Aggiornamento sul dibattito in rete a proposito di quel che è successo ieri a Milano.
I media hanno pescato l’aspirante black block pronto a dire tutto quel
che serve ai media per continuare a fare cassa per un altro po’ di
giorni. C’è poi la fascia complottista che inserisce le parole di Cossiga
a spiegazione di tutto. Quelli di ieri, dunque, sarebbero stati
facilitati utilmente dalla polizia che poi avrebbe così avuto ragione di
caricare con tanto di legittimazione della gente. La fascia
complottista include chi sostiene che tra i “facinorosi” vi siano
infiltrati. Ok. Fin qui nulla di nuovo.
Continua la protesta da parte di chi
pensa che i neri abbiano danneggiato una manifestazione pacifica e altre
parti di movimento. C’è poi chi sostiene l’operato della polizia che
sarebbe stato ineccepibile. Subito pronti, eventualmente, a difendere
anche l’uso di lacrimogeni al Cs, vietati dalla convenzione di Ginevra, e
anche il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo. Dopo Genova ricordo che
qualcuno disse che anche i mezzi blindati della polizia lanciati fino
ai marciapiedi per inseguire le folle erano una fantastica trovata. Come
non pensarci prima.
Ma il punto è che c’è chi vuole la testa dei “ribelli” a qualunque
costo, e non per ragionare del senso politico di tutto ma solo per
metterli alla gogna, per un implacabile gusto di vendetta che –
storicamente – arriva sempre da destra, per processarli pubblicamente e
condannarli di fronte a tutta l’opinione pubblica. Così si obbliga
chiunque a parteggiare per gli uni e gli altri, in uno schema binario
che invisibilizza qualunque complessità, e questo già lo scrivevo ieri,
ma ne sono ancora più convinta oggi. Perché quel che si vuole fare è
concentrare l’attenzione su quel che è successo dimenticando perché la
gente ieri è scesa in piazza.
Faccio presente che quando gente dei forconi è stata accusata o
beccata, non so dove, a esprimere un dissenso esasperato, il centro
destra è corso in sua difesa, così i legalitaristi che solitamente
manderebbero alla forca chiunque. Perciò da qui abbiamo capito che
esiste un bisogno di serie A e uno di serie B.
Esiste la fame di chi vota a destra e quella di chi vota a sinistra o
non vota proprio per niente. Se ti presenti in piazza con il simbolo di
un'organizzazione di estrema destra perciò è comprensibile che tu
racconti la tua fame di diritti. Se invece ti presenti con i centri
sociali, gli anarchici, gli autonomi, le sinistre varie, dall’altro lato
ti chiamano “radical chic”, dicono che sei un figlio di papà, perché si
sa che a sinistra, ‘sti cazzi, siamo tutti ricchi, la precarietà a noi
non ci tocca affatto, e mentre da sinistra c’è perfino qualcuno, e
ricordo alcune analisi di Infoaut su questo, che tenta di
capire le ragioni di chi scende in piazza col rischio di farsi cavalcare
dalle destre, dall’altro lato c’è una rigidità identitaria da far
spavento.
Un blocco monolitico che difende l’operato della polizia, sempre,
anche quando ammazza un manifestante o colpisce con il manganello gente
inerme, anche quando ci scappa il morto durante un fermo, ed è lo stesso
blocco che ammette la lotta per fame solo se a cavalcarla, per
l’appunto è la destra. Così mentre insiste nel raccontare che la fame
sta da una parte sola, mentre di qua ci sarebbero soltanto “caste”, la
gente come noi continua ad essere chiamata con il nomignolo gentile di zecche o altri epiteti vari ed eventuali.
Fino a ieri tutti ce l’avevano con il governo. Tutti odiano il jobs
act. Tutti rivendicano la possibilità di mettere fine all’assenza di
reddito, casa, futuro. Però la destra, quando lo fa, nel frattempo ha
così tanta energia e tempo a disposizione che stabilisce che reddito e
casa prima di tutto devono andare agli “italiani”. Quindi lottano forse
per il bene dei poveri ma poi sputano su altri poveri per via della
differente cultura ed etnia. Già che ci sono hanno il tempo di
mortificare qui e la gay, lesbiche e trans, e non si capisce questo come
e perché dovrebbe compensare la fame dei poveri che votano a destra,
sono anche antiabortisti, giusto per piazzare bandierine sugli uteri
delle donne, e poi perseguono strenuamente la linea che li porta alla
difesa della famiglia “naturale”.
Per dire: a me che sono precaria non verrebbe mai in mente di dire
“prima io”, perché se siamo precari in tanti il solo fatto che solo io
possa scippare un pezzo di pane o un tetto mi farebbe sentire una vera
merda. E qui si parla di umanità. Ma tornando a ieri il fatto è che le
critiche arrivano anche da chi fa apologia della violenza contro gli
immigrati, contro altre fasce deboli, contro quelli e quelle che
ritengono responsabili per la propria sorte. C’è chi dichiara di capire
l’esasperazione di chi scrive cose orribili, messaggi d’odio, sul web,
prendendo di mira ora un ministro, poi una deputata, e l’odio arriva
chiaro e forte con un messaggio che fa da cornice a tutto: sono
appartenenti alla casta.
