni evidenza.
Con il crollo del muro di Berlino è venuto meno anche il concetto di lotta di classe. Se non esistono socialmente interessi in contrasto, perché dovrei diffidare?
Intanto la forbice sociale si è così divaricata da creare la crisi permanente dei consumi. Oggi ci insegnano che l’arricchimento di pochi genera benessere e lavoro per tutti. Peccato che questa redistribuzione dei redditi sul territorio tardi a realizzarsi. In realtà nella crisi proletariato e classe media si sono impoveriti, sino a cadere in miseria, ma i ricchi sono diventati infinitamente più ricchi di quanto non lo fossero prima della crisi stessa.
Io continuo a dubitare. Ci hanno convinto che la lotta di classe è pura ideologia per praticarla contro di noi e vincerla senza che ce ne rendessimo conto.
«La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi», ha dichiarato Buffet. Oggi le tutele sociali devono essere espulse dalla costituzione per rendere le masse prive di potere contrattuale ed assoggettabili.
L’attuale disegno di riforma costituzionale a firma Boschi, è stato steso sotto le direttive della banca J.P. Morgan, che ha definito le costituzioni dei paesi del Sud Europa «comuniste».
Se ormai il comunismo non c’è più, per le élites finanziarie anche il semplice testo costituzionale pecca di estremismo. Perché, a differenza che negli Stati Uniti, le nostre costituzioni partono da un concetto di democrazia che non esalta l’individuo e la sua lotta contro tutti, ma la società e la cooperazione in quanto connaturate alla natura umana. «L’uomo è un animale politico».
Non esiste democrazia senza bene comune. Una democrazia di individui in lotta per il bene personale è un ossimoro. Questo è tanto più valido in un’epoca in cui le élites sono multinazionali e depredano ogni territorio a cui hanno libero accesso.
Vorrei ricordare il precedente del referendum di dieci anni fa.
Allora fu respinta la riforma perché, in virtù dei suoi molteplici conflitti di interessi, gli italiani ritennero pericoloso dare tutto il potere a Berlusconi. Gli interessi di Berlusconi erano comunque dentro i confini del Paese. Il suo ulteriore arricchimento poteva aver ricadute di occupazione e fiscali qui. Anche Mussolini, a suo tempo, con la legge Acerbo, gemella dell’Italicum, concentrava il potere nelle sue mani per promuovere l’autarchia.
Oggi banche e multinazionali non hanno residenza se non in paradisi fiscali. Esse impongono trattati come il TTIP che avranno la conseguenza di avvelenarci senza neppure un ritorno in chiave di lavoro o di ricchezza. Trattati come questo vanno sottoscritti in fretta, prima che l’opinione pubblica si opponga e prima che si formi un’opposizione parlamentare.
L’eutanasia dell’opposizione perseguita da Renzi in vari modi ed oggi con la riforma elettorale, ha questo scopo. «Lasciatemi lavorare» significa: lasciatemi decidere senza controllo, affidando il paese a chi ritengo opportuno.
Questo sistema di governo in cui apparentemente il potere è affidato al popolo, ma il popolo è di fatto esautorato di ogni potere si chiama post-democrazia.
Ecco, con la riforma costituzionale, siamo chiamati a ratificare una post-democrazia di fatto per trasformarla in una post-democrazia di diritto.
Fonte
Sino ad oggi il dibattito sul referendum si è mosso tra questi due poli: le precisazioni dei costituzionalisti contrapposte e l’odio per la casta e la politica della gente.
L’esempio più chiaro di questa contrapposizione è stato il dibattito di venerdì scorso tra Renzi e Zagrebesky. Si è trattato del classico dialogo tra sordi o meglio, tra due persone che parlano lingue diverse.
Zagrebesky faceva appello alla teoria, in particolare ai principi giuridici che una costituzione deve rispettare per essere accettabile.
Renzi conduceva il dibattito in nome del «fare». Ed usava la tecnica all’americana di abbattere, a qualsiasi costo, la credibilità dell’avversario con attacchi, neanche tanto velati a gufi, parrucconi, professori, che paralizzano il fare, trincerandosi nelle loro torri d’avorio da «pensionati d’oro».
Mentre Zagrebesky cercava di spiegare le ragioni del no, Renzi voleva solo demolire l’immagine del suo avversario agli occhi della gente comune.
Ma a parte questa impostazione all’americana, per cui sicuramente si era allenato con coach e spin doctor, anche il dialogo appariva privo di senso. Perché quando Zagrebesky illustrava un concetto, Renzi lo traduceva velocemente in un problema concreto a cui le sue leggi avrebbero da tempo trovato soluzione.
Come se di fronte a Socrate che parla del concetto di cavallinità, Renzi rispondesse: abbiamo disciplinato l’uso del cavallo su strada con numerose normative che riguardano l’uso del basto e la ferratura.
Probabilmente pur essendo in televisione il dibattito era seguito da un pubblico «alto» che ha seguito il discorso del professore Zagrebesky. Ma il grosso della campagna si giocherà in contesti più popolari ed oggi l’astrazione, la concettualizzazione, sembrano provenire da un passato «dipinto col pelo di cammello».
Secondo me il discorso dovrebbe invece partire da un punto di vista globale. In che modo una revisione della Costituzione, può avere conseguenze non solo sulla politica, ma anche sull’economia e perché banche e multinazionali sponsorizzano il SI con tanta aggressività da minacciare tutte le possibili disgrazie nel caso di vincita del NO?
E qui il discorso si fa difficile.
Il motivo è che le analisi globali vengono giudicate ideologiche quando non cospirazioniste. E si dice che bisogna giudicare le cose in modo semplice, a partire dal contenuto concreto della legge. Che prevede comunque meno indennità da pagare e rappresenta quindi un risparmio.
Sono figlio di una generazione che ha appreso a dubitare di ogni evidenza.
Con il crollo del muro di Berlino è venuto meno anche il concetto di lotta di classe. Se non esistono socialmente interessi in contrasto, perché dovrei diffidare?
