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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/08/2016

Il M5S torna a parlare di referendum sull’euro. Una tantum o si fa sul serio?

"Noi se in questo momento fossimo al governo usciremmo dall'euro, perché la moneta unica penalizza i Paesi poveri, i Paesi deboli, e noi lo siamo, lo dobbiamo ammettere", ad affermarlo è Nicola Morra, il capogruppo al Senato del Movimento 5 Stelle. E sul blog di Beppe Grillo ricompare l'ipotesi del referendum per l'uscita dalla moneta unica. "Il Movimento 5 Stelle conferma la sua posizione: è imperativo far scegliere al popolo sovrano, all'intero popolo italiano, il destino del progetto Euro attraverso lo strumento referendario".

"Come abbiamo più volte spiegato – si legge nel post pubblicato sul bolg – l'introduzione dell'Euro ha bloccato il cambio tra 19 economie profondamente diverse e ha creato dei grandi vantaggi competitivi soprattutto per una, la Germania. I tedeschi sfruttano una moneta molto sottovalutata per la loro economia, attraverso la quale stanno accumulando un surplus commerciale eccessivo ai danni degli altri Paesi dell'unione monetaria. Surplus che, tra le altre cose, viola le stesse regole sulle partite correnti dell'Unione Europea.
Nella periferia dell'Eurozona al contrario, non potendo svalutare la moneta, vengono imposti abbattimenti dei salari tramite le riforme. Questo impoverimento del ceto medio pilotato da Bruxelles e Francoforte, assieme all'incapacità di risolvere il problema migrazione e sicurezza, sta pericolosamente veicolando consenso verso gli estremismi politici, dai quali il Movimento 5 Stelle si è sempre distinto con il suo approccio propositivo, costruttivo e post ideologico".

Nel post il M5S parte dalla recente riflessione di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia, secondo cui "nelle democrazie dell'Eurozona, l'ostilità verso la moneta unica sta degenerando in un'ostilità verso il più vasto progetto dell'Europa Unita e dei suoi valori costituenti". "Oggi – conclude il post – parlare di Euro, di soluzioni alternative e in generale il prepararsi tecnicamente all'uscita dalla moneta unica non deve essere considerato come un atto sovversivo, ma di responsabilità politica".

Sono riflessioni in larga parte condivisibili quelle leggibili in questo post comparso sul blog di Beppe Grillo, resta solo – e ancora – aperto il problema di dargli concretezza e rendere la battaglia per il referendum contro l'euro e i trattati europei che lo hanno imposto (o "sui" trattati come preferisce declinare il M5S) non più un evocazione una tantum ma un percorso di mobilitazione e confronto popolare vero in tutto il paese. Movimenti e associazioni come Ross@ prima ed Eurostop poi, da almeno tre anni hanno posto concretamente la questione sul piatto, indicando anche gli strumenti legislativi – oltreché politici – per perseguirla.

Fonte

20/01/2016

“Cattivissima Ue”/1. L’ipoteca dell’ordoliberalismo tedesco


Nel numero di agosto di “Le Monde Diplomatique” è apparso un articolo (tradotto da Marinella Correggia nella versione italiana della rivista) che riteniamo utile porre all’attenzione di tutti coloro che hanno preso coscienza di come l’opposizione alle politiche neoliberali dell’Unione Europea sia oggi la condizione minima per tornare a difendere i diritti del lavoratori, subordinati e autonomi, precari e (ormai solo formalmente) stabili, italiani e migranti, oltre che per ostacolare la sistematica riduzione della democrazia a puro consenso per questa o quella variante, di “destra” o di “sinistra”, dell’austerità, della competitività estesa a tutti gli ambiti della vita sociale, di logiche privatistiche che svuotano dall’interno ogni istanza pubblica e comune. Come Ross@, insieme ad altre forze, oggi in gran parte raccolte nella campagna “Eurostop”, da tempo sosteniamo l’irriformabilità della UE e, dunque, la necessità di una rottura con la sua struttura istituzionale e con la moneta unica che di essa è principale strumento politico, una rottura che sappiamo implicare una presa di distanza da molti tabù che, soprattutto a sinistra, hanno caratterizzato i pur nobili tentativi di resistenza politica e di mobilitazione sociale degli ultimi decenni. In estrema sintesi si tratta, a nostro parere, di riconoscere e affermare che l’Unione Europea, lungi dall’essere un campo, neutro per quanto accidentato, per politiche emancipatorie, è uno (insieme alla fedeltà atlantica, del resto fortemente innestata nella genesi e nella struttura di questa “Europa”[1]) dei loro nemici principali. Nel documento Sull’Europa e sull’euro[2] Ross@ ha insistito sull’importanza di comprendere la matrice ordoliberale (oltre che funzionalista, mirante, cioè, ad una frantumazione della sovranità, portata a coincidere con modalità di gestione apparentemente esclusivamente tecniche, secondo le indicazioni di David Mitrany) dell’Unione Europea, sia per quanto riguarda la sua genesi storica che per i principi cardine su cui sono modellati i suoi Trattati costitutivi, trattati giuridici di natura ibrida, a cui viene però attribuito un primato sul diritto interno degli Stati.

Il lettore troverà nell’articolo pubblicato da “Le Monde Diplomatique” un’efficace e sintetica ricostruzione degli assi portanti della riflessione svolta dalla scuola di Friburgo, di come essa sia divenuta egemone in Germania (fino al punto di costituire il terreno comune per ipotesi politiche inizialmente molto diverse), di come, infine, essa abbia pervaso la costruzione europea, dalla formula suggestiva dell’“economia sociale di mercato” (in effetti un’affermazione della necessità di assumere il mercato come dimensione originaria e come cardine del sociale) fino a quella, in qualche modo disvelatrice, del “pilota automatico” di Draghi. Non ci attardiamo, dunque, su questi aspetti[3]. Vorremmo però sottolineare come da essi discendano conseguenze, allo stesso tempo analitiche e politiche, di primaria importanza. Tenendo conto che, quando si parla di neoliberalismo, occorrerebbe portare attenzione alle differenze interne che ne hanno caratterizzato la storia e la produzione teorica[4], dobbiamo sapere che, in ogni caso, non abbiamo a che fare con un mero ritorno ad un selvaggio laissez faire, al puro privilegio dell’economico sul politico. Se, infatti, esistono certamente effetti di deregolamentazione, privatizzazione e pervasività del potere finanziario, essi sono ottenuti attraverso interventi costanti e capillari di carattere politico che, attraverso la definizione di un quadro di vincoli, di compatibilità, di valutazioni comparative, ridefinisce i margini d’azione degli Stati, i cui ordinamenti non sono semplicemente sottomessi, ma attraversati e rimodellati dalla governance europea (si pensi all’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, attraverso la modifica dell’articolo 81). In questo senso, per correggere un poco il titolo dell’articolo che riportiamo, l’ordoliberalismo non è solo una “gabbia” per l’Europa o, meglio, possiamo definirlo tale solo a partire dalla consapevolezza che esso è soprattutto parte integrante dello “scheletro” dell’Unione Europea. Certo, ciò non basta per definire l’assetto attuale della UE, ma fare chiarezza su questo punto di partenza può permetterci di affrontare in modo maggiormente dialettico alcuni dei leitmotiv dei discorsi critici, oggi fortunatamente in via di diffusione, sull’Europa e l’euro.

Facciamo qualche esempio. L’innegabile egemonia della politica mercantilista della Germania appare come una delle tendenze vittoriose all’interno del processo di costituzione del particolare embedded neoliberalism della UE[5] e che oggi, al netto di possibili elementi di crisi derivanti dall’instabilità del quadro politico generale[6], trova nella struttura della governance europea una fondamentale condizione di riproduzione. Si tratta, però, di una condizione che incarna allo stesso tempo un processo più generale di riorganizzazione delle classi dominanti transnazionali e di produzione normativa e, in ultima analisi, politica compiutamente postdemocratica. In secondo luogo, l’ordoliberalismo tedesco si è certamente incontrato con influssi della scuola austriaca (in particolare con l’idea di von Hayek che una dimensione sovranazionale potesse essere più funzionale a distaccare la politica economica dalle pressioni delle organizzazioni dei lavoratori e, più in generale, dai meccanismi della rappresentanza) e con il neoliberalismo di matrice statunitense (si pensi al tema del “capitale umano”), ma questo non implica una semplice riduzione allo “stato minimo”, quanto una ridefinizione complessiva del concetto di statualità (Hayek, ad esempio, pensava a banche private e non ad una banca centrale come la BCE e, del resto, quale “Stato minimo” imporrebbe misure di prelievo forzoso come quelle sperimentate a Cipro nel 2013 o come il bail-in previsto dal sistema di risoluzione delle crisi bancarie, nuova tappa ritenuta fondamentale nel processo di unificazione economica?)[7]. Infine, contro chiunque si attardi a considerare i problemi dell’Unione come derivati da un mero deficit di “politica” rispetto alle forze dell’economia, così come contro quanti ipotizzano scappatoie “tecniche” dalla moneta unica che non mettano in discussione congiuntamente la struttura istituzionale della UE, il passaggio attraverso la sua origine ordoliberale ci aiuta a comprendere come, al di là delle sue evidenti disfunzionalità, essa risponda pienamente ad un progetto eminentemente politico, una politica certamente posta sempre più a riparo dai “pericoli” connessi all’esercizio della sovranità popolare[8] e, dunque, da ogni pretesa di “democrazia economica”, una politica incarnata in una governance multilivello che tiene insieme dimensione locale, nazionale e sovranazionale

A questo proposito la relazione Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa, firmata da Jean-Claude Juncker, Donald Tusk, Jeroen Dijssebloem, Mario Draghi e Martin Schulz, appare particolarmente significativa. Essa, tracciando le linee guida di strategia di “convergenza” europea fino al 2025, mostra come unione economica, finanziaria e di bilancio, siano definite come fasi interne di un’”unione politica che ponga le basi di tutto ciò che precede” e come lo stesso euro sia stato fin dall’inizio pensato come un progetto al tempo stesso “politico ed economico”[9]. Nonostante tutte le precisazioni storiche e teoriche che andrebbero fatte un simile progetto continua a strutturarsi attraverso il rapporto, tipicamente ordoliberale, tra rigidità del quadro (il principio di stabilità dei prezzi come “obiettivo principale” dell’intero sistema economico-bancario) e plasticità nelle modalità di intervento (centrale nel documento è il concetto di “resilienza”, ma si pensi anche al ruolo di legittimazione ex-post di disposizioni non convenzionali – come, ad esempio, MES e Fiscal Compact – ampiamente assunto in passato dalle sentenze della Corte di Giustizia dell’UE). In un tale quadro gli ordinamenti dei singoli stati non sono semplicemente negati, ma posti in una condizione di continua pressione, messa in concorrenza e trasformazione interna sulla base di parametri e di meccanismi di vigilanza definiti a livello sovranazionale e diversamente attuati nei restanti livelli. Sempre nel documento dei “cinque Presidenti” vediamo, ad esempio, profilarsi “la creazione da parte di ciascuno membro della zona euro di un organismo nazionale incaricato di monitorare i risultati e le politiche in materia di competitività”, con particolare attenzione “all’allineamento tra retribuzioni e produttività”, e, al contempo, di un’unione di bilancio che programmaticamente escluda “trasferimenti permanenti tra paesi o trasferimenti in un’unica direzione” e non si traduca, quindi, in “strumento di perequazione dei redditi tra gli Stati membri”.

