Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/07/2026

La rivoluzione degli umanoidi parla cinese

La prima reazione, osservando il nuovo U1 di UBTECH, è chiedersi: a che serve un robot tanto somigliante a un essere umano? Era davvero necessario renderlo così realistico? La risposta è arrivata da Zhou Jian, che martedì a Shenzhen ha presentato l’umanoide diventato immediatamente virale sui social di tutto il mondo. «Crediamo che l’amore abbia un potere curativo. E che la compagnia sia la più duratura delle dichiarazioni d’amore», ha spiegato l’amministratore delegato di UBTECH.

A scommettere su un futuro in cui le macchine antropomorfe sostituiranno amici e badanti non è una startup qualsiasi, ma una delle maggiori aziende cinesi di umanoidi, fondata nel 2012 e quotata in borsa a Hong Kong dal 2023. Uno dei player principali del settore sul quale fondi governativi e big tech stanno puntando sempre di più (3 miliardi di dollari investiti nel primo trimestre 2026).

I robot di un’altra azienda leader – Unitree – avevano già stupito il mondo con la loro performance di kung fu durante l’ultimo gala di Capodanno, trasmesso dalla televisione di stato. Ma il clamore suscitato dallo U1 è più forte, perché la sua promessa d’interazione con “noi umani” ci proietta in un presente da Blade Runner.

In gergo, U1 viene definito un “companion robot”. Oltre che nella manifattura e nella logistica, i produttori cinesi intravedono un massiccio impiego delle macchine antropomorfe proprio per tenerci compagnia. È, nello stesso tempo, anche uno “emotional robot”, progettato per riconoscere, interpretare e simulare emozioni, adattando il proprio comportamento all'utente.

Pensato per relazionarsi con le persone in ambiente domestico, U1 è alto 1,83 metri e pesa 42 chili nella versione uomo e 1,68 metri per 35 chili in quella donna, ha un rivestimento esterno in silicone simile alla pelle umana, è dotato di un modello di intelligenza artificiale studiato per l’interazione emotiva, e di 88 servomotori, che lo rendono relativamente agile. I dati generati vengono archiviati direttamente sul dispositivo e non caricati sul cloud, a tutela della privacy degli utenti.

Secondo UBTECH, U1 è in grado di eseguire oltre il 90 per cento dei movimenti fondamentali del corpo umano. A renderlo diverso dagli altri umanoidi è soprattutto il modello di intelligenza artificiale, sviluppato per instaurare una relazione di lungo periodo con l’utente: l’azienda sostiene che sia capace di riconoscere oltre 20 diversi stati emotivi, con una precisione superiore al 90 per cento.

Dalla fantascienza al mercato

«Il robot è in grado di sostenere conversazioni, mantenere il contatto visivo con gli utenti ed è in vendita esclusivamente per gli adulti», hanno spiegato gli addetti presenti all’evento di lancio nella capitale cinese della robotica.

In attesa di poterne verificarne le capacità, già dalla presentazione pubblica, sono apparsi evidenti alcuni limiti: soprattutto i movimenti ancora un po’ meccanici e una batteria che dura solo due-quattro ore.

Tra le caratteristiche straordinarie di U1 – che riflettono il livello di avanzamento del settore in Cina – c’è il prezzo: da 119.800 a 999.000 yuan (da 15.455 a 128.800 euro), dalla versione Lite alla Ultra, passando per la Pro. Un costo contenuto, reso possibile dall'integrazione della filiera degli umanoidi con quelle dell’automotive e degli smartphone, nelle quali la Cina vanta un vantaggio competitivo difficilmente eguagliabile.

Il robot è attualmente prenotabile: sarà possibile versare la caparra fino al 15 luglio. E per U1, il cui modello base costa quanto una berlina, in Cina ci sarebbe già un mercato. Infatti, secondo il negozio ufficiale di UBTECH su JD.com, ha superato un milione di visualizzazioni da quando sono stati aperti i preordini.

Zhou, il fondatore e amministratore delegato di UBTECH, ha dichiarato che, al momento della presentazione, erano già stati superati 13.000 preordini (per i quali è richiesto solo un deposito pari a circa 360 euro, che non costituisce un impegno vincolante all’acquisto).

Il manager ha inoltre affermato che l’azienda è ormai in grado di produrre robot umanoidi a grandezza naturale su scala industriale e si è detto convinto che, in futuro, i robot diventeranno la principale interfaccia attraverso cui gli esseri umani interagiranno con l’intelligenza artificiale.

Di recente, Morgan Stanley ha rivisto al rialzo le previsioni sul mercato cinese dei robot umanoidi, portando la stima delle consegne per il 2026 da 28.000 a 50.000 unità. Secondo la banca d’investimento, entro il 2030 le spedizioni annuali potrebbero raggiungere le 446.000 unità, grazie all’aumento della capacità produttiva e all’espansione dei campi di applicazione.

In attesa del momento ChatGPT

Nonostante i progressi degli ultimi anni, gli umanoidi non hanno ancora vissuto il loro “momento ChatGPT”: quel salto qualitativo capace di trasformare una tecnologia promettente in uno strumento di uso quotidiano. Oggi sono in grado di camminare, manipolare oggetti, sostenere conversazioni e svolgere compiti specifici, ma la loro autonomia resta limitata. Faticano ancora ad adattarsi ad ambienti imprevedibili, a comprendere situazioni complesse e a portare a termine in modo affidabile sequenze di azioni che per un essere umano sono naturali.

Ma i progressi delle startup e delle compagnie cinesi sono molto rapidi. E U1 potrebbe rappresentare la cartina al tornasole del grado di avanzamento degli umanoidi made in China. A settembre, le prime consegne del nuovo robot di UBTECH permetteranno di testarne le prestazioni al di fuori delle dimostrazioni organizzate dall’azienda.

La vera sfida non è costruire robot sempre più simili agli esseri umani, ma renderli abbastanza intelligenti, affidabili ed economicamente convenienti da poter essere impiegati su larga scala. È questo il traguardo che distingue una dimostrazione tecnologica da una rivoluzione industriale. Ed è proprio su questa soglia che la Cina sta concentrando i propri sforzi, nella convinzione che la convergenza tra grandi modelli di intelligenza artificiale, robotica e manifattura avanzata possa produrre, nel giro di pochi anni, un punto di svolta paragonabile a quello rappresentato da ChatGPT per l’IA generativa.

Intanto Tesla...

La corsa agli umanoidi non riguarda soltanto la Cina. Negli Stati Uniti, Tesla continua a sviluppare Optimus, il robot presentato nel 2022, che Elon Musk considera uno dei progetti più strategici dell’azienda. Dopo anni di prototipi e dimostrazioni pubbliche, il gruppo sta avviando la produzione pilota in uno stabilimento dedicato a Fremont, in California, dove sono state riconvertite parte delle linee produttive in precedenza destinate ai modelli S e X.

Secondo i piani illustrati da Musk, la produzione inizierà lentamente nella seconda metà del 2026, con i primi robot destinati a svolgere compiti all’interno delle fabbriche Tesla prima di essere commercializzati presso clienti industriali. Una diffusione su larga scala è attesa non prima del 2027, quando l’azienda punta ad aumentare significativamente i volumi produttivi.

La strategia di Tesla presenta differenze significative rispetto a quella cinese. Optimus nasce anzitutto come robot generalista per l’automazione industriale, destinato a svolgere attività ripetitive nelle fabbriche prima di trovare applicazione in altri contesti. In Cina, invece, accanto agli impieghi nella manifattura, aziende come UBTECH stanno già puntando sul mercato interno e sull’assistenza alla persona, sostenute da una politica industriale che coinvolge governi locali, imprese di stato e un’intera filiera manifatturiera. Due approcci diversi che riflettono visioni differenti dello sviluppo della robotica umanoide: da un lato un’evoluzione trainata da una singola, grande corporation (privata), dall’altro una strategia nazionale che punta ad accelerarne l’adozione in molteplici settori dell’economia.

Vista da questo punto d’osservazione, è chiaro che la competizione Cina-Stati Uniti sugli umanoidi non è tanto una questione di chi arriverà prima, quanto di chi arriverà meglio, ovvero riuscirà a sfornare macchine antropomorfe con applicazioni più numerose, più utili e più redditizie.

Il governo vuole il robot operaio

UBTECH aveva già fatto clamore il suo Walker S2, il primo umanoide al mondo in grado di sostituirsi da sé la batteria, che è stato impiegato in fabbriche di automobili di BYD, Geely Auto, FAW Volkswagen e Dongfeng.

A differenza di Unitree, con sede a Hangzhou, e della shanghaiese AgiBot (le altre due Big Three), che finora si sono concentrate soprattutto sulle applicazioni nella manifattura e nella logistica, con U1 UBTECH sembra scommettere sull’ingresso degli umanoidi nelle case (e, in prospettiva, anche nelle strutture sanitarie), dove per gli antropomorfi è più difficile operare, liberi dagli schemi e dai percorsi prefissati di un luogo di lavoro, e alle prese con l’imprevedibilità dell’ambiente domestico.

La spinta verso applicazioni concrete degli umanoidi non arriva però solo dalle aziende, ma anche direttamente dal governo centrale. A maggio, il ministero dell’Industria e dell’Informatica e la SASAC (l’ente che controlla le aziende di stato) hanno varato una direttiva congiunta che invita governi locali e imprese di stato a testare l’“intelligenza incarnata” nella manifattura, nella logistica, nella sanità e nel commercio. L’obiettivo è trasformare rapidamente la sperimentazione in casi d’uso reali: entro sei mesi, fino a novembre, le autorità dovranno individuare almeno 100 applicazioni operative, con la prospettiva di arrivare nel 2026 a circa 10.000 umanoidi impiegati sul campo.

Un’accelerazione che riflette anche i limiti attuali della tecnologia: le capacità produttive e operative degli umanoidi restano ancora in larga parte da dimostrare su scala industriale. Per questo Pechino sta spingendo autorità locali e imprese a moltiplicare gli scenari di applicazione e ad accelerare la transizione verso l’adozione commerciale. Il premier Li Qiang, durante una recente ispezione al Centro per l’innovazione dei robot umanoidi di Pechino, ha ribadito la necessità di ampliare gli ambienti reali in cui sperimentare questi sistemi e di accelerare l’integrazione dell’intelligenza artificiale nella manifattura avanzata.

Anche Unitree si affaccia in borsa

Mentre UBTECH presenta l’U1 e punta sul mercato dei robot da compagnia, il principale rivale cinese del settore accelera sul fronte finanziario. Unitree Robotics ha ottenuto l’approvazione della China Securities Regulatory Commission per la quotazione sul mercato STAR di Shanghai, avvicinandosi così all’ingresso in borsa.

La mossa arriva in un momento in cui l’industria cinese della robotica attrae sempre più capitali pubblici e privati, mentre gli investitori scommettono su un possibile nuovo ciclo industriale legato agli umanoidi. Secondo alcune stime di mercato, la valutazione della società potrebbe arrivare a circa 40 miliardi di yuan (5,9 miliardi di dollari).

Fondata a Hangzhou nel 2016, Unitree è partita dai robot quadrupedi per poi entrare nel segmento degli umanoidi nel 2023. Negli ultimi anni ha guadagnato grande visibilità anche grazie alle apparizioni dei suoi robot durante il Gala del Capodanno lunare trasmesso dalla televisione di stato cinese.

I conti mostrano una crescita rapida: i ricavi sono passati da 123 milioni di yuan nel 2022 a 1,69 miliardi nel 2025, mentre l’azienda è tornata in utile nel 2024 dopo due anni di perdite. Nel primo trimestre del 2026 ha registrato un aumento del fatturato del 68,5 per cento su base annua, anche se l’utile è diminuito per l’aumento delle spese in ricerca e marketing.

I costi per “incarnare” l’intelligenza artificiale in un corpo fisico, soprattutto quelli per la ricerca e sviluppo, sono enormi. E questo rappresenta un limite, perché gli umanoidi stanno drenando risorse colossali, sottraendole ad altri settori. Spese che risulteranno sostenibili soltanto in presenza di applicazioni “game changer”.

Una nuova idea di mondo

Dietro la scommessa di UBTECH non c’è soltanto il progresso tecnologico, ma una trasformazione sociale che accomuna Cina, Giappone e Corea del Sud. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle persone che vivono sole e la diffusione della solitudine stanno creando una domanda crescente di nuove forme di assistenza e compagnia.