Intanto la forbice sociale si è così divaricata da creare la crisi permanente dei consumi. Oggi ci insegnano che l’arricchimento di pochi genera benessere e lavoro per tutti. Peccato che questa redistribuzione dei redditi sul territorio tardi a realizzarsi. In realtà nella crisi proletariato e classe media si sono impoveriti, sino a cadere in miseria, ma i ricchi sono diventati infinitamente più ricchi di quanto non lo fossero prima della crisi stessa.
Io continuo a dubitare. Ci hanno convinto che la lotta di classe è pura ideologia per praticarla contro di noi e vincerla senza che ce ne rendessimo conto.
«La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi», ha dichiarato Buffet. Oggi le tutele sociali devono essere espulse dalla costituzione per rendere le masse prive di potere contrattuale ed assoggettabili.
L’attuale disegno di riforma costituzionale a firma Boschi, è stato steso sotto le direttive della banca J.P. Morgan, che ha definito le costituzioni dei paesi del Sud Europa «comuniste».
Se ormai il comunismo non c’è più, per le élites finanziarie anche il semplice testo costituzionale pecca di estremismo. Perché, a differenza che negli Stati Uniti, le nostre costituzioni partono da un concetto di democrazia che non esalta l’individuo e la sua lotta contro tutti, ma la società e la cooperazione in quanto connaturate alla natura umana. «L’uomo è un animale politico».
Non esiste democrazia senza bene comune. Una democrazia di individui in lotta per il bene personale è un ossimoro. Questo è tanto più valido in un’epoca in cui le élites sono multinazionali e depredano ogni territorio a cui hanno libero accesso.
Vorrei ricordare il precedente del referendum di dieci anni fa.
Allora fu respinta la riforma perché, in virtù dei suoi molteplici conflitti di interessi, gli italiani ritennero pericoloso dare tutto il potere a Berlusconi. Gli interessi di Berlusconi erano comunque dentro i confini del Paese. Il suo ulteriore arricchimento poteva aver ricadute di occupazione e fiscali qui. Anche Mussolini, a suo tempo, con la legge Acerbo, gemella dell’Italicum, concentrava il potere nelle sue mani per promuovere l’autarchia.
Oggi banche e multinazionali non hanno residenza se non in paradisi fiscali. Esse impongono trattati come il TTIP che avranno la conseguenza di avvelenarci senza neppure un ritorno in chiave di lavoro o di ricchezza. Trattati come questo vanno sottoscritti in fretta, prima che l’opinione pubblica si opponga e prima che si formi un’opposizione parlamentare.
L’eutanasia dell’opposizione perseguita da Renzi in vari modi ed oggi con la riforma elettorale, ha questo scopo. «Lasciatemi lavorare» significa: lasciatemi decidere senza controllo, affidando il paese a chi ritengo opportuno.
Questo sistema di governo in cui apparentemente il potere è affidato al popolo, ma il popolo è di fatto esautorato di ogni potere si chiama post-democrazia.
Ecco, con la riforma costituzionale, siamo chiamati a ratificare una post-democrazia di fatto per trasformarla in una post-democrazia di diritto.
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02/10/2016
Perchè il confronto Renzi-Zagrebelsky è stato un disastro
Ho visto in differita il confronto Renzi-Zagrebelsky. Il professore è stato colto, elegante, argomentato e la sua superiorità tecnica è stata indiscutibile: tutto sbagliato, non poteva fare servizio peggiore al No. I referendum non sono gare di bellezza.
Quell’approccio sarebbe stato perfetto
per un convegno di giuristi, una lezione in facoltà o nel salotto della
contessa Maffei, ma i giuristi e gli intellettuali in generale, gli
studenti di giurisprudenza e le contesse Maffei sono solo una piccola
minoranza del paese. Se vai in televisione, la tua platea è fatta da
tante signore Maria di Voghera, signori Mario pensionati di Rossano
Calabro, Carlo ragioniere di Oristano, Giuseppe commerciante di Cantù,
Luciana operaia tessile di Biella, Corrado falegname di Vicenza. Ed al
referendum quelli decisivi sono questi e non le contesse Maffei.
Il primo errore del professore è stato non capire di fronte a quale platea parlava
e, pertanto, è caduto con tutti due i piedi nel trappolone di Renzi:
dimostrare che quelli del no sono i soliti parrucconi astratti,
incomprensibili, incapaci di capire le urgenze politiche ed estranei
alla cultura del “fare”, per cui non apprezzano gli sforzi di chi “fa”.
Demagogia? Sicuramente! Ma contro i
demagoghi cultura ed eleganza non servono a niente. Voi volete vincere
un torneo di chatch nel fango mandando Roberto Bolle? Lo spezzano in
venti secondi netti.
Secondo errore del Professore (strettamente connesso al precedente): non saper parlare la lingua della gente, ma chiudersi in un tecnicismo appena attenuato.
Terzo errore: pensare
che l’essere un grande giurista, docente ed ex Presidente della Corte
Costituzionale, gli avrebbe conferito un’autorevolezza tale da
schiacciare il suo illetterato interlocutore. Peccato che di questi
titoli accademici ed istituzionali alle signore Maria non interessi un
fico secco.
Quarto errore: non
puntare assolutamente all’ostilità verso il governo e non usare un solo
argomento di richiamo come il job act, i voucher, la buona scuola o i
regali alle banche. Cosa c’entra con il referendum sulla riforma della
Costituzione? In effetti molto poco, ma qui dobbiamo aizzare la folla
contro chi ha proposto questa riforma: “Voi volete questa riforma per
fare altre leggi contro i giovani come i Voucher”; “voi vi preparate ad
abbattere la prima parte della Costituzione perché volete tagliare le
pensioni e mettere in discussione i diritti acquisiti” ecc. Poche brevi
frasi, messe qua e là. Ma il professore ha orrore di questi argomenti
che guasterebbero la sua fine esposizione di sommo sacerdote del
diritto.
Quinto errore: avere
timore di attaccare il Pd in quanto tale perché si mantiene un residuo
della vecchia alleanza contro Berlusconi. Il Pd di oggi non è un alleato
o un ex alleato, ma il nemico da abbattere.
Sesto errore e maggiore di tutti gli altri: non capire nulla di tecnica televisiva.
