Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/05/2015

#NoExpo #Milano: l’analisi del giorno dopo

Aggiornamento sul dibattito in rete a proposito di quel che è successo ieri a Milano.

I media hanno pescato l’aspirante black block pronto a dire tutto quel che serve ai media per continuare a fare cassa per un altro po’ di giorni. C’è poi la fascia complottista che inserisce le parole di Cossiga a spiegazione di tutto. Quelli di ieri, dunque, sarebbero stati facilitati utilmente dalla polizia che poi avrebbe così avuto ragione di caricare con tanto di legittimazione della gente. La fascia complottista include chi sostiene che tra i “facinorosi” vi siano infiltrati. Ok. Fin qui nulla di nuovo.

Continua la protesta da parte di chi pensa che i neri abbiano danneggiato una manifestazione pacifica e altre parti di movimento. C’è poi chi sostiene l’operato della polizia che sarebbe stato ineccepibile. Subito pronti, eventualmente, a difendere anche l’uso di lacrimogeni al Cs, vietati dalla convenzione di Ginevra, e anche il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo. Dopo Genova ricordo che qualcuno disse che anche i mezzi blindati della polizia lanciati fino ai marciapiedi per inseguire le folle erano una fantastica trovata. Come non pensarci prima.

Ma il punto è che c’è chi vuole la testa dei “ribelli” a qualunque costo, e non per ragionare del senso politico di tutto ma solo per metterli alla gogna, per un implacabile gusto di vendetta che – storicamente – arriva sempre da destra, per processarli pubblicamente e condannarli di fronte a tutta l’opinione pubblica. Così si obbliga chiunque a parteggiare per gli uni e gli altri, in uno schema binario che invisibilizza qualunque complessità, e questo già lo scrivevo ieri, ma ne sono ancora più convinta oggi. Perché quel che si vuole fare è concentrare l’attenzione su quel che è successo dimenticando perché la gente ieri è scesa in piazza.

Faccio presente che quando gente dei forconi è stata accusata o beccata, non so dove, a esprimere un dissenso esasperato, il centro destra è corso in sua difesa, così i legalitaristi che solitamente manderebbero alla forca chiunque. Perciò da qui abbiamo capito che esiste un bisogno di serie A e uno di serie B.

Esiste la fame di chi vota a destra e quella di chi vota a sinistra o non vota proprio per niente. Se ti presenti in piazza con il simbolo di un'organizzazione di estrema destra perciò è comprensibile che tu racconti la tua fame di diritti. Se invece ti presenti con i centri sociali, gli anarchici, gli autonomi, le sinistre varie, dall’altro lato ti chiamano “radical chic”, dicono che sei un figlio di papà, perché si sa che a sinistra, ‘sti cazzi, siamo tutti ricchi, la precarietà a noi non ci tocca affatto, e mentre da sinistra c’è perfino qualcuno, e ricordo alcune analisi di Infoaut su questo, che tenta di capire le ragioni di chi scende in piazza col rischio di farsi cavalcare dalle destre, dall’altro lato c’è una rigidità identitaria da far spavento.

Un blocco monolitico che difende l’operato della polizia, sempre, anche quando ammazza un manifestante o colpisce con il manganello gente inerme, anche quando ci scappa il morto durante un fermo, ed è lo stesso blocco che ammette la lotta per fame solo se a cavalcarla, per l’appunto è la destra. Così mentre insiste nel raccontare che la fame sta da una parte sola, mentre di qua ci sarebbero soltanto “caste”, la gente come noi continua ad essere chiamata con il nomignolo gentile di zecche o altri epiteti vari ed eventuali.

Fino a ieri tutti ce l’avevano con il governo. Tutti odiano il jobs act. Tutti rivendicano la possibilità di mettere fine all’assenza di reddito, casa, futuro. Però la destra, quando lo fa, nel frattempo ha così tanta energia e tempo a disposizione che stabilisce che reddito e casa prima di tutto devono andare agli “italiani”. Quindi lottano forse per il bene dei poveri ma poi sputano su altri poveri per via della differente cultura ed etnia. Già che ci sono hanno il tempo di mortificare qui e la gay, lesbiche e trans, e non si capisce questo come e perché dovrebbe compensare la fame dei poveri che votano a destra, sono anche antiabortisti, giusto per piazzare bandierine sugli uteri delle donne, e poi perseguono strenuamente la linea che li porta alla difesa della famiglia “naturale”.

Per dire: a me che sono precaria non verrebbe mai in mente di dire “prima io”, perché se siamo precari in tanti il solo fatto che solo io possa scippare un pezzo di pane o un tetto mi farebbe sentire una vera merda. E qui si parla di umanità. Ma tornando a ieri il fatto è che le critiche arrivano anche da chi fa apologia della violenza contro gli immigrati, contro altre fasce deboli, contro quelli e quelle che ritengono responsabili per la propria sorte. C’è chi dichiara di capire l’esasperazione di chi scrive cose orribili, messaggi d’odio, sul web, prendendo di mira ora un ministro, poi una deputata, e l’odio arriva chiaro e forte con un messaggio che fa da cornice a tutto: sono appartenenti alla casta.