In Giappone, il fenomeno è considerato una priorità nazionale, tanto da aver portato alla creazione di un ministro con delega all’isolamento sociale. Anche la Corea del Sud ha varato un piano pubblico per contrastare la solitudine, mentre in Cina il rapido aumento delle famiglie unipersonali sta favorendo lo sviluppo di un mercato dedicato ai servizi per chi vive solo, dagli assistenti basati sull’intelligenza artificiale ai robot da compagnia.

Alla presentazione di Shenzhen, gli umanoidi U1 di UBTECH non hanno colpito soltanto per le loro caratteristiche tecniche, ma anche per l’immagine quasi “da anime” che hanno mostrato durante la sfilata: corpi levigati, lineamenti puliti e una presenza scenica più vicina all’immaginario dell’animazione che alla robotica tradizionale.

Se, negli anni Ottanta e Novanta, il soft power giapponese ha conquistato il mondo attraverso anime e manga, quello cinese potrebbe oggi assumere una forma diversa. Non quella di personaggi e mondi immaginari, ma di tecnologie destinate a entrare nella vita quotidiana di milioni di persone, nei luoghi di lavoro, nelle case, negli ospedali. Gli umanoidi dunque non esportano semplicemente un prodotto: esportano un’idea rivoluzionaria del rapporto tra esseri umani e macchine.

È anche per questo che suscitano reazioni tanto contrastanti. Da un lato affascinano, perché sembrano dare forma a un immaginario coltivato per decenni dalla fantascienza; dall’altro inquietano, perché rendono concreta la prospettiva di una tecnologia capace di sostituire il lavoro umano in un numero crescente di attività. E, a differenza dell’intelligenza artificiale “impersonale”, che vediamo all’opera attraverso lo schermo di un computer, un umanoide ha un corpo, occupa uno spazio, incrocia il nostro sguardo.

La vera domanda, allora, non è se robot come U1 riusciranno davvero a entrare nelle nostre case. È se la Cina sarà il primo paese a trasformare gli umanoidi da dimostrazione tecnologica a prodotto di massa. Se ci riuscirà, non conquisterà soltanto una posizione di leadership nella robotica. Potrà anche influenzare il modo in cui milioni di persone, nel resto del mondo, percepiranno e utilizzeranno l’intelligenza artificiale: non più come un software con cui dialogare attraverso uno schermo, ma come una presenza fisica destinata a condividere spazi, attività e relazioni con gli esseri umani.

Fonte

12/01/2025

USA - Portuali: aumenti salariali e lotta contro l’automazione

Il recente sciopero dei portuali americani ha fruttato spettacolari aumenti salariali ma anche fatto emergere una questione destinata a essere un conflitto permanente: la lotta dei lavoratori organizzati contro l’incedere di IA e robotica. Queste ultime, se non contrastate da un soggetto collettivo, evolvono secondo caratteristiche destinate o a peggiorare le condizioni di lavoro o, semplicemente, a spazzare via i lavoratori.

Stavolta i lavoratori USA hanno vinto, sfruttando la condizione strategica dei loro porti nel commercio internazionale degli Stati Uniti, ma non c’è da dubitare che la questione IA-Robotica nel settore portuale americano è destinata a riproporsi. Del resto il presente e il futuro prossimo del lavoro sono questi: la flessibilità umana è ineliminabile per produrre valore, e profitto, la tecnologia assedia la flessibilità umana per ridurne i costi.

La risposta dei lavoratori in questo caso c’è stata, ed ha fruttato sul piano salariale, ma va considerato che la ricerca e l’innovazione, tramite IA e robotica, innovano velocemente, anche se non senza incontrare criticità, nella automazione delle operazioni portuali, nel monitoraggio e nella manutenzione predittiva, in sicurezza e protezione, nella riduzione dell’impatto ambientale e nella ottimizzazione della logistica e della catena di approvvigionamento.

Qui bisogna ricordare che, all’epoca della formazione della classe operaia, i luddisti non erano – come ha ricostruito magistralmente Edward Thompson – proletari disorganizzati che odiavano le macchine e che si muovevano estemporaneamente, ma operai specializzati, organizzati e con forte radicamento sociale sotto attacco del gigantismo macchinico dell’automazione. Non deve stupire, quindi, che la reazione all’automazione negli USA sia venuta da sindacati organizzati e con attorno un reale consenso sociale.

La vicenda dello sciopero dei portuali americani rappresenta una delle prime grandi battaglie sindacali contro l’automazione e l’intelligenza artificiale, un tema che diventerà sempre più rilevante in molti settori e, si spera, in molti paesi.

Pubblichiamo la traduzione di un articolo del Financial Times dedicato alla vicenda.

(Redazione)

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La lotta contro i robot che minacciano i posti di lavoro americani

di Taylor Nicol Rogers e Tabby Kinder

Quando circa 25.000 membri dell‘International Longshoremen’s Association (ILA) sono entrati in sciopero lo scorso ottobre, bloccando tre dozzine di porti sulle coste est e del Golfo degli Stati Uniti, si è diffuso un allarme generale. Alcune previsioni indicavano che, poiché questi porti gestiscono un quarto del commercio internazionale del paese, lo stop avrebbe potuto costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno, riaccendere l’inflazione e innescare effetti a catena che si sarebbero sentiti in tutto il mondo.

In realtà, il panico è durato solo 72 ore. A seguito di negoziati frettolosi e dell’offerta di un aumento salariale di quasi il 62% in sei anni, i portuali hanno accettato di tornare al lavoro, anche se temporaneamente – forse “i tre giorni più redditizi nella storia dei rapporti tra lavoro e dirigenza”, secondo le parole di Patrick L Anderson, CEO della società di consulenza aziendale Anderson Economic Group.

Ma per certi versi la battaglia è solo all’inizio. Sebbene sia stato l’aumento salariale ad attirare l’attenzione dei media, il vero problema del sindacato è l’automazione, in particolare le proposte della United States Maritime Alliance (USMX), che rappresenta gli operatori portuali e i vettori di container, di dotare più porti statunitensi di gru semi-automatiche.

Queste gru sono dotate di una tecnologia avanzata che le rende più veloci ed efficienti da utilizzare, affermano i proprietari. Ma l’ILA sostiene che la loro introduzione minaccia i mezzi di sussistenza dei suoi membri. A meno che USMX non accetti un divieto totale sui macchinari automatizzati, il sindacato ha minacciato di scioperare di nuovo già la prossima settimana.

“Accogliamo le tecnologie che migliorano la sicurezza e l’efficienza”, ha affermato in una dichiarazione il pittoresco presidente dell’ILA, Harold Daggett. “Ma solo quando un essere umano rimane al timone”.

La controversia ha attirato l’attenzione non solo per il suo potenziale impatto enorme, ma perché è una delle prime nel suo genere. Man mano che sempre più aziende sperimentano la robotica di nuova generazione, i sindacati statunitensi che rappresentano settori diversi come gli autisti UPS, i lavoratori dei casinò di Las Vegas e i dipendenti dei negozi di alimentari stanno lottando affinché vengano aggiunte disposizioni ai contratti che si concentrano sul mantenimento dei posti di lavoro e sul risarcimento dei lavoratori sfollati in caso di automazione.

Quelle che in precedenza erano trattative ordinarie su retribuzioni e condizioni si sono trasformate in controversie più ampie ed esistenziali sul rapporto tra uomo e macchina. Circa il 70% dei 12 milioni di persone rappresentate dall‘American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations ora teme di essere sostituito dalla tecnologia, stima la presidente dell’AFL-CIO Liz Shuler: “I lavoratori sono stufi di come sono stati trattati per molto tempo e sono spaventati di ciò che il futuro potrebbe riservare”.

Qualunque sia il contratto che i portuali negoziano, dicono gli analisti, potrebbe aiutare a fornire un modello per gli accordi a livello nazionale. “Quello che vedi in atto è il lavoro che lotta per avere un posto al tavolo”, afferma Robert Bruno, professore di lavoro all’Università dell’Illinois Urbana-Champaign.

Gli investitori statunitensi hanno accumulato oltre 15 miliardi di dollari in startup di robotica dal 2019, secondo PitchBook, e la notevole crescita dell’intelligenza artificiale negli ultimi 18 mesi ha iniziato a dare i suoi frutti. I lavori che sembravano poter essere svolti solo dalle persone improvvisamente sono messi a rischio; gli economisti hanno messo in guardia da cambiamenti troppo dirompenti nella forza lavoro anche se le macchine sono in grado di fare sempre di più.

Ad aumentare la pressione in economie come gli Stati Uniti, affermano gli imprenditori, è la lenta crescita della forza lavoro, che rende sempre più difficile reclutare lavoratori. I piani del presidente eletto per le espulsioni di massa – ha detto alla NBC News il mese scorso che intende espellere tutti gli 11 milioni di persone stimate negli Stati Uniti illegalmente nei prossimi quattro anni – probabilmente intensificheranno solo tali preoccupazioni.

La nuova amministrazione (Trump) può vantare sia il sostegno di alcuni sindacati, compresi i Longshoremen (portuali), sia nella Silicon Valley, mentre gli scioperi robot diventeranno un punto critico in questo schema del consenso. Elon Musk è un appassionato a tutti gli effetti della tecnologia, parla di automatizzare completamente le fabbriche Tesla e desideroso di mostrare un robot umanoide sviluppato da Tesla chiamato Optimus. Ma, il presidente eletto forse consapevole della sua base Maga, sembra avere un’opinione diversa: scrivendo su Truth Social sugli scaricatori di porto il mese scorso, ha affermato che “la quantità di denaro risparmiata dall’automazione non è neanche lontanamente vicina al disagio, dolore e danno che causa ai lavoratori americani”.

Leader sindacali tra cui Daggett hanno promesso che se riusciranno a tenere a bada i robot, hanno in programma di lavorare con i sindacati di tutto il mondo per fare lo stesso.

“Nei luoghi di lavoro sindacalizzati, almeno nei settori con sindacati che stanno rendendo questa una priorità, lo sciopero è l’unico meccanismo probabilmente efficace… per impedire alle stesse industrie di impazzire”, afferma Bruno.

Prima dell’avvento della containerizzazione, i portuali trascorrevano lunghe giornate a scaricare singole scatole, barili e casse, quindi a trasferire il loro contenuto su camion e treni merci: un lavoro pericoloso ma affidabile e ben pagato che, al suo apice, impiegava circa 100.000 uomini in porti intorno agli Stati Uniti.

Dopo che l’imprenditore dell’autotrasporto Malcom McLean ha sostenuto il container in acciaio largo 8 piedi a metà degli anni ’50, quel mondo è crollato. La nuova tecnologia consentiva di trasferire il carico con il minimo sforzo e costi drasticamente ridotti. Decine di migliaia di posti di lavoro sono scomparsi quasi da un giorno all’altro.

Nonostante un enorme aumento delle esportazioni mondiali, il numero di portuali impiegati nel porto di New York e New Jersey è crollato da 55.000 negli anni ’50 a circa 4.000 oggi, afferma Jean-Paul Rodrigue, professore di affari marittimi alla Texas A&M University. “L’automazione ha distrutto molti posti di lavoro per i portuali ed è stato un grosso problema”, afferma Rodrigue.

Quando le gru semi-automatiche furono introdotte per la prima volta nei terminal sulla costa orientale degli Stati Uniti all’inizio degli anni 2000, i leader dell’ILA affermano di aver accettato i cambiamenti perché avrebbero contribuito a creare posti di lavoro. Ma ora dicono che è successo il contrario.

“L’automazione, completa o semi, sostituisce i posti di lavoro ed erode le funzioni lavorative storiche che abbiamo combattuto duramente per proteggere”, ha affermato Daggett in una nota. (L’ILA non ha accettato un’intervista con il Financial Times.)

Un sondaggio del 2022 commissionato dal sindacato dei portuali della costa occidentale ha rilevato che l’automazione parziale dei porti di Los Angeles e Long Beach ha comportato la perdita di quasi 1.200 posti di lavoro nel 2020 e nel 2021.

USMX afferma che poiché la maggior parte dei porti gestiti dai suoi membri non dispone di terreno libero, l’unica scelta è “densificare i terminal” aggiungendo macchinari che velocizzano le operazioni.