In primo luogo si può essere pacati ma si deve sempre essere aggressivi
e decisi. In secondo luogo, se ti confronti con un tanghero che ti
interrompe ogni due per tre, non ha senso imbarcarsi in un ragionamento
molto articolato, ma devi rispondere con frasi secche e sprezzanti al
limite della querela: se il tanghero dice “Questa è una offesa agli
italiani” devi rispondere “l’offesa peggiore è un governo come il suo”
Se dice “Professore ho studiato sui suoi liberi” (sottolineando che tu
sei un “professore”) rispondi “Peccato che non ci abbia capito niente!”.
Se ti interrompe per la quarta volta: “Senta il referendum non l’ha
ancora vinto, lasci parlare anche gli altri” oppure “Le accade mai di
star zitto ed ascoltare?”
Ma, mi direte, non è al professor
Zagrebelsky che si può chiedere questo comportamento, non ne sarebbe
capace. Infatti: l’errore è stato mandare una persona distinta e colta
come lui, in certi frangenti fa meglio un camionista!
Ma, così ci mettiamo sullo stesso piano degli altri, mi direte. Esatto: quando ci si scontra militarmente si deve necessariamente stare sullo stesso piano dell’avversario.
L’unico limite invalicabile che riconosco è il dovere di non dire cose
false che ingannino l’ascoltatore, per il resto vale tutto, anche i
colpi sotto la cintura. Mi pare che una volta lessi: la politica è la
prosecuzione della guerra sotto altre forme o qualcosa del genere...
Altri due confronti come questi ed abbiamo perso il referendum.
Per favore i giuristi teneteli per le cose che sanno fare: convegni con
altri giuristi, articoli sui grandi quotidiani, incontri con gli
studenti, ma guardatevi bene dal mandarli in televisione, per certe cose
un Di Battista, un D’Alema o un Travaglio valgono cento Zagrebelsky.
29/03/2015
Landini e Camusso, pace o tregua? La Fiom in piazza contro il Jobs Act
La Fiom oggi è scesa in piazza a Roma con una manifestazione nazionale contro il Jobs Act e contro "l'attacco ai diritti". In piazza per la manifestazione nazionale della Fiom "c'è tutta la segreteria della Cgil, noi siamo della Cgil e non un'altra cosa", ha detto Maurizio Landini, in apertura del corteo.
Infatti alla manifestazione di oggi c'era anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha raggiunto testa del corteo ed ha salutato con una stretta di mano il segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, Landini e più tardi, sul palco, ne ha ricevuto un bacio immortalato dalle foto e che diventerà virale in molti sensi (e non solo in quello della rete e dei mass media).
"Non siamo in piazza per difendere cose che non ci sono più, anche perché ci hanno tolto tutto - ha aggiunto Landini -. E Renzi stia tranquillo, non siamo qui contro di lui, ma abbiamo l'ambizione di proporre idee per il futuro dell'Italia". "Unire il lavoro: questa è la nostra proposta. Non è un percorso facile ma intendiamo andare avanti, sia per riformare il sindacato sia per ridare voce" a tutti i lavoratori, ha detto ancora Landini. "Ci sono persone che non sono rappresentate ma ora inizia una nuova fase, una nuova primavera, nei prossimi giorni metteremo in campo azioni concrete anche nei luoghi di lavoro", ha spiegato il segretario della Fiom-Cgil. "Se uno dice è anche una manifestazione politica, assolutamente sì, fatta dal sindacato". "In Italia tutti fanno politica, compresa Confindustria", ma anche il sindacato "così è da 100 anni, non esisterebbe la Cgil se non fosse anche soggetto politico".
Il governo Renzi "sta proseguendo come i governi precedenti Monti e Letta e anche con un peggioramento rispetto al governo Berlusconi": così il segretario generale della Fiom dal palco della manifestazione di piazza del Popolo che si è riempita di gente, ma più militanti ed ex militanti politici che metalmeccanici.
Dal palco è intervenuto anche Stefano Rodotà affermando che: "Oggi è una giornata diversa dalle altre, un fatto che inquieta. Qui non stiamo disturbando un manovratore ma va riconosciuta la dignità dei lavoratori, garantire l'esistenza dignitosa è un obbligo costituzionale. Ai lavoratori va bene che venga riconosciuto il diritto di presenza e parola in tutte le situazioni. Ciò che va bene per i lavoratori va bene per l'Italia. Questa è la frase che dobbiamo dire oggi".
Si sono espressi a sostegno del progetto di Landini anche gli esponenti della “sinistra” di Repubblica ossia Sandra Bonsanti e Gustavo Zagrebelsky animatori di Libertà e Giustizia, mentre in piazza si sono visti anche esponenti del Pd come Fassina e Rosy Bindi.
Fonte
Infatti alla manifestazione di oggi c'era anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha raggiunto testa del corteo ed ha salutato con una stretta di mano il segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, Landini e più tardi, sul palco, ne ha ricevuto un bacio immortalato dalle foto e che diventerà virale in molti sensi (e non solo in quello della rete e dei mass media).
"Non siamo in piazza per difendere cose che non ci sono più, anche perché ci hanno tolto tutto - ha aggiunto Landini -. E Renzi stia tranquillo, non siamo qui contro di lui, ma abbiamo l'ambizione di proporre idee per il futuro dell'Italia". "Unire il lavoro: questa è la nostra proposta. Non è un percorso facile ma intendiamo andare avanti, sia per riformare il sindacato sia per ridare voce" a tutti i lavoratori, ha detto ancora Landini. "Ci sono persone che non sono rappresentate ma ora inizia una nuova fase, una nuova primavera, nei prossimi giorni metteremo in campo azioni concrete anche nei luoghi di lavoro", ha spiegato il segretario della Fiom-Cgil. "Se uno dice è anche una manifestazione politica, assolutamente sì, fatta dal sindacato". "In Italia tutti fanno politica, compresa Confindustria", ma anche il sindacato "così è da 100 anni, non esisterebbe la Cgil se non fosse anche soggetto politico".
Il governo Renzi "sta proseguendo come i governi precedenti Monti e Letta e anche con un peggioramento rispetto al governo Berlusconi": così il segretario generale della Fiom dal palco della manifestazione di piazza del Popolo che si è riempita di gente, ma più militanti ed ex militanti politici che metalmeccanici.
