“Non esistono fatti, ma solo le interpretazioni dei fatti” diceva Nietzsche, parafrasandolo, potremmo dire che non esistono i cortei, ma solo la loro “rappresentazione”.
La società dell’informazione
continua e pervasiva fa sì che il “mediatico” plasmi a proprio
piacimento qualsiasi evento di una qualche valenza sociale. Il copione
per questo tipo di manifestazione di solito è il seguente: un corteo
pacifico è stato infiltrato da provocatori violenti (lo spauracchio
black bloc) che hanno rovinato la “festa” a tutti, oscurando le ragioni
della protesta ai fini di scatenare una violenza “insensata” e fine a sé
stessa. Il Canovaccio di Genova 2001 viene pedissequamente seguito da anni.
Stavolta però il meccanismo si è inceppato nella divisione tra
manifestanti buoni e cattivi: nessuno si è dissociato dagli scontri (al
netto di legittimi dubbi sull’utilità di questi e soprattutto sui
danneggiamenti alle auto in sosta) né in dichiarazioni ufficiali, né,
soprattutto durante il corteo. Mentre a poche centinaia di metri
manifestanti e polizia si fronteggiavano, migliaia di persone
continuavano a sfilare compatte cantando e ballando. Questo è
sicuramente un dato positivo, anche se il risultato finale è stato che
non potendo isolare il “virus” che ha infettato la manifestazione è
stato direttamente criminalizzato tutto il corteo.
Chi a Milano non c’era e si è
informato sugli avvenimenti seguendo le notizie delle grandi testate
giornalistiche non può che aver avuto l’impressione che sia stato un
giorno di vera e propria guerriglia. Infatti, osservando attentamente,
si può notare come nessun media abbia pubblicato anche una sola foto del
corteo che non fosse relativa agli scontri: bande musicali, sound
system, spezzoni di lavoratori ecc. tutto è stato oscurato per dare
risalto ai tafferugli.
Il copione principale è stato
poi arricchito da una serie di sottotrame. Non è una novità che in
questi contesti i media individuino un fatto o un personaggio di per sé
irrilevante e lo ingigantiscano ai fini di “rafforzare” la trama
principale: ci ricordiamo, ad esempio, di quando si è discusso per
settimane del giovane NoTav che durante una manifestazione in ValSusa
aveva osato dare della “pecorella”
a un poliziotto, o più indietro nel tempo quando il 15 ottobre 2011 la
distruzione di una madonnina da parte di un manifestante era stata messa
al centro dell’attenzione pubblica e, sempre lo stesso giorno, la gogna
mediatica (con tanto di gossip sulla vita privata) a cui fu sottoposto
Fabrizio Filippi detto “Er Pelliccia”.
Stavolta è toccato al giovane
Mattia che, imbeccato ad arte dal giornalista del TGcom, con le sue
uscite tanto sgrammaticate quanto ingenue è stato fatto passare come
l’ideologo del movimento.
Anche l’anarchico Valitutti,
fotografato in carrozzina in mezzo agli scontri, ha subito la sua dose
di odio pubblico: dal “togliamogli la pensione di invalidità” all’accusa
di incoerenza per essere tornato a casa con un Frecciarossa, cosa che
andrebbe in contraddizione col suo appoggio al movimento No Tav.
A condire la trama con cui i
media hanno presentato il No Expo aggiungiamo anche la demenziale e non
provata “accusa” dei “black bloc” col Rolex al polso, che ha perfino
provocato la reazione del noto marchio svizzero che ha risposto con una lettera aperta sui principali quotidiani nazionali.
Insomma, la macchina del fango
ha funzionato a dovere, pescando innumerevoli conigli dal cilindro.
Questo, tuttavia, era ampiamente prevedibile, e pone ai Movimenti il
problema del come uscire dal cul de sac in cui inevitabilmente si trovano
durante questi grandi appuntamenti di piazza: fai un corteo pacifico?
Verrai ignorato. Fai casino? Verrai criminalizzato.
Se
si poteva pensare che sarebbe bastato avere un corteo unito ed estraneo
a grottesche pratiche di delazione interna per “cortocircuitare” la
narrazione mainstream, il 1° maggio ha radicalmente smentito
quest’ipotesi.
Il punto centrale è, a
nostro avviso, che ogni lotta che si pone su un piano simbolico non ha
senso di esistere se viene veicolata da dei media “nemici”. In
altre parole è assurdo colpire una banca cercando di far passare il
messaggio “Contro il capitalismo finanziario che sta distruggendo il
pianeta”, quando poi Repubblica e il Corriere e tutti gli altri
oligopolisti dell’informazione titoleranno “Delinquente sfascia
vetrina”. Solo chi condivide il medesimo orizzonte simbolico recepirà il
messaggio nelle sue intenzioni originarie, mentre TUTTI gli altri
(lavoratori o borghesi che siano) vedranno SOLO “delinquenti che
distruggono cose a caso” e chiederanno per loro repressione, repressione
e ancora repressione.
I gesti individuali non
possono precedere i percorsi collettivi, perché, purtroppo,
l’opposizione sociale non si sviluppa per osmosi e “dare l’esempio” con
azioni simbolicamente radicali è un gesto fine a sé stesso, al di là
delle generose intenzioni di chi lo compie.
Questo non significa naturalmente che
bisogna abbandonare la radicalità per paura delle conseguenze, solo che
non possiamo permetterci di praticarla su di un piano che non sia quello
reale. Ad esempio il cantiere TAV di Chiomonte è lì, è reale, lo puoi
toccare e sabotandolo non ci si limita a “lanciare un messaggio”.
Infatti, benché pagando un prezzo durissimo in termini di repressione e
dovendo subire attacchi mediatici continui, il movimento No Tav,
miracolosamente e, oseremmo dire eroicamente, resiste, anche in virtù
dell’essersi guadagnato un consenso che va al di là delle solite
ristrette cerchie.
È quando in ballo ci sono la propria
terra, la propria vita e il proprio futuro che è possibile attuare forme
di conflittualità di massa. Altrimenti dopo il solito giorno di gloria
ci pioveranno addosso i soliti mille giorni di merda.
PS: solidarietà a tutti i fermati/arrestati.
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