In una gru convenzionale, un operatore si siede all’interno di una cabina, sollevando i container dalle navi e smistandoli, prima di trasferirli su camion o treni: un lavoro altamente qualificato che può far guadagnare ai lavoratori fino a $ 200.000 all’anno. In un sistema di gru a portale (RMG) semi-automatico su rotaia, l’operatore lavora in remoto da un ufficio fuori sede, monitorando la gru tramite collegamento video ma lasciando che il sistema svolga la maggior parte del lavoro. Il lavoro richiede competenze e formazione simili, ma sono necessarie meno persone.

I leader sindacali affermano di aver già compiuto un “balzo in avanti nella produttività” utilizzando alcune di queste tecnologie, ma affermano che un’ulteriore automazione è un passo troppo lungo.

“Non si tratta di soddisfare le esigenze operative, si tratta di sostituire i lavoratori con il pretesto del progresso, massimizzando al contempo i profitti aziendali”, ha scritto Dennis Daggett, presidente dell’ILA Local 1804-1 e figlio di Harold Daggett, in un recente saggio sul sito web del sindacato.

I Longshoremen hanno ragione ad avere paura, dice Rodrigue, stimando che fino al 40% di loro rischia di perdere il lavoro.

Ma USMX descrive le richieste di vietare l’automazione come “irrealizzabili”, affermando che la moderna tecnologia delle gru ha “quasi raddoppiato” sia la produttività dei container che il numero di lavoratori nei porti che la utilizzano.

“USMX non sta cercando, né lo ha mai fatto, di eliminare posti di lavoro”, ha affermato in una nota.

Da quando la General Motors ha messo per la prima volta i robot sulle linee di assemblaggio negli anni ’60, le case automobilistiche sono state pioniere dell’automazione. Eppure, fino all’ascesa dell’intelligenza artificiale, altre industrie, quelle che richiedevano compiti più manuali o in cui i robot avrebbero potuto dover rispondere ad ambienti imprevedibili o pericolosi, hanno faticato a seguire l’esempio.

Eppure i recenti progressi hanno conferito alle macchine capacità che anche gli esperti in precedenza ritenevano impossibili, il che significa che vengono utilizzate in una varietà sempre più ampia di spazi di lavoro. Le aziende manifatturiere in particolare hanno investito molto, con le installazioni totali di robot industriali in aumento del 12% a oltre 44.000 unità nel 2023, il volume più grande in almeno un decennio, secondo l‘International Federation of Robotics. Ancora una volta, l’industria automobilistica ha aperto la strada, seguita dalle aziende elettriche ed elettroniche.

Gli investimenti di venture capital statunitensi nella robotica sono aumentati da circa 2 miliardi di dollari nel 2019 a oltre 3,5 miliardi di dollari lo scorso anno, secondo i dati di PitchBook. Nei primi nove mesi del 2024, ci sono stati 130 accordi di raccolta fondi per startup di robotica, più che in tutto il 2019.

Tra i più importanti c’è stato un investimento di 675 milioni di dollari lo scorso febbraio da parte del fondatore di Amazon Jeff Bezos, in Figure AI, una startup della Silicon Valley fondata nel 2022 che sta lavorando a un robot “generico” umanoide senza volto.

Si tratta di robot, il cui costo per i clienti è stimato tra 30.000 e 150.000 dollari, che potrebbero completare attività tra cui lo spostamento di una scatola su un nastro trasportatore, mettendo potenzialmente in pericolo il lavoro di chiunque lavori, diciamo, in un centro di distribuzione. I primi modelli sono stati consegnati a un “cliente commerciale” il mese scorso.

Durante il loro viaggio annuale al Consumer Electronics Show di Las Vegas lo scorso anno, i membri del Culinary Union, che rappresenta il personale dei casinò della città, sono rimasti scioccati nel vedere robot friggere cibo e preparare cocktail.

“Se inseriscono macchine, come faranno le persone a guadagnarsi da vivere?” dice Francisco Rufino, un cuoco del Paris Las Vegas hotel and casino. “Come pagheranno l’affitto? Come pagheranno il cibo?”

Datori di lavoro e analisti affermano che ci sono forti ragioni per perseguire l’automazione. Gli aumenti salariali sperimentati da molti americani negli ultimi anni hanno avuto un costo, afferma Laurie Harbour, amministratore delegato della società di consulenza Harbour Results. “[I lavoratori americani] hanno lottato per salari che potessero sostenere la nostra inflazione”, dice. “Il problema è che questo rende gli Stati Uniti in qualche modo non competitivi”.

60,4% : è la stima degli economisti sulla quota di americani al lavoro o in cerca di lavoro entro il 2030, in calo dal 67,3% del 2000 Alcuni settori affermano di essere preoccupati di rimanere senza persone, in particolare per i lavori più difficili e pericolosi. Con l’invecchiamento della popolazione e le famiglie che faticano a trovare assistenza all’infanzia, la quota di americani al lavoro o in cerca di lavoro è in calo da decenni, passando dal 67,3% nel 2000 al 62,5% alla fine dello scorso anno. Gli economisti stimano, appunto, che scenderà al 60,4% entro il 2030.

In un recente rapporto del sito di reclutamento Indeed, gli analisti hanno scritto che si aspettano che la “offerta di lavoratori in diminuzione peserà molto sul mercato del lavoro nei prossimi anni”, in particolare se l’amministrazione seguirà le sue minacce di espulsione.

Nick Durst, analista senior dello sviluppatore immobiliare The Durst Organization, cita i ranghi in diminuzione dei lavavetri negli Stati Uniti. Nonostante il boom dello sviluppo, il numero di persone impiegate a lavare i vetri nel paese è diminuito di oltre il 5% dal 2019, suggerisce un’analisi di IbisWorld.

Nel 2022, il capitale di rischio ha investito nel produttore di un robot lavavetri, Skyline Robotics, con sede in Israele. Il robot Ozmo può ora essere visto mentre pulisce le finestre di un grattacielo vicino a Times Square. L’investimento è un modo per essere “proattivi” nell’affrontare la carenza di manodopera, afferma Durst.

“È molto comprensibile per me perché quella prossima generazione non si presenti in cerca di lavoro”, afferma il presidente di Skyline Robotics Ross Blum. “È un lavoro davvero duro… Chi vuole andare a 1.000 piedi in aria oggi e fare lavori manuali all’aperto?”

Blum e altri appassionati di robotica insistono sul fatto che il loro obiettivo non è sostituire i lavoratori, ma dare loro gli strumenti per renderli più sicuri e produttivi. Eppure i gruppi di lavoro non sono convinti. Edwin Quezada, responsabile della produzione in un Stop & Shop di Long Island, che è anche membro del Retail Wholesale and Department Store Union, afferma che i robot in grado di scansionare gli scaffali durante la notte sono “un’arma a doppio taglio”.

“Rende più facili alcuni degli aspetti di ciò che facciamo”, dice Quezada. “Ma poi di nuovo, a volte quella tecnologia è solo un modo per eliminare più posti di lavoro”.

Negli ultimi anni, sia i sindacati della vendita al dettaglio che quelli culinari hanno negoziato clausole nei contratti che sperano proteggano i lavoratori umani. I casinò di Las Vegas sono ora tenuti a dare alle persone un preavviso di sei mesi prima di implementare nuove tecnologie e formazione gratuita su come usarle, oltre a pacchetti di licenziamento per chiunque venga licenziato a causa della tecnologia.

UPS ha accettato di negoziare con i Teamsters, uno dei sindacati più potenti degli Stati Uniti, prima di introdurre droni o veicoli di ritiro senza conducente. Anche i negozi al dettaglio di New York i cui lavoratori sono rappresentati da RWDSU, tra cui Bloomingdale’s e Macy’s, richiedono che la direzione raggiunga un accordo prima di introdurre nuove tecnologie.

Ma questo non ha fermato l’ansia per lo spostamento diffuso del lavoro. “I macchinari fanno bene alle aziende”, afferma Rufino, il cuoco di Las Vegas. “Fa risparmiare loro i costi del lavoro. Ma allo stesso tempo, il tasso di disoccupazione salirà alle stelle”.

I macchinari fanno bene alle aziende. Fa risparmiare loro i costi del lavoro. Ma il tasso di disoccupazione salirà alle stelle

Alcuni analisti sostengono che i lavoratori potrebbero vincere le battaglie, ma probabilmente perderanno la guerra. Poche persone hanno il tipo di influenza di cui godono i portuali, afferma Rodrigue della Texas A&M.

Eppure, se i robot riusciranno a conquistare i luoghi di lavoro, gli economisti sono divisi su quante persone saranno effettivamente espulse. “Storicamente, perdite di posti di lavoro diffuse e massicce [semplicemente non accadono] quando emergono nuove tecnologie”, afferma Bill Rodgers, direttore dell’Institute for Economic Equity presso la Federal Reserve Bank di St Louis. “Significa che non potrebbe succedere? Forse”.

Altri sono meno ottimisti. L’economista del MIT Daron Acemoglu afferma che le attuali capacità dei robot significano che coloro che sono maggiormente a rischio di essere espulsi sono nei lavori manuali e non hanno una laurea, il che potrebbe rendere difficile per loro passare ai ruoli più high-tech che probabilmente saranno creati dall’ automazione.

Ciò potrebbe aumentare la disuguaglianza economica “creando un divario maggiore tra” i lavoratori che non hanno una laurea e quelli che ce l’hanno, dice Acemoglu.

Daggett dell’International Longshoremen’s Association è d’accordo. Determinato a fermare l’automazione con qualsiasi mezzo possibile, lui ei suoi membri riconoscono quali sono le poste in gioco, dice: “Capiscono che è una lotta per la loro stessa sopravvivenza”.

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12/12/2020

Il biopotere evolve. Intelligenza artificiale e nascita della clinica

1) Nascita della clinica e diffusione del biopotere

I concetti di nascita della clinica, di biopotere, i fenomeni dell’intelligenza artificiale e della robotica, non solo hanno origine nel ‘900 ma sono anche ben radicati nella storia del secolo breve. Tuttavia da allora l’antropologia del potere li ha analizzati in modo separato: da una parte il campo di forza clinico, spesso ridotto al tema della pressione disciplinare del potere istituzionale e medico sul corpo, dall’altra quello tecnologico che vive continuamente il rischio di una sua riduzione al tema del potere assunto dallo spossessamento del sé di fronte alle evoluzioni di intelligenza artificiale e robotica. Non che da entrambi i campi, separatamente, non siano arrivate intuizioni, e analisi, anche notevoli ma il punto è che oggi la riunione di questi fenomeni in un unico campo di forza ci spiega molto della evoluzione del potere clinico, del biopotere, dell’uso esteso di AI e robotica nei processi di medicalizzazione e, in definitiva, della mutazione di ciò che chiamiamo potere. Insomma, un vero grande campo di forza nel quale si gioca una ridislocazione, logistica e concettuale, della clinica che contiene, oltre al protagonismo dell’evoluzione tecnologica, estensione e diffusione di un potere di tipo nuovo.

Guardiamo quindi al concetto di nascita della clinica in Foucault che emerge da un vero corpo a corpo teorico, con epistemologia e medicina, e che produce nel filosofo di Poitiers una storia dello sguardo attraverso il quale il potere medico analizza il paziente. Clinica e potere medico moderno nascono così attraverso uno spostamento dello sguardo verso specifiche zone del corpo del paziente che, di conseguenza, comporta mutazioni, e innovazioni, nelle tecniche mediche e di logistica sanitaria. Si passa così, nelle procedure di individuazione della cura, dall’interrogazione “come ti senti” rivolta al paziente alla formulazione “dove ti fa male“: lo sguardo e l’interrogazione medica da legate alla sensazione generale della persona, cambiano, si localizzano, si concentrano su zone specifiche del corpo. A partire da questa mutazione le tecniche di diagnosi, l’organizzazione del sapere medico, la logistica ospedaliera e gli equilibri dei poteri che innervano questa dimensione dello sguardo e dell’interrogazione finiscono per ristrutturarsi anche bruscamente. La nascita della clinica è conseguenza di questo spostamento dello sguardo e dell’interrogazione sul paziente e il suo significato sta nelle pratiche discorsive, che si assemblano continuamente tra loro, presenti in medicina, architettura, logistica, amministrazione.