Dal palco è intervenuto anche Stefano Rodotà affermando che: "Oggi è una giornata diversa dalle altre, un fatto che inquieta. Qui non stiamo disturbando un manovratore ma va riconosciuta la dignità dei lavoratori, garantire l'esistenza dignitosa è un obbligo costituzionale. Ai lavoratori va bene che venga riconosciuto il diritto di presenza e parola in tutte le situazioni. Ciò che va bene per i lavoratori va bene per l'Italia. Questa è la frase che dobbiamo dire oggi".
Si sono espressi a sostegno del progetto di Landini anche gli esponenti della “sinistra” di Repubblica ossia Sandra Bonsanti e Gustavo Zagrebelsky animatori di Libertà e Giustizia, mentre in piazza si sono visti anche esponenti del Pd come Fassina e Rosy Bindi.
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14/10/2013
"Siamo forti perchè siamo moderati"
Chissà cosa intendeva dire un costituzionalista serio come Gustavo Zagrebelski intervenendo dal palco a Piazza del Popolo della manifestazione "La via maestra". "Noi non siamo dei conservatori: vogliamo semplicemente che la Costituzione sia viva a venga attuata", ha detto Zagrebelsky e poi ha aggiunto "Noi siamo una piazza forte perché siamo moderati". L'ex giudice della Corte Costituzionale, tra i promotori della manifestazione, ha poi ribadito il parere negativo sulla Commissione per le riforme costituzionali presieduta dal ministro Gaetano Quagliariello, i cosiddetti "40 saggi". "Se si tratta di ridurre il numero dei parlamentari - ha aggiunto Zagrebelsky - allora siamo d'accordo, ma quando si mette in moto una grande macchina come quella per le riforme costituzionali non si sa dove si arriva". L'ex presidente della Corte Costituzionale ha quindi concluso il suo discorso affermando di essere contrario al presidenzialismo.
Il segretario della Fiom Landini ha affermato che "Io non devo rispondere niente a nessuno. In tanti dovranno rispondere a questa piazza, ai tanti italiani che pensano che per cambiare il Paese bisogna applicare la Costituzione". Ha spiegato poi che si è scesi in piazza "non solo per difendere la Costituzione, ma per attuare la Costituzione per cambiare questo Paese". Landini ha risposto così a chi gli chiedeva di commentare il viatico di Napolitano alle riforme costituzionali.
“La Costituzione è stata sequestrata e sono state distorte le regole fondative. Io vorrei che il presidente del Consiglio usasse una parola di verità, le sue parole sono tra la denigrazione e il terrorismo ideologico“ ha detto Stefano Rodotà nel suo intervento. Sulla riduzione del numero dei parlamentari e la modifica del bipolarismo perfetto, ha spiegato il giurista, “c’è ampio consenso sociale. Si sarebbe potuto avviare un processo di revisione limitata della Carta”. Invece, ha sottolineato, si sta tentando, “in assenza di consenso, una scorciatoia pericolosa. Stare attorno alla Costituzione oggi vuol dire evitare un rischio per la democrazia”.
Sulla terrazza del Pincio, di fronte al palco in piazza del Popolo è poi improvvisamente comparso un enorme striscione che richiamava la campagna contro la tortura di stato a partire dai casi avvenuti negli anni delle leggi di emergenza. Lo striscione è stato sequestrato dagli agenti della Digos, ma ha posto su quella piazza un interrogativo pesante sulla crescente contraddizione tra "legalità" e giustizia.
Fonte
15/09/2013
Costituenti e alibi preventivi
Da qualche anno va avanti il gioco delle cosiddette “costituenti”, quei tentativi cioè di aggregare un po’ di ceto politico, metterlo insieme attorno a un contenitore eterogeneo, farsi la manifestazione autunnale e sciogliersi ancor prima che questa sia giunta alla fine. I nomi, sempre gli stessi: Rifondazione e tutte le altre molecole partitiche ormai orfane del parlamento; pezzi di sindacalismo di base; FIOM; certa intellettualità democratica che dal movimento dei girotondi del 2002 è in cerca del luogo dove esprimere la propria “saggezza”; il Manifesto, organo che viaggia di sconfitta in sconfitta verso l’obiettivo di perdere quei pochi lettori che si ritrova; pezzi sparsi del fu “movimento dei movimenti”. Questo coacervo di sigle, accomunate dal rappresentare unicamente del ceto politico (o giornalistico) a cui garantire uno stipendio, continua a non accorgersi del vuoto sociale che le caratterizza, e pensa di assolvere al proprio compito provando l’ennesima ammucchiata di generali senza esercito.
Da qualche anno però la scena politica delle lotte di classe è cambiata, sconvolgendo i piani dei vari dirigenti pluritrombati. Dalla Val di Susa alle manifestazioni romane del 2010 e del 2011, si è affacciata una eccedenza sociale che delle costituenti e dei tentativi riformisti se ne frega, e che anzi li accomuna al nemico contro il quale combattere. Questa cosiddetta “eccedenza” negli anni non ha subìto alcun tentativo d’organizzazione politica. Un po’ si è riversata nel grillismo, andando ad ingrossare le fila elettorali di un movimento chiaramente stabilizzatore, ma descritto dai media come anti-sistema, e dunque campando di una rendita di corto respiro. Un’altra parte ha deciso costantemente di astenersi, di non interessarsi più al gioco politico, di prendere le distanze da un sistema visto come completamente altro rispetto alle proprie esigenze. Quali che siano i rivoli in cui si è dispersa questa composizione sociale, rimane la difficoltà storica per le sinistre di intercettarla e di organizzarla politicamente. Laddove è avvenuto, come in Val di Susa, se ne sono visti i risultati: un perfetto connubio di protesta civile e conflittuale, di pratiche di piazza e di condivisone assembleare, di azioni dirette e radicali e di consenso popolare. Certo, là il terreno è agevolato dalla scopo immediato della protesta, che ha un obiettivo fisico visibile e attorno a quello organizza la propria vicenda e la propria modalità d’intervento. Ma ciò non toglie che quello è uno degli esempi di come il conflitto vada organizzato e praticato, e non espunto da ogni ipotesi politica.
