Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/06/2016

Scontri No Expo. Tre condanne, ma più “blande”

Strada facendo si è sgonfiato molto il processo contro i manifestanti arrestati per gli scontri al corteo No Expo del primo maggio a Milano.

Un imputato è stato completamente prosciolto dopo aver passato sei mesi agli arresti (metà in carcere, metà ai domiciliari). Come già spiegato qualche settimana fa, era stato fermato dalla polizia addirittura prima della manifestazione, perché privo dei documenti. Dunque aveva il più blindato di tutti gli alibi (era in questura!), ma questo non aveva impedito ad alcuni funzionari di “riconoscerlo” come autore di una serie di azioni e di scriverci pure un rapporto sopra...

Un colpo molto serio, dunque, alla serietà delle indagini. Questo non ha impedito al gup Roberta Nunnari di condannare a 3 anni e 8 mesi Andrea Casieri (è ancora detenuto in carcere) con la concessione delle attenuanti generiche e per i reati di devastazione e incendio, resistenza a pubblico ufficiale e travisamento. Ma se guardiamo alla richiesta abnorme dell’accusa (per lui erano stati chiesti 5 anni e 8 mesi) si nota come ci sia quasi un dimezzamento rispetto alle richieste.

Casieri è peraltro l’unico per cui l’accusa di “devastazione e saccheggio” sia stata accolta in sentenza. Per altri due manifestanti sono arrivate pene fino a due anni e due mesi per il reati di resistenza a pubblico ufficiale. Si vedrà in appello se anche queste condanne resteranno tali.

Gli avvocati difensori Eugenio Losco, Mauro Straini, Luigi Pelazza e Niccolò Vecchioni, hanno espresso soddisfazione per l’esito del processo, mentre la Procura ha accolto, comunque, positivamente il riconoscimento del reato di devastazione nel processo. Una condanna di “mediazione”, per non stroncare del tutto l’operato della polizia e dei magistrati dell’accusa. Non certo il trionfo della giustizia...

Un quinto manifestante, milanese, è ancora latitante, mentre nello stesso blitz erano stati arrestati ad Atene anche cinque anarchici greci per i quali la Grecia, però, nei mesi scorsi non ha concesso l’estradizione non riconoscendo, in sostanza, il reato di devastazione e quella che l’autorità giudiziaria greca ha ritenuto un sorta di “responsabilità collettiva”.

Singolari e “creative” le condanne al risarcimento per Unicredit (che era parte civile per due filiali danneggiate), ma soprattutto il risarcimento per “danni di immagine” per il Ministero dell’Interno, che era parte civile e che aveva chiesto 300mila euro (ne ha ottenuti “solo” 15.000).

Restiamo in attesa di sapere in cosa consista il “danno di immagine” per un ministero di polizia. A noi sembra che l’episodio dell’innocente accusato di “azioni violente” in strada, nonostante fosse già in stato di fermo in questura, sarebbe sufficiente a distruggere l’immagine di un dicastero anche meglio messo di quello guidato da Alfano.

Fonte

08/06/2016

Scontri No Expo. I verbali di polizia erano “non credibili”

Non capita spesso che dei giudici considerino, in sede processuale, “inattendibili” i rapporti e le testimonianze dei poliziotti o carabinieri. Specie in materia di scontri a latere delle manifestazioni di protesta. Quando questo accade, è davvero una notizia (un po’ come “uomo morde cane”, insomma).

E’ accaduto a Milano, e questa è una notizia nella notizia, perché da tempo la Procura, i Tribunali e soprattutto quello di Sorveglianza (teoricamente addetto a far rispettare l’esecuzione delle pene secondo le regole della Legge Gozzini) sembrano seguire un codice diverso da quelli in vigore nel resto del paese. Iper-rigorista, e non solo contro i corrotti (che, ci mancherebbe, vanno estirpati come i tumori), ma soprattutto contro l’opposizione politica e sociale.

La doppia notizia non diventa comunque bella se pensiamo ai sei mesi passati agli arresti dal povero Mirko Leone, fermato in piazza prima della contestazione No Expo, il primo maggio di un anno fa. In effetti, la sua condanna sarebbe diventata un “caso di scuola” per le facoltà di giurisprudenza mondiali...

Né ci conforta troppo, a ben pensarci, l’indicazione dello stesso Tribunale ad indagare sui firmatari del rapporto considerato “non credibile” con cui l’arresto era stato “condito” da un vice-questore e tre agenti. Sarebbe bene, e forse sarà anche possibile, qualche sanzione per questi quattro disinvolti “letterati” che hanno costruito una poco convincente fiction metropolitana. Ma siamo pressoché certi, nella nostra lunghissima esperienza, che tale sanzione arriverà tardi, depotenziata, ridotta ai minimi termini e comunque portata alla prescrizione.

È una regola del potere – in Italia come in Egitto o negli Stati Uniti – che gli sbirri siano tutelati dai rigori della legge. Per loro non vale mai, o quasi.

Prevenuti? No davvero. Questo è il paese in cui se muori in caserma è colpa tua che sei cagionevole di salute... E’ il paese di Piazza Fontana...

Qui di seguito l’articolo del Corriere della Sera che riporta la “doppia notizia”...

*****

No Expo assolto per sassi su polizia: «Racconto agenti non è credibile»

Sei mesi agli arresti per gli scontri del Primo maggio dello scorso anno. «Indagate sugli autori del verbale»: un vicequestore aggiunto e tre agenti

Luigi Ferrarella

MILANO – Ha iniziato l’udienza in Tribunale da imputato di due episodi di «resistenza aggravata a pubblico ufficiale» negli scontri no Expo del primo maggio 2015 a Milano: costatigli quel giorno l’arresto, poi due mesi e mezzo in carcere e altri tre di arresti domiciliari, che all’inizio gli erano stati negati perché per il Tribunale del Riesame la sua casa sarebbe potuta altrimenti diventare «un covo di terroristi». Ha finito l’udienza non soltanto vedendosi assolto (su richiesta dello stesso pm) da entrambe le imputazioni «perché il fatto non sussiste» e «per non aver commesso il fatto», ma anche ascoltando il Tribunale ordinare a sorpresa la trasmissione alla Procura degli atti su quattro poliziotti: un vicequestore aggiunto e tre agenti firmatari del verbale (base dell’incriminazione crollata) che rappresentava i fatti con dinamica che l’istruttoria ha mostrato impossibile.

Un sasso in testa
Secondo il verbale dei poliziotti il 27enne Mirko Leone, non particolarmente inserito nell’ambiente «antagonista», era la persona che nel caos degli scontri quel primo maggio in piazza Conciliazione aveva scagliato un grosso sasso alla testa del vicequestore Angelo De Simone, ed era stato bloccato poco dopo in via Pagano in un acceso parapiglia tra agenti e compagni del giovane che avevano cercato di sottrarlo alle forze dell’ordine. Elementi contrastanti questa versione erano però stati presto introdotti dagli avvocati Micaela Nitrosini e Filippo Caccamo, sulla base di uno studio dei video di quel pomeriggio di inaugurazione dell’Expo 2015 e degli orari dei fotogrammi, che già a parere della difesa non consentivano di collocare il giovane nei luoghi dove sarebbe dovuto trovarsi per corrispondere alla dinamica dell’accusa. E a questo punto decisiva è stata la correttezza istituzionale sia del pm Piero Basilone sia dei dirigenti della Questura milanese.

Ricostruzione
Il primo, infatti, ha ricostruito che in realtà Leone, probabilmente a insaputa del vicequestore, senza documenti in piazza Conciliazione era stato fermato per identificazione da un altro funzionario di polizia (Antonio D’Urso, quello poi ripreso nel famoso video che lo vede aggredito e bastonato da un black bloc), il quale l’aveva affidato a un altro agente: dunque Leone in via Pagano non poteva essere fermato in alcuno scontro perché già sotto il controllo di poliziotti che lo accompagnavano in caserma.

Custodia
In teoria restava un piccolo «buco» ricostruttivo, una parentesi nella quale sempre in teoria si poteva ipotizzare che Leone, fermato in piazza Conciliazione, avesse riguadagnato la libertà per qualche momento, e in questa parentesi avesse di nuovo opposto resistenza a pubblico ufficiale nei termini descritti dal verbale del vicequestore De Simone e degli agenti Alessio Cianatiempo, Riccardo Matta e Antonio Cota. Ma a chiudere anche questa parentesi, e a dare la certezza di una catena di custodia di Leone mai interrottasi tra piazza Conciliazione e via Pagano, è stata la convocazione di tutti i propri uomini da parte del capo della Digos, Claudio Ciccimarra, per chiedere loro se qualcuno ricordasse il volto di Leone: e una poliziotta non solo lo ha ricordato benissimo, ma soprattutto ha ricordato che gli era stato affidato proprio da un altro collega, che a sua volta l’aveva avuto in custodia in piazza Conciliazione.

Assoluzione
Il pm in requisitoria ha perciò chiesto l’assoluzione, concludendo che, se il secondo episodio non poteva essere avvenuto con le modalità testimoniate dai poliziotti verbalizzanti, costoro non potevano essere di per sé ritenuti sufficienti a dare credibilità neppure al primo episodio. Le giudici Giovanna Campanile, Maria Cristina Pagano e Ombretta Malatesta sono andate oltre: e insieme all’assoluzione hanno anche trasmesso gli atti alla Procura affinché valuti eventuali reati nel comportamento dei quattro poliziotti.