Il concetto di biopotere, che ha provocato una forte attenzione nella letteratura secondaria su Foucault lungo tutto l’ultimo quarto di secolo, riguarda un nuovo modo di intendere, da parte della modernità, l’insieme della popolazione, ad un certo punto concepita come corpo compatto, da far crescere “sano” perché governato da un insieme di leggi, norme e dispositivi amministrativi. L’insieme di questa modalità di governo applicata alla popolazione si chiama biopotere e, in questa dimensione, emergono discipline di supporto al potere medico come la demografia e la statistica. Tramite questo percorso di analisi Foucault procede individuando il legame tra biopolitica e capitalismo: il biopotere assicura la produttività dei processi economici generali proprio nel momento in cui mette in sicurezza la salute della popolazione come insieme. Assumendo questa funzione il potere biopolitico produce parametri – legislativi, normativi, etici – di misurazione del benessere, favorendo l’evoluzione delle tecniche mediche che, a loro volta, si ristrutturano per rispettare questi parametri. Il biopotere è così sia un potere antropologico profondo, che fa presa sulla crescita del vivente, sia un potere legislativo, normativo, etico che favorisce, nello specifico, l’evoluzione delle tecniche mediche.

2) Evolution

È proprio l’evoluzione delle tecniche mediche, la loro capacità di adattarsi ai parametri come di adattarli, di assorbire le rivoluzioni tecnologiche come di contribuirvi, che comporta, a sua volta, una mutazione del concetto di clinica, di quello di biopotere e delle relazioni di potere che attraversano entrambe le dimensioni. Il paradigma delle mutazioni del concetto di clinica e di quello di biopotere si riassumono così oggi in due passaggi: quello dello sguardo – dal primato dello sguardo clinico naturale in presenza del paziente all’emersione di quello tecnologico dove l’ottica artificiale prima e la distanza telematica poi giocano un ruolo decisivo nella mutazione del concetto di diagnosi – e quello dell’assorbimento delle tecniche e delle discipline mediche da parte di intelligenza artificiale e robotica. In questo senso, clinica e biopotere, vengono così attraversati da nessi di potere sia tradizionali che di tipo nuovo componendo un nuovo livello di equilibrio del potere medico nel suo rapporto col potere tecnologico: quello dove AI e robotica, sullo sfondo di una innovazione dettata da convulsi processi di finanziarizzazione, diventano in ogni caso elemento costituente di questo tipo di potere.

Questa immissione tecnologica, questo spostamento nell’equilibrio dei poteri tra clinica e biopotere a favore delle tecnologie, non neutralizza affatto i conflitti microfisici nel mondo medico, come testimonia efficacemente questa antologia Diagnostic Controversy. Biopotere e clinica si rivelano poteri che fanno presa sulla popolazione, subiscono resistenze alla loro presa anche nel nostro mondo, come testimoniato da Diagnostic Controversy, e sono ugualmente attraversate da conflitti interni anche quando vedono intrecciarsi il loro campo semantico, le loro pratiche discorsive, i loro nessi di potere con l’evoluzione tecnologica. Questo a conferma del fatto che la tecnologia non è solo neutralizzazione dei conflitti ma anche ridislocazione di una microfisica del conflitto che, in questo caso, avviene entro una marcata evoluzione di clinica e biopotere che si confermano come campi di potere legati alla cura del malato e della popolazione ma che, per mantenersi come tali, devono assorbire le mutazioni tecnologiche e lasciarsi assorbire da loro.

L’intreccio tra clinica, biopotere ed evoluzione tecnologica non è quindi, come si intuisce, privo di conseguenze: lo testimonia un lavoro collettivo come Emerging Technologies for Health and Medicine che registra come tanto più la tecnologia fa valere il proprio peso sulla cura del malato e della popolazione tanto più clinica e biopotere assumono significati differenti. Prima di tutto perché la loro presa di potere non è più solo sull’insieme astratto della popolazione e sul terreno, sul piano dell’urbanistica medica visto che si estende anche allo spazio digitale. Ed è proprio questa estensione, che fa dello spazio digitale un nuovo terreno medico e della cura, che fa capire come AI e robotica siano un nuovo attore egemone sulla scena del potere clinico e del biopotere. E, come accade per tutti gli altri terreni del reale, le mutazioni di AI e robotica non sono solo tecniche ma hanno effetti medici, sulla cura, sull’organizzazione della clinica e sulla presa complessiva della società da parte del biopotere. Visto anche che AI e robotica sono fenomeni di riorganizzazione tecnologica di quello sguardo che, nel sapere occidentale e in Foucault, è il fondamento della costituzione della clinica e del biopotere così in Emerging Technologies sia la realtà aumentata che quella virtuale sostengono l’evoluzione di questo genere di sguardo costituente dell’universo clinico.

La clinical logistics è quindi l’effetto amministrativo, logistico della ristrutturazione della clinica e del biopotere che registra il peso di AI e robotica nella determinazione stessa della cura e proprio della clinica e del biopotere. Un testo come Innovative Healthcare cerca invece di registrare, oltre a queste, il piano complessivo delle mutazioni della dimensione medica fino all’economia della clinica e del biopotere: dalla gestione del capitale umano al risk management particolarmente complesso in un settore dove alle criticità della gestione della salute si sovrappongono quelle della governance finanziaria sanitaria. Nasce così una nuova clinica il cui sguardo costituente e il discorso che interroga il paziente non sono più quello dell’occhio naturale o dell’interrogazione medica che da esistenziale si fa confidenziale, perché “ascolta” parti discrete del corpo, ma quelli dell’ottica artificiale e delle piattaforme digitali, della AI e della robotica che, assorbendo le funzioni dell’occhio naturale, si intrecciano con i saperi, e i poteri medici tradizionali, in un equilibrio nuovo nel quale le trasformazioni tecnologiche influiscono su cura, organizzazione della clinica e biopotere. Quando Foucault parlava di tecnologie si riferiva, soprattutto, alle tecnologie del sé oggi, nel sapere medico e nel biopotere, l’intervento tecnologico è in senso letterale e pervasivo ed è sia tecnologico sia assorbimento ed estensione del potere medico e dello sguardo medico nello spazio digitale.

Se, in senso tecnologico, la nuova clinica nasce grazie all’occhio elettronico, sulle piattaforme digitali anche il biopotere subisce importanti trasformazioni nella medesima direzione. In Biopower, Foucault and Beyond, testo collettivo edito da Cisney e Morar, si rimarca infatti come il biopotere sia sempre un un concetto che va oltre i tradizionali concetti di potere della modernità (quelli del bene che si possiede o meno) e sia quindi continuamente sottoposto a mutazioni intrecciandosi con la dimensione tecnologica. E infatti, proprio in materia di biopotere, ecco annunciato il passaggio in Legal, Ethical and Social Perspectives in Health and Technologies, un testo collettivo che mette in programma proprio l’analisi del concetto di biopotere tra medicina e tecnologia. Il biopotere non si estende quindi sulla vita partendo dal solo sguardo naturale, utilizzando la classica clinica disciplinare come suo strumento e campo di potere e le norme come cornice giuridica, ma lo fa partendo dallo sguardo tecnologico usando una clinica mutata e ponendosi come intersezione tra la cornice giuridica delle norme e la regolazione tecnica che evolve sfuggendo alle norme stesse. In questo modo il biopotere è sia istituzione che extra istitituzionale. Non che non sia mai stato solo istituzionale ma stavolta la sua extra istituzionalità coincide con la disruption tecnologica.

Ecco quindi, unificando antropologia critica medica e tecnologica, il vero grande campo di forza nel quale si definisce una mutazione, logistica e concettuale, della clinica che contiene, oltre al protagonismo dell’evoluzione tecnologica, estensione e diffusione di un potere di tipo nuovo: quello digitale innervato nel potere medico il quale si comporta in modo diverso dal tradizionale biopotere legato alla protezione della popolazione essendo meno legato alla dimensione normativa, al legame sociale e più alle improvvise innovazioni tecnologiche, meno alla logica della mediazione e più a quella della disruption presente in AI e robotica.

Qui i concetti di biotechnological e di biopower, presenti nei testi qui citati a diverso titolo, escono da questo campo di forza, quello che produce la nuova clinica, ricordandoci la presenza di una nuova nozione di governamentalità che si fa più regolazione tecnica che giuridica, una nuova tecnologia di governo che, come ogni fenomeno di questo tipo, produce le proprie catastrofi che, nel nostro mondo, significano assenza di risorse finanziarie per dispositivi così complessi, espulsione della popolazione – a differenza di clinica e biopoteri tradizionali – inadatta o troppo costosa per questi processi, egemonia di una AI magari non propriamente friendly per il personale medico e la popolazione curata. Ma il vasto campo antropologico dell’unificazione tra medico e tecnologie è davanti a noi con i suoi effetti e la sua, enorme, portata. E qual è oggi il legame tra biopolitica e capitalismo? Il biopotere passa dall’essere un processo di legittimazione della cura della popolazione assieme alla produttività economica ad uno che deve anche contenere la disruption tecnologica in questi processi, assieme al convulso mondo finanziario che la sostiene, non senza difficoltà, di fronte alla popolazione, e con incidenti tipici dell’alta complessità presente nel capitalismo odierno.

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10/08/2020

Giornalismo, l’impatto di robotica e IA che toccherà la politica


Cosa sta accadendo nel giornalismo? Di certo stanno continuando processi che già conosciamo: fusioni, acquisizioni, dismissioni, forte ridimensionamento delle edizioni cartacee, ristrutturazione dei punti vendita fisici, precariato, riduzione degli organici, organizzazione del lavoro più aggressiva.

Ma ci sono altri processi, per altro sviluppati, che stanno per emergere anche dalle nostre parti. Si guardi ad esempio l’immagine di questo articolo. Riguarda Xin Xiaomeng la prima giornalista non umana prodotta per i notiziari dell’Agenzia Nuova Cina, la maggiore e più antica della due agenzie di stampa ufficiali della Repubblica popolare cinese. Xin Xiaomeng e Qui Hao, il successivo giornalista maschio prodotto per l’agenzia Nuova Cina, sono serviti da modelli per ulteriori versioni prototipali di giornalisti-robot.

Il modello umano, sul quale è stato elaborato quello non umano, lo si può vedere a sinistra di questa foto.

Quasi inutile sottolineare le profonde mutazioni nell’organizzazione del lavoro, nella formazione professionale, nella struttura del salario, nella scomparsa di vecchie professionalità e nell’apparizione di nuove, introdotte da una rivoluzione del genere una volta a regime: sono enormi. Per non parlare delle mutazioni linguistiche, simboliche, di organizzazione del senso in una società dove la comunicazione delle notizie è una complessa, estesa infrastruttura materiale. Naturalmente tutto questo cambia il rapporto tra media e politica, la vera struttura chiave del potere nazionale e globale degli ultimi decenni. Se i media si ristrutturano, con componenti non umane sempre più decisive nell’organizzazione interna, qualcosa di serio cambierà anche nella politica.

Per capire come, effetti spettacolari a parte, questo cambiamento sia già nell’organizzazione del lavoro dei grandi media basta ricordare l’uso dell’intelligenza artificiale nei programmi di scrittura. Bloomberg, la principale agenzia di informazione finanziaria, usa Cyborg , programma da migliaia di storie l’anno che trasforma i dati finanziari in storie finanziarie, narrazioni da reporter. Forbes, invece usa Bertie, un programma che assiste i reporter umani nella costruzione di bozze per elaborare articoli. Il Washington Post usa Heliograf che, a suo tempo, ha fatto vincere alla testata della capitale federale un premio di eccellenza per i giornalismo artificiale per il modo con il quale ha coperto le elezioni presidenziali del 2016: qui il tema dell’influenza di questi articoli, assieme a quello della loro modalità produttiva, durante le elezioni politiche emerge di prepotenza.

Robotica e intelligenza artificiale non emergono quindi solo nella produzione, nella logistica, nell’entertainment , nei servizi sanitari. Ma anche in un settore delicatissimo, quello dell’informazione, e in quello ancora più delicato delle mutazioni del rapporto sullo snodo chiave, per l’equilibrio di ogni società, tra comunicazione e politica. Come si intuiva un paio di anni fa, la vicenda Cambridge Analytica ha rivelato solo un aspetto, per quanto profondo, delle mutazioni nel comportamento elettorale e nel funzionamento delle democrazie.