In questi giorni però sta avvenendo una cosa particolare, che rischia di contrapporre definitivamente la “sinistra” legalitaria e riformista a quella antagonista e di classe (e sarebbe anche ora, aggiungiamo). Da mesi i movimenti di classe italiani hanno lanciato la data del 19 ottobre quale giorno in cui prendere parola con manifestazioni di massa, aprendo di fatto le lotte dell’autunno. La possibilità che si riproduca la dinamica del 15 ottobre 2011 c’è, e per questo chi organizza tenta giustamente un percorso di politicizzazione di quella conflittualità. Al di là di come si sta organizzando questa data (e le altre, come lo sciopero dei sindacati di base il 18, la giornata di lotta del 15 o il corteo sulle lotte ambientali del 12), è là che la sinistra di classe deve puntare per tentare quel recupero sociale che da anni ne determina l’assenza politica in ogni dove. Al di là delle parole d’ordine più o meno condivisibili, o delle modalità organizzative che si vanno proponendo, al di là del merito cioè, se esiste una sinistra conflittuale in Italia è in quella data che deve far valere il suo peso. Lavorando perché non rimanga il solito evento isolato e fine a se stesso, ma che sia il principio di un percorso.
Oggi invece si assiste a uno smarcamento politico abbastanza evidente, ma al tempo stesso subdolo, reso ambiguo proprio dai comportamenti e dalle dichiarazioni di chi sta cercando di costruire un altro evento, nei fatti contrapposto a quello del 19. Il 12 ottobre, cioè, è stata lanciata una diversa manifestazione, a “difesa della legalità e della costituzione”, promossa da Landini e da Rodotà, i due nuovi eroi della sinistra riformista illuminata. Il problema è che a questa reunion di vecchi sodali (da Ferrero a Zagrebelski, da Rodotà a Vendola, da Agnoletto a Casarini) partecipa anche parte di quel movimento che solo pochi mesi fa chiedeva i voti proprio in ragione della sua conflittualità e della sua alterità rispetto all’attuale sistema politico.
Non vorremmo sbagliarci, ma sembra evidente di come questa nuova data assomigli al tentativo di costruzione di un alibi per il 19 ottobre, il tentativo cioè di prendere le distanze politicamente da quello che potrebbe accadere in quella giornata, organizzando la propria manifestazione legalitaria e filocostituzionale che garantirà a questi di far parte dei buoni e dei compatibili, contro la marmaglia che potrebbe esprimersi il 19 secondo canoni poco accettabili. Il tentativo di dividere i buoni dai cattivi, il movimento compatibile da quello ingestibile, è un tentativo che non può avvenire da chi fa politica all’interno dello stesso campo politico. Non ci sembra un caso che da giorni il Manifesto, che mai ha cercato di pubblicizzare la giornata del 19, stia cercando in tutti i modi di pompare la data del 12 pomeriggio, descrivendola come l’evento centrale d’ottobre. Vorremmo anche capire il senso della dichiarazione di Sandro Medici riportata da popoff, quando afferma che “chi non c’è rischia di fare da servente al pezzo dell’artiglieria sbagliata”. Non partecipare a una manifestazione in difesa della legalità non solo è giusto ma sacrosanto. Che tale tentativo lo faccia il Rodotà di turno, nessun problema. Che invece si portino pezzi di movimento a contrapporsi alla data conflittuale del 19, questo è invece un problema che andrebbe chiarito fino in fondo. Coprire una data nazionale (ed europea) lanciata da mesi con gli appelli alla costituzione, cioè, è un tentativo che va denunciato immediatamente. O si sta con la legalità e la costituzione o col conflitto e le lotte di classe. Questa volta è difficile tentare di mantenere i piedi in due staffe.
Fonte
Da qualche anno però la scena politica delle lotte di classe è cambiata, sconvolgendo i piani dei vari dirigenti pluritrombati. Dalla Val di Susa alle manifestazioni romane del 2010 e del 2011, si è affacciata una eccedenza sociale che delle costituenti e dei tentativi riformisti se ne frega, e che anzi li accomuna al nemico contro il quale combattere. Questa cosiddetta “eccedenza” negli anni non ha subìto alcun tentativo d’organizzazione politica. Un po’ si è riversata nel grillismo, andando ad ingrossare le fila elettorali di un movimento chiaramente stabilizzatore, ma descritto dai media come anti-sistema, e dunque campando di una rendita di corto respiro. Un’altra parte ha deciso costantemente di astenersi, di non interessarsi più al gioco politico, di prendere le distanze da un sistema visto come completamente altro rispetto alle proprie esigenze. Quali che siano i rivoli in cui si è dispersa questa composizione sociale, rimane la difficoltà storica per le sinistre di intercettarla e di organizzarla politicamente. Laddove è avvenuto, come in Val di Susa, se ne sono visti i risultati: un perfetto connubio di protesta civile e conflittuale, di pratiche di piazza e di condivisone assembleare, di azioni dirette e radicali e di consenso popolare. Certo, là il terreno è agevolato dalla scopo immediato della protesta, che ha un obiettivo fisico visibile e attorno a quello organizza la propria vicenda e la propria modalità d’intervento. Ma ciò non toglie che quello è uno degli esempi di come il conflitto vada organizzato e praticato, e non espunto da ogni ipotesi politica.
In questi giorni però sta avvenendo una cosa particolare, che rischia di contrapporre definitivamente la “sinistra” legalitaria e riformista a quella antagonista e di classe (e sarebbe anche ora, aggiungiamo). Da mesi i movimenti di classe italiani hanno lanciato la data del 19 ottobre quale giorno in cui prendere parola con manifestazioni di massa, aprendo di fatto le lotte dell’autunno. La possibilità che si riproduca la dinamica del 15 ottobre 2011 c’è, e per questo chi organizza tenta giustamente un percorso di politicizzazione di quella conflittualità. Al di là di come si sta organizzando questa data (e le altre, come lo sciopero dei sindacati di base il 18, la giornata di lotta del 15 o il corteo sulle lotte ambientali del 12), è là che la sinistra di classe deve puntare per tentare quel recupero sociale che da anni ne determina l’assenza politica in ogni dove. Al di là delle parole d’ordine più o meno condivisibili, o delle modalità organizzative che si vanno proponendo, al di là del merito cioè, se esiste una sinistra conflittuale in Italia è in quella data che deve far valere il suo peso. Lavorando perché non rimanga il solito evento isolato e fine a se stesso, ma che sia il principio di un percorso.