Siamo consapevoli della difficile sfida a cui tutto questo ci pone di fronte. Da tempo, infatti, ogni discorso sulla governance europea è apparso come giustificazione del ripiegamento verso l’impotenza o la subalternità ad essa (troppo “complessa”, troppo “disseminata” o troppo “lontana”) o, al massimo, in direzione di uno strano riformismo estremistico, per cui è sembrato bastasse frequentare le istituzioni europee, pensate come di per sé “progressive” rispetto alla dimensione nazionale, investendole magari di un’immaginaria potenza delle “moltitudini”, per ottenere un’Europa sempre “altra” rispetto a quella esistente. Potremmo dire che è ora che alla consapevolezza della particolare forma di “statualità” (lo ribadiamo: postdemocratica e ultracapitalistica) intrecciata e prodotta dalla governance europea si associno la capacità e la volontà di guardarla sotto l’angolo prospettico della sua possibile rottura, valorizzando tutte le leve efficaci per accelerarla e individuando le alleanze, sociali e politiche oggi disponibili a questo progetto. Il fatto che la governance europea sia al tempo stesso così flessibile e rigida, politicamente univoca e multilivello, lascia, infatti, ancora aperti momenti di frizione, di assestamento tra le diverse dimensioni coinvolte. Si pensi, per fare solo un esempio, all’intreccio conflittuale messo in luce, al di là delle vicende della famiglia Boschi e sulla pelle di correntisti e obbligazionisti, dal recente “salvataggio” di quattro banche da parte del governo Renzi: il divieto di aiuti di Stato, ampiamente utilizzati in passato dalla Germania, le recenti schermaglie tra la vigilanza della Banca d’Italia e il Commissario europeo ai servizi finanziari Jonathan Hill, l’affermarsi di un processo di concentrazione delle funzioni di vigilanza nelle mani della Banca Centrale Europea (lasciando, però, sostanzialmente al di fuori del suo controllo il sistema diffuso delle banche di risparmio tedesche), il sostanziale veto posto dal Ministro delle Finanze Schaeuble sul famoso “terzo pilastro” dell’Unione bancaria, ovvero la mutua garanzia sui depositi tra banche europee e, infine, la proposta avanzata da Lars Feld – non a caso direttore del “Walter Eucken Institut”– al nostro paese, ovvero il ricorso al MES (il quale si regge sul principio della “condizionalità”, ovvero sull’ulteriore imposizione di misure neoliberali di “aggiustamento”)[10]. 

Si tratta, dunque, di affrontare queste contraddizioni e di agire per aumentarne la consapevolezza tra le persone e le, poche, forze politiche non conniventi, ad esempio rimandando ogni legittima pretesa di difendere la Costituzione e i suoi principi fondanti alla sua sostanziale incompatibilità con la struttura dei Trattati[11]. Come Ross@ crediamo che sia possibile iniziare questo processo riattualizzando, in ogni lotta concreta contro le politiche neoliberali della UE e contro lo svuotamento della democrazia che il loro rispetto comporta, il principio della sovranità popolare, a partire dalla necessità di un suo pronunciamento sugli stessi trattati europei, trattati che, lungi dall’essere esclusivamente “trattati internazionali”, implicano la progressiva sostituzione degli obiettivi di giustizia sociale presenti nelle costituzioni “programmatiche” di alcuni paesi (Portogallo, Grecia e, naturalmente, Italia) con elementi ordoliberali in virtù dei quali è la “giustizia del mercato” ad essere elevata a principio fondamentale e non negoziabile. Si tratta, soprattutto, di non attendere l’“ora x” in cui tutte le contraddizioni dell’assetto europeo deflagrino all’unisono in questo “nuovo vecchio mondo”[12], sapendo che occorrerà, invece, affrontare la dialettica concreta con cui esse si manifesteranno nei diversi contesti, senza illusioni di semplici ritorni al passato (è evidente, infatti, che ogni rottura implicherebbe necessariamente l’invenzione di misure economiche, di forme istituzionali e anche di nuovi rapporti internazionali), ma anche senza lasciarsi incantare dalle sirene di un “progresso” che da troppo tempo è tale solo per il potere dei gruppi dominanti. Nel frattempo non abdichiamo allo studio, all’organizzazione e all’amicizia politica con quanti sono disponibili a fare con noi un pezzo di strada. Buona lettura.

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L’ordoliberalismo tedesco, una gabbia di ferro per il Vecchio Continente

di François Denord, Rachel Knaebel, Pierre Rimbert

«Se mai qualcuno avesse avuto bisogno di un’altra prova del pericolo che i referendum rappresentano per il funzionamento delle democrazie, eccola», sparava il sito del settimanale Der Spiegel il 6 luglio 2015, dopo l’annuncio dei risultati della consultazione referendaria in Grecia. La costernazione provocata in Germania da questo sonoro «no» si spiega con la collisione frontale tra due concezioni dell’economia e più in generale della cosa pubblica.

Il primo approccio, incarnato in questa vicenda dai greci, riflette un modo di governare propriamente politico. Il voto popolare ha la meglio sulla regola contabile e un potere eletto può scegliere di cambiare le regole. Il secondo approccio, al contrario, subordina l’azione governativa alla stretta osservanza di un ordine. I politici possono agire come credono purché non escano dal quadro, che di fatto è sottratto alla decisione democratica. Il ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schäuble è la personificazione di questo stato dello spirito. «Per lui le regole hanno un carattere divino», ha osservato il suo ex collega greco Yanis Varoufakis.

Questa ideologia tedesca poco conosciuta ha un nome: ordoliberismo. Come gli adepti anglosassoni del «laissez-faire», gli ordoliberisti rifiutano l’idea che lo Stato influenzi il gioco del mercato. Ma, a differenza di quelli, ritengono che la libera concorrenza non si sviluppi spontaneamente. Lo Stato deve organizzarla, deve costruire il quadro giuridico, tecnico, sociale, morale, culturale del mercato. E far rispettare le regole. È la «ordopolitica» (Ordungspolitik). La storia di questo interventismo liberista inizia nel periodo effervescente fra le due guerre, otto decenni fa. «Sono nato a Friburgo – spiegava Schäuble nel dicembre 2012 – E là c’è una cosa che si chiama scuola di Friburgo. È in rapporto con l’ordoliberismo. E anche con Walter Eucken1».

Fribourg-en-Brisgau, città prospera, non lontano dalla cattedrale di Strasburgo e dalle casseforti svizzere, ai piedi del massiccio della Foresta nera. In questa roccaforte cattolica e conservatrice, la crisi economica iniziata nel 1929 produce i suoi effetti, come altrove: alle elezioni del marzo 1933, il partito nazista è al primo posto con il 36% dei voti. Mentre la repubblica di Weimar agonizza, tre universitari riflettono sul futuro. L’economista Walter Eucken (1891-1950) aspira a rifondare filosoficamente la propria disciplina. I giuristi Franz Böhn (1895-1977) e Hans Gorssmann-Doerth (1894-1944) affrontano la spinosa questione dei monopoli e dei cartelli2. Il loro incontro produce una strana alchimia.

Nella società come nei conventi vige la regola della disciplina

Insieme elaborano un programma di ricerca che si articola intorno al concetto dell’ordine (Ordnung), inteso al tempo stesso come costituzione economica e come regola del gioco. Per neutralizzare i cartelli ed evitare che la guerra economica degeneri occorre, sostengono, uno Stato forte. «Lo Stato deve costruire con conoscenza di causa le strutture, il quadro istituzionale, l’ordine nel quale l’economia deve funzionare – scrive Eucken – Ma non deve dirigere il processo economico in quanto tale3».

A differenza dei liberisti classici, gli ordoliberisti non considerano il mercato o la proprietà privata come prodotti della natura, ma come costruzioni umane, dunque fragili. Lo Stato deve ristabilire la concorrenza nel caso in cui questa non funzioni. Deve anche creare un ambiente favorevole: formazione dei lavoratori, infrastrutture, incentivazione al risparmio, leggi sulla proprietà, contratti, brevetti, ecc. Fra il quadro e il processo si inserisce la moneta. Nel suo testamento intellettuale (I fondamenti dell’economia politica, 1951), Eucken insiste sul «primato della politica monetaria» e sulla necessità di sottrarla alle pressioni politiche e popolari. Una buona «costituzione monetaria» non solo deve evitare l’inflazione, ma «come l’ordine della concorrenza, deve funzionare il più possibile in modo automatico». Altrimenti, «l’ignoranza, la debolezza di fronte ai gruppi d’interesse e all’opinione pubblica»4 farebbero deviare i responsabili monetari dal loro sacro obiettivo: la stabilità.

A Friburgo, il piccolo cerchio degli ordoliberisti si allarga. La loro fama si estende ben presto altrove. I loro lavori ispirano in particolare due economisti, Wilhelm Röpke (1899-1966) e Alexander Rüstow (1885-1963), i quali vi inseriscono riferimenti storici e sociologici, oltre a una forte dose di conservatorismo. Questi oppositori al regime nazista individuano l’epicentro della crisi non nella sfera economica in sé, ma nella disintegrazione dell’ordine sociale provocato dal laissez-faire. La modernità avrebbe generato un proletariato disumanizzato, uno Stato sociale obeso, un fervore collettivista. Di fronte alla «rivolta delle masse», Röpke fa appello a una «rivolta delle élite»5. Per restituire ai lavoratori la dignità perduta, bisognerebbe reintegrarli in diverse comunità pre-democratiche pensate come naturali – la famiglia, il comune, la Chiesa, ecc. – ed eliminare l’egualitarismo.

Sacrificandosi al culto del Moloch liberale, scrive Rüstow, «è stato negato il principio della gradualità in generale sostituendolo con l’ideale, falso ed erroneo, dell’eguaglianza, e con l’ideale, parziale e insufficiente, della fraternità; ma in effetti, nelle piccole famiglie come nelle gradi, più importante del rapporto tra fratelli è il rapporto fra genitori e figli, che assicura la successione delle generazioni e il passaggio della tradizione culturale6». Di cultura cristiana come i loro amici di Friburgo, Röpke e Rüstow attribuiscono al concetto di ordine lo stesso senso che gli dava sant’Agostino: una regola per organizzare e ordinare la vita comune.

Lo sviluppo dell’ordoliberismo si inscrive in un ampio movimento internazionale di rinnovamento del pensiero liberale, che si sviluppa negli anni ’30 con il nome «neoliberalismo». In questo movimento, gli «ordo» si oppongono ai nostalgici del laissez-faire – Ludwig von Mises e il suo allievo Friedrich Hayek –, i quali, insiste Rüstow, «non trovano nulla da criticare o da cambiare nel liberalismo tradizionale».

«Così come l’arbitro non partecipa al gioco, lo Stato è fuori dall’arena»

Alla fine degli anni ’30, i sostenitori dell’ordopolitica rimangono marginali. Non hanno collegamenti nella Germania nazista, anche se molti di loro partecipano a circoli di riflessione economica del regime – è il caso in particolare di Ludwig Erhard (1897-1977) e di Alfred Müller-Armack (1901-1978), due membri di organizzazioni padronali che promettono un brillante futuro, e si incontrano per la prima volta nel 1941 «nel quadro di una collaborazione con lo Stato nazista per conto dell’industria leggera7». Appena nato, fa notare l’economista François Bilger, l’ordoliberismo «fu in un certo senso “esiliato” o ridotto a un’esistenza da “catacombe”. Due dei principali liberali tedeschi, Röpke e Rüstow, dovettero scegliere l’esilio all’avvento del regime nazionalsocialista; quanto agli altri, poterono continuare a insegnare e a svolgere altre attività solo rinunciando a esporre interamente il proprio pensiero8».

La caduta del nazismo segna l’ora della rivincita. Nella Germania dell’Ovest, a differenza di quanto avviene in Francia, in Italia o nel Regno Unito, la ricostruzione si fa su basi liberiste piuttosto che socialdemocratiche. Gli Stati Uniti, la potenza occupante più influente, impediscono le nazionalizzazioni che la maggioranza avrebbe voluto9. Facilitano invece la transizione verso un’economia aperta, ricettacolo ideale per le loro esportazioni, e dimezzano il debito estero del loro nuovo alleato10.

Queste condizioni favoriscono la creazione, a partire dal 1948-1949, di un sistema che opera la fusione dell’ordoliberismo e della dottrina cristiana in una «economia sociale di mercato». Un’espressione felice ma ingannevole: «Il suo carattere sociale – precisa nel 1948 Müller-Armack, inventore della formula – sta nel fatto che è in grado di proporre una massa diversificata di beni di consumo a prezzi che il consumatore può contribuire a determinare mediante la domanda11. Un pacchetto di misure compensa le ineguaglianze prodotte dal modello concorrenziale: mantenimento del sistema di assicurazioni sociali ereditato da Bismarck, imposta sul reddito, alloggi sociali, aiuto alle piccole imprese… Insomma, il «sociale» di cui si parla qui ricorda che un’economia di mercato funziona solo se lo Stato produce la società che le corrisponde. La Germania del dopoguerra è stata un laboratorio neoliberista a cielo aperto.

Il capo sperimentatore è Ludwig Erhard, direttore dell’amministrazione economica della zona occupata dagli Stati uniti e dal Regno Unito (Bizona), in seguito ministro dell’economia di Konrad Adenauer dal 1949 al 1963, e infine cancelliere dal 1963 al 1966. Sotto la guida di questo economista convertitosi alle tesi ordoliberiste durante la guerra viene varata la maggior parte delle riforme strutturali associate al «miracolo economico», in particolare la liberalizzazione dei prezzi e la creazione del deutsche Mark, il 20 giugno 1948, due fatti impressi nella memoria collettiva come una rifondazione.