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16/07/2020

Lavoro e nuovi investimenti in robotica per il dopo Covid

La recente acquisione di Zoox da parte di Amazon apre una riflessione sui settori di investimento in robotica nel dopo Covid. Già, perchè Amazon – che con Zoox prova a velocizzare la filiera logistica, inaugurare negozi di alimentari senza personale e inserirsi nel settore delle auto senza guidatore – aiuta a capire come il nuovo capitalismo dopo il Covid provi ad estendere il proprio raggio di azione, tagliando personale e sviluppando tecnologie che tagliano, a loro volta, lavoro. Naturalmente, ad un certo punto, questa logica di tagli su un settore riproduce lavoro altrove ma bisogna anche capire dove, con quali modalità e con che tipo di salario.

In questo scenario, un punto interessante di riflessione è rappresentato dalla lettura dei settori nei quali, subito dopo la crisi covid, sono immediatamente emersi investimenti, perché da questo angolo di osservazione si comprendono le necessità immediate di ristrutturazione del capitalismo successivo all’epidemia. Sempre, naturalmente, in un contesto molto complicato dal serio rallentamento generale dell’economia, dall’alta complessità, sia in termini produttivi sia di impatto sociale, implicita nell’innovazione tecnologica e dal rischio crisi mercati finanziari (per quanto i tecnologici tirino la volata dei rialzi e le banche centrali intervengano). Contesto che, possiamo starne sicuri, non mancherà di creare criticità.

In ogni caso, fonte The Robot Report, i principali investimenti in robotica e intelligenza artificiale di giugno 2020, quindi  successivi alla crisi covid (o almeno alla prima ondata) sono in tre settori: auto senza guida, mobile robot, sanità. Il tratto di continuità con la stagione precedente al Covid è evidente nel settore driveless car già sviluppato dalla seconda metà degli anni ’10. Oggi, oltre al contenimento di costo e presenza della forza lavoro, alla ristrutturazione della vita urbana, il post-covid si impone soprattutto come possibilità di rendere stabile il distanziamento sociale, per le prossime emergenze grazie all’allargamento delle possibilità materiali del lavoro in remoto. L’auto senza conducente, la cui messa a regime non è per domani ma gli effetti nella ricerca e nelle tecnologie si vedono già oggi, è così un grande vettore di ristrutturazione del lavoro oltre che della mobilità. La driveless car si inserisce, inoltre, in quello scenario che Euronews definisce, per gli anni 20, quello dell’ascesa dei robot, dell’automazione e dell’e-commerce , dove produzione e distribuzione cambiano sia i connotati del lavoro sia della morfologia urbana, riducendo impatto e importanza di centri commerciali e negozi: qui l’auto senza conducente completa la rivoluzione del lavoro e urbanistica a venire come quella con il conducente ha cominciato a cambiare le città a partire dagli anni ’20 del secolo scorso. L’altra rivoluzione, quella legata al settore sanitario, è forse quella che sfugge di più in un paese come il nostro dove i disastri legati allo smantellamento del servizio sanitario nazionale hanno fatto perdere il filo delle innovazioni tecnologiche: cura, logistica, organizzazione del lavoro, ristrutturazione dei presidi territoriali con la medicina a distanza sono infatti solo alcuni dei settori che saranno toccati nei prossimi anni dall’incontro tra sanità, robotica e intelligenza artificiale. La qualità di questa ristrutturazione, naturalmente, dipende dalla capacità della sfera pubblica di far valere il proprio peso.

L’ultimo settore toccato dagli investimenti più recenti, quello del mobile robot (capace di muoversi su tutte le superfici, per aria e sotto il mare) che aiuta ad entrare in un tipologia di robot, paradigmatica non esclusiva del settore mobile, dove è richiesta la collaborazione del lavoro umano (quello successivo alla ristrutturazione indotta da robotica e AI). Questa tipologia si chiama cobot, robot collaborativo ed interattivo con gli umani, e ne sentiremo parlare. La sua implementazione, nel momento in cui toccherà la soglia critica dell’uso di massa, non sarà pacifica e inciderà molto sui rapporti di forza tra lavoro non umano, diretto dal capitale, e flessibilità del lavoro umano, sulla quale estrarre profitto. Sulla collaborative robotics ci sono due testi recenti, differenti tra loro, dai quali trarre indicazioni di scenario.

Il primo


aiuta a comprendere le modalità strategiche di questa dimensione dei collaborative robots dal punto di vista della valorizzazione del capitale.

Il secondo


si concentra sulle valutazioni di impatto di questo rapporto tra cobotics e flessibilità del lavoro umano.

Va anche considerato che il covid ha accelerato l’uso delle robotica nella raccolta di prodotti agricoli, preparando così una seria ristrutturazione nel settore, come preannuncia il Financial Times. Un fenomeno che non potrà non riguardare, giocoforza, lavoro e relazioni sindacali anche in Italia.

Detto questo, in generale, si tratta di temi legati a lavoro e robotica che, investendo la tematica del lavoro umano, toccano sia le mutazioni di questo terreno specifico sia i settori principali oggi legati ai nuovi investimenti: driveless car, sanità e, appunto, mobile robots. Certo, il covid è stato un incidente e, come tutti gli incidenti atteso e sorprendente nello stesso momento. Ma è proprio questo incidente che è destinato a entrare nel profondo delle ristrutturazioni legate alla sfera della mobilità, del lavoro e della cura negli anni ’20.

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07/04/2020

Covid, robotica e l’intelligenza artificiale compassionevole

C’era da attenderselo: negli Usa si è aperta una importante call per finanziare prodotti tecnologici che, fin da subito, siano in grado di contrastare l’emergenza Covid. La call è stata pubblicata da ARM Institute, una società USA mista pubblico-privato, che si occupa di sviluppo della robotica in generale e in particolare di robot collaborativi (quelli progettati per cooperare tra loro e con umani). Qui non è tanto interessante l’entità del finanziamento ma la direzione di ricerca: secondo un post di Robo Report sono diversi, e tutti con un grosso futuro davanti, i settori nei quali si cerca una immediata evoluzione tramite la robotica. E si tratta proprio di settori nei quali è possibile incidere per i prossimi anni.

Una breve sintesi di questi piani sui quali si vuol investire:
1) contromisure mediche al Covid;
2) produzione di materiali appartenenti a una filiera produttiva delicata;
3) mappatura dell’epidemia;
4) uso delle tecnologie che facilitano la capacità di resilienza dello Stato e delle comunità locali;
5) distribuzione materiali;
6) formazione lavoratori.

È evidente che su tutti questi piani sia negli Usa che, di riflesso, in Europa il Covid servirà da elemento di accelerazione della ricerca applicata in campi che cambieranno la nostra vita sociale e politica. A maggior ragione se si svilupperanno terreni dove i droni, per i loro compiti, fanno a meno dell’intervento umano.

Le mutazioni politiche, già in call come quella di ARM, dedicata anche alla politica e alle comunità locali, sono quindi cercate e stimolate. In questo scenario si sviluppano così pensieri come quello della intelligenza artificiale compassionevole.

Ma di cosa stiamo parlando? Secondo Amit Ray, l’intelligenza artificiale compassionevole è qualcosa che “è sensibile rispetto all’ambiente che abita“, in grado di permearlo e di adattarvisi. C’è però da stare attenti: il nucleo filosofico di questo genere di teoria non è lontano dal compassionate conservatism, un pensiero di destra ben attento a promuovere una solidarietà che mantiene la disuguaglianza.

Questo per dire che nel mezzoo di questo genere di mutazioni legate allo sviluppo della robotica, l’intelligenza artificiale è permeata di pensiero politico: a causa dei problemi che è chiamata a risolvere (nel lavoro, nella allocazione delle risorse ecc.).

Il covid è un fenomeno destinato ad accelerare questo tipo di problemi: quelli che stanno tra sviluppo della ricerca, mutazioni sociali e criteri di funzionamento dell’intelligenza artificiale etici e immancabilmente politici.

Di qui una prima elementare domanda, l’intelligenza artificiale è in grado di cambiare il futuro della politica?

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03/04/2020

Covid19 e robotica, breve introduzione alla nuova normalità

L’epidema di covid-19 sta causando l’effetto tecnologico di una guerra: accelera i processi esistenti, suggerisce velocemente progetti nuovi, tende a trasformare i prototipi in progetti di serie.

Per quanto riguarda l’immissione della robotica nella società il processo in corso può essere definito di due tipi: uno riguarda l’uso della robotica per la sorveglianza, l’altro per la cura. Entrambi sono legittimati dal biopotere puro (dare e preservare la vita) ma, come classicamente in questo tipo di processi di formazione del potere, possono evolvere in molte direzioni anche imprevedibili grazie all’accelerazione tecnologiche che contengono.

Per quanto riguarda la sorveglianza legittimata dall’epidemia Covid su Codice Rosso abbiamo già parlato dell’introduzione dei droni in Italia mentre stavolta andiamo al tentativo di realizzare un progetto meno estemporaneo e più maturo: Draganfly una compagnia americana stra lavorando alla produzione in serie di un drone pandemico. Di cosa stiamo parlando? Di un drone adattato con sensori speciali, sistema di visione adatto a questo genere di sensori, in grado di sorvolare le città e rilevare, di ogni singola persona monitorata, temperatura del corpo,  capacità di respirazione, eventuali colpi di tosse e anche starnuti. Draganfly, in collaborazione con Vital Intelligence, una compagnia che si occupa di deep learning e dati per i servizi sanitari, e con l’Università dell’Australia del Sud, sta lavorando alla realizzazione di questo prodotto in serie, ibridando sorveglianza, analisi dei dati e servizi sanitari in un unico terreno.

L’altra tendenza, quella della cura, riguarda numerose applicazioni, comunque integrabili con la sorveglianza, sulle quali, per una prima catalogazione, consigliamo questo articolo proveniente dalla università di Taipei. In questo senso, come citato dall’articolo, è esemplare l’uso del Doctor Robot per evitare al personale medico contatti pericolosi con il paziente. Uno di questi prodotti, Tommy è stato utilizzato a Varese per alleggerire il compito del personale sanitario.

In generale l’emergenza Covid sta suggerendo, a chi si occupa del rapporto tra tecnologia e cura, una serie di nuove linee di ricerca. In questo senso è da evidenziare l’articolo di Bastiane Huang di OSARO una startup di San Francisco. La Huang sostiene che covid-19 sta costringendo la progettazione a ripensare:
1) la metrica ovvero la capacità dei sistemi di automazione di resistere ad un alto grado di eventi incerti;
2) la ridefinizione degli errori umani e la loro rintracciabilità, elemento essenziale nei sistemi performativi;
3) l’adozione di nuovi sistemi di interazione proprio come suggerito dagli eventi legati all’emergenza covid.
Questo nella consapevolezza che, finora solo il 13% dei progetti censiti, ad esempio, dalla Huang diventa un prodotto di serie mentre covid spinge a migliorare questa percentuale per la cura.

Come si intuisce, l’emergenza sta imponendo l’adozione di nuovi prodotti tecnologici per la cura come nuove linee complesse di ricerca. Naturalmente, questi ed altri processi sono destinati a impattare, anche se in modo imprevedibile, sulle nostre società, sull’amministrazione, sulla sorveglianza e sulla cura spingendo verso una nuova normalità.

Cura e sorveglianza, quindi, si possono intrecciare in combinazioni anche nuove grazie alla legittimazione che viene loro da due fattori: il biopotere e il primato dell’efficienza assicurato dalla tecnologia.

E la politica? Mettiamola così, in tutela anche delle anime sensibili: se non realizza quello che accade semplicemente la realtà farà a meno di lei, confinandola alle polemiche stizzite da social, parafrasando  magari la celebre citazione di Alberico Gentili: silete politici in munere alieno.

per codice rosso, nique la police

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29/06/2017

Sulle “traccie” del neoliberismo

“Nel cortile della scuola vi sono adunati 24 balilla. Il comandante ordina di mettersi in riga per tre, per marciare. Quante terziglie sono in marcia?”

Sembrano trascorsi secoli da quando il fascismo utilizzava le discipline scolastiche, aritmetica compresa, per veicolare la sua propaganda bellicista e razzista, finalizzata a modificare la percezione della realtà da parte degli individui, neutralizzandone lo spirito critico e trasformandoli in uomini – massa appiattiti sull’ideologia di regime.