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14/06/2015

Expo - Un modello ideologico per "l'economia della promessa"

Expo non solo come grande evento ma come modello ideologico veicolato dalle élite dominanti, un modello che non solo distrugge le garanzie sociali esistenti ma mette in campo una sorta di “economia della promessa” alla quale tutti devono essere disposti a credere e disponibili ad adeguarsi.

Decisamente interessante l’incontro pubblico organizzato sabato da Ross@ a Milano sul tema dell’Expo. A un mese e mezzo dalla manifestazione del 1 Maggio e dalle polemiche che ne sono seguite, Ross@ Milano ha ritenuto che fosse importante non mollare la presa contro l’evento Expo per i suoi risvolti sul piano lavorativo, speculativo, sociale ma anche ideologico.

E’ infatti questa dimensione ideologica dell’operazione messa in campo con l’Expo che va compresa, contrastata, rovesciata. Dal lavoro gratuito all’idea che l’alimentazione possa essere una opzione di vita piuttosto che una necessità,  dal saccheggio di suolo che lascia in eredità solo cemento e debito pubblico da ripagare con tasse e tagli ai servizi, all’idea che la società possa essere una vetrina dove tutti si espongono, o come manichini o per quello che vendono. Insomma una dimensione complessiva dell’Expo che finalmente, è riuscita a comprendere anche chi lo aveva seguito più da lontano.

Intorno all’Expo si intende costruire un modello di città e di società, ha affermato Nico Vox di Ross@ aprendo i lavori, il problema è che questa è la “loro città e la loro società” e tutti gli altri ne sono esclusi. Vox ha denunciato la precettazione contro i lavoratori dell'Atm nel periodo dell'Expo, ha ricordato il ricorso presentato contro l’uso del lavoro gratuito e i licenziamenti realizzati dall’Expo sulla base di rapporti di polizia secretati. Fatti questi consentiti dagli accordi sindacali firmati proprio in occasione della "tregua sociale per l'Expo".

Decisamente interessanti per la visione “ampia” del modello Expo gli interventi di apertura e chiusura dell’incontro fatti da due attivisti storici del movimento No Expo: Abo e Luca della rete attitudine No Expo. Efficace la sintesi che ne ha offerto Abo  “Expo significa debito, cemento, precarietà”, “è una sintesi tra Jobs Act e decreto Sblocca Italia”. Severo il giudizio di Luca su quelle associazioni o reti che “quindici anni fa erano nelle strade di Genova a contestare un modello di mondo che rifiutavano e adesso hanno accettato di stare dentro Expo”.  Entrambi rinviano al libro Expopolis dove questo modello, la sua storia e il suo impatto viene descritto in modo complessivo.

Preziosa la testimonianza di Nicoletta Dosio, esponente del movimento No Tav della Val di Susa, la quale ha letto un volantino del 2003 del movimento No Tav nel quale si anticipava e denunciava l’uso del lavoro gratuito già nelle Olimpiadi di Torino del 2006. Nicoletta Dosio ha poi invitato alla solidarietà contro la repressione che si è abbatte contro gli attivisti No Tav con migliaia di inquisiti, processati e arrestati. Per i No Tav è stato naturale sostenere e partecipare alle mobilitazioni dei comitati No Expo.

E’ intervenuto Domenico Finiguerra, conosciuto per la sua campagna contro il consumo di territorio avviata quando per due legislature è stato il giovane sindaco di Cassinnetta di Lugagnano, piccolo comune lombardo, un impegno che prosegue oggi come consigliere di opposizione ad Abbiategrasso, comune dell’hinterland milanese dove contrastare l’effetto Expo è praticamente una lotta quotidiana. E’ poi intervenuto Roberto Maggioni, coautore del libro Expopopolis e giornalista di Radio Popolare.

Giorgio Cremaschi per il Forum Diritti Lavoro ha parlato di Expo come di una operazione ideologica. “Non è facile essere No Expo perché intorno ci hanno costruito un senso comune”, “Expo dà lavoro quindi dobbiamo essere disponibili, altrimenti non ci comprano”. Eppure secondo un sondaggio il 40% degli intervistati non gradisce Expo, e gli altri non si esprimono. Sono una vergogna i sindacati che hanno firmato l’accordo sul lavoro gratuito e hanno accettato anche la precettazione dei tranvieri dell’Atm in occasione di due scioperi convocati da Cub e Usb durante il periodo dell’Expo. Il Forum Diritti Lavoro ha presentato un esposto al Ministero del Lavoro contro il lavoro gratuito.

Marco Fumagalli, docente universitario e animatore della rete San Precario, ha affermato che si vanno aprendo delle crepe nell’immaginario creato dall’Expo. Ha chiarito come il lavoro volontario vada definito per quello che è: lavoro non remunerato. In questo senso dalle Olimpiadi di Torino del 2006 è cominciata una eccezione – l’uso del lavoro non remunerato – che sta diventando una norma. L’accordo sindacale del 23 luglio 2013 su Expo ha sancito l’uso del lavoro gratuito, un fattore che fa il paio con la legge sulla “Garanzia Giovani” avviata a maggio 2014. Con il modello Expo e questi provvedimenti siamo ormai dentro “l’economia della promessa”. Le contraddizioni di questo modello possono scoppiare negli ultimi due mesi di Expo cioè settembre/ottobre, occorre arrivarci preparati.

Infine è intervenuto Sergio Cararo di Ross@ Roma, che ha inquadrato la tempesta dell’inchiesta su Mafia Capitale dentro il cambio di passo dei poteri forti nel mettere le mani sulle grandi aree metropolitane. Da tempo i grandi gruppi finanziari e multinazionali stanno guardando alle metropoli come punti di valorizzazione dei capitali. Le aree urbane, il territorio ma soprattutto i grandi flussi di consumatori dinamici (turisti e visitatori) diventano il mercato per gli investimenti di questi gruppi che stanno soppiantando quelli vecchi e meno internazionalizzati. In questo senso Roma e Milano hanno un amaro destino comune scandito dai grandi eventi. In questa gentrificazione forzata delle aree metropolitane, per i settori popolari e a più basso reddito c’è solo la marginalità e l’esclusione, anche fisica, verso periferie sempre più allucinanti. Ha spiegato di come a Roma Ross@ sin da dicembre abbia dato battaglia politica chiedendo lo scioglimento del consiglio comunale e le dimissioni della giunta Marino, anche di fronte ai silenzi e alle resistenze della sinistra e di alcuni settori dei centri sociali. Da qui la necessità della rottura con una certa storia e modalità della sinistra e della indipendenza politica che Ross@ persegue come progetto politico.

Le conclusioni sono state tirate da Maurizio Dimodeo di Ross@ Milano che ha sintetizzato alcune idee circolate nella discussione: il controllo popolare sulle aree dell’Expo che andranno in degrado subito dopo la conclusione dell’evento; opporsi all’aumento delle imposte locali che ci sarà a causa dei debiti lasciati da Expo su Comune e Regione; tenere l’iniziativa sulle garanzie dei lavoratori dentro e fuori l’Expo; nessuna mediaziono o patto con il modello Expo; difendere la sovranità popolare sul territorio.

L'Expo infatti è costato 320 milioni di euro a Comune, di Milano, Regione Lombardia e Stato. Nonostante i trionfalismi tutti sono consapevoli che resterà un debito pubblico enorme sulle spalle. Tant'è che lo stesso Sole 24 Ore, già il 5 maggio, quattro giorni dopo l'inaugurazione, segnalava che forse l'Expo sarebbe stato meglio farlo nell'area dell'Ortomercato che era già di proprietà del comune. Non solo, i bandi su come utilizzare le strutture una volta finito l'Expo vanno deserti sul piano economico. Chi pagherà? Ci verranno a dire che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e quindi occorre aumentare le imposte e tagliare i servizi sociali per ripagare il buco del debito lasciato dall'Expo? I maligni dicono che è per questo motivo che Pisapia ha annunciato che non si candiderà a fare ancora il sindaco di Milano. Ci vorrà infatti una bella faccia tosta...

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08/05/2015

No Expo: i media rivomitano il solito copione

“Non esistono fatti, ma solo le interpretazioni dei fatti” diceva Nietzsche, parafrasandolo, potremmo dire che non esistono i cortei, ma solo la loro “rappresentazione”.

La società dell’informazione continua e pervasiva fa sì che il “mediatico” plasmi a proprio piacimento qualsiasi evento di una qualche valenza sociale. Il copione per questo tipo di manifestazione di solito è il seguente: un corteo pacifico è stato infiltrato da provocatori violenti (lo spauracchio black bloc) che hanno rovinato la “festa” a tutti, oscurando le ragioni della protesta ai fini di scatenare una violenza “insensata” e fine a sé stessa. Il Canovaccio di Genova 2001 viene pedissequamente seguito da anni. Stavolta però il meccanismo si è inceppato nella divisione tra manifestanti buoni e cattivi: nessuno si è dissociato dagli scontri (al netto di legittimi dubbi sull’utilità di questi e soprattutto sui danneggiamenti alle auto in sosta) né in dichiarazioni ufficiali, né, soprattutto durante il corteo. Mentre a poche centinaia di metri manifestanti e polizia si fronteggiavano, migliaia di persone continuavano a sfilare compatte cantando e ballando. Questo è sicuramente un dato positivo, anche se il risultato finale è stato che non potendo isolare il “virus” che ha infettato la manifestazione è stato direttamente criminalizzato tutto il corteo.

Chi a Milano non c’era e si è informato sugli avvenimenti seguendo le notizie delle grandi testate giornalistiche non può che aver avuto l’impressione che sia stato un giorno di vera e propria guerriglia. Infatti, osservando attentamente, si può notare come nessun media abbia pubblicato anche una sola foto del corteo che non fosse relativa agli scontri: bande musicali, sound system, spezzoni di lavoratori ecc. tutto è stato oscurato per dare risalto ai tafferugli.

