C’è grande sconcerto e preoccupazione nel mondo della sinistra per la conferenza stampa Salvini/Le Pen di cui ieri e stamattina stampa e tv hanno dato conto. Sconcerto e preoccupazione soprattutto per l’asse razzista-xenofobo tra Italia e Francia che si preannuncia in vista delle elezioni europee. Se lo sconcerto è scarsamente comprensibile, visto l’andazzo, la preoccupazione sembra essere tardiva e in qualche modo di maniera.
Infatti c’è un particolare dell’incontro che viene a mala pena citato e largamente sottovalutato, ed è il luogo in cui si è tenuta la conferenza stampa congiunta dei due, ossia la sede del sindacato di destra UGL, degno erede della CISNAL, a sua volta erede diretta del sindacato fascista. Fin qui nulla di strano, la UGL prima delle elezioni politiche ha stretto formalmente e ufficialmente un patto con la Lega di Salvini, inaugurando per la prima volta in Italia quel modello inglese che vuole le organizzazioni sindacali in diretta relazione con i partiti di riferimento.
Quello che andrebbe invece ricordato ai nostri della sinistra sconcertata e preoccupata è lo sdoganamento politico e sindacale dell’UGL all’epoca della segreteria Polverini attuato, platealmente e in pompa magna, dall’allora segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani, quando nel maggio del 2010, in apertura del XVI Congresso dell’organizzazione, salutò dal palco “la cara amica Polverini”. A parte il faticare a comprendere come si possa essere “cari amici” di una persona che esprime una visione politica, morale, etica e culturale totalmente opposta alla parte che si rappresenta, il punto è un altro.
Da quel giorno – in verità anche da prima ma da quel giorno con un vigore impensabile – la CGIL si è spesa in prima persona affinché l’UGL fosse convocata a ogni tavolo di trattativa, a ogni consesso sindacale democratico, diventasse interlocutore nel Paese. Tutto ciò in barba a ogni seria verifica di rappresentatività della sigla, in verità assai scarsa allora e quasi nulla oggi, dopo una scissione con strascichi giudiziari e politici di un certo peso, che però tuttora induce cigilcisluil a portarsi appresso a ogni trattativa i fidi sodali dell’UGL. La partecipazione alla trattativa dell’ILVA, dove praticamente l’UGL non esiste, ne è la prova più recente e palese.
Problemi di coscienza politica e democratica della Cgil si potrebbe dire, se non fosse che la stessa confederazione si adopera, e con buona lena, a impedire che la USB sieda ai tavoli di trattativa di secondo livello nella pubblica amministrazione perché ha scelto di non sottoscrivere un brutto contratto.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Guglielmo Epifani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guglielmo Epifani. Mostra tutti i post
10/10/2018
02/08/2018
Il balletto osceno sull’art. 18
La sagra dell’ipocrisia è andata in scena alla Camera. Canovaccio: l’articolo 18, ossia l’impossibilità per le aziende di “licenziare senza giusta causa”, ovvero per “colpa grave” del lavoratore.
Si discuteva del cosiddetto “decreto dignità”, quel nulla che di fatto – nelle formulazione originaria presentata da Di Maio – conservava integralmente il Jobs Act di Renzi, con qualche irrilevante modifica cosmetica che ha fatto gridare ai peggiori tra gli industriali italiani (600 imprenditori veneti, quelli che una volta “piccolo era bello”) ci volete rovinare!
Tanto è bastato a spaventare i leghisti e di conserva i grillini, sempre timorosi di veder saltare la loro prima esperienza di governo nazionale. Quindi, sì alla reintroduzione dei voucher e altra spazzatura cancellata nientepopodimeno che da Gentiloni (ma solo per evitare il referendum, mica per una valutazione etica...).
In questo clima fetido, gli ex Pd di Liberi e Uguali piazzano la propria bandierina: un emendamento per reintrodurre proprio l’art. 18, la cui cancellazione era considerata dalle imprese come la “scossa” che avrebbe permesso all’economia italiana di eguagliare i tassi di crescita degli anni ‘50 (ve ne sarete accorti, no?, dopo tre anni non sappiamo più come spendere lo stipendio...).
Il primo firmatario dell’emendamento è Guglielmo Epifani, ex segretario generale della Cgil poi eletto senatore col Pd, ora alla Camera con Leu. Ossia un vero esperto dell’argomento, uno che aveva votato senza problemi l’abolizione di quella norma in obbedienza ai diktat renziani e dell’Unione Europea. Una mossa per cercare di ricostruire la verginità perduta della pattuglia di Leu, senza alcuna pretesa di successo. Anzi, con l'assoluta certezza che non sarebbe mai passata, nemmeno per sbaglio.
E infatti i Cinque Stelle – che in campagna elettorale avevano promesso la reintroduzione dell’art. 18 – votano compattamente contro. Così come la Lega e ovviamente Forza Italia, mentre il Pd si astiene. Solo i 13 “leuisti” approvano l’emendamento e tutta la parte davvero importante finisce lì.
Il resto è la sagra dell’infame. Quelli del Pd rilasciano dichiarazioni di fuoco contro i Cinque Stelle per “aver tradito le promesse elettorali”, pur essendosi rifiutati di votare (se non altro per bandiera polemica) l’emendamento. Un’astensione che avrebbe consigliato delle persone intellettualmente oneste a tacere...
I Cinque Stelle, altrettanto ovviamente, hanno glissato, con il “chiacchiera” Di Maio che si è sdilinquito in altre recite fantasmagoriche: “il governo sta tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa in altri Paesi”. Silenzio sull’argomento art. 18...
C’è un’autostrada larghissima e infinita per chi voglia davvero costruire l’opposizione sociale e politica in questo disgraziato paese. Certo, dovremmo tutti smettere di pensare che si possa percorrere con vecchie carrette e qualche frammento del disperso “ceto politico” finto-progressista. Tipo quello che prima cancella un diritto vitale e poi fa credere di volerlo reintrodurre; ma solo quando è sicuro che non si possa fare...
Fonte
Si discuteva del cosiddetto “decreto dignità”, quel nulla che di fatto – nelle formulazione originaria presentata da Di Maio – conservava integralmente il Jobs Act di Renzi, con qualche irrilevante modifica cosmetica che ha fatto gridare ai peggiori tra gli industriali italiani (600 imprenditori veneti, quelli che una volta “piccolo era bello”) ci volete rovinare!
Tanto è bastato a spaventare i leghisti e di conserva i grillini, sempre timorosi di veder saltare la loro prima esperienza di governo nazionale. Quindi, sì alla reintroduzione dei voucher e altra spazzatura cancellata nientepopodimeno che da Gentiloni (ma solo per evitare il referendum, mica per una valutazione etica...).