Iniziatore dell’apertura al libero scambio internazionale e delle privatizzazioni, Erhard amava sintetizzare il proprio operato ricorrendo a una metafora: «Così come l’arbitro non partecipa al gioco, lo Stato è fuori dall’arena. In ogni buona partita di calcio, c’è una costante: sono le regole precise che hanno presieduto a questo gioco. La mia politica liberale mira proprio a creare le regole del gioco12». L’introduzione della cogestione nell’industria nel 1951-1952 gli verrà imposta dal cancelliere Adenauer e dai sindacati che vi vedevano una compensazione alla stagnazione salariale.

Conformemente ai precetti di Euclken, Erhard non amava l’idea di intervenire per frenare gli effetti delle turbolenze economiche. «Egli temeva che una politica congiunturale, la quale privilegiasse l’obiettivo della piena occupazione rispetto a ogni altro, andasse a discapito della stabilità monetaria e riducesse la responsabilità individuale», spiegherà uno dei suoi discepoli, il presidente della Bundesbank (la banca centrale tedesca) Hans Tietmeyer13.

L’ordopolitica raggiunge l’apice nel 1957, quando Erhard fa votare due leggi decisive: una sull’indipendenza della Bundesbank, l’altra contro le limitazioni della concorrenza. Stabilità monetaria e concorrenza non falsata: «Nel modello dell’economia sociale di mercato – analizza l’alto funzionario francese Christophe Strassel – queste due politiche si sottraggono al normale dibattito democratico14».

Naturalmente il ministro dell’economia non agisce da solo. Dal 1948, Erhard si circonda di esperti ordoliberisti, nominati nel Consiglio scientifico della Bizona, come Böhm, Eucken e Müller-Armack. Il ministero dell’economia diventa la loro riserva di caccia. L’ordopolitica ha anche una serie di strumenti: una rivista teorica, Ordo, il cui primo numero esce nell’agosto 1948; una lobby incaricata di assicurare la sua promozione, la Comunità di azione per l’economia sociale di mercato, fondata nel 1953, i cui lavori inondano senza posa i mezzi di stampa, in particolare la Frankfurter Allgemeine Zeitung, un movimento di industriali cattolici, Die Waage («la Bilancia»), «comunità per la promozione dell’uguaglianza sociale», che per un decennio finanzia campagne di opinione a ridosso delle elezioni legislative15.

Ma è in Parlamento che l’ordoliberismo riscuote i successi più inattesi. Con il concetto di economia sociale di mercato e lo slogan «la prosperità per tutti», offre alla giovane Unione cristiano-democratica di Germania (Cdu) l’occasione di competere sul terreno dei socialdemocratici. Conquistato, il partito rivendica a partire dal 1949 una società nella quale «l’ordine si realizza grazie alla libertà e al rispetto degli impegni che si esprimono nella “economia sociale” di mercato mediante una concorrenza autentica e il controllo dei monopoli16».

Alcuni intellettuali del Partito socialdemocratico (Spd) soccombono al canto delle sirene. Nel 1955, Harl Schiller pubblica Socialismo e concorrenza; vi si può leggere il celebre motto: «La concorrenza fin dove possibile, la pianificazione fin dove è necessario». Una formula ripresa dallo stesso Spd al momento della grande svolta dottrinale nel novembre 1959 quando, a Bad Godesberg, una maggioranza di delegati riconosce vantaggi incontestabili alla proprietà privata dei mezzi di produzione e all’economia di mercato.

Non sarebbe stata possibile questa svolta se l’ordoliberismo avesse cercato di imporsi alla società tedesca allo stato bruto. Nei fatti, l’economia sociale di mercato mette insieme Eucken e Bismarck, la regola contabile teorizzata a Friburgo e il sistema di protezione sociale introdotto dal cancelliere baffuto alla fine del XIX secolo. La caduta di Erhard, nel 1966, indica un cambiamento in senso «sociale» che l’ascesa al potere di Willy Brandt nel 1969 accentuerà. Alle influenze «ordo» e bismarckiane si aggiunge una prospettiva keynesiana: pianificazione a medio termine, aumento dei salari, consolidamento della cogestione, investimenti nell’educazione e nella salute. Così, la Repubblica federale degli anni ’70-’80 dà forma a un «modello tedesco» che si proclama fedele all’economia sociale di mercato ma incorpora una buona dose di interventismo classico.

L’alternanza del 1982 offre al cristiano-democratico Helmut Kohl l’occasione per chiudere la parentesi: il pendolo ideologico è oscillato; si torna alla priorità dell’equilibrio di bilancio. Ma i costi dell’unificazione tedesca negli anni ’90 ostacolano il ritorno ai fondamentali ordoliberisti. E toccherà al socialdemocratico Gerhard Schröder, diventato cancelliere nel 1998, ripristinare l’ordine degli anni ’50 con la massiccia deregolamentazione dei diritto del lavoro e l’indebolimento della protezione sociale. Misure confermate dall’attuale cancelliera, Angela Merkel, la quale nel gennaio 2014 ricordava che «l’economia sociale di mercato è molto di più di un ordinamento economico e sociale. I suoi principi sono atemporali».

A 80 anni dalla sua nascita, l’ordoliberismo si perpetua in Germania in istituzioni come l’Ufficio federale per la lotta contro i cartelli – creato nel 1957 –, la Commissione dei monopoli, che consiglia il potere politico in materia di concorrenza, e anche il Consiglio di stabilità, creato nel 2010 per vegliare sul rispetto della «regola aurea» del deficit zero, a livello federale come nei Länder. Ma percorre anche i dibattiti politico-economici tedeschi, come un fondo culturale comune che ciascuno interpreta come meglio crede.

Dai conservatori ai liberali, fino alla Spd e ai Verdi, passando per l’Alternative für Deutschland (AfD – la co-fondò l’economista Joachim Starbatty, assistente di Müller-Armack a Colonia), i partiti tedeschi contano nelle loro fila numerosi eredi di Eucken. Tutti sostengono che i loro avversari usano malamente la tradizione ordo. «Sono un ordoliberale, ma di sinistra» ci assicura Gerhard Schick deputato verde al Bundestag dal 2005. Laureato in economia, ex ricercatore all’istituto Walter-Eucken, egli non si ritiene «in nessun modo un neoliberista. Presso i Verdi, il termine “economia sociale di mercato” è ben accetto, anche se preferiremmo aggiungere l’aggettivo “ecologica”. Condivido le analisi ordoliberali sul controllo del mercato. Trovo importante che lo Stato stabilisca regole affinché la concorrenza funzioni».

Nel corso degli anni sono emerse correnti più o meno interventiste. «Non è una dottrina chiusa», analizza Ralf Fücks, direttore dell’influente Fondazione Heinrich-Böll dei Verdi. Il principio ordoliberista della «responsabilità» può giustificare la regolamentazione dei mercati finanziari e le tasse ecologiche, ma anche il rifiuto di una mutualizzazione europea del debito. «È una terza via fra il laissez-faire e lo statalismo – sostiene questo ex dirigente dei Grünen –. Per i Verdi, è una posizione particolarmente interessante, che permette di smarcarsi al tempo stesso dalle idee della sinistra tradizionale e da quelle neoliberiste.»

Herbert Schui, deputato Die Linke (sinistra radicale) dal 2005 al 2010 ed ex professore di economia, sottolinea che «l’economia sociale di mercato è un concetto suggestivo. Fu creato dopo la guerra per allontanare la popolazione dalle idee socialiste. La formula funziona così bene che ha affascinato anche persone collocate a sinistra». Fornisce un riferimento duttile ma molto legittimo, perché associato all’idea di rifondazione – un po’ come il gollismo in Francia. La Confederazione tedesca dei sindacati (Dgb) l’ha adottata nel 1996. «L’economia sociale di mercato ha prodotto un elevato livello di prosperità materiale» e rappresenta «un grande progresso storico rispetto al capitalismo selvaggio», dichiara il suo programma di fondazione, rimasto immutato da allora. Eppure, si riconosce che questo sistema «non ha impedito né la disoccupazione di massa né lo spreco delle risorse, e non ha prodotto l’uguaglianza sociale».

Mentre una parte della sinistra tedesca vede nell’ordoliberismo una forma di interventismo da opporre al neoliberismo, il padronato la associa a un’economia di mercato strettamente liberista. Una serie di organismi che condividono questa visione fornisce al pensiero ordoliberista una cassa di risonanza polifonica. L’Iniziativa per una nuova economia sociale di mercato, think tank presieduto da Tietmeyer, lotta contro il sostegno pubblico alle energie rinnovabili, contro l’imposta patrimoniale e anche contro il salario minimo legale introdotto all’inizio del 2015. La Comunità d’azione per l’economia sociale di mercato continua a imperversare, a 60 anni dalla sua creazione. In tempi più recenti, l’Alleanza di Jena per il rinnovo dell’economia sociale di mercato assegna ogni anno un premio per l’innovazione dell’Ordnungspolitik, mentre il Kronenberg Kreis, un circolo di economisti legato a una fondazione per l’economia di mercato, si vanta di fornire ai governi «il pensiero per le riforme indispensabili». L’ordopolitica dispone di agganci anche all’interno della Chiesa, nella persona di Rinhard Marx, arcivescovo di Monaco e presidente della Conferenza episcopale tedesca.

Ma la voce più influente dell’ordopolitica altri non è che il Consiglio tedesco degli esperti economici, creato nel 1963 da Erhard per orientare le scelte del governo. Dei suoi cinque membri solo uno, Peter Bofinger, è keynesiano. «Di qualunque soggetto si tratti, io sono solo contro quattro», fa osservare (The Economist, 9 maggio 2015). I suoi colleghi si ritengono anzitutto pragmatici. «Vediamo i vantaggi dei concetti ordopolitici ma in realtà la cosa è più eterogenea», ci spiega ad esempio Lars Feld, uno dei «saggi», professore all’Università di Friburgo e presidente dell’istituto Walter-Eucken. «L’ordoliberismo in sé non fa necessariamente rima con austerità. Nel 2008, con il mio collega Clemens Fuest, abbiamo per esempio raccomandato al governo di adottare un programma di sostegno della ripresa dopo la crisi finanziaria. Ma, abbiamo aggiunto, “se temete che questa misura possa in seguito penalizzare le vostre condizioni di rifinanziamento sui mercati, allora ponete un freno all’indebitamento”» – la regola d’oro nelle politiche di bilancio. Il governo ha seguito alla lettera le due raccomandazioni. «Come tedesco, per me è incomprensibile che il mio paese sia immobile dal punto di vista del pensiero economico», ci confida l’economista e specialista dell’ordoliberismo Ralf Ptak.

Al di là della sua applicazione germanica in una versione più o meno spuria, l’ideologia «ordo» è stata trasposta allo stato chimicamente puro nelle strutture dell’Unione europea. «Tutto il quadro di Maastricht riflette i principi centrali dell’ordoliberismo e dell’economia sociale di mercato», riconosce compiaciuto Jens Weidmann, presidente della Bundesbank17. Con il suo appello allo «sviluppo durevole dell’Europa fondato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, un’economia sociale di mercato altamente competitiva», l’articolo 2.3 del trattato di Lisbona, in vigore dalla fine del 2009, sembra ricalcato su un discorso di Erhard.

E non è un caso: da Walter Hallstein, primo presidente della Commissione europea (1958-1967) a Hans von der Groeben, commissario alla concorrenza (1958-1967), passando per Müller-Armack, negoziatore del trattato, la maggior parte dei tedeschi che parteciparono alla creazione del Mercato comune negli anni ’50 aderiva al pensiero di Eucken. Gli alti funzionari delle istituzioni europee hanno riprodotto su scala comunitaria la strategia di Erhard e del suo comitato di esperti nella Germania federale occupata: attori di un organismo sprovvisto di legittimità, si sono concentrati sull’elaborazione di un quadro giuridico centrato sulla concorrenza e sulla stabilità monetaria, una preoccupazione alla quale le potenze nate durante la guerra fredda attribuivano un’importanza di second’ordine.