Ogni epoca ha le sue “terziglie”e il tema d’italiano degli esami di Stato 2017 ne è la prova lampante. Non possiamo non soffermarci, infatti, sulle tracce relative all’ambito socio – economico, tecnico – scientifico e sul tema di ordine generale.

Le prove di cui sopra sono tutte incentrate sulla sostituibilità del lavoro umano con quello digitalizzato e automatizzato. Le fonti che compaiono nel fascicolo citano imprenditori, agenzie di lavoro interinale, quadri tecnici al servizio del profitto, agenzie internazionali. Completamente assente è la voce dei lavoratori e la loro percezione dei cambiamenti in atto e del futuro che li aspetta. Già questo la dice lunga sulla natura del progetto pedagogico e ideologico che traspare da queste prove d’esame.

“Il campanello d’allarme è stato suonato dall’Onu attraverso un recente report dell’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Che mette in guardia Asia, Africa e America Latina: attenti, dice il report Robot and Industrialization in Developing Countries, perché è da voi che l’impatto dell’era dei robot sarà più pesante. [...] Come evitare la desertificazione economica? Il primo consiglio che l’Onu dà ai Paesi emergenti è banale ma ovviamente validissimo: abbracciate la rivoluzione digitale, a partire dai banchi scolastici”.

“La digitalizzazione e l’automazione del lavoro rappresentano un’opportunità. A rivelarlo è una ricerca di Manpower Group – dal titolo “Skills Revolution” – presentata al World Economic Forum 2017 di Davos. L’indagine, condotta tra 18.000 datori di lavoro in 43 Paesi del mondo, affronta il tema dell’impatto della digitalizzazione sull’occupazione e dello sviluppo di nuove competenze dei lavoratori... Tra i 43 Paesi oggetto dell’indagine, è l’Italia ad aspettarsi il maggior incremento di nuovi posti di lavoro grazie alla quarta rivoluzione industriale al netto di un “upskilling”, un aggiornamento delle competenze”.

“L’applicazione della robotica a fini educativi [...] è una tendenza in continua crescita anche nel nostro Paese e sta attirando sempre di più l’attenzione da parte di docenti e persone attive nel campo della formazione. Attraverso questo metodo, gli studenti diventano protagonisti dell’apprendimento e creatori del proprio prodotto e si sentono più coinvolti nel processo di apprendimento”.

Seppure con diverse sfumature circa le magnifiche sorti e progressive della rivoluzione industriale 4.0, l’unica vera voce che emerge dai testi è quella dei top manager e dei gestori di risorse umane e tecnologiche.

Come si può facilmente evincere da un’analisi dei brani citati, scarsamente problematici circa il modello di sviluppo e le conseguenze sociali di un progresso tutto orientato al profitto, alla crescita indefinita, allo sfruttamento delle risorse e all’ottimismo, la prova non è altro che un’esercitazione improntata al pensiero unico neoliberista. Il compitino che viene assegnato allo studente è molto semplice: dati i presupposti, presentati come incontrovertibili e incontestabili (sviluppo, automazione, digitalizzazione, competenze), egli deve limitarsi a riordinare i dati e a trarre le “giuste” conclusioni.

In modo nemmeno tanto surrettizio, il maturando, preso quasi per mano, è accompagnato nel tratteggiare la figura dell’“uomo nuovo” del neoliberismo: flessibile e sempre all’inseguimento di nuove competenze da inserire nel proprio curriculum; individualista e in competizione per battere la concorrenza dei propri simili; imprenditore di se stesso che si vende sul mercato come merce sempre più appetibile; incarnazione, infine, del “lavoratore liquido” esposto alla contingenza imposta unilateralmente dal mercato. In sintesi, il principio in base al quale non si lavora più per vivere, ma si vive inseguendo un lavoro che non c’è.

A conforto della struttura sempre più direttiva della prova, quest’anno è stata addirittura inserita una novità concernente il tema di ordine generale, nel quale lo studente viene invitato ad attenersi a una scaletta di svolgimento. Anche quello che è sempre stato il tema “libero” per antonomasia, viene sussunto in una logica puramente esecutiva: la metodologia diventa funzionale alla soppressione del pensiero divergente e all’accettazione passiva del modello dominante.

La mutazione genetica della scuola si accompagna a un’ideologia colonialista: da anni l’imprenditoria, le banche e le agenzie interinali, stanno imponendo al mondo dell’istruzione la sostituzione delle conoscenze con le competenze. È in atto un processo manipolativo che induce gli studenti a percepire la realtà e se stessi in modo nuovo: un immenso e immodificabile mercato liquido che richiede la completa mercificazione di se stessi e l’accettazione supina della logica del profitto. Anche la sola possibilità del cambiamento è stata espunta dall’immaginario.

“Nella sala d’attesa dell’agenzia interinale sono convocate 24 terziglie di disoccupati. La paga proposta è di 300 euro al mese per otto ore giornaliere. Sono disponibili solo 3 posti. Tenuto conto che 8 terziglie accettano di lavorare per 250 euro mensili, che 2 terziglie tra queste otto hanno maggiori competenze linguistiche, che in una sola terziglia di queste ultime non sono presenti donne in età fertile che possano rimanere incinte e assentarsi dal lavoro, determina da quale terziglia l’agenzia assumerà”.

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20/06/2017

Nuova tecnologia, vecchio capitale: perché “automazione” non vuol dire Rivoluzione

1. Il dibattito sulla cosiddetta Industria 4.0 – la robotizzazione del lavoro – contiene ben poche novità, alcuni elementi di verità, profonde esagerazioni e una evidente finalità ideologica.

2. L’intero dibattito scaturisce da una ricerca del 2013: quella di Frey e Osborne (Oxford). Ogni articolo o discorso successivo assume tale ricerca come base di ragionamento. Frey e Osborne calcolano che negli Usa il 47% dei posti di lavoro sarà cancellato dall’automazione nei prossimi  anni. Ma le conclusioni di Frey e Osborne sono già state ridimensionate da indagini successive. Uno studio pubblicato dall’Ocse (Arntz, Gregory e Zierahn) riduce tale percentuale al 9%.

3. La ricerca economica al servizio del capitale è incapace di considerare il funzionamento del capitalismo nel suo complesso. Essa assume il punto di vista del singolo capitalista. E spesso di quello di un singolo settore. Lo fa per servilismo o per deformazione congenita, poco importa. Così le recenti ricerche assumono il punto di vista del mercato della robotica e dei settori ad esso più collegati.

4. Le esigenze puntuali di propaganda del capitale selezionano poi i tempi e i modi con cui tali studi guadagnano le luci della ribalta. Così la ricerca di Frey e Osborne torna periodicamente alle cronache, nelle dichiarazioni dell’Fmi, della Banca Mondiale, di questo o quel Ministro. Rimbalza infine nella testa dei dirigenti sindacali e dei loro convegni. I fiumi di questa propaganda giungono sempre allo stesso mare: il superamento della forza-lavoro e in ultima analisi della “vecchia” lotta di classe. Sulla base di questo assunto, direzione aziendale, governo e vertici sindacali convergono: il vecchio capitalismo lascia spazio a qualcosa di nuovo, dove lo scontro tra le classi in un modo o nell’altro non ha più senso. All’inizio degli anni ’90 nelle diverse facoltà economiche si teorizzava il superamento del lavoro. E’ del 1995 lo studio di Jeremy Rifkin titolato “La fine del lavoro”. I primi dibattiti a riguardo sono degli anni ’70.

5. Questo significa che il processo di automazione del lavoro sia invenzione? Al contrario. Esso è una caratteristica immanente del capitale. Non è la base di “un capitalismo nuovo”, né un processo che non abbiamo mai osservato. Il capitalismo si caratterizza per il suo bisogno di rivoluzionare continuamente i metodi di produzione. La concorrenza tra capitali genera il bisogno di smerciare a costi minori. Questo determina a sua volta la necessità di comprimere i salari da un lato e dall’altro di applicare tecnica e scienza al lavoro per aumentarne la produttività.

6. Il sensazionalismo giornalistico si ciba della notizia di questa o quella azienda che ha automatizzato intere linee, delle foto di questa o quella catena di montaggio piena di robot. I funzionamenti complessivi del capitalismo sono ben altra cosa. Le immagini delle linee iperautomatizzate fanno il paio con quelle dei bambini che cuciono i palloni. Esse non sono due fotogrammi distanti nel tempo. Non rappresentano un prima e un dopo. Sono due condizioni che coesistono e tra loro correlate. Il capitalismo non ha sviluppo lineare, ma diseguale e combinato. E tale disuguaglianza combinata è destinata ad aumentare.

7. Il capitale ci viene così rappresentato come il paladino dell’innovazione tecnologica. Secondo tale rappresentazione al movimento operaio non resterebbe che accomodarsi nel museo della storia. Chi si oppone sarebbe un inguaribile luddista (da Ned Ludd, il luddismo fu un movimento che si sviluppò agli albori del movimento operaio contro l’introduzione del telaio meccanico). Il piano va invece completamente ribaltato: non solo il capitale non riesce a sviluppare compiutamente l’innovazione tecnologica, ma in un certo grado è costretto anche a frenarla. 

8. La disoccupazione ci viene così rappresentata come un “processo oggettivo”. Un processo a cui i sindacati si devono arrendere: al massimo viene concesso un dibattito sui sussidi di disoccupazione. La proposta di reddito minimo che ne consegue non ha nulla a che vedere con la rivendicazione di un salario minimo garantito sviluppata negli anni da lavoratori e disoccupati. Quello di cui sta discutendo il capitale è di continuare a finanziare forme di ammortizzatori sociali con cui rendere più accettabile il licenziamento. Ne discutono ora con particolare forza perché si addensano i segnali di un nuovo picco della sovrapproduzione e di calo dei profitti. E’ all’orizzonte un nuovo walzer di fusioni e ristrutturazioni aziendali, da presentare come oggettive conseguenze del “progresso”.

9. Tra il 1993 ed il 2007 l’industria americana ha introdotto un robot ogni mile operai. Il mercato della robotica valeva 71 miliardi di dollari nel 2015, 91 nel 2016 e potrebbe arrivare a 188 nel 2020. Che cosa è successo in pratica? Come spiegava Marx , la sovrapproduzione di beni di consumo spinge il capitale a sviluppare il mercato dei beni strumentali. In una situazione in cui il mercato del consumo è saturo, il capitale si indirizza allo sviluppo del mercato dei beni strumentali: le aziende aumentano la produzione di macchinari, indirizzata alle aziende stesse. In poche parole, la sovrapproduzione espande il mercato dei macchinari per la produzione. Il mercato dei macchinari per la produzione aumenta la sovrapproduzione.

10. Con la crisi del 2008 il capitale si è indirizzato a sviluppare ancora di più il mercato “nuovo” della robotica. Negli Usa c’è stata una fioritura esuberante e irrazionale di startup del settore. Tale scelta è stata codificata in studi come quello di Frey e Osborne, i quali eleggono a tendenza storica generale un aspetto unilaterale del processo. Tale sviluppo “esuberante” della robotica sta già generando nuova sovrapproduzione e calo tendenziale del saggio di profitto. I profitti lordi delle aziende sono cresciuti di 3,8 volte dal 1980 al 2013. Si stima che cresceranno di 1,8 volte dal 2013 al 2025 (studio McKinsey). Per compensare tale tendenza economica, è necessario abbassare ulteriormente i salari e aumentare la giornata lavorativa.

11. Arriviamo così al punto: tecnicamente non esiste nessun limite alla completa automazione del lavoro. Dal punto di vista del progresso storico questa automazione potrebbe liberare il tempo dell’umanità. Sotto il capitalismo invece non determina né progresso né liberazione del tempo.

12. Per essere ammortizzata e ripagata, l’automazione necessita di uno smercio su larga scala. Nessuno userebbe una tipografia industriale per fare qualche fotocopia. Ma tale smercio è limitato dallo stesso funzionamento del capitalismo, il quale non produce per le esigenze generali dell’umanità ma per il cosiddetto “mercato solvibile”. L’aumento della capacità produttiva di latte non determina latte per tutti i bambini. Determina il calo del valore di scambio del latte, un processo di concentrazione del capitale con il fallimento delle aziende più piccole, il sorgere del monopolio e di quote che limitano la produzione di latte per contrastare la caduta del saggio di profitto. Semplificando estremamente, aumentando la produttività del lavoro, si producono maggiori valori d’uso in minore tempo. Ogni valore d’uso quindi avrà minore valore di scambio. Se l’umanità dispone di maggiori valori d’uso, l’azienda capitalista vede diminuiti i propri valori  di scambio.