In questo clima fetido, gli ex Pd di Liberi e Uguali piazzano la propria bandierina: un emendamento per reintrodurre proprio l’art. 18, la cui cancellazione era considerata dalle imprese come la “scossa” che avrebbe permesso all’economia italiana di eguagliare i tassi di crescita degli anni ‘50 (ve ne sarete accorti, no?, dopo tre anni non sappiamo più come spendere lo stipendio...).
Il primo firmatario dell’emendamento è Guglielmo Epifani, ex segretario generale della Cgil poi eletto senatore col Pd, ora alla Camera con Leu. Ossia un vero esperto dell’argomento, uno che aveva votato senza problemi l’abolizione di quella norma in obbedienza ai diktat renziani e dell’Unione Europea. Una mossa per cercare di ricostruire la verginità perduta della pattuglia di Leu, senza alcuna pretesa di successo. Anzi, con l'assoluta certezza che non sarebbe mai passata, nemmeno per sbaglio.
E infatti i Cinque Stelle – che in campagna elettorale avevano promesso la reintroduzione dell’art. 18 – votano compattamente contro. Così come la Lega e ovviamente Forza Italia, mentre il Pd si astiene. Solo i 13 “leuisti” approvano l’emendamento e tutta la parte davvero importante finisce lì.
Il resto è la sagra dell’infame. Quelli del Pd rilasciano dichiarazioni di fuoco contro i Cinque Stelle per “aver tradito le promesse elettorali”, pur essendosi rifiutati di votare (se non altro per bandiera polemica) l’emendamento. Un’astensione che avrebbe consigliato delle persone intellettualmente oneste a tacere...
I Cinque Stelle, altrettanto ovviamente, hanno glissato, con il “chiacchiera” Di Maio che si è sdilinquito in altre recite fantasmagoriche: “il governo sta tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa in altri Paesi”. Silenzio sull’argomento art. 18...
C’è un’autostrada larghissima e infinita per chi voglia davvero costruire l’opposizione sociale e politica in questo disgraziato paese. Certo, dovremmo tutti smettere di pensare che si possa percorrere con vecchie carrette e qualche frammento del disperso “ceto politico” finto-progressista. Tipo quello che prima cancella un diritto vitale e poi fa credere di volerlo reintrodurre; ma solo quando è sicuro che non si possa fare...
Fonte
27/11/2014
Lo scandalo degli ex Cgil contro lo Statuto
Ci sono comportamenti che non possono essere ascritti alle diversità di ruoli e funzioni. La Cgil chiederà a milioni di lavoratori il 12 dicembre di fare a meno di 8 ore di prezioso salario per scioperare contro il jobs act. Tutti gli ex dirigenti della Cgil eletti con il PD han votato a favore di quella legge contro la quale i loro ex rappresentati scenderanno in lotta.
Guglielmo Epifani è stato il predecessore e anche colui che ha costruito l'elezione di Susanna Camusso, Cesare Damiano è stato vice segretario della Fiom, Valeria Fedeli, vice presidente del senato, è stata segretaria generale dei tessili. Assieme a loro molti altri dirigenti di categorie e strutture confederali meno conosciuti, in qualità di parlamentari del PD oggi votano il jobs act. È un fatto politico rilevante, un danno enorme per la Cgil, altro che lobby dei sindacalisti in parlamento.
Nella tradizione laburista britannica i dirigenti sindacali che diventano deputati portano nelle istituzioni gli interessi della loro organizzazione. Da noi i parlamentari di provenienza Cgil non fanno neanche obiezione di coscienza di fronte ad un provvedimento che provoca dolore e rabbia nei loro ex rappresentati. Cioè coloro, per essere ancora più chiari, a cui qualcosa dovrebbero, visto che stanno dove stanno proprio in virtù delle lunga carriera sindacale.
E proprio qui sta il punto. Il comportamento di Epifani e di tutti gli altri porta acqua al mulino di chi associa il sindacato alla casta e alla degenerazione della politica. In questo essi sono perfettamente e utilmente renziani. Nell'ultimo congresso della Cgil, la nostra piccola minoranza aveva chiesto che si ponesse una regola al conflitto d'interessi nelle carriere dei dirigenti sindacali. Avevamo chiesto che non si potesse passare immediatamente da un importante ruolo nell'organizzazione ad un altro nelle istituzioni. E a maggior ragione che ai dirigenti Cgil non fosse permesso, pena risarcimenti verso gli iscritti, di saltare la scrivania delle trattative sindacali diventando manager aziendali. Chi viaggia in treno e parla con qualche ferroviere sa quanto abbia nuociuto alla credibilità stessa della Cgil, il fatto che Mauro Moretti sia passato direttamente dalla segretaria del sindacato trasporti alla direzione delle ferrovie. Bisognava pensarci e capire che nell'Italia di oggi, che non é certo quella di Di Vittorio, lo sbocco politico e aziendale delle carriere sindacali avrebbe fatto danno. Invece queste nostre richieste sul conflitto di interessi son state respinte con sufficienza e fastidio, con quella stessa chiusura ottusa che si è opposta al nostro avviso di prepararsi in tempo allo scontro con Renzi. Contro cui ora la Cgil è costretta a fare lo sciopero generale, mentre i suoi ex dirigenti stanno dall'altra parte.
No, non se la cava Susanna Camusso ignorando il voto in parlamento di colui che chiamava capo quando era in Cgil. E neppure può risolverla dicendo che adesso Epifani fa un altro mestiere. Perché nell'Italia di oggi non sarebbero pochi quelli che penserebbero che chi proclama gli scioperi oggi, li tradirà domani quando troverà una collocazione migliore.
No, far finta di niente aggrava solo un danno che il gruppo dirigente attuale della Cgil ha una sola via per contenere. L'attuale segreteria deve dichiarare la rottura politica e morale con gli ex che han votato il jobs act e fare di questo atto un momento di una più profonda ricollocazione della Cgil. Una ricollocazione in una posizione indipendente dagli schieramenti elettorali e contro il Pd renziano. Altrimenti già il 13 dicembre la Cgil inizierà una rovinosa ritirata.
Fonte
29/10/2013
Ipse dicit
Dice re Giorgio che è inutile far cadere il governo da lui fortemente voluto. Non scioglierebbe mai le Camere perché la legge elettorale è incostituzionale e non si può votare. A dirla come si deve, senza girarci attorno con mezze parole che nessuno capisce bene, la legge che ha determinato la formazione delle Camere e l’inconsueta rielezione di Napolitano al Quirinale è una «legge-truffa». Questo, però, non è il linguaggio che usano i re.