Oggi invece si assiste a uno smarcamento politico abbastanza evidente, ma al tempo stesso subdolo, reso ambiguo proprio dai comportamenti e dalle dichiarazioni di chi sta cercando di costruire un altro evento, nei fatti contrapposto a quello del 19. Il 12 ottobre, cioè, è stata lanciata una diversa manifestazione, a “difesa della legalità e della costituzione”, promossa da Landini e da Rodotà, i due nuovi eroi della sinistra riformista illuminata. Il problema è che a questa reunion di vecchi sodali (da Ferrero a Zagrebelski, da Rodotà a Vendola, da Agnoletto a Casarini) partecipa anche parte di quel movimento che solo pochi mesi fa chiedeva i voti proprio in ragione della sua conflittualità e della sua alterità rispetto all’attuale sistema politico.
Non vorremmo sbagliarci, ma sembra evidente di come questa nuova data assomigli al tentativo di costruzione di un alibi per il 19 ottobre, il tentativo cioè di prendere le distanze politicamente da quello che potrebbe accadere in quella giornata, organizzando la propria manifestazione legalitaria e filocostituzionale che garantirà a questi di far parte dei buoni e dei compatibili, contro la marmaglia che potrebbe esprimersi il 19 secondo canoni poco accettabili. Il tentativo di dividere i buoni dai cattivi, il movimento compatibile da quello ingestibile, è un tentativo che non può avvenire da chi fa politica all’interno dello stesso campo politico. Non ci sembra un caso che da giorni il Manifesto, che mai ha cercato di pubblicizzare la giornata del 19, stia cercando in tutti i modi di pompare la data del 12 pomeriggio, descrivendola come l’evento centrale d’ottobre. Vorremmo anche capire il senso della dichiarazione di Sandro Medici riportata da popoff, quando afferma che “chi non c’è rischia di fare da servente al pezzo dell’artiglieria sbagliata”. Non partecipare a una manifestazione in difesa della legalità non solo è giusto ma sacrosanto. Che tale tentativo lo faccia il Rodotà di turno, nessun problema. Che invece si portino pezzi di movimento a contrapporsi alla data conflittuale del 19, questo è invece un problema che andrebbe chiarito fino in fondo. Coprire una data nazionale (ed europea) lanciata da mesi con gli appelli alla costituzione, cioè, è un tentativo che va denunciato immediatamente. O si sta con la legalità e la costituzione o col conflitto e le lotte di classe. Questa volta è difficile tentare di mantenere i piedi in due staffe.
Fonte
20/07/2013
Zagrebelsky: “F35, giustizia e Kazakistan, è l’umiliazione dello Stato”
Siccome i “maltrattamenti” alla Carta continuano, ci tocca disturbare
di nuovo – a poche settimane dall’ultima volta – Gustavo Zagrebelsky.
Professore, negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi episodi di natura politica e costituzionale che hanno suscitato discussioni e polemiche. Lei che ne pensa?
Prima che dagli episodi, iniziamo da un dubbio, da un interrogativo di portata generale, di cui vorremmo non si dovesse parlare. E, invece, dobbiamo.
Cosa intende?
Una cosa angosciante. Si tratta solo di singoli episodi, oppure di manifestazioni di qualcosa di più profondo, che non riusciamo a vedere e definire con chiarezza, ma avvertiamo come incombente e minaccioso? Qualcosa in cui quelli che altrimenti sarebbero appunto solo episodi isolati, assumono un significato comune. Li dobbiamo trattare isolatamente o come sintomi d’un generale e pericoloso malessere?
Dica lei.
Guardi: può darsi ch’io pecchi in pessimismo. Mi sembra che sulla vita politica, nel nostro Paese, in questo momento, gravi un “non detto” che spiegherebbe molte cose. Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. È come se una rete invisibile avvolgesse le istituzioni politiche fossilizzandole; imponesse agli attori politici azioni e omissioni altrimenti assurdi e inspiegabili; mirasse a impedire che qualunque cosa nuova avvenga. Questa è stasi, situazione pericolosa. Se qualche episodio, anche grave o gravissimo, sfugge alla rete, l’imperativo è sopire, normalizzare. Ciò che accade sulla scena politica sembra una messinscena. Ci si agita per nulla concludere. Ma la democrazia, così, muore. Lo spettacolo cui assistiamo sembra un gioco delle parti, oltretutto di livello infimo. Il numero degli appassionati sta diminuendo velocemente. L’umore è sempre più cupo. Bastava guardare i volti e udire il tono di alcuni che hanno preso la parola nel dibattito sulla vicenda della “rendition” kazaka. Sembravano tanti “cavalieri dalla trista figura”. Non si respirava il “fresco profumo della libertà”, di cui ha scritto ieri Barbara Spinelli. Né v’era traccia di quella “felicità” che è l’humus della democrazia, di cui abbiamo ragionato Ezio Mauro e io, in contrasto con l’atmosfera stagnante dei regimi del sospetto, dell’intrigo, della libertà negata.
Si riferisce alla maggioranza modello “larghe intese”?
Innanzitutto: è una maggioranza contro natura; contraria alle promesse elettorali e quindi democraticamente illegittima, anche se legale; che pretende di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato. Ricorderà che è stata formata pensando a poche e chiare misure da prendere insieme: governo “di scopo” (come se possa esistere un governo senza scopi!), “di servizio” (come se ci possa essere un governo per i fatti suoi!) e, poi, “di necessità”. Ora, sembra un governo marmorizzato il cui scopo necessario sia durare, irretito in un gioco più grande di lui. La riforma elettorale, bando alle ciance, non si fa, perché in fondo, oltre che essere nell’interesse di molti, nel frattempo, con l’attuale, non si può tornare a votare. Perfino l’abnorme procedimento di revisione della Costituzione è stato pensato a questo scopo, come si ammette anche da diversi “saggi” che pur si sono lasciati coinvolgere. E, in attesa che la si cambi, la si viola.