Il copione principale è stato poi arricchito da una serie di sottotrame. Non è una novità che in questi contesti i media individuino un fatto o un personaggio di per sé irrilevante e lo ingigantiscano ai fini di “rafforzare” la trama principale: ci ricordiamo, ad esempio, di quando si è discusso per settimane del giovane NoTav che durante una manifestazione in ValSusa aveva osato dare della “pecorella” a un poliziotto, o più indietro nel tempo quando il 15 ottobre 2011 la distruzione di una madonnina da parte di un manifestante era stata messa al centro dell’attenzione pubblica e, sempre lo stesso giorno, la gogna mediatica (con tanto di gossip sulla vita privata) a cui fu sottoposto Fabrizio Filippi detto “Er Pelliccia”.

Stavolta è toccato al giovane Mattia che, imbeccato ad arte dal giornalista del TGcom, con le sue uscite tanto sgrammaticate quanto ingenue è stato fatto passare come l’ideologo del movimento.

Anche l’anarchico Valitutti, fotografato in carrozzina in mezzo agli scontri, ha subito la sua dose di odio pubblico: dal “togliamogli la pensione di invalidità” all’accusa di incoerenza per essere tornato a casa con un Frecciarossa, cosa che andrebbe in contraddizione col suo appoggio al movimento No Tav.

A condire la trama con cui i media hanno presentato il No Expo aggiungiamo anche la demenziale e non provata “accusa” dei “black bloc” col Rolex al polso, che ha perfino provocato la reazione del noto marchio svizzero che ha risposto con una lettera aperta sui principali quotidiani nazionali.

Insomma, la macchina del fango ha funzionato a dovere, pescando innumerevoli conigli dal cilindro. Questo, tuttavia, era ampiamente prevedibile, e pone ai Movimenti il problema del come uscire dal cul de sac in cui inevitabilmente si trovano durante questi grandi appuntamenti di piazza: fai un corteo pacifico? Verrai ignorato. Fai casino? Verrai criminalizzato.

Se si poteva pensare che sarebbe bastato avere un corteo unito ed estraneo a grottesche pratiche di delazione interna per “cortocircuitare” la narrazione mainstream, il 1° maggio ha radicalmente smentito quest’ipotesi.

Il punto centrale è, a nostro avviso, che ogni lotta che si pone su un piano simbolico non ha senso di esistere se viene veicolata da dei media “nemici”. In altre parole è assurdo colpire una banca cercando di far passare il messaggio “Contro il capitalismo finanziario che sta distruggendo il pianeta”, quando poi Repubblica e il Corriere e tutti gli altri oligopolisti dell’informazione titoleranno “Delinquente sfascia vetrina”. Solo chi condivide il medesimo orizzonte simbolico recepirà il messaggio nelle sue intenzioni originarie, mentre TUTTI gli altri (lavoratori o borghesi che siano) vedranno SOLO “delinquenti che distruggono cose a caso” e chiederanno per loro repressione, repressione e ancora repressione.

I gesti individuali non possono precedere i percorsi collettivi, perché, purtroppo, l’opposizione sociale non si sviluppa per osmosi e “dare l’esempio” con azioni simbolicamente radicali è un gesto fine a sé stesso, al di là delle generose intenzioni di chi lo compie.

Questo non significa naturalmente che bisogna abbandonare la radicalità per paura delle conseguenze, solo che non possiamo permetterci di praticarla su di un piano che non sia quello reale. Ad esempio il cantiere TAV di Chiomonte è lì, è reale, lo puoi toccare e sabotandolo non ci si limita a “lanciare un messaggio”. Infatti, benché pagando un prezzo durissimo in termini di repressione e dovendo subire attacchi mediatici continui, il movimento No Tav, miracolosamente e, oseremmo dire eroicamente, resiste, anche in virtù dell’essersi guadagnato un consenso che va al di là delle solite ristrette cerchie.

È quando in ballo ci sono la propria terra, la propria vita e il proprio futuro che è possibile attuare forme di conflittualità di massa. Altrimenti dopo il solito giorno di gloria ci pioveranno addosso i soliti mille giorni di merda.

PS: solidarietà a tutti i fermati/arrestati.

06/05/2015

L'efficacia delle lotte

Sta succedendo anche questo, nelle lunghe e spesso contorte discussioni sul “post Primo Maggio milanese”, in cui l'attenzione esasperata per i dettagli rischia di far perdere di vista la situzione nel suo complesso o viceversa, col rischio di inciampare ad ogni passo.

Si può insomma da un lato arrabbiarsi per come si deve stare in piazza e per quali obiettivi, o dall'altra appassionarsi sulla torsione reazionaria evidente impressa da Renzi per conto di Confindustria e Unione Europea. E in entrambi i casi può però risultare complicato cogliere l'elemento decisivo che si erge di fronte a chiunque, a qualsiasi livello, è abituato o costretto a gestire iniziativa sindacale, sociale, politica: come si fa ad ottenere un successo, se non c'è più alcun margine di trattativa?

Tutti veniamo da una lunga fase in cui, tra alti e bassi, si agiva in conflitto – talvolta anche molto aspro e violento – per ottenere riforme vere (lo Statuto dei Lavoratori, per esempio), aumenti salariali, allargamento della sfera dei diritti, ecc, oppure per “limitare il danno” nell'erosione di quelle conquiste, una volta rovesciatisi i rapporti di forza. Persino nelle prigioni più dure si poteva ragionevolmente spuntare qualche condizione migliore, qualche spazio in più.

Tutto ciò è finito. Il renzismo è arrivato alla fine di un lunghissimo ciclo di arretramenti. Ed è arrivato per sanzionare, anche sul piano costituzionale, che il comando dell'impresa sulla società è l'unica priorità dell'agire pubblico. Che, quindi, non ci sono più spazi per contrattare alcunché. Qualsiasi sia il tipo di opposizione che viene messo in campo, inclusa quella parlamentare.

Per essere chiari. Non ottengono più nulla, pur accettando di arretrare vistosamente, nemmeno le Camusso e le Furlan, sindacalisti “complici” di lunga esperienza nel trattare in perdita. Non ottengono quasi nulla neanche i sindacati conflittuali, se non a livello aziendale e in casi sporadici. Non riescono più a ottenere spazio neanche i centri sociali più dialoganti, quelli che per oltre 20 anni hanno potuto contare su forme di dialogo con gli enti locali che si traducevano in regolarizzazioni, assegnazioni, “progetti” e qualche spicciolo.

Basta guardare la reazione governativa al grande sciopero della scuola (“ascoltiamo, ma tiriamo avanti con la testa dura”) per rendersi conto che la possibilità di incidere a livello politico generale è ridotta a zero. Il potere politico e le strutture di interessi che lo pilotano non si spostano di un millimetro dalla realizzazione dei propri obiettivi “strutturali”, di ridisegno complessivo degli assetti sociali e istituzionali per mettere al sicuro – perennemente – gli interessi del grande capitale multinazionale.

Quindi, che si fa? Non è un problema di “forme di lotta”, perlomeno in prima battuta. Chi manifesta pacificamente a decine di migliaia non ottiene nulla, spesso neanche un articolo di giornale. Chi blocca la produzione (l'esempio delle lotte nella logistica) viene attaccato dalla polizia, licenziato, criminalizzato dai media. Chi sfascia tutto quello che gli capita a tiro (quasi soltanto “simboli”) forse non si pone neppure il problema di “ottenere qualcosa”.

È il problema dell'efficacia delle lotte e della pressione politica sulla classe dominante. Nessuna lotta singola (di una categoria, di una figura sociale, di un territorio, ecc) ha più speranza di raggiungere davvero l'obiettivo. Ancora una volta l'esempio della scuola arriva a proposito: ha rappresentato per decenni la base sociale più solida dell'”opinione pubblica democratica”, e si trova davanti come nemico il partito-governo su cui aveva fatto completo affidamento.

Ma se è così ed è indubbiamente così – è finita anche l'epoca delle rappresentanze (sociali o politiche) costruite secondo la logica delle lobby particolari (dalle categorie produttive all'ultimo dei centri sociali, passando per l'intero “terzo settore”), fino alla autosufficienza autoreferenziale dei mille microscopici circoli della “sinistra antagonista”.

Ottenere un successo, in queste condizioni, ha ben poco a che vedere con le “tragicomiche conquiste immediate”, che pure sono indispensabili nei percorsi vertenziali (non solo sindacali). Ha invece a che fare con la costruzione unitaria sia del blocco sociale antagonista al capitale multinazionale, sia della soggettività politica relativa, sia dell'idea di altra società possibile.

Ogni giorno di permanenza nelle sabbie mobili dell'impotenza è una sconfitta che può diventare irrimediabile. Ogni passo avanti su questa strada è un “successo” che permette di avanzare. 

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Il mondo nuovo che avanza

Le reazioni delle istituzioni, dei mass media e della opinione pubblica agli incidenti di Milano, hanno mostrato quanto sia oramai devastato lo spirito democratico in questo paese. È ovviamente comprensibile la rabbia delle 50 persone a cui è stata distrutta l'automobile, o dei quindici negozianti che hanno avuto le vetrine infrante. In effetti essi non c'entrano e colpire i loro beni per me è ingiusto. Tuttavia quanto è avvenuto non è minimamente paragonabile ai disordini nelle città europee in qualcuno degli ultimi grandi eventi . A Francoforte in occasione della inaugurazione della nuova sede BCE è successo molto di peggio. Per non parlare di quello che capita normalmente oramai negli Stati Uniti o della rivolta nelle strade di Rio alla vigilia dei mondiali di calcio. In tutti questi casi da noi si sono sprecate analisi comprensive e compassionevoli sul disagio. Ma appena questo disagio è comparso in casa nostra, i più moderati tra i commentatori di palazzo hanno chiesto la legge marziale.