Dunque, se il potere, il governo, la gente che chiamate casta vi è
così antipatica, com’è che non capite perché un ragazzo abbia voglia di
scendere in piazza e spaccare tutto? E tutto non vuol dire proprio
tutto, considerando che sfasciare le automobili di qualcuno mi pare una
cazzata enorme, ma significa comunque sfasciare gli oggetti, non le
teste delle persone. E possiamo essere d’accordo o meno su questo ma
davvero non capite qual è il punto in cui ci troviamo? La situazione
economica che tutti ci troviamo ad affrontare? Se un gruppo di uomini e
donne decide di puntare alle banche, alle agenzia interinali, alle
immobiliari, secondo voi il messaggio qual è?
E siccome siamo tutti d’accordo sul fatto che queste cose fanno più
danno al movimento che altro, dunque cosa diciamo ai ragazzi e alle
ragazze che si sono visti fottere il diritto all’istruzione, con
l’università che diventa sempre più meta di privilegiati, e poi il
diritto al reddito, alla casa, a qualche opportunità che li faccia
muovere dalla condizione nella quale sono incastrati ora. Perché tra la
gente che ieri è scesa in piazza sono certa che ci sia chi fa tre
lavori, chi dorme in uno sgabuzzino, chi non ha niente e chi ha smesso
di sperare in un ascolto realmente democratico.
Vedete quello che succede nel parlamento. Il governo decide una
riforma elettorale che consente ai grossi partiti, che poi sono anche
più o meno alleati o ammiccano l’un l’altro, di governare in eterno. Il
governo decide tutto quello che vuole. Il jobs act che metterà in mezzo
alla strada altra gente, perché col cavolo che la precarizzazione del
lavoro significa più lavoro per tutti. E di riforma in riforma, incluso
il piano casa che comprende quel punto in cui si dice che chi occupa per
bisogno, perché non sa dove fare dormire i figli, si vedrà tagliare
gas, luce e acqua, tra una decisione e l’altra siamo arrivati al punto
che abbiamo consumato anche i risparmi dei padri, le madri, i nonni, e
non ci resta più niente. Siamo soli, spaventati, tanta gente massacrata
da debiti a combattere quando ricevono le cartelle esattoriali, tante
persone che si suicidano per questioni economiche, lo sfruttamento che
questa particolare situazione consente, e c’è la privatizzazione dei
servizi, il costo dei bisogni che cresce e tra un po’ avremo anche le
polizie private e le carceri private, perché anche l’industria della
“sicurezza” è diventato un business.
Di fronte a tutto questo, voi, noi, cosa abbiamo da dire di nuovo?
Che tipo di battaglia possiamo suggerire? Oltre a stare a lamentarci per
la censura dei media, per le mistificazioni, per le cattive decisioni
del governo, per il fatto che le elezioni sono solo la legittimazione di
un asse di potere che non potremo spodestare, per le cattive azioni di
ragazzi e ragazze di nero vestiti. E dunque: che si fa?
Chi sono io per dire a questi ragazzi che sbagliano? Come faccio a
dire loro che ci sono altri modi di farsi sentire? Chi può fornirglieli?
Se per ogni manifestazione i giornalisti, e già chiamarli così è fargli
un complimento, cercano perfino lo scoppio di un petardo per fare
audience, sapendo che una manifestazione pacifica non finisce sui
giornali mai, come diciamo loro che si può e si deve comunicare
diversamente? Perché se non ragioniamo su questo è pressoché inutile
che tutti pretendano di deresponsabilizzarsi e dichiararsi migliori di
altri. Parlo degli indignati di bassa lega o delle persone, compagne e
compagni, che per un attimo si lasciano convincere che il nemico è
quaggiù, all’inferno, invece che lassù, in quello spazio che si vede
attraverso la grata con gente che ci lancia in basso pezzi di pane
rancido mentre noi ci scanniamo per prenderne un morso.
Concludo con un aneddoto, che non vuol dire nulla perché non si può
generalizzare, ma forse vale la pena dirlo: ricordo che tempo fa si fece
una manifestazione, pacifica, per decisione di chi aveva organizzato.
Attorno a noi c’erano sparuti gruppi di poliziotti. Col casco e il
manganello. Faceva caldo, sbuffavano, ci guardavano male perché perfino
in quella giornata afosa li obbligavamo a “lavorare”. Non credo proprio
avessero voglia di beccarsi fumo di lacrimogeni, correre, sudare. Se non
ché ci fu il cazzone di turno, perché ogni tanto lo spaccone c’è e io
non saprei chiamarlo diversamente, e parlo di un singolo che non ha
alcun obiettivo politico se non quello di urlare un paio di slogan con
la bocca impastata d’alcool, dunque a questo ragazzo, appena vide una
divisa, gli si accese l’interruttore dello scontro. Normalmente chi fa
azioni in piazza non cerca lo scontro fisico. Sta a distanza. Questo
invece voleva proprio fare a gara a chi aveva più testosterone. Così
punta il dito, lancia la bottiglia vuota contro un cassonetto, e nel
frattempo un po’ di file dietro scoppia un petardo, e noi lì a temere,
impreparati, che sarebbe arrivata la carica. In quel caso quelli che
organizzavano la manifestazione presero sotto braccio il tizio e lo
accompagnarono non so dove. I poliziotti restarono lì a sbadigliare e a
sudare, guardando l’orologio. Che voglio dire? Niente più di quello che
ho detto. L’alternativa non è tra lasciar fare e la delazione. Forse
l’alternativa sta nell’autogestione.
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