Dice Epifani che il Partito democratico sta con Berlusconi perché non può piantare in asso baracca e burattini e, per suo conto, il senatore pericolante ripete pari pari il ragionamento di Epifani: ci vuole una legge elettorale, quella che c’è non va più bene ed è finita nel mirino della Corte Costituzionale. Né l’uno né l’altro, però, ammette apertamente che la legge Calderoli è un vero e proprio imbroglio. Gli «uomini delle Istituzioni» non parlano mai chiaro: c’è il rischio che la gente capisca.
Dice Alfano che se, come pare ormai certo, troverà il coraggio di tradire definitivamente il suo ex padre padrone, avrà un partito vero e finalmente suo, ma non potrà certamente far cadere il governo. Giocando d’anticipo, l’ex delfino del più celebre pregiudicato d’Italia, interroga direttamente gli elettori: si può mandare il popolo a votare, se la legge elettorale è un’autentica vergogna?
A sentirli parlare, con le loro mezze parole, i sottintesi e quel disaccordo totale su tutto, tranne che sulle impossibili elezioni, non si capisce praticamente nulla, ma emerge la verità puntigliosamente negata: questa vituperata legge elettorale, che tutti hanno voluto e nessuno ha mai fatto qualcosa per cambiare, ha un’importanza fondamentale per re Giorgio, per Epifani, per Berlusconi, per Alfano, per la sgangherata banda Monti, per Casini e la sua malconcia compagnia di ventura. In questo nostro sventurato Paese, per capirci, chiunque prometta cambiamenti che non intende realizzare, si affretta a chiamare in causa la legge elettorale per spiegarci che cambiare vorrebbe ma cambiare non si può.
Nel guazzabuglio da Regia Marina – ciò che è vero la sera non vale la mattina – la legge Calderoli è l’alibi per una sporca faccenda, un pasticciaccio tale da fare impallidire Germi e la sua via Merulana. L’inganno più grave, però, l’oltraggio sanguinoso all’intelligenza degli elettori, non va cercato in quello che i galantuomini autonominati ripetono con esasperante monotonia. Il peggio si cela in quello che nessuno dice, ma è sempre più chiaro a tutti: poiché la legge elettorale è fatta apposta per vanificare il voto espresso dal mitico «popolo sovrano», Senato e Camera dei Deputati sono attualmente formati da alcune centinaia di persone elette illegalmente e perciò prive di una autentica legittimità democratica. Sono loro, questa nuova specie di clandestini, che hanno voluto per la seconda volta Napolitano al Colle e sempre loro, i figli di una «legge-truffa», il 23 ottobre, al Senato, hanno votato una gravissima modifica dell’articolo 138 della Costituzione.
Dice re Giorgio che lui non scioglierebbe le Camere perché la legge elettorale è incostituzionale. C’è da chiedersi dove sarebbe Napolitano, Presidente praticamente a vita, se l’Italia fosse un Paese retto da Istituzioni democratiche legalmente elette; molto probabilmente non sarebbe dov’è, in Parlamento non vedremmo accampati deputati e senatori «espropriati» dai segretari di partito e da saggi di nomina regia e nessuno avrebbe osato mettere ai voti una modifica della Costituzione che fa di uno «Statuto rigido», una inutile dichiarazione d’intenti alla mercé di ogni «golpe bianco».
Dice Formigoni che chi si è astenuto sull’articolo 138 intendeva far cadere il governo. La verità è che il Senato ha approvato un ddl costituzionale sul Comitato per le riforme costituzionali, che per soli quattro voti evita anche il ricorso al referendum confermativo. Giulietto Chiesa, giornalista prestato alla politica, è stato invece brutalmente chiaro: «questo Senato non ci rappresenta», ha detto, «ha una maggioranza di provocatori, di lanzichenecchi che operano contro l’ordine e la pace sociale. […] Un parlamento di nominati non rappresenta il paese e, tanto meno, può arrogarsi il diritto di cambiarne la carta costituzionale […]. Questo è un golpe bianco, che esegue il piano eversivo della P2. Noi faremo resistenza». Non è facile capire che intenda Chiesa, quando dice «Resistenza», ma a far chiarezza hanno pensato in questi giorni di ottobre le piazze, colme di gente e di rabbia composta, che pacificamente tornavano al monito che in anni ormai lontani, ma molto simili a quelli che viviamo, venne da Giovanni Bovio: «Non fateci dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi, di noi stessi temiamo e ci volgiamo a chi ci chiama fratelli: noi fummo nati al lavoro e, per carità di dio, non fate noi delinquenti e voi giudici». Umberto I, il re di quegli anni tragici, non gli diede ascolto. Finì come tutti sanno, coi moti del ’98, la cavalleria accampata nelle piazze e le tragiche cannonate milanesi di Bava Beccaris.
Fonte
Dice Epifani che il Partito democratico sta con Berlusconi perché non può piantare in asso baracca e burattini e, per suo conto, il senatore pericolante ripete pari pari il ragionamento di Epifani: ci vuole una legge elettorale, quella che c’è non va più bene ed è finita nel mirino della Corte Costituzionale. Né l’uno né l’altro, però, ammette apertamente che la legge Calderoli è un vero e proprio imbroglio. Gli «uomini delle Istituzioni» non parlano mai chiaro: c’è il rischio che la gente capisca.
Dice Alfano che se, come pare ormai certo, troverà il coraggio di tradire definitivamente il suo ex padre padrone, avrà un partito vero e finalmente suo, ma non potrà certamente far cadere il governo. Giocando d’anticipo, l’ex delfino del più celebre pregiudicato d’Italia, interroga direttamente gli elettori: si può mandare il popolo a votare, se la legge elettorale è un’autentica vergogna?
A sentirli parlare, con le loro mezze parole, i sottintesi e quel disaccordo totale su tutto, tranne che sulle impossibili elezioni, non si capisce praticamente nulla, ma emerge la verità puntigliosamente negata: questa vituperata legge elettorale, che tutti hanno voluto e nessuno ha mai fatto qualcosa per cambiare, ha un’importanza fondamentale per re Giorgio, per Epifani, per Berlusconi, per Alfano, per la sgangherata banda Monti, per Casini e la sua malconcia compagnia di ventura. In questo nostro sventurato Paese, per capirci, chiunque prometta cambiamenti che non intende realizzare, si affretta a chiamare in causa la legge elettorale per spiegarci che cambiare vorrebbe ma cambiare non si può.