Così arriviamo agli episodi. Il caso F-35?
Incominciamo da qui. Il Parlamento è stato esautorato quando il Consiglio supremo di difesa ha scritto che i “provvedimenti tecnici e le decisioni operative, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”, sottintendendo: “responsabilità esclusive”. Chissà chi sono i consulenti giuridici che hanno avallato queste affermazioni, che svuotano i compiti del Parlamento in materia di sicurezza e politica estera? Un regresso di due secoli, a quando tali questioni erano prerogativa regia. Del resto, lei sa che cosa è questo Consiglio? Qualcuno si è ricordato che la sua natura è stata definita nel 1988 da una relazione della Commissione presieduta da un grande giurista, Livio Paladin, istituita dal presidente Cossiga per fare chiarezza su un organo ambiguo (ministri, generali, presidente della Repubblica)? Fu chiarito allora che si tratta di un organo di consulenza e informazione del presidente, senza poteri di direttiva. D’altra parte, chi stabilisce se certi provvedimenti e certe decisioni sono solo tecniche e operative, e non hanno carattere politico? I sistemi d’arma, l’uso di certi mezzi o di altri non sono questioni politiche? Chi decide? Il Parlamento, in un regime parlamentare. Forse che si sia entrati in un altro regime?
L’affaire kazako è una “brutta figura internazionale” o una violazione dei diritti umani?
Una cosa e l’altra. Ma non solo: è l’umiliazione dello Stato. Ammettiamo che nessun ministro ne sapesse qualcosa. Sarebbe per questo meno grave? Lo sarebbe perfino di più. Vorrebbe dire che le istituzioni non controllano quello che accade nel retrobottega e che il nostro Paese è terreno di scorribande di apparati dello Stato collusi con altri apparati, come già avvenuto nel caso simile di Abu Omar, rapito dai “servizi” americani con la collaborazione di quelli italiani e trasportato in Egitto: un caso in cui s’è fatta valere pesantemente la “ragion di Stato”. Non basta, in questi casi, la responsabilità dei funzionari. L’art. 95 della Carta dice che i ministri, ciascuno personalmente, portano la responsabilità degli atti dei loro dicasteri. Se, sotto di loro, si formano gruppi che agiscono in segreto, per conto loro o in combutta con poteri estranei o stranieri, il ministro non risponderà penalmente di quello che gli passa sotto il naso senza che se ne accorga. Ma politicamente ne è pienamente responsabile. Troppo comodo il “non sapevo”. Chi ci governa, per prima cosa, “deve sapere”. Se no, dove va a finire la nostra sovranità? Chi, dovendola difendere, in questa circostanza, non l’ha difesa?
Che dire del blocco del Parlamento decretato per protesta contro l’Autorità giudiziaria?
Che, anche questa, come la manifestazione di decine di parlamentari scalpitanti dentro e fuori il Tribunale di Milano, è una vicenda inconcepibile. Altrettanto inconcepibile è che l’una e l’altra non siano state oggetto di puntuale e precisa condanna. Anche qui: ammettiamo per carità di Patria che l’una sia stata una normale sospensione tecnica e l’altra una visita guidata a un palazzo pubblico. Non basta, però, averli “derubricati”, per poter dire che non è successo nulla. La questione è che non s’è detto autorevolmente che l’intento e i mezzi immaginati sono, sempre e comunque, inammissibili perché contro lo Stato di diritto.
C’è una logica che spiega i singoli episodi?
Potrei sbagliare, ma a me pare che su tutto domini la difesa dello status quo e del governo che lo garantisce. In stato di necessità, si passa sopra a tutto il resto. L’impressione, poi, è che in quella rete invisibile di connivenze, di cui parlavo all’inizio, si finisca per attribuire a un partito e al suo leader un plusvalore che non corrisponde al loro consenso elettorale e alla rappresentanza in Parlamento. Come se toccarne gli interessi possa determinare una catastrofe generale. Sembra che tutti siano utili, ma qualcuno sia necessario e, per questo, si debbano tollerare da lui cose che, altrimenti, sarebbero intollerabili.
Così si è corrivi nei confronti di una parte politica, anche se c’è di mezzo la Costituzione. A chi spetta difenderla?
In democrazia, a tutti i cittadini, che nella Costituzione si riconoscono. Poi, a chi occupa posti nelle istituzioni, subordinatamente a un giuramento di fedeltà. Infine, salendo più su, a colui che ricopre il ruolo comprensivamente detto di “garante della Costituzione”, il presidente della Repubblica.
Fonte
Forse che si sia entrati in un altro regime? Ci siamo entrati da un pezzo caro Zagrebelsky.
Professore, negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi episodi di natura politica e costituzionale che hanno suscitato discussioni e polemiche. Lei che ne pensa?
Prima che dagli episodi, iniziamo da un dubbio, da un interrogativo di portata generale, di cui vorremmo non si dovesse parlare. E, invece, dobbiamo.
Cosa intende?
Una cosa angosciante. Si tratta solo di singoli episodi, oppure di manifestazioni di qualcosa di più profondo, che non riusciamo a vedere e definire con chiarezza, ma avvertiamo come incombente e minaccioso? Qualcosa in cui quelli che altrimenti sarebbero appunto solo episodi isolati, assumono un significato comune. Li dobbiamo trattare isolatamente o come sintomi d’un generale e pericoloso malessere?
Dica lei.
Guardi: può darsi ch’io pecchi in pessimismo. Mi sembra che sulla vita politica, nel nostro Paese, in questo momento, gravi un “non detto” che spiegherebbe molte cose. Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. È come se una rete invisibile avvolgesse le istituzioni politiche fossilizzandole; imponesse agli attori politici azioni e omissioni altrimenti assurdi e inspiegabili; mirasse a impedire che qualunque cosa nuova avvenga. Questa è stasi, situazione pericolosa. Se qualche episodio, anche grave o gravissimo, sfugge alla rete, l’imperativo è sopire, normalizzare. Ciò che accade sulla scena politica sembra una messinscena. Ci si agita per nulla concludere. Ma la democrazia, così, muore. Lo spettacolo cui assistiamo sembra un gioco delle parti, oltretutto di livello infimo. Il numero degli appassionati sta diminuendo velocemente. L’umore è sempre più cupo. Bastava guardare i volti e udire il tono di alcuni che hanno preso la parola nel dibattito sulla vicenda della “rendition” kazaka. Sembravano tanti “cavalieri dalla trista figura”. Non si respirava il “fresco profumo della libertà”, di cui ha scritto ieri Barbara Spinelli. Né v’era traccia di quella “felicità” che è l’humus della democrazia, di cui abbiamo ragionato Ezio Mauro e io, in contrasto con l’atmosfera stagnante dei regimi del sospetto, dell’intrigo, della libertà negata.