Quando il pilota automatico sostituisce l’azione politica

Il loro trionfo non era scontato. Negli anni ’50, l’edificio europeo viene costruito su due pilastri dottrinali ben distinti. Il primo, quello francese, interventista in economia e pianificatore, scava volentieri a colpi di sovvenzioni ampie aree di eccezione alle regole della concorrenza (la politica agricola comunitaria e quella delle grandi imprese nazionali). Vede nel progetto del mercato interno europeo una protezione nei confronti del libero scambio mondiale. L’altro pilastro, ordoliberista, spinge i partner non solo a realizzare un mercato unico comunitario, ma anche a eliminare le barriere doganali all’interno del «mondo libero». Già nel 1956, il cancelliere Erhard sosteneva l’idea di un… grande mercato transatlantico18.

L’approccio francese, dominante negli anni ’70 e ’80, non resiste alla deregolamentazione degli scambi internazionali, che implica rigore di bilancio e competitività. Parigi abdica simbolicamente il 23 marzo 1983, quando François Mitterand, rinunciando a portare avanti la politica di rottura per la quale è stato eletto, decide di non sganciare il franco dal sistema monetario europeo e dalla Germania. Una scelta che implica l’adozione, da parte della sinistra, di un piano di austerità simbolicamente paragonabile a quello che Alexis Tsipras ha dovuto approvare nel luglio 2015. «Sono combattuto fra due aspirazioni – confidava Mitterand il 19 febbraio 1983 – Quella della costruzione dell’Europa e quella della giustizia sociale19». Al primo ministro greco è stata imposta un’alternativa della stessa portata.

A 25 anni dalla caduta del muro di Berlino, la dottrina «ordo» continua a ispirare i quadri della direzione generale della concorrenza e numerosi commissari europei, come il belga Karel Van Miert, premio Ludwig-Erhard nel 1998, e l’italiano Mario Monti. Ma il feudo ordoliberista più inespugnabile ha sede a Francoforte. «La costituzione monetaria della Banca centrale europea [Bce] è saldamente ancorata ai principi dell’ordoliberismo», riconosce l’attuale presidente dell’istituzione, Mario Draghi20. Per il modo di funzionare, per l’indipendenza dalle istituzioni democratiche e per la sua unica missione, il mantenimento della stabilità dei prezzi, la Bce imita la Bundesbank. Il 19 settembre 2003, Les Echos salutavano il suo futuro presidente Jean-Claude Trichet – per quanto ex allievo dell’Ena e francese –, come «il rappresentante più autentico dello spirito ma anche della pratica incarnati dalla Bundesbank dalla sua creazione nel 1949 fino all’introduzione dell’euro».

I combattimenti sono finiti per mancanza di combattenti. In Europa, dalla bassa marea della sovranità popolare affiora nella loro fredda efficacia la funzione di pilotaggio automatico pazientemente costruita dagli uffici di Bruxelles e dalle torri di Francoforte: indicatori messi in stato di assenza di gravità democratica dal trattato di Maastricht (il famoso 3% del deficit), introduzione nel marzo 2012 della «regola aurea» tedesca che limita i deficit di bilancio per gli Stati membri.

Ce lo confermava dieci giorni dopo il referendum greco, Hans-Werner Sinn, l’economista più influente in Germania, consigliere del ministro delle finanze e inflessibile rappresentante dell’ortodossia: «La crisi europea esclude ricette keynesiane. Non si tratta di ordoliberismo, ma semplicemente di economia». Il quadro di Eucken è diventato una gabbia di ferro.

[Traduzione di Marinella Correggia]

Note:
1. Wolfgang Schäuble, discorso a Francoforte, 5 settembre 2012.
2. David J. Gerber, «Constitutionalizing the economy: German neo-liberalism, competition law and the “new” Europe», The American Journal of Comparative Law, vol. 42, n° 1, Washington DC, 1994.
3. Citato da Siegfrid G. Karsten, «Eucken’s “sociale market economy” and its test in postwar West Germany», The American Journal of Economics and Sociology, vol. 44, n° 2, Hoboken (New Jersey), 1985.
4. Walter Eucken, Grundsätze der Wirtschaftspolitik, Mohr, Tubinga, 1952
5. Jean Solchany, Wilhelm Röpke, l’autre Hayek. Aux origines du néolibéralisme, Publications de la Sorbonne, Parigi, 2015.
6. Centre international d’études pour la rénovation du libéralisme (Cirl), Compte rendu des séances du colloque Walter Lippmann, Librarie de Médicis, Parigi, 1939.
7. Patricia Commun, «La conversion de Ludwig Erhard à l’ordolibéralisme (1930-1950)», in Patricia Commun (a cura di), L’Ordolibéralisme allemand. Aux sorces de l’économie sociale de marché, Cirac, Cergy-Pontoise, 2003.
8. François Bilger, La Pensée économique libérale dans l’Allemagne contemporaine, Lgdj, Parigi, 1964.
9. Werner Abelshauser, «Les nationalisations n’auront pas lieu», Le Mouvement social, n° 134, gennaio-maro 1986.
10. Si legga Renaud Lambert, «Debito pubblico, un braccio di ferro lungo un secolo», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2015
11. Alfred Müller-Armack, repris dans Genealogie der sozialen Maktwirtschaft, Haupt, Berna, 1981.
12. Ludwig Erhard, La Prospérirè pour tous, Plon Parigi, 1959.
13. Hans Tietmeyer, Economie sociale de marché et stabilité monétaire, Economica, Parigi, 1999
14. Christophe Strassel, «La France, l’Europe et e modèle allemand», Hérodote, vol. 4, La Découverte, Parigi, 2013.
15. Ralf Ptak, Vom Ordoliberalismus zur sozialen Marktwirtschaft, Leske+Budrich, Opladen, 2004.
16. André Piettre, L’Economie allemande contemporaine (Allemagne occidentale), 1945-1952, Librairie de Médicis, Parigi, 1952
17. Conferenza all’istituto Walter-Eucken, Fribourg-en-Brisgau, 11 febbraio 2013.
18. Si legga il dossier online, www.monde-diplomatique.fr/dossier/GMT
19. Jacques Attali, Verbatim I, Fayard, Parigi, 1993.
20. Conferenza stampa di Mario Draghi a Gerusalemme, 18 giugno 2013

[1] Cfr. “Trattato sul funzionamento dell’Unione” (Trattato di Lisbona): “La politica dell'Unione a norma della presente sezione non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri, rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l'Organizzazione del trattato del NordAtlantico (NATO), nell'ambito del trattato dell'Atlantico del Nord, ed è compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata in tale contesto” art 42, comma 2; “Gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell'ambito dell'Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l'istanza di attuazione della stessa”; art 42, comma 7.
[2] Consultabile all’indirizzo  http://www.rossa.red/?page_id=236
[3] Per maggiori approfondimenti, cfr. A. Somma, La dittatura dello spread. Germania, Europa e crisi del debito, DeriveApprodi, 2014.
[4] Cfr. S. Audier, Néo-libéralisme(s). Une archéologie intellectuelle, Grasset, 2012.
[5] B. van Appledoorn, J. Drahokoupil, L. Horn., Contradictions and Limits of Neoliberal European Governance, Palgrave 2008.
[6] Cfr. D. Gros, La fine dell’egemonia tedesca (ottobre 2015): http://www.eunews.it/2015/10/23/la-fine-dellegemonia-tedesca/43813
[7] Sulle differenze tra l’ordoliberalismo e la prospettiva di von Hayek, cfr. R. Mele, L’ordoliberalismo e il liberalismo austriaco di fronte al pensiero giuridico moderno. Un contributo giusfilosofico, in “Scienze giuridiche, scienze cognitive e Intelligenza artificiale”, maggio 2014, n. 21: http://www.i-lex.it/articles/volume9/issue21/mele.pdf
[8] Cfr. l’idea funzionalista di sovranità concepita in termini di “risultati” espressa da Mario Draghi nel discorso del 9 ottobre 2013 alla Harvard Kennedy School; per un’analisi critica, cfr. F. Russo, La nuova architettura istituzionale dell’Unione Europea, in “Contropiano”: http://contropiano.org/articoli/item/22491
[9]http://ec.europa.eu/priorities/economic-monetary-union/docs/5-presidents-report_it.pdf
[10] Cfr. V. Giacché, È un attacco ai risparmi degli italiani. Così vince la Germania di Schaeuble, www.sinisitrainrete.info (27 dicembre 2015); A. Bagnai, Ci siamo! Feld sull’esproprio (con backstage e un abbraccio ai veneti), http://goofynomics.blogspot.it (19 dicembre 2015).
[11] Su questo, cfr. V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur 2015; L. Barra Caracciolo, La Costituzione nella palude, Imprimatur 2015.
[12] P. Anderson, The New Old World, Verso 2011.


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26/10/2015

Bologna non ha paura. Stop sgomberi e violenze contro i senza casa


Migliaia di persone sono scese ieri in piazza per il diritto all’abitare a Bologna. La manifestazione era stata promossa dal Comitato Inquilini Resistenti e Assemblea Occupanti con Social Log, è partita emblematicamente dal palazzone ex Telecom sgomberato martedì ed ha attraversato tutto il centro fino piazza Maggiore.

Qui la cronaca ripresa dal sito www.zic.it:
La manifestazione ha percorso via Fioravanti, piazza dell’Unità e via Matteotti per poi imboccare via Indipendenza: è lì che dal camion che apre il corteo si annunciano 5.000 persone in piazza. Superata la “T”, la manifestazione è proseguita su via Ugo Bassi e via della Zecca per passare sotto Prefettura e Questura: quando la testa arriva in questo punto, i nostri inviati raccontano che la coda deve ancora uscire da via Indipendenza. Oltre alle numerose sigle cittadine che avevano aderito presenti in piazza, tra gli altri, anche i lavoratori della logistica, un gruppo di studenti di Medicina con camici bianchi e cartelli oltre ad alcune delegazioni di manifestanti arrivati da fuori città. Dal sound system anche un intervento di un rappresentante dei movimenti per il diritto all’abitare di Roma, che già martedì erano scesi in piazza in solidarietà all’ex Telecom subendo una dura reazione da parte delle forze dell’ordine. Un altro punto di incontro si è venuto a creare con il mondo della scuola: da un lato i Partigiani della scuola pubblica (stamattina c’era stata anche una manifestazione degli insegnanti contro la riforma Renzi) sono intervenuti per sostenere chi lotta per la casa; dall’altro il corteo ha espresso solidarietà e complicità con le maestre che martedì hanno partecipato al presidio durante lo sgombero dell’ex Telecom. “Non abbiamo più paura, prendiamoci il nostro presente tutti insieme!”, è il commento finale diffuso da Social Log via Facebook: “Se non ci sarà una moratoria degli sfratti e degli sgomberi, la produrremo noi dal basso come stiamo già facendo con la nostra resistenza e i nostri picchetti antisfratto!”.
Qui di seguito un comunicato di Ross@ Bologna:
Martedì scorso è stata sgomberata la ex Telecom di via Fioravanti, un luogo che dava casa a circa 280 persone, decine di nuclei familiari con bambini.
Questo sgombero, avvenuto con una violenza inaccettabile, rappresenta di fatto una rappresaglia contro chi ha dimostrato con questa e altre occupazioni, che è possibile praticare forme di conflitto sociale nella crisi e nella precarietà di vita e di lavoro che le politiche antipopolari e neoliberiste di UE, Governo e amministrazioni locali impongono alle fasce popolari e ai settori sociali più deboli. Esperienze che potrebbero esondare e connettersi con la necessaria lotta politica.
Come ROSS@ abbiamo da subito sostenuto questa esperienza di solidarietà sociale e militante e il giorno dello sgombero siamo stati convintamente con i solidali che manifestavano sotto il palazzo della ex Telecom.
Per le stesse ragioni aderiamo alla manifestazione di Sabato 24 Ottobre alle 15.30 davanti alla ex Telecom sgomberata.

Ross@ Bologna

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12/10/2015

Non molliamo la presa sui referendum contro i trattati europei

Non molliamo la presa sul referendum contro i trattati europei

Lettera aperta di ross@ al movimento 5 stelle

Il Movimento 5 Stelle rappresenta, al momento, l’unica opposizione parlamentare, non reazionaria né subalterna, all’autoritarismo neoliberale del governo Renzi. Inoltre, avanzando la proposta di un referendum sull’euro, il Movimento 5 Stelle ha avuto il merito di rivendicare la possibilità di esercitare la sovranità popolare su un tema discriminante come quello di una moneta unica che funziona da strumento politico per imporre austerità e controriforme sociali. Questa importante iniziativa è, però, giunta all’appuntamento del necessario voto in Senato senza avere sedimentato una reale campagna di informazione e di lotta. Un’occasione, dunque, è andata perduta.

