Tra le tante volgarità di Beppe Grillo, forse la peggiore fu quando definì Stefano Rodotà “un ottuagenario miracolato dalla Rete”. Eppure poco prima era stato, il professor Rodotà, candidato dal M5S (sia detto a merito del Movimento) alla Presidenza della Repubblica. Ma non incontrava il favore di un PD, ormai renziano, il quale affossò la candidatura di questo giurista sapiente, quest’uomo probo, questo studioso di politica ai massimi livelli, che sarebbe stato un vero garante della Carta costituzionale. E si giunse alla incredibile rielezione di Giorgio Napolitano, che evidentemente dava garanzie diverse, in vista della auspicata “riforma” della Costituzione.
Ora l’ottuagenario miracolato se n’è andato, in punta di piedi, come suo costume, di uomo serio, di intellettuale rigoroso. Rodotà è morto. E la Repubblica si priva con questa morte di uno dei suoi figli e padri migliori.
Fu un irregolare della sinistra e questo certo non gli giovò politicamente. Rispettato (a parole) da tutti, a prescindere dalle appartenenze politiche, stimatissimo a livello accademico, apprezzato fuori dei confini nazionali, Rodotà ebbe una iniziale ingenua fiducia nel neonato Partito Democratico, che lo elesse presidente per neutralizzarlo. Ma se ne allontanò presto, avendo capito che quel partito non solo non faceva per lui, ma che si era ormai indirizzato, molto prima di Matteo Renzi, su di un cammino che lo allontanava non solo dagli ideali della Sinistra, ma dagli stessi valori costituzionali, a cominciare dal discrimine antifascista, un partito-melassa, che in nome della “modernità” e della “efficienza” era disposto a cancellare quanto non era ancora stato buttato a mare dalla criminale insipienza di Achille Occhetto.
Era stato radicale, Rodotà, per la fiducia nella importanza delle battaglie per i diritti civili, ma a differenza del Partito Radicale, Rodotà credeva nella sostanza sociale della Repubblica. I diritti per i quali si batteva non potevano non essere prima di tutto diritti sociali, e non solo riguardare la sfera civile. E a Pannella preferì Enrico Berlinguer. Ma in generale ebbe difficoltà a trovare una “casa” nella Prima e specialmente nella cosiddetta Seconda Repubblica.
Rifiutò cariche e onori, come un Cincinnato che tuttavia non appese la sua penna al chiodo, continuando fino alla fine a battersi per una Italia diversa, non solo genericamente “migliore”.
Addio, Rodotà: non sei stato semplicemente un uomo di legge, un cultore del diritto, ma hai incarnato la sostanza vera, più autentica di una legge concepita non contro il popolo, ma per il popolo.
Non potevi essere Presidente di una Repubblica ove il potere serve a legittimare il diritto e non viceversa. Non potevi rappresentare e guidare un Paese che, in una sua larga parte, a cominciare dal ceto politico e da quello imprenditoriale, della illegalità e della cialtroneria fa i suoi criteri fondamentali.
In fondo, davvero c’entravi poco con questa Italia. Abbiamo sperato, ma eravamo degli illusi. E ora, orfani, ci piacerebbe scoprire che mille piccoli Rodotà emergono e fanno sentire le loro voci, meglio se all’unisono, in difesa della Costituzione Repubblicana e dei suoi valori fondamentali: il lavoro, la giustizia, la pace. Solo così potremo rassegnarci, almeno un poco, a questa perdita così grave.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/06/2017
21/07/2015
L’Europa irriformabile
di Carlo Formenti
La socialdemocrazia è morta e l’europeismo agonizza: sintetizzerei così le riflessioni suggeritemi dalla lettura di due recenti interventi apparsi su Micromega: l’articolo di Stefano Rodotà intitolato “Il filo spezzato dell’Europa” e l’intervista di Giacomo Russo Spena a Emiliano Brancaccio.
Parto da Rodotà e dalla sua presa d’atto che la vicenda greca, con la ignobile (Stefano, che è sempre fin troppo gentile, la definisce imbarazzante) presa di posizione del vice cancelliere tedesco targato Spd, e con il sostanziale allineamento di tutti gli esponenti europei dell’Internazionale (dovrebbero vietargli di usare questa parola!) socialista, ha sancito la dissoluzione della socialdemocrazia e la nascita di un “partito unico” totalmente schierato con l’ideologia ordoliberista. È, se vogliamo, una presa d’atto tardiva, nel senso che la socialdemocrazia era morta da un pezzo, da quando cioè i governi di centrosinistra si sono candidati a gestire il progetto economico politico neoliberista in concorrenza con le forze di centrodestra (quindi almeno dall’avvento del New Labour di Blair).
Ma soprattutto è una presa d’atto parziale, nel senso che la morte della socialdemocrazia è strettamente associata alla morte della democrazia, sancita da una costituzione materiale europea fondata su trattati che escludono a priori qualsiasi riconoscimento della sovranità popolare (come la vicenda del fiscal compact aveva chiarito prima ancora della feroce repressione nei confronti del popolo greco e del suo referendum).
Tuttavia Rodotà, da vecchio europeista, non può rassegnarsi al crollo – definitivo e irreversibile – di quel sogno e si aggrappa ai principi della Carta dei diritti fondamentali che rappresentano, scrive, l’unica fonte di legittimazione della Ue (peccato che la costituzione materiale ordoliberista semplicemente ignori il problema della legittimazione). Si aggrappa, inoltre, alla speranza che a sinistra possano nascere forze politiche capaci di rivendicare “la possibilità concreta di una azione statuale e sovranazionale che metta a frutto le analisi di tanti economisti e giuristi che hanno mostrato la forza distruttiva delle politiche finora seguite”, forze che dovrebbero riempire il vuoto che si è aperto fra il partito unico del rigore e i diversi populismi. Prima di spiegare perché, a mio parere, non è giusto parlare di vuoto, e perché è sempre più urgente smetterla di accomunare in un unico campo tutti i movimenti etichettati come populisti, vorrei riprendere alcune delle considerazioni svolte da Brancaccio nell’intervista sopra citata.
A mio parere, l’argomento centrale svolto da Brancaccio è quell’assenza di un piano B che ha determinato la catastrofica sconfitta di Tsipras. Il punto è che, dal momento in cui Tsipras ha detto che nemmeno l’esito referendario lo autorizzava a contemplare l’ipotesi di uscita della Grecia dall’euro, si è consegnato mani e piedi legati nelle mani dei carnefici, ai quali ha fatto capire “che il popolo greco era ormai pronto a tutto. Il governo no”. Brancaccio aggiunge che, probabilmente, il leader di Syriza è rimasto sorpreso dalla dimensione della vittoria del no (io, che sono più cattivo, comincio a dubitare che, visto come si è comportato dopo, sperasse in una sconfitta…). Ma soprattutto – e qui sta il nodo cruciale – sottolinea come l’illusione secondo cui la vittoria di Syriza in Grecia avrebbe potuto determinare una svolta della politica economica della Ue fosse condivisa da tutte le sinistre radicali europee, il cui sogno velleitario nasceva dalla mancanza di una visione realistica dei rapporti di forza fra Paesi membri e dei conflitti intercapitalistici a livello globale. Quindi conclude che, se si vuole effettivamente costruire un’alternativa, occorre “mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un nuovo internazionalismo del lavoro”.
A monte del dibattito su quale possa essere il piano B (che secondo me potrà esistere solo a partire dal momento in cui saremo tutti d’accordo sul fatto che questa Europa è irriformabile!), urge il dibattito su quali forze possano avviare tale processo. E qui esplicito il mio dissenso nei confronti di Rodotà: 1) fra partito unico dell’austerità e populisti non c’è alcun vuoto: basta dare un’occhiata ai numeri elettorali per capire che quel vuoto è saldamente presidiato, ci piaccia o no, proprio dalle formazioni populiste, 2) a meno di voler continuare a correre come lemming verso il suicidio politico (pericolosamente vicino), le sinistre radicali dovrebbero, invece di ricorrere a progetti minoritari e perdenti in partenza, imparare a distinguere fra populismi di sinistra e populismi di destra e aprire un serio confronto con i primi.
Poco importa che forze come Podemos, che pure hanno programmi politici inequivocabilmente di sinistra, dichiarino di non essere né di destra né di sinistra: questo è l’effetto del totale discredito cui sono andate incontro le sinistre (tutte!) e della sfiducia delle masse popolari nei loro confronti. È comunque da lì che tocca ripartire, per condurre una battaglia culturale che acceleri la maturazione di queste forze. Per ora vedo invece velleitari tentativi di ricostruire una “vera” socialdemocrazia, tentativi che ignorano come nessuna riforma radicale (absit iniuria verbis) abbia la minima opportunità di successo in assenza di una rottura sistemica.
Un’ultima parola sul concetto di internazionalismo del lavoro, che Brancaccio evoca alla fine dell’intervista. In attesa che chiarisca meglio cosa intende, esprimo la mia diffidenza nei confronti di un concetto che, di fatto, nella sinistra attuale viene spesso declinato in termini di cosmopolitismo borghese. Il tema più urgente è, a mio parere, la ricostruzione dal basso di elementi di sovranità popolare (non nazionale!) riferita non solo al tema del lavoro, ma anche a quelli dell’ambiente, dei beni comuni, ecc. È solo a partire da tali elementi che potrà essere reimpostato il tema dell’internazionalismo.
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La socialdemocrazia è morta e l’europeismo agonizza: sintetizzerei così le riflessioni suggeritemi dalla lettura di due recenti interventi apparsi su Micromega: l’articolo di Stefano Rodotà intitolato “Il filo spezzato dell’Europa” e l’intervista di Giacomo Russo Spena a Emiliano Brancaccio.
Parto da Rodotà e dalla sua presa d’atto che la vicenda greca, con la ignobile (Stefano, che è sempre fin troppo gentile, la definisce imbarazzante) presa di posizione del vice cancelliere tedesco targato Spd, e con il sostanziale allineamento di tutti gli esponenti europei dell’Internazionale (dovrebbero vietargli di usare questa parola!) socialista, ha sancito la dissoluzione della socialdemocrazia e la nascita di un “partito unico” totalmente schierato con l’ideologia ordoliberista. È, se vogliamo, una presa d’atto tardiva, nel senso che la socialdemocrazia era morta da un pezzo, da quando cioè i governi di centrosinistra si sono candidati a gestire il progetto economico politico neoliberista in concorrenza con le forze di centrodestra (quindi almeno dall’avvento del New Labour di Blair).
Ma soprattutto è una presa d’atto parziale, nel senso che la morte della socialdemocrazia è strettamente associata alla morte della democrazia, sancita da una costituzione materiale europea fondata su trattati che escludono a priori qualsiasi riconoscimento della sovranità popolare (come la vicenda del fiscal compact aveva chiarito prima ancora della feroce repressione nei confronti del popolo greco e del suo referendum).
Tuttavia Rodotà, da vecchio europeista, non può rassegnarsi al crollo – definitivo e irreversibile – di quel sogno e si aggrappa ai principi della Carta dei diritti fondamentali che rappresentano, scrive, l’unica fonte di legittimazione della Ue (peccato che la costituzione materiale ordoliberista semplicemente ignori il problema della legittimazione). Si aggrappa, inoltre, alla speranza che a sinistra possano nascere forze politiche capaci di rivendicare “la possibilità concreta di una azione statuale e sovranazionale che metta a frutto le analisi di tanti economisti e giuristi che hanno mostrato la forza distruttiva delle politiche finora seguite”, forze che dovrebbero riempire il vuoto che si è aperto fra il partito unico del rigore e i diversi populismi. Prima di spiegare perché, a mio parere, non è giusto parlare di vuoto, e perché è sempre più urgente smetterla di accomunare in un unico campo tutti i movimenti etichettati come populisti, vorrei riprendere alcune delle considerazioni svolte da Brancaccio nell’intervista sopra citata.
A mio parere, l’argomento centrale svolto da Brancaccio è quell’assenza di un piano B che ha determinato la catastrofica sconfitta di Tsipras. Il punto è che, dal momento in cui Tsipras ha detto che nemmeno l’esito referendario lo autorizzava a contemplare l’ipotesi di uscita della Grecia dall’euro, si è consegnato mani e piedi legati nelle mani dei carnefici, ai quali ha fatto capire “che il popolo greco era ormai pronto a tutto. Il governo no”. Brancaccio aggiunge che, probabilmente, il leader di Syriza è rimasto sorpreso dalla dimensione della vittoria del no (io, che sono più cattivo, comincio a dubitare che, visto come si è comportato dopo, sperasse in una sconfitta…). Ma soprattutto – e qui sta il nodo cruciale – sottolinea come l’illusione secondo cui la vittoria di Syriza in Grecia avrebbe potuto determinare una svolta della politica economica della Ue fosse condivisa da tutte le sinistre radicali europee, il cui sogno velleitario nasceva dalla mancanza di una visione realistica dei rapporti di forza fra Paesi membri e dei conflitti intercapitalistici a livello globale. Quindi conclude che, se si vuole effettivamente costruire un’alternativa, occorre “mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un nuovo internazionalismo del lavoro”.
A monte del dibattito su quale possa essere il piano B (che secondo me potrà esistere solo a partire dal momento in cui saremo tutti d’accordo sul fatto che questa Europa è irriformabile!), urge il dibattito su quali forze possano avviare tale processo. E qui esplicito il mio dissenso nei confronti di Rodotà: 1) fra partito unico dell’austerità e populisti non c’è alcun vuoto: basta dare un’occhiata ai numeri elettorali per capire che quel vuoto è saldamente presidiato, ci piaccia o no, proprio dalle formazioni populiste, 2) a meno di voler continuare a correre come lemming verso il suicidio politico (pericolosamente vicino), le sinistre radicali dovrebbero, invece di ricorrere a progetti minoritari e perdenti in partenza, imparare a distinguere fra populismi di sinistra e populismi di destra e aprire un serio confronto con i primi.