Il peggiore mi è apparso il sindaco di Milano. Il grido di sapore biblico da lui lanciato, nessuno tocchi Milano, che cosa vuol dire, che altrove si può? E quando la città è stata devastata da ruberie, tangenti, mafie, disoccupazione, devastazioni ambientali, vetrine a migliaia chiuse in periferia per lo strangolamento della crisi e delle banche, non è stata toccata allora Milano? Certo scendere in piazza in quei frangenti era più duro e rischioso, magari si sarebbero pestati i piedi a qualche potere forte, per puro sbaglio naturalmente.

Ma la vera indignazione è stata in realtà per l'immagine dell'Expo offuscata dai disordini. L'Expo dà lavoro ha detto rabbioso uno dei pulitori volontari, rivolto ad una ragazza coraggiosa, che ha tutta la mia ammirazione e che da sola ha provato a discutere con i cittadini indignati.

Modello Expo si disse da destra e sinistra quando la Confindustria, le istituzioni e CGlL CISL UIL firmarono l'accordo che autorizzava poco lavoro sottopagato e tanto gratuito. Modello Expo si aggiunge ora, quando gli ipocriti della sinistra ben pensante e ancora meglio retribuita hanno presentato la fiera come una specie di Social Forum di sei mesi, impegnato a trovare ricette contro la fame nel mondo.

Modello Expo ha chiarito Renzi, celebrando la fiera come occasione di grandi affari, proprio per questo appaltata a quelle multinazionali che, dice Vandana Shiva, affamano il pianeta.

Expo è una fiera che serve a mostrare quanto è vendibile il nostro paese, il suo ambiente, il suo lavoro. L'Italia è sul mercato e Expo ne è la vetrina. Questa è la vera risposta alla crisi che Renzi propone e sulla quale, assieme a tutto il potere economico che lo sostiene, gioca la partita del consenso. Basta con i vecchi scrupoli, i lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo. Basta con l'articolo 18 e con i vincoli ambientali, ha promesso Renzi alla Borsa. Basta con i diritti, rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci al lavoro e chi pone ostacoli è contro la nazione.

Questo messaggio reazionario di massa ha conquistato un PD sconfitto e rassegnato nei suoi valori, sottomesso al capitalismo globalizzato e alla ricchezza, ma abbarbicato al potere. Renzi è la sintesi perfetta di questa storia politica e per questo ridicolizza ogni opposizione interna, così come rende oramai inutile la vecchia destra berlusconiana.

Con il jobsact, la buona scuola, l'italicum il governo ha devastato ciò che restava dei principi e delle regole fondanti la nostra Costituzione. Resta solo da cambiare l'articolo uno, sostituendo lavoro con mercato e popolo con leader e poi tutto è fatto.

Questa Italia sul mercato è quella che ha assunto l'Expo come bandiera. La maggioranza del paese è d'accordo? Può essere, ma essa non è tutto e chi è contro non è piccola cosa. Solo che chi non accetta questo modello sociale e politico non ha diritto a veder riconosciute le proprie posizioni. La controriforma costituzionale di Renzi afferma la dittatura della maggioranza, anzi della più grossa minoranza. E sopra questo governo neoautoritario sta il potere delle Troika finanziaria e burocratica che comanda in Europa. La Grecia non può decidere liberamente di non far morire di fame i disoccupati, perché come si diceva una volta, è un paese a sovranità limitata. Un potere sempre più chiuso e autoritario è poi sostenuto da un sistema mediatico embedded, come la stampa che seguiva sui carri armati le guerre di Bush . Che gli incidenti abbiano oscurato le ragioni dei manifestanti della Mayday di Milano non è vero.

Il 28 febbraio in diecimila abbiamo manifestato a Milano contro il jobsact e il lavoro gratuito per Expo. Eravamo in gran parte militanti del sindacalismo di base e della corrente di opposizione in Cgil, moltissimi erano i migranti. È stata una manifestazione serena e viva che si è conclusa con una assemblea popolare in Piazza S.Babila. Non abbiamo lasciato per terra neppure le carte delle caramelle e siamo stati semplicemente ignorati dal circuito dei mass media. D'altra parte dove ci sono stati pubblici confronti sulle ragioni dei Noexpo, dove si son potute liberamente confrontare le due diverse posizioni? Non facciamo gli ipocriti, chi è contro il dominio di imprese e mercato nell'Italia di oggi è sostanzialmente clandestino e se prova a metter fuori la testa c'è chi minaccia di tagliargliela. I tranvieri di Milano hanno scioperato il 28 aprile contro i turni gravosi e pericolosi imposti per Expo. Apriti cielo, ministri della Repubblica han chiesto di liquidare il diritto di sciopero e i più moderati hanno aggiunto: solo durante le fiere. In questi giorni in Germania i macchinisti dei treni scioperano per sei giorni di seguito bloccando il paese, ma nessun governante chiede leggi speciali. Da noi avremmo talkshow ove tra gli applausi si invocherebbe la galera. Subito dopo i fatti di Milano, Renzi è stato contestato pacificamente a Bologna, ma non uno dei telegiornali ha fatto vedere gli insegnanti precari bastonati duramente dalla polizia

C'è una sordità ed una prepotenza del potere che porta naturalmente alla ribellione di chi non ci sta. E chi si ribella lo fa nei modi che questa società stessa offre. Certo Manpower e un'automobile non sono la stessa cosa. Certo le azioni dirette non sono gesto fine a sé stesso, devono comunque essere parte di un conflitto più vasto e riconosciuto da chi lo pratica. Ma il tempo delle dissociazioni, della distinzione in buoni e cattivi è finito. Certo che ci sono azioni sbagliate, ma sarà chi lotta a giudicarle. Bisogna che si capisca che non si può distruggere la Costituzione nata dalla Resistenza, ridurre tutto a merce e mercato e poi usare il linguaggio della prima repubblica quando si spaccano le vetrine. Per me la distruzione del mondo dei partiti di massa, del potere sindacale, dei diritti certi e dello stato sociale è stata una catastrofe. Per chi governa oggi, invece, questo è il progresso. Di questo progresso i fatti di Milano sono inevitabile conseguenza. Per questo sto con tutti quelli che sono scesi in piazza il 1 maggio, anche con coloro che han fatto azioni che non condivido.

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Questione di “Rolex”. Le sviste del governo


Un governo asservito alla “fabbrica del falso”? Le baggianate twittate a piene mani da Renzi e Alfano per liquidare i manifestanti del 1 Maggio a Milano, stanno provocando reazioni decisamente sorprendenti.

Un "inaccettabile affiancamento dell'immagine di Rolex alla devastazione di Milano e all'universo della violenza eversiva". È questo, secondo il colosso svizzero dell'orologeria di lusso, il risultato delle parole di Matteo Renzi e Angelino Alfano, che all'indomani della manifestazione no-Expo hanno parlato di 'teppistelli col Rolex' e 'figli di papà con il Rolex' in riferimento ai manifestanti. La società ha pubblicato una lettera aperta sui principali quotidiani, con un avviso a pagamento a tutta pagina, in cui chiede al premier e al ministro dell'Interno una "cortese dichiarazione di rettifica".

Nella lettera Gianpaolo Marini, amministratore delegato di Rolex Italia, si rivolge a Renzi e ad Alfano esprimendo "profondo rincrescimento e disappunto per l'associazione insita nelle vostre parole fra la condizione di 'distruttori di vetrine' ed il fatto di portare un orologio Rolex al polso".

"Al di là del fatto che, dalla qualità delle foto e dei video che sono stati diffusi dai media, è altamente improbabile poter desumere un'affidabile identificazione come Rolex (e ancor più come Rolex autentico) dell'orologio indossato dai facinorosi che stavano commettendo evidenti reati, credo che il dettaglio dell'essere - o non essere - quest'ultimo di marca Rolex, sia obiettivamente cosa marginale rispetto al 'cuore' delle vostre dichiarazioni", scrive Marini. Tuttavia, visto che l'eco è stata "straordinariamente vasta", "ho preso la libertà di pubblicare la presente a doverosa autodifesa, nell'immediato, della reputazione del marchio e dell'immagine di Rolex".

E' evidente, da quanto segnala sdegnato il rappresentante della Rolex, che i tweet di Renzi e Alfano sui manifestanti “figli di papà” con il Rolex al polso (sul quale inciampa oggi anche un Massimo Gramellini sull'orlo dell'esaurimento della spinta propulsiva), era una falsa notizia, diventata però virale (e dunque ormai irremovibile dal senso comune e dalle battute da bar). Qualcuno potrebbe malignare che sia una pubblicità ingannevole a favore della fabbrica del falso e stavolta non solo sul piano della manipolazione informativa. Di Rolex contraffatti ne girano infatti parecchi, ma che autorevoli esponenti del governo e della stampa ne abbiano fatto pubblicità non può che suscitare domande, battute salaci e sdegno (purtroppo solo da parte della Rolex).

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Una classe dirigente di pezzenti mentitori seriali, dalle cui labbra pende una popolazione ahimè largamente di frollocconi.

05/05/2015

#NoExpo #Milano: l’analisi del giorno dopo

Aggiornamento sul dibattito in rete a proposito di quel che è successo ieri a Milano.