Come Ross@ da tempo sosteniamo la sostanziale irriformabilità dell’Unione Europea, dell'Euro e del suo impianto ordoliberale. Da tempo, nei limiti delle nostre forze, insistiamo sulla necessità di rompere con l’intera struttura istituzionale incarnata dai Trattati europei (sottoscritti da governi indifferentemente di destra, Lega compresa, e di sinistra), una struttura che erode incessantemente diritti sociali e spazi di democrazia e di cui il Partito Democratico è il principale agente italiano. A nostro parere si tratta di un sistema di “governance” che si sta evolvendo in direzione di un sempre maggiore intreccio con i diversi sistemi nazionali (come mostrato dal piano 2015 – 2025, Completare l’Unione monetaria ed economica dell’Europa), rendendo impossibile una qualsiasi politica economica e sociale alternativa a quella esistente.

Per prima cosa, dunque, invitiamo gli attivisti e i parlamentari del Movimento 5 Stelle a non lasciare cadere tale questione e a promuoverne, piuttosto, la discussione all’interno del movimento. In mancanza di un accrescimento significativo della sensibilità di massa su questi temi, infatti, essi non potranno che essere demandati a soluzioni reazionarie e gattopardesche, o comunque continuamente depotenziati dagli “oppositori di Sua Maestà” a quello che, come Ross@, abbiamo definito “sistema PD”.

In secondo luogo invitiamo il Movimento a moltiplicare i momenti di confronto con noi e con tutte le forze che condividano questi presupposti, affinché su questi temi si possa sviluppare un percorso di ampia portata, unitario e condiviso, a partire proprio dal principio della “sovranità popolare”, da rivendicare e reinventare in una situazione ormai sempre più caratterizzata in senso “postdemocratico”. Per quanto ci riguarda, pensiamo che uno dei terreni d’azione comune possa essere il rilancio del referendum di indirizzo costituzionale sui Trattati europei consegnato da Ross@ alla Presidenza della Camera dei Deputati il 21 marzo 2014. Siamo consci della difficoltà di una campagna referendaria, soprattutto quando, come in questo caso, necessita di una riforma di tipo costituzionale per potere essere realizzata, ma crediamo che sia possibile, questa volta, assumerla come occasione e strumento per aprire un dibattito pubblico incisivo intorno alla natura istituzionale della UE e delle sue conseguenze in termini di erosione dei diritti sociali e degli stessi principi costituzionali. La stessa lotta contro le riforme istituzionali del governo Renzi, che sicuramente ci vedrà compartecipi, dovrà necessariamente affrontare questi temi, nella misura in cui la concentrazione dei poteri nelle mani del governo è elemento essenziale della trasformazione richiesta ai singoli Stati nel quadro della governance europea.

Una parola, infine, sulla Costituzione, assunta come uno dei punti di riferimento fondamentali da parte del Movimento 5 Stelle. Non abbiamo dubbi nel considerare la difesa dei principi costituzionali come un terreno di lotta importante, da praticarsi non solo nelle sede istituzionali ma anche nelle mobilitazioni, ancora troppo disperse, che si oppongono alle politiche governative. Per farlo, però, occorre prima di tutto rendersi conto di come la carta costituzionale sia già oggi in parte svuotata dai diktat europei (si pensi all’obbligo di pareggio di bilancio), aprendo una contraddizione potenzialmente dirompente tra i suoi principi fondamentali e un quadro normativo che, imponendo il principio concorrenziale e mercatistico tra gli stati, colpisce duramente la vita delle persone (abbassando salari, flessibilizzando il lavoro, tagliando i servizi, privatizzando di fatto sanità ed educazione).

La sovranità appartiene al popolo e al popolo deve tornare!

Apriamo spazi per discuterne, creiamo strumenti per decidere!

www.rossa.red

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17/07/2015

Eurostop: "Ue irriformabile, serve un movimento che punti alla sua rottura"

Sala piena, ieri sera, per l'assemblea romana che voleva fare il punto, sia pure provvisorio, sui "dieci giorni" che hanno sconvolto l'immaginario progressista sulla natura dell'Unione europea. Militanti, attivisti di lunga o breve militanza, sindacalisti riuniti per prendere atto che qualcosa di profondo è definitivamente cambiato nel nostro orizzonte e occorre prenderne atto il prima possibile, altrimenti anche il più serio dei conflitti sociali è destinato a esaurirsi senza produrre risultati né lasciare traccia.

Mauro Casadio, per la campagna Eurostop Italia - partita due mesi fa nel Forum di Napoli, che si va allargando contemporaneamente anche in Grecia e in Spagna - introduce delineando il fatto politico nuovo: il "golpe" condotto contro il governo greco è la dimostrazione empirica, concreta, di quella che fino a due settimane fa sembrava solo il frutto di un'analisi complessa. Ovvero che l'Unione Europea non è affatto uno "spazio politico" entro cui far giocare interessi e programmi socio-politici di ogni tipo, ma una macchina da guerra costruita contro il movimento operaio, i diritti del lavoro, la possibilità stessa di tradurre il conflitto sociale in atti legislativi positivi, in "riforme sociali" di segno progressivo.

Quindi non possono avere più alcuna possibilità di incidere tutte quelle visioni "riformiste" che non prendono atto di questa realtà istituzionale, transnazionale e tendenzialmente apolide, che però sforna decisioni vincolanti per 500 milioni di persone senza che queste possano mai pronunciarsi nel merito di quelle disposizioni.

La Grecia è stata per sua sfortuna il laboratorio in cui questa realtà si è manifestata con particolare chiarezza e durezza. Un  movimento di sinistra radicale, cresciuto in cinque anni di conflitto sociale e quasi venti scioperi generali, che oltretutto aveva avuto la lungimiranza di non prestarsi mai - al contrario dei tifosi italici - ad alleanze elettorali con i "democratici" del Pasok (il corrispettivo del Pd, più o meno) ha vinto le elezioni su un programma tanto popolare quanto impossibile: restare nell'Unione Europea e nella moneta unica, ma mettendo fine alle politiche di austerità.

Quasi sei mesi di finte trattative, proposte via via meno radicali, marce indietro e un referendum clamorosamente vinto e immediatamente rovesciato nel suo contrario, hanno portato solo a un terzo "memorandum" di diktat, in un crescendo di "intenti punitivi" per chi aveva osato chiedere un allentamento del "rigore" (mica la rivoluzione...).

L'austerità è l'Unione Europea, non una parentesi sbagliata in un percorso correggibile. E' la conseguenza diretta di trattati pensati, scritti e firmati per consolidare e stabilizzare regole indiscutibili, "migliori pratiche" con forza di legge. Chi non vuole seguirle perché le ritiene sbagliate o mortali (per alcune classi, per un paese, ecc.), chi le vorrebbe correggere, ha solo due scelte davanti: rinunciare al proprio programma oppure andarsene, obbedire o venir punito. E non esiste alcuna possibilità di costruire alleanze "riformiste" che possano cambiare i rapporti di forza interni alla Ue, perché ogni riscrittura di trattato prevede l'unanimità tra i membri e in ogni caso il cosiddetto parlamento europeo non ha alcun potere legislativo.

Dunque la posizione sull'Unione Europea diventa una discriminante di fatto, da stabilire a monte di qualsiasi scelta strategica. Devi sapere in ogni istante  della tua azione politica, sindacale, sociale, che se anche arrivassi a conquistare la maggioranza politica del tuo paese avresti davanti un muro che ti imporrà scelte contrarie. Con questa macchina infernale non si può trattare, non è fatta per essere messa in discussione ed eventualmente "aggiustata".

E' una discriminante che d'ora in poi distinguerà  immediatamente i resti della sinistra "astratta" - che certo critica questo o quell'aspetto dell'austerità ordoliberale, ma si muove dentro il recinto della continuità istituzionale "europeista" - dal movimento, tutto da costruire, che persegue la rottura di quella macchina imperialista come condizione imprescindibile per qualsiasi ipotesi di progresso e giustizia sociale.

Il parlamentare del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista, interviene sapendo benissimo che questa platea è ben diversa da quelle cui è abituato. Ma è anche il promotore, nel suo movimento, dell'apertura di una discussione sulla proposta di Alba euromediterranea e di relazioni privilegiate con i paesi Brics come alternativa possibile a questa Unione Europea che distrugge la democrazia, la libertà dei popoli, l'autonomia dei parlamenti, la possibilità di utilizzare le risorse per obiettivi autodeterminati.

La sua idea è, molto schematicamente, quella di convergere su "le questioni di politica estera", mantenendo ognuno le sue preferenze per quanto riguarda gli obiettivi e i programmi "interni". Porta la sua esperienza maturata in Guatemala, in cui ha visto all'opera, nell'area del dollaro, gli stessi meccanismi che sono ora in azione nell'eurozona. Si nota, nel suo ragionamento, l'eco di un'esperienza parlamentare che sta lentamente cambiando alcune caratteristiche del mondo "grillino", fino a farli interagire con momenti di lotta operaia e popolare - contro gli sfratti, per esempio - in modalità utili al conflitto stesso.

Giorgio Cremaschi, per il Forum Diritti Lavoro, centra il suo contributo sul carattere esplicitamente reazionario e padronale delle politiche dell'Unione Europea, tutte indirizzate a cancellare completamente la contrattazione (non solo quella collettiva), le tutele, le misure di sostegno al reddito (uno dei punti del nuovo memorandum imposto alla Grecia è l'abolizione di alcune "misure umanitarie" prese nel corso di questi sei mesi). Anche lui, come molti altri interventi che lo seguono, invita a non discutere in termini di "nazioni contrapposte" (come fanno i giornali mainstream in questi giorni, che titolano di "Germania contro Grecia", ecc), ma di "borghesia transnazionale" che si va imponendo come potere oligarchico.

Proprio per questo Franco Russo, con una grande conoscenza dei trattati europei, rimprovera ad esempio Tsipras di aver sempre parlato in difesa della "sovranità nazionale", di non aver insomma mai proposto la ribellione greca come possibile esempio per i movimenti dei lavoratori degli altri paesi europei. Contribuendo così, certo involontariamente, al proprio isolamento davanti ai rottweiler dell'Unione. Per combattere un avversario così potente, bisogna del resto conoscere come funziona realmente; altrimenti ci si alimenta di illusioni che svaniscono alla prova del conflitto.

Stefano Zai, di Ross@, inquadra la logica della costruzione europea come frutto dell'ordoliberalismo austro-tedesco ("stato minimo", garante della competitività interna e del pareggio di bilancio, ecc), combinato con una prospettiva funzionalista del percorso di costruzione (si istituzionalizzano i passaggi possibili, le "buone pratiche" che diventano così obblighi, senza sollevare troppe resistenze nazionali, come sarebbe avvenuto inseguendo una prospettiva federale). Piano piano, insomma, ci si è ritrovati ingabbiati in un sistema che non è un super-stato, che non prevede alcuna legittimazione popolare, ma anzi elimina la possibilità che le lotte sociali abbiano un interlocutore capace di "comprenderne" le istanze. Anche questo fatto, in altri termini, cancella ogni possibile efficacia della prospettiva riformista.

Luciano Vasapollo e Sergio Cesaratto, economisti, evidenziano le assurdità di molte delle "ricette" imposte ai paesi membri della Ue, ed anche lo stretto legame tra "decisioni europee" e ricadute materiali sulle condizioni di vita dei ceti popolari. Un legame che "dal basso" risulta quasi sempre invisibile, difficilissimo da ricostruire, defatigante come cercare di parlare con un fornitore di servizi che utilizza un call center in outsourcing.

Soprattutto, evidenziano la durezza e la permanenza della crisi globale, a sette-otto anni dalla sua esplosione. Solo per fare un esempio, la "crescita" complessiva dell'Unione Europea è stata in questi anni di poco più di 700 miliardi. Una misura minima che è il frutto di un indebitamento esponenziale (pubblico, di impresa, della famiglie) pari a tre volte tanto. Una misura che dà la dimensione esatta di quanto a vuoto giri il "motore" di un'economia continentale che pure è oggi fortemente interconnessa, con una quota crescente di "valore aggiunto" contenuto nelle merci di un paese, ma realizzato nelle componenti prodotte altrove.