Nel guazzabuglio da Regia Marina – ciò che è vero la sera non vale la mattina – la legge Calderoli è l’alibi per una sporca faccenda, un pasticciaccio tale da fare impallidire Germi e la sua via Merulana. L’inganno più grave, però, l’oltraggio sanguinoso all’intelligenza degli elettori, non va cercato in quello che i galantuomini autonominati ripetono con esasperante monotonia. Il peggio si cela in quello che nessuno dice, ma è sempre più chiaro a tutti: poiché la legge elettorale è fatta apposta per vanificare il voto espresso dal mitico «popolo sovrano», Senato e Camera dei Deputati sono attualmente formati da alcune centinaia di persone elette illegalmente e perciò prive di una autentica legittimità democratica. Sono loro, questa nuova specie di clandestini, che hanno voluto per la seconda volta Napolitano al Colle e sempre loro, i figli di una «legge-truffa», il 23 ottobre, al Senato, hanno votato una gravissima modifica dell’articolo 138 della Costituzione.
Dice re Giorgio che lui non scioglierebbe le Camere perché la legge elettorale è incostituzionale. C’è da chiedersi dove sarebbe Napolitano, Presidente praticamente a vita, se l’Italia fosse un Paese retto da Istituzioni democratiche legalmente elette; molto probabilmente non sarebbe dov’è, in Parlamento non vedremmo accampati deputati e senatori «espropriati» dai segretari di partito e da saggi di nomina regia e nessuno avrebbe osato mettere ai voti una modifica della Costituzione che fa di uno «Statuto rigido», una inutile dichiarazione d’intenti alla mercé di ogni «golpe bianco».
Dice Formigoni che chi si è astenuto sull’articolo 138 intendeva far cadere il governo. La verità è che il Senato ha approvato un ddl costituzionale sul Comitato per le riforme costituzionali, che per soli quattro voti evita anche il ricorso al referendum confermativo. Giulietto Chiesa, giornalista prestato alla politica, è stato invece brutalmente chiaro: «questo Senato non ci rappresenta», ha detto, «ha una maggioranza di provocatori, di lanzichenecchi che operano contro l’ordine e la pace sociale. […] Un parlamento di nominati non rappresenta il paese e, tanto meno, può arrogarsi il diritto di cambiarne la carta costituzionale […]. Questo è un golpe bianco, che esegue il piano eversivo della P2. Noi faremo resistenza». Non è facile capire che intenda Chiesa, quando dice «Resistenza», ma a far chiarezza hanno pensato in questi giorni di ottobre le piazze, colme di gente e di rabbia composta, che pacificamente tornavano al monito che in anni ormai lontani, ma molto simili a quelli che viviamo, venne da Giovanni Bovio: «Non fateci dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi, di noi stessi temiamo e ci volgiamo a chi ci chiama fratelli: noi fummo nati al lavoro e, per carità di dio, non fate noi delinquenti e voi giudici». Umberto I, il re di quegli anni tragici, non gli diede ascolto. Finì come tutti sanno, coi moti del ’98, la cavalleria accampata nelle piazze e le tragiche cannonate milanesi di Bava Beccaris.
Fonte
13/06/2013
Il mondo di Epifani. Alle amministrative votano solo gli elettori del Pd
Per i collezionisti del D'Alema
d'annata, ai tempi della bicamerale, troviamo una risposta precisa ad
una altrettanto precisa domanda di un giornalista. Al giornalista
televisivo che chiedeva se D'Alema, all'epoca non ancora presidente del
consiglio, non fosse preoccupato per l'emergere dell'astensione (in
forma incomparabile con quella delle ultime amministrative) l'allora
segretario del Pds rispose: "nelle democrazie mature è normale [calcando
l'accento sulla sua parola totem, ndr] che si vada a votare di meno".
12 giugno 2013
Fonte
Tutto normale quindi se si segue il
D'Alema della seconda metà degli anni '90. Ma anche i già consolidati
schemi del centrosinistra. Sempre in quel periodo, frutto di una
astensione anomala, il centrosinistra conquistò la provincia di Palermo.
Seguirono complimenti reciproci tra i membri del centrosinistra. Un
paio di giornali d'area provarono a sottolineare l'astensione record per
l'epoca, oggi norma alle amministrative, ma non seguì mai riflessione su
questo fenomeno. Il motivo è semplice: governare i territori,
concezione frutto della vecchia società fordista e disciplinare, non
interessa a nessuno. Per governarli, per disciplinare la popolazione
come forza produttiva, c'è bisogno di una alta partecipazione alle urne.
Ci deve essere consenso, e convinto, a procedure e politiche che poi si
occuperanno direttamente della popolazione. Al di là della propaganda,
la vittoria alle amministrative ha oggi altri scopi: una cordata, con
pochi e mirati obiettivi, si impadronisce delle residue risorse
pubbliche a livello locale. Poi deve rispondere agli sponsor che l'hanno
promossa, alle logiche di spartizione etc. Le politiche di
rigenerazione urbana, le nuove direttrici di sviluppo scompaiono presto
dopo la campagna elettorale. Nemmeno le retoriche della sicurezza, in
questo contesto, fanno presa più di tanto. Dopo le elezioni sui
territori subentra la routine: privatizzare, seguire le indicazioni del
patto di stabilità, gestire qualche fatto eclatante.
L'interesse al governo dei territori
può essere un grosso problema: può emergere troppo facilmente che
l'amministrazione pubblica non è in grado di tutelare che pochi
interessi privati e ritirarsi dai servizi pubblici. Ben venga quindi
un'astensione mostruosa. Come a Roma dove ha votato poco più del 44 per
cento degli aventi diritto, oltre trenta punti in meno delle ultime
amministrative. O come a Pisa dove il sindaco è stato eletto al primo
turno ma grazie ad un calo del 30 per cento degli elettori rispetto
all'ultima tornata amministrativa. Tutto questo "amministrare" pare oggi
interessi solo gli elettori di centrosinistra. Per fare un esempio:
Rutelli nel 2008 subì una sconfitta storica da Alemanno prendendo poco
più di 670 mila voti nel comune di Roma. Oggi con 5 mila voti in meno
del Rutelli del 2008, Ignazio Marino ha trionfato con una percentuale
superiore al 60 per cento dei voti. E' rimasto in piedi l'elettorato di
centrosinistra, eroso e minoritario, che diviene maggioritario nella
fuga di massa dalla politica istituzionale.
Ma chi continua a votare Pd, con
autentico sprezzo del ridicolo? Prima di tutto dobbiamo dire che si
tratta di un voto spontaneo. Il processo di disciplinamento del partito
non c'è, i gruppi di interesse legati concretamente alla politica
riguardano sempre meno persone e le iniziative di propaganda sul
territorio sono poco, a parte le eccezioni, affollate e partecipate. C'è
uno zoccolo duro di pensionati, oggi una fascia strategica di
elettorato, disciplinato nei decenni precedenti che vota, e vota
centrosinistra, a prescindere da ogni evidenza e per ogni candidato.