13. Quelli che vengono presentati poi come processi “nuovi” sono in realtà l’ultima tappa di una automazione già fortemente matura. Se il mercato non si espande, perché saturo, le aziende finiscono per applicare nuove innovazioni allo stesso processo produttivo. Ad un certo grado di sviluppo, questo determina crescite estremamente marginali della produttività. Se si da un trattore a un contadino si aumenta esponenzialmente la produzione. Con due trattori la si raddoppia ulteriormente. Ma se si mettono a lavorare quattro o cinque trattori in un campo limitato, l’introduzione di ogni nuovo trattore aumenterà sempre più marginalmente la produttività. Ad un certo grado l’introduzione di nuovi macchinari si riflette in un aumento della produttività solo se si espande il campo. Così insieme agli studi sull’automazione, stanno proliferando anche gli studi sul mistero della “produttività perduta”. Mentre nello scorso secolo la produzione oraria è aumentata fino a 13 volte, dal 2000 in poi tale crescita è stata marginale se non addirittura negativa (Erikson, Weigel). Eppure questi anni sono stati gli anni della New Economy, della digitalizzazione ecc.

14. Il “nuovo” capitalismo assume così sempre di più l’aspetto della “vecchia” barbarie. L’intero castello del capitalismo “automatizzato” torna sempre a riposare sulle stesse fondamenta: la maggiore automazione, in un mercato sempre più saturo e con una tendenza del calo del saggio di profitto, deve essere “compensata” da una nuova compressione salariale e da un aumento della giornata lavorativa. Attorno alla fabbrica automatizzata si sviluppa un attacco devastante a qualsiasi condizione lavorativa sia comprimibile: la logistica con condizioni di lavoro schiavistiche ad esempio ne è il perfetto completamento. Le macchine per essere ripagate devono lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il ciclo continuo diventa così l’imperativo categorico di manutentori, tecnici e infine distributori, venditori, facchini. E al completamento di questo processo il capitale bussa alle porte anche dei salari dei quadri e dei tecnici, i quali devono adeguarsi all’epoca di sacrifici generalizzati.

15. Maggiore automazione significa infine minore proletarizzazione? No, in nessun modo. L’esatto contrario. Se l’automazione espelle parte della forza lavoro dal processo produttivo, ha un effetto ancora più devastante sulla piccola proprietà. Il capitale esplora, scopre, conquista ogni mercato possibile. Ogni piccola produzione, se redditizia, viene serializzata, conquistata e portata a monopolio. Nel mondo ci sono oggi 2,8 miliardi di proletari (42% popolazione). Erano 1,7 nel 1980 (37%). Quelli che un tempo erano “lavoretti”, oggi sono sistematizzati e inclusi in “app” controllate da multinazionali. 

14. Questo significa che sopravvivono solo le aziende automatizzate? Tutto il contrario. Ad un certo grado di sviluppo, competere in termini di investimenti tecnologici diventa semplicemente impossibile per interi settori dell’economia. La saturazione del mercato renderebbe impossibile ripagare tali investimenti. Un settore del capitale prende quindi la strada esattamente opposta. Per competere con i grandi colossi “automatizzati” può solo spingere sulla compressione delle condizioni di lavoro. Riemergono condizioni semi-schiavistiche: 168 milioni di bambini lavorano oggi in condizioni di supersfruttamento.

15. I bambini schiavi e i robot, i disoccupati e gli straordinari, la fame e la sovrapproduzione, il consumismo sfrenato e la povertà assoluta, l’obesità e la carestia, profitti ipermiliardari e il calo tendenziale del saggio di profitto: questo convive nel capitalismo. E in queste contraddizioni si alza e cresce la barbarie. La guerra è l’unica chiave che “risolve” in condizioni di mercato.

16. Non abbiamo nessuna paura dell’automazione. Al contrario, siamo eccitati dalla possibilità di eliminare il lavoro per questa via. Ma tale via è ostacolata dal capitalismo. La riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario è parte del nostro programma. E tale programma può essere ottenuto solo sotto la bandiera della rivoluzione. L’unica che può ammantarsi della parola “progresso”.

12/10/2016

Ranking e lotta di classe

La Californian Ideology e il sogno dell'automazione totale nascondono un segreto. E cioè che il lavoro non è finito: al contrario, è sempre di più. Solo che è talmente invisibile che a nessuno viene in mente che vada pagato.
Un paio di settimane fa ho visto la puntata Il pianeta dei robot di Presa diretta, una delle poche trasmissioni Tv che fanno inchiesta in Italia. Bella trasmissione, e se siete interessati potete rivederla qui. Peccato che abbia accreditato la solita versione apocalittica della cosiddetta “ideologia californiana”.

Per Richard Barbrook e Andy Cameron, autori venti anni fa dell’omonimo libro, la cosiddetta Californian Ideology è quel mix di libero spirito hippie e zelo imprenditoriale yuppie su cui fonda l’intero immaginario della Silicon Valley. Questo amalgama degli opposti si rispecchia nella fede indiscussa nel potenziale emancipatorio delle nuove tecnologie dell’informazione, nella credenza che la robotica e l’automazione renderanno inutile la forza lavoro, e nella previsione che con la cancellazione di milioni di posti di lavoro (dai trasporti alla logistica, fino alla sanità e tutto il resto) non ci sarà modo di guadagnare da un’occupazione. A meno che non ci sia un reddito di base universale.

In questa miscela di cibernetica, economia liberista e controcultura libertaria, frutto della bizzarra fusione tra la cultura bohémienne di San Francisco e la nuova industria hi-tech, in effetti il reddito di base è un tema di discussione; per Andrew McAfee e Erik Brynjolfsson, autori de La nuova rivoluzione delle macchine, Google, Facebook, Apple e gli altri giganti dovrebbero inoltre pagare più tasse, argomento attualissimo anche in Europa dopo lo scontro tra la Commissione Ue e il governo irlandese sui maxi-sconti fiscali garantiti per anni alla Apple. Ma nel dibattito reale della Silicon Valley, le cose non stanno proprio così.

I “nuovi feudatari” della rete, accettano sì l’idea di un reddito base universale, ma a condizione che non sia la Silicon Valley a pagare il conto: è lo Stato che dovrebbe cancellare ogni forma di aiuto economico pubblico per convertire i fondi in assegni da dare direttamente ai privati. Nell’illusione di diventare un imprenditore tecnologico di successo, uno “startupperoe”, lo Stato diventa quindi l’erogatore di assegni guadagnati sulle piattaforme del capitalismo interconnesso: il welfare sarà il supporto sociale delle nuove agenzie di servizi online, e i diritti sociali verranno legati alla partecipazione del consumatore che produce informazione (prosumer) ai ritmi della macchina.

Chauffeur per tutti

McAfee e Brynjolfsson hanno fatto un tour nella terra promessa dell’intelligenza artificiale, e hanno avuto una rivelazione quando sono saliti su una macchina Google che si guida da sola; il congegno assomiglia a una smart ed è la promessa simbolica per i guidatori della classe media di essere sollevati dalla fatica di viaggi di ore verso l’ufficio all’altro capo della città, e di avere accesso allo stile di vita dei ricchi e dei famosi che possono contare su uno chauffeur personale. La Google Car ha fatto 14 incidenti in sei anni di sperimentazione, e nel luglio 2016 ci sono stati i primi feriti, per colpa di un altro veicolo guidato da un umano. Solo quando non ci saranno più macchine guidate da umani la Google Car sarà perfetta. Il programma è vasto, non c’è dubbio.

Lo “chauffeur” di Google è un esempio delle automazioni che sostituiranno il lavoro: perché affittare una persona in carne ed ossa se un robot che impara dai comportamenti umani alla velocità della luce può lavorare velocemente, in silenzio, senza esprimere domande e obiezioni? È il sogno di tutti i capi e capetti sulle linee di montaggio e in tutti gli uffici, privati o pubblici. Il problema, a questo punto, è evidente: se in futuro non ci sarà il lavoro, come saranno pagate le prestazioni sanitarie o quelle previdenziali fondate proprio sul lavoro stesso?

McAfee e Brynjolfsson sostengono che sarà l’imprenditore a garantire la copertura sanitaria versando le tasse sull’inquinamento che produce, sul consumo, e sul valore aggiunto. C’è qualcosa che non funziona in questo ragionamento. Ammesso e non concesso che il lavoro stia davvero scomparendo, è davvero difficile credere che gli imprenditori pagheranno l’assistenza sanitaria anche per chi non lavora per loro, nonché per la maggioranza degli umani che resteranno disoccupati perché le macchine li avranno sostituiti producendo profitto per l’imprenditore. Probabilmente in California esistono imprenditori che la pensano così (anche se ci permettiamo di dubitarlo), ma se una Google Car ci salverà, chi beneficerà delle sue prestazioni sarà sempre un imprenditore. Tutti gli altri non-lavoratori faranno autostop sull’autostrada: in una società capitalista, se non lavori non puoi pagarti il biglietto. E vai a piedi.

Micro-lavoratori digitali

Nel marketing aziendale sulla futurologia trattata come informazione oggettiva, a passare inosservata è la nuova divisione del lavoro. Che non è solo quella tra persona e computer, ma tra chi governa l’automazione e chi lavora nell’automazione.

Google si è affidata ai lavoratori dei dati (data workers) per “allenare” gli algoritmi che permettono anche alla Google Car di fare tutti gli incidenti che vuole e di provare ad evitarli. L’azienda, com’è noto, rifinisce in continuazione la sua ricerca degli algoritmi attraverso la guerra per il posizionamento nel ranking: i suoi ingegneri si affidano a lavoratori chiamati “raters” – cioè contrattisti che spesso lavorano ai Pc nelle loro abitazioni – per valutare la ricerca delle pagine e per classificarle. I “classificatori” possono inquadrare le pagine come “vitali”, “utili”, “abbastanza rilevanti” o “spam”. Dopodiché, gli ingegneri Google “importano” queste valutazioni nel loro algoritmo, per permettergli di comportarsi come i lavoratori da casa.

L’esempio è utile per raccontare l’emergenza dell’industria del micro-lavoro digitale, che a sua volta costituisce il vero nucleo dell’intelligenza artificiale – la forza lavoro, il lavoro vivo di cui parla Marx. L’automazione genera nuovi lavori: possono essere modesti e servili, come anche creativi e avanzatissimi. Le multinazionali tecnologiche producono nuovi tipi di dati, linguaggi, immagini, suoni. Facebook, YouTube i dati prodotti con gli smartphone, sono riprocessati e classificati dai micro-lavoratori.

I micro-lavoratori supportano gli algoritmi nell’apprendimento di comportamenti da adottare in ambienti umani. Semplificano cioè il processo di grandi quantità di dati, in modo tale da processarli in altre maniere: siedono davanti a terminali e trascrivono piccole clip audio, inserendo testi destrutturati nei database; moderano commenti; allineano le inserzioni Google o Facebook rispetto ai profili degli utenti; guidano gli algoritmi secondo una determinata cultura o una serie di indicatori culturali predisposti fuori dall’automazione, in modo tale che l’automazione prenda la forma richiesta. E così via.

Questo è il lavoro nascosto che permette a queste compagnie di sviluppare prodotti “intelligenti” e macchine che auto-apprendono. Così come esistono gli addetti alle pulizie che, al termine del turno di ufficio, puliscono gli ambienti, nel “capitalismo di piattaforma” esistono legioni di “pulitori” di dati che permettono di usare i dati prodotti dall’interazione tra gli utenti e le nuove macchine.

La “nuova rivoluzione”delle macchine non riconosce il lavoro di cui si nutre, senza contare il lavoro degli utenti che cooperano per migliorare la performatività degli algoritmi messi all’opera nella loro vita quotidiana. Nell’economia politica computazionale questo lavoro è centrale, e tuttavia non viene pagato se non nell’ordine di pochi centesimi per operazione. È il paradosso del lavoro gratuito. Un lavoro così invisibile che a nessuno viene in mente che lo si possa anche retribuire. Chi lo accetta non ha alternative, spera in tutt’altro, ma è costretto a farlo per il tempo necessario. Accade questo in una società in cui il denaro è importante, ma si fatica sempre di più ad ottenerlo da un’enorme quantità di attività lavorative che hanno perso valore. Questo accade in tutti i settori, anche in quelli che non passano da Google. E sono la maggioranza.