La conclusione provvisoria, la "lezione" proveniente dalla vicenda greca, è comunque abbastanza chiara e condivisa. Qualsiasi ipotesi di cambiamento sociale, delle politiche economiche, persino soltanto di riequilibrio sociale e reddituale, presuppone la rottura dell'Unione Europea. Non porsi il problema, pensare di poter  "migliorare" questo o quell'aspetto delle politiche di austerità, conduce esattamente allo stesso bivio su cui si è sfasciato il governo greco e la stessa Syriza. Prima dell'accordo del 13 luglio si poteva ancora onestamente pensare che fosse possibile. Ora non più.

P.S. Chiediamo scusa agli altri intervenuti, ma abbiamo lavorato in condizioni improbe e non di tutto siamo riusciti a prender nota. Faremo meglio la prossima volta.

Fonte

07/07/2015

Referendum contro i Trattati Europei. Si può fare, anche in Italia

Era il 21 marzo dello scorso anno quando una delegazione del movimento politico Ross@ entrò alla Presidenza della Camera dei Deputati per consegnare un dispositivo che chiedeva - e consente - un referendum di indirizzo costituzionale sui Trattati Europei sottoscritti arbitrariamente dai governi italiani che si sono succeduti dal 1992 a oggi. Si trattava di quei "governi di tecnocrati" che firmarono il Trattato di Maastricht (che comportò subito la "terapia d'urto" del governo Amato, 90.000 miliardi di lire di tagli, tasse, imposte, blocco dei salari, privatizzazioni), un trattato del 1992 che includeva la nascita dell'Unione Monetaria che diventerà otto anni dopo l'Eurozona.

Maastricht, Two Pack, Six Pack, Fiscal Compact, Semestre Europeo, obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione, Trattato di Dublino. Una lunga serie di misure micidiali e di vincoli che hanno portato da tredici anni a questa parte il paese in recessione, la disoccupazione giovanile al 43%, due milioni di posti di lavoro persi, aumento continuo e non diminuzione del debito pubblico, tagli alle spese sociali nella sanità, nella scuola e nella previdenza, privatizzazioni e svendite di industrie, banche e servizi strategici.

I governi Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, Monti, Letta e infine Renzi, hanno sottoscritto trattati vincolanti e pesantissimi dal punto di vista economico, sociale e politico, senza mai consultare la popolazione su queste scelte disastrose. Anzi guardandosene bene perché ogni volta che in un paese europeo è stato possibile svolgere referendum popolari su trattati europei... le oligarchie europee li hanno persi in Francia, Olanda, Irlanda, Danimarca e infine in Grecia.

Ma le classi dominanti (e anche una sinistra smemorata, pavida ed europeista oltre ogni ragionevolezza) contano sempre sulla memoria corta delle masse popolari, sulla connivenza dei mass media e sulla mancanza di coraggio politico delle opposizioni. Ci hanno detto sempre che un referendum su questa materia non si può fare perché la nostra Costituzione non prevede referendum in materia di trattati internazionali. Eppure... eppure uno strappo alla regola - in nome del dogma europeista - è stato fatto nel 1989, quando insieme alle elezioni europee i cittadini italiani vennero chiamati ad un referendum di indirizzo costituzionale per dichiarare se fossero d'accordo o meno nel dare mandato al Parlamento Europeo di legiferare su alcune materie. In quel referendum del 1989, votò il 72% degli aventi diritto e vinse ovviamente il via libera al Parlamento Europeo. Quindi, se la maggioranza dei deputati o la maggioranza dei senatori lo vuole, anche in Italia si può fare un referendum sui trattati europei, incluso quello che ha istituito l'Eurozona e introdotto l'euro.

Il dispositivo consegnato dalla delegazione di Ross@ alla Presidenza della Camera dei Deputati il 21 marzo del 2014 e sostenuto da tremila firme raccolte nelle piazze così recita:
Petizione al Senato della Repubblica e alla Camera dei Deputati

I e le sottoscritti/e cittadini/e italiani/e, a norma dell’articolo 50 della Costituzione, rivolgono [ al Senato della Repubblica; alla Camera dei Deputati]  una petizione affinché sia varata una legge costituzionale – ripetendo il precedente del 1989 −  per l’indizione di un referendum popolare di indirizzo sulle misure economico-sociali e di austerità previste nella normativa europea e nazionale.

Chiedono, altresì, che nella formulazione del quesito si faccia riferimento alla Raccomandazione del Consiglio del 12 luglio pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE del 21 luglio, al decreto legge 138/2011 (legge 148/2011) emanato in seguito alla lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi del 5 agosto 2011,  e agli altri provvedimenti assunti in seguito alla lettera indirizzata dal Governo italiano al Consiglio Europeo e al Vertice Euro del 26 ottobre 2011.

Firme

Giorgio Cremaschi

Emidia Papi

Franco Russo

Sergio Cararo

Più altre tremila firme circa di cittadini italiani.
A fine maggio di quest'anno, il M5S ha presentato invece al Senato una proposta di legge di iniziativa popolare corroborata da decine di migliaia di firme, che chiede venga approvata la legge che consenta il referendum anche in materia di trattati europei, in particolare sull'introduzione dell'euro.

Anche in questo caso le classi dominanti, gli eurocrati di casa nostra, i giornalisti e i commentatori asserviti e finanche gli esponenti politici pavidi o corrotti, proveranno a dire che non si può fare. Così come continuano a ripetere – nonostante i disastri sociali certificati che hanno prodotto le loro ricette in Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda etc. – che non si può fare diversamente, che occorre rimanere dentro l'Eurozona e l'Unione Europea perché al di fuori di queste "colonne d'Ercole" ci sono i draghi, i mostri e i fantasmi. Dopo il referendum in Grecia, sappiamo che così non è, non lo era prima e non lo sarà più. Niente è più come prima, ma adesso occorre avere coraggio politico e disponibilità alla lotta in misura molto maggiore, anche in Italia. La campagna Eurostop che si sta dando gambe per crescere in Italia, in Spagna e in Grecia (per ora) intende avviare una battaglia a tutto campo per fare il referendum anche qui contro i diktat della Troika. L'accumulazione di forze e la rottura degli apparati di dominio esistenti non sono decreti o manuali, sono processi reali che si danno concretamente dentro il conflitto sociale.

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14/06/2015

Expo - Un modello ideologico per "l'economia della promessa"

Expo non solo come grande evento ma come modello ideologico veicolato dalle élite dominanti, un modello che non solo distrugge le garanzie sociali esistenti ma mette in campo una sorta di “economia della promessa” alla quale tutti devono essere disposti a credere e disponibili ad adeguarsi.

Decisamente interessante l’incontro pubblico organizzato sabato da Ross@ a Milano sul tema dell’Expo. A un mese e mezzo dalla manifestazione del 1 Maggio e dalle polemiche che ne sono seguite, Ross@ Milano ha ritenuto che fosse importante non mollare la presa contro l’evento Expo per i suoi risvolti sul piano lavorativo, speculativo, sociale ma anche ideologico.

E’ infatti questa dimensione ideologica dell’operazione messa in campo con l’Expo che va compresa, contrastata, rovesciata. Dal lavoro gratuito all’idea che l’alimentazione possa essere una opzione di vita piuttosto che una necessità,  dal saccheggio di suolo che lascia in eredità solo cemento e debito pubblico da ripagare con tasse e tagli ai servizi, all’idea che la società possa essere una vetrina dove tutti si espongono, o come manichini o per quello che vendono. Insomma una dimensione complessiva dell’Expo che finalmente, è riuscita a comprendere anche chi lo aveva seguito più da lontano.

Intorno all’Expo si intende costruire un modello di città e di società, ha affermato Nico Vox di Ross@ aprendo i lavori, il problema è che questa è la “loro città e la loro società” e tutti gli altri ne sono esclusi. Vox ha denunciato la precettazione contro i lavoratori dell'Atm nel periodo dell'Expo, ha ricordato il ricorso presentato contro l’uso del lavoro gratuito e i licenziamenti realizzati dall’Expo sulla base di rapporti di polizia secretati. Fatti questi consentiti dagli accordi sindacali firmati proprio in occasione della "tregua sociale per l'Expo".

Decisamente interessanti per la visione “ampia” del modello Expo gli interventi di apertura e chiusura dell’incontro fatti da due attivisti storici del movimento No Expo: Abo e Luca della rete attitudine No Expo. Efficace la sintesi che ne ha offerto Abo  “Expo significa debito, cemento, precarietà”, “è una sintesi tra Jobs Act e decreto Sblocca Italia”. Severo il giudizio di Luca su quelle associazioni o reti che “quindici anni fa erano nelle strade di Genova a contestare un modello di mondo che rifiutavano e adesso hanno accettato di stare dentro Expo”.  Entrambi rinviano al libro Expopolis dove questo modello, la sua storia e il suo impatto viene descritto in modo complessivo.

Preziosa la testimonianza di Nicoletta Dosio, esponente del movimento No Tav della Val di Susa, la quale ha letto un volantino del 2003 del movimento No Tav nel quale si anticipava e denunciava l’uso del lavoro gratuito già nelle Olimpiadi di Torino del 2006. Nicoletta Dosio ha poi invitato alla solidarietà contro la repressione che si è abbatte contro gli attivisti No Tav con migliaia di inquisiti, processati e arrestati. Per i No Tav è stato naturale sostenere e partecipare alle mobilitazioni dei comitati No Expo.

E’ intervenuto Domenico Finiguerra, conosciuto per la sua campagna contro il consumo di territorio avviata quando per due legislature è stato il giovane sindaco di Cassinnetta di Lugagnano, piccolo comune lombardo, un impegno che prosegue oggi come consigliere di opposizione ad Abbiategrasso, comune dell’hinterland milanese dove contrastare l’effetto Expo è praticamente una lotta quotidiana. E’ poi intervenuto Roberto Maggioni, coautore del libro Expopopolis e giornalista di Radio Popolare.

Giorgio Cremaschi per il Forum Diritti Lavoro ha parlato di Expo come di una operazione ideologica. “Non è facile essere No Expo perché intorno ci hanno costruito un senso comune”, “Expo dà lavoro quindi dobbiamo essere disponibili, altrimenti non ci comprano”. Eppure secondo un sondaggio il 40% degli intervistati non gradisce Expo, e gli altri non si esprimono. Sono una vergogna i sindacati che hanno firmato l’accordo sul lavoro gratuito e hanno accettato anche la precettazione dei tranvieri dell’Atm in occasione di due scioperi convocati da Cub e Usb durante il periodo dell’Expo. Il Forum Diritti Lavoro ha presentato un esposto al Ministero del Lavoro contro il lavoro gratuito.

Marco Fumagalli, docente universitario e animatore della rete San Precario, ha affermato che si vanno aprendo delle crepe nell’immaginario creato dall’Expo. Ha chiarito come il lavoro volontario vada definito per quello che è: lavoro non remunerato. In questo senso dalle Olimpiadi di Torino del 2006 è cominciata una eccezione – l’uso del lavoro non remunerato – che sta diventando una norma. L’accordo sindacale del 23 luglio 2013 su Expo ha sancito l’uso del lavoro gratuito, un fattore che fa il paio con la legge sulla “Garanzia Giovani” avviata a maggio 2014. Con il modello Expo e questi provvedimenti siamo ormai dentro “l’economia della promessa”. Le contraddizioni di questo modello possono scoppiare negli ultimi due mesi di Expo cioè settembre/ottobre, occorre arrivarci preparati.

Infine è intervenuto Sergio Cararo di Ross@ Roma, che ha inquadrato la tempesta dell’inchiesta su Mafia Capitale dentro il cambio di passo dei poteri forti nel mettere le mani sulle grandi aree metropolitane. Da tempo i grandi gruppi finanziari e multinazionali stanno guardando alle metropoli come punti di valorizzazione dei capitali. Le aree urbane, il territorio ma soprattutto i grandi flussi di consumatori dinamici (turisti e visitatori) diventano il mercato per gli investimenti di questi gruppi che stanno soppiantando quelli vecchi e meno internazionalizzati. In questo senso Roma e Milano hanno un amaro destino comune scandito dai grandi eventi. In questa gentrificazione forzata delle aree metropolitane, per i settori popolari e a più basso reddito c’è solo la marginalità e l’esclusione, anche fisica, verso periferie sempre più allucinanti. Ha spiegato di come a Roma Ross@ sin da dicembre abbia dato battaglia politica chiedendo lo scioglimento del consiglio comunale e le dimissioni della giunta Marino, anche di fronte ai silenzi e alle resistenze della sinistra e di alcuni settori dei centri sociali. Da qui la necessità della rottura con una certa storia e modalità della sinistra e della indipendenza politica che Ross@ persegue come progetto politico.