Poco importa che forze come Podemos, che pure hanno programmi politici inequivocabilmente di sinistra, dichiarino di non essere né di destra né di sinistra: questo è l’effetto del totale discredito cui sono andate incontro le sinistre (tutte!) e della sfiducia delle masse popolari nei loro confronti. È comunque da lì che tocca ripartire, per condurre una battaglia culturale che acceleri la maturazione di queste forze. Per ora vedo invece velleitari tentativi di ricostruire una “vera” socialdemocrazia, tentativi che ignorano come nessuna riforma radicale (absit iniuria verbis) abbia la minima opportunità di successo in assenza di una rottura sistemica.
Un’ultima parola sul concetto di internazionalismo del lavoro, che Brancaccio evoca alla fine dell’intervista. In attesa che chiarisca meglio cosa intende, esprimo la mia diffidenza nei confronti di un concetto che, di fatto, nella sinistra attuale viene spesso declinato in termini di cosmopolitismo borghese. Il tema più urgente è, a mio parere, la ricostruzione dal basso di elementi di sovranità popolare (non nazionale!) riferita non solo al tema del lavoro, ma anche a quelli dell’ambiente, dei beni comuni, ecc. È solo a partire da tali elementi che potrà essere reimpostato il tema dell’internazionalismo.
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29/03/2015
Landini e Camusso, pace o tregua? La Fiom in piazza contro il Jobs Act
La Fiom oggi è scesa in piazza a Roma con una manifestazione nazionale contro il Jobs Act e contro "l'attacco ai diritti". In piazza per la manifestazione nazionale della Fiom "c'è tutta la segreteria della Cgil, noi siamo della Cgil e non un'altra cosa", ha detto Maurizio Landini, in apertura del corteo.
Infatti alla manifestazione di oggi c'era anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha raggiunto testa del corteo ed ha salutato con una stretta di mano il segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, Landini e più tardi, sul palco, ne ha ricevuto un bacio immortalato dalle foto e che diventerà virale in molti sensi (e non solo in quello della rete e dei mass media).
"Non siamo in piazza per difendere cose che non ci sono più, anche perché ci hanno tolto tutto - ha aggiunto Landini -. E Renzi stia tranquillo, non siamo qui contro di lui, ma abbiamo l'ambizione di proporre idee per il futuro dell'Italia". "Unire il lavoro: questa è la nostra proposta. Non è un percorso facile ma intendiamo andare avanti, sia per riformare il sindacato sia per ridare voce" a tutti i lavoratori, ha detto ancora Landini. "Ci sono persone che non sono rappresentate ma ora inizia una nuova fase, una nuova primavera, nei prossimi giorni metteremo in campo azioni concrete anche nei luoghi di lavoro", ha spiegato il segretario della Fiom-Cgil. "Se uno dice è anche una manifestazione politica, assolutamente sì, fatta dal sindacato". "In Italia tutti fanno politica, compresa Confindustria", ma anche il sindacato "così è da 100 anni, non esisterebbe la Cgil se non fosse anche soggetto politico".
Il governo Renzi "sta proseguendo come i governi precedenti Monti e Letta e anche con un peggioramento rispetto al governo Berlusconi": così il segretario generale della Fiom dal palco della manifestazione di piazza del Popolo che si è riempita di gente, ma più militanti ed ex militanti politici che metalmeccanici.
Dal palco è intervenuto anche Stefano Rodotà affermando che: "Oggi è una giornata diversa dalle altre, un fatto che inquieta. Qui non stiamo disturbando un manovratore ma va riconosciuta la dignità dei lavoratori, garantire l'esistenza dignitosa è un obbligo costituzionale. Ai lavoratori va bene che venga riconosciuto il diritto di presenza e parola in tutte le situazioni. Ciò che va bene per i lavoratori va bene per l'Italia. Questa è la frase che dobbiamo dire oggi".
Si sono espressi a sostegno del progetto di Landini anche gli esponenti della “sinistra” di Repubblica ossia Sandra Bonsanti e Gustavo Zagrebelsky animatori di Libertà e Giustizia, mentre in piazza si sono visti anche esponenti del Pd come Fassina e Rosy Bindi.
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Infatti alla manifestazione di oggi c'era anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha raggiunto testa del corteo ed ha salutato con una stretta di mano il segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, Landini e più tardi, sul palco, ne ha ricevuto un bacio immortalato dalle foto e che diventerà virale in molti sensi (e non solo in quello della rete e dei mass media).
"Non siamo in piazza per difendere cose che non ci sono più, anche perché ci hanno tolto tutto - ha aggiunto Landini -. E Renzi stia tranquillo, non siamo qui contro di lui, ma abbiamo l'ambizione di proporre idee per il futuro dell'Italia". "Unire il lavoro: questa è la nostra proposta. Non è un percorso facile ma intendiamo andare avanti, sia per riformare il sindacato sia per ridare voce" a tutti i lavoratori, ha detto ancora Landini. "Ci sono persone che non sono rappresentate ma ora inizia una nuova fase, una nuova primavera, nei prossimi giorni metteremo in campo azioni concrete anche nei luoghi di lavoro", ha spiegato il segretario della Fiom-Cgil. "Se uno dice è anche una manifestazione politica, assolutamente sì, fatta dal sindacato". "In Italia tutti fanno politica, compresa Confindustria", ma anche il sindacato "così è da 100 anni, non esisterebbe la Cgil se non fosse anche soggetto politico".
Il governo Renzi "sta proseguendo come i governi precedenti Monti e Letta e anche con un peggioramento rispetto al governo Berlusconi": così il segretario generale della Fiom dal palco della manifestazione di piazza del Popolo che si è riempita di gente, ma più militanti ed ex militanti politici che metalmeccanici.
Dal palco è intervenuto anche Stefano Rodotà affermando che: "Oggi è una giornata diversa dalle altre, un fatto che inquieta. Qui non stiamo disturbando un manovratore ma va riconosciuta la dignità dei lavoratori, garantire l'esistenza dignitosa è un obbligo costituzionale. Ai lavoratori va bene che venga riconosciuto il diritto di presenza e parola in tutte le situazioni. Ciò che va bene per i lavoratori va bene per l'Italia. Questa è la frase che dobbiamo dire oggi".
Si sono espressi a sostegno del progetto di Landini anche gli esponenti della “sinistra” di Repubblica ossia Sandra Bonsanti e Gustavo Zagrebelsky animatori di Libertà e Giustizia, mentre in piazza si sono visti anche esponenti del Pd come Fassina e Rosy Bindi.
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07/01/2015
Legge sulla stampa. “Un pericolo per la democrazia, non solo per l'informazione”
E' perentorio il giudizio di Stefano Rodotà sulla legge sulla diffamazione a mezzo stampa approvata al Senato e che adesso passa alla Camera. "È una proposta che mette a rischio il diritto costituzionale ad informare ed essere informati", "per questo la legge è pericolosa, non solo per la libertà d'informazione ma per la democrazia stessa."
La lettera che ha firmato insieme a Marco Travaglio, Milena Gabbanelli, Lirio Abbate ed altri, sottolinea il fatto che in un mondo in cui l'informazione digitale, il giornalismo partecipativo e il dialogo online diventeranno maggioritari, si sta facendo una legge che non prevede adeguate garanzie per il web. Rodotà sottolinea che: "Quello che pure mi preoccupa, è che viene pericolosamente ampliata la responsabilità del direttore per omesso controllo, ormai improponibile in via di principio e sicuramente devastante per i giornali online, caratterizzati da un continuo aggiornamento”.
E' evidente che la questione ci vede estremamente sensibili e preoccupati. Da un lato conferma come la maggiore preoccupazione coercitiva della classe dominante si sia concentrata proprio sulla stampa online sulla quale, come giornale, abbiamo avviato una sfida che si sta rivelando efficace (abbiamo chiuso il 2014 con 2milioni e 850mila visite, il 40% in più rispetto al 2013) e quasi 40mila nella sola prima settimana del 2015, nonostante le festività). Il potere ha ben compreso tale potenzialità – non solo di Contropiano ovviamente – ed è corso ai ripari con una legge dal classico e ipocrita sapore liberale: niente più carcere per i giornalisti ma sanzioni pecuniarie e restrizioni tali da mettere in ginocchio e ridurre al silenzio chi non dispone di solide finanze per pagare le sanzioni. Come abbiamo già scritto in passato sappiamo contare meglio i metri quadrati di una cella che le migliaia di euro di cui si parla nella legge. E con almeno tre processi che ci attendono al varco avremmo preferito di gran lunga la vecchia legge che quella in via di approvazione.
Per contrastare l'approvazione definitiva di questa legge è stato lanciato l'appello "No diffamazione". Ecco il testo che può essere sottoscritto qui.
#meglioilcarcere
La nuova legge sulla diffamazione è sbagliata.
Doveva essere una riforma della legge sulla stampa che eliminando la pena del carcere per i giornalisti, liberava l’informazione dal rischio di sanzioni sproporzionate, a tutela dei diritti fondamentali di cronaca e di critica: il testo licenziato al Senato rischia di ottenere l’effetto opposto, rivelandosi come un maldestro tentativo di limitare la libertà di espressione anche sul web.
La legge sulla diffamazione che potrebbe presto essere approvata, prevede in particolare:
1) sanzioni pecuniarie fino a 50 mila euro che appaiono da un lato inefficaci per i grandi gruppi editoriali e dall’altro potenzialmente devastanti per l’informazione indipendente, in particolare per le piccole testate online. Inoltre viene pericolosamente ampliata la responsabilità del direttore per omesso controllo, ormai improponibile in via di principio e sicuramente devastante per le testate digitali caratterizzate da un continuo aggiornamento;
2) un diritto di rettifica immediata e integrale al testo ritenuto lesivo della dignità dall’interessato, senza possibilità di replica o commento né del giornalista né del direttore responsabile, e che invece di una “rettifica”, si configura come un diritto assoluto di replica, assistito da sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza, che prescinde, nei presupposti della richiesta, dalla falsità della notizia o dal carattere diffamatorio dell’informazione;
3) l’introduzione di una sorta di generico diritto all’oblio che consentirebbe indiscriminate richieste di rimozione di informazioni e notizie dal web se ritenute diffamatorie o contenenti dati personali ipoteticamente trattati in violazione di disposizioni di legge. Previsione questa che non appare limitata alle sole testate giornalistiche registrate ma applicabile a qualsiasi fonte informativa, sia essa un sito generico, un blog, un aggregatore di notizie o un motore di ricerca, e che fa riferimento al trattamento illecito dei dati che è concetto dai confini incerti in particolare nell’ambito del diritto di cronaca e critica e che non ha alcuna attinenza col tema della diffamazione.
Più specificamente, la previsione di un assoluto diritto all’oblio, esercitato senza contraddittorio, è destinato a produrre un infinito contenzioso tutte le volte che, di fronte a richieste ingiustificate, il direttore legittimamente decida di non accoglierle. Ma la nuova norma può anche indurre ad accettare la richiesta solo per sottrarsi proprio ad un contenzioso costoso o ingestibile e, soprattutto, può portare alla decisione di non rendere pubbliche notizie per le quali è probabile la richiesta di cancellazione, con un gravissimo effetto di “spontanea” censura preventiva. I rischi non solo per la libertà d’informazione, ma per la stessa democrazia, sono evidenti
Una legge che modifica la normativa sulla stampa al tempo del web deve avere come primo obiettivo la tutela della libertà di espressione e di informazione su ogni medium: e questo non si ottiene prevedendo nuove responsabilità e strumenti di controllo e rimozione, ma estendendo ai nuovi media le garanzie fondamentali previste dalla Costituzione per la stampa tipografica.
La legge sulla diffamazione proposta ha invece il sapore di un inaccettabile “mettetevi in riga”, sotto la minaccia di facili sanzioni, rettifiche e rimozioni, per quei giornalisti coraggiosi, blogger e freelance che difendono il diritto dei cittadini ad essere informati per fare scelte libere e consapevoli.
La mancanza di norme che sanzionino richieste e azioni giudiziarie temerarie o infondate non fa che aggravare un quadro di potenziale pressione sull’informazione che la sola eliminazione del carcere come sanzione non è sufficiente a scongiurare e che anzi con la nuova legge si aggrava.
La nuova legge sulla diffamazione è pericolosa per le molte violazioni in essa previste del diritto costituzionale d’informare e di essere informati.
Per questo invitiamo tutti i cittadini ad aderire a questo appello, e chiediamo ai parlamentari di non approvare la legge.
Ne va della libertà di tutti.
I promotori: Associazione Articolo 21, Associazione Nazionale Stampa Online, Confronti, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Libera Informazione, Libertà e Partecipazione, Ossigeno per l’Informazione, MoveOn, Valigia Blu, USIGRAI
Fonte
La lettera che ha firmato insieme a Marco Travaglio, Milena Gabbanelli, Lirio Abbate ed altri, sottolinea il fatto che in un mondo in cui l'informazione digitale, il giornalismo partecipativo e il dialogo online diventeranno maggioritari, si sta facendo una legge che non prevede adeguate garanzie per il web. Rodotà sottolinea che: "Quello che pure mi preoccupa, è che viene pericolosamente ampliata la responsabilità del direttore per omesso controllo, ormai improponibile in via di principio e sicuramente devastante per i giornali online, caratterizzati da un continuo aggiornamento”.