Dunque, se il potere, il governo, la gente che chiamate casta vi è così antipatica, com’è che non capite perché un ragazzo abbia voglia di scendere in piazza e spaccare tutto? E tutto non vuol dire proprio tutto, considerando che sfasciare le automobili di qualcuno mi pare una cazzata enorme, ma significa comunque sfasciare gli oggetti, non le teste delle persone. E possiamo essere d’accordo o meno su questo ma davvero non capite qual è il punto in cui ci troviamo? La situazione economica che tutti ci troviamo ad affrontare? Se un gruppo di uomini e donne decide di puntare alle banche, alle agenzia interinali, alle immobiliari, secondo voi il messaggio qual è?

E siccome siamo tutti d’accordo sul fatto che queste cose fanno più danno al movimento che altro, dunque cosa diciamo ai ragazzi e alle ragazze che si sono visti fottere il diritto all’istruzione, con l’università che diventa sempre più meta di privilegiati, e poi il diritto al reddito, alla casa, a qualche opportunità che li faccia muovere dalla condizione nella quale sono incastrati ora. Perché tra la gente che ieri è scesa in piazza sono certa che ci sia chi fa tre lavori, chi dorme in uno sgabuzzino, chi non ha niente e chi ha smesso di sperare in un ascolto realmente democratico.

Vedete quello che succede nel parlamento. Il governo decide una riforma elettorale che consente ai grossi partiti, che poi sono anche più o meno alleati o ammiccano l’un l’altro, di governare in eterno. Il governo decide tutto quello che vuole. Il jobs act che metterà in mezzo alla strada altra gente, perché col cavolo che la precarizzazione del lavoro significa più lavoro per tutti. E di riforma in riforma, incluso il piano casa che comprende quel punto in cui si dice che chi occupa per bisogno, perché non sa dove fare dormire i figli, si vedrà tagliare gas, luce e acqua, tra una decisione e l’altra siamo arrivati al punto che abbiamo consumato anche i risparmi dei padri, le madri, i nonni, e non ci resta più niente. Siamo soli, spaventati, tanta gente massacrata da debiti a combattere quando ricevono le cartelle esattoriali, tante persone che si suicidano per questioni economiche, lo sfruttamento che questa particolare situazione consente, e c’è la privatizzazione dei servizi, il costo dei bisogni che cresce e tra un po’ avremo anche le polizie private e le carceri private, perché anche l’industria della “sicurezza” è diventato un business.

Di fronte a tutto questo, voi, noi, cosa abbiamo da dire di nuovo? Che tipo di battaglia possiamo suggerire? Oltre a stare a lamentarci per la censura dei media, per le mistificazioni, per le cattive decisioni del governo, per il fatto che le elezioni sono solo la legittimazione di un asse di potere che non potremo spodestare, per le cattive azioni di ragazzi e ragazze di nero vestiti. E dunque: che si fa?

Chi sono io per dire a questi ragazzi che sbagliano? Come faccio a dire loro che ci sono altri modi di farsi sentire? Chi può fornirglieli? Se per ogni manifestazione i giornalisti, e già chiamarli così è fargli un complimento, cercano perfino lo scoppio di un petardo per fare audience, sapendo che una manifestazione pacifica non finisce sui giornali mai, come diciamo loro che si può e si deve comunicare diversamente? Perché se non ragioniamo su questo è pressoché inutile che tutti pretendano di deresponsabilizzarsi e dichiararsi migliori di altri. Parlo degli indignati di bassa lega o delle persone, compagne e compagni, che per un attimo si lasciano convincere che il nemico è quaggiù, all’inferno, invece che lassù, in quello spazio che si vede attraverso la grata con gente che ci lancia in basso pezzi di pane rancido mentre noi ci scanniamo per prenderne un morso.

Concludo con un aneddoto, che non vuol dire nulla perché non si può generalizzare, ma forse vale la pena dirlo: ricordo che tempo fa si fece una manifestazione, pacifica, per decisione di chi aveva organizzato. Attorno a noi c’erano sparuti gruppi di poliziotti. Col casco e il manganello. Faceva caldo, sbuffavano, ci guardavano male perché perfino in quella giornata afosa li obbligavamo a “lavorare”. Non credo proprio avessero voglia di beccarsi fumo di lacrimogeni, correre, sudare. Se non ché ci fu il cazzone di turno, perché ogni tanto lo spaccone c’è e io non saprei chiamarlo diversamente, e parlo di un singolo che non ha alcun obiettivo politico se non quello di urlare un paio di slogan con la bocca impastata d’alcool, dunque a questo ragazzo, appena vide una divisa, gli si accese l’interruttore dello scontro. Normalmente chi fa azioni in piazza non cerca lo scontro fisico. Sta a distanza. Questo invece voleva proprio fare a gara a chi aveva più testosterone. Così punta il dito, lancia la bottiglia vuota contro un cassonetto, e nel frattempo un po’ di file dietro scoppia un petardo, e noi lì a temere, impreparati, che sarebbe arrivata la carica. In quel caso quelli che organizzavano la manifestazione presero sotto braccio il tizio e lo accompagnarono non so dove. I poliziotti restarono lì a sbadigliare e a sudare, guardando l’orologio. Che voglio dire? Niente più di quello che ho detto. L’alternativa non è tra lasciar fare e la delazione. Forse l’alternativa sta nell’autogestione.

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