Minore, rispetto al passato, la fascia dei newcomer (che invece vanno
verso Grillo, alle politiche, o verso l'astensione), ancora forte
pubblico impiego e scuola. Nell'illusione, residuo del legame fiduciario
del passato, che il centrosinistra "metta le cose a posto" sui
territori. C'è poi una fascia di professionisti, in parte per interesse e
in parte per dare identità ai processi di gentrification di cui è
protagonista, che vota centrosinistra o Pd. Quello che accadrà nelle
amministrazioni appena elette lo sappiamo tutti: tra patto di stabilità e
privatizzazioni questa nuova ondata di amministratori (poi non tanto
nuova: Enzo Bianco faceva il sindaco a Catania già 20 anni fa) al
massimo potrà intrattenere i propri elettori con qualche operazione di
marketing. Non ci sarà alcun margine, ed è impossibile nel
centrosinistra, per modelli di sviluppo territoriali basati
sull'inversione del declino. Una delle priorità politiche del futuro sarà quindi quella di aggredire questo informe aggregato elettorale
del Pd, senza idee, senza prospettive ma operativo sul piano elettorale.
Facendo in modo che non rechi altri danni al paese.
L'altra è guardare alla fuga di massa
dalla politica istituzionale dei territori. Venti anni fa, alla fine
della prima repubblica, furono proprio le tornate amministrative ad
attirare quel consenso di massa per la costituzione degli schieramenti
politici della seconda repubblica. Oggi, alla fine della seconda, sta
accadendo il contrario. Tornano di nuovo utili le riflessioni di Colin
Crouch sulla postdemocrazia, sull'irreversibilità della fuga di massa
dalla politica istituzionale e non?
Nessuna delle forze attualmente in campo (dal centrodestra, alla Lega al Movimento 5 stelle) è riuscita nell'impresa di invertire il processo di fuga dalla politica. I movimenti, al di là delle lodevoli intenzioni, sono ampiamente minoritari. E' la fine della politica di massa?
Di sicuro, il silenzio dell'astensione piace ad Epifani. Sta accadendo qualcosa di favorevole al processo di dismissione del paese, che vede il Pd protagonista. Sta ai nuovi soggetti della politica creare, per Epifani, quel clima di sano dispiacere. Clima che è salute per tutti.
redazione
Nessuna delle forze attualmente in campo (dal centrodestra, alla Lega al Movimento 5 stelle) è riuscita nell'impresa di invertire il processo di fuga dalla politica. I movimenti, al di là delle lodevoli intenzioni, sono ampiamente minoritari. E' la fine della politica di massa?
Di sicuro, il silenzio dell'astensione piace ad Epifani. Sta accadendo qualcosa di favorevole al processo di dismissione del paese, che vede il Pd protagonista. Sta ai nuovi soggetti della politica creare, per Epifani, quel clima di sano dispiacere. Clima che è salute per tutti.
redazione
12 giugno 2013
Fonte
28/05/2013
A sinistra, il ritorno dell'uguale
Sabato 11 maggio è stata la giornata
dei riti stanchi. I riti di una sinistra dispersa, malridotta, messa
all'angolo dai propri errori, dalle proprie sordità e destinata a
proporre il ritorno dell'uguale.
La scena peggiore si è svolta a Roma, all'assemblea nazionale del Pd. Abbiamo assistito alla decisione di procedere con il rinnovamento eleggendo segretario un già segretario della Cgil, uomo di altra generazione e di antichi riti e intimo sodale di coloro che hanno portato il Pd sull'orlo del suicidio. Basterebbe questo per sottolineare l'inconsistenza dell'assise democratica. Ma in realtà non basta. Perché il Pd è ancora in grado di ballare sopra la propria disgregazione senza aprire una discussione politica quale essa sia. Ci hanno provato alcuni interventi a indicare un profilo futuro, il più legato possibile a un'identità socialista o socialdemocratica come argine alla crisi economica. Non si sono accorti, però, che anche la socialdemocrazia ha ormai i suoi guai. Come dimostra l'esperienza disastrosa di François Hollande in Francia o la proposta della Spd tedesca di sciogliere l'Internazionale socialista in una nebulosa, per ora, "Alleanza progressista".
Quello che il Pd non riesce a fare è andare al cuore del problema. Che riguarda la propria identità politica, la natura delle proprie scelte e la definizione di un progetto politico. Soprattutto ora che è venuto meno il collante dell'antiberlusconismo militante, sacrificato sull'altare di una governabilità purché sia. Il Pd è da tempo un partito che ha rotto con gli antichi legami di classe e con gli interessi dei ceti popolari ma non può dirlo ad alta voce perché in quell'ambito pesca ancora parte dei propri consensi. A oltre trent'anni dal "guado", che caratterizzò il Pci, incapace allora di scegliere l'approdo definitivo alla socialdemocrazia occidentale, anche il Pd non sceglie di compiere definitivamente la propria traiettoria moderata e centrista. Allo stesso tempo, gli è preclusa la strada di un riformismo moderato impedito dalla fine dei margini di mediazione e di compromesso sociale esauriti dalla crisi. Per imboccare, davvero, una strada alternativa di fronte alla durezza della recessione internazionale, un partito dovrebbe chiedere la fine del fiscal compact, la rinegoziazione del debito, una politica di espansione finanziaria che però impatterebbe contro i parametri imposti da Maastricht. Un po' troppo per chi si definisce campione dell'europeismo liberale.
Alla crisi di identità si somma, e ne discende, la lotta interna tra cordate in guerra perenne. Quando si sta insieme su obiettivi poco chiari, del resto, a prevalere è lo spirito di clan, l'appartenenza a logiche di potere di cui è stata maestra la Democrazia cristiana o il Psi. Il Pd, con la vicenda degli scrutini per il Quirinale, è riuscito a incarnare i vizi della peggior Dc che, però, nella sua lunga storia è riuscita a trovare al proprio interno vincoli di unità che il Pd non sa trovare.
L'elezione di Epifani si è svolta su questa traccia nascondendo il vero scontro che sta covando in quel partito, quello tra Enrico Letta e Matteo Renzi per la futura leadership di un governo di centrosinistra. Sempre che gli avvenimenti dei prossimi mesi rendano possibile questo scenario e non si assista a rivolgimenti ulteriori.