E' evidente che la questione ci vede estremamente sensibili e preoccupati. Da un lato conferma come la maggiore preoccupazione coercitiva della classe dominante si sia concentrata proprio sulla stampa online sulla quale, come giornale, abbiamo avviato una sfida che si sta rivelando efficace (abbiamo chiuso il 2014 con 2milioni e 850mila visite, il 40% in più rispetto al 2013) e quasi 40mila nella sola prima settimana del 2015, nonostante le festività). Il potere ha ben compreso tale potenzialità – non solo di Contropiano ovviamente – ed è corso ai ripari con una legge dal classico e ipocrita sapore liberale: niente più carcere per i giornalisti ma sanzioni pecuniarie e restrizioni tali da mettere in ginocchio e ridurre al silenzio chi non dispone di solide finanze per pagare le sanzioni. Come abbiamo già scritto in passato sappiamo contare meglio i metri quadrati di una cella che le migliaia di euro di cui si parla nella legge. E con almeno tre processi che ci attendono al varco avremmo preferito di gran lunga la vecchia legge che quella in via di approvazione.
Per contrastare l'approvazione definitiva di questa legge è stato lanciato l'appello "No diffamazione". Ecco il testo che può essere sottoscritto qui.
#meglioilcarcere
La nuova legge sulla diffamazione è sbagliata.
Doveva essere una riforma della legge sulla stampa che eliminando la pena del carcere per i giornalisti, liberava l’informazione dal rischio di sanzioni sproporzionate, a tutela dei diritti fondamentali di cronaca e di critica: il testo licenziato al Senato rischia di ottenere l’effetto opposto, rivelandosi come un maldestro tentativo di limitare la libertà di espressione anche sul web.
La legge sulla diffamazione che potrebbe presto essere approvata, prevede in particolare:
1) sanzioni pecuniarie fino a 50 mila euro che appaiono da un lato inefficaci per i grandi gruppi editoriali e dall’altro potenzialmente devastanti per l’informazione indipendente, in particolare per le piccole testate online. Inoltre viene pericolosamente ampliata la responsabilità del direttore per omesso controllo, ormai improponibile in via di principio e sicuramente devastante per le testate digitali caratterizzate da un continuo aggiornamento;
2) un diritto di rettifica immediata e integrale al testo ritenuto lesivo della dignità dall’interessato, senza possibilità di replica o commento né del giornalista né del direttore responsabile, e che invece di una “rettifica”, si configura come un diritto assoluto di replica, assistito da sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza, che prescinde, nei presupposti della richiesta, dalla falsità della notizia o dal carattere diffamatorio dell’informazione;
3) l’introduzione di una sorta di generico diritto all’oblio che consentirebbe indiscriminate richieste di rimozione di informazioni e notizie dal web se ritenute diffamatorie o contenenti dati personali ipoteticamente trattati in violazione di disposizioni di legge. Previsione questa che non appare limitata alle sole testate giornalistiche registrate ma applicabile a qualsiasi fonte informativa, sia essa un sito generico, un blog, un aggregatore di notizie o un motore di ricerca, e che fa riferimento al trattamento illecito dei dati che è concetto dai confini incerti in particolare nell’ambito del diritto di cronaca e critica e che non ha alcuna attinenza col tema della diffamazione.
Più specificamente, la previsione di un assoluto diritto all’oblio, esercitato senza contraddittorio, è destinato a produrre un infinito contenzioso tutte le volte che, di fronte a richieste ingiustificate, il direttore legittimamente decida di non accoglierle. Ma la nuova norma può anche indurre ad accettare la richiesta solo per sottrarsi proprio ad un contenzioso costoso o ingestibile e, soprattutto, può portare alla decisione di non rendere pubbliche notizie per le quali è probabile la richiesta di cancellazione, con un gravissimo effetto di “spontanea” censura preventiva. I rischi non solo per la libertà d’informazione, ma per la stessa democrazia, sono evidenti
Una legge che modifica la normativa sulla stampa al tempo del web deve avere come primo obiettivo la tutela della libertà di espressione e di informazione su ogni medium: e questo non si ottiene prevedendo nuove responsabilità e strumenti di controllo e rimozione, ma estendendo ai nuovi media le garanzie fondamentali previste dalla Costituzione per la stampa tipografica.
La legge sulla diffamazione proposta ha invece il sapore di un inaccettabile “mettetevi in riga”, sotto la minaccia di facili sanzioni, rettifiche e rimozioni, per quei giornalisti coraggiosi, blogger e freelance che difendono il diritto dei cittadini ad essere informati per fare scelte libere e consapevoli.
La mancanza di norme che sanzionino richieste e azioni giudiziarie temerarie o infondate non fa che aggravare un quadro di potenziale pressione sull’informazione che la sola eliminazione del carcere come sanzione non è sufficiente a scongiurare e che anzi con la nuova legge si aggrava.
La nuova legge sulla diffamazione è pericolosa per le molte violazioni in essa previste del diritto costituzionale d’informare e di essere informati.
Per questo invitiamo tutti i cittadini ad aderire a questo appello, e chiediamo ai parlamentari di non approvare la legge.
Ne va della libertà di tutti.
I promotori: Associazione Articolo 21, Associazione Nazionale Stampa Online, Confronti, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Libera Informazione, Libertà e Partecipazione, Ossigeno per l’Informazione, MoveOn, Valigia Blu, USIGRAI
Fonte
14/10/2013
Ma chi è il nemico della Costituzione?
Landini, Rodotà e Vendola avevano puntato molto sulla manifestazione di ieri. L'avevano indetta prima della crisi di governo poi risoltasi con la “fiducia” votata anche da Berlusconi. Avevano in fondo scommesso sulla rottura delle “larghe intese” e mirato a candidarsi come legittimi e “popolari” sostituti del centrodestra (magari spaccato in mille pezzi, alcuni dei quali “recuperabili”) in un esecutivo guidato dal PD con priorità un po' diverse da quelle attuali.
La loro “difesa della Costituzione” era totalmente e debolmente antiberlusconiana, ed è rimasta fortemente spiazzata dalla prosecuzione delle “larghe intese”. Che la Costituzione sia sotto pesante attacco, non c'è dubbio. Il problema è che Landini, Rodotà e Vendola non vogliono neppure chiedersi “chi” stia smantellando a colpi di maglio la Carta nata dalla Resistenza. Dovrebbero fare i nomi di Napolitano e Letta, quindi dell'intero Pd, oltre che citare ovviamente l'Unione Europea.
Chi è che ha trasformato il ruolo del Presidente della Repubblica in quello di “facitore dei governi” invece che di “custode delle regole costituzionali”?
Chi è che ha nominato un “comitato di saggi” che deve sfornare un progetto di “riforma” che poi questo Parlamento (di “nominati”, quasi per intero incompetente e disinteressati alle materie costituzionali) dovrà soltanto approvare?
Qual è il partito che con più zelo rappresenta la fedeltà assoluta ai diktat della Troika?
Chi è che ha preteso l'inserimento nella Carta dell'obbligo al pareggio di bilancio, impedendo per sempre la possibilità di affrontare le emergenze economiche e sociali o di “limitare” lo strapotere dei mercati finanziari?
Rispondere a queste domande (retoriche, lo ammettiamo) significherebbe fare chiarezza, e rompere definitivamente con i soggetti che stanno realizzando la distruzione dell'assetto istituzionale repubblicano. Un'eventualità che non può neppure esser presa in considerazione da quanti, sulla cosiddetta “via maestra”, puntavano soltanto a fare la “spalla sinistra” di uno schieramento che per definizione non è più “costituzionale”, ma ormai il suo contrario.
La fine politica di Berlusconi toglie di mezzo l'ultimo equivoco che ha reso possibile gli svicolamenti dei tre mancati eroi di ieri, ma anche quelli di una Rifondazione sempre esitante tra rottura e accordo, tra costruzione di un'alternativa indipendente al centrosinistra e alleanza in posizione subordinata pur di recuperare “di straforo” una qualche presenza in Parlamento. Non è più da tempo addebitabile al solo Cavaliere il progetto di rovesciare come un guanto la Costituzione repubblicana. Va invece addebitato soprattutto a coloro che lo hanno infine chiuso in un angolo e costretto alla resa. I nemici della Costituzione abitano al Quirinale e a Palazzo Chigi, e prendono ordini dagli istituti sovranazionali privi di legittimità democratica che stanno determinando non solo le politiche economiche, ma anche le “riforme istituzionali” che ne possano facilitare l'approvazione senza inciampi.
Se Landini, Rodotà e Vendola avessero voluto davvero perseguire l'obiettivo della “difesa” della Carta avrebbero dovuto portare la loro gente allo sciopero generale del 18 e alla manifestazione nazionale dei movimenti sociali, il 19. Avrebbero dovuto unire le forze invece di dividerle – scientemente – per non affrontare né di petto né “di sguincio” il problema dei problemi: di che tipo è la trasformazione in atto e soprattutto chi la sta portando avanti.
Beffardamente, Giorgio Napolitano ha scelto proprio la giornata di ieri per ribadire la “necessità urgente” di stravolgere l'assetto costituzionale italiano. E a poche ore di distanza sia Letta che il berluschino Renzi hanno fatto lo stesso, chiudendo di fatto la porta in faccia a qualsiasi pretesa possa venire dalla “sinistra del centrosinistra”. L'idea di Landini, Rodotà e Vendola non sta in piedi, non ha spazio, non affronta la realtà, non ha alleati dentro “l'arco governativo”.
L'unico risultato della manifestazione di ieri, insomma, è aver sottratto forze all'opposizione sociale, perpetuando quella confusione politica tipica del “ventennio berlusconiano”, quando il problema di “battere Lui” veniva prima di tutto, e qualsiasi sacrificio doveva essere accettato in nome di questa necessità salvifica.
Quel tempo e quel mondo sono finiti. Non ci sono più vere contraddizioni all'interno del blocco sociale dominante (tra un'ala liberista-europeista-tecnocratica e una arraffatrice-clientelare-mafiosa).
C'è un nuovo sceriffo in città: i terminali dell'Unione Europea e dei mercati finanziari. Tutti gli altri ex protagonisti si vanno allineando, alla ricerca di nuova funzione e altri (minori) spazi. Se poi la costruzione europea dovesse esplodere, com'è probabile, riemergeranno con la faccia della feccia fascista, con i nazionalismi identitari e straccioni (come in Grecia, Ungheria e persino in Francia). E non saranno le altrettanto nostalgiche “riedizioni dell'Unione” che potranno contrastarli.
Per questo è urgente scendere in piazza, mobilitarsi, chiarire che l'avversario vero è ora l'Unione Europea e quanti qui ne eseguono le direttive. Questa settimana facciamo il primo passo, con ben due manifestazioni nazionali a Roma. Soltanto il primo passo. Non sarà sulla “via maestra”, ma nella direzione giusta.
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"Siamo forti perchè siamo moderati"
Chissà cosa intendeva dire un costituzionalista serio come Gustavo Zagrebelski intervenendo dal palco a Piazza del Popolo della manifestazione "La via maestra". "Noi non siamo dei conservatori: vogliamo semplicemente che la Costituzione sia viva a venga attuata", ha detto Zagrebelsky e poi ha aggiunto "Noi siamo una piazza forte perché siamo moderati". L'ex giudice della Corte Costituzionale, tra i promotori della manifestazione, ha poi ribadito il parere negativo sulla Commissione per le riforme costituzionali presieduta dal ministro Gaetano Quagliariello, i cosiddetti "40 saggi". "Se si tratta di ridurre il numero dei parlamentari - ha aggiunto Zagrebelsky - allora siamo d'accordo, ma quando si mette in moto una grande macchina come quella per le riforme costituzionali non si sa dove si arriva". L'ex presidente della Corte Costituzionale ha quindi concluso il suo discorso affermando di essere contrario al presidenzialismo.
Il segretario della Fiom Landini ha affermato che "Io non devo rispondere niente a nessuno. In tanti dovranno rispondere a questa piazza, ai tanti italiani che pensano che per cambiare il Paese bisogna applicare la Costituzione". Ha spiegato poi che si è scesi in piazza "non solo per difendere la Costituzione, ma per attuare la Costituzione per cambiare questo Paese". Landini ha risposto così a chi gli chiedeva di commentare il viatico di Napolitano alle riforme costituzionali.
“La Costituzione è stata sequestrata e sono state distorte le regole fondative. Io vorrei che il presidente del Consiglio usasse una parola di verità, le sue parole sono tra la denigrazione e il terrorismo ideologico“ ha detto Stefano Rodotà nel suo intervento. Sulla riduzione del numero dei parlamentari e la modifica del bipolarismo perfetto, ha spiegato il giurista, “c’è ampio consenso sociale. Si sarebbe potuto avviare un processo di revisione limitata della Carta”. Invece, ha sottolineato, si sta tentando, “in assenza di consenso, una scorciatoia pericolosa. Stare attorno alla Costituzione oggi vuol dire evitare un rischio per la democrazia”.
Sulla terrazza del Pincio, di fronte al palco in piazza del Popolo è poi improvvisamente comparso un enorme striscione che richiamava la campagna contro la tortura di stato a partire dai casi avvenuti negli anni delle leggi di emergenza. Lo striscione è stato sequestrato dagli agenti della Digos, ma ha posto su quella piazza un interrogativo pesante sulla crescente contraddizione tra "legalità" e giustizia.
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08/10/2013
Rodotà? Come volevasi dimostrare
"Bruciare i camion in Val di Susa mi ha ricordato quando ero un deputato eletto in Calabria, dove era la mafia a fare certe cose". Lo ha detto il giurista Stefano Rodotà a Otto e mezzo, su La7. "La democrazia non si fa con la violenza - ha aggiunto - basta ricordare le battaglie di Don Ciotti, o della Fiom, hanno vinto davanti ai tribunali". Incalzato dalla Gruber, Stefano Rodotà ha tenuto a precisare che "il 19 Ottobre non immagino neanche di andarci a Roma", chiaro il riferimento alla manifestazione indetta dai movimenti di lotta per la casa, il reddito e l'ambiente.