I media hanno pescato l’aspirante black block pronto a dire tutto quel che serve ai media per continuare a fare cassa per un altro po’ di giorni. C’è poi la fascia complottista che inserisce le parole di Cossiga a spiegazione di tutto. Quelli di ieri, dunque, sarebbero stati facilitati utilmente dalla polizia che poi avrebbe così avuto ragione di caricare con tanto di legittimazione della gente. La fascia complottista include chi sostiene che tra i “facinorosi” vi siano infiltrati. Ok. Fin qui nulla di nuovo.

Continua la protesta da parte di chi pensa che i neri abbiano danneggiato una manifestazione pacifica e altre parti di movimento. C’è poi chi sostiene l’operato della polizia che sarebbe stato ineccepibile. Subito pronti, eventualmente, a difendere anche l’uso di lacrimogeni al Cs, vietati dalla convenzione di Ginevra, e anche il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo. Dopo Genova ricordo che qualcuno disse che anche i mezzi blindati della polizia lanciati fino ai marciapiedi per inseguire le folle erano una fantastica trovata. Come non pensarci prima.

Ma il punto è che c’è chi vuole la testa dei “ribelli” a qualunque costo, e non per ragionare del senso politico di tutto ma solo per metterli alla gogna, per un implacabile gusto di vendetta che – storicamente – arriva sempre da destra, per processarli pubblicamente e condannarli di fronte a tutta l’opinione pubblica. Così si obbliga chiunque a parteggiare per gli uni e gli altri, in uno schema binario che invisibilizza qualunque complessità, e questo già lo scrivevo ieri, ma ne sono ancora più convinta oggi. Perché quel che si vuole fare è concentrare l’attenzione su quel che è successo dimenticando perché la gente ieri è scesa in piazza.

Faccio presente che quando gente dei forconi è stata accusata o beccata, non so dove, a esprimere un dissenso esasperato, il centro destra è corso in sua difesa, così i legalitaristi che solitamente manderebbero alla forca chiunque. Perciò da qui abbiamo capito che esiste un bisogno di serie A e uno di serie B.

Esiste la fame di chi vota a destra e quella di chi vota a sinistra o non vota proprio per niente. Se ti presenti in piazza con il simbolo di un'organizzazione di estrema destra perciò è comprensibile che tu racconti la tua fame di diritti. Se invece ti presenti con i centri sociali, gli anarchici, gli autonomi, le sinistre varie, dall’altro lato ti chiamano “radical chic”, dicono che sei un figlio di papà, perché si sa che a sinistra, ‘sti cazzi, siamo tutti ricchi, la precarietà a noi non ci tocca affatto, e mentre da sinistra c’è perfino qualcuno, e ricordo alcune analisi di Infoaut su questo, che tenta di capire le ragioni di chi scende in piazza col rischio di farsi cavalcare dalle destre, dall’altro lato c’è una rigidità identitaria da far spavento.

Un blocco monolitico che difende l’operato della polizia, sempre, anche quando ammazza un manifestante o colpisce con il manganello gente inerme, anche quando ci scappa il morto durante un fermo, ed è lo stesso blocco che ammette la lotta per fame solo se a cavalcarla, per l’appunto è la destra. Così mentre insiste nel raccontare che la fame sta da una parte sola, mentre di qua ci sarebbero soltanto “caste”, la gente come noi continua ad essere chiamata con il nomignolo gentile di zecche o altri epiteti vari ed eventuali.

Fino a ieri tutti ce l’avevano con il governo. Tutti odiano il jobs act. Tutti rivendicano la possibilità di mettere fine all’assenza di reddito, casa, futuro. Però la destra, quando lo fa, nel frattempo ha così tanta energia e tempo a disposizione che stabilisce che reddito e casa prima di tutto devono andare agli “italiani”. Quindi lottano forse per il bene dei poveri ma poi sputano su altri poveri per via della differente cultura ed etnia. Già che ci sono hanno il tempo di mortificare qui e la gay, lesbiche e trans, e non si capisce questo come e perché dovrebbe compensare la fame dei poveri che votano a destra, sono anche antiabortisti, giusto per piazzare bandierine sugli uteri delle donne, e poi perseguono strenuamente la linea che li porta alla difesa della famiglia “naturale”.

Per dire: a me che sono precaria non verrebbe mai in mente di dire “prima io”, perché se siamo precari in tanti il solo fatto che solo io possa scippare un pezzo di pane o un tetto mi farebbe sentire una vera merda. E qui si parla di umanità. Ma tornando a ieri il fatto è che le critiche arrivano anche da chi fa apologia della violenza contro gli immigrati, contro altre fasce deboli, contro quelli e quelle che ritengono responsabili per la propria sorte. C’è chi dichiara di capire l’esasperazione di chi scrive cose orribili, messaggi d’odio, sul web, prendendo di mira ora un ministro, poi una deputata, e l’odio arriva chiaro e forte con un messaggio che fa da cornice a tutto: sono appartenenti alla casta.

Dunque, se il potere, il governo, la gente che chiamate casta vi è così antipatica, com’è che non capite perché un ragazzo abbia voglia di scendere in piazza e spaccare tutto? E tutto non vuol dire proprio tutto, considerando che sfasciare le automobili di qualcuno mi pare una cazzata enorme, ma significa comunque sfasciare gli oggetti, non le teste delle persone. E possiamo essere d’accordo o meno su questo ma davvero non capite qual è il punto in cui ci troviamo? La situazione economica che tutti ci troviamo ad affrontare? Se un gruppo di uomini e donne decide di puntare alle banche, alle agenzia interinali, alle immobiliari, secondo voi il messaggio qual è?

E siccome siamo tutti d’accordo sul fatto che queste cose fanno più danno al movimento che altro, dunque cosa diciamo ai ragazzi e alle ragazze che si sono visti fottere il diritto all’istruzione, con l’università che diventa sempre più meta di privilegiati, e poi il diritto al reddito, alla casa, a qualche opportunità che li faccia muovere dalla condizione nella quale sono incastrati ora. Perché tra la gente che ieri è scesa in piazza sono certa che ci sia chi fa tre lavori, chi dorme in uno sgabuzzino, chi non ha niente e chi ha smesso di sperare in un ascolto realmente democratico.

Vedete quello che succede nel parlamento. Il governo decide una riforma elettorale che consente ai grossi partiti, che poi sono anche più o meno alleati o ammiccano l’un l’altro, di governare in eterno. Il governo decide tutto quello che vuole. Il jobs act che metterà in mezzo alla strada altra gente, perché col cavolo che la precarizzazione del lavoro significa più lavoro per tutti. E di riforma in riforma, incluso il piano casa che comprende quel punto in cui si dice che chi occupa per bisogno, perché non sa dove fare dormire i figli, si vedrà tagliare gas, luce e acqua, tra una decisione e l’altra siamo arrivati al punto che abbiamo consumato anche i risparmi dei padri, le madri, i nonni, e non ci resta più niente. Siamo soli, spaventati, tanta gente massacrata da debiti a combattere quando ricevono le cartelle esattoriali, tante persone che si suicidano per questioni economiche, lo sfruttamento che questa particolare situazione consente, e c’è la privatizzazione dei servizi, il costo dei bisogni che cresce e tra un po’ avremo anche le polizie private e le carceri private, perché anche l’industria della “sicurezza” è diventato un business.

Di fronte a tutto questo, voi, noi, cosa abbiamo da dire di nuovo? Che tipo di battaglia possiamo suggerire? Oltre a stare a lamentarci per la censura dei media, per le mistificazioni, per le cattive decisioni del governo, per il fatto che le elezioni sono solo la legittimazione di un asse di potere che non potremo spodestare, per le cattive azioni di ragazzi e ragazze di nero vestiti. E dunque: che si fa?

Chi sono io per dire a questi ragazzi che sbagliano? Come faccio a dire loro che ci sono altri modi di farsi sentire? Chi può fornirglieli? Se per ogni manifestazione i giornalisti, e già chiamarli così è fargli un complimento, cercano perfino lo scoppio di un petardo per fare audience, sapendo che una manifestazione pacifica non finisce sui giornali mai, come diciamo loro che si può e si deve comunicare diversamente? Perché se non ragioniamo su questo è pressoché inutile che tutti pretendano di deresponsabilizzarsi e dichiararsi migliori di altri. Parlo degli indignati di bassa lega o delle persone, compagne e compagni, che per un attimo si lasciano convincere che il nemico è quaggiù, all’inferno, invece che lassù, in quello spazio che si vede attraverso la grata con gente che ci lancia in basso pezzi di pane rancido mentre noi ci scanniamo per prenderne un morso.

Concludo con un aneddoto, che non vuol dire nulla perché non si può generalizzare, ma forse vale la pena dirlo: ricordo che tempo fa si fece una manifestazione, pacifica, per decisione di chi aveva organizzato. Attorno a noi c’erano sparuti gruppi di poliziotti. Col casco e il manganello. Faceva caldo, sbuffavano, ci guardavano male perché perfino in quella giornata afosa li obbligavamo a “lavorare”. Non credo proprio avessero voglia di beccarsi fumo di lacrimogeni, correre, sudare. Se non ché ci fu il cazzone di turno, perché ogni tanto lo spaccone c’è e io non saprei chiamarlo diversamente, e parlo di un singolo che non ha alcun obiettivo politico se non quello di urlare un paio di slogan con la bocca impastata d’alcool, dunque a questo ragazzo, appena vide una divisa, gli si accese l’interruttore dello scontro. Normalmente chi fa azioni in piazza non cerca lo scontro fisico. Sta a distanza. Questo invece voleva proprio fare a gara a chi aveva più testosterone. Così punta il dito, lancia la bottiglia vuota contro un cassonetto, e nel frattempo un po’ di file dietro scoppia un petardo, e noi lì a temere, impreparati, che sarebbe arrivata la carica. In quel caso quelli che organizzavano la manifestazione presero sotto braccio il tizio e lo accompagnarono non so dove. I poliziotti restarono lì a sbadigliare e a sudare, guardando l’orologio. Che voglio dire? Niente più di quello che ho detto. L’alternativa non è tra lasciar fare e la delazione. Forse l’alternativa sta nell’autogestione.