Un altro rito si è consumato, sempre a Roma, ma stavolta in piazza. Quella di Sinistra, Ecologia e Libertà, infatti, è stata la classica manifestazione di partito contrabbandata per rifondazione della sinistra. Percorso annunciato, da circa venti anni, dagli stessi protagonisti e mai avvenuto. Nel comizio conclusivo, Nichi Vendola ha fatto chiaramente capire che, pur seguendo un itinerario diverso e cercando di capitalizzare lo scontento a sinistra per il governo Letta-Alfano, la strategia è quella di attendere la "conversione" del Pd e il suo ritorno nell'alveo del centrosinistra. E' una prospettiva di fondo a cui Sel non può rinunciare, pena la modifica della propria natura. Ma pensare di costruire una sinistra che, al fondo, deve attendere il Pd, significa rinunciare all'impresa. Significa, di fatto, precludersi la necessaria ricerca di un programma all'altezza della crisi - rifiuto del debito, patrimoniale, riforma fiscale, diritti del lavoro, etc. - su cui provare a innescare una riscossa sociale e una lotta per il governo. E' questo che spiega il successo del movimento grillino che, ponendosi con chiarezza fuori dai classici schieramenti italiani e su un programma eclettico ma radicale, ha ottenuto uno sfondamento elettorale di portata storica. Grillo è lo specchio in cui la sinistra tradizionale può osservare tutti i propri errori, il volto che ricorderà sempre le tante occasioni mancate.
Diverso il discorso di Stefano Rodotà, vero protagonista della manifestazione, che in questi giorni sta frequentando diversi tavoli e diverse piazze - sabato 18 sarà in quella della Fiom - proponendo un'ipotesi, più intelligente, di accumulazione delle forze anche sul piano programmatico, prima di procedere alla proclamazione "frettolosa" di nuovi partiti o partitini. Un intento lucido, visti gli errori finora compiuti, ma che non definisce una traiettoria comprensibile e non si discosta da una concezione "giuridica" del conflitto sociale. Anche perché, anche lui, si muove nel solco del "no" alla divisione della sinistra, intendendo per sinistra anche il Pd.
Su un altro piano, per la natura e la storia dei soggetti in campo, si colloca la vicenda che ha portato a Bologna alla nascita del movimento anticapitalista "Ross@", capeggiato da Giorgio Cremaschi. Qui siamo fuori dagli errori della sinistra di governo - fatta eccezione per quella componente di Rifondazione che continua a non chiarire dove vuole stare -. Siamo però nel campo di una storia che riguarda, o ha riguardato, settori che si sono battuti per il cambiamento e la trasformazione sociale e compagni di strada di un percorso storico. Per quanto, sia pure da posizioni distanti, si possano fare gli auguri ai promotori dell'iniziativa, la delusione per l'assemblea bolognese è stata forte. Quello che, finora, è stato il gruppo trainante dell'esperienza del Comitato No Debito nulla ha detto sulla conclusione di quella esperienza e sul fatto che, oggi, i proponenti del nuovo progetto siano in numero ridotto rispetto a quelli originari. Ma è l'orizzonte delineato, la sequenza, e l'età politica (non anagrafica) dei vari dirigenti, a offrire la sensazione di una "coazione a ripetere".
Sul piano dei contenuti colpiscono, negativamente, i riferimenti ideologici al "socialismo del XXI secolo" da conquistare "progressivamente", la riproposizione consolatoria di un'identità "rossa", socialista addirittura, su cui non è fatta alcuna riflessione, o la sordina posta su temi internazionali, pensiamo alla Siria, che imporranno scelte scottanti. Ma a renderci distanti è, soprattutto, la scelta di riproporre il meccanismo tradizionale della soggettività incardinata sulla proposta di un micro-soggetto pre-definitivo rispetto ai conflitti e alle esperienze politiche, soprattutto quelle delle nuove generazioni. Alle quali si finirà per proporre, inevitabilmente, una "linea" costruita tutta dall'esterno, senza la mescolanza di esperienze, coscienze e progetti, resa necessaria dalla disfatta subita storicamente e dalle grandi modificazioni avvenute nel capitalismo contemporaneo. Quelle relative alla composizione di classe, l'assottigliarsi dei linguaggi e delle categorie storiche, la sostanziale fine del movimento operaio come lo abbiamo conosciuto nel Novecento. Lo stesso "tsunami" realizzato dalla vicenda Grillo, un sommovimento nella relazione tra "masse" e politica, rendono quello schema desueto e inefficace. Si tratta, ovviamente, di un giudizio di parte ma come tale lo proponiamo.
Il problema è che non si riesce a cogliere la portata epocale delle trasformazioni avvenute. Quello che accade oggi al Pd, che a cascata riguarda Sel e le altre forze di sinistra, è quello che è già accaduto in passato alla sinistra radicale. Bertinotti è stato steso un po' prima di Bersani. La crisi però è la stessa ed è la crisi che si è affermata con l'89 e con l'incapacità della sinistra storica, radicale e moderata, rivoluzionaria e riformista, di riconnettersi al tempo presente. “Dobbiamo stare di più nei luoghi del conflitto” è stato ripetuto a dismisura per anni e anni. Nessuno, però, si è posto l'altra domanda: per dire cosa? La capacità di dire qualcosa e il diritto, l'autorevolezza, di poterlo fare in luoghi sfuggenti del conflitto e in ambiti fluidi della movimentazione sociale, costituiscono i corni del problema della ricostruzione di una nuova soggettività.
Il futuro ha bisogno di un'irruzione e di una novità. Ha bisogno di sperimentazioni, sociali, politiche e poi miste. Ha bisogno di rotture epistemologiche con la storia passata e di recupero della memoria nel senso benjamiano. Occorre aprirsi a questa opzione e fare in modo che si possa affermare "quello che ancora deve venire al mondo". Il nuovo non scaturisce dall'antico per germinazione, per filiazione legittima, ma in virtù della trasgressione di ciò che esiste e dell'ordine stabilito.
Fonte
La scena peggiore si è svolta a Roma, all'assemblea nazionale del Pd. Abbiamo assistito alla decisione di procedere con il rinnovamento eleggendo segretario un già segretario della Cgil, uomo di altra generazione e di antichi riti e intimo sodale di coloro che hanno portato il Pd sull'orlo del suicidio. Basterebbe questo per sottolineare l'inconsistenza dell'assise democratica. Ma in realtà non basta. Perché il Pd è ancora in grado di ballare sopra la propria disgregazione senza aprire una discussione politica quale essa sia. Ci hanno provato alcuni interventi a indicare un profilo futuro, il più legato possibile a un'identità socialista o socialdemocratica come argine alla crisi economica. Non si sono accorti, però, che anche la socialdemocrazia ha ormai i suoi guai. Come dimostra l'esperienza disastrosa di François Hollande in Francia o la proposta della Spd tedesca di sciogliere l'Internazionale socialista in una nebulosa, per ora, "Alleanza progressista".