Solo qualche giorno fa Rodotà aveva sorpreso favorevolmente molti - ma si era attirato l'ira di Alfano e del partito trasversale della fermezza - con alcune valutazioni contro la Tav e le strumentalizzazioni messe in campo contro chi si oppone all'opera. Sono passati solo dieci giorni e Rodotà ci tiene a far capire che lui nella manifestazione dove ci sarà anche il movimento No Tav non "immagina neanche di andarci". Lui in piazza ci andrà una settimana prima con Landini, Don Ciotti e tutti i protagonisti dei casting fissi della sinistra televisiva.
Ma cosa può essere successo in questi dieci giorni? E' successo che il governo delle larghe intese di Letta e Napolitano ha superato la prova del fuoco e non è più il caso né il tempo di disturbare il manovratore.
Il prof. Rodotà è un bravo costituzionalista e una persona onesta, ma ogni volta che è cambiato il clima politico si è sempre adeguato. Era già accaduto alla fine degli anni '70 quando venivano varate le leggi speciali di polizia e i blitz con decine di arresti (e i casi di tortura) si susseguivano con cadenza quasi settimanale. L'assordante silenzio del "garantista" Rodotà in quel periodo è ancora oggi difficile da dimenticare. Ma erano gli anni in cui il PCI era parte integrante del partito della fermezza e dei governi di unità nazionale. Furono altri e pochi i garantisti che alzarono la voce. Qualcuno l'ha pagata con la carriera stroncata, altri videro premiato il loro silenzio.
Fonte
Solo qualche giorno fa Rodotà aveva sorpreso favorevolmente molti - ma si era attirato l'ira di Alfano e del partito trasversale della fermezza - con alcune valutazioni contro la Tav e le strumentalizzazioni messe in campo contro chi si oppone all'opera. Sono passati solo dieci giorni e Rodotà ci tiene a far capire che lui nella manifestazione dove ci sarà anche il movimento No Tav non "immagina neanche di andarci". Lui in piazza ci andrà una settimana prima con Landini, Don Ciotti e tutti i protagonisti dei casting fissi della sinistra televisiva.
Ma cosa può essere successo in questi dieci giorni? E' successo che il governo delle larghe intese di Letta e Napolitano ha superato la prova del fuoco e non è più il caso né il tempo di disturbare il manovratore.
Il prof. Rodotà è un bravo costituzionalista e una persona onesta, ma ogni volta che è cambiato il clima politico si è sempre adeguato. Era già accaduto alla fine degli anni '70 quando venivano varate le leggi speciali di polizia e i blitz con decine di arresti (e i casi di tortura) si susseguivano con cadenza quasi settimanale. L'assordante silenzio del "garantista" Rodotà in quel periodo è ancora oggi difficile da dimenticare. Ma erano gli anni in cui il PCI era parte integrante del partito della fermezza e dei governi di unità nazionale. Furono altri e pochi i garantisti che alzarono la voce. Qualcuno l'ha pagata con la carriera stroncata, altri videro premiato il loro silenzio.
Fonte
24/09/2013
Rodotà, tante cose giuste e una sbagliata: quella decisiva
Uno degli uomini più pacifici e
tranquilli si è trovato improvvisamente al centro di una polemica in
salsa “antiterrorismo” solo per essersi fatto scappare di bocca la
parola “comprensibile”, riferita ad alcune frasi di un documento scritto
in carcere da due prigionieri politici. Naturalmente non per dare loro
ragione, ma per ricordare a tutti che se si trasforma una “grande opera”
inutile in una questione di ordine pubblico, senza ascoltare le
innumerevoli ragioni contrarie, si creano problemi invece di risolverne.
Nelle stesse ore lo stesso Stefano Rodotà ha dato anche un'intervista (http://www.rivistaeuropae.eu/editoriali/rodota-no-al-referendum-sulleuro-litalia-creda-nellue/)
in cui si è detto “ostile” a un eventuale referendum sull'euro,
difendendo a spada tratta la costruzione europea e criticando soltanto
una certa gestione autocratica degli organismi comunitari.
Insomma, come ogni essere umano a Rodotà è
capitato di dire alcune cose giuste e una sbagliata. Peccato che quella
sbagliata – sull'Unione Europea – sia anche quella decisiva ai fini
della costruzione di un'alternativa credibile ai governi della
Troika e quindi anche al Pd. Non dobbiamo certo ricordare ai nostri
lettori che il professor Rodotà, in coppia col segretario generale della
Fiom Cgil – Maurizio Landini – è impegnatissimo nel tentativo di
raccogliere “il popolo della sinistra” in un nuovo – ennesimo –
contenitore elettorale che dovrebbe infine apparentarsi con le liste del
Pd (ammesso e non concesso che il futuro conducator Renzi sia
d'accordo) per “battere la destra berlusconiana”. Tutto già visto, ma
anche un tentativo che raccoglie consensi – e semina altrettanta
confusione – grazie alla popolarità del tandem Rodotà-Landini.
Vediamo i due “incidenti” separatamente
perché riguardano aspetti diversi, anche se complementari, della
“cultura politica” di questo disgraziato paese.
Nei giorni scorsi il governo ha dato - e
spinto i media a dare - grande pubblicità a un immaginifico documento
scritto in cella di isolamento da due prigionieri arrestati nel 2007, in
una retata contro le cosiddette “Nuove Br”. Il motivo è semplice: in
quello stesso giorno il governo decideva di mandare altri 200 soldati in
Val Susa per “proteggere i cantieri” dell'alta velocità. Militari,
non poliziotti o carabinieri, come si fa per “territori nemici” come
l'Afghanistan o l'Iraq. Mandare i soldati contro una popolazione civile è
una cosa ben poco “democratica”, ma se si riesce a dare il senso di una
“misura antiterrorismo” riesce tutto più facile.
Rodotà ha avuto il coraggio civile di
rilevare i connotati orrendi di questa operazione del governo,
pronunciando la frase poi immediatamente incriminata: le parole senza
seguito, scritte in cella da due persone ormai estranee da anni alle
cose del mondo, sono «deprecabili ma comprensibili e non devono
contribuire a derubricare la realizzazione dell’opera a una mera
questione di ordine pubblico». Insomma: “non riparatevi dietro due
fantasmi solo per non mettere in discussione un'opera sballata”.
Si è alzato il coro consueto contro i
“cattivi maestri”, com'era avvenuto contro Bertinotti ai tempi
dell'omicidio di Massimo D'Antona, specialmente da parte di quegli
stessi personaggi – a cominciare da Angelino Alfano, che pure ricopre il
ruolo di ministro di polizia – che trovano invece “normale” invadere i
tribunali per intimidire i magistrati oppure difendere il seggio
senatoriale di un condannato in via definitiva. Fin qui siamo nella
ripetizione sempre uguale del già visto. In un paese in cui la classe
dirigente ha ritenuto “furbo” non fare i conti con la Storia (né con la
guerra civile esplicitata nella Resistenza, né tantomeno con la lotta
armata di sinistra degli anni '70), ci sono dei temi semplicemente
“tabù” sui cui non è possibile nemmeno abbozzare un ragionamento: o si
fa ricorso al frasario “autorizzato”, senza se e senza ma, oppure scatta
immediatamente – e per chiunque, persino contro il pacificissimo Rodotà
– il prestampato d'accusa: “cattivo maestro”, ecc. Giorni fa era stata
la volta di Gianni Vattimo e Erri De Luca. Sarà così contro qualcun
altro, la prossima volta. Non si deve "comprendere" nulla, solo sparar
cazzate a raffica.
Viva Rodotà, dunque?
Non possiamo proprio dirlo. Perché la
questione politica fondamentale del presente è davvero un'altra: la
tenuta o meno dell'Unione Europea, l'accettazione dei suoi vincoli senza
passare per una legittimazione democratica, e quindi la “democrazia
limitata” prevista dal Fiscal Compact e dagli altri accordi dello stesso
genere. Ovvero la costruzione, oppure no, di una opposizione reale alle
politiche dei governi della Troika; un'opposizione all'altezza della
sfida storica, non relegata alla definizione di “piccoli correttivi” a
un inarrestabile processo di “riforma strutturale” deciso nei cieli
sopra Bruxelles.
Qui si ferma il “cantiere” di Rodotà e
Landini, che non mettono minimamente in discussione i trattati europei e
i relativi vincoli; di qui parte il movimento di lotta dell'autunno,
dallo sciopero generale del sindacalismo conflittuale ai movimenti
territoriali e per l'abitare.
Se si vuole davvero dire “basta all'austerità” bisogna anche puntare alla “rottura dell'Unione Europea”. Simul stabunt, simul cadent...
15/09/2013
Costituenti e alibi preventivi
Da qualche anno va avanti il gioco delle cosiddette “costituenti”, quei tentativi cioè di aggregare un po’ di ceto politico, metterlo insieme attorno a un contenitore eterogeneo, farsi la manifestazione autunnale e sciogliersi ancor prima che questa sia giunta alla fine. I nomi, sempre gli stessi: Rifondazione e tutte le altre molecole partitiche ormai orfane del parlamento; pezzi di sindacalismo di base; FIOM; certa intellettualità democratica che dal movimento dei girotondi del 2002 è in cerca del luogo dove esprimere la propria “saggezza”; il Manifesto, organo che viaggia di sconfitta in sconfitta verso l’obiettivo di perdere quei pochi lettori che si ritrova; pezzi sparsi del fu “movimento dei movimenti”. Questo coacervo di sigle, accomunate dal rappresentare unicamente del ceto politico (o giornalistico) a cui garantire uno stipendio, continua a non accorgersi del vuoto sociale che le caratterizza, e pensa di assolvere al proprio compito provando l’ennesima ammucchiata di generali senza esercito.
Da qualche anno però la scena politica delle lotte di classe è cambiata, sconvolgendo i piani dei vari dirigenti pluritrombati. Dalla Val di Susa alle manifestazioni romane del 2010 e del 2011, si è affacciata una eccedenza sociale che delle costituenti e dei tentativi riformisti se ne frega, e che anzi li accomuna al nemico contro il quale combattere. Questa cosiddetta “eccedenza” negli anni non ha subìto alcun tentativo d’organizzazione politica. Un po’ si è riversata nel grillismo, andando ad ingrossare le fila elettorali di un movimento chiaramente stabilizzatore, ma descritto dai media come anti-sistema, e dunque campando di una rendita di corto respiro. Un’altra parte ha deciso costantemente di astenersi, di non interessarsi più al gioco politico, di prendere le distanze da un sistema visto come completamente altro rispetto alle proprie esigenze. Quali che siano i rivoli in cui si è dispersa questa composizione sociale, rimane la difficoltà storica per le sinistre di intercettarla e di organizzarla politicamente. Laddove è avvenuto, come in Val di Susa, se ne sono visti i risultati: un perfetto connubio di protesta civile e conflittuale, di pratiche di piazza e di condivisone assembleare, di azioni dirette e radicali e di consenso popolare. Certo, là il terreno è agevolato dalla scopo immediato della protesta, che ha un obiettivo fisico visibile e attorno a quello organizza la propria vicenda e la propria modalità d’intervento. Ma ciò non toglie che quello è uno degli esempi di come il conflitto vada organizzato e praticato, e non espunto da ogni ipotesi politica.
In questi giorni però sta avvenendo una cosa particolare, che rischia di contrapporre definitivamente la “sinistra” legalitaria e riformista a quella antagonista e di classe (e sarebbe anche ora, aggiungiamo). Da mesi i movimenti di classe italiani hanno lanciato la data del 19 ottobre quale giorno in cui prendere parola con manifestazioni di massa, aprendo di fatto le lotte dell’autunno. La possibilità che si riproduca la dinamica del 15 ottobre 2011 c’è, e per questo chi organizza tenta giustamente un percorso di politicizzazione di quella conflittualità. Al di là di come si sta organizzando questa data (e le altre, come lo sciopero dei sindacati di base il 18, la giornata di lotta del 15 o il corteo sulle lotte ambientali del 12), è là che la sinistra di classe deve puntare per tentare quel recupero sociale che da anni ne determina l’assenza politica in ogni dove. Al di là delle parole d’ordine più o meno condivisibili, o delle modalità organizzative che si vanno proponendo, al di là del merito cioè, se esiste una sinistra conflittuale in Italia è in quella data che deve far valere il suo peso. Lavorando perché non rimanga il solito evento isolato e fine a se stesso, ma che sia il principio di un percorso.
Oggi invece si assiste a uno smarcamento politico abbastanza evidente, ma al tempo stesso subdolo, reso ambiguo proprio dai comportamenti e dalle dichiarazioni di chi sta cercando di costruire un altro evento, nei fatti contrapposto a quello del 19. Il 12 ottobre, cioè, è stata lanciata una diversa manifestazione, a “difesa della legalità e della costituzione”, promossa da Landini e da Rodotà, i due nuovi eroi della sinistra riformista illuminata. Il problema è che a questa reunion di vecchi sodali (da Ferrero a Zagrebelski, da Rodotà a Vendola, da Agnoletto a Casarini) partecipa anche parte di quel movimento che solo pochi mesi fa chiedeva i voti proprio in ragione della sua conflittualità e della sua alterità rispetto all’attuale sistema politico.