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04/05/2015

Milano. Prove di maggioranza silenziosa


Il giorno dopo, diradate le cortine fumogene, tutto diventa più chiaro. A Milano, il governo e i suoi servitorelli servizievoli hanno inscenato la "grande pulizia" dopo la "grande polizia". Qualche migliaio di persone scese in strada con i rulli da pittura per cancellare le scritte lasciate dalla manifestazione del Primo Maggio, nel frattempo elevate al rango di "ferite" per la città, e poi un mini-corteo. Tutti "volontari", per carità, perchè ormai lo Stato si limita a fare il servizio d'ordine al "partito della nazione", mentre per tutto il resto - dall'assistenza domiciliare al welfare in genere, fino al restauro delle vie cittadine - deve provvedere il "volontariato".

Ovvero il lavoro gratuito. Curioso, no? Tra le ragioni principali della protesta No Expo c'era appunto l'"esperimento" fatto con la mostra internazionale: qualche migliaio di persone, per lo più giovani, messe al lavoro per 15 giorni, con turni di cinque ore e mezza di "prestazione effettiva" (dunque molte di più), senza un euro di retribuzione. Nell'orgia di parole vomitate dai media mainstream - ed anche da qualche sito "di sinistra" - le parole "lavoro gratuito" non sono mai state pronunciate, scomparse, sommerse. Un vero successo per l'informazione schierata a protezione di Renzi come e meglio della Celere.

Ma nella "mobilitazione dei cittadini" organizzata domenica, cui ha prestato la faccia un sindaco Pisapia ormai completamente dimentico dei suoi innamoramenti giovanili, abbiamo visto all'opera la stessa logica da "maggioranza silenziosa" messa in scena 46 anni prima, dopo la strage di Piazza Fontana addebitata immediatamente agli "anarchici".

Si può dire che per fortuna stavolta la prova arriva dopo qualcosa di immensamente meno grave, ed è anche vero, se si rammenta quel detto per cui "la prima volta è tragedia, la seconda farsa". Ma pur nella sua sceneggiatura farsesca non bisogna comunque sottovalutare questo "esperimento collaterale" di costruzione di una base sociale reazionaria, indifferenziata (altrimenti ogni figura sociale dovrebbe fare i conti con i propri reali interessi), mobilitabile a km zero e sempre a supporto dell'"ordinato procedere" della vita quotidiana. Legge e ordine al tempo della crisi...

Non bisogna sottovalutarla perché in tutta la retorica renziana vive un "tic" sistematico, che scatta ogni qualvolta un soggetto sociale alza la voce contestando questa o quella misura del governo: "noi pensiamo agli interessi degli italiani, non a quelli di una piccola casta" (o una parola dal significato simile). Quali siano questi "italiani", chi abbia chiesto loro di identificare univocamente i propri interessi e per quali vie misteriose questi coincidano sempre con quanto il governo va sconquassando, resta domanda senza risposta.

Diciamo che è un assioma che non necessita di dimostrazione. Ma che alla lunga può mostrare la corda. A forza di rispondere così a tutte le critiche può fatalmente insorgere il sospetto che, in fondo, questo governo non rappresenti nessuno, oltre che - all'evidenza - le imprese, i costruttori di grandi opere (e il sistema di corruzione collegato) e il capitale multinazionale sintetizzato nelle "prescrizioni" dell'Unione Europea.

Dunque, diventa urgente che quella presunta "maggioranza silenziosa" filo-governativa acquisti una fisicità. E Milano, storicamente "capitale" della malmessa borghesia italica, gentrificata dalla scomparsa degli insediamenti produttivi entro l'arco delle tangenziali, "purificata" quindi nella composizione sociale con l'espulsione della stragrande maggioranza del proletariato industriale, si presta perfettamente allo scopo.

I fondali di plastica e cartone dell'Expo corrispondono in pieno alla costruzione di un contesto scenografico e fasullo. Lo spazio ideale per una "rappresentazione" di quello che il potere attuale vorrebbe che fosse "la nazione" per cui sta costruendo il "partito adeguato".

Una narrazione come tante, certamente. Ma che ha bisogno di nutrirsi di "nemici", costruendone di sostanzialmente innocui (i "black bloc" sono perfetti allo scopo, anche senza cadere in dietrologie ridicole), in modo da delegittimare qualsiasi critica sociale e politica e affermarsi come unico centro delegato a  decidere di tutto. Sopra tutti.

Dal nostro lato, una volta capito il contesto e come sta cambiando, resta il problema da risolvere: come si dà efficacia alle lotte? Questo potere non contratta più niente con nessuno, nemmeno con la Camusso, Barbagallo e Furlan. Tanto meno, dunque, con i soggetti sociali e politici conflittuali, indipendenti, antagonisti. Ma nessun movimento può avanzare o durare in eterno senza ottenere risultati tangibili. La trappola predisposta è solare: "sono accettabili solo le proteste che si svolgono secondo le regole che noi decidiamo, ma se le proteste si svolgono secondo queste regole non verranno prese in considerazione; tutte le altre forme sono vietate e vanno represse, quindi verranno ancor ameno prese in considerazione".

Siamo al "comma 22" del conflitto politico e sociale. E' ora di rendersene conto e darsi una svegliata, Nel cervello, innanzitutto.

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Ancora sui fatti del 1° maggio


Già subito dopo i fatti di venerdì scorso, sono iniziate ad accadere cose che meritano una riflessione. In primo luogo c’è stata l’autocritica di alcuni tra gli organizzatori della “MayDay” dalla azione teppistica delle cd “tute nere” di cui hanno constatato l’enorme  danno di immagine ricevuto:
Anni di lavoro sui contenuti, di condivisione e lotte sono stati letteralmente spazzati via dalla scena pubblica. E se c’è chi ha gioco facile a far vedere colonne di fumo nero che si alzano nel cielo della città e roghi di auto e negozi, beh, qualcuno ‘sto lavoro di demonizzazione glielo ha reso davvero facile. Non abbiamo davvero niente da guadagnare dal totale isolamento nel quale ci ritroveremo, da domani, a fare politica nella nostra città.
Non era mai accaduto prima ed è un segnale di maturazione di questa area politica che non va lasciato cadere, superando la demonizzazione sin qui riservatagli.

Ed i primi a dover fare una autocritica in questo senso sono proprio i mass media che hanno sempre parlato dei centri sociali solo in occasioni di scontri. Vice versa non è stato mai dato spazio alle loro posizioni, alle iniziative non violente e socialmente utili (che fanno e molte), alla loro domanda politica. E’ stato costantemente rifiutato ogni dialogo politico.

Questa scelta ha finito per fare il gioco delle ali più militariste, sia perché ne ha ingigantito il ruolo, sia perché ha confermato per molti l’idea che l’unico modo per avere visibilità è quello di sfasciar vetrine e bruciare auto. Possibile, cari amici giornalisti, che non vi siate accorti che pompare questi episodi molto al di là della loro modestissima portata politica (non quella penale, certamente) è proprio quello che vogliono questi piccoli squadristi?

Leggere che anche il Time, il Wsy o le Figaro ecc. dedicano spazio a questo sciagurato episodio li esalta e ne costruisce il fascino sui più giovani. Vice versa sarebbe molto più efficace sottolineare la completa inutilità politica di queste gesta. Perché non ci pensate amici giornalisti?

Ora sarebbe il caso di non lasciar cadere questo segnale che viene dall’area dei centri sociali ed aprire quel confronto indispensabile per isolare l’ala dei desperados di cui oggi ci lamentiamo. Sempre che questo sia davvero quello che si vuole ottenere. Ma forse...

In secondo luogo, si è iniziato a discutere sull’atteggiamento della polizia. Si è evitato di avere feriti o peggio: sta bene, certamente non volevamo un’altra Diaz o un’altra Bolzaneto. Però, possibile che l’unica alternativa sia quella fra le bestialità sud americane e il lasciare briglia sciolta ad una banda di teppisti come questi di venerdì scorso o i tifosi olandesi che hanno devastato Roma qualche settimana fa? Va bene che quando si ordina una carica si sa come si parte e non dove si arriva, però ci sarà qualche altra cosa da fare oltre che la resistenza passiva!

E parliamo prima di tutto della prevenzione. In primo luogo, visto che la cosa era prevista da almeno gennaio, sicuramente ci saranno stati contatti con le polizie tedesca e francese e scommetterei la testa che queste avranno sicuramente segnalato un po’ di nomi a loro noti e, fra questi, sicuramente ce ne saranno stati di quelli che hanno fatto lo show di venerdì: perché non sono stati respinti alla frontiera?

Altrettanto ci saranno stati italiani provenienti da altre città fra le tute nere e diversi saranno stati noti alle rispettive questure: come mai non si è cercato di individuarli e neutralizzarli prima?