Le conclusioni sono state tirate da Maurizio Dimodeo di Ross@ Milano che ha sintetizzato alcune idee circolate nella discussione: il controllo popolare sulle aree dell’Expo che andranno in degrado subito dopo la conclusione dell’evento; opporsi all’aumento delle imposte locali che ci sarà a causa dei debiti lasciati da Expo su Comune e Regione; tenere l’iniziativa sulle garanzie dei lavoratori dentro e fuori l’Expo; nessuna mediaziono o patto con il modello Expo; difendere la sovranità popolare sul territorio.

L'Expo infatti è costato 320 milioni di euro a Comune, di Milano, Regione Lombardia e Stato. Nonostante i trionfalismi tutti sono consapevoli che resterà un debito pubblico enorme sulle spalle. Tant'è che lo stesso Sole 24 Ore, già il 5 maggio, quattro giorni dopo l'inaugurazione, segnalava che forse l'Expo sarebbe stato meglio farlo nell'area dell'Ortomercato che era già di proprietà del comune. Non solo, i bandi su come utilizzare le strutture una volta finito l'Expo vanno deserti sul piano economico. Chi pagherà? Ci verranno a dire che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e quindi occorre aumentare le imposte e tagliare i servizi sociali per ripagare il buco del debito lasciato dall'Expo? I maligni dicono che è per questo motivo che Pisapia ha annunciato che non si candiderà a fare ancora il sindaco di Milano. Ci vorrà infatti una bella faccia tosta...

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13/06/2015

Ross@, Coalizione sociale. Giusto, ma poi?

Il dibattito pubblico organizzato da Ross@ giovedì a Bologna sul tema della Coalizione Sociale, ha avuto il pregio di mettere sul tavolo della discussione i nodi principali e finora irrisolti della proposta di Landini.

Tiziano Loreti introducendo la serata ha ricordato come la stessa Ross@, nella sua idea costitutiva, abbia messo al centro la necessità di dare rappresentanza e organizzazione ad una coalizione sociale antagonista, ipotesi che tra l’altro si è manifestata nelle sue potenzialità con lo sciopero nazionale e la manifestazione del 18 e 19 ottobre di due anni fa a Roma promossa dal sindacalismo conflittuale e dai movimenti sociali, una occasione poi persa ma che rimane come la massima espressione di un possibile progetto di ricomposizione nelle lotte.

La questione non è la paternità di una espressione o di un progetto ma la definizione di cosa vuole essere e degli obiettivi di una necessaria coalizione sociale, e su questo la confusione a sinistra è massima, in parte voluta e in parte causata dalla sconfitta storica degli ultimi decenni.

Se sinistra significa partire da Civati, mettendo insieme tutti i vari responsabili della stessa sconfitta, da Cofferati per arrivare allo stesso attuale sindaco di Bologna, Merola che si definisce come sindaco “più a sinistra”, un problema c’è ed è enorme. Non è solo il problema riferito a chi esce ora dal PD, condividendone finora il percorso, ma anche della sinistra ex radicale che ha dato il suo negativo contributo allo smantellamento delle capacità di resistenza dei lavoratori e dei settori popolari.

Non ha caso il titolo della serata era “coalizione sociale, con chi, contro chi e per fare cosa”? Domande a cui bisogna rispondere chiaramente per poter procedere nella realtà e non solo nelle convention della sinistra. Insomma che sapore, che colori, che passioni ha questa proposta?

Discussione necessaria, senza tifoserie, ma senza neppure ipocrisie, ed è stato un peccato che pur avendo organizzato questo appuntamento concordandolo con un mese di anticipo, che sia mancata all’ultimo momento la presenza di un esponente della Fiom, come Bruno Papignani, un po’ a rappresentare le difficoltà di entrare in un confronto nel merito.

È toccato a Giorgio Cremaschi affrontare esplicitamente il nodo della rappresentanza politica ed elettorale, come si fa a continuare a dire che la coalizione sociale non vuole essere un partito e che non si vogliono fare delle liste elettorali, quando è evidente a tutti che questa questione è sul tavolo politico della sinistra in Italia. Se si parla di andare oltre il sindacato e di fare intervento politico, se si esclude la lotta armata o il fare un centro studi è chiaro che la questione dello schieramento elettorale c’è. La gravità della situazione non permette timidezze o ipocrisie.

Una discussione, con vari interventi, dove non si sono aggirati i nodi politici fondamentali. Ed infatti sono tre le questioni dirimenti da chiarire per chiunque faccia una proposta di ricostruzione di una opposizione sociale.

La prima riguarda l’Unione Europea. Non si può tacere su questo punto: che giudizio viene dato di questa Unione Europea? È riformabile oppure no? Per Ross@ ormai dovrebbe essere chiaro che non lo è, e le vicende della Grecia dovrebbero essere illuminanti sul suo carattere antidemocratico, antipopolare e ultraliberista.

Il cosiddetto “pilota automatico” di Draghi, i vincoli, le regole di controllo sulle politiche economiche e sociali dei paesi membri sono la liquidazione del concetto di democrazia. Come si fa a parlare di difesa della Costituzione quando questa è stata già minata alla fondamenta dall’introduzione dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio, la vicenda della sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni o sul blocco dei contratti pubblici con la reazione del Governo che è significativa del fatto che i diritti non esistono, che tutti gli altri articoli della costituzione non sono esigibili se fuori dai vincoli imposti dall'Unione Europea.

Come si fa a non affrontare il tema della politica estera promossa dalla UE, quando oltre alla questione direttamente militare e dei profughi, stiamo pagando pesantemente la scelta delle sanzioni alla Russia con enormi perdite. La sinistra scompare e si rimane nei buoni propositi senza avere risultati e non si possono avere risultati se si rimane nel recinto politico ed economico della Unione Europea.

La seconda questione è quella sindacale e sociale, che è stata mistificata. Non è vero che il sindacato perde perché non ha difeso i non garantiti, questa è una ricostruzione televisiva che non corrisponde alla realtà: il sindacato ha perso perché non ha difeso da decenni i lavoratori garantiti e non difendendoli non ha esteso i diritti acquisiti neppure ai precari e non garantiti in generale. Come altrimenti leggere la sconfitta sulle pensioni, sul rinnovo dei contratti, la questione ultima del demansionamento previsto nel Jobs Act per tutti i lavoratori.

Si tratta certamente di coalizzare ma anche e soprattutto chiarire chi si combatte, non di come ci si allea con le cooperative o con il terzo settore, ma ad esempio come si contrasta il regime padronale, un'oppressione dei lavoratori  di tipo fascista ed anche il devastante inganno del no profit sistematizzato dal Civil Act preparato dal governo.

Terzo punto i rapporti con la politica. In attesa che maturi la questione elettorale finora elusa, senza mitizzare l’astensionismo, ci sono però buone ragioni per non votare una sinistra che esprime un vuoto.

Abbiamo la scomparsa di una cultura di parte, di classe anche riformista, una liquidazione prodotta da decenni di antisocialismo e anticomunismo, si è creato un vuoto che ora viene sfondato a destra da una nuova vandea che attraversa i settori popolari. A questo vuoto non si risponde con la costituzione di un ennesimo partito comunista ma neppure riproponendo assurdamente una nuova edizione del centrosinistra con una subalternità simile se non peggiore di quella che ci ha condotti ai risultati di oggi.

Oggi bisogna essere nettamente contrari al Partito Democratico, non solo contro il renzismo, bisogna essere contro la destra ma concretamente e veramente, come fan chi contesta i comizi della Lega. E’ facile essere contro Renzi, con il suo estremismo di centro, ma c'è maggiore riluttanza a rompere con il PD dappertutto, nelle cooperative, nelle società pubbliche, nelle amministrazioni locali, a praticare una rottura netta con un regime.

Abbiamo bisogno di questo, di una sinistra di classe che non si vergogni di essere tale e non si vergogni dei propri valori storici e non si ponga il problema oggi del “governo”, perché su questa strada si arriva a candidare Landini alle primarie del PD, e sarebbe la scelta più coerente se si persegue questa logica.

Bisogna costruire, quindi, l’opposizione sociale con la consapevolezza che questo paese è andato a destra a livello di massa, bisogna scontrarsi non nei palazzi ma in mezzo alla gente, sui contenuti, sui valori, sugli interessi dei settori popolari. Non occhieggiando un po’ tutti e a tutti i diversi interessi, ma partendo dalle lotte, in mezzo a questa gran confusione. Ricostruire una forza in grado di incidere, anche per arrivare alle elezioni, ma bisogna ricostruire quello che non c’è.

Cerchiamo una chiarezza su queste tre questioni: l’Unione europea, le politiche sindacali che abbiamo conosciuto in questi anni, il come si combatte il sistema politico che ruota intorno al PD. L’ecumenismo non funziona, altrimenti non si è in grado di dire nulla di utile, abbiamo bisogno di scelte divisive che sono le uniche che producono le scelte politiche necessarie oggi. Sta in questo il discorso della rottura e dell'unità che Ross@ propone e persegue.

La situazione è troppo grave per procedere per inerzia ripercorrendo strade già percorse, se Landini dichiara di non voler fare le stesse cose possiamo crederci, ma finora non capiamo che cosa effettivamente si vuole costruire di diverso da quello che ha portato la sinistra a questo stato di crisi.

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02/05/2015

Dopo il 1 maggio No Expo. Alcuni punti di vista

Inevitabile riflettere su quanto accaduto ieri a Milano. Diamo qui alcuni primi spunti, tutti scelti tra quelli che danno elementi seri da affrontare, sottraendosi alla dicotomia che tanto piace al potere e ai suoi servi: lei è favorevole o contrario?

E' solo l'inizio, naturalmente...

*****

Alcune valutazioni sulla manifestazione di Milano, fuori dalla banalità

Carlo Formenti (Ross@)


A Milano ieri non c'ero e per principio non mi piace disquisire su eventi ai quali non ho partecipato. Dico solo due cose sui dibattiti del dopo; sia quelli interni al movimento che quelli esterni (media, opinionisti, politici, forze dell'ordine, ecc.). I primi sono sempre più ripetitivi (forse perché rispecchiano lo schema ripetitivo delle manifestazioni): da un lato i violenti hanno rovinato tutto, dall'altro le anime belle fanno il gioco del potere che vuole dividerci fra buoni e cattivi. Una litania inconcludente che non si misura (quasi) mai su contenuti e progetti politici. I secondi sono il solito coro delle condanne indignate, però con due novità interessanti: 1) in primo luogo, l'insistenza sul fatto che la maggioranza dei manifestanti era pacifica e che le loro ragioni di dissenso sono rispettabili cresce; 2) i poliziotti intervistati fanno chiaramente capire che una certa quota di "lasciar fare" ai guerriglieri e la consegna di evitare attacchi indiscriminati ai cortei sono un dato acquisito. Genova ha insegnato qualcosa: il prezzo d'immagine della repressione indiscriminata è troppo alto e i militanti più attivi possono essere individuati e colpiti dopo, a freddo. Ma soprattutto è come se anche le forze dell'ordine fossero entrate nella ritualità di eventi che contano soprattutto in termini di rappresentazione mediatica. Forse ciò dovrebbe indurci a meditare sull'efficacia di queste modalità e a ragionare sull'invenzione di nuove forme di lotta...

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Collettivo Militant (Noi Saremo Tutto)

Trentamila persone per una manifestazione addirittura internazionale, lanciata da mesi e contro la *grande opera* per eccellenza, segnano la cornice entro cui ogni ragionamento andrebbe riportato: oggi, se non in rare occasioni, non abbiamo la forza di costruire consenso, veicolare processi di opposizione reale, sedimentare forme di resistenza. Oggi a muoversi sono sempre e solo militanti politici, numericamente sempre meno e sempre più isolati dal corpo sociale che in qualche modo si vuole rappresentare (quello del lavoro: salariato, disoccupato, precario, non pagato, eccetera). I motivi di questo progressivo scollamento sono da ricercarsi dentro di noi, non all’esterno. Non c’è un complotto contro processi di partecipazione, se non la tipica dinamica volta a disincentivarli sempre però presente, in ogni fase della storia, quando questi assumono forma antagonistica. Questo il primo dato da cui partire, che però spiega i motivi per cui, a seconda del contesto, si dovrebbe avere l’intelligenza e la capacità di scegliere lo strumento più adatto per esprimere un messaggio politico.