Non vorremmo sbagliarci, ma sembra evidente di come questa nuova data assomigli al tentativo di costruzione di un alibi per il 19 ottobre, il tentativo cioè di prendere le distanze politicamente da quello che potrebbe accadere in quella giornata, organizzando la propria manifestazione legalitaria e filocostituzionale che garantirà a questi di far parte dei buoni e dei compatibili, contro la marmaglia che potrebbe esprimersi il 19 secondo canoni poco accettabili. Il tentativo di dividere i buoni dai cattivi, il movimento compatibile da quello ingestibile, è un tentativo che non può avvenire da chi fa politica all’interno dello stesso campo politico. Non ci sembra un caso che da giorni il Manifesto, che mai ha cercato di pubblicizzare la giornata del 19, stia cercando in tutti i modi di pompare la data del 12 pomeriggio, descrivendola come l’evento centrale d’ottobre. Vorremmo anche capire il senso della dichiarazione di Sandro Medici riportata da popoff, quando afferma che “chi non c’è rischia di fare da servente al pezzo dell’artiglieria sbagliata”. Non partecipare a una manifestazione in difesa della legalità non solo è giusto ma sacrosanto. Che tale tentativo lo faccia il Rodotà di turno, nessun problema. Che invece si portino pezzi di movimento a contrapporsi alla data conflittuale del 19, questo è invece un problema che andrebbe chiarito fino in fondo. Coprire una data nazionale (ed europea) lanciata da mesi con gli appelli alla costituzione, cioè, è un tentativo che va denunciato immediatamente. O si sta con la legalità e la costituzione o col conflitto e le lotte di classe. Questa volta è difficile tentare di mantenere i piedi in due staffe.
Fonte
Da qualche anno però la scena politica delle lotte di classe è cambiata, sconvolgendo i piani dei vari dirigenti pluritrombati. Dalla Val di Susa alle manifestazioni romane del 2010 e del 2011, si è affacciata una eccedenza sociale che delle costituenti e dei tentativi riformisti se ne frega, e che anzi li accomuna al nemico contro il quale combattere. Questa cosiddetta “eccedenza” negli anni non ha subìto alcun tentativo d’organizzazione politica. Un po’ si è riversata nel grillismo, andando ad ingrossare le fila elettorali di un movimento chiaramente stabilizzatore, ma descritto dai media come anti-sistema, e dunque campando di una rendita di corto respiro. Un’altra parte ha deciso costantemente di astenersi, di non interessarsi più al gioco politico, di prendere le distanze da un sistema visto come completamente altro rispetto alle proprie esigenze. Quali che siano i rivoli in cui si è dispersa questa composizione sociale, rimane la difficoltà storica per le sinistre di intercettarla e di organizzarla politicamente. Laddove è avvenuto, come in Val di Susa, se ne sono visti i risultati: un perfetto connubio di protesta civile e conflittuale, di pratiche di piazza e di condivisone assembleare, di azioni dirette e radicali e di consenso popolare. Certo, là il terreno è agevolato dalla scopo immediato della protesta, che ha un obiettivo fisico visibile e attorno a quello organizza la propria vicenda e la propria modalità d’intervento. Ma ciò non toglie che quello è uno degli esempi di come il conflitto vada organizzato e praticato, e non espunto da ogni ipotesi politica.
In questi giorni però sta avvenendo una cosa particolare, che rischia di contrapporre definitivamente la “sinistra” legalitaria e riformista a quella antagonista e di classe (e sarebbe anche ora, aggiungiamo). Da mesi i movimenti di classe italiani hanno lanciato la data del 19 ottobre quale giorno in cui prendere parola con manifestazioni di massa, aprendo di fatto le lotte dell’autunno. La possibilità che si riproduca la dinamica del 15 ottobre 2011 c’è, e per questo chi organizza tenta giustamente un percorso di politicizzazione di quella conflittualità. Al di là di come si sta organizzando questa data (e le altre, come lo sciopero dei sindacati di base il 18, la giornata di lotta del 15 o il corteo sulle lotte ambientali del 12), è là che la sinistra di classe deve puntare per tentare quel recupero sociale che da anni ne determina l’assenza politica in ogni dove. Al di là delle parole d’ordine più o meno condivisibili, o delle modalità organizzative che si vanno proponendo, al di là del merito cioè, se esiste una sinistra conflittuale in Italia è in quella data che deve far valere il suo peso. Lavorando perché non rimanga il solito evento isolato e fine a se stesso, ma che sia il principio di un percorso.
Oggi invece si assiste a uno smarcamento politico abbastanza evidente, ma al tempo stesso subdolo, reso ambiguo proprio dai comportamenti e dalle dichiarazioni di chi sta cercando di costruire un altro evento, nei fatti contrapposto a quello del 19. Il 12 ottobre, cioè, è stata lanciata una diversa manifestazione, a “difesa della legalità e della costituzione”, promossa da Landini e da Rodotà, i due nuovi eroi della sinistra riformista illuminata. Il problema è che a questa reunion di vecchi sodali (da Ferrero a Zagrebelski, da Rodotà a Vendola, da Agnoletto a Casarini) partecipa anche parte di quel movimento che solo pochi mesi fa chiedeva i voti proprio in ragione della sua conflittualità e della sua alterità rispetto all’attuale sistema politico.
Non vorremmo sbagliarci, ma sembra evidente di come questa nuova data assomigli al tentativo di costruzione di un alibi per il 19 ottobre, il tentativo cioè di prendere le distanze politicamente da quello che potrebbe accadere in quella giornata, organizzando la propria manifestazione legalitaria e filocostituzionale che garantirà a questi di far parte dei buoni e dei compatibili, contro la marmaglia che potrebbe esprimersi il 19 secondo canoni poco accettabili. Il tentativo di dividere i buoni dai cattivi, il movimento compatibile da quello ingestibile, è un tentativo che non può avvenire da chi fa politica all’interno dello stesso campo politico. Non ci sembra un caso che da giorni il Manifesto, che mai ha cercato di pubblicizzare la giornata del 19, stia cercando in tutti i modi di pompare la data del 12 pomeriggio, descrivendola come l’evento centrale d’ottobre. Vorremmo anche capire il senso della dichiarazione di Sandro Medici riportata da popoff, quando afferma che “chi non c’è rischia di fare da servente al pezzo dell’artiglieria sbagliata”. Non partecipare a una manifestazione in difesa della legalità non solo è giusto ma sacrosanto. Che tale tentativo lo faccia il Rodotà di turno, nessun problema. Che invece si portino pezzi di movimento a contrapporsi alla data conflittuale del 19, questo è invece un problema che andrebbe chiarito fino in fondo. Coprire una data nazionale (ed europea) lanciata da mesi con gli appelli alla costituzione, cioè, è un tentativo che va denunciato immediatamente. O si sta con la legalità e la costituzione o col conflitto e le lotte di classe. Questa volta è difficile tentare di mantenere i piedi in due staffe.
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28/05/2013
A sinistra, il ritorno dell'uguale
Sabato 11 maggio è stata la giornata
dei riti stanchi. I riti di una sinistra dispersa, malridotta, messa
all'angolo dai propri errori, dalle proprie sordità e destinata a
proporre il ritorno dell'uguale.
La scena peggiore si è svolta a Roma, all'assemblea nazionale del Pd. Abbiamo assistito alla decisione di procedere con il rinnovamento eleggendo segretario un già segretario della Cgil, uomo di altra generazione e di antichi riti e intimo sodale di coloro che hanno portato il Pd sull'orlo del suicidio. Basterebbe questo per sottolineare l'inconsistenza dell'assise democratica. Ma in realtà non basta. Perché il Pd è ancora in grado di ballare sopra la propria disgregazione senza aprire una discussione politica quale essa sia. Ci hanno provato alcuni interventi a indicare un profilo futuro, il più legato possibile a un'identità socialista o socialdemocratica come argine alla crisi economica. Non si sono accorti, però, che anche la socialdemocrazia ha ormai i suoi guai. Come dimostra l'esperienza disastrosa di François Hollande in Francia o la proposta della Spd tedesca di sciogliere l'Internazionale socialista in una nebulosa, per ora, "Alleanza progressista".
Quello che il Pd non riesce a fare è andare al cuore del problema. Che riguarda la propria identità politica, la natura delle proprie scelte e la definizione di un progetto politico. Soprattutto ora che è venuto meno il collante dell'antiberlusconismo militante, sacrificato sull'altare di una governabilità purché sia. Il Pd è da tempo un partito che ha rotto con gli antichi legami di classe e con gli interessi dei ceti popolari ma non può dirlo ad alta voce perché in quell'ambito pesca ancora parte dei propri consensi. A oltre trent'anni dal "guado", che caratterizzò il Pci, incapace allora di scegliere l'approdo definitivo alla socialdemocrazia occidentale, anche il Pd non sceglie di compiere definitivamente la propria traiettoria moderata e centrista. Allo stesso tempo, gli è preclusa la strada di un riformismo moderato impedito dalla fine dei margini di mediazione e di compromesso sociale esauriti dalla crisi. Per imboccare, davvero, una strada alternativa di fronte alla durezza della recessione internazionale, un partito dovrebbe chiedere la fine del fiscal compact, la rinegoziazione del debito, una politica di espansione finanziaria che però impatterebbe contro i parametri imposti da Maastricht. Un po' troppo per chi si definisce campione dell'europeismo liberale.
Alla crisi di identità si somma, e ne discende, la lotta interna tra cordate in guerra perenne. Quando si sta insieme su obiettivi poco chiari, del resto, a prevalere è lo spirito di clan, l'appartenenza a logiche di potere di cui è stata maestra la Democrazia cristiana o il Psi. Il Pd, con la vicenda degli scrutini per il Quirinale, è riuscito a incarnare i vizi della peggior Dc che, però, nella sua lunga storia è riuscita a trovare al proprio interno vincoli di unità che il Pd non sa trovare.
L'elezione di Epifani si è svolta su questa traccia nascondendo il vero scontro che sta covando in quel partito, quello tra Enrico Letta e Matteo Renzi per la futura leadership di un governo di centrosinistra. Sempre che gli avvenimenti dei prossimi mesi rendano possibile questo scenario e non si assista a rivolgimenti ulteriori.
Un altro rito si è consumato, sempre a Roma, ma stavolta in piazza. Quella di Sinistra, Ecologia e Libertà, infatti, è stata la classica manifestazione di partito contrabbandata per rifondazione della sinistra. Percorso annunciato, da circa venti anni, dagli stessi protagonisti e mai avvenuto. Nel comizio conclusivo, Nichi Vendola ha fatto chiaramente capire che, pur seguendo un itinerario diverso e cercando di capitalizzare lo scontento a sinistra per il governo Letta-Alfano, la strategia è quella di attendere la "conversione" del Pd e il suo ritorno nell'alveo del centrosinistra. E' una prospettiva di fondo a cui Sel non può rinunciare, pena la modifica della propria natura. Ma pensare di costruire una sinistra che, al fondo, deve attendere il Pd, significa rinunciare all'impresa. Significa, di fatto, precludersi la necessaria ricerca di un programma all'altezza della crisi - rifiuto del debito, patrimoniale, riforma fiscale, diritti del lavoro, etc. - su cui provare a innescare una riscossa sociale e una lotta per il governo. E' questo che spiega il successo del movimento grillino che, ponendosi con chiarezza fuori dai classici schieramenti italiani e su un programma eclettico ma radicale, ha ottenuto uno sfondamento elettorale di portata storica. Grillo è lo specchio in cui la sinistra tradizionale può osservare tutti i propri errori, il volto che ricorderà sempre le tante occasioni mancate.
Diverso il discorso di Stefano Rodotà, vero protagonista della manifestazione, che in questi giorni sta frequentando diversi tavoli e diverse piazze - sabato 18 sarà in quella della Fiom - proponendo un'ipotesi, più intelligente, di accumulazione delle forze anche sul piano programmatico, prima di procedere alla proclamazione "frettolosa" di nuovi partiti o partitini. Un intento lucido, visti gli errori finora compiuti, ma che non definisce una traiettoria comprensibile e non si discosta da una concezione "giuridica" del conflitto sociale. Anche perché, anche lui, si muove nel solco del "no" alla divisione della sinistra, intendendo per sinistra anche il Pd.
Su un altro piano, per la natura e la storia dei soggetti in campo, si colloca la vicenda che ha portato a Bologna alla nascita del movimento anticapitalista "Ross@", capeggiato da Giorgio Cremaschi. Qui siamo fuori dagli errori della sinistra di governo - fatta eccezione per quella componente di Rifondazione che continua a non chiarire dove vuole stare -. Siamo però nel campo di una storia che riguarda, o ha riguardato, settori che si sono battuti per il cambiamento e la trasformazione sociale e compagni di strada di un percorso storico. Per quanto, sia pure da posizioni distanti, si possano fare gli auguri ai promotori dell'iniziativa, la delusione per l'assemblea bolognese è stata forte. Quello che, finora, è stato il gruppo trainante dell'esperienza del Comitato No Debito nulla ha detto sulla conclusione di quella esperienza e sul fatto che, oggi, i proponenti del nuovo progetto siano in numero ridotto rispetto a quelli originari. Ma è l'orizzonte delineato, la sequenza, e l'età politica (non anagrafica) dei vari dirigenti, a offrire la sensazione di una "coazione a ripetere".
Sul piano dei contenuti colpiscono, negativamente, i riferimenti ideologici al "socialismo del XXI secolo" da conquistare "progressivamente", la riproposizione consolatoria di un'identità "rossa", socialista addirittura, su cui non è fatta alcuna riflessione, o la sordina posta su temi internazionali, pensiamo alla Siria, che imporranno scelte scottanti. Ma a renderci distanti è, soprattutto, la scelta di riproporre il meccanismo tradizionale della soggettività incardinata sulla proposta di un micro-soggetto pre-definitivo rispetto ai conflitti e alle esperienze politiche, soprattutto quelle delle nuove generazioni. Alle quali si finirà per proporre, inevitabilmente, una "linea" costruita tutta dall'esterno, senza la mescolanza di esperienze, coscienze e progetti, resa necessaria dalla disfatta subita storicamente e dalle grandi modificazioni avvenute nel capitalismo contemporaneo. Quelle relative alla composizione di classe, l'assottigliarsi dei linguaggi e delle categorie storiche, la sostanziale fine del movimento operaio come lo abbiamo conosciuto nel Novecento. Lo stesso "tsunami" realizzato dalla vicenda Grillo, un sommovimento nella relazione tra "masse" e politica, rendono quello schema desueto e inefficace. Si tratta, ovviamente, di un giudizio di parte ma come tale lo proponiamo.