Poi l’Espresso ci ha fatto sapere che buona parte di questi italiani e non, erano arrivati giorni prima (cosa credibilissima, perché un’azione di guerriglia così complessa e coordinata non si improvvisa la sera prima) ed erano accampati al Parco di Trenno: non se ne è accorto nessuno?

Molta parte della preparazione è stata fatta via web: i servizi che fanno? Tornei di scopone? Non venitemi a dire che non conoscono almeno una parte dei siti “interessanti” da monitorare. Ed allora, come mai non si è fatto nulla?

E poi, volete spiegarmi come hanno fatto questi ad arrivare in piazza Cadorna, perfettamente bardati e con zaini pieni di ogni ben di Dio? Sarebbe bastato sparpagliare per la città, nella metro ecc. duecento agenti in borghese con un semplice telefonino per segnalare i movimenti sospetti per poi fermare i singoli gruppetti. Molti sarebbero sfuggiti, ma sicuramente sarebbero stati molti meno a far gazzarra.

Ora sappiamo che non erano 500 ma forse 1.500, politicamente non cambia nulla perché si tratta sempre di un numero irrilevante sul piano dei rapporti di forza, ma questo è ancora più grave sul piano della prevenzione: fate arrivare 1.500 persone e non ne filtrate neppure una?

Ed allora, signor Ministro, ci felicitiamo  per aver evitato morti e feriti, ma con il resto come la mettiamo? Un Grande ci ha insegnato che “a pensar male si fa peccato ma si indovina” e certo che se il governo aveva bisogno di un clima di unità nazionale, se i ladri dell’Expo avevano bisogno che qualcuno deviasse l’attenzione dalle inchieste scomode, se gli stessi organizzatori dell’Expo avevano bisogno di far passare inosservati ritardi e pasticci, sono stati tutti serviti nel migliore dei modi. Non arrivo a sostenere che tutti i 1.500 neo black blok siano provocatori e forse non c‘era neppure bisogno di qualche infiltrato (per quanto la cosa non mi sorprenderebbe), molto probabilmente è bastato lasciarli fare, affidandosi alla loro naturale imbecillità. E’ bastato non intervenire... appunto.

Un’ultima riflessione: non mi è affatto piaciuta la gogna mediatica cui è stato esposto quel ragazzino, che ha concesso incautamente l’intervista al Tgcom (ma come lavorate, amici giornalisti, vi sembra deontologicamente decente un servizio del genere?!) e poi ha ritrattato scusandosi (probabilmente costretto dai genitori). Quello era un ragazzino ingenuo, diversamente si sarebbe guardato bene dal dare candidamente quella intervista ed a viso scoperto per giunta. Quindi sicuramente non c’entra con quelli che hanno fatto i danni.

Ha espresso in modo piuttosto confuso un malessere che c’è fra quelli della sua generazione, e nel modo più spoliticizzato possibile, come ho scritto nel primo pezzo (di cui ora un po’ mi pento per aver oggettivamente fiancheggiato questo linciaggio mediatico). Anche se non sapeva articolare un discorso ragionevole, le sue ragioni non sono più deboli per questo; si tratta di farlo riflettere sul fatto che questi metodi sono quanto di peggio si possa fare per ottenere i diritti rivendicati. E’ di uno di quei ragazzi su cui è utile e necessario fare un intervento educativo, farlo ragionare per recuperarlo e non è umiliandolo in questo modo che lo si fa. Per questo lo difendo, come difendo Fedez che è stato, anche lui, esposto ad una canea forcaiola per quello che aveva detto in precedenza sul movimento No Tav (che è cosa ben diversa) mentre oggi con molta ragionevolezza condanna questa azione senza senso.

Decisamente, amici giornalisti, fra tutti, siete i migliori allevatori di teppisti. Meglio di così non potreste fare.

Certo è che questo ignobile governo merita questa spregevole opposizione e questa ignobile opposizione merita questo spregevole governo. Sembrano fatti uno per l’altro.

03/05/2015

Milano. Quello che va detto


E’ tempo di valutazioni su quanto accaduto a Milano con la manifestazione nazionale No Expo, ma il primo errore da evitare è quello di una valutazione circoscritta ai "fatti" avvenuti durante una manifestazione.

Questa è l’operazione sistematica che il sistema dei media adotta e dunque non può essere il nostro. Una manifestazione nazionale, tra l’altro, non è che un momento di passaggio e di sintesi di un percorso iniziato da tempo e che dovrebbe – anche in questo caso – indicare i passi del percorso successivo.

Il secondo errore è quello di concentrare l’attenzione e dividersi nelle valutazioni sugli e degli scontri avvenuti. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che una manifestazione convive con una dualità al proprio interno. Se non possiamo che riaffermare una distanza stellare da azioni che colpiscono allo stesso modo la vetrina di una banca e quella di un normale esercizio commerciale, di un costosissimo Suv e una utilitaria, dobbiamo anche sottolineare come non siano gli incidenti in piazza – più o meno gravi – a “nascondere” le ragioni dei manifestanti quanto, piuttosto, il sistema dei media e dei loro azionisti di riferimento.

Spesso, troppo spesso, proprio l’assenza di incidenti fa sì che manifestazioni pacifiche di migliaia di persone vengano vergognosamente silenziate. Ignorate come se non fossero mai avvenute. Come ebbe a dire un veterano del sindacalismo proprio all’indomani di una manifestazione sindacale a Milano, anche quella ignorata dai media: “la prossima volta rompo una vetrina, così dovranno accorgersi del perché migliaia di lavoratori sono scesi in piazza”.

Non solo. Da mesi ormai, da quando al potere si è insediato Renzi – quello che Marchionne e soci “hanno messo lì” – nel paese e nelle sue relazioni si è imposta una governance autoritaria che nega ogni possibilità di dialogo o modifica delle decisioni imposte dal governo: dalle leggi contro-costituzionali al jobs act, dalla scuola alla legge elettorale. E allora? Se le manifestazioni pacifiche o le opposizioni parlamentari non hanno la possibilità di incidere sulle scelte, che cosa si pretende?

Milano ha visto scendere in piazza quasi quarantamila persone, in larghissima parte giovani e lavoratori dei settori a rischio, contro l’Expo, ossia contro una costosissima (per noi) vetrina per le multinazionali che ha devastato un intero territorio e le casse pubbliche. Ma soprattutto contro l'"esperimento" politico del lavoro gratuito e del divieto di sciopero per la durata dell'"evento".

Contro tale progetto sono otto anni che comitati, reti sociali, collettivi si stanno battendo punto su punto. Dunque la mobilitazione No Expo non è nata il 1 maggio a Milano, ma è il risultato di un lungo lavoro. Il governo e i poteri forti hanno spinto il piede sull’acceleratore volendone fare un simbolo, un “pennacchio”, dell’attuale esecutivo. Hanno creato loro stessi l’evento catalizzatore. Il sistema dei mass media ha fatto il resto alimentando per settimane la tensione. Un processo questo che, da un lato vorrebbe allontanare la gente dalle manifestazioni e dall’altro produce l’effetto opposto. Un paradosso? No, proprio perché una manifestazione che possa prevedere scontri di piazza produce l’idea che possa essere una manifestazione più efficace di altre.

Infine, su quanto accaduto in piazza. La partecipazione è stata ampia e con migliaia di persone. Si era capito che l’aria si sarebbe saturata di lacrimogeni e quant’altro, ma nessuno se ne è andato via per questo. Solo alcuni – vedi i soggetti della Coalizione sociale di Landini – se ne sono tenuti alla larga.

La polizia ha adottato una strategia completamente diversa da Genova. Le immagini della macelleria messicana del 2001, anche alla luce della sentenza della Corte Europea, non erano ripetibili. Dunque ha giocato d’anticipo con alcuni blitz, ha chiuso il centro di Milano, ha tenuto a distanza il corteo ed ha ridotto al minimo i danni. Cariche pesanti, lunghe e indiscriminate, avrebbero esteso a macchia d’olio quello che invece è rimasto circoscritto a due punti del percorso. Volendo avrebbe potuto effettuare centinaia di fermi o arresti nel momento in cui la manifestazione si è sciolta perché l’area era completamente circondata. Con molta probabilità agirà nei giorni successivi utilizzando le tecnologie di identificazione e la deterrenza dei capi di accusa (devastazione e saccheggio) come strumento di repressione e ritorsione.

Volendo tirare alcune prime conclusioni, con ancora la stanchezza della manifestazione e del viaggio addosso, ci sembra che la manifestazione di Milano confermi come oggi il conflitto sociale non possa agire dentro contesti che si stanno rivelando inefficaci a tutti i livelli – da quello sindacale a quello parlamentare, da quello sociale a quello politico – e che nessuno possa più permettersi di usare i cosiddetti black block come capro espiatorio delle proprie difficoltà. Dall’altra parte occorre intervenire su alcuni pezzi delle nuove generazioni del conflitto per liberarle “dall’edonismo sfasciatutto” che prescinde dal contesto, dalla reazione dei soggetti sociali, dalla possibilità di creare relazioni, amplificare coalizioni e conflitti. Uno spot che dura il tempo di un telegiornale rimane pur sempre uno spot, che si tratti di un innocuo flash mob o di un assalto alla vetrina di una banca.
Il fatto che i mass media parlino di loro, solo di loro e solo in questo modo, non è la soluzione, è parte del problema. Prima lo si capisce meglio è.