Si riferisce alla maggioranza modello “larghe intese”?
Innanzitutto: è una maggioranza contro natura; contraria alle promesse elettorali e quindi democraticamente illegittima, anche se legale; che pretende di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato. Ricorderà che è stata formata pensando a poche e chiare misure da prendere insieme: governo “di scopo” (come se possa esistere un governo senza scopi!), “di servizio” (come se ci possa essere un governo per i fatti suoi!) e, poi, “di necessità”. Ora, sembra un governo marmorizzato il cui scopo necessario sia durare, irretito in un gioco più grande di lui. La riforma elettorale, bando alle ciance, non si fa, perché in fondo, oltre che essere nell’interesse di molti, nel frattempo, con l’attuale, non si può tornare a votare. Perfino l’abnorme procedimento di revisione della Costituzione è stato pensato a questo scopo, come si ammette anche da diversi “saggi” che pur si sono lasciati coinvolgere. E, in attesa che la si cambi, la si viola.
Così arriviamo agli episodi. Il caso F-35?
Incominciamo da qui. Il Parlamento è stato esautorato quando il Consiglio supremo di difesa ha scritto che i “provvedimenti tecnici e le decisioni operative, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”, sottintendendo: “responsabilità esclusive”. Chissà chi sono i consulenti giuridici che hanno avallato queste affermazioni, che svuotano i compiti del Parlamento in materia di sicurezza e politica estera? Un regresso di due secoli, a quando tali questioni erano prerogativa regia. Del resto, lei sa che cosa è questo Consiglio? Qualcuno si è ricordato che la sua natura è stata definita nel 1988 da una relazione della Commissione presieduta da un grande giurista, Livio Paladin, istituita dal presidente Cossiga per fare chiarezza su un organo ambiguo (ministri, generali, presidente della Repubblica)? Fu chiarito allora che si tratta di un organo di consulenza e informazione del presidente, senza poteri di direttiva. D’altra parte, chi stabilisce se certi provvedimenti e certe decisioni sono solo tecniche e operative, e non hanno carattere politico? I sistemi d’arma, l’uso di certi mezzi o di altri non sono questioni politiche? Chi decide? Il Parlamento, in un regime parlamentare. Forse che si sia entrati in un altro regime?
L’affaire kazako è una “brutta figura internazionale” o una violazione dei diritti umani?
Una cosa e l’altra. Ma non solo: è l’umiliazione dello Stato. Ammettiamo che nessun ministro ne sapesse qualcosa. Sarebbe per questo meno grave? Lo sarebbe perfino di più. Vorrebbe dire che le istituzioni non controllano quello che accade nel retrobottega e che il nostro Paese è terreno di scorribande di apparati dello Stato collusi con altri apparati, come già avvenuto nel caso simile di Abu Omar, rapito dai “servizi” americani con la collaborazione di quelli italiani e trasportato in Egitto: un caso in cui s’è fatta valere pesantemente la “ragion di Stato”. Non basta, in questi casi, la responsabilità dei funzionari. L’art. 95 della Carta dice che i ministri, ciascuno personalmente, portano la responsabilità degli atti dei loro dicasteri. Se, sotto di loro, si formano gruppi che agiscono in segreto, per conto loro o in combutta con poteri estranei o stranieri, il ministro non risponderà penalmente di quello che gli passa sotto il naso senza che se ne accorga. Ma politicamente ne è pienamente responsabile. Troppo comodo il “non sapevo”. Chi ci governa, per prima cosa, “deve sapere”. Se no, dove va a finire la nostra sovranità? Chi, dovendola difendere, in questa circostanza, non l’ha difesa?
Che dire del blocco del Parlamento decretato per protesta contro l’Autorità giudiziaria?
Che, anche questa, come la manifestazione di decine di parlamentari scalpitanti dentro e fuori il Tribunale di Milano, è una vicenda inconcepibile. Altrettanto inconcepibile è che l’una e l’altra non siano state oggetto di puntuale e precisa condanna. Anche qui: ammettiamo per carità di Patria che l’una sia stata una normale sospensione tecnica e l’altra una visita guidata a un palazzo pubblico. Non basta, però, averli “derubricati”, per poter dire che non è successo nulla. La questione è che non s’è detto autorevolmente che l’intento e i mezzi immaginati sono, sempre e comunque, inammissibili perché contro lo Stato di diritto.
C’è una logica che spiega i singoli episodi?
Potrei sbagliare, ma a me pare che su tutto domini la difesa dello status quo e del governo che lo garantisce. In stato di necessità, si passa sopra a tutto il resto. L’impressione, poi, è che in quella rete invisibile di connivenze, di cui parlavo all’inizio, si finisca per attribuire a un partito e al suo leader un plusvalore che non corrisponde al loro consenso elettorale e alla rappresentanza in Parlamento. Come se toccarne gli interessi possa determinare una catastrofe generale. Sembra che tutti siano utili, ma qualcuno sia necessario e, per questo, si debbano tollerare da lui cose che, altrimenti, sarebbero intollerabili.
Così si è corrivi nei confronti di una parte politica, anche se c’è di mezzo la Costituzione. A chi spetta difenderla?
In democrazia, a tutti i cittadini, che nella Costituzione si riconoscono. Poi, a chi occupa posti nelle istituzioni, subordinatamente a un giuramento di fedeltà. Infine, salendo più su, a colui che ricopre il ruolo comprensivamente detto di “garante della Costituzione”, il presidente della Repubblica.
Fonte
Forse che si sia entrati in un altro regime? Ci siamo entrati da un pezzo caro Zagrebelsky.
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