Il problema è che non si riesce a cogliere la portata epocale delle trasformazioni avvenute. Quello che accade oggi al Pd, che a cascata riguarda Sel e le altre forze di sinistra, è quello che è già accaduto in passato alla sinistra radicale. Bertinotti è stato steso un po' prima di Bersani. La crisi però è la stessa ed è la crisi che si è affermata con l'89 e con l'incapacità della sinistra storica, radicale e moderata, rivoluzionaria e riformista, di riconnettersi al tempo presente. “Dobbiamo stare di più nei luoghi del conflitto” è stato ripetuto a dismisura per anni e anni. Nessuno, però, si è posto l'altra domanda: per dire cosa? La capacità di dire qualcosa e il diritto, l'autorevolezza, di poterlo fare in luoghi sfuggenti del conflitto e in ambiti fluidi della movimentazione sociale, costituiscono i corni del problema della ricostruzione di una nuova soggettività.
Il futuro ha bisogno di un'irruzione e di una novità. Ha bisogno di sperimentazioni, sociali, politiche e poi miste. Ha bisogno di rotture epistemologiche con la storia passata e di recupero della memoria nel senso benjamiano. Occorre aprirsi a questa opzione e fare in modo che si possa affermare "quello che ancora deve venire al mondo". Il nuovo non scaturisce dall'antico per germinazione, per filiazione legittima, ma in virtù della trasgressione di ciò che esiste e dell'ordine stabilito.
Fonte
La scena peggiore si è svolta a Roma, all'assemblea nazionale del Pd. Abbiamo assistito alla decisione di procedere con il rinnovamento eleggendo segretario un già segretario della Cgil, uomo di altra generazione e di antichi riti e intimo sodale di coloro che hanno portato il Pd sull'orlo del suicidio. Basterebbe questo per sottolineare l'inconsistenza dell'assise democratica. Ma in realtà non basta. Perché il Pd è ancora in grado di ballare sopra la propria disgregazione senza aprire una discussione politica quale essa sia. Ci hanno provato alcuni interventi a indicare un profilo futuro, il più legato possibile a un'identità socialista o socialdemocratica come argine alla crisi economica. Non si sono accorti, però, che anche la socialdemocrazia ha ormai i suoi guai. Come dimostra l'esperienza disastrosa di François Hollande in Francia o la proposta della Spd tedesca di sciogliere l'Internazionale socialista in una nebulosa, per ora, "Alleanza progressista".
Quello che il Pd non riesce a fare è andare al cuore del problema. Che riguarda la propria identità politica, la natura delle proprie scelte e la definizione di un progetto politico. Soprattutto ora che è venuto meno il collante dell'antiberlusconismo militante, sacrificato sull'altare di una governabilità purché sia. Il Pd è da tempo un partito che ha rotto con gli antichi legami di classe e con gli interessi dei ceti popolari ma non può dirlo ad alta voce perché in quell'ambito pesca ancora parte dei propri consensi. A oltre trent'anni dal "guado", che caratterizzò il Pci, incapace allora di scegliere l'approdo definitivo alla socialdemocrazia occidentale, anche il Pd non sceglie di compiere definitivamente la propria traiettoria moderata e centrista. Allo stesso tempo, gli è preclusa la strada di un riformismo moderato impedito dalla fine dei margini di mediazione e di compromesso sociale esauriti dalla crisi. Per imboccare, davvero, una strada alternativa di fronte alla durezza della recessione internazionale, un partito dovrebbe chiedere la fine del fiscal compact, la rinegoziazione del debito, una politica di espansione finanziaria che però impatterebbe contro i parametri imposti da Maastricht. Un po' troppo per chi si definisce campione dell'europeismo liberale.
Alla crisi di identità si somma, e ne discende, la lotta interna tra cordate in guerra perenne. Quando si sta insieme su obiettivi poco chiari, del resto, a prevalere è lo spirito di clan, l'appartenenza a logiche di potere di cui è stata maestra la Democrazia cristiana o il Psi. Il Pd, con la vicenda degli scrutini per il Quirinale, è riuscito a incarnare i vizi della peggior Dc che, però, nella sua lunga storia è riuscita a trovare al proprio interno vincoli di unità che il Pd non sa trovare.
L'elezione di Epifani si è svolta su questa traccia nascondendo il vero scontro che sta covando in quel partito, quello tra Enrico Letta e Matteo Renzi per la futura leadership di un governo di centrosinistra. Sempre che gli avvenimenti dei prossimi mesi rendano possibile questo scenario e non si assista a rivolgimenti ulteriori.
Un altro rito si è consumato, sempre a Roma, ma stavolta in piazza. Quella di Sinistra, Ecologia e Libertà, infatti, è stata la classica manifestazione di partito contrabbandata per rifondazione della sinistra. Percorso annunciato, da circa venti anni, dagli stessi protagonisti e mai avvenuto. Nel comizio conclusivo, Nichi Vendola ha fatto chiaramente capire che, pur seguendo un itinerario diverso e cercando di capitalizzare lo scontento a sinistra per il governo Letta-Alfano, la strategia è quella di attendere la "conversione" del Pd e il suo ritorno nell'alveo del centrosinistra. E' una prospettiva di fondo a cui Sel non può rinunciare, pena la modifica della propria natura. Ma pensare di costruire una sinistra che, al fondo, deve attendere il Pd, significa rinunciare all'impresa. Significa, di fatto, precludersi la necessaria ricerca di un programma all'altezza della crisi - rifiuto del debito, patrimoniale, riforma fiscale, diritti del lavoro, etc. - su cui provare a innescare una riscossa sociale e una lotta per il governo. E' questo che spiega il successo del movimento grillino che, ponendosi con chiarezza fuori dai classici schieramenti italiani e su un programma eclettico ma radicale, ha ottenuto uno sfondamento elettorale di portata storica. Grillo è lo specchio in cui la sinistra tradizionale può osservare tutti i propri errori, il volto che ricorderà sempre le tante occasioni mancate.
Diverso il discorso di Stefano Rodotà, vero protagonista della manifestazione, che in questi giorni sta frequentando diversi tavoli e diverse piazze - sabato 18 sarà in quella della Fiom - proponendo un'ipotesi, più intelligente, di accumulazione delle forze anche sul piano programmatico, prima di procedere alla proclamazione "frettolosa" di nuovi partiti o partitini. Un intento lucido, visti gli errori finora compiuti, ma che non definisce una traiettoria comprensibile e non si discosta da una concezione "giuridica" del conflitto sociale. Anche perché, anche lui, si muove nel solco del "no" alla divisione della sinistra, intendendo per sinistra anche il Pd.
Su un altro piano, per la natura e la storia dei soggetti in campo, si colloca la vicenda che ha portato a Bologna alla nascita del movimento anticapitalista "Ross@", capeggiato da Giorgio Cremaschi. Qui siamo fuori dagli errori della sinistra di governo - fatta eccezione per quella componente di Rifondazione che continua a non chiarire dove vuole stare -. Siamo però nel campo di una storia che riguarda, o ha riguardato, settori che si sono battuti per il cambiamento e la trasformazione sociale e compagni di strada di un percorso storico. Per quanto, sia pure da posizioni distanti, si possano fare gli auguri ai promotori dell'iniziativa, la delusione per l'assemblea bolognese è stata forte. Quello che, finora, è stato il gruppo trainante dell'esperienza del Comitato No Debito nulla ha detto sulla conclusione di quella esperienza e sul fatto che, oggi, i proponenti del nuovo progetto siano in numero ridotto rispetto a quelli originari. Ma è l'orizzonte delineato, la sequenza, e l'età politica (non anagrafica) dei vari dirigenti, a offrire la sensazione di una "coazione a ripetere".
Sul piano dei contenuti colpiscono, negativamente, i riferimenti ideologici al "socialismo del XXI secolo" da conquistare "progressivamente", la riproposizione consolatoria di un'identità "rossa", socialista addirittura, su cui non è fatta alcuna riflessione, o la sordina posta su temi internazionali, pensiamo alla Siria, che imporranno scelte scottanti. Ma a renderci distanti è, soprattutto, la scelta di riproporre il meccanismo tradizionale della soggettività incardinata sulla proposta di un micro-soggetto pre-definitivo rispetto ai conflitti e alle esperienze politiche, soprattutto quelle delle nuove generazioni. Alle quali si finirà per proporre, inevitabilmente, una "linea" costruita tutta dall'esterno, senza la mescolanza di esperienze, coscienze e progetti, resa necessaria dalla disfatta subita storicamente e dalle grandi modificazioni avvenute nel capitalismo contemporaneo. Quelle relative alla composizione di classe, l'assottigliarsi dei linguaggi e delle categorie storiche, la sostanziale fine del movimento operaio come lo abbiamo conosciuto nel Novecento. Lo stesso "tsunami" realizzato dalla vicenda Grillo, un sommovimento nella relazione tra "masse" e politica, rendono quello schema desueto e inefficace. Si tratta, ovviamente, di un giudizio di parte ma come tale lo proponiamo.
Il problema è che non si riesce a cogliere la portata epocale delle trasformazioni avvenute. Quello che accade oggi al Pd, che a cascata riguarda Sel e le altre forze di sinistra, è quello che è già accaduto in passato alla sinistra radicale. Bertinotti è stato steso un po' prima di Bersani. La crisi però è la stessa ed è la crisi che si è affermata con l'89 e con l'incapacità della sinistra storica, radicale e moderata, rivoluzionaria e riformista, di riconnettersi al tempo presente. “Dobbiamo stare di più nei luoghi del conflitto” è stato ripetuto a dismisura per anni e anni. Nessuno, però, si è posto l'altra domanda: per dire cosa? La capacità di dire qualcosa e il diritto, l'autorevolezza, di poterlo fare in luoghi sfuggenti del conflitto e in ambiti fluidi della movimentazione sociale, costituiscono i corni del problema della ricostruzione di una nuova soggettività.
Il futuro ha bisogno di un'irruzione e di una novità. Ha bisogno di sperimentazioni, sociali, politiche e poi miste. Ha bisogno di rotture epistemologiche con la storia passata e di recupero della memoria nel senso benjamiano. Occorre aprirsi a questa opzione e fare in modo che si possa affermare "quello che ancora deve venire al mondo". Il nuovo non scaturisce dall'antico per germinazione, per filiazione legittima, ma in virtù della trasgressione di ciò che esiste e dell'ordine stabilito.
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05/05/2013
Cambiare la Costituzione? Facciamo una bella Convenzione con Silvio...
L'"inciucio" è una prassi vita, non una caduta di stile episodica. Così,
dopo la rinomina di Napolitano e il governo scendi-Letta, si prova a
trasformare questo paese in un sistema oligarchico blindato. Ultimo
esperimento nel "laboratorio degli orrori"...
L'idea della Convenzione era stata partorita dai "saggi" nominati da Napolitano. E a molti era sembrata subito una "pensata" extra-costituzionale, visto che per ogni possibile cambiamento della Costituzione la via maestra è quella prevista dall'art. 138 della Costituzione stessa.
Ma se può fare qualcosa per stracciare la Costituzione vigente, come nella "legge di Murphy", questa maggioranza inciucista lo farà sicuramente. Peccato che - a parte le misure di politica economica, dettate dalla Troika - non vanno d'accordo quasi su nulla...
Il problema, ancora una volta, sembra costituito da Berlusconi. Che si è subito auto candidato per presiederla. Ma mettere un piduista - anche volendo tralasciare le altre non proprio secondarie accuse nei suoi confronti - a capo della commissione incaricata di riscrivere la Costituzione nata dalla Resistenza è sembrato un po' eccessivo persino a Matteo Renzi, che pure col Cavaliere sembra intendersi alla perfezione sul piano politico. E non poteva farsi scappare l'occasione di darsi uno spruzzo di "profumo di sinistra" anche il povero Stefano Fassina, passato nell'arco di pochi giorni dal fare il "teorico" del pensiero economico progressista in casa Pd al più chiaro incarico di viceministro dell'economia; quello che dovrà attuare tutti gli obblighi previsti dal Fiscal Compact, a cominciare dai tagli di spesa necessari da subito per trovare - mantenendo i saldi invariati - le risorse per "rimodulare" l'Imu, affrontare l'enorme platea degli "esodati", rifinanziare la cassa integrazione che intanto va aumentando in tutto il paese, ecc.
La pantomima sulla Convenzione si va peraltro a intrecciare con la nomina dei presidenti delle Commissioni parlamentari. Grillo, come "opposizione autentica" aspira a ottenere per i suoi quelle "di garanzia", ovvero il Copasir (controllo dei servizi segreti) e Comunicazioni (informazione Rai, ecc). Diciamo che al momento sembra assai più probabile che possano finire in mano alle due "opposizioni della Corona", ovvero Sel sul centrosinistra e Lega sul centrodestra.
Ma Comunicazioni e Giustizia (e te pareva...) sono anche nel mirino berlusconiano, per palesi ragioni di bottega del Caimano. Anzi, c'è chi addirittura ipotizza che la prenotazione avanzata sulla Convenzione sia soltanto la solita "mossa del cavallo" per ottenere "in cambio" le presidenza di queste due commissioni.