Per quanto ci riguarda, siamo saliti a Milano con la consapevolezza di partecipare in forma minore, senza velleità protagonistiche, consapevoli che da tempo la città stava investendo tutta l’energia politica di cui è attualmente capace per l’occasione, fidandoci dunque dei compagni che in qualche modo ci si stavano sbattendo. Abbiamo partecipato nello spezzone che consideravamo centrale nel discorso “no-Expo”, quello del lavoro. E’ la questione lavorativa il cuore del significato dell’Expo; sono le forme che il lavoro assume nei progetti pilota quali Expo che minano alla radice le nostre condizioni di vita; sono tali sperimentazioni sociali che poi il capitale generalizza trovando sbocco alla sua necessità di profitto. E’ dunque nella questione lavorativa che si trovano le ragioni della nostra opposizione alla grande opera Expo. Tutelando noi e la metà del corteo dietro agli scontri, abbiamo – insieme agli altri compagni presenti: dai sindacati conflittuali ai collettivi che fondano il proprio agire nella contraddizione capitale-lavoro – garantito che metà corteo giungesse infine alla sua naturale conclusione, evitando la dispersione del corteo stesso.

Non eravamo materialmente presenti nel fuoco degli scontri, evitiamo dunque di parlare di dinamiche che ci vengono raccontate ma che sono frutto di legittime decisioni altrui. Soprattutto, non ci accodiamo al pensiero mainstream che da subito ha iniziato la consueta opera denigratoria. Non c’è un corteo buono e uno cattivo; non ci sono infiltrati; non c’è una parte sana e una malata. Questa cosa va detta con fermezza, in ogni dove. C’è solo tanta rabbia, che va articolata ed espressa nel migliore dei modi (e dubitiamo che questo “migliore dei modi” sia quello visto ieri), ma che in ogni caso non condanniamo perché non è certo il comportamento dei subalterni che oggi può essere messo sul banco degli imputati. Ci sono delle scelte politiche precise e una “narrazione conflittuale” che da tempo ha preso il sopravvento sulla strategia politica. Non è lo scontro e la devastazione il problema oggi. E’ come creare consenso attorno a pratiche conflittuali. E’ questo ciò che manca, ed è da qui che si deve ripartire, e da subito. Non reiterando discorsi e immaginari che vengono poi raccolti da altri, che con più sapienza e coerenza li portano alle estreme conseguenze. E’ tornando a fare politica, cioè costruendo un discorso conflittuale che vada di pari passo al sentire comune della classe. Senza accelerazioni inutili o altrettanto inutili attendismi.

Quelli che oggi inorridiscono e che magari favoleggiano degli anni Settanta dovrebbero tenere in mente che esteticamente non c’è molta differenza tra la Milano di ieri e una qualsiasi manifestazione del ’77: è il contesto che è radicalmente diverso, la cornice politica radicalmente mutata, i numeri, il consenso diffuso, una dialettica politica differente, differenti organizzazioni capace di reggere pratiche di piazza oggi completamente “anarchiche”. Un modello che oggi non può essere riproposto in sedicesimi sperando di azzeccare la combinazione giusta per caso, scontro dopo scontro, quasi che attraverso una sommatoria di pratiche esteticamente simili si possano riattivare magicamente cicli di lotte ormai trapassati. Tra una sfilata pacifica e una Mercedes in fiamme, ci sembra mancare la politica, quella mediazione capace di spostare in avanti il nostro rapporto di forze con i nemici di classe. Che utilizza il conflitto come mezzo e non come fine, trasformandolo in obiettivo politico strategico e sacrificando ad esso ogni discorso di opportunità politica. Ma questo è un discorso che va affrontato tutti insieme. Da oggi va ricostruita un’opposizione all’Expo, vanno continuati i percorsi e vanno liberati i compagni. Soprattutto quelli arrestati ieri negli scontri. E dopo anni di corruzione, scandali, miliardi sottratti alla cittadinanza, nepotismi vari, disastri economici, sociali e culturali, non ci venissero a parlare di danni d’immagine alla città. Non sarà la collera male organizzata dei subalterni a rendere le nostre ragioni meno decisive.

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Aldo Giannuli (storico)

Quanto è accaduto ieri, 1 maggio, a Milano, merita una riflessione a mente fredda, senza reazioni emotive. Il che non significa affatto giustificare neanche un po’ l’operato delle tute nere, che va condannato con nettezza e senza sconti di sorta, ma chiedersi il perché di queste forme di protesta.

Per un momento terrei separate le occasioni come quelle di ieri da episodi come la lotta alla Tav o simili: sono cose che hanno punti di contatto, ma che occorre tenere distinte.

Così come va tenuta distinta questa area “violentista” dal mondo dei centri sociali in quanto tali (che, ad esempio, ieri  in gran parte non hanno partecipato a gli scontri), anche se farebbero bene a pensare ad una dissociazione pubblica e netta rispetto a quell’altra area. E qui mi pare che Fedez abbia detto cose molto giuste.

Per cui ieri, in realtà, non c’è stata una manifestazione ma due: quella delle 500 tute nere e quella delle migliaia di partecipanti alla Mayday che sono restati perfettamente estranei agli scontri. E la stampa ha dato massimo risalto ai devastatori ignorando quasi del tutto gli altri, facendo così il gioco dei primi.

Per ora parliamo della manifestazione delle tute nere. Ormai gli incidenti, gli scontri con la polizia, le vetrine sfasciate e le auto incendiate, in coincidenza con eventi di una certa risonanza mediatica, sono un evento regolare come la pioggia in autunno ed il sole a ferragosto. Diventa necessario cercare di capire, partendo dalle motivazioni di chi mette in atto queste forme di lotta. La prima evidenza che balza agli occhi è la ricerca di visibilità: tutti eventi dove si sa di poter contare sulla presenza di telecamere e giornalisti in quantità, per cui gli incidenti occuperanno le prime pagine dei giornali e l’apertura dei telegiornali. E i titolo a tutta pagina che ingigantiscono gli scontri al di là della loro reale portata (la puntura di spillo all’elefante del potere politico e finanziario) sono miele per le tute nere e simili, che si confermano nell’idea di un protagonismo di cui altri non sono capaci.

Queste proteste sono figlie della “società dello spettacolo” dove tutto, anche il conflitto, è “rappresentato” esattamente come a teatro. Una sorta di living theatre in piazza.

La seconda evidenza è l’inconsistenza delle motivazioni dichiarate: alzi la mano chi ha capito cosa volevano e contro chi protestavano. Ascoltate con attenzione l’intervista ad un giovanissimo manifestante data da Tgcom 24: un misto di pulsioni ormonali adolescenziali ( “più che altro ero esaltato e volevo qualcosa in mano per spaccare  qualcosa.. però è stata una bella esperienza”) un malessere acuto  e, soprattutto un bisogno di autoaffermazione: “dobbiamo far sentire la nostra voce”. Peccato che, salvo un accenno genericissimo ai “politici che rubano” e alla “banca che è l’emblema della ricchezza” la “voce” non dicesse nulla. Certo l’Expo è stata la grande occasione del nostro ceto politico di ladri, ma la denuncia di queste ruberie era nell’azione del corteo my day, per le tute nere era solo un pretesto per sfasciare tutto, dando sfogo ad un nichilismo anarcoide (leggete bene: non ho scritto anarchico, ho scritto anarcoide). A loro interessa solo dire “ci siamo” ed il fine del loro movimento è puramente autoaffermativo e identitario. Il che si combina perfettamente con la ricerca di occasioni di spettacolarizzazione. Ne consegue il rifiuto di ogni proposta e della stessa dimensione politica: questo è un movimento dell’antipolitica. Ma anche antisociale: se è una protesta è giusto spaccare tutto, anche la macchina di un povero diavolo che sta ancora pagando il mutuo e non è per niente un uomo di potere, però ha il torto di “non stare con noi a protestare”. Da cui discende il carattere fondamentalista del movimento, che non cerca interlocuzioni, confronti, mediazioni ma solo l’affermazione della propria identità e la delegittimazione di ogni altra. Da questo punto di vista, questo fondamentalismo è il rovescio della medaglia di quello neo liberista, anche questo è una forma di “pensiero unico” non interessato al confronto.

Il terzo elemento è il rifiuto della modernità espresso, anche qui, nella ricerca dei simboli da colpire: non la speculazione finanziaria, ma la banca in quanto tale, non il lusso antiegualitario ma la vetrina del negozio qualsiasi perché simbolo del commercio. Ed anche l’ambientalismo professato è rifiuto di tutto quanto non sia “stato di natura”. Nei pressi della mia facoltà c’è una scritta che racchiude tutto un immaginario: “Grandi opere = Grandi Scontri”. Perché Grandi opere non possono essere che devastanti per l’ambiente, finalizzate ad una qualche tangente e dannosa per chi ci abita intorno. Che possano esserci grandi opere socialmente utili, rispettose dell’ambiente e dei diritti degli abitanti, non è cosa presa neppure in considerazione, perché è qualsiasi intervento industriale e cantieristico ad essere rifiutato.

E qui io distinguerei il caso della No Tav, che è la protesta delle popolazioni interessate contro quella determinata opera e per le modalità con cui essa è realizzata, realmente dannose per l’ambiente e per l’economia locale, e non è il rifiuto dell’opera in quanto tale.

Questa protesta assume la forma di una guerriglia cittadina di cui non deve sfuggire la raffinatezza: l’uso di una divisa (le giacche e tute nere) durante l’azione, da abbandonare subito dopo per sfuggire alla polizia, l’uso dei fumogeni per confondere la scena a facilitare la ritirata, le forme di azione coordinata dei piccoli gruppi ecc. Si direbbe che quello stesso principio di organizzazione, negato per l’azione politica e rivendicativa, sia riscoperto ed applicato nell’azione violenta e denuncia una progressione di questo tipo di movimenti in chiave militarista che non va sottovalutato. Non sono un legalitario ed un non violento ed ammetto che in determinate circostanze particolarmente gravi (cito il luglio 1960, per capirci) possa esserci un uso proporzionato della violenza, ma qui siamo di fronte ad una esaltazione della violenza in quanto tale. Essa cessa di essere mezzo per combattere qualcosa e diventa fine in sé, proprio perché non siamo in presenza del conflitto sociale, con la sua logica e le sue dinamiche, ma di fronte alla sua rappresentazione che esige il culto della violenza. Ed il culto della violenza è sempre una cosa che evoca lo squadrismo fascista, esattamente come il primitivismo politico che si coglie in questi comportamenti.

Ma da dove scaturisce questa forma di protesta così primitiva? In parte lo abbiamo già detto: la società dello spettacolo incoraggia una prassi di tipo rappresentativo, così come il fondamentalismo neo liberista produce il suo riflesso speculare che è questo. Ma c’è anche di più.

Cari amici: vi è piaciuto eliminare o ridurre ai margini i canali di trasmissione della domanda politica (partiti, sindacati ecc)? Vi è piaciuto produrre la spoliticizzazione di massa, promuovere la cultura dell’iper individualismo? Bene: il risultato è la jacquerie urbana. Contenti?

Certo la lotta di classe è stata disarticolata, almeno da parte delle classi subalterne, perché, invece, quelle dominanti continuano a farla e pestano duro. Bene, ma la lotta di classe conteneva un principio ordinatore del conflitto, una evoluzione dalle sue forme più belluine proprio con i suoi elementi culturali ed organizzativi, in mancanza dei quali la società regredisce nello stato semi barbarico, che oggi possiamo ammirare.

Certo, comportamenti di questo tipo meritano una sanzione penale e senza sconti (dico senza sconti), ma pensare di farcela solo con la repressione è una totale stupidaggine. Significherebbe solo entrare in una fase di entropia crescente, in cui violenze come quelle di ieri diverrebbero un fenomeno endemico e senza sbocco. Il problema va posto sul piano sociale e politico. Pensateci cari amici.

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Sergio Bellavita (Cgil - Il sindacato è un’altra cosa)

Corteo noexpo avanti finché si è potuto. Migliaia e migliaia di manifestanti contro la fiera dello sfruttamento. Per il resto sono sempre coloro che governano i responsabili unici del disordine. Milano non è né devastata né saccheggiata. Non ci toglierete la parola per qualche vetro infranto. Voi che avete portato la guerra in decine di paesi con la scusa della pace, voi che state violentando la vita di milioni di uomini e donne. Voi proprio non raccontate la pace a noi.

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