I Turchi Meccanici di Amazon

Nelle piattaforme, il lavoro è pur sempre culturale. Per rispondere alle sue esigenze molte aziende hanno elaborato procedure per abbinarlo a quello degli ingegneri che lavorano per profilare l’algoritmo in base ai suoi usi possibili. Il caso più famoso è quello di Amazon Mechanical Turk, il “turco meccanico” di Amazon che richiama il falso automa – “il Turco”, appunto – del 1700. Eppure quel riferimento etnico non sembra casuale: fa tornare in mente un’espressione in voga qualche decennio fa in Germania dove – ha raccontato Gunter Wallraff in Faccia da turco – ai turchi erano affidati i lavori più modesti, come appunto le pulizie. In questo caso si tratta di immigrati e di cittadini non solo americani, “bianchi” o “neri”, che svolgono lo stesso lavoro per l’industria dei dati e dell’automazione.

Amazon Mechanical Turk è composto da mezzo milione di lavoratori che permettono ai programmatori di avere i dati come desiderano. Gli operatori aspettano seduti davanti ai loro computer, pronti a mettere all’opera le loro capacità cognitive in base alle richieste. È un cottimo postmoderno pagato a pezzo ai nuovi contoterzisti. In questa cornice possono trascrivere codici, moderare contenuti o immagini, classificare. Amazon invia i dati processati ai suoi lavoratori che procedono sulle loro linee. Per dare un’idea al pubblico italiano, meccanismi simili esistono nei call center degli operatori telefonici. Qui da noi ci sarebbe un contratto per questi lavoratori, ma la maggioranza di queste aziende sono fuori Italia, in Albania ad esempio. Negli Usa non c’è un contratto di lavoro per i “turchi meccanici”: il loro numero dipende dal giro d’affari dell’azienda, dalla domanda, dai picchi produttivi. I lavori vanno e vengono, non scompaiono.

Le condizioni di questi lavoratori non rispondono a contratti di lavoro di categoria, né tantomeno aziendali. Si tratta di freelance che normalmente svolgono un’attività subordinata che tuttavia non viene riconosciuta. I freelance sono “contrattisti” o mercenari pagati a prestazione ipercontingentata. Sono esclusi dalla tutela di un salario minimo orario, e i datori di lavoro possono scegliere se pagarli o meno. Il general contractor può anche decidere di non intervenire nelle dispute tra i subappaltatori e i loro contrattisti-freelance. È in atto una continua sottrazione di salario basato sul giudizio sulla qualità vera o presunta della prestazione che deve soddisfare le esigenze del cliente. Il ranking di quel lavoratore – lo stesso che il cliente ignaro fornisce quando riceve il servizio o il bene richiesto online – è lo strumento di una lotta di classe a base di classifiche, giudizi, certificazioni.

I “turchi meccanici” portano a termine compiti che le macchine non sanno svolgere e che alla fine apprenderanno nell’interazione con i loro analoghi “umani”. Considerati i numeri, questo significa che il lavoro esiste eccome nella “gig economy”, l’economia al servizio del “capitalismo di piattaforma”. Ed è un lavoro servile: fino a 17 ore al giorno passate davanti al computer, senza più differenza tra giorno e notte, tra luogo di lavoro e abitazione privata, vita attiva 24 ore su 24, sette giorni su sette. L’elemento che più colpisce è l’insicurezza del salario: questi lavoratori non hanno una controparte visibile, solo ramificazioni virtuali nelle quali si annida un interlocutore a cui avanzare effettivamente le richieste di compenso. Ovviamente, tutti possono essere sostituiti senza spiegazioni.

I “non sindacalizzabili” si organizzano

In queste condizioni, da qualche tempo crescono gli esperimenti di auto-organizzazione. Ho raccontato i tentativi dei tassisti Uber qui, e tentativi sono in corso anche tra i “turchi meccanici”: la piattaforma si chiama Turkopticon, è usata dai lavoratori dal 2009, e l’ha concepita Lilly Irani (docente all’università di San Diego) insieme al ricercatore e programmatore Six Silberman.

Turkopticon permette ai “turchi” di vedere se i loro pari hanno fatto rapporto contro un datore che gli ha rifiutato un lavoro valido, ed è diventato uno strumento per combattere abusi e furti di salario. Per le mobilitazioni viene invece usato il forum Dynamo, attraverso il quale i “turchi meccanici” – per loro natura isolati e frammentati – scelgono insieme le azioni da intraprendere. Il forum è stato costruito dalla ricercatrice informatica Niloufar Salehi: nel 2013 ascoltò una conferenza di Lilly Irani e rimase stupita dalla possibilità di usare la programmazione per organizzare i lavoratori. Insieme a Irani, alla costruzione del sito hanno contributo anche Kristy Milland (portavoce di TurkerNation.com, la più antica community di Mechanical Turk) e un lavoratore che mantiene l’anonimato e che si fa chiamare “Clickhappier”. Salehi pensa che trattare gli esseri umani come algoritmi cancella quasi tutto quello che ci rende umani: “Le persone vogliono lavorare con le altre”, spiega; “vogliono crescere insieme. Vogliono dare un significato a quello che stanno facendo”.

Nella stessa California dove la Silicon Valley plasma il mondo, i ricercatori hanno insomma creato con lavoratori e attivisti una coalizione che svolge sia un ruolo sindacale che un lavoro di ricerca etnografica. È il mutualismo un secolo dopo: su queste piattaforme – raccontano Irani, Silbermann e Saheri – i “turchi” si organizzano in collettivi come TurkerNation, MTurkGrind, HITsWorthTurkingFor. Su queste nuove piattaforme condividono i lavori meglio pagati, analizzano l’organizzazione del lavoro, formano i nuovi arrivati e creano una linea di comunicazione con i datori di lavoro disponibili al confronto.

Naturalmente, quando si parla di organizzazione collettiva dei “non sindacalizzabili”, le asprezze non mancano. Ciascuno di essi è legato a una fedeltà personale al committente, altri preferirebbero non apparire e non dare visibilità alle azioni organizzate perché rischiano di far perdere il lavoro a tutti. Senza considerare che lo studio accademico dei “turchi meccanici” è diventato un lavoro a parte: solo nel 2015 si sono contati più di 800 paper di ricerca. D’altra parte, anche la ricerca accademica è una fabbrica che produce con le stesse modalità dei micro-lavoratori digitali. Questi ultimi poi, sono oggetto di un doppio controllo: nelle loro case davanti ai pc, e dai ricercatori che li studiano e li usano per i loro database. I turchi mal sopportano questo doppio sfruttamento: è stato calcolato che su una platea potenziale di mezzo milione di persone, solo in 7300 si sono lasciati analizzare. È anche vero che chi si fa analizzare come “caso di studio” per una ricerca accademica, può guadagnare tra gli 8 e i 10 dollari all’ora: molto di più di quanto si guadagna lavorando per Amazon.

Lavorare per Jeff Bezos è diventato un paradosso: si fanno più soldi a rispondere alle domande di un gruppo di universitari, che come terminali di una macchina che ha bisogno di imparare dall’intelligenza umana. La situazione è paradossale: se Amazon decidesse di chiudere Mechanical Turk, manderebbe in rovina un intero settore della ricerca accademica sviluppatasi tra gli Usa, l’Australia e l’Europa.

Su YouTube c’è anche un video in cui si comprende bene il profilo sociale e professionale dei “Turchi Meccanici”: persone che hanno perso il lavoro, oppure che vivono in zone dove il lavoro digitale è una soluzione, o che non guadagnano abbastanza e integrano il magro reddito; persone che chiedono tutele come welfare, salario minimo e pensioni. La composizione sociale di questi lavoratori è in larga parte urbana, giovane, single; politicamente sono “liberal”, molti di loro sono studenti nei college.

È insomma il mondo del Crowdwork, il lavoro-folla. Nel 2012 è stato censito in più di 100 paesi: il 70 per cento sono donne. Oggi il settore impiega 48 milioni di persone in tutto il mondo per un fatturato di 2 miliardi di dollari. Nei prossimi quattro anni aumenterà almeno di dieci volte. Ad esempio, oDesk, una piattaforma che mette in contatto freelance o lavoratori indipendenti che cercano piccoli lavori o mansioni specifiche, ha contrattualizzato 14 milioni di persone in India, molte altre negli Stati Uniti, Bangladesh e altrove. Mezzo milione di filippini è iscritto alla piattaforma ed è impiegato nell’outsourcing aziendale. Una ricerca del 2016 della Foundation for European Progressive Studies (FEPS) ha sostenuto che in Gran Bretagna sono 5 milioni i lavoratori pagati dalla cosiddetta “gig economy”, erroneamente confusa con la “sharing economy”. Tre milioni sono regolarmente impegnati nella nuova economia dei servizi. Più di un quarto (26%) dei crowdworkers sostiene di guadagnare metà del proprio reddito annuale attraverso le piattaforme online. Il 21% ha usato le piattaforme per cercare un lavoro digitale pagato. Il 42% considera la piattaforma come una necessità quotidiana. Parliamo di tassisti, lavoratori edili, graphic designers, contabili. E molti altri.

Il magico mondo dell’automazione totale

Per quanto ci dicano che siamo dentro un film alla Minority Report, viviamo per molti versi in un mondo ottocentesco: i facchini e gli operai muoiono schiacciati dai camion ai picchetti, e i nuovi posti di lavoro continuano a contarsi a migliaia nel capitalismo digitale – nella logistica, o nelle fabbriche asiatiche dell’assemblaggio dei pezzi (vedi Foxconn), ma anche nei servizi delle consegne a domicilio (Deliveroo). Ciò che è davvero in discussione, è il motivo per cui il nuovo lavoro di chi consegna, stocca, modera, crea, non emerge nella sua rappresentazione. L’automazione non è un problema in sé. Lo diventa quando viene intesa come il principale fattore che cancella il lavoro umano, ma essa stessa è il prodotto di una forza lavoro intellettuale e manuale.

Come in altri momenti della storia della tecnologia, anche in questo caso si nascondono le persone in carne ed ossa che lavorano, e si nega il valore prodotto dalle loro interazioni attraverso le macchine e dalla loro cooperazione sociale. Ciò non significa che il lavoro scompare: sono fatti sparire i lavoratori che continuano a lavorare. Noi non conosciamo il nuovo lavoro, anche perché nessuno di coloro che scrivono i libri – quelli prodotti dagli editori che permettono di essere intervistati nelle trasmissioni Tv – se ne occupa. Ma questo è il minimo: il problema sta nella rappresentazione stessa del lavoro oggi. La sua opacità è il risultato della liquidazione della forza lavoro, cioè la soggettività di chi vive e lavora. E tale liquidazione può avvenire fingendo che le macchine, i beni e le merci a nostra disposizione si siano magicamente... create da sole.

È il vecchio trucco di considerare il lavoro come un “prodotto naturale”: se esiste una merce è perché la si trova sugli alberi come le mele, o sottoterra come le zucchine. Salvo poi considerare l’eventualità che sia le mele che le zucchine abbiano bisogno di lavoro per essere seminate, crescere, essere raccolte e commercializzate.

Arthur C. Clarke ha scritto che qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata basta per generare una rappresentazione del futuro molto simile alla magia. Ogni like su Facebook, ogni acquisto su Amazon, ogni ricerca su Google, sembrano venderci un sogno per cui droni, servizi online e auto-che-si-guidano-da-sole, possono magicamente autorealizzare l’immaginario delle macchine che soddisfano i desideri degli umani. Viene fatto credere che nel capitalismo delle piattaforme non ci sia spazio per il lavoro, e che il futuro è il frutto di una macchina anonima governata da algoritmi intelligenti. La macchina mitologica funziona a pieno ritmo e ha generalizzato il feticismo della merce nel mondo digitale: l’unico rapporto sociale possibile è quello fantasmagorico tra le cose, le macchine, gli algoritmi.

Per Kristy Milland di TurkerNation.com, sempre più mansioni vengono sottratte ai lavoratori professionali per essere affidate alla “folla”, cioè lavoratori non qualificati che li sostituiscono attraverso l’interazione con gli algoritmi. Il lavoro insomma non è finito: al contrario, è sempre di più. Solo che è senza tutele. E viene pagato meno.

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