Insomma, un bel clima "di squadra", che promette giornate felici e radiose per l'allenatore nel pallone (Letta, ma anche Napolitano). Il Pd sta già dando prova di incompetenza assoluta, su questo fronte, con lo sconosciuto Dario Ginefra arrivato a suggerire che la presidenza sia affidata... a Giorgio Napolitano (probabile venga indicato anche come arbitro del derby Roma-Lazio per la finale di Coppa Italia, a questo punto).
Per quel che ci riguarda, siamo dell'opinione che la Convenzione sia il problema, non la soluzione. Insomma, che sia già un poco "golpista" l'idea di farla.
In secondo luogo, ci sono i problemi di merito. Repubblica parlamentare, rafforzamento del potere esecutivo nei confronti del parlamentare e del giudiziario, ecc, sono tutte "riforme" di stampo reazionario - in questo quadro segnato da interessi corposi, ignoranza e pressapochismo istituzionali - contro cui chiamiamo tutti alla lotta e alla Resistenza.
Per approfondire il tema, si può leggere l'intervento di Franco Russo in vista dell'assemblea di Bologna dell'11 maggio.
Su una linea molto simile si è mosso per proprio conto anche Stefano Rodotà, inopinatamente chiamato in causa dai vendoliani come possibile presidente della Convenzione (a riprova dell'ignoranza e pressapochismo istituzionale che regna anche "a sinistra").
“Non sono assolutamente disponibile a guidare la Convenzione per le riforme istituzionali, un organismo che rappresenta un rischiosissimo attacco ai principi costituzionali“. Che ha precisato ancora: “La Convenzione è un cattivo servizio alla politica costituzionale, esattamente all’opposto di quello che si dovrebbe fare: rimettere al centro dell’attenzione il Parlamento”. Conflittuale, su questo piano, la sua proposta: "Non solo non la voglio guidare ma mi auguro proprio che non funzioni, anzi, ci organizziamo in un'anti-Convenzione".
Sembra il minimo...
Fonte
L'idea della Convenzione era stata partorita dai "saggi" nominati da Napolitano. E a molti era sembrata subito una "pensata" extra-costituzionale, visto che per ogni possibile cambiamento della Costituzione la via maestra è quella prevista dall'art. 138 della Costituzione stessa.
Ma se può fare qualcosa per stracciare la Costituzione vigente, come nella "legge di Murphy", questa maggioranza inciucista lo farà sicuramente. Peccato che - a parte le misure di politica economica, dettate dalla Troika - non vanno d'accordo quasi su nulla...
Il problema, ancora una volta, sembra costituito da Berlusconi. Che si è subito auto candidato per presiederla. Ma mettere un piduista - anche volendo tralasciare le altre non proprio secondarie accuse nei suoi confronti - a capo della commissione incaricata di riscrivere la Costituzione nata dalla Resistenza è sembrato un po' eccessivo persino a Matteo Renzi, che pure col Cavaliere sembra intendersi alla perfezione sul piano politico. E non poteva farsi scappare l'occasione di darsi uno spruzzo di "profumo di sinistra" anche il povero Stefano Fassina, passato nell'arco di pochi giorni dal fare il "teorico" del pensiero economico progressista in casa Pd al più chiaro incarico di viceministro dell'economia; quello che dovrà attuare tutti gli obblighi previsti dal Fiscal Compact, a cominciare dai tagli di spesa necessari da subito per trovare - mantenendo i saldi invariati - le risorse per "rimodulare" l'Imu, affrontare l'enorme platea degli "esodati", rifinanziare la cassa integrazione che intanto va aumentando in tutto il paese, ecc.
La pantomima sulla Convenzione si va peraltro a intrecciare con la nomina dei presidenti delle Commissioni parlamentari. Grillo, come "opposizione autentica" aspira a ottenere per i suoi quelle "di garanzia", ovvero il Copasir (controllo dei servizi segreti) e Comunicazioni (informazione Rai, ecc). Diciamo che al momento sembra assai più probabile che possano finire in mano alle due "opposizioni della Corona", ovvero Sel sul centrosinistra e Lega sul centrodestra.
Ma Comunicazioni e Giustizia (e te pareva...) sono anche nel mirino berlusconiano, per palesi ragioni di bottega del Caimano. Anzi, c'è chi addirittura ipotizza che la prenotazione avanzata sulla Convenzione sia soltanto la solita "mossa del cavallo" per ottenere "in cambio" le presidenza di queste due commissioni.
Insomma, un bel clima "di squadra", che promette giornate felici e radiose per l'allenatore nel pallone (Letta, ma anche Napolitano). Il Pd sta già dando prova di incompetenza assoluta, su questo fronte, con lo sconosciuto Dario Ginefra arrivato a suggerire che la presidenza sia affidata... a Giorgio Napolitano (probabile venga indicato anche come arbitro del derby Roma-Lazio per la finale di Coppa Italia, a questo punto).
Per quel che ci riguarda, siamo dell'opinione che la Convenzione sia il problema, non la soluzione. Insomma, che sia già un poco "golpista" l'idea di farla.
In secondo luogo, ci sono i problemi di merito. Repubblica parlamentare, rafforzamento del potere esecutivo nei confronti del parlamentare e del giudiziario, ecc, sono tutte "riforme" di stampo reazionario - in questo quadro segnato da interessi corposi, ignoranza e pressapochismo istituzionali - contro cui chiamiamo tutti alla lotta e alla Resistenza.
Per approfondire il tema, si può leggere l'intervento di Franco Russo in vista dell'assemblea di Bologna dell'11 maggio.
Su una linea molto simile si è mosso per proprio conto anche Stefano Rodotà, inopinatamente chiamato in causa dai vendoliani come possibile presidente della Convenzione (a riprova dell'ignoranza e pressapochismo istituzionale che regna anche "a sinistra").
“Non sono assolutamente disponibile a guidare la Convenzione per le riforme istituzionali, un organismo che rappresenta un rischiosissimo attacco ai principi costituzionali“. Che ha precisato ancora: “La Convenzione è un cattivo servizio alla politica costituzionale, esattamente all’opposto di quello che si dovrebbe fare: rimettere al centro dell’attenzione il Parlamento”. Conflittuale, su questo piano, la sua proposta: "Non solo non la voglio guidare ma mi auguro proprio che non funzioni, anzi, ci organizziamo in un'anti-Convenzione".
Sembra il minimo...
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20/04/2013
Ecco perché il Pd non voterà mai Rodotà
Il professore è una persona interna al Partito Democratico, ma ha il brutto vizio di non essere ricattabile. Gli altri nomi che circolano, invece, sì. [di Cinzia Gubbini]
Che il presidente della Repubblica rappresenti una garanzia, può essere una cosa bella o una cosa brutta: dipende chi, e cosa, garantisce. Come queste ore febbrili stanno dimostrando, nonostante quella italiana non sia una Repubblica presidenziale, l'elezione del Capo dello Stato è una operazione molto più impastata di politica e strategie (spesso inconfessabili) della formazione di un governo: un ministro si può sempre cambiare, il presidente della Repubblica siede al Quirinale per sette, lunghi, anni.
Inconfessabile: parola chiave in questa particolare partita di giro in parlamento. Lo dimostra il fatto che nessuno, né Bersani, né D'Alema - che dalle seconde file sta prepotentemente ritornando nelle prime - né Angela Finocchiaro - che è un po' come dire D'Alema - né Rosy Bindi, né i margheritini, hanno trovato due minuti di tempo per spiegare una cosa ai propri elettori: ma perché il Pd non può votare Stefano Rodotà? Qual è il problema di quest'uomo, fine intellettuale, presidente del Pds, da sempre fedele elettore del centrosinistra, uno che per le elezioni romane in arrivo a fine maggio - altra arena sanguinosa per il Pd - ha addirittura dato l'indicazione a votare Ignazio Marino, sostenuto dalle anime grigie del Pd come Gianfranco Bettini. Che cos'ha Rodotà che non va? Una cosa: Stefano Rodotà non è una persona ricattabile. E questo è un problema. Paradossalmente, se qualcuno può mettere una buona parola sul professore, saranno i potentati internazionali, spaventati da quale potrebbe essere la reazione del paese a una nomina incomprensibile di un presidente delle Repubblica.
Per ora il nome si cerca. Pd e Pdl danno indicazione di votare scheda bianca. Un segnale in più della sicurezza che hanno sul fatto che Stefano Rodotà ha possibilità minime di raggiungere il quorum, nonostante ormai sia a 508 voti. In questo caso, nonostante interessi contrastanti in campo, sono sicuri che nessuno tradirà.
Nelle ultimissime ore sembra che Pd e Pdl abbiano deciso di andare proprio sul sicuro: puntare, almeno per un altro anno, su Giorgio Napolitano, ovvero il garante per due anni della "pax" tra destra e sinistra. Alla fin fine, la carta istituzionale è quella che conviene a tutti, nessuno "strappo", nessuna "forzatura" da dare in pasto alla piazza. Meglio il sonnifero. E Giorgio Napolitano sotto il profilo della affidabilità è una garanzia totale: un uomo che è una tomba, anche perché di segreti inconfessabili ne ha parecchi anche lui. Il lettore interessato non li troverà mai nelle sue autobiografie. Per esempio il suo ruolo e le sue relazioni con il Kgb. D'altronde quale sia la sua interpretazione della garanzia istituzionale l'ha dimostrato ampiamente in tutta la storia della trattativa Stato-mafia.
Ma ci sono, e tutto si sta decidendo in queste ore, ancora dei possibili altri scenari.
Si fa, insistentemente, anche se per adesso nessuno la "brucia", il nome di Annamaria Cancellieri (ieri 78 voti) . Un nome che, secondo questa logica, sarebbe perfetto: donna, profilo istituzionale, tutto sommato nessuno protesterebbe. Ma Cancellieri è una sicurezza. Intanto ha sempre dato prova di essere una "fedele", anche quando era commissario a Bologna, nella terra rossa ma anche "noir" per quanto riguarda le trame del Pd. In molti si chiedono come mai decise, lei che è un prefetto, rappresenta lo Stato, è fuori dalla politica (ufficialmente) di non mettere il naso in quel fattaccio di Hera Comm Mediterranea, la compartecipata di Hera, la potente società che fornisce energia elettrica e che è di salda matrice emiliana, e che rischia di essere una mina per il Pd. Infatti: da quattro-cinque anni si dice che la Hera Comm Mediterranea - che gestisce l'elettricità prodotta dalla centrale di Sparanise, in quel di Caserta - sia in affari niente meno che con la famiglia Cosentino. Nicola Cosentino dalla patrie galere tace. Per ora. Cancellieri ha anche problemi in famiglia, oltretutto. Si sa che il figlio, il giovane e brillante Piergiorgio Peluso, è finito su tutti i giornali per quella buonuscita da 3,6 milioni di euro da Fonsai dopo soli 14 mesi di lavoro (della serie: perché?). E ora è stato nominato direttore finanziario della Telecom, per carità, sarà uno che ha studiato, però...
Altro nome che circola sin dall'inizio e che pare essere (incredibilmente) ancora in lizza: Giuliano Amato. Del dottor Sottile molto si sa, ma molto anche si dimentica. Un altro piccolo problema del Pd è, come tutti sanno, la questione del Monte dei Paschi di Siena. Una mina, dalle potenzialità di una bomba. Giuliano Amato è da sempre uno degli uomini forti che organizzano le cordate dentro alla "banca rossa", in un ruolo che a volte lo ha visto opposto a D'Alema, ma, insomma, in ogni caso si gioca in casa (leggi qui).
Insistentemente si fa il nome proprio di Massimo D'Alema: senza dubbio è lui il principale fautore dello sfascio di ieri sul nome di Romano Prodi, che il presidente della Fondazione italiani europei non ha mai potuto vedere, per quella "visione" del professore di Bologna, modernista e popolare, per realizzare la quale sarebbe anche disposto a scoperchiare qualche pentolone, se necessario. Troppo inaffidabile, e oltretutto antipatico. Massimo D'Alema ha davvero qualche chance? Non si può mai dire, anche se sembra a tutti gli effetti un po' difficile. La piazza non starebbe a guardare. Tuttavia Gianni Letta, fedelissimo di Berlusconi, pare lavori proprio per Massimo D'Alema. L'ex segretario Ds comunque dispone di molti uomini e donne. Gente fidata, e questo è ciò che conta.
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Che il presidente della Repubblica rappresenti una garanzia, può essere una cosa bella o una cosa brutta: dipende chi, e cosa, garantisce. Come queste ore febbrili stanno dimostrando, nonostante quella italiana non sia una Repubblica presidenziale, l'elezione del Capo dello Stato è una operazione molto più impastata di politica e strategie (spesso inconfessabili) della formazione di un governo: un ministro si può sempre cambiare, il presidente della Repubblica siede al Quirinale per sette, lunghi, anni.
Inconfessabile: parola chiave in questa particolare partita di giro in parlamento. Lo dimostra il fatto che nessuno, né Bersani, né D'Alema - che dalle seconde file sta prepotentemente ritornando nelle prime - né Angela Finocchiaro - che è un po' come dire D'Alema - né Rosy Bindi, né i margheritini, hanno trovato due minuti di tempo per spiegare una cosa ai propri elettori: ma perché il Pd non può votare Stefano Rodotà? Qual è il problema di quest'uomo, fine intellettuale, presidente del Pds, da sempre fedele elettore del centrosinistra, uno che per le elezioni romane in arrivo a fine maggio - altra arena sanguinosa per il Pd - ha addirittura dato l'indicazione a votare Ignazio Marino, sostenuto dalle anime grigie del Pd come Gianfranco Bettini. Che cos'ha Rodotà che non va? Una cosa: Stefano Rodotà non è una persona ricattabile. E questo è un problema. Paradossalmente, se qualcuno può mettere una buona parola sul professore, saranno i potentati internazionali, spaventati da quale potrebbe essere la reazione del paese a una nomina incomprensibile di un presidente delle Repubblica.