Quello che il Pd non riesce a fare è andare al cuore del problema. Che riguarda la propria identità politica, la natura delle proprie scelte e la definizione di un progetto politico. Soprattutto ora che è venuto meno il collante dell'antiberlusconismo militante, sacrificato sull'altare di una governabilità purché sia. Il Pd è da tempo un partito che ha rotto con gli antichi legami di classe e con gli interessi dei ceti popolari ma non può dirlo ad alta voce perché in quell'ambito pesca ancora parte dei propri consensi. A oltre trent'anni dal "guado", che caratterizzò il Pci, incapace allora di scegliere l'approdo definitivo alla socialdemocrazia occidentale, anche il Pd non sceglie di compiere definitivamente la propria traiettoria moderata e centrista. Allo stesso tempo, gli è preclusa la strada di un riformismo moderato impedito dalla fine dei margini di mediazione e di compromesso sociale esauriti dalla crisi. Per imboccare, davvero, una strada alternativa di fronte alla durezza della recessione internazionale, un partito dovrebbe chiedere la fine del fiscal compact, la rinegoziazione del debito, una politica di espansione finanziaria che però impatterebbe contro i parametri imposti da Maastricht. Un po' troppo per chi si definisce campione dell'europeismo liberale.
Alla crisi di identità si somma, e ne discende, la lotta interna tra cordate in guerra perenne. Quando si sta insieme su obiettivi poco chiari, del resto, a prevalere è lo spirito di clan, l'appartenenza a logiche di potere di cui è stata maestra la Democrazia cristiana o il Psi. Il Pd, con la vicenda degli scrutini per il Quirinale, è riuscito a incarnare i vizi della peggior Dc che, però, nella sua lunga storia è riuscita a trovare al proprio interno vincoli di unità che il Pd non sa trovare.
L'elezione di Epifani si è svolta su questa traccia nascondendo il vero scontro che sta covando in quel partito, quello tra Enrico Letta e Matteo Renzi per la futura leadership di un governo di centrosinistra. Sempre che gli avvenimenti dei prossimi mesi rendano possibile questo scenario e non si assista a rivolgimenti ulteriori.
Un altro rito si è consumato, sempre a Roma, ma stavolta in piazza. Quella di Sinistra, Ecologia e Libertà, infatti, è stata la classica manifestazione di partito contrabbandata per rifondazione della sinistra. Percorso annunciato, da circa venti anni, dagli stessi protagonisti e mai avvenuto. Nel comizio conclusivo, Nichi Vendola ha fatto chiaramente capire che, pur seguendo un itinerario diverso e cercando di capitalizzare lo scontento a sinistra per il governo Letta-Alfano, la strategia è quella di attendere la "conversione" del Pd e il suo ritorno nell'alveo del centrosinistra. E' una prospettiva di fondo a cui Sel non può rinunciare, pena la modifica della propria natura. Ma pensare di costruire una sinistra che, al fondo, deve attendere il Pd, significa rinunciare all'impresa. Significa, di fatto, precludersi la necessaria ricerca di un programma all'altezza della crisi - rifiuto del debito, patrimoniale, riforma fiscale, diritti del lavoro, etc. - su cui provare a innescare una riscossa sociale e una lotta per il governo. E' questo che spiega il successo del movimento grillino che, ponendosi con chiarezza fuori dai classici schieramenti italiani e su un programma eclettico ma radicale, ha ottenuto uno sfondamento elettorale di portata storica. Grillo è lo specchio in cui la sinistra tradizionale può osservare tutti i propri errori, il volto che ricorderà sempre le tante occasioni mancate.
Diverso il discorso di Stefano Rodotà, vero protagonista della manifestazione, che in questi giorni sta frequentando diversi tavoli e diverse piazze - sabato 18 sarà in quella della Fiom - proponendo un'ipotesi, più intelligente, di accumulazione delle forze anche sul piano programmatico, prima di procedere alla proclamazione "frettolosa" di nuovi partiti o partitini. Un intento lucido, visti gli errori finora compiuti, ma che non definisce una traiettoria comprensibile e non si discosta da una concezione "giuridica" del conflitto sociale. Anche perché, anche lui, si muove nel solco del "no" alla divisione della sinistra, intendendo per sinistra anche il Pd.
Su un altro piano, per la natura e la storia dei soggetti in campo, si colloca la vicenda che ha portato a Bologna alla nascita del movimento anticapitalista "Ross@", capeggiato da Giorgio Cremaschi. Qui siamo fuori dagli errori della sinistra di governo - fatta eccezione per quella componente di Rifondazione che continua a non chiarire dove vuole stare -. Siamo però nel campo di una storia che riguarda, o ha riguardato, settori che si sono battuti per il cambiamento e la trasformazione sociale e compagni di strada di un percorso storico. Per quanto, sia pure da posizioni distanti, si possano fare gli auguri ai promotori dell'iniziativa, la delusione per l'assemblea bolognese è stata forte. Quello che, finora, è stato il gruppo trainante dell'esperienza del Comitato No Debito nulla ha detto sulla conclusione di quella esperienza e sul fatto che, oggi, i proponenti del nuovo progetto siano in numero ridotto rispetto a quelli originari. Ma è l'orizzonte delineato, la sequenza, e l'età politica (non anagrafica) dei vari dirigenti, a offrire la sensazione di una "coazione a ripetere".
Sul piano dei contenuti colpiscono, negativamente, i riferimenti ideologici al "socialismo del XXI secolo" da conquistare "progressivamente", la riproposizione consolatoria di un'identità "rossa", socialista addirittura, su cui non è fatta alcuna riflessione, o la sordina posta su temi internazionali, pensiamo alla Siria, che imporranno scelte scottanti. Ma a renderci distanti è, soprattutto, la scelta di riproporre il meccanismo tradizionale della soggettività incardinata sulla proposta di un micro-soggetto pre-definitivo rispetto ai conflitti e alle esperienze politiche, soprattutto quelle delle nuove generazioni. Alle quali si finirà per proporre, inevitabilmente, una "linea" costruita tutta dall'esterno, senza la mescolanza di esperienze, coscienze e progetti, resa necessaria dalla disfatta subita storicamente e dalle grandi modificazioni avvenute nel capitalismo contemporaneo. Quelle relative alla composizione di classe, l'assottigliarsi dei linguaggi e delle categorie storiche, la sostanziale fine del movimento operaio come lo abbiamo conosciuto nel Novecento. Lo stesso "tsunami" realizzato dalla vicenda Grillo, un sommovimento nella relazione tra "masse" e politica, rendono quello schema desueto e inefficace. Si tratta, ovviamente, di un giudizio di parte ma come tale lo proponiamo.