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Non a tutti piace Expo


Le giornate di Milano hanno incrinato molte certezze, mettendo ogni soggetto (sociale, vertenziale, politico) di fronte al problema dei problemi: come dare efficacia alla lotta, all'opposizione radicale. Di fronte c'è un nuovo sistema di potere, sovranazionale negli obiettivi e nalla logica d'azione, indifferente programmaticamente alle convulsioni sociali che la sua azione provoca. L'hanno messa in conto, l'hanno soppesata preventivamente, cogliendo con cinismo l'estrema debolezza della soggettività antagonista a livello continentale.

Soggettività debole sotto il profilo organizzativo, numerico, programmatico (gli slogan roboanti non fanno una piattaforma, se non è supportata da una base sociale adeguata che la vive come propria), come dal punto di vista analitico, teorico, scientifico. La frammentazione estrema, che "dal basso" qualcuno ancora scambia per "ricchezza", dall'alto dei grattacieli di Berlino, Bruxelles, Francoforte o Milano viene vista per quel che è: impotenza, pulviscolo, fermentare di rabbie che non diventano soggetto alternativo all'altezza.

Una soggettività, dunque, incapace di innervare la sofferenza di strati sociali sempre più vasti e numerosi, impoveriti - sia pure in modo differenziale per tempi e quantità - dalla crisi capitalistica e dalla sua gestione in termini di "austerità".

Abbiamo alle spalle, perlomeno in Italia, un tentativo di saldatura di un blocco sociale in divenire, quello che ha dato vita alle giornate del 18 e 19 ottobre 2013. Quella strada può e deve essere ripresa, mettendo a tema il problema dei problemi: o le lotte acquistano efficacia, oppure non c'è esibizione occasionale di rabbia, per quanto rumorosa, che possa sostituire la forza travolgente che solo una società intera in rivolta cosciente può esprimere. Quella forza che non si coagula per virtù divina, ma con il paziente lavoro di cucitura che chi vive nelle strade e nei luoghi di lavoro può compiere oppure no. E se no, il capitale campa tranquillo.

Ospitiamo perciò questa nota di Infoaut sula giornata del Primo Maggio con l'identico spirito con cui la nota è stata scritta. 

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Non a tutti piace Expo

Il primo maggio milanese ci consegna una giornata dalle molteplici sfaccettature. Il primo dato fondamentale da cogliere è che quelle decine di migliaia di persone scese in piazza rappresentano uno spettro della società non recuperabile oggi dalla rappresentanza politico-partitica
Nell'insieme, queste presenze hanno saputo esprimere con forza il rifiuto di una città modellata intorno a Expo, ribaltando in maniera forte quella "valorizzazione del territorio" di cui si riempiono la bocca i padroni del cibo. Arrivando a incrinare quell'expoizzazione della città che pretendeva di delimitare lo spazio di agibilità politica di chi si oppone al modello di sviluppo incarnato nel mega-evento di cemento e lavoro gratuito.

C'era solo una risposta da dare alla sfacciataggine della questura che ha deciso a qualche giorno dalla contro-manifestazione di porre una zona rossa e vietare un percorso autorizzato da mesi. La città non è di Expo: dalle periferie al centro è stato importante provare a violare la zona rossa per significarlo. E' stato un corteo composito, con pratiche eterogenee in cui tutte le realtà che hanno partecipato al percorso di opposizione al mega-evento hanno avuto spazio per esprimersi. Pratiche di conflitto radicali hanno coabitato con momenti di incontro tra giovani precari, occupanti di case di diverse città, sanzionamenti e musica si sono alternati tutelando le diverse sensibilità e componenti.

Un primo maggio importante nella misura in cui ha saputo porre con chiarezza un'incompatabilità tra il modello-Expo e la parte del paese che non accetta l'impoverimento generale come orizzonte inevitabile di una "ripresa" che è solo artificio retorico per forzarci a stringere ancora la cinghia. Lo scarto politico, per la composizione giovanile che ha animato, numerosissima, il corteo è stato nell'individuare Expo come punto di arrivo e di rilancio di quei meccanismi di precarietà che subiamo da decenni smontando la retorica di chi voleva camuffarlo da "nuovo inizio". È uno scarto che ci parla di uno spazio di opposizione possibile e concreta al bulldozer renziano e al partito della nazione, di un'irriducibilità delle tensioni sociali che attraversano i territori. Il premier voleva una vetrina per mostrare il meglio dell'Italia. L'ha avuta in questo primo maggio di lotta: l'eccellenza italiana è riprendersi le strade, tutti insieme. Con tutti i suoi limiti il corteo di ieri è la prima grande e decisa protesta contro Renzi e il suo modello di sviluppo, e cosi verrà ricordata.

Ma è stata anche una giornata di protesta contro l'Europa della crisi, in continuità con quel 18M a Francoforte che ci aveva mostrato una ricomposizione possibile sul piano del conflitto fuori e contro la governance dell'unione. A Expo c'erano capi di stato da tutta Europa e da tutta Europa è giunta gente a contestarli. Sicuramente si tratta di una dinamica ancora balbuziente e le reciproche incomprensioni sono moltiplicate da culture politiche diverse e livelli di radicalità discordi tra i nostri territori. È un vero lavoro di traduzione, nel senso più ampio del termine, sul quale dobbiamo ancora lavorare molto. Ma è comunque una ricchezza vedere che quell'orizzonte minimo delle lotte che è l'Europa si concretizzi finalmente nella contaminazione del conflitto e non negli scambi tra ceto politico.
Queste le considerazioni positive che ci sentiamo di fare rispetto a questa giornata di lotta.
Permangono comunque molte criticità su cui dovremo lavorare insieme... tra chi ha voglia di mettersi sinceramente in gioco.

La questione, come al solito, non è nelle identità ma nel metodo. Ragionare su quali pratiche ci rendono più forti ed evidenziano le linee di frattura sempre più larghe in una società caratterizzata da una rabbia latente quanto diffusa. Spaccare utilitarie o vetrine a caso è un gesto idiota che ha senso soltanto per chi assume come referente del suo agire "politico" il proprio micro-milieu ombelicale. Per quanto ci riguarda il nostro soggetto sociale di riferimento resta sempre quello degli impoveriti, dei senza casa, dei giovani, dei migranti e di tutta quell'eccedenza umana da cui dipende ogni orizzonte di cambiamento radicale dell'esistente. 

Ai commentatori indignati che oggi spopolano sui social e più in generale in rete vorremmo però sottoporre alcune piccole osservazioni:

1) quello spezzone di corteo che oggi viene sintetizzato e banalizzato nella formula del "blocco nero" - e che raccoglieva invece composizioni politiche e sociali anche molto differenti e stratificate -, piaccia o meno, era il più numeroso dell'intero corteo. A chi oggi pretenderebbe di negare questa evidenza, chiediamo di tornare con lo sguardo all'imbocco di via De Amicis dove si poteva osservare l'ingrossarsi delle file e lo sciamare di moltissimi giovani da altri punti del corteo in quello spezzone lì.

2) si trovavano lì riunite soggettività collettive e individuali che intendevano praticare una qualche forma di conflitto: esercizio della forza, pratica dell'obiettivo, rottura della compatibilità di sfilate sempre uguali a sé stesse e totalmente ininfluenti.  

3) il resto del corteo non è stato intaccato o messo a rischio fisico dagli scontri e dalle azioni che vi si sono prodotte. Si dirà che questo è stato merito della oculata gestione delle forze dell'ordine che hanno lasciato sfogare quella piazza evitando un allargamento dei disordini e la loro ingestibilità. Vero, ma la verità sta nella relazione tra quello che la questura ha optato di fronte a una presenza massiccia e di difficile gestione. Una forza effettiva era in campo e poco disponibile a forme di dialogo.

In un articolo, peraltro orrendo, Luca Fazio coglie almeno un dato politico: con quel modo di stare in piazza bisogna fare i conti e nessuna struttura organizzata, in queste occasioni, è in grado di esercitare una forza di controllo e direzione compiuta. E' un bel nodo da sciogliere e su cui lavorare. A partire da una premessa: quella rabbia, quella composizione, quei soggetti sono affare nostro e vogliamo averci a che fare, con tutte le difficoltà del caso. Chi se ne tira fuori - per calcolo, paura o presunta superiorità politico-morale - sta tracciando un solco tra gli alfabetizzati della politica e gli impoveriti ed arrabbiati che in alcune occasioni si presentano sulla scena. Istituisce una gerarchia di apartheid politico tra rappresentabili e non. E' un gioco a cui non ci prestiamo. Preoccuparsi del solco che si rischia di scavare tra militanti e resto della popolazione è cosa lodevole e necessaria (nodo del consenso). Non porsi il problema di come inglobare e dare senso a una rabbia latente e necessaria (nodo del conflitto) è una scelta ponzio-pilatesca e dallo sguardo corto, tanto più per chi si rappresenta come opzione conflittuale e antagonistica mentre nei fatti pensa ogni volta solo ed esclusivamente a portare a casa la pelle e garantirsi la riproduzione del proprio piccolo aggregato, tenendosi aperti canali di mediazione e dialogo che non portano più da nessuna parte.

C'è tanto da dire, ragionare e commentare sui fatti di ieri. C'è però innanzi tutto da prendere una posizione chiara sul dove e con chi stare. Sul fatto che è mille volte preferibile trovarsi il giorno dopo a fare i conti con conseguenze ed esiti imprevisti piuttosto che darsi le pacche sulle spalle tra le infinite gradazioni di un ceto politico costantemente impaurito dall'emergere di una qualunque forma di eccedenza non prevista. Atene, Baltimora, Istanbul sono dietro l'angolo. Prendiamone atto e attrezziamoci di conseguenza. C'è invece chi ancora pensa di trovarsi nella stagione dei social forum o peggio, nei trenta gloriosi. Non è (più) così.


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