Per ora il nome si cerca. Pd e Pdl danno indicazione di votare scheda bianca. Un segnale in più della sicurezza che hanno sul fatto che Stefano Rodotà ha possibilità minime di raggiungere il quorum, nonostante ormai sia a 508 voti. In questo caso, nonostante interessi contrastanti in campo, sono sicuri che nessuno tradirà.
Nelle ultimissime ore sembra che Pd e Pdl abbiano deciso di andare proprio sul sicuro: puntare, almeno per un altro anno, su Giorgio Napolitano, ovvero il garante per due anni della "pax" tra destra e sinistra. Alla fin fine, la carta istituzionale è quella che conviene a tutti, nessuno "strappo", nessuna "forzatura" da dare in pasto alla piazza. Meglio il sonnifero. E Giorgio Napolitano sotto il profilo della affidabilità è una garanzia totale: un uomo che è una tomba, anche perché di segreti inconfessabili ne ha parecchi anche lui. Il lettore interessato non li troverà mai nelle sue autobiografie. Per esempio il suo ruolo e le sue relazioni con il Kgb. D'altronde quale sia la sua interpretazione della garanzia istituzionale l'ha dimostrato ampiamente in tutta la storia della trattativa Stato-mafia.
Ma ci sono, e tutto si sta decidendo in queste ore, ancora dei possibili altri scenari.
Si fa, insistentemente, anche se per adesso nessuno la "brucia", il nome di Annamaria Cancellieri (ieri 78 voti) . Un nome che, secondo questa logica, sarebbe perfetto: donna, profilo istituzionale, tutto sommato nessuno protesterebbe. Ma Cancellieri è una sicurezza. Intanto ha sempre dato prova di essere una "fedele", anche quando era commissario a Bologna, nella terra rossa ma anche "noir" per quanto riguarda le trame del Pd. In molti si chiedono come mai decise, lei che è un prefetto, rappresenta lo Stato, è fuori dalla politica (ufficialmente) di non mettere il naso in quel fattaccio di Hera Comm Mediterranea, la compartecipata di Hera, la potente società che fornisce energia elettrica e che è di salda matrice emiliana, e che rischia di essere una mina per il Pd. Infatti: da quattro-cinque anni si dice che la Hera Comm Mediterranea - che gestisce l'elettricità prodotta dalla centrale di Sparanise, in quel di Caserta - sia in affari niente meno che con la famiglia Cosentino. Nicola Cosentino dalla patrie galere tace. Per ora. Cancellieri ha anche problemi in famiglia, oltretutto. Si sa che il figlio, il giovane e brillante Piergiorgio Peluso, è finito su tutti i giornali per quella buonuscita da 3,6 milioni di euro da Fonsai dopo soli 14 mesi di lavoro (della serie: perché?). E ora è stato nominato direttore finanziario della Telecom, per carità, sarà uno che ha studiato, però...
Altro nome che circola sin dall'inizio e che pare essere (incredibilmente) ancora in lizza: Giuliano Amato. Del dottor Sottile molto si sa, ma molto anche si dimentica. Un altro piccolo problema del Pd è, come tutti sanno, la questione del Monte dei Paschi di Siena. Una mina, dalle potenzialità di una bomba. Giuliano Amato è da sempre uno degli uomini forti che organizzano le cordate dentro alla "banca rossa", in un ruolo che a volte lo ha visto opposto a D'Alema, ma, insomma, in ogni caso si gioca in casa (leggi qui).
Insistentemente si fa il nome proprio di Massimo D'Alema: senza dubbio è lui il principale fautore dello sfascio di ieri sul nome di Romano Prodi, che il presidente della Fondazione italiani europei non ha mai potuto vedere, per quella "visione" del professore di Bologna, modernista e popolare, per realizzare la quale sarebbe anche disposto a scoperchiare qualche pentolone, se necessario. Troppo inaffidabile, e oltretutto antipatico. Massimo D'Alema ha davvero qualche chance? Non si può mai dire, anche se sembra a tutti gli effetti un po' difficile. La piazza non starebbe a guardare. Tuttavia Gianni Letta, fedelissimo di Berlusconi, pare lavori proprio per Massimo D'Alema. L'ex segretario Ds comunque dispone di molti uomini e donne. Gente fidata, e questo è ciò che conta.
Fonte
18/04/2013
Pd e Quirinale: sorprende chi si sorprende
Sono ore convulse per l'elezione del Presidente della Repubblica, talmente convulse che c'è nell'aria la netta sensazione che questa elezione darà il colpo di grazia al Partito Democratico. Siamo di fronte a una semi rivolta da parte di militanti di base, simpatizzanti, elettori e tutta una serie di illusi di sinistra che ruotano intorno a Sel e alla stella polare del Pd come centro della politica. Basta leggere la posizione della segreteria livornese del Pd uscita su facebook per capire a che livello d'imbarazzo è arrivata la questione:
Condividere una scelta con la maggioranza del parlamento è giusto. Ancora di più è farla in sintonia con il paese. Fare un accordo con il pdl di Berlusconi a danno della coalizione di csx No! Non possiamo accettarlo. Marini è una persona stimata e perbene ma non è la persona giusta. Con le nomine dei presidenti di camera e senato avevamo sognato. Ora siamo piombati in un incubo! La segreteria territoriale del PD di Livorno.
La rinuncia da parte di Gino Strada e di Milena Gabbanelli nelle fila del Movimento 5 Stelle hanno spianato la strada a un candidato "di bandiera" come Rodotà che con il passare dei giorni è diventato una figura spendibile, cioè una figura con un significato di rottura con un certo tipo di elite politica ma allo stesso tempo con un profilo istituzionale che non avrebbe rivoluzionato un ruolo di garanzia internazionale come quello del Presidente della Repubblica.
Nonostante consideriamo la figura di Marini addirittura peggiore di quella di Napolitano, non sappiamo se sorprenderci più di questa scelta o di chi si è sorpreso della scelta. Marini è un uomo di apparato, ex democristiano ed ex Partito Popolare/Margherita ma soprattutto ex segretario della Cisl che ha aperto le stagioni degli accordi separati e che ha preparato l'evoluzione della Cisl affinché diventasse l'obbrobrio della segreteria Bonanni.
Allo stesso tempo ci viene da sorridere pensando che un buon numero di italiani pensassero veramente che la rosa di candidati delle quirinarie dei grillini potesse veramente destare un certo tipo di interesse da parte del Pd (eccetto Prodi naturalmente). Probabilmente molti di quelli che si sorprendono, oltre alla natura del Pd, non hanno ben chiaro quale sia il ruolo del Presidente della Repubblica.
Il Presidente della Repubblica in Italia ha un ruolo di garanzia costituzionale (e fin qui si può ragionare di tante figure) ma anche un ruolo di garanzia internazionale rispetto a questioni geopolitiche, militari ed economiche. Vale a dire che il Presidente della Repubblica che è a capo del CSM e della difesa, racchiude in sé tutte quelle responsabilità internazionali fatte di impegni formali e informali, trattati economici e militari e subordinazioni geopolitiche, Nato in testa. E' uno quindi che quando c'è da concedere le basi militari per bombardare la Libia senza passare dal Parlamento o quando c'è da partecipare a qualche guerra deve far sì che il sistema fili liscio senza tanti discorsi.
Il Pd e tutti i suoi predecessori, dal 1999 in Kosovo ad oggi, ha sempre seguito la linea Nato così come ha votato gli impegni internazionali come il Fiscal Compact stipulato dal governo Monti. E' normale che i loro referenti politici siano il PdL e Monti e di rimbalzo la Nato, la troika e i poteri finanziari europei a cui anche il Presidente della Repubblica deve fare da garanzia.
Il Pd dunque è coerente per il motivo per cui esiste. Rassicurare e sostenere i poteri finanziari forti, i vertici militari Nato, i poteri internazionali che chiedono guerre o interventi geopolitici. Perché dovrebbe screditarsi di fronte ai loro riferimenti costitutivi? Per chi? Per cosa? Il loro orizzonte è quello con PdL e Monti per un blocco che difende un mondo che questi poteri garantiscono. Non c'è nulla di strano. Ci sembra molto più ingenuo o incoerente chi continua a chiedere al Pd quello che non è e non sarà mai. Naturalmente tutto ciò al netto del borioso paraculo fiorentino che cavalca la delusione popolare in modo strumentale.
Infine una riflessione storica. Pensate davvero che un paese a sovranità limitata come l'Italia, che viene dalla strategia della tensione, da Gladio e da tentati golpe possa davvero scegliere un Presidente della Repubblica senza il benestare di quei poteri economici e militari che lo ritengono loro colonia? Certo, non è Rodotà una scelta rivoluzionaria, anche se migliore, che romperebbe questi assetti ma sicuramente romperebbe gli assetti interni di quel naturale asse di governo (PdL, Pd e Monti) che fa da garanzia ai suddetti poteri e che in parlamento potrà sempre avere quella maggioranza che serve per dare le garanzie che servono.
Quindi chi è più fuori dal mondo? Il Pd che va avanti per una strada intrapresa fin dalla sua funesta nascita o chi pensa sempre che il Pd possa cambiare e intraprendere delle rotture storiche ed ascoltare la cosiddetta base?
per Senza Soste, Franco Marino
18 aprile 2013
Fonte
Condividere una scelta con la maggioranza del parlamento è giusto. Ancora di più è farla in sintonia con il paese. Fare un accordo con il pdl di Berlusconi a danno della coalizione di csx No! Non possiamo accettarlo. Marini è una persona stimata e perbene ma non è la persona giusta. Con le nomine dei presidenti di camera e senato avevamo sognato. Ora siamo piombati in un incubo! La segreteria territoriale del PD di Livorno.
La rinuncia da parte di Gino Strada e di Milena Gabbanelli nelle fila del Movimento 5 Stelle hanno spianato la strada a un candidato "di bandiera" come Rodotà che con il passare dei giorni è diventato una figura spendibile, cioè una figura con un significato di rottura con un certo tipo di elite politica ma allo stesso tempo con un profilo istituzionale che non avrebbe rivoluzionato un ruolo di garanzia internazionale come quello del Presidente della Repubblica.
Nonostante consideriamo la figura di Marini addirittura peggiore di quella di Napolitano, non sappiamo se sorprenderci più di questa scelta o di chi si è sorpreso della scelta. Marini è un uomo di apparato, ex democristiano ed ex Partito Popolare/Margherita ma soprattutto ex segretario della Cisl che ha aperto le stagioni degli accordi separati e che ha preparato l'evoluzione della Cisl affinché diventasse l'obbrobrio della segreteria Bonanni.
Allo stesso tempo ci viene da sorridere pensando che un buon numero di italiani pensassero veramente che la rosa di candidati delle quirinarie dei grillini potesse veramente destare un certo tipo di interesse da parte del Pd (eccetto Prodi naturalmente). Probabilmente molti di quelli che si sorprendono, oltre alla natura del Pd, non hanno ben chiaro quale sia il ruolo del Presidente della Repubblica.
Il Presidente della Repubblica in Italia ha un ruolo di garanzia costituzionale (e fin qui si può ragionare di tante figure) ma anche un ruolo di garanzia internazionale rispetto a questioni geopolitiche, militari ed economiche. Vale a dire che il Presidente della Repubblica che è a capo del CSM e della difesa, racchiude in sé tutte quelle responsabilità internazionali fatte di impegni formali e informali, trattati economici e militari e subordinazioni geopolitiche, Nato in testa. E' uno quindi che quando c'è da concedere le basi militari per bombardare la Libia senza passare dal Parlamento o quando c'è da partecipare a qualche guerra deve far sì che il sistema fili liscio senza tanti discorsi.
Il Pd e tutti i suoi predecessori, dal 1999 in Kosovo ad oggi, ha sempre seguito la linea Nato così come ha votato gli impegni internazionali come il Fiscal Compact stipulato dal governo Monti. E' normale che i loro referenti politici siano il PdL e Monti e di rimbalzo la Nato, la troika e i poteri finanziari europei a cui anche il Presidente della Repubblica deve fare da garanzia.
Il Pd dunque è coerente per il motivo per cui esiste. Rassicurare e sostenere i poteri finanziari forti, i vertici militari Nato, i poteri internazionali che chiedono guerre o interventi geopolitici. Perché dovrebbe screditarsi di fronte ai loro riferimenti costitutivi? Per chi? Per cosa? Il loro orizzonte è quello con PdL e Monti per un blocco che difende un mondo che questi poteri garantiscono. Non c'è nulla di strano. Ci sembra molto più ingenuo o incoerente chi continua a chiedere al Pd quello che non è e non sarà mai. Naturalmente tutto ciò al netto del borioso paraculo fiorentino che cavalca la delusione popolare in modo strumentale.
Infine una riflessione storica. Pensate davvero che un paese a sovranità limitata come l'Italia, che viene dalla strategia della tensione, da Gladio e da tentati golpe possa davvero scegliere un Presidente della Repubblica senza il benestare di quei poteri economici e militari che lo ritengono loro colonia? Certo, non è Rodotà una scelta rivoluzionaria, anche se migliore, che romperebbe questi assetti ma sicuramente romperebbe gli assetti interni di quel naturale asse di governo (PdL, Pd e Monti) che fa da garanzia ai suddetti poteri e che in parlamento potrà sempre avere quella maggioranza che serve per dare le garanzie che servono.
Quindi chi è più fuori dal mondo? Il Pd che va avanti per una strada intrapresa fin dalla sua funesta nascita o chi pensa sempre che il Pd possa cambiare e intraprendere delle rotture storiche ed ascoltare la cosiddetta base?
per Senza Soste, Franco Marino
18 aprile 2013
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