Il problema è che non si riesce a cogliere la portata epocale delle trasformazioni avvenute. Quello che accade oggi al Pd, che a cascata riguarda Sel e le altre forze di sinistra, è quello che è già accaduto in passato alla sinistra radicale. Bertinotti è stato steso un po' prima di Bersani. La crisi però è la stessa ed è la crisi che si è affermata con l'89 e con l'incapacità della sinistra storica, radicale e moderata, rivoluzionaria e riformista, di riconnettersi al tempo presente. “Dobbiamo stare di più nei luoghi del conflitto” è stato ripetuto a dismisura per anni e anni. Nessuno, però, si è posto l'altra domanda: per dire cosa? La capacità di dire qualcosa e il diritto, l'autorevolezza, di poterlo fare in luoghi sfuggenti del conflitto e in ambiti fluidi della movimentazione sociale, costituiscono i corni del problema della ricostruzione di una nuova soggettività.
Il futuro ha bisogno di un'irruzione e di una novità. Ha bisogno di sperimentazioni, sociali, politiche e poi miste. Ha bisogno di rotture epistemologiche con la storia passata e di recupero della memoria nel senso benjamiano. Occorre aprirsi a questa opzione e fare in modo che si possa affermare "quello che ancora deve venire al mondo". Il nuovo non scaturisce dall'antico per germinazione, per filiazione legittima, ma in virtù della trasgressione di ciò che esiste e dell'ordine stabilito.
Fonte
13/05/2013
Epifani: il simbolo
Guglielmo Epifani è il nuovo segretario del Partito Democratico. Traghettatore? Reggente? No, semplicemente un simbolo. Di cosa? Del connubio Cgil-Pd che negli ultimi anni ha fatto tabula rasa dei diritti dei lavoratori italiani.
Epifani ha guidato la Cgil dal 2002 al 2010, proprio in quegli anni nasceva il Partito Democratico, e il più grande sindacato italiano doveva decidere se seguire i suoi riferimenti politici nell'ennesima svolta a destra o mantenere una maggiore autonomia. Epifani non ha mai avuto alcun dubbio, e la Cgil è sempre rimasta il braccio sindacale del Partito. Lo ha seguito in tutte le sue mosse, in tutte le sue scelte, in tutte le sue strategie, abbandonandosi ad un destino triste e drammatico per il paese, ossia quello di difendere i lavoratori non nel modo in cui dovrebbe farlo un sindacato, ma nella maniera in cui voleva difenderli il Pd. Ossia al contrario. Sì perché il Pd, fin dalla sua genesi, ha sempre avuto il classico approccio del partito neoliberista e antilavoratori, firmando e difendendo (dalla legge Biagi alla legge Fornero) tutti gli arretramenti nelle condizioni dei lavoratori italiani. E la Cgil in questo scenario ha sempre svolto il ruolo del "sindacatone che spalleggia il partitone" senza però dirlo apertamente, piazzando scioperi generali (debolissimi) in date strategiche che facevano comodo al Pd e con parole d'ordine rigorosamente digeribili al Partito. Mai un passo in avanti, una parola in più, una cambio di passo. Mai. Sempre e solo a braccetto col Pd.
Epifani ha guidato la Cgil dal 2002 al 2010, proprio in quegli anni nasceva il Partito Democratico, e il più grande sindacato italiano doveva decidere se seguire i suoi riferimenti politici nell'ennesima svolta a destra o mantenere una maggiore autonomia. Epifani non ha mai avuto alcun dubbio, e la Cgil è sempre rimasta il braccio sindacale del Partito. Lo ha seguito in tutte le sue mosse, in tutte le sue scelte, in tutte le sue strategie, abbandonandosi ad un destino triste e drammatico per il paese, ossia quello di difendere i lavoratori non nel modo in cui dovrebbe farlo un sindacato, ma nella maniera in cui voleva difenderli il Pd. Ossia al contrario. Sì perché il Pd, fin dalla sua genesi, ha sempre avuto il classico approccio del partito neoliberista e antilavoratori, firmando e difendendo (dalla legge Biagi alla legge Fornero) tutti gli arretramenti nelle condizioni dei lavoratori italiani. E la Cgil in questo scenario ha sempre svolto il ruolo del "sindacatone che spalleggia il partitone" senza però dirlo apertamente, piazzando scioperi generali (debolissimi) in date strategiche che facevano comodo al Pd e con parole d'ordine rigorosamente digeribili al Partito. Mai un passo in avanti, una parola in più, una cambio di passo. Mai. Sempre e solo a braccetto col Pd.
La visuale piddina e cigiellina sul
lavoro coincide: "creare occupazione favorendo gli investimenti in
Italia". Sanno bene che quella formula prevede d'essere intesa come la
possibilità per gli investitori di trovare vita facile e quindi pochi
vincoli. Traduzione: "flessibilità in uscita per favorire quella in
entrata" (formula dall'efficacia mai dimostrata, anzi), guarda caso
alla base dell'ultima riforma Fornero e prima di quella di Sacconi. Mai
abbiamo letto (e mai leggeremo) il concetto di redistribuzione nelle
linee politiche piddine (e quindi in quelle cigielline). Mai leggeremo
che è inutile crescere se insieme al Pil crescono anche le
disuguaglianze. Il loro dogma è la crescita così come il libero mercato
chiede, niente di più. Un dogma tipico di chi non sa proporre un
modello dotato di strumenti che riducano la forbice fra ricchi e
poveri, un dogma che vede come suo elemento cardine il concetto di
"merito" (in un paese dove il merito è misurato in base a clientelismo e nepotismo), un dogma che fa tanto comodo ai Marchionne e
a tutti coloro che hanno bisogno, per continuare a fare i loro comodi,
di una democrazia bipolare in cui sulla tematica del lavoro non ci
siano diversità di vedute fra i due schieramenti.
Epifani alla guida della Cgil ha poi
lanciato la Camusso, che per fugare ogni dubbio poco prima delle ultime
elezioni ha convocato una kermesse/endorsment per Bersani. Oggi il Pd
governa con Berlusconi (prima col governo Monti-Fornero e ora con
Letta), con la benedizione di Epifani, della Camusso, della Cgil, e dei
suoi 5 milioni di iscritti.
Per Senza Soste, Franco Lucenti, 12 maggio 2013
vedi anche
Iscriviti a:
Post (Atom)